Sofr. Orsù, io sono contenta.

Eust. Guardate quello che voi fate.

Sofr. Io guardo, e so quello che io fo. Va' in casa, scrivi le polizze, e reca due borse, che io voglio uscire di questo travaglio, o io entrerò in uno maggiore.

Eust. Io vo.

Ni. A questo modo ci accorderemo noi. Prega Iddio, Pirro, per te.

Pirro. Per voi.

Ni. Tu di' ben a dire per me. Io arò una gran consolazione che tu l'abbia.

Eust. Ecco le borse e la sorte.

Ni. Da' qua. Questa che dice? Clizia. E quest'altra? È bianca. Sta bene. Mettile in questa borsa di qua. Questa che dice? Eustachio. E quest'altra? Pirro. Ripiegale, e mettile in quest'altra. Serrale, tienvi su gli occhi, Pirro, che non ci andasse nulla in capperuccia; e'ci è chi sa giocar di bagatelle.

Sofr. Gli uomini sfiduciati non sono buoni.

Ni. Son parole coteste: tu sai che non è ingannato se non chi si fida. Chi vogliamo noi che tragga?

Sofr. Tragga chi ti pare.

Ni. Vien qua, fanciullo.

Sofr. E' bisognerebbe che fusse vergine.

Ni. O vergine, o no, io non vi ho tenute le mani. Trai di questa borsa una polizza, dette che io arò certe orazioni: O Santa Apollonia, io prego te e tutti i santi e le sante avvocate de' matrimoni, che concediate a Clizia tanta grazia che di questa borsa esca la polizza di colui che sia per essere più a piacere nostro. Trai col nome di Dio. Dalla qua. Ohimè, io sono morto! Eustachio.

Sofr. Che avesti? O Dio, fa' questo miracolo, acciocché costui si disperi.

Ni. Trai di quell'altra. Dalla qua. Bianca. Oh! io sono risuscitato, noi abbiam vinto. Pirro, buon prò ti faccia; Eustachio è caduto morto. Sofronia, poi che Iddio ha voluto che Clizia sia di Pirro, vogli anche tu.

Sofr. Io voglio.

Ni. Ordina le nozze.

Sofr. Tu hai si gran fretta; non si potrebbe indugiare a domane?

Ni. No, no, no; non odi tu che no? Che? Vuoi tu pensare a qualche trappola?

Sofr. Vogliamo noi fare le cose da bestie? Non ha ella a udir la Messa del congiunto?

Ni. La Messa della fava, la può udire un altro di. Non sai tu che si dà le perdonanze a chi si confessa poi, come a chi si è confessato prima.

Sofr. Io dubito ch'ella abbia l'ordinario delle donne.

Ni. Adoperi lo straordinario degli uomini. Io voglio che la meni stasera. E' par che tu non m'intenda.

Sofr. Menila in malora. Andiamne in casa, e fa' questa ambasciata tu a questa povera fanciulla, che non fia da calze.

Ni. La fia da calzoni. Andiam dentro.

Eust. Io non vo' già venire, perché io voglio trovare Cleandro, perch'ei pensi se a questo male è rimedio alcuno.

Canzone.

Chi giammai donna offende
A torto o a ragion, folle è se crede
Trovar per prieghi o pianti in lei mercede;
Come la scende in questa mortal vita
Con l'alma insieme morta,
Superbia, ingegno, e di perdono oblio,
Inganno, e crudeltà le sono scorta,
E tal le danno aita,
Che d'ogni impresa appaga il suo disio,
E se sdegno aspro e rio
La muove, o gelosia adopra, e vede;
E la sua forza mortai forza eccede.

[IV. 1]

CLEANDRO, EUSTACHIO.

Cle. Come è egli possibile che mia madre sia stata si poco avveduta, che la si sia rimessa a questo modo alla sorte d'una cosa, che ne vadia in tutto l'onor di casa nostra?

Eust. E egli è come io t'ho detto.

Cle. Ben sono sventurato; ben sono infelice. Vedi s'io trovai appunto uno che mi tenne tanto a bada che si è senza mia saputa concluso il parentado, e deliberate le nozze, ed ogni cosa è seguita secondo il desiderio del vecchio! O fortuna, tu suoi pure, sendo donna, essere amica de' giovani; a questa volta tu se' stata amica dei vecchi! Come non ti vergogni tu ad avere ordinato che si delicato viso sia da si fetida bocca scombavato, si delicate carni da si tremanti mani, da si grinze e puzzolenti membra tocche? Perché non Pirro, ma Nicomaco (come io mi stimo) la possederà. Tu non mi potevi far la maggiore ingiuria, avendomi con questo colpo tolto ad un tratto e l'amata e la roba; perché Nicomaco, se questo amor dura, è per lasciare delle sue sustanze più a Pirro che a me. E' mi pare mille anni di vedere mia madre per dolermi e sfogarmi con lei di questo partito.

Eust. Confortati, Cleandro, che mi pare che la n'andasse in casa ghignando, in modo che mi pare essere certo che il vecchio non abbia aver questa pera monda, come e' crede. Ma ecco che viene fuora egli e Pirro, e sono tutti allegri.

Cle. Vanne, Eustachio, in casa; io voglio stare da parte per intendere se qualche loro consiglio facesse per me.

Eust. Io vo.

[IV. 2]

NICOMACO, PIRRO, CLEANDRO.

Ni. Oh, come è ella ita bene! Hai tu veduto come la brigata sta malinconosa; come mogliema sta disperata? Tutte queste cose accrescono la mia allegrezza; ma molto più sarò allegro, quando io terrò in braccio Clizia; quando io la toccherò, bacerò e stringerò. Oh, dolce notte, giugnerovvi io mai? E questo obbligo che io ho teco, io sono per pagarlo a doppio.

Cle. O vecchio impazzato!

Pir. Io lo credo; ma io non credo già che voi possiate far cosa alcuna questa sera, né ci veggo comodità alcuna.

Ni. Come no? Io ti vo' dire come io ho pensato di governare la cosa.

Pir. Io l'arò caro.

Clc. E io molto più, che potrei udire cosa, che guasterebbe i fatti d'altri e racconcerebbe i miei.

Ni. Tu conosci Damone nostro vicino, da chi io ho tolto la casa a pigione per tuo conto?

Pir. Si, conosco.

Ni. Io fo pensiero che tu la meni stasera in quella casa, ancora che egli vi abiti e che non l'abbia sgombera; perché io dirò che io voglio che tu la meni in casa, dove ella ha a stare.

Pir. Che sarà poi?

Cle. Rizza gli orecchi, Oleandro.

Ni. Io ho imposto a mogliema che chiami Sostrate moglie di Damone, perché gli aiuti ordinare queste nozze ed acconciare la nuova sposa; e a Damone dirò che solleciti che la donna vi vadia. Fatto questo, e cenato che si sarà, la sposa da questa donna sarà menata in casa di Damone, e messa teco in camera e nel letto. E io dirò di voler restare con Damone albergo, e Sostrata ne verrà con Sofronia qui in casa. Tu, rimaso solo in camera, spegnerai il lume, e ti baloccherai per camera, facendo vista di spogliarti; intanto io pian piano me ne verrò in camera, mi spoglierò, ed entrerò a lato a Clizia. Tu ti potrai stare pianamente sul lettuccio. La mattina avanti giorno io mi uscirò dal letto, mostrando di voler ire ad orinare, rivestirommi, e tu entrerai nel letto.

Cle. Oh, vecchio poltrone! Quanta è stata la mia felicità intendere questo tuo disegno! Quanta la tua disgrazia, che io l'intenda!

Pir. E' mi pare che voi abbiate divisata bene questa faccenda. Ma e' conviene che voi vi armiate in modo che voi paiate giovane, perch'io dubito che la vecchiaia non si riconosca al buio.

Cle. E' mi basta quel ch'io ho inteso; io voglio ire a ragguagliare mia madre.

Ni. Io ho pensato a tutto, e fo conto, a dirti il vero, di cenare con Damone, e ho ordinato una cena a mio modo. Io piglierò prima una presa di un lattovaro, che si chiama satirione.

Pir. Che nome bizzarro è cotesto?

Ni. Egli ha più bizzarri i fatti; perché gli è uno lattovaro che farebbe, quanto a quella faccenda, ringiovenire un uomo di novanta anni, non che di settanta, come ho io. Preso questo lattovaro, io cenerò poche cose, ma tutte sustanzievoli. In prima una insalata di cipolle cotte; dipoi una mistura di fave e spezierie.

Pir. Che fa cotesto?

Ni. Che fa? Queste cipolle, fave e spezierie, perché sono cose calde e ventose, farebbero far vela a una caracca genovese. Sopra queste cose si vuole uno pippione grosso, arrosto cosi verdemezzo, che sanguigni un poco.

Pir. Guardate che non vi guasti lo stomaco, perché bisognerà che vi sia masticato, o che voi lo ingoiate intero; non vi veggo io tanti o si gagliardi denti in bocca.

Ni. Io non dubito di cotesto, che, bench'io non abbia molti denti, io ho le mascelle che paiono d'acciaio.

Pir. Io penso che, poi che voi ne sarete ito, e io entrato nel letto, ch'io potrò fare senza toccarla, perch'io ho viso di trovare quella povera fanciulla fracassata.

Ni. Bastiti ch'io arò fatto l'uffizio tuo e quel d'uno compagno.

Pir. Io ringrazio Iddio, poiché mi ha data una moglie in modo fatta ch'io non arò a durare fatica né a impregnarla né a darle le spese.

Ni. Vanne in casa, sollecita le nozze, e io parlerò un poco con Damone, che io veggo uscir di casa sua.

Pir. Cosi farò.

[IV. 3]

NICOMACO, DAMONE.

Ni. Egli è venuto quel tempo, o Damone, che mi hai a mostrare se tu mi ami. E' bisogna che tu sgomberi la casa, e non vi rimanga né la tua donna né altra persona, perché io vo' governare questa cosa come io t'ho già detto.

Da. Io sono parato a far ogni cosa, pur ch'io ti contenti.

Ni. Io ho detto a mogliema che chiami Sostrata tua che vadia ad aiutarla ordinare le nozze. Fa' che la vadia subito come la la chiama, e che vadia con lei la serva sopra tutto.

Da. Ogni cosa è ordinata, chiamala a tua posta.

Ni. Io voglio ire insino allo speziale a far una faccenda, e tornerò ora; tu aspetta qui che mogliema eschi fuora e chami la tua. Ecco che la viene; sta parato. Addio.

[IV. 4]

SOFRONIA, DAMONE.

Sofr. Non maraviglia che il mio marito mi sollecitava che io chiamassi Sostrata di Damone! Ei voleva la casa libera per poter giostrare a suo modo. Ecco Damone di qua (oh, specchio di questa città e colonna del suo quartiere!) che accomoda la casa sua a si disonesta e vituperosa impresa. Ma io li tratterò in modo che si vergogneranno sempre di loro medesimi; e voglio ora cominciare ad uccellare costui.

Da. Io mi maraviglio che Sofronia si sia ferma e non venga avanti a chiamar la mia donna. Ma ecco che la viene. Dio ti salvi, Sofronia.

Sofr. E te, Damone; dov'è la tua donna?

Da. Ella è in casa, ed è parata a venire se tu la chiami; perché il tuo marito me n'ha pregato. Vo io a chiamarla?

Sofr. No, no, la debbe aver faccenda.

Da. Non ha faccenda alcuna.

Sofr. Lasciala stare, io non le vo' dar briga; io la chiamerò quando fia tempo.

Da. Non ordinate voi le nozze?

Sofr. Si, ordiniamo.

Da. Non hai tu necessità di chi ti aiuti?

Sofr. E' vi è brigata un mondo per ora.

Da. Che farò ora? Io ho fatto un errore grandissimo a cagione di questo vecchio impazzato, bavoso, cisposo e senza denti. E' mi ha fatto offerire la donna per aiuto a costei, che non la vuole, in modo che la crederà cir io vadia mendicando un pasto, e terrammi uno sciagurato.

Sofr. Io ne rimando costui tutto inviluppato. Guarda come ne va ristretto nel mantello! E' mi resta ora a uccellare un poco il mio vecchio. Eccolo, che viene dal mercato. Io voglio morire, se non ha comperato qualche cosa per parer gagliardo e odorifero.

[IV. 5]

NICOMACO, SOFRONIA.

Ni. Io ho comperato il lattovaro e certa unzione appropriata a far risentire le brigate. Quando si va armato alla guerra, si va con più animo la metà. Io ho veduto mogliema; ohimè, ch'ella mi avrà sentito.

Sofr. Si, ch'io t'ho sentito, e con tuo danno e vergogna, s'io vivo insino a domattina.

Ni. Sono a ordine le cose? Hai tu chiamato questa tua vicina, che ti aiuti?

Sofr. Io la chiamai come tu dicesti; ma questo tuo caro amico le favellò non so che nell'orecchio, in modo che la mi rispose che la non poteva venire.

Ni. Io non me ne maraviglio; perché tu sei un poco rozza e non sai accomodarti colle persone, quando tu vuoi alcuna cosa da loro.

Sofr. Che volevi tu, ch'io lo toccassi sotto il mento? Io non sono usa a far carezza a' mariti d'altri. Va', chiamala tu, poiché ti giova andare dietro alle mogli d'altri, ed io andrò in casa a ordinare il resto.

[IV. 6]

DAMONE, NICOMACO.

Da. Io vengo a vedere se questo amante è tornato dal mercato. Ma eccolo davanti all'uscio. Io venivo appunto a te.

Ni. Ed io a te, uomo da farne poco conto. Di che t'ho io pregato? Di che t'ho io richiesto? Tu m'hai servito cosi bene!

Da. Che cosa è?

Ni. Tu mandasti moglieta! Tu hai vuota la casa di brigata, che fu un sollazzo! In modo che alle tue cagioni io sono morto e disfatto.

Da. Va', t'impicca, non mi dicesti che moglieta chiamerebbe la mia?

Ni. La l'ha chiamata, e non è voluta venire.

Da. Anziché gliene offersi; ella non volle che la venisse, e cosi mi fai uccellare, e poi ti duoli di me. Che 'l diavolo ne porti te, e le nozze, e ognuno!

Ni. Infine, vuoi tu che la venga?

Da. Si, voglio in malora, ed ella, e la fante, e la gatta, e chiunque vi è. Va', se tu hai a far altro; io andrò in casa, e per l'orto la farò venire or ora.

Ni. Ora m'è costui amico; ora andranno le cose bene. Ohimè, ohimè! che romore è quel ch'io sento in casa?

[IV. 7]

DORIA, NICOMACO.

Do. Io son morta, io son morta. Fuggite, fuggite. Toglietele quel coltello di mano; fuggitevi, Sofronia.

Ni. Che hai tu, Doria? Che ci è?

Do. Io son morta.

Ni. Perché sei tu morta?

Do. Io sono morta, e voi spacciato.

Ni. Dimmi quel che tu hai.

Do. Io non posso per l'affanno. Io sudo, fatemi un poco di vento col mantello.

Ni. Deh! dimmi quel che tu hai; ch'io ti romperò la testa.

Do. O padrone mio, voi siete troppo crudele!

Ni. Dimmi quel che tu hai, e qual romore è in casa.

Do. Pirro aveva dato l'anello a Clizia, ed era ito ad accompagnare il notaio infino all'uscio di dietro: ben sai che Clizia, da non so che furore mossa, prese un pugnale, e tutta scapigliata, tutta furiosa, grida: Ov'è Nicomaco? Ove Pirro? Io li voglio ammazzare. Cleandro, Sofronia, tutti noi la volemmo pigliare e non potemmo. La s'è arrecata in un canto di camera, e grida che vi vuole ammazzare in ogni modo; e per paura chi fugge là e chi qua. Pirro s'è fuggito in cucina, e si è nascosto dietro alla cesta de' capponi: io sono mandata qui per avvertirvi che voi non entriate in casa.

Ni. Io sono misero di tutti gli uomini. Non si può egli trarle di mano il pugnale?

Do. No per ancora.

Ni. Chi minaccia ella?

Do. Voi e Pirro.

Ni. Oh, che disgrazia è questa! Deh! figliuola mia, io ti prego che tu torni in casa, e con buone parole vegga che se le cavi questa pazzia del capo e che la ponga giù il pugnale; ed io ti prometto ch'io ti compererò un paio di pianelle e un fazzoletto. Deh! va', amor mio.

Do. Io vo; ma non venite in casa, se io non vi chiamo.

Ni. Oh miseria, oh infelicità mia! Quante cose mi s'intraversano per far infelice questa notte che io aspettavo felicissima! Ha ella posto giù il coltello? Vengo io?

Do. Non ancora, non venite.

Ni. O Dio, che sarà poi? Posso io venire?

Do. Venite, ma non entrate in camera, dove ella è; fate che la non vi vegga; andatevene in cucina da Pirro.

Ni. Io vo.

[IV. 8]

DORIA sola.

In quanti modi uccelliamo noi questo vecchio! Che festa è egli vedeie i travagli di questa casa? Il vecchio e Pirro son paurosi in cucina; in sala sono quelli che apparecchiano la cena; e in camera sono le donne, Oleandro ed il resto della famiglia; e hanno spogliato Siro nostro servo, e de' suoi panni vestito Clizia e de' panni di Clizia vestito Siro, e vogliono che Siro ne vadia a marito in scambio di Clizia; e perché il vecchio e Pirro non scuoprano questa fraude, gli hanno, sott'ombra che Clizia sia crucciata, confinati in cucina. Che belle risa! Che bello inganno! Ma ecco fuori Nicomaco e Pirro.

[IV. 9]

NICOMACO, DORIA, PIRRO.

Ni. Che fai tu costì, Doria? Clizia è quietata?

Do. Messer si, e ha promesso a Sofronia di voler fare ciò che voi volete. Egli è ben vero che Sofronia giudica sia bene che voi e Pirro non gli capitiate innanzi, acciocché non se le riaccendesse la collera; poi, messa che la fia a letto, se Pirro non la saprà dimesticare, suo danno.

Ni. Sofronia ci consiglia bene, e così faremo. Ora vattene in casa; e perché gli è cotto ogni cosa, sollecita che si ceni. Pirro ed io ceneremo a casa Damone; e come egli hanno cenato, fai che la menino fuora. Sollecita, Doria, per l'amor di Dio, che son già sonate le tre ore, e non è ben star tutta notte in queste pratiche.

Do. Voi dite il vero; io vo.

Ni. Tu, Pirro, rimani qui; io andrò a bere un tratto con Damone. Non andar in casa, acciocché Clizia non s'infuriasse di nuovo: e se cosa alcuna accade, corri a dirmelo.

Pir. Andate, io farò quanto m'imponete. Poiché questo mio padrone vuole ch'io stia senza moglie e senza cena, io son contento, né credo che in un anno intervengano tante cose quante sono intervenute oggi; e dubito non me ne intervengano delle altre, poiché io ho sentito per casa certi sghignazzamenti che non mi piacciono. Ma ecco io veggo apparir un torchio: e' debbe uscir fuora la pompa; la sposa ne debbe venire. Io voglio correre per il vecchio. Nicomaco, o Damone, vienne da basso, da basso; la sposa ne viene.

[IV. 10]

NICOMACO, DAMONE, SOFRONIA, SOSTRATA, SIRO vestito da donna, che piange.

Ni. Eccoci; vanne, Pirro, in casa, perché io credo che sia bene che la non ti vegga. Tu, Damone, paramiti innanzi, e parla tu con queste donne. Eccole tutte fuora.

Sofr. Oh, povera fanciulla, la ne va piangendo! Vedi che la non si lieva il fazzoletto dagli occhi.

Sostr. Ella riderà domattina; cosi usano di fare le fanciulle. Dio vi dia la buona sera, Nicomaco e Damone.

Da. Voi siate le benvenute. Andatevene su, voi donne, mettete a letto la fanciulla, e tornate giù; intanto Pirro sarà a ordine anch'egli.

Sostr. Andiamo col nome di Dio.

[IV. 11]

NICOMACO, DAMONE.

Ni. Ella ne va molto malinconosa. Ma hai tu veduto come ella è grande? La si debbe esser aiutata con le pianelle.

Da. La pare anche a me maggiore ch'ella non suole. O Nicomaco, tu sei pur felice! La cosa è condotta dove tu vuoi. Portati bene; altrimenti tu non vi potrai tornare più.

Ni. Non dubitare, io sono per fare il debito; che poi ch'io presi il cibo, io mi sento gagliardo come una spada. Ma ecco le donne che tornano.

[IV. 12]

NICOMACO, SOSTRATA, SOFRONIA, DAMONE.

Ni. Avetela voi messa a letto?

Sostr. Si, abbiamo.

Da. Sta bene; noi faremo questo resto. Tu, Sostrata, vanne con Sofronia a dormire, e Nicomaco rimarrà qui meco.

Sofr. Andiamne, che par lor mille anni di avercisi levate dinanzi.

Da. E a voi il simile. Guardate a non vi far male.

Sostr. Guardatevi pur voi, che avete l'arme; noi siamo disarmate.

Da. Andiamne in casa.

Sofr. E noi ancora. Va' pur là, Nicomaco, tu troverai riscontro; perché questa tua donna sarà come le mezzine da Santa Maria in Pruneta.

Canzone.

Si soave è lo inganno etc. (cfr. Mandr., III).

[V. 1]

DORIA sola.

Io non risi mai più tanto, né credo mai più ridere tanto, né in casa nostra questa notte si è fatto altro che ridere. Sofronia, Sostrata, Oleandro, Eustachio, ognuno ride. E' s'è consumata la notte in misurare il tempo, e dicevamo: ora entra in camera Nicomaco, ora si spoglia, ora si corica a lato alla sposa, ora le dà la battaglia, ora è combattuto gagliardamente. E mentre noi stavamo in su questi ragionamenti, giunsero in casa Siro e Pirro, e ci raddoppiarono le risa; e quel che era più bel vedere, era Pirro, che rideva più di Siro, tanto ch'io non credo che ad alcuno sia tocco questo anno ad avere il più bello né il maggior piacere. Quelle donne mi hanno mandata fuora, sendo già giorno, per vedere quello che fa il vecchio, e come egli comporta questa sciagura. Ma ecco fuora egli e Damone. Io mi voglio tirar da parte per vederli, e aver materia di ridere di nuovo.

[V. 2]

DAMONE, NICOMACO, DORIA.

Da. Che cosa è stata questa tutta notte? come è ella ita? Tu stai cheto. Che rovigliamenti di vestirsi, di aprire uscia, di scendere e salire in sul letto sono stati questi, che mai vi siate fermi? Ed io, che nella camera terrena vi dormiva sotto, non ho potuto mai dormire, tanto che per dispetto mi levai, e trovoti che tu esci fuora tutto turbato. Tu non parli, tu mi pari morto; che diavolo hai tu?

Ni. Fratel mio, io non so dove io mi fugga, dove io mi nasconda o dove io occulti la gran vergogna nella quale io sono incorso. Io son vituperato in eterno, non ho più rimedio, né potrò mai più innanzi a mogliema, a' figli, a' parenti, a' servi capitare, lo ho cerco il vituperio mio, e la mia donna me lo ha aiutato trovare, tanto ch'io sono spacciato. E tanto più mi duole quanto di questo mio carico tu anche ne partecipi, perché ciascuno saprà che tu ci tenevi le mani.

Da. Che cosa è stato? Hai tu rotto nulla?

Ni. Che vuoi tu che io abbia rotto? Che rotto avess'io il collo!

Da. Che è stato adunque? Perché non me lo di'?

Ni. Uh! uh! uh! Io ho tanto dolore ch'io non credo potertelo dire.

Da. Deh, tu mi pari un bambino! Che domine può egli essere?

Ni. Tu sai l'ordine dato, ed io secondo quell'ordine entrai in camera, e chetamente mi spogliai; ed in cambio di Pirro, che sopra il lettuccio si era posto a dormire, non vi essendo lume, a lato alla sposa mi coricai.

Da. Orbe, che fu poi?

Ni. Uh! uh! uh! Accostaimegli secondo l'usanza de' nuovi mariti, vollile porre le mani sopra il petto, ed ella con la sua mano me la prese, e non mi lasciò. Vollila baciare, ed ella con l'altra mano mi sospinse il viso indrieto. Io me le volli gittare tutto addosso: ella mi porse un ginocchio, di qualità che la m'ha infranta una costola. Quando io vidi che la forza non bastava, io mi vuoisi a' prieghi, e con dolci parole ed amorevoli (pure sotto voce, ch'ella non mi conoscesse) la pregavo fusse contenta fare i piaceri miei. Dicevole: deh! anima mia dolce, perché mi strazi tu? Deh! ben mio, perché non mi concedi tu volentieri quello che le altre donne a' loro mariti volentieri concedono? Uh! uh! uh!

Da. Rasciugati un poco gli occhi.

Ni. Io ho tanto dolore ch'io non trovo loco, né posso tenere le lacrime. Io potetti cicalare; mai fece segno di volermi, non che altro, parlare. Ora, veduto questo, io mi volsi alle minacce, e cominciai a dirgli villania, e che le farei, e che le direi. Ben sai che a un tratto ella raccolse le gambe, e tirommi una coppia di calci, che se la coperta del letto non mi teneva, io sbalzavo nel mezzo dello spazzo.

Da. Può egli essere?

Ni. E ben può essere. Fatto questo, ella si volse bocconi, e stiacciossi col petto sulla coltrice che tutte le manovelle dell'Opera non l'arebbero rivolta. Io, veduto che forza, prieghi e minacce non mi valevano, per disperato le volsi la schiena, e deliberai di lasciarla stare, pensando che verso il dí la fusse per mutare proposito.

Da. Oh, come facesti bene! Tu dovevi il primo tratto pigliar cotesto partito; e chi non voleva te, non voler lui.

Ni. Sta' saldo, la non è finita qui; or ne viene il bello. Stando cosi tutto smarrito, cominciai, fra per lo dolore e per lo affanno avuto, un poco a sonniferare. Ben sai che a un tratto io mi sento stoccheggiare un fianco, e darmi qua sotto 'l codrione cinque o sei colpi de' maledetti. Io cosi fra il sonno vi corsi subito colla mano, e trovai una cosa soda ed acuta, di modo che tutto spaventato mi gittai fuora del letto, ricordandomi di quel pugnale che Clizia aveva il di preso per darmi con esso. A questo romore Pirro, che dormiva, si risenti; al quale io dissi, cacciato più dalla paura che dalla ragione, che corresse per un lume, che costei era armata per ammazzare tutti a due. Pirro corse, e tornato col lume, in cambio di Clizia vedemmo Siro mio famiglio ritto sopra il letto tutto ignudo, che per dispregio (uh! uh! uh!) e' mi faceva bocchi (uh! uh! uh!) e manichetto drieto.

Da. Ah! ah! ah!

Ni. Ah! Damone, tu te ne ridi?

Da. Ei m'incresce assai di questo caso; nondimeno egli è impossibile non ridere.

Do. Io voglio andar a ragguagliar di quello che io ho udito la padrona, acciocché se le raddoppino le risa.

Ni. Questo è il mal mio, che toccherà a ridersene a ciascuno, ed a me a piangere; e Pirro e Siro alla mia presenza or si dicevano villania, ora ridevano; dipoi, cosi vestiti a bardosso se ne andarono, e credo che siano iti a trovare le donne, e tutti debbono ridere. E cosi ognuno rida, e Nicomaco pianga!

Da. Io credo che tu creda che m'incresca di te e di me, che sono per tuo amore entrato in questo lecceto.

Ni. Che mi consigli che io faccia? Non mi abbandonare, per l'amor di Dio.

Da. A me pare, se altro di meglio non nasce, che tu ti rimetta tutto nelle mani di Sofronia tua, e dicale che da ora innanzi e di Clizia e di te faccia ciò ch'ella vuole. La doverebbe anch'ella pensare allo onore tuo, perché, sendo suo marito, tu non puoi aver vergogna che quella non ne partecipi. Ecco che la viene fuora. Va', parlale, ed io ne andrò intanto in piazza ed in mercato ad ascoltare s'io sento cosa alcuna di questo caso, e ti verrò ricoprendo il più ch'io potrò.

Ni. Io te ne prego.

[V. 3]

SOFRONIA, NICOMACO.

Sofr. Doria mia serva mi ha detto che Nicomaco è fuora, e ch'egli è una compassione a vederlo. Io vorrei parlargli per veder quello ch'ei dice a me di questo nuovo caso. Eccolo di qua. O Nicomaco?

Ni. Che vuoi?

Sofr. Dove vai tu si a buon'ora? Esci tu di casa senza far motto alla sposa? Hai tu saputo come l'abbia fatto questa notte con Pirro?

Ni. Non so.

Sofr. Chi lo sa, se tu non lo sai, tu che hai messo sottosopra Firenze per far questo parentado? Ora ch'egli è fatto, tu te ne mostri nuovo e malcontento.

Ni. Deh! lasciami stare: non mi straziare.

Sofr. Tu sei quello che mi strazi, che dove tu doveresti racconsolarmi, ed io ho a racconsolare te; e quando tu gli avresti a provvedere, e' tocca a me, che vedi ch'io porto loro queste uova.

Ni. Io crederei che fusse bene che tu non volessi il giuoco di me affatto. Bastiti averlo avuto tutto questo anno, e ieri, e stanotte più che mai.

Sofr. io non lo volli mai il giuoco di te; ma tu sei quello che l'hai voluto di tutti noialtri, ed alla fine di te medesimo. Come non ti vergogni tu di avere allevata in casa tua una fanciulla con tanta onestà, ed in quel modo che s'allevano le fanciulle da bene, di volerla maritare poi a un famiglio cattivo e disutile, perchè fusse contento che tu ti giacessi con lei? Credevi tu però aver a fare con ciechi o con gente che non sapesse interrompere le disonestà di questi tuoi disegni? Io confesso aver condotti tutti quelli inganni che ti sono stati fatti, perché, a volerti far ravvedere, non ci era altro modo se non giugnerti in sul furto con tanti testimoni che tu te ne vergognassi, e dipoi la vergogna ti facesse fare quello che non ti avrebbe potuto fare far niuna altra cosa. Ora la cosa è qui. Se tu vorrai ritornar al segno, ed esser quello Nicomaco che tu eri da uno anno indietro, tutti noi vi torneremo, e la cosa non si risaprà; e quando ella si risapesse, egli è usanza errare ed emendarsi.

Ni. Sofronia mia, fa' ciò che tu vuoi; io sono parato a non uscire de' tuoi ordini, purché la cosa non si risappia.

Sofr. Se tu vuoi far cotesto, ogni cosa è acconcia.

Ni. Clizia dov'è?

Sofr. Mandaila, subito che si fu cenato iersera, vestita co' panni di Siro in un monasterio.

Ni. Oleandro che dice?

Sofr. È allegro che queste nozze siano guaste; ma egli è bene doloroso che non vede come e' si possa aver Clizia.

Ni. Io lascio aver ora a te il pensiero delle cose di Cleandro. Nondimeno se non si sa chi costei è, non mi parrebbe di dargliene.

Sofr. E' non pare anche a me, e' conviene differire il maritarla tanto che si sappia di costei qualche cosa, o che gli sia uscita questa fantasia, ed intanto si farà annullare il parentado di Pirro.

Ni. Governala come tu vuoi. Io voglio andare in casa a riposarmi, che per la mala notte che io ho avuta, io non mi reggo ritto, ed anche perch'io veggo Cleandro ed Eustachio uscir fuora, con i quali io non mi voglio abboccare. Parla con loro tu; di' la conclusione fatta da noi, e che basti loro aver vinto, e di questo caso più non me ne ragionino.

[V. 4]

CLEANDRO, SOFRONIA, EUSTACHIO.

Cle. Tu hai udito, come il vecchio n'è ito chiuso in casa; ei debbe averne tocco una rimesta da Sofronia; e' pare tutto umile. Accostiamoci a lei per intendere la cosa. Dio vi salvi, mia madre; che dice Nicomaco?

Sofr. È tutto scorbacchiato il pover'uomo: pargli essere vituperato; hammi dato il foglio bianco, e vuole ch'io governi per l'avvenire a mio senno ogni cosa.

Eust. Ella andrà bene, io doverò aver Clizia.

Cle. Adagio un poco; e' non è boccone da te.

Eust. Oh! questa è bella; ora ch'io credetti avere vinto, ed io avrò perduto come Pirro!

Sofr. Né tu né Pirro l'avete avere; né tu, Cleandro, perchè io voglio che la stia così.

Cle. Fate almeno che la torni a casa, acciò ch'io non sia privo di vederla.

Sofr. La vi tornerà, e non vi tornerà, come mi parrà. Andiamne noi a rassettar la casa; e tu, Cleandro, guarda se tu vedi Damone, perché egli è bene parlargli, per rimaner come si abbia a ricoprire il caso seguito.

Cle. Io son malcontento.

Sofr. Tu ti contenterai un'altra volta.

[V. 5]

CLEANDRO solo.

Quando io credo esser navigato, e la fortuna mi ripigne nel mezzo al mare, e tra più torbide e tempestose onde. Io combattevo prima coll'amore di mio padre; ora combatto coll'ambizione di mia madre. A quello io ebbi per aiuto lei, a questo sono solo; tanto ch'io veggo men lume in questa ch'io non vedevo in quello. Duolmi della mia mala sorte, poich'io nacqui per non aver mai bene; e posso dire, da che questa fanciulla ci venne in casa, non aver conosciuti altri diletti che di pensar a lei, dove si radi sono stati i piaceri che i giorni di quelli si annovererebbero facilmente. Ma chi veggo io venir verso di me? È egli Damone? Egli è desso, ed è tutto allegro. Che ci è, Damone? Che novelle portate? Donde viene tanta allegrezza?

[V. 6]

DAMONE, CLEANDRO.

Da. Né migliori novelle, né più felici, né ch'io portassi più volentieri, potevo sentire.

Cle. Che cosa è?

Da. Il padre di Clizia vostra è venuto in questa terra, e chiamasi Ramondo, ed è gentiluomo napolitano, ed è ricchissimo, ed è solamente venuto per ritrovare questa sua figliuola.

Cle. Che ne sai tu?

Da. Sollo, ch'io gli ho parlato ed ho inteso il tutto e non ci è dubbio alcuno.

Cle. Come sta la cosa? Io impazzo per l'allegrezza.

Da. Io voglio che voi l'intendiate da lui. Chiama fuora Nicomaco e Sofronia tua madre.

Cle. Sofronia, o Nicomaco? Venite da basso a Damone.

[V. 7]

NICOMACO, DAMONE, SOFRONIA, RAMONDO.

Ni. Eccoci, che buone novelle?

Da. Dico che il padre di Clizia, chiamato Ramondo, gentiluomo napolitano, è in Firenze per ritrovare quella; ed hogli parlato, e già l'ho disposto di darla per moglie a Cleandro, quando tu voglia.

Ni. Quando e' sia cotesto, io sono contentissimo. Ma dov'è egli?

Da. Alla Corona e gli ho detto che venga in qua. Eccolo che viene; egli è quello che ha dietro quelli servidori! Facciamcegli incontro.

Ni. Eccoci. Dio vi salvi, uomo da bene.

Da. Ramondo, questo è Nicomaco, e questa è la sua donna, che hanno con tanto onore allevata la figliuola tua; e questo è il loro figliuolo, e sarà tuo genero, quando ti piaccia.

Ra. Voi siate tutti i ben trovati, e ringrazio Iddio, che mi ha fatta tanta grazia, che avanti ch'io muoia, rivegga la mia figliuola, e possa ristorar questi gentiluomini, che l'hanno onorata. Quanto al parentado, a me non può essere più grato, acciocché questa amicizia fra noi per i meriti vostri cominciata, per il parentado si mantenga.

Da. Andiamo dentro, dove da Ramondo tutto il caso intenderete a punto, e queste felici nozze ordinerete.

Sofr. Andiamo; e voi, spettatori, ve ne potete andare a casa, perché senza uscir più fuora si ordineranno le nuove nozze, le quali fieno femine, e non maschie, come quelle di Nicomaco.

Canzone.

Voi, che si intente e quiete,
Anime belle, esempio onesto e umile,
Mastro saggio e gentile,
Di nostra umana vita udito avete;
E per lui conoscete,
Qual cosa schifar deesi, e qual seguire,
Per salir dritti al
cielo; E sotto rado velo,
Più oltre assai, ch'or fora lungo a dire;
Di qui preghiam tal frutto appo voi sia,
Qual merta tanta vostra cortesia.


BELFAGOR ARCIDIAVOLO

BELFAGOR ARCIDIAVOLO è mandato da Plutone in questo mondo, con obbligo di dover prender moglie. Ci viene, la prende; e non potendo sofferire la superbia di lei, ama meglio ritornarsi in Inferno che ricongiungersi seco.

Leggesi nelle antiche memorie delle fiorentine cose, come già s'intese per relazione d'alcuno santissimo uomo, la cui vita appresso qualunque in quelli tempi viveva era celebrata, che standosi astratto nelle sue orazioni vide, mediante quelle, come andando infinite anime di quelli miseri mortali che nella disgrazia di Dio morivano all'Inferno, tutte o la maggior parte si dolevano, non per altro che per avere preso moglie essersi a tanta infelicità condotte. Donde che Minos e Radamanto insieme con gli altri infernali giudici n'avevano meraviglia grandissima; e non potendo credere queste calunnie che costoro al sesso femineo davano, esser vere, e crescendo ogni giorno le querele, ed avendo di tutto fatto a Plutone conveniente rapporto, fu deliberato d'avere sopra questo caso con tutti gli infernali principi maturo esamine, e pigliarne di poi quel partito che fusse giudicato migliore per iscoprire questa fallacia, o conoscerne in tutto la verità.

Chiamatogli adunque a concilio, parlò Plutone in questa sentenza: «Ancora che io, dilettissimi miei, per celeste disposizione e per fatale sorte al tutto irrevocabile possegga questo regno, e che per questo io non possa essere obbligato nd alcuno indizio, o celeste o mondano, nondimeno, perché gli è maggior prudenza di quelli che possono più sottomettersi alle leggi e più stimare l'altrui iudizio, ho deliberato essere consigliato da voi come in un caso, il quale potrebbe seguire con qualche infamia del nostro imperio, io mi debba governare; perché dicendo tutte l'anime degli uomini che vengono nel nostro regno esserne stato cagione la moglie, e parendoci questo impossibile, dubitiamo che, dando giudizio sopra questa relazione, ne possiamo essere calunniati come troppo crudeli, e non ne dando, come manco severi e poco amatori della giustizia. E perché l'uno peccato è da uomini leggieri, e l'altro da ingiusti, e volendo fuggire quelli carichi che dall'uno e dall'altro potrebbono dependere, e non trovandone il modo, vi abbiamo chiamati, acciocché consigliandone ci aiutiate e siate cagione che questo regno, come per lo passato è vivuto senza infamia, così per l'avvenire viva.»

Parve a ciascheduno di quelli principi il caso importantissimo e di molta considerazione, e concludendo tutti come egli era necessario scoprirne la verità, erano discrepanti del modo. Perché a chi pareva che si mandasse uno, a chi più, nel mondo, che sotto forma d'uomo conoscesse personalmente questo vero. A molti altri occorreva potersi fare senza tanto disagio, costringendo varie anime con vari tormenti a scoprirlo. Pure la maggior parte consigliando che si mandasse, s'indirizzorno a questa opinione. E non si trovando alcuno che volontariamente prendesse questa impresa, deliberorno che la sorte fosse quella che la dichiarasse. La quale cadde sopra Belfagor Arcidiavolo, ma per l'addietro, avanti che cadesse di cielo, Arcangelo; il quale, ancora che male volentieri pigliasse questo carico, nondimeno, costretto dallo imperio di Plutone, si dispose a seguire quanto nel concilio s'era determinato, e si obbligò a quelle condizioni che infra loro solennemente erano state deliberate; le quali erano, che subito a colui che fosse a questa commissione deputato fossino consegnati centomila ducati, co'quali doveva venire nel mondo, e sotto forma d'uomo prender moglie, e con quella vivere dieci anni; e dipoi, fingendo di morire, tornarsene, e per isperienzia far fede a' suoi superiori quali sianoci i carichi e le incomodità del matrimonio. Dichiarossi ancora che durante detto tempo ei fusse sottoposto a tutti quegli disagi e mali che sono sottoposti gli uomini e che si tira dietro la povertà, le carcere, la malattia ed ogni altro infortunio nel quale gli uomini incorrono, eccetto se con inganno o astuzia se ne liberasse.

Presa adunque Belfagor la condizione e i danari, ne venne nel mondo, ed ordinato di sua masnade cavalli e compagni, entrò onoratissimamente in Firenze; la qual città innanzi a tutte le altre elesse per suo domicilio, come quella che gli pareva più atta a sopportare chi con arte usuraria esercitasse i suoi danari, e quando ci fussi bisogno di compre, li gioverebbe per averne d'altrui; e fattosi chiamare Roderigo di Castiglia, prese una casa a fitto nel borgo d'Ogni Santi. E perché non si potessino rinvenire le sue condizioni, disse essersi da picciolo partito di Spagna, e itone in Soria, ed avere in Aleppe guadagnato tutte le sue facultà; donde s'era poi partito per venire in Italia a prender donna in luoghi più umani, e alla vita civile e all'animo suo più conformi.

Era Roderigo bellissimo uomo, e mostrava una età di trent'anni; e avendo in pochi giorni dimostro di quante ricchezze abbondasse, e dando esempli di sé d'essere umano e liberale, molti nobili cittadini che avevano assai figliuole e pochi danari, se gli offerivano; intra le quali tutte Roderigo scelse una bellissima fanciulla, chiamata Onesta, figliuola d'Amerigo Donati, il quale n'aveva tre altre insieme con tre figliuoli maschi, tutti uomini, e quelle erano quasi che da marito. E benché fusse d'una nobilissima famiglia, e di lui fosse in Firenze tenuto buon conto, nondimanco era, rispetto alla brigata ch'aveva, e alla nobiltà, poverissimo.

Fece Roderigo magnifiche e splendidissime nozze, né lasciò indietro alcuna di quelle cose che in simili feste si desiderano, essendo per la legge che gli era stata data nell'uscire di Inferno, sottoposto a tutte le passioni umane. Subito cominciò a pigliare piacere degli onori e delle pompe del mondo, e avere caro d'esser laudato tra gli uomini; il che gli recava spesa non picciola. Oltre di questo non fu dimorato molto con la sua monna Onesta che se ne innamorò fuori di misura, né poteva vivere qualunque volta la vedeva stare trista ed aver alcuno dispiacere. Aveva Monna Onesta portato in casa di Roderigo insieme, con la nobilità seco e con la bellezza tanta superbia che non n'ebbe mai tanta Lucifero; e Roderìgo, che aveva provata l'una e l'altra, giudicava quella della moglie superiore. Ma diventò di lunga maggiore come prima quella si accorse dell'amore che il marito le portava; e parendole poterlo da ogni parte signoreggiare, senza alcuna pietà o rispetto lo comandava, né dubitava, quando da lui alcuna cosa gli era negata, con parole villane ed iniuriose morderlo; il che era a Roderigo cagione d'inestimabil noia.

Pur nondimeno il suocero, i fratelli, il parentado, l'obligo del matrimonio, e sopra tutto il grande amore le portava, gli faceva aver pazienza, io voglio lasciare ire le grandi spese che per contentarla faceva in vestirla di nuove usanze e contentarla di nuove fogge, che continuamente la nostra città per sua natural consuetudine varia, che fu necessitato, volendo star in pace con lei, aiutare al suocero maritare l'altre sue figliuole, dove spese grossa somma di danari. Dopo questo, volendo avere bene con quella, gli convenne mandare uno dei fratelli in Levante con panni, e un altro in Ponente con drappi, all'altro aprire uno battiloro in Firenze; nelle quali cose dispensò la maggior parte delle sue fortune. Oltre a questo, ne' tempi de' carnasciali e di San Giovanni, quando tutta la città per antica consuetudine festeggia, e che molti cittadini nobili e ricchi con splendidissimi conviti si onorano, per non essere Monna Onesta all'altre donne inferiore, voleva che il suo Roderigo con simili feste tutti gli altri superasse. Le quali cose tutte erano da lui per le sopraddette cagioni sopportate, né gli sarebbono, ancora che gravissime, parute gravi a farle, se da questo ne fosse nata la quiete della casa sua, e se egli avesse potuto pacificamente aspettare i tempi della sua rovina. Ma gl'interveniva l'opposito, perché con l'insopportabili spese, l'insolente natura di lei infinite incomodità gli recava, e non erano in casa sua né servi né serventi, che, non che molto tempo, ma brevissimi giorni la potessino sopportare. Donde ne nascevano a Roderigo disagi gravissimi, per non poter tenere servo fidato che avesse amore alle cose sue, e, non che altri, quelli diavoli i quali in persona di famigli aveva condotti seco, piuttosto elessero di tornarsene in Inferno a stare nel fuoco che viver nel mondo sotto lo imperio di quella.

Standosi adunque Roderigo in questa tumultuosa e inquieta vita, e avendo per le disordinate spese già consumato quanto mobile si aveva riserbato, cominciò a vivere sopra la speranza de' ritratti che di Ponente e di Levante aspettava; e avendo ancora buon credito, per non mancar di suo grado, prese a cambio, e girandogli già molti marchi addosso, fu presto notato da quelli che in simile esercizio in Mercato si travagliano. Ed essendo di già il caso suo tenero, vennero in un subito di Levante e di Ponente nuove, come Ialino de' fratelli di Monna Onesta s'avea giuocato tutto il mobile di Roderigo, e che l'altro, tornando sopra una nave carica di sua mercatanzia, senza essersi altrimenti assicurato, era insìeme con quella annegato. Né fu prima pubblicata questa cosa, che i creditori di Roderigo si ristrinsono insieme, e giudicando che fosse spacciato, né possendo ancora scuoprirsi, per non esser venuto il tempo de' pagamenti loro, conclusono che fosse bene osservarlo cosi destramente, acciocché dal detto al fatto di nascoso non se ne fuggisse.

Roderigo dall'altra parte, non veggendo al caso suo rimedio e sapendo a quanto la legge infernale lo costringeva, pensò di fuggirsi in ogni modo; e montato una mattina a cavallo, abitando propinquo alla porta al Prato, per quella se ne usci; né prima fu veduta la partita sua, che il romore si levò fra i creditori, i quali, ricorsi ai magistrati, non solamente co' cursori, ma popularmente si missono a seguirlo. Non era Roderigo, quando se gli levò dietro il rumore, dilungato dalla città uno miglio, in modo che, vedendosi a mal partito, deliberò, per fuggire più secreto, uscire di strada, e attraverso per gli campi cercare sua fortuna. Ma sendo a far questo impedito dalle assai fosse che attraversano il paese, né potendo per questo ire a cavallo, si mise a fuggire a pie, e lasciata la cavalcatura in su la strada, attraversando di campo in campo coperto dalle vigne e da' canneti di che quel paese abbonda, arrivò sopra Peretola a casa di Gian Matteo del Bricca, lavoratore di Giovanni del Bene, e a sorte trovò Gian Matteo che recava a casa da rodere a' buoi, e se gli raccomandò, promettendogli che, se lo salvava dalle mani de' suoi nemici, i quali per farlo morire in prigione lo seguitavano, che lo farebbe ricco, e gliene darebbe innanzi alla sua partita 1aIe~saggio che gli crederebbe; e quando questo non facesse, era contento che esso proprio lo ponesse in mano ai suoi avversari.

Era Gian Matteo, ancora che contadino, uomo animoso, e giudicando non poter perdere a pigliar partito di salvarlo, gliene promise; e cacciatolo in un monte di letame, quale aveva davanti alla sua casa, lo ricoperse di cannucce e altre mondiglie, che per ardere avea radunate. Non era Roderigo appena fornito di nascondersi, che i suoi perseguitatori sopraggiunsono, e per ispaventi che facessino a Gian Matteo, non trassero mai da lui che l'avesse visto. Talché, passati più innanzi, avendolo invano quel di e quell'altro cerco, stracchi se ne tornorno a Firenze. Gian Matteo adunque, cessato il romore e trattolo dal luogo dov'era, lo richiese della fede data. Al quale Roderigo disse: «Fratello mio, io ho con teco un grande obbligo, e lo voglio in ogni modo sodisfare; e perché tu creda ch'io possa farlo, ti dirò chi io sono: e quivi gli narrò di suo essere e delle leggi avute all'uscire d'Inferno, e della moglie tolta; e di più gli disse il modo col quale lo voleva arricchire, che in somma sarebbe questo; che come ei sentiva che alcuna donna fusse spiritata, credesse lui essere quello che gli fosse addosso; né mai se n'uscirebbe, s'egli non venisse a trarnelo, donde arebbe occasione di farsi a suo modo pagare da' parenti di quella: e rimasi in questa conclusione, spari via.»

Né passorno molti giorni che si sparse per tutta Firenze, come una figliuola di messer Ambrogio Ainidei, la quale aveva maritata a Buonaiuto Tebalducci, era indemoniata. Né mancorno i parenti di farvi tutti quelli rimedi che in simili accidenti si fanno, ponendole in capo la testa di S. Zanobi e il mantello di S. Gio. Gualberto; le quali cose tutte da Roderigo erano uccellate. E per chiarir ciascuno come il male della fanciulla era uno spirito, e non altra fantastica immaginazione, parlava in latino, e disputava delle cose di filosofia, e scopriva i peccati di molti; intra i quali scoperse quelli d'un frate che s'aveva tenuta una femina vestita ad uso di fraticino più di quattro anni nella sua cella; le quali cose facevano maravigliare ciascuno. Viveva pertanto messer Ambrogio malcontento, e avendo invano provati tutti i rimedi, aveva perduta ogni speranza di guarirla, quando Gian Matteo venne a trovarlo, e gli promise la salute della sua figliuola quando gli voglia donare cinquecento fiorini per comperare uno podere a Peretola. Accettò messer Ambrogio il partito; donde Gian Matteo, fatte dire prima certe messe e fatte sue ceremonie per abbellire la cosa, si accostò agli orecchi della fanciulla e disse: «Roderigo, io sono venuto a trovarti perché tu m'osservi la promessa». Al quale Roderigo rispose: «Io sono contento; ma questo non basta a farti ricco; e però, partito ch'io sarò di qui, entrerò nella figliuola di Carlo re di Napoli, né mai n'uscirò senza te. Farati allora fare una mancia a tuo modo, né poi mi darai più briga». Detto questo, s'uscì d'addosso a colei con piacere ed ammirazione di tutta Firenze.

Non passò dipoi molto tempo che per tutta Italia si sparse l'accidente venuto alla figliuola del re Carlo, né vi si trovando rimedio, avuta il re notizia di Gian Matteo, mandò a Firenze per lui, il quale, arrivato a Napoli, dopo qualche finta cerimonia, la guarì. Ma Roderigo, prima che partisse, disse: «Tu vedi, Gian Matteo, io t'ho osservato le promesse d'averti arricchito, e però sendo disobligo, io non ti sono più tenuto di cosa alcuna. Pertanto sarai contento non mi capitare più innanzi; perché, dove io ti ho fatto bene, ti farei per l'avvenire male».

Tornato adunque a Firenze Gian Matteo ricchissimo, perché aveva avuto dal re meglio che cinquantamila ducati, pensava di godersi quelle ricchezze pacificamente, non credendo però che Roderigo pensasse d'offenderlo. Ma questo suo pensiero fu subito turbato da una nuova che venne, come una figliuola di Lodovico VII, re di Francia, era spiritata; la qual nuova alterò tutta la mente di Gian Matteo, pensando all'autorità di quel re e alle parole che gli aveva Roderigo dette. Non trovando adunque il re alla sua figliuola rimedio, e intendendo la virtù di Gian Matteo, mandò prima a richiederlo semplicemente per un suo cursore; ma allegando quello certe indisposizioni, fu forzato quel re a richiederne la Signoria, la quale forzò Gian Matteo ad ubbidire. Andato pertanto costui tutto sconsolato a Parigi, mostrò prima al re come egli era certa cosa che per lo addietro aveva guarita qualche indemoniata, ma che non era per questo che egli sapesse o potesse guarire tutti; perché se ne trovavano di si perfida natura che non temevano né minacce né incanti né alcuna religione; ma con tutto questo era per fare suo debito, e non gli riuscendo, ne domandava scusa e perdono. Al quale il re turbato disse che, se non la guariva, che lo appenderebbe. Senti per questo Gian Matteo dolor grande; pure fatto buon cuore, fece venire l'indemoniata, e accostatosi all'orecchio di quella, umilmente si raccomandò a Roderigo, ricordandogli il beneficio fattogli, e di quanta ingratitudiue sarebbe esempio, se l'abbandonasse in tanta necessità. Al quale Roderigo disse: «To', villano traditore, sì che tu hai ardire di venirmi innanzi? Credi tu poterti vantare d'esser arricchito per le mia mani? Io voglio mostrare a te ed a ciascuno come io so dare e torre ogni cosa a mia posta; e innanzi che tu ti parta di qui, io ti farò impiccare in ogni modo Donde che Gian Matteo, non veggendo per allora rimedio, pensò di tentare la sua fortuna per un'altra via, e fatto andare via la spiritata, disse al re: «Sire, come vi ho detto, ci sono di molti spiriti, che sono si maligni che con loro non s'ha alcun buono partito, e questo è uno di quegli; pertanto io voglio fare un'ultima sperienza, la quale se gioverà, la V. M. ed io aremo l'intenzione nostra; quando non giovi, io sarò nelle tua forze, e arai di me quella compassione che merita l'innocenzia mia. Farai pertanto fare in su la piazza di Nostra Dama un palco grande e capace di tutti i tuoi baroni e di tutto il clero di questa città; farai parar il palco di drappi di seta e d'oro; fabricherai nel mezzo di quello un altare; e voglio che domenica mattina prossima tu con il clero, insieme con tutti i tuoi principi e baroni, con la real pompa, con splendidi ricchi abbigliamenti convegnate sopra quello, dove, celebrata prima una solenne messa, farai venire l'indemoniata. Voglio oltre di questo che dall'un canto della piazza sieno insieme venti persone almeno, che abbino trombe, corni, tamburi, cornamuse, cembanelle, cemboli e d'ogni altra qualità romori, i quali, quando io alzerò uno cappello, dieno in quelli strumenti e sonando ne venghino verso il palco. Le quali cose, insieme con certi altri secreti rimedi, credo che faranno partire questo spirito».

Fu subito dal re ordinato tutto, e venuta la domenica mattina, e ripieno il palco di personaggi e la piazza di popolo, celebrata la messa, venne la spiritata condutta in sul palco per le mani di dua vescovi e molti signori. Quando Roderigo vide tanto popolo insieme e tanto apparato, rimase quasi che stupido e fra sé disse: «Che cosa ha pensato di fare questo poltrone di questo villano? Cred'egli sbigottirmi con questa pompa? Non sa egli ch'io sono uso a vedere le pompe del cielo e le furie dello Inferno? Io lo gastigherò in ogni modo». E accostando-segli Gian Matteo e pregandolo che dovesse uscire, egli disse: «Oh! tu hai fatto il bel pensiero! Che credi tu fare con questi tuoi apparati? Credi tu fuggir per questo la potenza mia e l'ira del re? Villano, ribaldo, io ti farò impiccare in ogni modo». E cosi ripregandolo quello, e quell'altro dicendogli villania, non parve a Gian Matteo di perder più tempo, e fatto il cenno con il cappello, tutti quelli ch'erano a romoreggiar deputati, dettono in quelli suoni, e con rumori che andavano al cielo ne vennero verso il palco. Al qual romore alzò Roderigo gli orecchi, e non sapendo che cosa fusse, e stando forte maravigliato, tutto stupido domandò Gian Matteo che cosa quella fusse. Al quale Gian Matteo tutto turbato disse: «Ohimè, Roderigo mio, quella è la mogliera che ti viene a ritrovare. Fu cosa maravigliosa a pensare quanta alterazione di mente recasse a Roderigo sentir ricordare il nome della moglie; la quale fu tanta che, non pensando s'egli era possibile o ragionevole se la fusse dessa, senza replicare altro, tutto spaventato se ne fuggi, lasciando la fanciulla libera, e volse pili tosto tornarsene in inferno a render ragione delle sua azioni che di nuovo con tanti fastidi, dispetti e pericoli sottoporsi al giogo matrimoniale. E cosi Belfagor, tornato in Inferno, fece fede de' mali che conduceva in una casa la moglie; e Gian Matteo, che ne seppe più che 'l diavolo, se ne ritornò tutto lieto a casa.