§. I. Il Regno di Portogallo scuote il giogo, e si sottrae dalla Corona di Spagna.

L'emulazione, che passava tra' Castigliani ed i Portoghesi, cotanto antica, che tramandata, come per eredità, da' loro antenati a' successori, era a questi tempi per i boriosi modi e feroci consigli del Conte Duca, assai più cresciuta, che quando convenne a questi piegare il collo sotto la dominazione della Castiglia, divenne ora abborrimento ed impazienza: tantochè avevano i Portoghesi applicata più volte l'attenzione e la speranza a vari accidenti, che potessero far cambiare la fortuna presente. Ma la potenza e la felicità de' Castigliani, avevano fino ad ora, o tenuti gli stranieri lontani, o dissipati l'interni disegni; ad ogni modo cresceva maggiormente il desiderio, e serviva ad incitarlo l'oggetto de' Duchi di Braganza, che discendenti da Odoardo, fratello di Errico Re, erano appresso molti altrettanto preferiti nelle ragioni, quanto alla forza del Re Filippo avevano convenuto soccombere. Il presente Duca Giovanni, osservando sopra di lui l'occhio de' Castigliani aperto, si dimostrava altrettanto alieno da ogni applicazione e negozio; ed essendo pochi anni addietro accaduto tumulto in qualche città, uditosi acclamare il suo nome, egli si era contenuto con tale modestia, che fu creduto ugualmente alieno dall'ambizione e dall'inganno. Il Conte Duca però considerando, e le ragioni della Casa, ed il favore del Popolo, oltre alle ricchezze e gli Stati, che eccedevano la condizione di vassallo, per assicurarsi di lui, l'invitava alla Corte con premj ed impieghi, e con simulata confidenza gli conferiva cariche e titoli: il che si credè mirasse non per adornarlo di dignità, ma per esporlo a pericoli, acciocchè esercitando particolarmente il suo impiego di Contestabile, salisse sopra l'armata o entrasse nelle Fortezze, dove fossero ordini occulti d'arrestarlo prigione. Giovanni con varie scuse schivando di condursi a Madrid, con tali riserve in tutto si governava, che se non poteva sfuggire gli altrui sospetti, almeno divertiva i suoi rischj. L'Olivares si valse della rivolta di Catalogna, e della fama, che il Re volesse uscire a debellarla, per invitare la Nobiltà Portoghese, e tra questa con maggior premura il Braganza a concorrere con la persona e con le forze in così segnalata occasione: ma la stessa congiuntura servì a' Portoghesi per isvegliare in loro gli antichi pensieri; onde molti nelle private conversazioni soliti a frequentemente lagnarsi, che un Regno famoso ed esteso nelle quattro parti del Mondo, fosse ridotto in provincia, e divenuto appendice al Dominio de' loro naturali nemici, ora consideravano la Nobiltà oppressa, il Popolo conculcato; e per le gelosie del Conte Duca snervato il Paese, i Grandi perseguitati, infranti i Privilegi e sfigurata quell'immagine, che al Portogallo restava di libertà e d'apparente decoro. Passando poi dalle querele de' tempi al rimprovero di loro stessi, quasichè ne' Portoghesi mancasse quell'ardire e quel cuore, che così altamente nobilitava il Popolo catalano, divisavano la facilità di eseguire ogni grande attentato, retti da una donna e da un odiato Ministro con pochi presidj e provvisioni minori, in tempo, che era tutta la Spagna commossa, le forze distratte, il Re impotente a resistere in tante parti, e pronta la Francia al soccorso.

Margherita Infanta di Savoja sosteneva il titolo di Viceregina, il governo però risedeva in alcuni Castigliani, ed in particolare nel segretario Vasconcellos, che l'assisteva, e che confidente dell'Olivares e dal suo favore innalzato, tutto tirava alle di lui massime d'abbassar i Grandi e d'esercitare assoluto comando. Per le congiunture veramente pareva, che per sollevarsi fosse maggior pericolo in iscovrire i pensieri, che in praticargli; onde ridotti alcuni Nobili in Lisbona nel giardino d'Autan d'Almada, considerate le congiunture presenti, tutti si risolsero di tentar l'impresa dandosi reciprocamente la mano e la fede di segretezza e di non mai abbandonarsi. Stavano alquanto perplessi sopra il risolvere, qual forma si dovesse scegliere del nuovo governo. Ad alcuni, con l'esempio de' Catalani, aggradiva l'istituto delle Repubbliche; ma si considerò dalla maggior parte la confusione, che seco porta l'innovare comando in un paese avvezzo all'arbitrio di un solo. Si voltarono perciò al Braganza, nel quale, per giustificare la causa, e tirare i popoli, concorrevano i requisiti più principali, e per ragione al Regno e per distinzione di fortuna; gli spedirono dunque separatamente Pietro Mendozza, e Giovanni Pinto Ribero a rappresentargli i voti comuni ed offerirgli lo scettro; e perchè s'avvidero questi, che al Duca s'affacciavano tra varj pensieri l'immagini di molti pericoli, proccuravano di sgombrargli ogni dubbiezza: ed il Pinto particolarmente tramettendo alle ragioni ed alle preghiere minacce e proteste, gli dichiarò, che anche contra sua voglia sarebbe Re proclamato, senzachè dalla sua renitenza, ed a se ed agli altri fosse per accogliere, che rischj maggiori di più certe perdite. Il Duca ad oggetto sì grande, ed improvviso della Corona, titubava ne' suoi pensieri; ma sua moglie, sorella del Duca di Medina Sidonia, essendo d'altissimi spiriti, lo rincorò, rimproverandogli la viltà di preferire alla dignità dell'Imperio la caducità della vita. Nè mancarono i Franzesi conscj di quanto si tramava, con segretissimi messi di confortarlo ed animarlo con ampie promesse d'assistenze e soccorsi, facendogli credere tanto più ferma dover essere la Corona sopra il suo capo, quantochè gli additavano vacillanti le altre sopra quello del Re Filippo. Dunque s'indusse a prestarvi l'assenso e fu concertato il tempo ed il modo per dichiararsi.

Sebbene in questo affare il segreto fosse grande, ad ogni modo la notizia essendo sparsa tra molti, ne traspirò qualche cosa alla Viceregina, la quale non mancò d'avvertire il Conte Duca più volte de' discorsi e disegni de' congiurati; ma egli solito di prestar fede a se stesso, più tosto che ad altri, lo credè troppo tardi. Adunque il primo di dicembre di quest'istesso anno 1640 molti Nobili essendo andati a Palazzo, al battere delle nove ore della mattina, ch'era il segno accordato, ad un colpo di pistola, snudarono le armi, e caricarono le guardie della Viceregina, le quali inermi e sbandate, ogni altra cosa attendendo, cedettero facilmente. Occupato il palazzo, i Nobili gridavano Libertà, insieme acclamando il nome di Giovanni IV, per Re; ed altri nelle piazze, chi per le strade, alcuni dalle finestre e tra questi Michele Almedia di veneranda canizie, animando il Popolo e concitandolo all'armi, fu sì grande in pochi momenti il concorso, che, come se un solo spirito movesse la moltitudine, non vi fu chi dissentisse, o titubasse. Una Compagnia di Castigliani, che entrava di guardia al Palazzo, fu dal furore della plebe costretta alla fuga. Antonio Tello con altri seguaci, sforzate le stanze del Vasconcellos, che inteso il romore, s'era in certo armario rinchiuso, lo ritrovò, e trucidato, lo gittò dalle finestre, acciocchè nella piazza fosse spettacolo all'odio del vulgo, e testimonio insieme, quanto poco sangue costasse la mutazione di un Regno. L'Infanta, custodita in potere de' congiurati, fu trattata con molto rispetto, astretta però a comandare al Governadore del Castello, che s'astenesse di tirare il cannone, altrimenti i Castigliani nella città sarebbero stati tutti tagliati a pezzi. Egli non solo ubbidì all'ordine di sospender l'offese, ma subitamente, o per timore, o per necessità, trascorse alla resa, allegando d'essere così sprovveduto, che all'invasione del Popolo non avrebbe potuto resistere. Fu maraviglia vedere una città, come Lisbona, grande, popolata, commossa, restare in brevissimo tempo in potere di se medesima, ma con tanto ordine e con tal quietudine, che nessun comandando, ogni condizione di persone, al nome del nuovo Re, prontamente ubbidiva.

Giovanni, inteso l'accaduto di Lisbona, fattosi proclamare Re ne' suoi Stati, entrò in quella città il sesto giorno del medesimo mese di dicembre con indicibile pompa; e ricevuto il giuramento da' Popoli, lo prestò reciprocamente per l'osservanza de' Privilegj. Sparsasi per quel Regno la fama di tal accidente, non vi fu luogo, che tardasse a seguitare l'esempio della Capitale, con tanta unione degli animi, che non pareva mutazione di governo, ma che solamente al Re si cambiasse nome, con insolito gaudio de' Popoli. I Castigliani sparsi in alcuni presidj e quelli di S. Gian, Fortezza d'inespugnabile sito, sorpresi da fatale stupore, n'uscirono senza contrasto. L'Infanta fu accompagnata a' confini, ed alcuni de' Ministri Castigliani restarono prigioni, per sicurtà di que' Portoghesi, che fossero in Madrid trattenuti. In otto giorni si ridusse tutto il Regno ad una tranquilla ubbidienza. Fino nell'Indie dell'Oriente, nel Brasile, nelle coste d'Affrica e nell'Isole, che si numerano tra le conquiste de' Portoghesi, quando da Caravelle, in diligenza spedite, ne fu portato l'avviso, quasichè fosse stato atteso, abjurata con universal consenso l'ubbidienza a Castiglia, il nome di Giovanni IV fu riconosciuto ed acclamato.

Il Conte Duca accortosi, che in vece di ingrandire la Monarchia e la prepotenza, conveniva essa della propria salute contendere, non potendo contrastare da due parti, stava in dubbio dove s'avessero a rivolgere le maggiori cure e gli sforzi. In fine giudicò meglio contra la Catalogna applicarsi, sperando, che non riuscisse lunga l'impresa ed insieme temendo, che col dar tempo, la fortezza del paese, la ferocia del Popolo, ed il soccorso de' Franzesi, la difficultassero maggiormente. All'incontro, essendo aperti i confini, più lontani gli ajuti, i popoli meno agguerriti, ed in Lisbona sola potendosi debellare tutto il Regno, si figurava, che lasciati i Portoghesi in sicurezza ed in ozio, non applicarebbero a premunirsi, e che i Nobili, superbissimi per natura, non sofferirebbono a lungo il comando di uno a diversi emolo, ed a molti uguale. Proseguendosi pertanto in Catalogna la guerra, il Portogallo vie più si stabiliva, tanto che riusciti vani i presagj dell'Olivares, rimase, siccome tuttavia ancor dura, staccato ed indipendente dalla Corona di Spagna.

In Catalogna adunque proseguendosi eziandio nel verno la guerra, los Velez si portò ad espugnare Terracona, che dopo la Metropoli del Principato, tiene per l'ampiezza e per la nobiltà il primo luogo. I Catalani animati da' Franzesi sprezzavano gli sdegni e l'armi del Re, tanto che pronti alla difesa, sostennero lungamente la guerra, la quale non meno agli altri Stati della Monarchia, che al nostro Regno costò sangue e tesori. A questo fine si proccurava dal Medina nostro Vicerè nuovo donativo per la Corte, s'allestivano nuove soldatesche, e s'armavano nuovi legni, gravando con ciò i sudditi e le Comunità del Regno con nuove tasse ed imposizioni.

Ma non terminando qui le nostre miserie, una nuova guerra, che s'accese pure a questi tempi in Italia, dal Papa contro al Duca di Parma, per lo Stato di Castro, portò pure al Vicerè, ed al Regno nuove cure e nuove spese, e maggiori se ne sarebbero sofferte, se gli Spagnuoli non si fossero raffreddati, e ne' proprj mali, per le rivoluzioni di Catalogna e per la perdita di Portogallo, occupati, non avessero più modo d'ingerirsi negli affari altrui, se non con mediazioni, ed ufficj, onde al nostro Vicerè avendo il Pontefice richiesto i novecento cavalli, per l'investitura del Regno dovuti in caso d'invasione dello Stato Ecclesiastico, gli furono denegati, per non essere questa causa della S. Sede, ma della sua Casa e de' suoi Congiunti[29]. Fu mestieri con tutto ciò al Medina, a spese del Regno, guarnir le Piazze della Toscana, ed i Confini del Regno dalla parte degli Apruzzi, dove mandò il Maestro di Campo Generale Carlo della Gatta, e commise ad Achille Minutolo Duca di Belsano, che si trovava Governadore di quella Provincia, che invigilasse alla custodia della medesima. Molte Compagnie di Tedeschi, fatte venir d'Alemagna per la via di Trieste, furono ancor ivi alloggiate, e da poi, ricevute dal Mastro di Campo D. Michele Pignatelli, fur fatte venire in Napoli, e fu loro assegnato alloggiamento nello Spedale di S. Gennaro fuori le mura della città.

Ma non perchè doveansi riparare i proprj mali del Regno, si rallentavano le richieste di nuovi soccorsi nel Milanese; bisognò al Vicerè spedirvi tremila pedoni sopra galee; ed affinchè le Università del Regno avessero corrisposto con maggior prontezza al pagamento de' donativi fatti al Re, comandò, che in ciascheduna d'esse si fosse fatto il nuovo Catasto (così chiamano il libro, dove si notano gli averi de' sudditi) con deputarsi un Ministro del Tribunal della Camera, acciocchè l'esazione si fosse regolata con la guida di esso, e ciascuno avesse portato il peso a misura delle sue forze.

Gli sbanditi pure in questo nuovo anno 1644 vie più che mai infestavano le Province, inquietavano i Popoli e disturbavano il traffico; nè bastando le genti di Corte a far loro argine, fu duopo al Medina spedire il Principe della Torella D. Giuseppe Caracciolo con titolo di Vicerè Generale della Campagna, per reprimere le loro insolenze.