109. Il Genoino fu creato Proeletto con biglietto del Vicerè dei 7 aprile e prese possesso agli 8 dello stesso mese nella sua piazza in S. Agostino, Giuliani Ms. cit. f. 21. Si disse che per avere una tal carica, avesse pagato 8000 ducati. Relacion de lo Arcobispo de Capua dirigida al confesor de su Magestad in Madrid nei Successi cit. III 369. Egli nell'anno antecedente già una prima volta era stato a' 2 maggio nominato ad una tal carica; ma la sua nomina per alcune irregolarità, con decreto del collaterale de' 17 luglio dello stesso anno, era stata annullata. Le copie del biglietto di nomina e di questo decreto trovansi nel Ms. cit. Successi varii III, f. 406, e nel Giuliani, f. 19.
110. Anche in maggio 1585, allorché la sollevazione della plebe pareva che non avesse altro motivo se non l'abbondanza ed il buon mercato del pane, il popolo, come dice un ambasciatore veneto, “si lasciò intendere voler l'osservanza di taluni privilegi toltigli, e fra gli altri avere cinque voci la sua piazza sola da bilanciare le cinque de' nobili„. Mutinelli, Relazioni, II, 148.
111. Summonte, Hist. di Nap. I, 135, 144, 157; Capaccio, Il forestiero p. 780; Tutini, Dell'origine e fondazione dei Seggi di Napoli p. 240 ecc. — In una lettera del 12 luglio 1650, che trovasi trascritta nella copia del Racconto della sollevazione di Napoli, (V. Notizia sopra citata) la quale già conservata dal fu mio egregio amico abbate d. Vincenzo Cuomo, ed ora trovasi nella Biblioteca Municipale, il Tutini si lagna di essere stato “perseguitato dalli napolitani et in particolare dalli nobili, li quali, dice egli, sopportar non potendo quello stampai cinque anni prima de' Seggi et in particolare del popolo di Napoli, hanno sempre cercato di volermi malignare.... e, nelli sollevamenti della plebe, presero occasioni di opprimermi, et tentarono calunniarmi.... et in particolare il figlio del reggente Latro, detto don Diego, lo quale per tutti li puntoni di Napoli, andava con li libri delli seggi in mano, dicendo che io era stato causa collo predetto libro, di far sollevare il Popolo..... Inoltre, vedendo questo vuoto di effetto, mandarono un giorno in Sant'Agostino a gridare che io era quello che andava fomentando per Napoli prima che venisse l'armata del signor D. Giovanni, mandarono un tale di casa Montagna al popolo, in pubblico con dire che io l'avea fatti; e questo fu nella festività del mio gran protettore S. Gennaro, poichè alcuni sacerdoti che si ritrovarono presenti, mi difesero con la verità e me lo riferirono la mattina stessa del santo, dentro l'Arcivescovato. — Inoltre, essendo venuto quello scellerato del Duca di Ghisa, che fecero! Vollero tentare due vie per farmi morire: la prima con persuadere don Agostino Naclerio, ed il popolo che io diceva male del Duca, e l'altra che io aveva scritto una lettera all'ambasciatore di Francia.... cosa che neanche mi era passata per la mente.... acciò se non pigliava per la strada del Duca, fossi inconfidente del re Cattolico. Dissero dippiù che io aveva intorbidata la pace. Colui che fu autore di questo fatto fu uno scellerato sacerdote apostata, che, avendo buttato l'abito sacerdotale, vestiva da secolare e fu Maestro di campo del popolo di Napoli. Intendo abbia pagata la pena delle sue scelleraggini. Dissero finalmente che io aveva fatto uno scritto contro il Popolo e contro altre genti, quale non si è veduto mai, ecc. Camillo Tutini — Die 12 Julii Millesimo sexcentesimo quinquagesimo„. Racconto ecc. f. 88 v. — Il Tutini accusato presso il duca di Guisa di aver scritto la lettera contro di lui all'ambasciatore di Francia, di cui sopra egli stesso fa cenno, per evitare la sorte toccata ai suoi compagni Salvatore di Gennaro, ed Antonio Basso ai 17 gennaio 1648, si rese latitante, ed indi fuggì a Roma, ove tra il 1666 ed il 1667 morì. Il fatto taciuto o poco esattamente narrato dagli altri storici e dallo stesso Capecelatro, trovasi diffusamente riportato nel Racconto del Verde al detto dì 17 gennaio.
112. Nota Electorum t. III. f. 135 nell'Arch. municip. Ivi ai 9 aprile è segnato “Giulio Genoino„ ed in margine si nota: Questa mattina pigliò possesso dell'Elettato popolare.
113. Si trova memoria de' Compagnoni in Napoli fin dal secolo XV. Nel 17 febbraio 1495 saputosi l'arrivo di Carlo VIII nelle vicinanze di Capua e la perdita di quella città, Napoli si levò a rumore, perchè come dice il Passaro (Giornale f. 66), andaro con tutti i gentiluomi certi ruffiani et compagnoni a sacchiare li Judei (Cf. Diurnali di Giacomo Gallo p. 12). In seguito, il vicerè d. Pietro de Toledo (1532-1552) cercò di estirpargli della città, vietando con pubblico bando che nessuno andasse in quadriglia, e parve infatti che cessassero (Miccio, Vita di Pietro di Toledo nell'Arch. Stor. It. IV, p. 18). Ma i Compagnoni ripullularono ed erano numerosi nel secolo XVII. Di loro parla lo Zazzera narrando questi avvenimenti, ed Innocenzo Fuidoro nei Successi storici della sollevazione del 1647, di cui ho fatto cenno nella Notizia sopra indicata n. 4. Costui di Onofrio Cafiero dice che vivea “da compagnone di vilissimo valore, habile ha far male, di pessima vita, come sono tutti quelli che si chiamano volgarmente compagni (compagnoni)... e si aveva vendicata opinione di guappo alla spagnuola, et smargiasso alla napolitana„ f. 23. Quindi, nel dialetto, un tale appellativo si usò come sinonimo di bravaccio, e faceva lo compagnone, dice Fasano nella Gerusalemme XIII. 20. V. pure II, 15.
In processo di tempo, forse dalla loro frequenza nelle case di giuoco, e specialmente nella baracca o casa che stava innanzi Palazzo chiamata la Camorra, anzichè dalla forma di una sopravveste, che fin dal secolo XV pure Camorra dicevasi (Notar Giacomo, Cron. p. 168), i compagnoni presero il nome di Camorristi, senza lasciare l'antico che tra loro (V. Marc Monnier La camorra p. 58 ed altrove) tuttora ritengono.
114. Il biglietto del Vicerè del 12 maggio colla lista del nuovi capitani nominati si trova nel Giuliani della Biblioteca Nazionale al f. 39 v. — Negli Avvertimenti et ragioni in facto, da dirse et informare sopra li capi che s'imputano a Giulio Genoino pro eletto del popolo, come nella sua pretensa inquisizione si legge: che, nello scrutinio della elezione essendo approbato Orazio Rega, il Duca elesse Francesco Antonio Arpaia, persona dimandata con grande istanza dal marchese di Trevico, tanto al segretario del Vicerè, Urive, quanto ad esso Genoino. Successi cit. f. 409.
115. Zazzera O. c. f. 573. Cf. Capecelatro, Diario del 1647, I.
116. Capaccio, O. c. p. 526 e Zazzera in varii luoghi.
117. V. Cautele vol. VI f. 219 nell'arch. Municip. Cf. Arch. Stor. It. IX p. 264, n. 51; ma qui erroneamente è notato l'affitto per ducati 100,000.
118. Relazione dei 22 Marzo 1619 nell'Arch. Stor. It. IX, 231, 64 Zazzera, Op. cit. 553, 315.
119. Conclusioni della piazza del Popolo de' 18 maggio 1620, riferite nel Ms. del Giuliani f. 22 e Sententia forjudicationis ivi f. 78 Cf. Capaccio Op. cit. p. 531.
120. Nel vol. Praecedentiarum VI, f. 111 a 13 (n. 132 nell'Archivio municipale) è registrato quanto dagli Eletti nobili praticossi in questa occasione il che è opportuno riportare qui in compendio. Ivi dunque si narra, che essendosi inteso esser venuto a Procida a...... del mese di...... il nuovo Luogotenente Card. Borgia, gli Eletti nobili decisero notificare alle Piazze che facessero l'elezione degli ambasciatori e del Sindico. Le quali elessero ad ambasciatori Antonio Caracciolo per Capuana, Carlo Brancaccio per Nido, Cesare Rocco per Montagna, Matteo Serra per Porto, ed Annibale Capuano per Portanova, perciocchè quello del popolo Giulio Genoino non vi si volle ritrovare, tuttochè fosse stato chiamato. D. Bernardino di Cardines fu eletto per Sindaco della piazza di Nido, cui toccava.
Ai 21 Maggio 1621 gli ambasciatori si radunarono in S. Lorenzo e fecero parità di voti nel nominare chi doveva esporre la ambasciata, tra Cesare Rocco ed Antonio Caracciolo; ma poi riunitisi di nuovo a' 23 convennero in Antonio Caracciolo, mancandovi il Brancaccio, andato già a Procida.
Ai 29 detto mese il Duca mandò nel Tribunale di S. Lorenzo D. Michele Vergara, regio usciere, a dire che si facesse il ponte per l'entrata del Borgia. Non si trovarono gli eletti perchè dai 18 non erano più venuti nel Tribunale. L'ambasciata fu fatta a Scipione Mazzuola, portiere delle Deputazioni straordinarie.
Ai 24 domenica dopo pranzo, gli ambasciatori si riunirono in S. Maria la nova, e, non avendo potuto avere la galea, andarono per terra fino a Pozzuoli, e poi a Procida. Indi, fatto intendere al Cardinale pel segretario della Città ch'erano giunti quivi, e che trovavansi nel monastero di S. Margherita fuori la terra, venne loro incontro l'usciere maggiore sino alla metà della strada, e così andarono a Palazzo, dove furono ricevuti con suono di trombe e festa grandissima. Il Cardinale dal baldacchino, sotto il quale si trovava, venne loro incontro sino alla metà della camera, e poi stette in piedi vicino ad un buffetto. Il Caracciolo espose l'ambasciata e disse tra l'altro che i Napoletani dal “continente avevan distese le braccia dell'affetto sino a quell'isola per ricevere la persona del Cardinale, e che non ritrovandosi per la strettezza del tempo preparato il ponte solito farsi nella venuta del vicerè, havrebbero i medesimi cittadini disteso i proprii petti per riceverlo con quella riverenza et affetto, che li conveniva„.
Dopo ciò che l'imbasciatori presentarono la lettera degli Eletti, e furono con grande cortesia accomiatati, rientrando indi di nuovo ad uno ad uno per farsi conoscere.
Ai 27 mercoledì mattina anche gli Eletti andarono a complimentare il Cardinale, e furono nello stesso modo ricevuti ed accomiatati.
Ai 3 Giugno, mercoledì, gli Eletti, senza il Sanfelice, perchè trovavasi malato, e senza quello del popolo, perchè il Genoino ripugnava, ed il Grimaldi aveva avuto biglietto che andasse a servire nella Summaria, andarono a Procida a dare il consueto giuramento. Quindi nel palazzo del marchese del Vasto in una galleria, verso 20 ore, insieme con alcuni signori del Collaterale di toga di spada ed altri ministri regi si diede il giuramento. E prima il sig. Reggente Giordano lesse la patente, poi parlò il sig. Marco Antonio Muscettola per Montagna, cui toccava, il quale protestando la fedeltà della Città e Regno supplicò la sua S. Ill.ª che secondo il solito, e giusta i privilegi della città, giurasse di osservare e far osservare i privilegii, capitoli e grazie. Allora il Cardinale ponendo le mani sopra un messale apparecchiato dal regio usciere disse: Io giuro di osservare e di fare osservare a questa fedelissima Città e Regno tutti i loro privilegii, gratie, et capitoli conceduti loro finoggi. Ciò finito, il Cardinale vestitosi con celerità s'imbarcò per Napoli, sbarcando a Posillipo e n'andò a dirittura nel Castelnuovo, ove entrò ad un'ora e ½ o due di notte. La mattina per tempo, si cominciò una delle maggiori allegrezze che si fosse mai fatta per Napoli.
121. Zazzera nell'Op. cit. p. 575.
122. Questo voto che si legge nel libro Votorum t. II f. 33, del nostro Archivio municipale, è il seguente; “A dì 18 Maggio 1620 io Giulio Genoino, eletto di questo fedelissimo Populo dico che essendomi conferito con alcuni deputati de detta mia fidelissima Piazza, nel tribunale di Santo Lorenzo, dove ho trovato gl'infrascritti signori delle infrascritte piazze, ciò e per Capuana Francesco Figliomaria (sic); per Porto Pietro Macidoni; per Montagna Marcantonio Musceptula; per Nido Scipione Dentice; per Portanova Matteo Capuano, avanti li quali ho fatto leggere una protesta per mano di notare Francesco Romano, et quella stipulata in presentia delli detti signori, et per ultimo per molte giustissime cause si è dimandata la dissunione del Populo da detta nobiltà, come appare in detta stipulazione, fatta questo medesimo giorno„.
123. Avvertimenti et ragioni ec. sopra cit. f. 410.
124. Lettera degli Eletti della Città al Re, del 19 Maggio 1620, stampata dallo Zazzera, Arch. Stor. t. cit. p. 576.
125. Questi capi di accusa mandati al Re contro il duca di Ossuna, e distinti in Governo di giustizia, in Governo del regno, et alloggiamenti, nel Governo della Città, in Azienda reale et religione si leggono integralmente in Giuliani, Cose Varie f. 54 ed in compendio presso lo Zazzera, p. 572.
126. Le licenze ai Suggici da' 30 maggio a' 3 di giugno sono firmate dal solo Genoino. Divers. XIII, f. 114; (N. 1394, A, M.) — Gli eletti nobili affermano che egli fosse anche messo in possesso di molti arrendamenti della città, esigendo e disponendo tutto da sè solo. Lettera al re, presso lo Zazzera, p. 579.
127. “In questo dì del 18 arrivò di Spagna il Dottor Carlo Grimaldi, e la mattina del terzo dì seguente fu dichiarato che rinunziava al suo elettato et durò per alcuni giorni che tornò il Genoino„. Nota Electorum, III, f. 137 v. Il Grimaldi mandato alla regia Camera, non accettò l'ufficio e si ritirò nel convento del Carmine. Zazzera, p. 589.
128. Il viglietto della Piazza di Giudice Criminale in persona di Giulio Genoino de' 20 maggio 1620 con l'attestato del Reggente della Vicaria del possesso preso, dal suo originale, che era tra le scritture state presso i nipoti di esso Genoino, trovasi trascritto nel vol. III, de' Successi f. 406 mihi. Zazzera, Op. cit. p. 587. Negli Avvertimenti et ragioni (§) 5 si nota dal Genoino, che egli fu fatto la seconda volta Eletto con viglietto de' 28 maggio 1620, e che a' 29 detto, dopo mangiare, andò solo nel Tribunale di S. Lorenzo, et sedendo insieme con tutti gli Eletti nobili quietamente et pacificamente si diede la possessione al signor D. Giovanni d'Avalos all'ufficio di Grassiere come consta da detto atto di possessione. Si aggiunge che egli non mancò di mostrar sua buona volontà... poichè per quattro giorni continui, andò a sedere nel solito Tribunale di S. Lorenzo, ma essi nobili... non volsero continuare a venire più in detto Tribunale„. Successi, t. III, 410 v.
129. Questo manifesto è pubblicato nello Zazzera, Op. cit. p. 591.
130. I capi delle riforme proposte dal Genoino si leggono stampati con lo Zazzera nel cit. Arch. Stor. It. t. IX, p. 593, n. 375. — Il Genoino voleva farli stampare per diffonderli nel popolo, ma il tipografo non volle eseguir ciò senza il permesso del Collaterale (p. 596). — Inoltre gl'intendimenti del popolo sono alquanto più ampiamente manifestati in una lettera del medesimo Genoino agli Accademici Oziosi, trascritta dalle carte di lui nel vol. III, de' Successi del Duca d'Ossuna f. 403 v. che credo util cosa interamente riportare in Appendice al n. 1.
131. Così narra lo Zazzera, p. 549, ma il Genoino nella propria Difesa afferma che si facesse la conclusione almeno di supplicare il Re a lasciare il Duca d'Ossuna nel Governo del Regno. Successi cit. III, f. 414 e 416 v. — L'Ardizzone nell'Esamina o Interrogatorio fatto al Genoino, carcerato in Ispagna, a' 3 e 9 Agosto 1620 è chiamato da lui suo emulo. Giuliani, f. 177 v. mihi.
132. Era con editto stabilito che non si potesse gridar: serra serra; e che contro quei che a tal editto contravvenivano procedesse la G. Corte della Vicaria ad horas. De Santis, Codice delle leggi del r. di Nap. XII, p. 251. — Negli Avvertimenti cit. il Genoino nega di aver avuto parte a questi tumulti, anzi dice che nel 28 maggio uscì solo per le strade della città a persuadere i cittadini che aprissero le botteghe e le case, f. 411.
133. Zazzera, p. 598. Mi piace riportare in Appendice al n. 2 un documento assai importante sul proposito, che leggesi nel Giuliani, f. 252. Esso è una lettera dell'Eletto e della piazza popolare a D. Baldassarre Zunica, presidente del Consiglio d'Italia, la quale ci dimostra, come le lagnanze e le aspirazioni del popolo esposte dal Genoino non erano già per particolari suoi fini esagerate.
134. Zazzera, p. 603. Secondo leggiamo nel citato vol. Praecedentiarum, al f. 114 v. “A' 14 Giugno, la domenica verso sera il duca d'Ossuna si imbarcò in una squadra di 6 galee per Spagna, lasciando in Palazzo sua moglie„. Il Genoino nei primi giorni si “salvò nelle camere della Viceregina.„ Lettera di un cavaliere del governo della città a Giov. Francesco Spinelli in Giuliani, f. 32. Nella copia Ms. dei Giornali dello Zazzera, posseduta da me, al dì 14 giugno si notano coloro, che furono carcerati pei passati tumulti, tra i quali cinque parenti stretti del Genoino, e coloro, che furono forgiudicati, tra i quali Giulio ed Antonio Genoino, e Francesco Antonio Arpaja. Si nota pure che furono confiscati e venduti i beni di esso Genoino. Non si tenne conto del guidatico o salvacondotto, che egli aveva avuto dal Duca di Ossuna, copia del quale si legge a f. 70 del Giuliani. Sembra anzi che fosse stato posto un taglione sul suo capo, come può congetturarsi da una lettera degli Eletti dei 15 ottobre 1620. Litterar. VII, f. 2: v. nell'arch. Municipale.
Da ultimo nella stessa copia Ms. dello Zazzera ai 6 agosto si narra che il Card. Borgia fece carcerare da 300 uomini popolari, la maggior parte del Mercato, per aver essi parlato licenziosamente del dottor Carlo Grimaldi, Eletto del popolo, sopra le cose della grassa; quali stettero così carcerati per parecchi giorni, e finalmente furono liberati con molto lor danno.
135. Basile, Pentamerone, I, 136; Le muse napolitane, II, p. 328, Cortese, Opere, II, p. 233, 234.
136. Basile, Pentamerone, I. 130.
137. Cortese, Opere, I, 90; II, Pref. III, 142; Basile, Pentam. II, 118; Sgruttendio, La Tiorba a taccone, p. 27.
138. Basile, Pentam. I, 253; Cortese, II, 98 e 99; Valentini, La meza canna, p. 23.
139. Cortese, II, 7; Sgruttendio, Ivi p. 30.
140. Celano, Notizie ecc. della città di Nap. Giorn. IV, p. 292 ediz. del Chiarini; Santillo Nova, La Sporchia ncanzone, p. 210.
141. Cortese, I, 245; Sgruttendio, p. 14 e 53; Fasano, Gerusalemme Liberata, I, 42.
142. Sgruttendio, p. 53 e 187.
143. Capecelatro, Diario, III, 315.
144. Basile, Pentam. I. 365.
145. Cortese, Vajasseide, e Tardacino (Bartolomeo Zito) Annotaz. II, p. 76 e 88.
146. De Stefano, Luoghi sacri di Napoli p. 46.
147. Summonte, Hist. di Napoli, I, p. 279. Acta visit. paroch. minor. ab. arch. Annibale de Capua a 1580, f. 455.
148. Celano, O. c. IV, 218; D'Ambra, Descriz. Napoli II, p. 394.
149. Fino al 1844 generalmente dubitavasi dei luogo della nascita di Masaniello. Alcuni lo dissero napoletano senza più, non dichiarando se era tale, perchè nato in Napoli, oppure in altro luogo del Regno. Altri lo dissero nato nella nostra città, nella piazza, o ne' vicoli del Mercato. I più lo credettero amalfitano, donde avrebbe tratto il cognome che, da taluno anche contemporaneo (V. Balthas. Bonifacii Historia ludicra, Ven. 1652 p. 746 e ss.), senza alcun fondamento si affermò esser Maia o di Maio. E così su questo e sul nome, che egli cangiò in Tomaso Angelo il detto Boniface poetava a p. 748 della detta opera.
Nominis omen habet, pelagoque profundior alto
Maximum hic Thomas grandis abyssus erat.
Angelus ut verbo, factis sic Angelus ipsis
Nescio quid majus vir fuit ipso viro.
Gente satus Maja, solers, subtilis, acutus
Ingenium alipedis nactus et ipse ei est.
Quid mirum quod tam velox hinc avolet? alas
Dat sous huic genitor, quo celer astra petat.
Ma, nel 1844, l'egregio abbate d. Vincenzo Cuomo ed il signor Emmanuele Palermo, diligentissimi investigatori delle cose nostre, tolsero ogni dubbiezza su tal proposito. Essi rinvennero ne' registri della Chiesa parrocchiale di S. Caterina in Foro magno non solo la fede di nascita del medesimo, che ho riportata testualmente nel racconto, ma anche le fedi del matrimonio suo e de' suoi genitori, non che quella della sua morte e della nascita di sua sorella Grazia e di un fratello, Antonio, che dovette morire pria del 1647, non trovandosi di lui menzione alcuna ne' fatti di quello anno. Poco dopo tutte queste fedi furono pubblicate dal chiarissimo cav. Luigi Volpicella, in un suo erudito discorso Della patria, famiglia e morte di Masaniello di Amalfi nel vol. III degli Atti dell'Accademia Cosentina, ed indi ripetute nella 2.ª edizione della Storia Napoletana dell'anno 1647, scritta dal fu chiarissimo Michele Baldacchini.
150. “A 18 Febbraio 1620, Francisco, alias Cicco d'Amalfi et Antonia Gargano, ambi napolitani che habitano al Carmine, servatis servandis iuxta formam del S. C. T. et i riti della nostra Corte, ambi sono stati ingaudiati in casa per me Don Giovanni Matteo Peta, paroco, con decreto di Monsignor Vicario Generale, e vi furono presenti Andrea di Rossi, Agostino Ceratolo, Salvatore Lizzibelli, e Giovan Battista Cacuri, don Olimpio Siciliani et altri„. Registri della Chiesa Parrocchiale di S. Caterina in foro magno. Libro V dei matrimonii, f. 89 n. progressivo 16. — In un poemetto scritto a forma di lettera in dialetto napoletano ai 10 agosto 1647, di cui conservo copia, dicesi: No cierto Masaniello pisciavinolo, Figlio de no Ceccone.
151. “Addì 29 Luglio 1625, Bernardina, figlia di Pietro Pisa et Adriana de Satis è stata battezzata da me D. Giovan Matteo Peta et levata dal sacro fonte da Prutentia Calenda, avanti al Carmine„. Reg. cit. Lib. XII dei battezzati, fol. 151 n. 183.
152. Basile, Le Muse napoletane II p. 287 e 305.
153. Basile, Pentam. I. 365; Cortese, II. 50 e 99.
154. Cortese Annot. del Tardacino, II. 155.
155. Basile, Le Muse Napol. II 288.
156. “Essendosi fatte le tre denunzie ne' tre giorni festivi continui, cioè a' 27 Gennaio, 2. 19 febbraio 1641, inter missae parrocchialis solemnia et non essendo scoperto alcun impedimento, io abbate don Giovan Matteo Peta, per me interrogato in chiesa Tommaso Aniello di Amalfi et Berardina Pisa napolitani, dicti habitano a questa parrocchia, et avuto il loro mutuo assenso, servata la forma del S. C. T. et decreto di Monsignor Vicario Generale, con lo quale despenza etiam al bimestre elasso, l'ho solennemente conjunto in matrimonio per verba de praesenti et vi furono presenti Domenico de Satis, napolitano, figlio di Nuncio, di questa parrocchia, Giovan Battista Pisa, napolitano, figlio di Scipione, di questa parrocchia; Domenico d'Alessandro, napolitano, figlio di Vincenzo, di questa parrocchia et Clerico Andrea Catone, et altri„. Reg. cit. Lib. VII dei Matrimonii f. 3 n. 18.
157. “Grazia Francesca, figlia di Francesco d'Amalfi, et Antonia Gargano, è stata battezzata da me don Giovan Matteo Peta et levata dal Sacro Fonte da Geronima Esperta, al vico Rotto„. Reg. cit. Lib. XII de' battezzati. f. 69 n. 98. — “A' 27 Cennaio del 1641 precedenti le tre debite denunzie ne' tre giorni festivi consecutivi, 6, 13, 17 gennaio 1641, inter missae parrocchialis solemnia, et non essendo scoperto alcun impedimento, io Abbate Giovan Matteo Peta, parroco, ho interrogato in chiesa Cesare di Roma, di Gragnano, e Grazia d'Amalfi napoletana, ambi non ancor casati, habitanti al Vico Rotto al Lavinaio, et havuto il lor mutuo assenso secondo la forma del S. C. T., con decreto di Monsignor Vicario Generale, l'ho solennemente riuniti in matrimonio per verba de praesenti, et vi furono peresenti Thommaso Aniello d'Amalfi, napolitano, figlio di Francesco di questa parrocchia, Giuseppe Giannattasio, napolitano, figlio di Raimondo, di questa parrocchia, Agostino Brancaccio, napolitano, figlio di Battista, di questa parrocchia, clerico Andrea Catone et altri„. Reg. cit. Lib. VII dei matrimonii, f. 2.
158. “Ai 26 maggio 1625 Giovan Battista figlio di Francesco di Malfa et Antonia Gargano è stato battezzato da D. Sebastiano Zizza, et levato dal sacro fonte da Geronima Composta al Lavinaio„. Reg. cit. lib. XII dei battezzati, f. 125.
159. Pollio, Ms. cit. f. 74: Racconto o Diario Ms. p. 237; Capecelatro, Diario II, 40; ec.
160. Basile, Le Muse napol. II, 288.
161. Le villanelle erano canzoni dettate sì in italiano, come nel dialetto, le quali sin dal secolo precedente avevano acquistato tanta fama che si desideravano e si ripetevano anche nei paesi stranieri. Il Costo, dal quale ricavo questa notizia, riporta pure il principio di alcune di esse, come: Napolitani non facite folla ec. Ssi suttanielle, donna, che portate ec. e accenna al pensiero di altre, come quella del trasformarsi in pulice per mozzecar le gambe alla Signora. (Fuggilozio p. 137). Certo la fama, di cui le villanelle godevano, era dovuta alla musica, da cui eran vestite, anzichè ai pregi del loro concetto o della loro forma poetica. Esse, come alcune altre canzoni di diverso metro, si accompagnavano al ballo, il quale allora ne prendeva la denominazione, ed era di moda in Francia, e nel Belgio nella fine del secolo XVI, Mémoires de l'acad. de Brux. VIII, 16. — Le canzoni in voga nel tempo, di cui trattiamo, sono accennate dal Basile, dal Cortese e dallo Sgruttendio.
162. Varie specie di ballo in uso a quel tempo sono indicate dal Basile Pentam. I, 237, e 369. Alla Spallata accenna il Cortese I, 89. Le cascarde erano canzoni che si sposavano al ballo. Delle cascarde: Pordenzia, madamma la zita ecc. parla il medesimo Cortese II, 146. Cf. De Ritis, Voc. Nap. in v.
163. V. Pragm. XX. De vectig. 10, 11, 12, 14, 16 ec. t. IV p. 138-156 ediz. Cervone; Parrino O. c. II, 266.
164. Il Monterey quasi nello stesso spazio di tempo prese ben 43 milioni di ducati, dei quali solo 17 girono a pro del re. Capecelatro, Annali, p. 45. Cf. Una seconda congiura di Campanella del ch. De Blasiis, nel Giornale Napol. p. 433 e s. — Les deux Siciles, scriveva il marchese di Fontenay, ambasciatore del re di Francia a Roma, nel 1648, sont les meilleures Indes qu'ait le roi catholique. Dispaccio del 7 gennajo 1648. Le duc de Guise à Naples p. 24.
165. Bisaccioni, Historia delle guerre civili di questi ultimi tempi, Ven. 1644 V. II, p. 112; Brusoni, Stor. d'Ital. XV, 444.
166. Arch. Stor. It. IX p. 324
167. Donzelli, Partenope liberata p. 16.
168. Fede del tenente del Castel S. Elmo di esser morte 27 persone per aver mangiato pane fatto colla farina della Città, 1629. — Cautele, vol. XXV, f. 246-248 nell'Arch. Munic.
169. Nella pramm. 15 tit. de Aleatoribus del 1735 tra le case dei giuochi dei dadi, che si permettono, essendosi dismesse le altre, si nota la Camorra innanzi Palazzo. Pragm. t. I. p. 118.
170. Donzelli, Op. cit. p. 18; De Santis, Storia del tumulto di Napoli p. 26.
171. Un bando del duca di Medina dei 24 luglio 1638, confermato dal duca d'Arcos ai 15 marzo 1646, affinché ad unguem si osservasse ed eseguisse, prescriveva che “non si dovesse introdurre dentro la città quantità alcuna di pane, farina ec. per minima che fosse senza aver pagato prima il debito diritto... sotto pena... alle donne... di anni 3 di esilio extra provinciam, e che ritrovato alcuno in flagranti di un tal contrabbando si dovesse assicurare della persona e della roba ec.„ Pramm. 50, tit. De vectig. t. IV, p. ?...
172. Donzelli, O. c. p. 22; De Santis l. c.; De Kussan, Histoir. de la révol. de Naples I, 55.
173. Istoria del tumulto di Napoli del Mag. Bernardo Ricca. U. I. D. dalli 7 luglio 1647 sin alli 6 aprile 1648 Ms. presso di me, monco della fine f. 160. (Questa istoria fino all'agosto 1647 è simile a Tontoli); Racconto cit. Ms. agli 8 luglio; Della Monica Op. cit. Ms. f. 27; Donzelli I. c., Capecelatro, Diario I, 32; De Santis Op. cit. p. 49; Nicolai, Op. cit. p. 39; De Turri, Dissidentis, desciscentis, receptaeque Neap. libri p. 55, ed. Gravier.; Giraffi ecc.
174. In quei tempi, allorchè usciva qualche giustizia dal tribunale della Gran Corte della Vicaria, dopo il trombetto ed il banditore che annunciava il delitto e la qualità della morte, andava, come ci fa sapere il Summonte, un gran stendardo chiamato Pendone di color rosso colle insegne reali e con quelle del Gran Giustiziere del regno, il quale precedeva il condannato assistito dalla compagnia dei Bianchi. Hist. di Nap. I, 177; Del Tufo, Ragionamenti cit. Ms. rag. V. Questo costume imitavano i lazzari. Racconto cit. agli 8 luglio.
175. I bazzareoti erano e si dicono ancora i venditori ambulanti di commestibili.
176. Capecelatro, Diario, III, 273. Tra la ricchissima nomenclatura d'ingiurie, che ha il dialetto napoletano nelle opere scritte prima del 1647 non si trova mai il vocabolo Lazzaro. Esso fu introdotto in quella occasione, e fu dato a tutti i plebei sollevati di qualunque paese o regione fossero. Così il Buragna chiama i tumultuosi di Palermo lazzari di Sicilia, p. 8: il Valvasor che in un Ms. posseduto una volta dal Conte di Policastro tratta dell'assedio posto a Sorrento nel 1647-48 dai plebei del contado, nomina costoro lazzari del Piano, e così via discorrendo. Mal si apposero dunque quei che derivarono una tale denominazione da un fondaco del Mercato, che dalla famiglia cui apparteneva, si sarebbe detto dei Lazzari. (Racconto f. 209).
177. Racconto agli otto luglio; Giornale storico dei tumulti popolari e dei loro eventi accaduti e delle pene dei delinquenti da luglio 1447 per li 16 gennaio 1652, f. 6. Ms. presso il ch. D. Gennaro Aspreno Galante. L'A. testimone di veduta sembra essere uno scrivano o certo persona del foro. Cf. pure il Polito al f. 309.
178. “Tutte le mondiglie di oro e di argento che si poterono colligere dalle ceneri di que' mobili furono donati alla chiesa di S.ª Maria delle Grazie alla Pietra del Pesce„. Campanile, Diario, f. 7. Il danno secondo il Della Monica, ascese a più di 15,000 ducati. Ms. f. 27.
179. Diario Anonimo del 1647, f. 20 mihi.
180. Pollio, Op. cit. f. 34.
181. Giuliani, f. 77. La sentenza dl fuorgiudica leggesi pure nel Capaccio, Forestiero, p. 531.
182. Le petizioni del Genoino al Re per essere abilitato, come allora dicevasi, si trovano nel Giuliani fol. 81, e la copia della commissione fatta all'Alarcon ne' Successi varii, T. III, fol. 407. Nel f. 45 del T. II che trovasi nella Bibl. Naz. vi è l'allegazione di un tal Giov. Francesco Castaldi in difesa del Genoino così intitolata: De jure pro U. I. D. Julio Genoino tribuno fidelissimi populi Neap. contra r. Fiscum coram regios delegates regis Catholici.
183. I quattro giudici furono: Salvo, Brancia, Niquesa ed il presidente D. Giovanni Erriquez col fiscale della Vicaria. Il Genoino poi giunse in Napoli con Franc. Ant. Arpaia a' 4 maggio 1622, e dopo nella notte andò a Baia, e nel mattino seguente a Capua. Lettera de' Deputati dell'Ambasceria al signor Fabio Caracciolo in Madrid. Giuliani, f. 231.