CAPITOLO III. Governo di D. Antonio Alvarez, Marchese d'Astorga molto travaglioso ed infelice per li disordini, ne' quali trovò il Regno e molto più per le rivoluzioni accadute in Messina.

Giunto il Marchese d'Astorga in Napoli trovò la città, non solo per la grande penuria di grani, ma tutta sconvolta per li continui delitti, e sopra ogni altro per li furti, che di continuo si sentivano in ogni angolo. Applicò per tanto i suoi pensieri a proccurare, che fossero introdotti in Napoli, non pur dalle province, ma da altri più remoti paesi, copiosi viveri, sicchè soddisfece alla brama de' popoli e restituì nel Regno l'abbondanza. Ma con tutto che praticasse estremi rigori, non fu possibile (cotanto per la dissoluta disciplina del passato Governo era la gente divenuta ribalda) d'estirpare i furti e molto meno impedire le continue scorrerie de' banditi, che commettevano in campagna. Scorrevano insino alle porte di Napoli, svaligiavano i procacci, saccheggiavano le Terre, empivano le campagne di omicidj, ruberie e stupri; e campeggiando con molta baldanza, di continuo acquistavan seguito, ed ingrossavan di numero. Il Vicerè, valendosi de' consueti rimedj, rinvigorì gli animi dei Presidi provinciali, premurosamente incaricando loro che dandosi mano badassero unicamente ad estirpargli. Ne fu fatta molta strage e non fu picciol guadagno essersi tolto dal mondo il più pernizioso fra i loro Capi, il cotanto rinomato Abate Cesare. Ma non per ciò, a guisa d'idre, non ripullulavano, e negli Apruzzi spezialmente, per dove fu costretto il Vicerè spedirvi cinque compagnie di Spagnuoli, non solo per abbattere la loro insolenza, ma anche perchè, sospettandosi, che avesser potuto ricever fomento da Roma dall'Ambasciador di Francia, si vegghiasse ad ogni novità, che con tal appoggio potesser questi ribaldi promuovere. Egli è però vero, che per le sollevazioni accadute poco da poi in Messina, si tolse un buon numero di costoro dal Regno, ai quali fu conceduto dall'Astorga il perdono, per andare a servire il Re in Sicilia, dove diedero pruove di gran valore, cancellando con ciò in gran parte le colpe della vita passata. Gli altri, che vi rimasero, essendosi poi sempre più moltiplicati, continuarono nella lor contumacia: perchè l'estirpamento totale d'una così dannosa semenza, l'avea il cielo riserbata a più esperta e gloriosa mano.

Non furon soli questi disordini, che resero travaglioso il governo del Marchese; perchè all'angustie, nelle quali trovò il Regno, per la fame, per li ladri e per questi ribaldi, se ne aggiunse un'altra più fastidiosa, qual fu quella delle monete, ridotte a questi tempi a stato si miserabile, che non avean d'intrinseco valore la quarta parte. La radice di questo male era antica, e quella stessa, che cagionò l'abolizione delle zannette in tempo del Cardinal Zapatta; dal quale quantunque si fosse fatta coniar la nuova moneta, e si fossero imposte gravissime pene a coloro, che avessero avuto ardimento di ritagliarla, o falsificarla; ad ogni modo l'avidità del guadagno faceva vilipendere ogni qualunque severo castigo. Era il numero de' tosatori, e falsificatori cresciuto in guisa, che sino nelle case di persone di qualità furono trovati ritagli, ed ordegni per conio delle nuove; e pubblicossi, che alcune donne di non volgare condizione, si fossero parimente mischiate in questo esercizio. Ne fu scoverta in Napoli un'intera compagnia, e nella provincia di terra d'Otranto ne furono indiziati moltissimi. Pose il Vicerè ogni cura per estirpargli; molti scoverti furon fatti morire su le forche, alcuni sostennero lunghe prigionie, ed altri ne ottennero il perdono: ciò che diede ansa a' detrattori ed ardire d'affermare, ch'era stata loro salvata la vita, ma non già la borsa. Altri ancora si sottrassero da' condegni castighi, chi schermendosi col privilegio del chericato, chi coll'immunità delle chiese, e chi con la fuga dal regno. Per dar riparo a mali sì gravi, cominciò il Vicerè a pensare alla fabbrica d'una nuova moneta, la quale non avesse potuto nè falsificarsi, nè ritagliarsi. Si pose l'affare in consulta, e se ne fecero più discorsi, ma non ebbero alcun effetto; perchè la gloria d'un così magnanimo fatto stava pure riserbata ad un più fortunato Eroe.

Pure i Turchi vollero avere la lor parte in tener travagliato l'Astorga; poichè scorrendo per le marine del Regno, posero gente in terra nella provincia di Bari, dove nel mese di giugno di quest'anno 1672 fecero schiavi 150 poveri contadini, che mietevan vettovaglie. E nel mese d'agosto fur vedute nel Golfo di Salerno sette galee di Biserta, che andavan depredando i nostri legni. Nel seguente anno, nelle marine di Puglia fecero notabilissimi danni, spezialmente nella terra di S. Nicandro, nella quale ridussero in cattività molti contadini; tanto che per reprimere i loro insulti, fu costretto il Vicerè a spedir ivi tre compagnie di cavalli, ed a mandare la squadra delle nostre galee a scorrere i mari dei Regno.