CAPITOLO OTTAVO IL DÀIMONE NELL'ANTICAMERA

1. Telefonico.

Ero appena disceso dal letto — s'era dunque, come è facile immaginare, di mattina — quando strilla il campanello del telefono. Reggendomi non so che con la sinistra, mi precipito di là e afferro con la destra il ricevitore. — Pronto! — Una voce qualunque (maschile) m'investe senz'altro, tutto d'un fiato, con le seguenti parole: — La prego, si trovi tra un'ora al Bar del Commercio, che devo farle una comunicazione importante. — Stavo per chiedere maggiori spiegazioni, ma un improvviso fragore d'olio friggente scaturì dalle profonde viscere dell'ordigno e per qualche minuto m'impedì di sentire o far sentire una sola parola. Poi d'improvviso le lontananze ignote trasmisero lungo il mistero dei fili sino al mio orecchio il più profondo glaciale universale silenzio. Provai a sonare chiamare urlare fischiare guaire, — ma ai miei sforzi più inumanamente rumorosi non rispondeva se non quel silenzio, così totale e impassibile che a un certo punto lo sentii sacro, e preso d'improvviso da un reverenziale timore di profanarlo riappoggiai piano piano il ricevitore al suo posto, sostai un istante trattenendo il respiro, poi in punta di piedi me ne tornai nella mia camera. Finii di vestirmi, e uscii di casa.

2. Patologico.

Andandomene a piedi (non ricordo il perchè: forse v'era sciopero di tranvieri e altri trasportatori della persona umana) verso il bar del Commercio, che era, ed è tuttora, al lato meridionale di piazza del Duomo — andandomene dunque a piedi verso l'arcano dell'anonimo convegno, mi avvenne un fatto alquanto singolare, cioè, ch'io non mi sentivo abbastanza incuriosito di quell'arcano, nè della persona, non ancora identificata, che m'aspettava laggiù.

La causa di questa mia condizione non va cercata in un superiore disprezzo delle cose pratiche e mondane, ma in un fatto assolutamente morboso. Io m'ero svegliato quella mattina con una frase in capo, venutavi chi sa donde, ed era questa:

— La standardizzazione del ferro....

Certo i miei occhi dovevano aver letto quelle parole il giorno avanti scorrendo in distrazione la rubrica industriale di qualche giornale. Ma l'Antico Avversario s'era divertito a coglierle e metterle in serbo, per poi ficcarmele nel cervello durante la notte, quando le scolte dell'intelletto non vigilano alle porte.

— Che cosa, che cosa è mai la standardizzazione del ferro?

Così angosciosamente domandandomi camminavo. Non so se più m'irritava l'ignorare il senso di quella locuzione, o la sua forma fonica, fastidiosa d'imbarbarita civiltà. Invano cercavo una distrazione nelle cento immagini che le strade operose offrono ai più preoccupati passanti. A ogni insegna di ferro e a ogni rotaia di tranvai, mi avveniva di domandarmi:

— Chi sa, mio Dio, se quel ferro è standardizzato!

Passavano creature fascinose, ma non valeva la loro vista a consolarmi. E credo che se la più bella di esse m'avesse rapito e tratto a sè e offertami la bocca, io su quella avrei languidamente mormorato una sola parola:

— Standardizzarti....

E il mio stomaco era ancora digiuno.

In queste condizioni pietose giunsi alla mèta.

3. Divagativo.

Uno scrupoloso esame mi convinse che in nessuna parte del bar si trovavano ancora persone di mia conoscenza. E nessuno, vedendomi passare e guardare, mi fe' cenno di riconoscermi nè mi abbordò con i caratteristici fonemi che si usano verso gli arrivanti a un convegno.

Sedetti dunque, e poichè quella mattina non v'era latte e i biscotti erano finiti, accettai con rassegnazione il consiglio, che un imperioso cameriere mi rivolgeva, di ordinare un ponce. Cominciai desolatamente a contemplare la macchina lucidissima che dall'alto del bancone di marmo continuava, con grandi fremiti e sbuffi, a esprimere robustamente dalle metalliche viscere negre spume di caffè, e ogni tanto, a un mezzo girar di manubrio, si convolveva di nuvole come Zeus pronto a discendere sul mondo.

Non c'era molta gente. M'incuriosirono, in piedi presso l'estremo del bancone, tre o quattro giovanotti fatti tutti alla stessa maniera come fossero stati colati in serie da uno stampo: cioè tutti erano alti e stretti; portavano il cappello duro e piccolo, spinto assai indietro sull'occipite: cappotti grigi a scacchi, aderentissimi sotto la schiena con una larga martingala, abbasso assai corti e in alto compiuti da folti baveri di pelo nero. Anche quei giovanotti bevevano il ponce, e vidi che tutti avevano all'anulare destro un grosso anello.

Uno di quelli, volendo chiamare il cameriere, venne a battere sul piano del mio tavolino col duro castone di quell'anello: di sotto alla gemma osservai che sfuggivano due o tre setole nere. Il mio tavolino tremò alquanto e un poco del liquido si versò nel sottocoppa, ma nella sua semplicità e padronanza colui non vi fe' caso.

Quanto a me, proprio in quel momento m'avvidi che, distratto dalla contemplazione del luogo e de' suoi indigeni, non avevo più pensato alla standardizzazione del ferro.

Temei che, così avvedendomene ora, stesse per ricominciare l'ossessione. Ma d'un tratto mi sentii dare un'affettuosa manata sulle spalle.

Mi volto e scorgo un ilare viso di cui non ricordavo il nome.

— Era lei? — domandai.

— Che cosa? — rispose egli sedendo rumorosamente al mio fianco. E senza aspettare spiegazioni continuò: — Bravo! era un pezzo che non ti vedevo! Voglio pagarti un ponce.

Io ero mortificato d'aver dato del lei a uno che con tanta effusione mi dava del tu, e invocai tra me un'occasione di farmi perdonare e mostrargli il mio affetto. Perciò gli raccontai la mia avventura telefonica.

Egli pronunciò: — Certamente quel signore aveva chiamato un altro numero.

Guardai con ammirazione l'uomo prodigioso che a primo colpo aveva risolto un intricatissimo problema. Egli intanto parlava con abbondanza. Aveva cominciato col raccontarmi altri aneddoti telefonici d'ogni genere, s'era interrotto per apostrofare piacevolmente due donne che passavano, poi aveva ripreso a dissertare, non più di telefoni, ma della situazione politica; a un certo punto mi costrinse ad accettare un secondo ponce — e per me era il terzo —; mi domandò il prezzo del mio vestito e mi fece solennemente promettere di servirmi d'ora innanzi dal suo sarto; poi d'un tratto s'alzò come un vento, dicendo:

— Dieci minuti a mezzogiorno. Tu ora m'accompagni un momento alla Succursale.

Uscimmo; i tre ponci dal mio stomaco digiuno si scontrarono torbidamente col freddo intenso della strada, fumigarono con ira verso le estreme regioni inferiori e superiori del mio corpo. Arrivati a una delle vie interne del centro della città, il compagno, che aveva sempre parlato, si fermò a un portone basso. Cercai di salutarlo ma egli gridò:

— Sarebbe bella che tu mi piantassi qui a questo modo!

Salimmo a un secondo piano e accettammo l'invito d'un cartello bianco che da un uscio vetrato diceva: Avanti. Nè, parlando egli, ebbi mai agio di domandargli di che cosa fosse succursale il luogo che aveva così designato, nè l'aspetto dell'anticamera m'istruì al proposito.

Eravamo appena entrati e cercavamo qualcuno cui rivolgerci, quando d'un tratto nella parete di fondo vedemmo sollevarsi una portiera di stoffa, e uscirne, sbattendo violentemente un uscio, una signora con un cappello e un petto poderosamente sviluppati in ampiezza, la quale traversò la stanza come un turbine gridando:

— .... e ricordatevi che in questo schifoso casino non ci metterò mai più i piedi.

Questa frase durò esattamente il tempo che occorse al ciclone per coprire la lunghezza della stanza dalla detta portiera all'uscio d'ingresso, dal quale ella uscì, similmente sbattendolo: onde il tragitto fulmineo e la pittoresca frase di quell'apparizione corpulenta rimasero come incorniciati e incastonati tra due tonfi.

Io m'ero ritratto istintivamente temendo forse d'essere assorbito dall'aria ch'ella aveva smossa. Come il mio timore fu quetato, cominciai a esaminare se dalla metafora ch'era uscita dalla sua bocca irosa potessi trarre qualche lume per riconoscere il luogo in cui mi trovavo.

4. Diabolico.

Il mio compagno guardò, come un cane che annusi, dietro la traccia della donna, e pronunciò:

— Perdio che pezzo....

Poi, scosso il capo, s'avviò risolutamente verso quell'uscio di fondo che la fragorosa visione ci aveva rivelato.

Ma d'un tratto, da un angolo in ombra al lato sinistro di esso uscio, vedemmo levarsi una figura che parve essa pure fatta di ombra tanto era fluida e sottile.

— «Or vedete, che bel portinaio!» — mormorai io con le parole onde Bruno Nolano gratifica un prefazionatore di Copernico.

Infatti quell'apparizione avea funzioni d'usciere, perchè con voce tremula avanzando verso il mio compagno lo interrogò:

— Dove va, signore? Il cavaliere a quest'ora non riceve più.

Il mio compagno non era persona da arrestarsi per questo.

— M'aspetta — proclamò; e risolutamente sollevò la portiera che subito ricadde ondeggiando dietro le sue fuggevoli spalle.

L'usciere tremulo rimase un istante in sospeso, poi rassegnato si volse a me, che m'ero seduto sopra un divano di dubitoso colore tra l'aragosta non ancor finita di cuocere e il teocriteo amaranto.

— E lei chi cerca?

— Io sono con quel signore.

— E quest'altro è con lei?

Così domandando, additava alla mia sinistra: stupefatto mi voltai, ma al mio fianco, sul divano, dov'egli additava, non c'era nessuno.

Guardai quella tremante larva filamentosa, che sopra una fronte ossuta ergeva una chioma candidissima. Ma essa parlava con la maggior serietà del mondo. Infatti ripetè:

— E questo signore?

Sebbene ogni giorno m'avvenga di dover trattare con dei matti, io stavo a disagio, chè i matti quotidiani sono di un'altra natura. Ma d'un tratto mi credei d'ammattire io, chè al mio fianco, al mio fianco sinistro, dal divano su cui stavo, dove avevo ben visto che non c'era nessuno, una voce mi parlò incorandomi:

— Diglielo dunque, chi sono.

Stetti per urlare dal terrore, ma intanto avevo riconosciuto la voce, e subito al terrore frammettendosi una tepida commozione, esclamai:

— Tu!...

— Sì, io — rispose il Dàimone: — da un pezzo t'eri dimenticato di me.

— Ma costui, costui? — gli domandai con angoscia: — io non ti ho mai visto; credevo che tu avessi voce, ma non forma visibile. Come avviene che questo simulacro d'uomo ti vede?

— Non so, è merito suo: non offenderlo.

L'usciere canuto non s'era offeso; ma con imperturbabilità, senza alzare d'un tono quella sua voce caprina, insistette:

— E questo signore?

— È il mio Dàimone.

— Dunque è con lei. E lei è con quello che è entrato dal cavaliere. Va bene. Dovevo saperlo, per regolarità.

E tranquillamente tornò a ritirarsi nel suo recesso ombroso, soddisfatto del dovere compiuto.

5. Metafisico.

Io gridai al Dàimone:

— Voglio vederti anch'io, perdio!

— Questa tua violenza — mi ammonì — è puerile e puntigliosa: è dettata più dal dispetto di sentirti inferiore a un usciere, usciere di Succursale, che non a un desiderio nativo e profondo di conoscenza.

— E io voglio vederti — reiterai, testardo come un bambino; e non potrei giurare che così dicendo io non battessi i piedi forte per terra.

— Questa tua ostinazione non è degna d'un filosofo, ma tutt'al più d'un uomo d'azione.

— E io sono un uomo d'azione!

— Allora, se sei un uomo d'azione, siedi in quell'angolo e non ti muovere. Sì: sulla sedia che è a destra della porta con portiera, a riscontro con l'altra ove riposa e dorme quel degno usciere verso cui ti morde una ignobile invidia.

Com'io fui seduto simmetricamente alla larva canuta, che appunto s'era addormentata profondamente, la voce del mio Dàimone riprese:

— S'io mi rendo per un tratto di tempo visibile a te, per quel tratto medesimo avviene che tu diventi invisibile a tutti. E intanto tu non avrai forza di muoverti nè di parlare, ma sarai come una porzione cosciente e inattiva del nulla.

— Ne avrò molto piacere.

— Io intanto agirò, come se fossi vivo e umano.

— Un momento, per carità: non hai mica una forma spaventosa?

— Vigliacco! No. Io non ho nessuna forma: dovrò prenderne una qualunque, la prima che mi venga in mente.

— Scegli bene! — lo implorai — sai che sono sensibile. — E tacqui.

Tacendo, mi sentii d'un tratto illanguidire come avviene per lunga inedia o per subita anemia, gli occhi mi si annebbiarono, per un istante parve che ogni appoggio mi mancasse intorno come al punto di precipitare nel vuoto.

Quando fui riavuto da quel vanimento di tutto l'essere, gli occhi mi si riapersero, e vidi per la stanza aggirarsi l'usciere canuto e sottile, ma ora sorrideva con giovinezza. Mentre mi domandavo che cosa avesse potuto restaurarlo così, mi venne fatto di guardare al luogo ov'egli si trovava poco innanzi a dormire, cioè sulla sedia a sinistra dell'uscio.

Sulla sedia a sinistra dell'uscio c'era l'usciere filamentoso e canuto, e continuava a dormire profondamente.

Il mio stupore durò solo un menomo istante, perchè capii subito che quegli che girava giovenilmente per la stanza era il mio Dàimone.

Pensai di dirgli: — Sei tu? — ma non potevo parlare. Mi resi conto che, com'egli m'aveva predetto, io non possedevo più altro al mondo se non la coscienza di me medesimo, privata d'ogni forma d'azione.

Allora attesi serenamente gli avvenimenti.

Poi che il mio Dàimone ebbe dato ancora uno o due giri per la stanza, s'udì un busso discreto all'uscio d'entrata. Il Dàimone non rispose; e udimmo un altro busso. Finalmente l'uscio si schiuse timidamente, e s'affacciò una testa spaurita, dicendo:

— Si può entrare?

— Provi — rispose il mio Dàimone.

La testa spaurita provò, e infatti fu tutta dentro, e con lei la mediocre persona su cui quella testa era infissa. Il Dàimone gli domandò:

— Sa leggere?

— Sì — rispose alquanto interdetto il nuovo venuto; — lo credo: ho la licenza tecnica.

— E io credo di no — ribattè il mio Dàimone — perchè altrimenti avrebbe letto che sull'uscio sta scritto Avanti.

Mentre il perplesso arrossiva e si rigirava il cappello tra le mani cercando invano un'adeguata risposta, l'uscio medesimo si riaperse come per una ventata ed entrò un giovinetto sbadato: contro il quale il mio Dàimone mosse subito investendolo con queste parole:

— Perchè è entrato senza domandare permesso?

Il giovine sventato rispose prontissimo:

— Perchè c'è scritto Avanti.

— Qui la volevo — disse il Dàimone. — Avanti è una risposta: quando qualcuno dice Permesso, gli si risponde Avanti. Lì dunque, sull'uscio, c'è la risposta preparata per uno che abbia domandato. Ma per chi, come lei, non ha domandato niente, il cartello, avendo natura di risposta, non vale, ed è come non esistesse.

Il giovinetto rispose con risolutezza:

— Lei è matto.

— È quello che pensavo anch'io — strillò il primo venuto, cui la presenza dell'altro dava un'improvvisa violenza di reazione.

— No — gli ribattè pronto il mio Dàimone — lei non ha diritto di pensarlo, perchè a lei avevo detto proprio il contrario di quello che ho detto ora a questo signore: dunque se sono matto verso lui, sono savissimo verso lei, o viceversa. Scelgano, signori.

— Scegliere?!

— Sicuro: scelgano per quale dei due sono matto e per quale sono savio. In mancanza di un criterio logico di scelta, possono giocarsela a scacchi, a primiera, a pari e caffo, a regola di baccarà, a cinque punti di morra, a testa e croce, a tre giri di briscola, alla paglia lunga e corta....

— Oh — interruppe il secondo venuto — io non ho tempo da perdere; io debbo parlare al cavaliere, per un impiego.

— Anch'io — echeggiò il primo venuto — ho bisogno di vedere il signor cavaliere, per una cambiale.

— Il signor cavaliere — disse il mio Dàimone con sussiego — a quest'ora non riceve.

Proprio in quel punto, quasi per smentirlo sul fatto, la portiera dell'uscio di fondo fluttuò; l'uscio si aperse, e irruppe nella stanza il gioviale compagnone che m'aveva condotto in quel luogo.

— Vede se non riceve! — gridarono i due postulanti.

Ma il compagnone, senza badar loro, si rivolse impetuosamente al mio Dàimone.

— Usciere — gli disse — questi sono dieci franchi per voi. Ma dovete dirmi una cosa: chi era quella magnifica signora che è uscita di qui un quarto d'ora fa, quando sono entrato io?

— Che storie?! — — protestò lo sventato. — Badi a me, che ho fretta.

— E io — piagnucolò lo spaurito — sono venuto prima di lei, dunque ho più fretta.

Il mio compagno si sovrappose ad entrambi:

— Usciere, mi risponda: io le do dieci franchi, dunque ho più fretta di tutti.

Il mio Dàimone, alzando solennemente una mano, rispose:

— Ciò che ella chiede, signore, esorbita dalle mie funzioni, che sono esclusivamente spirituali.

Lo sventato lo sostenne:

— Questo galantuomo ha ragione.

— È un'immoralità — rincalzò il timido, a qualche distanza.

Il mio compagnone ruggì:

— Immorale a me! io!! io!!!

E fattosi sopra l'altro gli lasciò andare un esattissimo manrovescio.

Lo sventato allora, in difesa del suo recente alleato, saltò al collo dello schiaffeggiatore; e così lo scoteva e cercava di strozzarlo, mentre il percosso strillava: — Bravo, gli dia, gli dia — e girando attorno ai due avvinghiati lanciava alla meglio qualche esile pedata nei garretti al mio compagno.

A questo punto il mio Dàimone credette opportuno d'intervenire, gettando sul gruppo immondo dei tre rissanti questo stratagemmatico grido:

— Il Cavaliere!

6. Ethico.

Come si scioglie improvvisamente una sciarada, appena viene nella mente nostra la parola del totale, — così a quella parola «Cavaliere!» si sciolse in un attimo e quasi d'incanto l'ignobile viluppo. Ognuno cercò di ricomporsi come poteva, e tutti e tre, improvvisamente affratellati nella paura, rimasero a bocca aperta e impietriti: solo movevansi le tre coppie di sguardi andando e tornando a più riprese dalla faccia del mio Dàimone all'uscio di fondo.

Allora il Dàimone pronunciò:

— Si vergognino!

— Mio Dio.... — implorò il timido, ch'era il più incolume dei tre.

— Taccia, ella non sa neppure di che cosa deve vergognarsi.

— Sì, capisco, di questa scena involontaria che....

— No! no! Non è per questa amena e umanissima rissa ch'io li invito a vergognarsi. Ma è per averla interrotta appena io ho pronunciato la parola «Cavaliere».

I tre riuscirono ad aprire e tenere aperte ancora più ampiamente le bocche. Ma ora non guardavano più l'immobile portiera, sibbene il mio Dàimone, che li dominava. Il quale continuò:

— Chi è il cavaliere? uno che qualche decennio fa batteva le anticamere, come loro, per ragioni vili, come le loro: anticamere di qualche cavaliere che ne aveva battute altre simili qualche decennio prima. Per paura di un simile essere loro rinunciano all'umano e candido piacere di picchiarsi.

Le tre bocche si richiusero. Uno solo, il mio compagno, cercò di servirsi della propria dicendo:

— Capirà....

Il mio Dàimone l'interruppe:

— Io capisco una cosa sola, cioè, che questo signore che cerca impiego, quest'altro che cerca danaro, e lei, il peggiore di tutti, che oltre il resto vorrebbe buttar via dieci lire per correr dietro alla bipede che è uscita di qua, — io capisco che loro ignorano completamente la vita dello spirito. Vivono come i bruti, correndo alla soddisfazione momentanea degli appetiti più bassi, senz'alcuna ansia di lasciare ai posteri qualche traccia del loro passaggio mortale nel mondo. Ma il bruto ha una scusa: egli ignora l'infinità. Invece l'uomo, e non soltanto lei che ha la licenza tecnica, ma anche il meno istruito, sa almeno che il tempo e lo spazio sono infiniti.

— — Ma noi pensiamo al nostro avvenire, e le bestie no — obbiettò quello che aveva la licenza tecnica.

— Peggio — ribattè il Dàimone. — Pensare al proprio avvenire è essere più bestie delle bestie, perchè la bestia è bestia dietro un appetito del momento, mentre provvedere al proprio avvenire è essere premeditatamente bestie per una lunga serie di momenti, giorni e anni, cioè moltiplicare a ogni istante e proiettare in indefinito la propria bestialità. Elleno, o signori, sono un vivente insulto alla Natura e alla Storia.

Dopo un momento di raccolto silenzio, il mio gioviale compagnone, uomo conciliante, disse:

— Usciere, voi avete ragione, e m'avete persuaso. E queste sono non dieci, ma venti lire. E ora ditemi, per piacere, l'indirizzo di quella magnifica signora che è uscita di qui mezz'ora fa, quando sono entrato io.

— E poi ci annuncerà al cavaliere — fecero gli altri.

Così dicendo, i tre erano in mezzo alla stanza.

Il Dàimone si ritrasse di qualche passo. Essi lo guardarono, aspettando.

In quell'istante io sentii una specie di mobile tepore ricorrermi le vene.

Mentre i tre guardavano al Dàimone, questi alzò le braccia lunghissime, le tenne melodrammaticamente levate un istante, poi repentinamente sparì.

I tre dettero un urlo. Agitarono un momento le braccia come invasati, poi voltarono le spalle e si precipitarono all'uscita. Due si dileguarono di là; il terzo, ch'era il mio compagno, inciampò sulla soglia, vi cadde bocconi, e vinto dalla paura non riusciva più ad alzarsi.

Corsi a lui.

Riconoscendomi, mormorò:

— Sei ancora qui? Hai visto? hai visto?

— Che cosa? — feci io candidamente.

Il gioviale compagnone arrossì.

— Nulla.... Mi sento un po' disturbato... Fammi il piacere di accompagnarmi a una carrozza.

Come l'ebbi messo dentro e salutato, e la carrozza fu partita, la voce del mio Dàimone mi domandò:

— Sei soddisfatto?

— No — gli risposi —. Non c'è stato molto gusto. Io vorrei vederti come sei.

— Ti ho già detto che non ho una forma materiale mia.

— Ma io vorrei sapere in quale forma, e soprattutto per quale ragione, quel vecchio usciere poteva vederti.

— Questo è il mistero. Che Dàimone sarei, se intorno a me non ci fosse per te nulla di misterioso?