CAP. III. SCOPERTA DELLA CONGIURA E PROCESSI DI CALABRIA.
(dalla fine di agosto a tutto 10bre 1599).

I. Il 10 agosto 1599 Fabio di Lauro e Gio. Battista Biblia, che abbiamo veduto ricoverati per debiti nel convento de' frati Zoccolanti di Catanzaro e sollecitati da fra Dionisio a prender parte alla congiura, ne facevano una formale denunzia al Vicerè Conte di Lemos, innanzi all'Avvocato fiscale dell'Audienza di Calabria ultra D. Luise Xarava. Per incarico di costui, essi seguitavano a sorvegliare gli andamenti de' congiurati fingendosi sempre accesi per la rivolta, ed intanto ponevano in iscritto ciò che fino a quel momento aveano potuto raccogliere. Crediamo utile dare qui letteralmente tradotto l'importante documento da noi rinvenuto in Simancas, anche perchè riscontrandone l'originale, vengano i lettori a familiarizzarsi co' documenti scritti nell'idioma spagnuolo[307].

«Relazione fedele e veridica a Sua Eccellenza circa la congiura e ribellione che finora è stata tentata ed al presente si tenta dagl'infrascritti, per quanto noi Fabio di Lauro e Gio. Battista Biblia abbiamo potuto tener notizia e procurato sapere con ogni diligenza, in servizio di Dio e del Re nostro signore. — Fra Tommaso Campanella di Stilo, dell'ordine di S. Domenico, persona che per tutto il mondo tiene il primato nelle scienze, che per maraviglia di esse è stato molti anni carcerato nell'Inquisizione, presupponendosi opera diabolica siccome al presente ci è stato veramente certificato, con intelligenza di D. Lelio Orsini e del Principe di Bisignano, del Duca di Vietri, del Vescovo di Nicastro e di molti altri Vescovi del Regno, di Signori titolati e Potentati, ed in particolare di Sua Santità e in nome suo del Card.l S. Giorgio, del Turco; e fra Dionisio e fra Pietro Ponzio di Nicastro, predicatori dell'ordine di S. Domenico, con copioso numero di altri predicatori frati di diverse Religioni e di persone principali di molte città e terre, con intelligenza di molte corporazioni dell'una e dell'altra provincia, hanno tentato e tentano quotidianamente di rivoltare ed ingannare i popoli contro il Re nostro signore, pubblicandolo tiranno del mondo, e con parole efficaci dànno ad intendere l'incomportabile malvagità de' suoi Ministri, i quali vendono come all'asta pubblica il sangue umano e la giustizia e tutto, usurpando con tirannia il sudore de' poveri con tanti tributi e pagamenti e assassinii che si veggono nel Regno di Napoli, Regno della Santa Chiesa occupato tirannicamente, dicendo che tutti i Re di Spagna sono dannati per avere usurpato gli Stati della Chiesa, sangue di Gesù Cristo, e che già è venuto il tempo che nostro signore Iddio, mosso a pietà, si compiace di togliere la sozzura (?) di tanta tirannia e servitù, e ciò per opera del suo Vicario, il quale, condolendosi della calamità de' popoli, ha risoluto porli nella pristina libertà di repubblica, come era per l'innanzi, pur che vogliano riconoscere per signora la Santa Chiesa, con darle soltanto il libero consenso e un mediocre tributo, dicendo che non bisognava spargere il sangue de' loro figli, padri e madri, in rovina de' proprii averi, mentre sperano che aggiusterà loro ogni cosa solamente col persuadere la verità e fare che ognuno si riconosca a sè medesimo e al servizio di Dio nostro signore, il cui aiuto dicono di tenere in ciò per divine rivelazioni ed ispirazioni, stimolando la gente con promesse di lauti guiderdoni e con la facilità del negozio, mentre tutte le città e terre delle dette provincie sono divise e nella maggior parte disposte a versare il sangue pel servizio di Dio e della Santa Chiesa e per la propria libertà, aggiungendo il poco governo e poco talento de' governanti che al presente si trovano nelle dette provincie, e questo dicono essere permesso divino, che sembra gli abbia accecati, dando agli animi di tutti fama immortale pe' secoli avvenire, come pure mettendo innanzi il gran profitto da trarsene. — Nella detta congiura sta Maurizio de Rinaldis di Guardavalle, persona nobile e di grande intelligenza, e fuoruscito con comitiva di più di 2,000 persone di Stilo, casali e dintorni, il quale ha sobillato col detto Campanella e tuttora va sobillando, e particolarmente in Catanzaro Matteo Famareda, Orazio Rania ed altri suoi concertano intimamente con lui. E perchè nella detta congiura, la quale si tratta già da un anno, vi è pure l'intervento del Turco, che ha commesso ogni cosa al Cicala acciò esegua quanto i congiurati gli saranno per chiedere, nel mese scorso il detto Maurizio, inviato da' congiurati con una loro credenziale, s'imbarcò insieme con alcuni compagni nelle galere di Morat Rais che lo portò a parlare al Cicala, e di poi se ne tornarono alla marina di Stilo come è fama pubblica. E il detto Cicala sta già pronto a sua richiesta con 60 vele, che debbono servire ad andar costeggiando la Calabria ed impedire qualunque soccorso da mare. — Nella medesima congiura interviene Ferrante Moretto di Terranova della piana con un suo germano ed infinita gente di suoi aderenti. Vi sono pure molti della città di Reggio, S.ta Agata e Casali, e persone principali e potenti, e particolarmente della città di Seminara. Ci è ancora la maggior parte della città di Tropea, Mileto, Monteleone, Amantea, Fiumefreddo e città di Cosenza, Cassano, Castrovillari e Terranova-citra, Bisignano, Taverna, Cotrone, e la maggior parte del Principato di Squillace, ma specialmente infiniti della città di Nicastro, e molti di Rossano e Pietra Paola. Ci ha inoltre della città di Catanzaro Mario Flaccavento, parente di fra Dionisio e di Gio. Antonio Fabbrica con altri suoi compagni. Si trovano ora nelle provincie due compagnie di cavalli di uomini d'arme, che stanno a requisizione de' nemici. Vi sono ancora tutti i fuorusciti delle altre provincie, con altro infinito numero de' casali di Cosenza, e capipopolo di diversi luoghi. — La detta congiura, stata già trattata da tanto tempo, al presente è affrettata, e solo attendono la venuta del Principe di Bisignano, il quale verrà incognito, e così pure del Vescovo di Nicastro e di alcuni altri grandi personaggi. I congiurati, oltre che sperano felice successo per la moltitudine de' congiuranti e loro potere con guide del demonio che tratta col padre Campanella, sperano giovarsi molto della lingua tra' popoli, nel senso di far loro buone prediche, mentre concorrono molti predicatori di diverse religioni i quali si hanno diviso i luoghi tra loro, e per mezzo di essi si è quasi sempre trattato, e vanno promettendo grosse remunerazioni in nome di Sua Santità. Si scrivono tra loro con cifra di numeri e segni, i quali abbiamo visti in potere di fra Dionisio, che credendo tenerci nel suo partito, per la grande familiarità che da molti anni vi è stata tra lui e noi, ci ha comunicato tutto, promettendoci grandi cose, e con grande esagerazione ci facea premura in questo affare, nel quale non gli abbiamo dato rifiuto, per scovrire da lui quanto c'è e darne avviso a Sua Eccellenza, come abbiamo fatto in servizio di Sua Maestà. Guadagnate le provincie di Calabria, sperano di conquistare apertamente il resto del Regno, dicendo che la Calabria è la chiave, in dove si trovano le fortezze, munizioni e vettovaglie. — Tutte le dette cose per la maggior parte le abbiamo udite dalla bocca propria di fra Dionisio Ponzio, che per tale motivo va per diversi luoghi, e di Matteo Famareda, e vedutele per evidenti segnali e lettere di fra Dionisio che ci hanno mostrato. Speriamo d'ora innanzi tenere di ciò notizia più particolareggiata, sebbene quanto facciamo si faccia tutto con grandissimo pericolo di essere uccisi fin nelle nostre case; ma per servizio di Dio, di Sua Maestà e di Vostra Eccellenza, noi non ci curiamo di spargere il sangue e far notoria al mondo la nostra piena fedeltà e seguire le orme degli avi. — Dat. in Catanzaro il 10 agosto 1599. — Io Fabio di Lauro dò l'infrascritta relazione di mera volontà mia propria, e depongo come quassù in presenza dell'Avvocato fiscale di questa provincia in nome di Sua Maestà, sperando la sua grazia e guiderdone, mano propria. — Io Gio. Battista Biblia dò l'infrascritta relazione di mia propria volontà, e depongo come quassù in presenza del Sig. Avvocato fiscale di questa Provincia in nome di Sua Maestà, sperando la sua grazia e guiderdone, mano propria».

Successivamente, il 13 agosto, essi mandavano direttamente al Vicerè un'altra relazione[308]. Con questa dicevano che meglio informati, poichè andavano ogni giorno cercando di sapere, avendo parlato con alcuni congiurati principali, «credendo essi di tenerli pe' loro più affezionati come avevano loro mostrato e mostravano», aveano potuto toccar con mano che già tutta la provincia era in ordine, che nella Città di Catanzaro vi erano tra' congiurati più di 100 persone principali, «e tra gli altri la Regia munizione stava in ordine per costoro»; che i corrieri e messi andavano tra loro quasi sempre di notte, ed erano per la maggior parte frati e clerici; che essi, i denunzianti, aveano mandato corriere «per avere qualche loro lettera» ed inviarla a S. E., come pure d'allora in poi avrebbero procurato «sapere tutti i nomi de' congiurati». In fondo, come ben si vede, non avevano ancora fatto altri progressi nelle scoverte alle quali attendevano; frattanto magnificavano il «pericolo di essere bruciati fin dentro le loro case» e dicevano che «per ore e momenti stavano aspettando la morte»; assicuravano che i congiurati aveano tra loro «persone grandi e molti di Corte», e soggiungevano che se non si rimediava presto, correva «grandissimo rischio di porsi in rivolta il mondo». Infine conchiudevano rimettendosi alla grazia di S. M. e di S. E. da cui speravano «competente rimunerazione di tale e tanto grande servigio». — Vedremo che in sèguito, attendendo sempre «a scovrire la congiura per ordine dell'Avvocato fiscale», giunsero realmente ad avere «tre lettere» le quali trasmisero alle Autorità, come risulta dal Carteggio Vicereale[309], e fecero pure qualche altra scoverta che troveremo espressa[310] nelle loro deposizioni.

La prima denunzia giunse in Napoli, per mezzo del fiscale, il 18 agosto, la seconda, direttamente, il 24 agosto, e in tale ultima data il Vicerè ne trasmetteva copia a Madrid, dando conto de' provvedimenti fatti e della impressione ricevuta: tutto ciò si rileva dalla sua prima lettera scritta al Re su tale argomento[311]. Fin dal 18, all'arrivo della prima denunzia, egli spedì subito un corriere all'Ambasciatore di Spagna in Roma D. Antonio de Cardona Duca di Sessa, avvertendolo di ciò che accadeva «e scrivendogli un'altra lettera da potersi mostrare a S. S.», nella quale diceva che certi frati e clerici in Calabria facevano trattative col Cicala, e che perciò supplicasse S. S. di «restar servita» di permettergli che per l'investigazione di tal negozio potesse prendere i frati e clerici che fossero colpevoli, ciò che S. S. fece con molto piacere, richiedendo che li traducesse alla carcere del Nunzio che teneva in Napoli, ma che se gli paresse altro, lo lasciava nelle sue mani. Dippiù, quantunque ritenesse la cosa senza fondamento, il Vicerè pensò ad inviare in Calabria una persona capace d'investigare con ogni segretezza e carcerare i frati nominati nella relazione, procurando di avere in poter suo tutte le loro carte; e scelse Carlo Spinelli, di cui avea trovato in Napoli molto buona relazione, e che oltre all'essere buon soldato era anche molto prudente ed accorto, e perciò si era servito di lui il Duca di Ossuna a tempo del tumulto della città (il tumulto contro l'Eletto Starace), e lo avea fatto Reggente della Vicaria, nella qual carica in pochi giorni avea presi i più colpevoli tra' delinquenti; lo scelse anche perchè gli sembrò che sarebbe stato la persona la quale avrebbe potuto andare con minor rumore, con voce che sarebbe andato a difendere la costa (a difenderla dal Turco siccome avea fatto altra volta). Del resto, egli diceva, «mi pare grande stravaganza mischiare il Papa e il Card.l S. Giorgio col Turco; che se fosse stato col Re di Francia o con qualche potentato d'Italia non mi sorprendeva, poichè, secondo mi ha avvertito il Duca di Sessa, già altra volta si sono tentati questi rumori da gente inquieta e di poca sostanza; e così mi persuado che solamente da' frati sono uscite queste invenzioni, chè d'uno di loro tengo relazione essere apparecchiato, per credere di lui qualunque novità». Parevagli pure stravaganza ciò che dicevano del Principe di Bisignano, del Duca di Vietri e di D. Lelio Orsini: con tutto ciò, egli soggiungeva, «per non errare è mestieri pensar sempre al peggio». Aveva quindi ordinato al Fiscale di andare a S.ta Eufemia, ove dovea sbarcare Carlo Spinelli, per farvi una certa informazione, perchè nell'Audienza non sospettassero a che fine egli là si recava, e di vedersi quivi con lo Spinelli, il quale, informato bene del caso, avrebbe nelle mani i frati e i più colpevoli, e glie ne darebbe avviso. Ripeteva poi ancora una volta che egli credeva tutto esser cosa senza fondamento, se non invenzione de' frati.

Il Vicerè D. Ferrante Ruiz de Castro Conte di Lemos era stato da poco tempo inviato a Napoli, in sostituzione del Conte Olivares, e vi era entrato appena il 16 luglio 1599, avendo avuta anche la missione di Ambasciatore straordinario di obbedienza al Papa: nella sua venuta avrebbe dovuto passare per Roma, ed invece con una certa sorpresa della Curia Pontificia, che trovasi espressa in una lettera al Nunzio, era «capitato a Napoli prima che a Roma»[312]. Fu detto che nel suo passaggio per Genova un frate Francescano lo avesse avvertito di tener d'occhio la Calabria, e che egli fece subito diligenze e si venne così a scovrire la congiura[313]: ma tutto ciò non ci risulta esatto, e potrebbe stare soltanto che quel frate, appartenente ad un Ordine solito a servire da spia agli spagnuoli massime nelle cose di Levante, gli avesse parlato del Campanella come di un uomo torbido, capace di qualunque novità; questo potrebbe ritenersi adombrato nel periodo sopra riferito della lettera del Vicerè, mentre poi veramente egli conobbe la congiura solo per opera di Lauro e Biblia, e stentò molto a ritenerla cosa seria malgrado le rivelazioni di costoro. Fu detto pure, dal Parrino, che i due cittadini di Catanzaro, complici della congiura, la rivelarono perchè la Divina Provvidenza toccò loro il cuore: ma ci risulta solamente certo che il loro cuore fu tocco dalla speranza di un buon guiderdone, avendo formalmente espresso questa speranza in entrambe le relazioni da loro scritte. Fu detto infine dal Campanella, nella sua Narrazione, che Lauro e Biblia si scovrirono avidi di mutazione con fra Dionisio, il quale secondo i segni e profezie di lui commendò il disegno loro, e di poi con la speranza di sollevarsi ed aggrandirsi parlarono allo Xarava, il quale essendo scomunicato e malcontento, «per scaricarsi appresso il Re la colpa della scomunica, e per vendicarsi degli ecclesiastici e d'altri nemici suoi in Catanzaro, disse falsamente a Lauro et a Biblia che questa era congiura di ribellar il regno e com'esso sempre l'havea pensato, e che c'intervenia il Vescovo di Milito, da cui era stato lui con tanti Baroni et Ufficiali scomunicato, e tutta casa del Tufo, el Vescovo di Nicastro che fece l'interditto, e che per effettuar questo F. Dionisio era andato a Ferrara, e che il Papa consentia e però non levava l'interditto, e che potean'esser altri Signori e s'informò con quanti havea amicitia il Campanella el F. Dionisio, e consertaro di metterli in processo, qual fece segretamente contra Prelati e Baroni et amici del Campanella e nemici suoi e delli prefati rivelanti; et ci posero anche D. Alonso de Roxas Governator della provincia, parte perch'era suo nemico di Xarava, parte perchè non fossero obbligati a farlo consapevole di tal processo, perchè non haveria consentito a tanta falsità». Ma questo si capisce facilmente essere un garbuglio, per far apparire Biblia e Lauro promotori di un movimento e lo Xarava autore di tutti i particolari della congiura; mentre invece, come abbiamo già avuta occasione di vedere, il Campanella medesimo, nella Dichiarazione che si decise a rilasciare appunto allo Xarava, disse che fra Dionisio avea predicato in Catanzaro ribellione secondo la profezia di lui, e per aver molti dalla sua parte avea nominate tutte quelle persone a cominciare dal Papa. Adunque la denunzia di Lauro e Biblia rivelò in tutto e per tutto le cose esageratamente ed artificiosamente propalate da fra Dionisio in Catanzaro: si può soltanto dire che le rivelò in un modo ancora più esagerato ed artificioso, con una grande impudenza, per accrescere il valore del servigio reso. Nè vi si vede poi accusato di complicità D. Alonso de Roxas, che realmente sappiamo essere stato, come ogni altro Governatore, in dissidio con lo Xarava; ma lo si vede soltanto genericamente posto in cattiva luce, assieme con altri ufficiali Regii, là dove è notato il poco governo e poco talento de' governanti delle Calabrie. Che se egli non fu fatto consapevole del processo, sappiamo non essere ciò accaduto per astuzia dello Xarava e de' rivelanti, ma per gli ordini dati dal Vicerè, il quale, a fine di mantenere il segreto, volle che l'Audienza non potesse nemmeno sospettare di qualche cosa all'arrivo dello Spinelli. Aggiungasi che nella denunzia non si vede per anco nominato il Vescovo di Mileto e la casa Del Tufo, degli individui di Catanzaro si trovano nominati appena Matteo Famareda, Orazio Rania e Mario Flaccavento, e fino al 13 agosto non erano stati ancora conosciuti altri nomi, mentre pure si accertava essere più di 100 i congiurati in quella città; onde deve dirsi non apparirvi alcuna traccia de' voluti nemici dello Xarava e de' rivelanti, che sarebbero stati nominati con la qualità di complici. In conclusione rimane solo che potè forse lo Xarava essere l'estensore della denunzia ma non l'inventore della congiura: potè essere l'estensore della denunzia, perocchè questa, sebbene scritta in un modo abbastanza scempiato, risulta sempre in una forma superiore a quella che avrebbero comportato le forze intellettuali de' rivelanti, come si desume pure da qualche altro documento scritto da uno di loro, che noi abbiamo rinvenuto nell'Archivio di Napoli e che a suo tempo daremo. — Pertanto il Vicerè mostrò un certo accorgimento nel non prestar fede a quella miscela de' Nobili, del Papa e del Turco, tutti d'accordo in una congiura, e nel crederla invece una invenzione di frati: ma la grave responsabilità inerente al suo ufficio l'obbligava a preoccuparsene senza ritardo, e naturalmente, trattandosi di persone ecclesiastiche, egli si diresse innanzi tutto a Roma.

Occupava allora la sedia Apostolica Papa Clemente VIII (Ippolito Aldobrandini), e secondo il costume del tempo, spinto all'eccesso da questo Papa, brillava intorno a lui tutta la tribù degli Aldobrandini. Sarebbe inutile e disgustoso darne l'elenco, ma occorre alla nostra narrazione menzionarne almeno tre: 1.º Cinzio Aldobrandini Cardinale di S. Giorgio, nipote del Papa essendo figlio della sorella Giulia maritata ad Aurelio Personei, e per ragioni facili ad intendersi decorato del cognome materno, creato Cardinale insieme col cugino Pietro nel 1593, ma divenuto Segretario di Stato fin dal 1592, in sostituzione del Vescovo di Bertinoro; 2.º Pietro Card.le Aldobrandini, altro nipote del Papa essendo figlio del fratello Pietro sposo a Flaminia Ferracci, creato Cardinale a 21 anni, incaricato di alti affari e divenuto anche Camerlengo, da non confondersi con un altro Cardinale Aldobrandini (Silvestro), pronipote del Papa essendo figlio della nipote Olimpia maritata a Gio. Francesco Aldobrandini, creato Cardinale impubere, nel 1603; 3.º[314] Jacopo Aldobrandini del ramo di Brunetto Aldobrandini, ramo rimasto in Firenze, figlio di Francesco e Clarice Ardinghelli, già Canonico di S. Lorenzo, poi Referendario della Segnatura sotto Sisto V, poi governatore di Fano etc., poi mandato Nunzio in Napoli nell'aprile 1593, e in dicembre dello stesso anno creato Vescovo di Troia in sostituzione di Monsignor Rebibba, non che assistente al soglio Pontificio[315]. Importa molto distinguere principalmente Cinzio, Pietro e Jacopo, i quali si veggono talvolta confusi dagli scrittori delle cose del Campanella: importa del pari avere qualche notizia delle condizioni degli animi nelle Corti di Roma e di Napoli, mentre s'inauguravano trattative le quali ebbero un lungo sèguito, destando armeggi giurisdizionali tanto più delicati, in quanto riflettevano un delitto di lesa Maestà. In generale i Vicerè ostentavano sempre le migliori disposizioni verso Roma, e la Curia Pontificia non soleva tralasciar nulla per avere i Vicerè ben disposti, profittando molto di quella devozione che gli spagnuoli non mancavano mai di mettere in gran mostra, pur quando non la sentivano. Il Conte di Lemos, stato già nove mesi frate Zoccolante in gioventù, succedendo nel governo a quello tempestoso dell'Olivares, con la missione anche di Ambasciatore di obbedienza del nuovo Re presso S. S. e col desiderio riposto di ottenere un Vescovato ad un suo fratello per soprappiù illegittimo, fece concepire alla Curia le più belle speranze nella persona sua. Come scriveva il Cardinal S. Giorgio al Nunzio, anche prima di entrare nel Regno si era affrettato ad inviare «una lettera piena di obsequio et di humiltà, con la quale si essibisce di servire alle cose di S. S. et di tenere ogni buona intelligenza co' suoi Ministri». Dal canto suo, il Papa avea subito mandato non solo un Breve di risposta al Conte, ma anche un Breve alla Contessa, alla quale faceva la «spontanea gratia» dell'indulgenza plenaria il primo giorno che si sarebbe confessata e comunicata nel territorio del Regno, ed avrebbe pregato per la pace ed esaltazione della Chiesa: ed aveva ordinato al Nunzio di presentarlo ed «accompagnarlo con officio opportuno in voce, mostrandole spetialmente che S. S. si promette ch'ella debba essere instrumento efficace non pur di mantenere il marito così bene affetto et così riverente verso S. S. et verso questa S.ta Sede come si dichiara di voler essere, ma di accrescere la dispositione et riverenza et di farne apparir gli effetti all'occasioni»[316]. La grazia dell'indulgenza, naturalmente, venne impiegata il meglio possibile, ma qualche volta nemmeno se ne vide il frutto, ed allora si ricorse al Confessore del Vicerè, P.e Ferrante Mendozza Gesuita, che ebbe sempre molta influenza sull'animo de' Lemos padre e figlio. Il Nunzio, da parte sua, adempiva con premura all'ufficio; non lasciava mai nulla intentato e spiegava un'operosità instancabile, superiore a quanto comportasse l'età sua che non era fresca, ed anche il suo carattere che era di uomo svogliato e poco espansivo[317]. Occupava così molto tempo «ne' negotii», con un certo scapito dell'amministrazione della giustizia e del buono andamento del Tribunale cui doveva attendere, come si vide dolorosamente anche nella causa del Campanella e socii. Non si potrebbe dirlo poco amante della giustizia, che anzi il suo Carteggio ce lo rivela sovente ammirabile, sia quando sollecita la Curia Pontificia a trovar modo di far gastigare la vita scandalosissima de' frati e de' clerici, e far perseguitare i malviventi ricoverati nelle Chiese e ne' monasteri, sia quando resiste alle sollecitazioni di essa a graziare delinquenti condannati dal Tribunale della Nunziatura e ad imporre alle Chiese predicatori raccomandati: ma erano moltissime le faccende che dovea trattare, e si sa che la prima cura sua doveva essere la preeminenza ecclesiastica e la raccolta delle ragguardevoli somme che dal Regno affluivano a Roma, sicchè tutto il resto veniva in seconda linea; pure tutto il resto non era poco, e alle faccende ordinarie se ne aggiungevano tante altre straordinarie, non mancando nemmeno le commendatizie presso il Vicerè per far avere impieghi! Frattanto nel tempo del quale discorriamo non v'era ancora bisogno che egli si affannasse molto a trovar favore e benevolenza nella Corte del Vicerè: si era in un periodo di grandi tenerezze che durò tre buoni mesi, e parecchie lettere del Card.l S. Giorgio attestano la letizia di Sua Beatitudine per la buona inclinazione, per la pietà, per la modestia del Vicerè, la premura di mostrargli che a Roma «non si davano manco volentieri le sodisfattioni di quello che si ricevevano»[318].

In simili condizioni di cose il Vicerè si spinse a chiedere licenza di far carcerare gli ecclesiastici incolpati per poi procedere all'informazione, ed il Papa glie l'accordò immediatamente: ma vi fu qualche circostanza degna di nota da parte dell'uno ed anche dell'altro. Il Vicerè non disse che que' frati e clerici promovevano una congiura, sibbene che «trattavano col Cicala», o, come più chiaramente mostra la comunicazione fattane dal Card.l S. Giorgio al Nunzio, che avevano «commesso delitti gravissimi et atroci, et che per pigliar maggior vendetta dei loro nemici si sono indotti à chiamar Amorat Rais all'esterminio di certo luogo che possedono alla riva del mare»! Il Papa concesse la facoltà di farli carcerare, con la condizione di consegnarli poi nelle mani del Nunzio, o quando vi fosse timore che potessero fuggire e si volessero custodire nelle carceri Regie, di custodirli sempre come prigioni del Nunzio; ma aggiunse pure a costui, che mandasse «con le genti che spedirà contra l'E. S. coloro... un huomo suo, con l'intervento del quale si veda che per quello che tocca alle persone ecclesiastiche si tiene il conto che conviene della nostra giurisditione mentre non sono verificati gli eccessi che si pretendono contra di loro»[319]. Nè apparisce avere il Papa veramente aggiunto al Vicerè, come costui scrisse a Madrid, che «se gli paresse altro, lo lasciava nelle sue mani»: fu questa probabilmente una di quelle piccole vanterie alle quali bisogna bene essere preparati, giacchè ne vedremo talvolta negli ufficiali Regii e nello stesso Nunzio, rientrando nel gonfio e nel vano che tanto piacevano a que' tempi. — La comunicazione di ciò che a Roma si era deliberato fu scritta il 20 agosto, e pervenne al Nunzio per mezzo dello stesso Vicerè; il Nunzio glie ne diede notizia immediatamente, e disse che era pronto a far la sua parte sempre che occorresse; il Vicerè se ne mostrò contentissimo, e rispose che quando fosse tempo glie lo farebbe sapere[320]. Ma certamente non pensava punto a soddisfare i desiderii del Papa, circa l'invio di una persona che rappresentasse il Nunzio con le genti che avrebbe spedite in Calabria. Difatti non se ne curò menomamente, nè apparisce che la Curia se ne fosse risentita: vedremo che molto più tardi poi il Vicerè evocò tale provvedimento, ma per cercare di eludere l'obbligo di far esaminare gl'incolpati in Napoli, ed invece farli esaminare in Calabria da un Giudice secolare coll'intervento di un Commissario Apostolico. Pel momento egli volea veder chiaro e senza testimoni importuni, tanto più che parlavasi di complicità dello stesso Papa: laonde, siccome si è detto, commise la faccenda solo allo Spinelli e allo Xarava, escludendo perfino l'Audienza e quindi anche il preside di essa D. Alonso de Roxas Governatore della provincia.

Abbiamo già avuta occasione di far la conoscenza di D. Alonso de Roxas e di D. Luise Xarava, ed abbiamo notato l'animo mite e placido dell'uno, l'animo prepotente ed energico dell'altro, l'antagonismo esistente fra loro: è quasi superfluo dire che l'antagonismo si verificò anche pel fatto della congiura. Ma c'importa per ora far la conoscenza di Carlo Spinelli, al quale venne straordinariamente affidata la parte principale in questa faccenda. I documenti abbondano intorno a costui, poichè egli era veramente un personaggio reputato oltre ogni dire, con uno stato di servizio ragguardevolissimo; e senza ricercare le carte polverose degli Archivii, ogni napoletano, che s'interessa un poco almeno allo svolgimento delle arti belle nella sua città, ha potuto vederne le nobili sembianze in una statua armata e ritta, messa tra due brutte statue sedenti di Ercole e Pallade, e leggerne le molte azioni ricordate dall'epigrafe apposta al suo mausoleo, entro la chiesa di S. Domenico nella Cappella di S. Stefano, la 2.a a destra dell'altare maggiore[321]. Appartenente alla linea degli Spinelli Baroni di S. Giorgio la montagna e Buonalbergo, nella provincia di Principato ultra, primogenito di Pirro Giovanni Spinelli e di Lucrezia Caracciolo, non avendo avuto figli con Maria Spinelli de' Principi di Tarsia, gli fu successore il fratello Gio. Battista, che dopo la morte di lui fu creato Principe di S. Giorgio. Come tutti i Nobili napoletani di alta carriera, indossò la toga e cinse la spada: fu Reggente della Vicaria sotto il Duca d'Ossuna, a' tempi del tumulto contro l'Eletto Starace (1585), ed in tale occasione si distinse molto, secondochè rilevasi da' documenti trovati in Simancas, mentre il Parrino non ne dice nulla: ma già avanti questo tempo si era distinto presso D. Giovanni D'Austria, dapprima in Granata contro i Mori ribelli, poi alle isole Echinadi e in Tunisi contro i turchi, quindi nella Francia e nel Belgio per tre anni, in sèguito da Commissario in Calabria contro i fuorusciti durante il Vicereato del Marchese di Mondejar, poi come colonnello a capo di 4000 fanti, insieme con Fra Vincenzo Carafa Prior d'Ungheria, nella presa del Regno di Portogallo (1580), poi nel governo della Germania inferiore sotto il Duca di Parma e Piacenza, trovandosi all'espugnazione di Bonn, di Vachtendonq etc. etc. Nominato Consigliere del Collaterale nel 22 febbraio 1590, fu nello stesso anno delegato contro i fuorusciti in tutto il Regno e massime negli Abruzzi infestati dal famoso Marco Sciarra, poi nel 1594 di nuovo in Calabria contro i turchi condotti dal Cicala: ma in queste due spedizioni non fu punto felice, e massime nella prima dovè la sua salvezza allo stesso Sciarra, il quale, riconosciutolo pel cavallo bianco che montava, ingiunse a' suoi che si astenessero dal colpirlo, per usargli quella cortesia di cui non di rado i briganti amano di far mostra. Il Campanella, nel suo libro della Monarchia di Spagna, scoccò una frecciata a lui e a tutti i capitani spagnuoli, dicendo che lo Spinelli riceveva donativi dallo Sciarra e non lo volle morto, secondo il sistema di tirare le cose in lungo a fine di rimanere lungamente con pingui stipendii e piena autorità: quanto all'aver tirato le cose in lungo, il fatto ci risulta vero, benchè sia nota l'intrinseca difficoltà di tali imprese non mai smentita; ma quanto al non avere lo Spinelli voluto morto Marco Sciarra, gli Storici dicono precisamente l'opposto[322]. Vero è che mentre egli mostravasi bravo ed accorto, realmente «circumspetto» come s'intitolavano i Consiglieri del Collaterale, non mancava di essere feroce ed avido di guadagno per sè e per i suoi, come si vedeva spesso a quell'età; nè sarà inutile dire che, al tempo del quale ci occupiamo, i molti debiti fatti dal padre suo e da lui medesimo lo tenevano nelle strettezze, dalle quali non uscì neanche dopo la spedizione di Calabria, poichè verso il 1603 dovè soffrire la vendita di Buonalbergo in suo danno, nè questa terra tornò alla famiglia se non ricomprata dal fratello Gio. Battista nel 1612[323].

Abbiamo vedute le ragioni per le quali lo Spinelli fu prescelto dal Vicerè. Come risulta da cenni sparsi, egli andò qual Commissario, Luogotenente generale e Capitano a guerra nelle Calabrie: il testo della Commissione e delle Istruzioni si dovrebbe trovare nei Registri Curiae, dove, tra gli altri, solevano notarsi tutti i documenti di questo genere: ma non c'è riuscito di rinvenirlo, e con ogni probabilità se ne fece l'annotamento ne' Reg.i Curiae Secretorum, come si soleva nelle Commissioni di alta importanza[324]. Non sappiamo con precisione quanta milizia lo Spinelli abbia avuta a condurre con sè. Ma il Campanella, nella sua Narrazione, ci lasciò scritto che vennero con lui due compagnie di spagnuoli, e veramente nelle relazioni dello Spinelli si trovano citati due capitani spagnuoli con le rispettive compagnie, D. Antonio Manrrique e D. Diego de Ayala. Pertanto un documento da noi rinvenuto nel Grande Archivio ci fa conoscere il nome di alcuni ufficiali napoletani che andarono con lo Spinelli, come persone di sua fiducia, e gli stipendii rispettivi e la sollecitudine con la quale vennero nominati e spediti. Questi furono, Mario Mirabella, Alfonso Dattolo e Vespasiano Jovene, capitani, inoltre Vincenzo Severino, che vedremo funzionare da segretario: lo stipendio dello Spinelli era di D.i 300, quello de' capitani di D.i 40, quello del Segretario di D.i 30 mensili, e il 23 agosto, un giorno innanzi che giungesse in Napoli la 2.a relazione da Lauro e Biblia, dalla Scrivania di razione era spedita la liberanza per un mensile anticipato a ciascuno di loro, e il 26 agosto se ne faceva il pagamento ovvero l'annotamento[325]. Poichè a questa data dovevano essere già partiti, leggendosi nella lettera Vicereale del 24 agosto intorno allo Spinelli, che «lo ha inviato, e datogli istruzione di ciò che ha da fare e il segreto che ha da guardare»; ed oltracciò vedremo che una lettera Vicereale dello stesso giorno 24 allo Spinelli fu da lui ricevuta in Calabria, dove egli sbarcò il 27. Aggiungiamo che con lui dovè pure partire un Mastrodatti: e veramente così costumavasi, facendosene la nomina nella Lettera di Commissione, ed in una copia di lettera dello Xarava al Vicerè trovata a Simancas lo si vede affermato, con l'occasione che questo Mastrodatti morì poi in Calabria e bisognò prenderne un altro[326].

Ma mentre il Vicerè si studiava tanto di tenere la faccenda segreta, accadeva in Catanzaro qualche cosa che la svelava: altri Catanzaresi, il giorno 25, presentavano una nuova denunzia, e la consegnavano all'Audienza. È questa la denunzia che, trovata accidentalmente a' giorni nostri dal De Luca, fu depositata dal Baldacchini nell'Archivio dell'Accademia Pontaniana, e dall'Accademia trasmessa all'Archivio di Stato: pubblicata dall'Accademia e dal Berti può leggersi riprodotta ne' Documenti annessi a questa narrazione. In sostanza cinque cittadini Catanzaresi, vale a dire due fratelli Striveri, un Mario Flaccavento, un Gio. Battista Sanseverino e Gio. Tommaso di Franza che abbiamo già veduto al convegno di Davoli, deponevano che fra Dionisio era venuto a bella posta in Catanzaro per comunicar loro i vaticinii del Campanella e la prossima ribellione «che principierà innanti la metà di settembre», la partecipazione di diversi Signori e del Papa che farebbe entrare le sue genti nel Regno, la partecipazione de' principali cittadini di diverse terre, di 200 frati e di 200 fuoriusciti i quali si andavano riunendo e doveano dar principio alla rivolta, la partecipazione dell'armata turchesca che dovea comparire «alli 6 di settembre prossimo», infine la richiesta fatta loro da fra Dionisio di «accettarlo con più di tre o quattrocento huomini armati li quali li farà entrare incogniti e di notte» per rimanere nella loro obbedienza, conchiudendo che essi, fedelissimi vassalli, lo aveano «rebuttato» e se non fosse stato monaco lo avrebbero menato carcerato, e però lo denunziavano agli ufficiali Regii e pregavano che ne avessero dato avviso al Vicerè. La denunzia reca la data del 25 agosto, ed apparisce consegnata dagli Striveri, in nome loro ed in nome anche dei socii, agli Auditori Annibale David e Vincenzo De Lega: la copia legale che se ne ha, munita di suggello, è firmata da Guarino Bernaudo Segretario interino della R.a Audienza[327]. — Evidentemente tra' congiurati si era per lo meno destato qualche sospetto che la congiura fosse stata scoverta: con ogni probabilità le confabulazioni tra Lauro, Biblia e lo Xarava, non poterono rimanere tanto nascoste da non trapelarne qualche notizia, onde que' cinque sciagurati pensarono di salvarsi con un atto di vigliaccheria, che del resto vedremo non aver avuto tanto valore almeno per qualche tempo, poichè giudicato tardivo ed incompleto. Naturalmente nella denunzia si parlò in modo principale di fra Dionisio, e il Campanella fu appena nominato pe' suoi vaticinii: ma ciò non deve far meraviglia, poichè in essa si palesavano i fatti avvenuti in Catanzaro, dove il solo fra Dionisio avea trattato, nè poi conveniva a' denunzianti lo estendersi nelle particolarità, specialmente ad un periodo tanto inoltrato, per la ragione che sarebbero incorsi nella taccia di aver molto trattato con fra Dionisio; così il Franza certamente nascose di essere stato a Davoli presso il Campanella e Maurizio, col Cordova e col Rania, la qual cosa pure egli medesimo rivelò in sèguito, come trovasi registrato negli Atti esistenti in Firenze. E per finirla su questo incidente aggiungiamo che il Campanella, nell'Informazione e meglio ancora nella Narrazione, scrisse che Gio. Tommaso di Franza pagò 200 tallaroni allo Xarava in Castel dell'Ovo perchè lo mettesse nel numero de' rivelanti: ma, come si vede, il Franza si era fatto rivelante già molto prima, e quindi parrebbe che se pagò realmente una somma, ciò abbia dovuto accadere piuttosto in principio, per far accettare la sua rivelazione; a meno che non l'abbia pagata quando, nel venire alla spedizione della causa, facendosi una cerna de' rivelanti per prenderli in benigna considerazione, fu quella denunzia fatta passare per buona, mentre dapprima era stata qualificata tardiva ed incompleta. Lasciando per altro siffatte interpetrazioni, sempre molto arrischiate, notiamo esservi anche motivo di dire, che con ogni probabilità il Campanella non conobbe l'esistenza di quest'altra denunzia e l'andamento vero delle prime fasi del processo; infatti egli disse ancora che lo Xarava, nella stessa occasione, diede egualmente cartelle, in cui erano scritte le rivelazioni da doversi fare, a Mario Flaccavento e a Tommaso Striveri che non erano stati esaminati in Calabria»; or bene quest'ultima circostanza, almeno per Tommaso Striveri, sappiamo certamente essere inesatta, risultando il contrario del pari dagli Atti esistenti in Firenze, mentre poi e l'uno e l'altro si trovano già rivelanti con la denunzia in quistione.

È del tutto naturale l'ammettere che la denunzia sia stata subito inviata al Vicerè, il quale ebbe poi a comunicarla allo Spinelli: ma essendo la cosa passata per la via dell'Audienza, il segreto fu svelato, e il motivo della venuta dello Spinelli fu presto capito. Ne dovè quindi trapelare qualche cosa, e parrebbe che specialmente D. Alonso il Governatore non si fosse creduto nel dovere di mantenere il segreto, onde poi lo Spinelli ebbe a dolersi di lui col Vicerè. Certamente, nello stesso giorno in cui la denunzia fu consegnata, il Vescovo di Catanzaro seppe ogni cosa; ed essendo amico di fra Dionisio, e tenero della Religione Domenicana che vedeva compromessa, avvertì fra Dionisio il quale trovavasi tuttavia in Catanzaro, eccitandolo a salvarsi. Costui prese allora nel suo convento la prima giumenta che gli capitò sotto mano e partì. Vedremo tra poco dove egli andò, pensando a tutt'altro che ad una fuga pura e semplice; per ora vogliamo accertare che questo accadde appunto il giorno 25, avendo da una parte, nel processo di eresia, una lettera del Vescovo al Visitatore in tale data, che copertamente accenna al fatto in quistione, e d'altra parte, nel Carteggio del Vicerè, una lagnanza dello Spinelli contro il Vescovo, che «fece fuggire fra Dionisio due giorni prima che egli arrivasse». E dobbiamo anche rettificare quanto ne disse nella sua Narrazione il Campanella, che si studiò di porre le cose sotto altra luce a questo modo: «Bibbia e Lauro consultati dallo Xarava avvisaro al F. Dionisio che si fuggisse perchè venia Spinello contro lui; e poi il medesimo Xarava fè intendere questo al Vescovo di Catanzaro amico di F. Dionisio che lo facesse fuggire, perchè saria stata la ruina del clero se F. Dionisio era preso; et il Vescovo che suspicò per le discordie, scomuniche et interdetti, che ci fosse qualche trattato, pregò F. Dionisio benchè ripugnante che fuggisse, e Bibbia e Lauro li donaro cavalcatura e commodità, perchè con la fuga di Dionisio si donasse colore alla congiura arrivando Spinelli, e li dissero che pur facesse fuggire il Campanella et avvisaro a Mauritio che fuggisse». Ma invece nel Carteggio del Vicerè troviamo che lo Spinelli si lagnò di D. Alonso de Roxas perchè avea proceduto «inconsideratamente»; e se si volesse ritenere che lo Spinelli non sia stato bene informato, avremmo pur sempre di certo che «la cavalcatura» non venne donata a Fra Dionisio da' rivelanti, ma venne da lui presa nel convento; infatti nel processo di eresia che poi si fece, tra le molte cose affermate intorno a fra Dionisio vi fu anche quella che avea «robbato una giumenta del convento» per fuggirsene; l'affermò fra Giuseppe d'Amico priore del convento di Soriano, e non apparisce alcun motivo plausibile per non prestargli fede. Circa poi all'avere i medesimi rivelanti detto a fra Dionisio che facesse fuggire il Campanella, e all'avere avvertito Maurizio che fuggisse, il Campanella medesimo nella sua Dichiarazione scritta, rilasciata allo Xarava, espose il fatto in un modo ben diverso.

Fra Dionisio, avvertito dal Vescovo, lasciò Catanzaro e si diresse al convento di Stilo, per far sapere al Campanella che la congiura era scoperta e che lo Spinelli veniva contro di loro[328]; ma non gli propose di fuggire, sibbene, come rilevasi dalla Dichiarazione del Campanella, lo sollecitò che volesse uscire in campagna, insieme col Petrolo, con lui e Maurizio, e gli «pose fretta e paura»; gli disse che il non volerlo fare «sarà la ruina sua», e gli «dimandò lettera a Claudio Crispo» verosimilmente al medesimo scopo. Il Campanella si rifiutò all'audace progetto, divisando piuttosto scrivere all'Auditore David in sua discolpa e presentarsi a tal fine in Catanzaro; ma non attuò nemmeno questo suo pensiero e si ricoverò a Stignano. Dionisio se ne partì scontento, senza dubbio in cerca di Maurizio, che forse non trovò così presto, poichè egli era in giro a raccogliere i fuorusciti per la prossima insurrezione: quindi andò sino a Belforte a prendere con sè Gio. Tommaso Caccìa, ed insieme con costui lo vedremo poi andare a Pizzoni presso fra Gio. Battista, evidentemente per avvertirlo del pari e concertare anche con lui ciò che rimaneva a farsi. A Stignano il Campanella non andò già presso suo padre, ma in casa di un D. Marco Petrolo sacerdote: se non che dovè ben presto trovare qualche altro ricovero e nascondersi, pur sempre in Stignano, dietro un orribile voltafaccia da parte di D. Marco e quasi al tempo stesso da parte di altri vigliacchi già suoi amici di Stilo. Gli avvenimenti oramai s'incalzano, s'accavallano, s'intralciano, ed è impossibile riferirli seguitamente: diciamo qui appena, che divulgatasi la scoperta della congiura e saputasi la venuta dello Spinelli, D. Marco denunziò il Campanella che era venuto ad alloggiare in casa sua, e il clerico Giulio Contestabile non solo lo denunziò, ma procurò una Commissione a Geronimo di Francesco suo cognato per la persecuzione e la cattura di lui e de' complici! Tutto ciò rilevasi dagli Atti esistenti in Firenze: ne vedremo i particolari più in là, e per ora notiamo che la denunzia di D. Marco vi si trova riferita con la data del 28, onde si desumerebbe che tanto l'andata di fra Dionisio a Stilo, quanto la ritirata del Campanella a Stignano, doverono effettuarsi appunto in tale data; ma forse D. Marco, per mostrarsi più sollecito, la segnò con un poco di anticipazione.

Lo Spinelli giungeva in Calabria prendendo terra il 27 agosto a S. Eufemia; quivi dovè abboccarsi con lo Xarava, e il 28 era già in Catanzaro. Da questa città teneva continuamente corrispondenza col Vicerè, dandogli conto di ogni sua mossa e ricevendone gli ordini; ma la prima delle sue lettere che ci sono rimaste, trasmessa in copia a Madrid e così trovata in Simancas, reca la data del 30. Da essa si rileva che avea già scritte altre lettere e ricevutane una da Napoli del 24, e può desumersi che avea dovuto giungere in Calabria il 27. Comincia egli per dolersi sempre più di D. Alonso il Governatore, il quale «non contento di aver posto mano a procedere in quel negozio tanto inconsideratamente» avea commessa un'altra sbadataggine ancora più grossa. Nel mattino del 29 lo Spinelli avea fatto carcerare qual seduttore e capo-popolo Orazio Rania (che abbiamo visto in compagnia del Franza e del Cordova al convegno di Davoli), e non essendogli sembrato opportuno il prenderlo in poter suo, per dissimulare quanto poteva l'esser venuto per la faccenda della congiura sino a che gli fosse riuscito di assicurarsi di altri individui d'importanza, avvertì ed ordinò a D. Alonso, presente l'Avvocato fiscale, che tenesse il Rania con cautela; ed invece egli (che non dovè capire il motivo gravissimo dell'arresto) non gli pose guardie, e lo lasciò scappare tostochè lo Spinelli e il Fiscale si allontanarono; nè si curò di riferire questa faccenda della fuga sino a poco prima di sera, mentre egli era fuggito sulle quattordici ore, e lo Spinelli si affrettò a darne conto al Vicerè. Ma subito, tra due ore, gli vennero a dire di aver trovato Orazio morto in una vigna, ed avendolo portato entro la città, si vide che era stato soffocato, non presentando alcuna ferita. S'iniziò allora un'informazione, e con questa occasione di ricercare chi avesse ucciso il Rania, si pose mano a prendere e carcerare i nominati e sospetti nella congiura; e di fatti se ne presero alcuni, e si scrisse e si provvide per quelli di fuora. Il giorno 30 lo Spinelli pensò anche assicurare da ogni sospetto che poteva tenersi i castelli di Gerace, S.ta Severina, Squillace, Nicastro, Monteleone, Oppido e Scilla, e provvide per alcuni di essi col mandare coloro che avea condotti seco come persone di sua fiducia, in qualità di sopraintendenti delle marine di detti luoghi. Si preoccupava inoltre de' Vescovi, venendogli nominati quelli di Mileto, di Nicastro, di Gerace, e quello di Catanzaro che avea fatto fuggire fra Dionisio due giorni prima che egli arrivasse; ed essendogli stato riferito che altri due frati con lettere sopra questa faccenda erano venuti al Vescovo di Catanzaro, e presupponendo che non avrebbero potuto fare a meno di riportar lettere, comandava che sei uomini stessero di guardia sulla loro via per prenderli. Infine diceva che la congiura stava molto innanzi, e il Campanella e il Ponzio la predicavano a tutti per indubitabile e di successo felice e molto conforme alla loro intenzione, di tal che i congiurati aveano gli animi assai sicuri e fiduciosi[329]. — Queste cose lo Spinelli scriveva al Vicerè. Con ogni probabilità i frati a' quali egli alludeva erano fra Cornelio di Nizza e qualche suo compagno di viaggio, forse fra Domenico di Polistina strettamente collegatosi a lui da qualche tempo: infatti il processo istituito poi dal Visitatore ci mostra che, giuntagli il 28 agosto la lettera del Vescovo della quale più sopra si è parlato, egli mandò il 29 fra Cornelio in Catanzaro presso il Vescovo; così lo Spinelli, invece di frati complici della congiura, ebbe a trovare frati che erano già pronti a secondarlo, e che sappiamo di sicuro essersi recati spontaneamente presso di lui, dopo di aver veduto il Vescovo, per concertarsi sul miglior modo di perseguitare i congiurati. Quanto alla condotta di D. Alonso de Roxas, è possibile che lo Xarava, il quale anche teneva corrispondenza assidua col Vicerè, mosso dagli abituali rancori lo avesse tacciato di connivenza; ma lo Spinelli non giunse a tanto, e solo può dirsi che, o per naturale benignità, o piuttosto per ispirito di contradizione allo Xarava, D. Alonso non avesse preso le cose sul serio, e si fosse mostrato negligente. Nè risulta che il Vicerè se ne fosse risentito: vedremo tra poco che solamente gli ordinò di allontanarsi da Catanzaro, e di venirsene a Napoli subito, mentre per verità non poteva che essere d'inciampo. Il Campanella affermò di poi in più circostanze, che Spinelli e Xarava avessero processato anche lui, e nella Narrazione disse, che non lo carcerarono «perchè era andato con una compagnia di soldati al rumor di clerici di Seminara, che ruppero li carceri gridando viva il Papa, et intendendo che volea Spinello con Xarava carcerarlo, fuggìo di là in Napoli». Sappiamo pertanto con certezza che l'affare di Seminara era accaduto verso la metà di luglio, e quindi tutt'al più D. Alonso poteva essersi là recato per prendere i colpevoli, come ne fu poi dato incarico più tardi allo Spinelli: ma non risulta vero che gli si fosse fatto un processo, e tanto meno che si fosse voluto carcerarlo, la qual cosa già non sarebbe venuto in mente ad alcuno, essendo D. Alonso parente della Viceregina (D.a Caterina de Roxas de Sandoval) come trovasi notato dal Residente di Venezia. Vedremo anzi che fra Cornelio si rivolse a lui per informarlo di quanto accadeva, e fu da lui sollecitato perchè carcerasse almeno il Pizzoni e il Lauriana. Inoltre aggiungiamo che non cessò veramente dall'ufficio di Governatore di Calabria ultra, e documenti rinvenuti negli Archivii di Napoli e di Venezia ci mostrano che dopo la scoperta della congiura fece atto di autorità verso il Segretario dell'Audienza Guarino de Bernaudo o Bernardo, intimandogli di lasciare il posto a Camillo Passalacqua, da cui con regolare contratto, a que' tempi ammesso, il Bernaudo teneva il posto qual sostituto; che nell'aprile 1600 ebbe a trattare un negozio relativo alla nave veneta Lione e Ponte naufragata in Calabria, che lasciò l'ufficio appunto verso questo tempo, essendo stata data solamente in maggio 1600 la commissione di sindacato del suo governo giusta le prescrizioni delle Prammatiche, ed essendo stato nominato dopo il detto tempo qual suo successore un altro parente della Viceregina, D. Pietro de Borgia, che avea tenuto lo stesso ufficio nelle provincie riunite di Capitanata e Molise[330]. Non vogliamo poi lasciare la narrazione degli avvenimenti che si verificarono al primo arrivo dello Spinelli in Calabria, senza notare essersi malamente affermato dal Parrino e dal Giannone che si trovò il cadavere di uno de' rei, fuggitivo dalle carceri, affogato nel mare, e che tale circostanza rese pubblico il fatto, onde i congiurati pensarono a salvarsi. Non vi fu affogamento nel mare ma qualche cosa di peggio, e quanto all'avere i congiurati pensato a salvarsi in sèguito di tale fatto, per verità anche lo Spinelli scrisse al Vicerè che molti individui sospetti si erano posti in sicuro dietro la fuga del Rania; ma evidentemente egli lo fece per aggravare la mano su D. Alonso e sbrigarsi di lui, mentre la sola carcerazione bastava a dar l'avviso, non potendo essa tenersi celata davvero in una piccola città. D'altronde si vide poi che la fuga medesima del Rania, e secondo gravi indizii anche la sua morte, fu opera di congiurati, e quindi si hanno anche troppe ragioni per ritenere che essi avevano molto prima pensato a' casi loro, ma pure non tanto efficacemente da non lasciarsi cogliere con bastante facilità.

Così non appena passato da S. Eufemia a Catanzaro, secondo la commissione avuta, Carlo Spinelli cominciava a carcerare gl'incolpati, ed insieme con lo Xarava e col Mastrodatti (poichè non occorreva altro per costituire il tribunale) metteva mano a fabbricare il processo, come allora si diceva. Di questo processo i lettori potranno formarsi un'idea col dare uno sguardo allo schema che ne abbiamo compilato, desumendone le notizie dalla indicazione de' folii, notata ne' brani che se ne citano negli Atti giudiziarii esistenti in Firenze[331]. La sua intestazione fu, «Contra fratrem Thomam Campanellam, fratrem Dionisium Pontium et alios inquisitos de crimine tentatae rebellionis», poichè così trovasi notata dal Mastrodatti, che estrasse la copia di una deposizione in esso contenuta e la trasmise a' Giudici dell'eresia[332]. La data poi, in cui cominciò, parrebbe essere stata quella del 31 agosto, poichè il Giannone, il quale ebbe sott'occhio una copia del processo, ci lasciò scritto che le deposizioni di Lauro e Biblia, le prime fra tutte, furono raccolte a quella data: solamente si può notare che, all'opposto di quanto egli affermò, le carcerazioni precederono l'audizione di Lauro e Biblia, essendo cominciate il giorno 29 e continuate attivamente il 30, colta l'occasione dell'assassinio del Rania. Con ogni probabilità apriva il processo la Commissione Vicereale data allo Spinelli, con la costituzione del tribunale, e la denunzia scritta di Lauro e Biblia; poi cominciavano le deposizioni con quelle fatte da costoro medesimi, e proseguivano con quelle di Francesco Striveri, Tommaso Striveri e Gio. Tommaso di Franza, tre soscrittori della 2.a denunzia, i quali, secondochè si rileva da una lettera posteriore dello Spinelli, furono dapprima uditi «non come principali nè come testimoni», e più tardi, dietro ordine del Vicerè, imprigionati come complici insieme con gli altri loro compagni.

Il Vicerè dovè presto persuadersi che la congiura non era affatto una cosa senza fondamento, e si diè con tutta fretta a prendere misure di precauzione in Napoli, e a trasmettere ordini di rigore in Calabria, rimanendosi tuttavia nell'amena costa di Posilipo, a godervi insieme con la Viceregina i conviti e banchetti che i Nobili offrivano loro successivamente in quelle ville, ed affettando una calma che facea contrasto co' suoi provvedimenti. In Napoli, da principio egli avea mostrato di preoccuparsi soltanto delle prossime imprese de' turchi nel Regno, ed essendo venute notizie che i turchi volessero depredare Lanciano negli Abruzzi, ovvero Salerno più dappresso a Napoli, ad occasione delle Fiere che vi si dovevano tenere nel settembre, si diè moto in questo senso chiedendone l'avviso del Consiglio Collaterale; di poi, essendosi in Consiglio espresso l'avviso che tali notizie non potessero esser vere, mostrò di preoccuparsi di certe altre notizie di peste già venute dall'Adriatico, e facendo una singolare confusione, artificiosamente senza dubbio, tra la città di Fiume in Dalmazia e una terra denominata Fiume nella Marca d'Ancona (terra che non esisteva), contemplando anzi propriamente la borgata di Fiumicino, esistente sulla spiaggia Romana dal lato del Tirreno, diede in quest'altro senso ordini che fecero maravigliare la città, e che erano evidentemente diretti a tutelare il Regno da una mossa qualunque per parte di Roma, sia dalla via della Campania, sia dalla via degli Abruzzi, circostanza degna di essere rilevata. Emanò un Bando, che colpiva di pena di morte non solo chi desse pratica a' legni di quella provenienza, ma ancora accogliesse le persone che venendo da quelle parti cercassero di entrare nel Regno (28 agosto); mandò Commissarii a' passi di Sangermano, di Fondi, di Tagliacozzo; sospese le Fiere di Lanciano, di Salerno e di Nocera; propose perfino di sospendere anche il procaccio di Roma e di nominare gentiluomini quali deputati e custodi delle porte di Napoli! Ma poco dopo, convintosi che non avrebbe tardato a divulgarsi lo stato vero delle cose, rassicuratosi pel buono andamento della repressione, penetratosi pure delle difficoltà che sarebbero sorte con Roma in un momento in cui dovea rinnovarsi l'investitura del Regno, revocò il Bando (6 7bre), e così pure ogni altro ordine fin allora dato per la peste dello Stato Ecclesiastico[333]. In Calabria poi spedì immediatamente ordine di far giustizia con celerità e severità su quelli che si erano avuti e si avrebbero nelle mani; e i documenti ci mostrano pure che intervenne con uno zelo assiduo ed abbastanza spinto ne' singoli casi, di tal che non sarebbe esatto l'attribuire soltanto allo Xarava e allo Spinelli le crudeltà commesse. Non appena gli capitò la 2.a denunzia de' cinque Catanzaresi, la ritenne poco seria ed ordinò che i denunzianti fossero imprigionati, ciò che lo Spinelli e lo Xarava non aveano ancora fatto. Inoltre, richiamando in Napoli D. Alonso de Roxas (4 7bre) «perchè Carlo Spinelli potesse far meglio e più liberamente quello di cui era stato incaricato», ordinò allo Spinelli che se i Vescovi fossero colpevoli e cercassero di fuggire, li detenesse col dovuto rispetto ed avvertisse lui per la posta; egli ne avrebbe dato conto al Papa, potendogli già allora dire che mettevano in ballo lui e il Card.l S. Giorgio, e riteneva per certo che S. S. o gli rimetterebbe i Vescovi (altra piccola vanteria), o darebbe loro un gastigo esemplare trovandosi colpevoli. Avea del resto ordinato allo Spinelli di raccogliere tutto ciò che si deponeva contro i Nobili, i Vescovi ed il Papa, ma di notarlo a parte, senza inserirlo nel processo. Questo ci sembra copertamente accennato in una lettera dello Spinelli, il quale rammenta e ripete al Vicerè l'ordine avuto in cifra, e naturalmente a noi è riuscito impossibile interpetrarlo[334]: ma se ne ha pure indizio in altre lettere, dove riferendosi qualche cosa concernente un Nobile od un Vescovo, come vedremo in sèguito, si avverte di «non averlo posto in iscritto»; e così risulterebbe verificato ciò che il Campanella affermò nella sua Narrazione, parlando del processo che lo Xarava «fece segretamente contra Prelati e Baroni, et amici del Campanella e nemici suoi» etc.

Lo Spinelli dal canto suo, assistito dallo Xarava, non avea molto bisogno di questi eccitamenti. Già fin da quando si trovò morto il Rania, egli vide che «restava con ciò confermata la macchina di questo trattato»; ma glie la confermavano sempre più le nuove rivelazioni che giorno per giorno si avevano a voce ed anche in iscritto, onde non solo si rassodava l'esistenza della congiura, ma anche si scopriva una cosa fin allora ignorata dal Governo, l'esistenza dell'eresia. Certamente dell'eresia gli cominciò a parlare fra Cornelio, poichè si trovano ripetute dallo Spinelli al Vicerè le parole stesse che vedremo da fra Cornelio scritte a Roma, avere cioè il Campanella diffuso eresie in Stilo, suoi casali e luoghi convicini; ma quasi al tempo medesimo ne ebbe notizia anche da altre vie. Cade qui opportunamente il parlare delle denunzie che da Stignano e da Stilo gli giunsero appunto in questi giorni. La corsa di fra Dionisio a Stilo, la quasi fuga del Campanella a Stignano, lo sbarco dello Spinelli in Calabria, doverono svelare lo stato delle cose anche in que' paesi, ed ecco, dopo le scellerate defezioni di Catanzaro, quelle ancora più scellerate di Stilo e suoi casali. Il Campanella avea potuto rimanere tutt'al più un sol giorno in casa di D. Marco Petrolo a Stignano, quando costui si spinse a scrivere al Vescovo di Squillace una lettera con la quale lo denunziava, perchè gli avea detto «che era per predicare et promulgare nova legge in tutti questi populi, et esso l'avisa acciò siano castigati li tristi et scelerati Heresiarci et malfattori»; con queste parole ne fece un sunto il Mastrodatti[335]. Ma non contento di ciò, da prete d'ingegno sottile, scritta la lettera in presenza di un Tiberio di Lamberti e consegnatala a costui perchè la recasse al suo destino, D. Marco lo mandò prima a parlare con Carlo Spinelli; certamente egli dovè pensare che in tal modo, conservando interi i dritti dell'altare, si sarebbe mostrato tenerissimo anche de' diritti del trono, e difatti presso lo Spinelli trovavasi lo Xarava, e la lettera non giunse al Vescovo, sibbene fu ricevuta dallo Xarava ed inserta nel processo. Di poi il medesimo Lamberti, che dalle scritture del Grande Archivio sappiamo essere stato un avvocato di Stignano[336], fu più tardi chiamato a dar conto della cosa, e dovè palesare che il Campanella era stato in alloggio a Stignano presso D. Marco, e D. Marco fu tratto in prigione egualmente. Ma in Stilo si fece anche peggio. Il clerico Giulio Contestabile, non appena ebbe visto che il Campanella si era «assentato» a Stignano, diede in iscritto capi di accusa contro di lui, denunziando le sue prediche contro la fede e il Re, e parecchie persone che gli aveano dato ricetto, ed oltre tutto questo procurò dal Barone di Bagnara D. Carlo Ruffo, che avea ricevuto Commissione dallo Spinelli contro gl'incolpati, una Commissione di seconda mano per Geronimo di Francesco suo cognato a fine di perseguitare il Campanella e complici. E la Commissione fu subito accordata, ma il Campanella era stato preso quando essa giunse, onde il Di Francesco dovè limitarsi a carcerarne i parenti; e vedremo che il Campanella ne ebbe l'animo esulcerato, ne mosse vive lagnanze e diè sfogo al suo risentimento in tutti i modi, non esclusi i modi censurabili. Lo Spinelli, avuta la denunzia e saputo che il Campanella stava in que' luoghi, mandò subito l'Auditore Di Lega per prenderlo, siccome persona di maggior confidenza e che poteva farlo con minore scandalo, colorando la sua gita colà con un'altra causa; ma l'Auditore se ne tornò, non avendo potuto conchiuder nulla, perchè il Campanella si era allontanato e nascosto. Allora, tanto per guardare que' luoghi, ne' quali potea scendere il Cicala e fare gran danno pe' molti congiurati che doveano trovarvisi, quanto per avere nelle mani il Campanella ed anche Maurizio, «venendogli affermato che non erano ancora partiti di là e stavano nascosti», lo Spinelli mandò ordine al capitano D. Antonio Manrrique, che con la sua compagnia andasse di guarnigione a Stilo e a Guardavalle patria di Maurizio; e fece partire un'altra compagnia del Battaglione per Stignano che credea patria del Campanella, provvedendo anche per altri luoghi dove si sospettava che quelli potessero tener pratiche ed occupando ogni passo per farli prendere tutti ad un tempo. Il 5 settembre l'Auditore Di Lega era già tornato e i detti provvedimenti erano stati già presi; di tal che la data della denunzia del Contestabile deve riportarsi agli ultimi giorni di agosto od a' primi di settembre, e nel detto tempo que' posti per lo meno si andavano guarnendo di milizie, ed ogni via di scampo si andava chiudendo pe' miseri perseguitati.

Intanto il numero de' carcerati cresceva, e poichè non c'era luogo in Catanzaro ove tenerli, non stimando conveniente tenerli nelle carceri ordinarie sibbene in luoghi segreti e separati gli uni dagli altri, lo Spinelli si determinò di stabilirsi nel castello di Squillace. Il 5 settembre vi si era già stabilito, e di là ne diede notizia al Vicerè, riferendogli la maggior parte delle cose dette sopra; così, all'infuori di pochi atti iniziali compiti in Catanzaro, il processo si svolse veramente nel castello di Squillace e molto più tardi in Gerace, col corredo di que' terribili tormenti, che per lungo tempo si ricordarono in quelle desolate provincie. Gli ordini del Vicerè aveano dovuto essere così insistenti, che già lo Spinelli, appena cinque o sei giorni dopo l'istituzione del processo sentiva il bisogno di giustificare che i carcerati «non erano stati tormentati fino allora, per essersi atteso ed attendersi alla cattura di quanti si sapevano dalle rivelazioni de' denunzianti, perchè col tardare si correva pericolo di non averli più nelle mani». Nel medesimo castello di Squillace egli fece trarre in arresto Geronimo del Tufo che là risedeva ed era stato nominato da' rivelanti, a' quali, secondo le notizie avute, fra Dionisio avea detto che era de' congiurati ed avea promesso di consegnare il castello, oltre all'essersi prodotti pure altri indizii di avere intimamente comunicato e trattato con Maurizio, trovandosi anche stretto parente del Vescovo di Mileto. Era stato pure preso con gli altri il Barone di Cropani per aver detto certe parole sospette (non sappiamo quali), avendo trattato e confabulato con fra Dionisio; il quale avea fatto sapere che portava al detto Barone una lettera di un capo principale de' congiurati, e colui che ciò deponeva l'avea veduta. Gli altri carcerati di basso grado erano piccoli borghesi di Catanzaro, per quanto si può desumere da' primi scritti in una nota che lo Spinelli trasmise più tardi, vale a dire un Pietrantonio di Bergamo, un Nardo Rampano, uno Scipione Nania, un Nardo Curcio, un Marcello Salerno etc.; ma si stimava soltanto degna di annunzio la recentissima cattura di due frati (quella del Pizzoni e del Lauriana, che tra non guari vedremo dove e come e da chi eseguita), e la fuga del Maestro Giurato di Cropani, che per alcune sue parole era stato già carcerato in Cropani dallo Xarava, ed anche prima dell'arrivo dello Spinelli era riuscito ad evadere. Nel riferire al Vicerè tutte queste cose, come anche l'andata e il ritorno dell'Auditore Di Lega a Stilo, e l'invio del Capitano Manrrique e della compagnia del Battaglione a que' luoghi, lo Spinelli continuava sempre a partecipare i risultamenti delle investigazioni. E scriveva essersi trovato che il Campanella e fra Dionisio con altri frati andavano seducendo i popoli, «dicendo che tenevano ordine da chi potea mandarli per questo» e ciò non senza frutto, poichè già aveano molti seguaci, come di ogni cosa si andava prendendo informazione, «coll'avvertenza di registrare a parte ciò che S. E. aveva ordinato»; inoltre che que' due predicavano pubblicamente, in riunioni e conversazioni, alcune cose contro la fede, seminando e persuadendo eresie «in Stilo, suoi casali e luoghi convicini». Ma si fermava ancora sulle notizie concernenti i Nobili ed i Vescovi, e faceva sapere essersi deposto che il Vescovo di Nicastro e il Principe di Bisignano doveano venire incogniti in quelle parti, e notava che quel Vescovo teneva in Calabria tutta la sua casa e i suoi domestici, avendoli da un pezzo inviati da Roma ed essendo rimasto con un solo domestico; poteva quindi esser vero ciò che deponevasi, che avesse a venire di nascosto secondo il convenuto, onde sembravagli doverne avvertire S. E. perchè potesse comandare di far diligenza in Roma e sapere se si trovasse là, giacchè, non essendovi, riuscirebbe accertata la deposizione. Aggiungeva di avere ordinato nelle marine che si tenesse molta oculatezza ne' luoghi d'imbarco, che nessuno potesse partire e imbarcarsi fuorchè ne' luoghi a ciò destinati, che si riconoscessero dagli ufficiali coloro i quali partivano; inoltre di aver posto in mare una feluca con persona di fiducia ed esperienza, perchè non potesse passare barca senza essere visitata nè salvarsi alcuno de' colpevoli, mentre poi si disponeva ad emanare contro gli assenti le provvidenze necessarie, e a far pronta e severa giustizia contro i colpevoli, come S. E. ordinava e un così grave delitto richiedeva, «essendo tanti coloro che se n'erano macchiati». — In tutto ciò è notevole specialmente la prevenzione dello Spinelli contro i Nobili ed i Vescovi; eppure contro i Nobili, od almeno contro i Nobili di ordine più elevato, non si avevano che dicerie vaghe anche troppo, e solamente contro i Vescovi poteva invocarsi il loro contegno sufficientemente ostile, ma tuttavia di una data non fresca ed anteriore di molto alla venuta del Campanella in Calabria. Gli faceva molta impressione il contegno del Vescovo di Catanzaro che avea consigliato fra Dionisio a fuggire, comunque potesse pensarsi che l'avesse fatto per riguardo alla condizione ecclesiastica di lui; così pure il contegno del Vescovo di Mileto che si era permesso di dire alcune parole rimasteci ignote, ma probabilmente allusive a soddisfazione pe' non lievi imbarazzi in cui il Governo si trovava, e certamente era questo il meno che dovesse aspettarsi da lui tanto uggioso verso il potere civile; infine anche il contegno del Vescovo di Nicastro, che si teneva tuttora lontano dalla sua residenza, dopo di avervi già da un pezzo mandati i suoi familiari, quasi fosse consapevole di prossimi tumulti[337]. E il Vicerè finiva per accogliere del pari molto facilmente le prevenzioni contro i Vescovi, e prendeva le sue misure, oltre al suggerire lui medesimo misure di rigore contro gl'incolpati assenti.

Anche prima di avere maggiori indizii contro i Vescovi, l'8 settembre il Vicerè scriveva al suo Agente in Roma D. Alonso Manrrique, che trattava gli affari del Regno stando a lato dell'Ambasciatore, perchè facesse sapere al Papa che il Campanella, fra Dionisio e fra Pietro Ponzio (questo povero fra Pietro era stato nominato da' primi rivelanti e continuava ad essere nominato senza la menoma colpa), si occupavano di far sollevare la Calabria facendo intendere al popolo «che tenevano ordine da chi potea mandarli per questo», come lo Spinelli aveva scritto; che alle persone di maggior levatura dicevano partecipare alla congiura alcuni Signori principali del Regno, ed aversi il favore di S. S. offerto per mezzo dell'Ill.mo Card.l S. Giorgio, ed incorniciando pure questa menzogna dicevano essere tra' congiurati il Papa, il Turco, il Card.l S. Giorgio, ed il Papa averli subito ad aiutare ed altre mille stravaganze; che inoltre i frati andavano seminando alcune eresie nelle conversazioni e sermoni che facevano, e che alcuni Vescovi, secondo le dichiarazioni prese, risultavano colpevoli, e se la colpa fosse tale da obbligare a metterli in prigione, lo si farebbe col rispetto dovuto, dandone subito conto a S. S. etc. Non sappiamo precisamente qual viso la Curia Pontificia avesse fatto ad una simile comunicazione, ma probabilmente prese tempo a deliberare, confidando che le dicerie si sarebbero poi trovate false[338]. Intanto il Vicerè si preoccupava del non essere stati catturati i tre frati e Maurizio de Rinaldis, ed inviava ordine allo Spinelli che facesse Bando, col quale a chi consegnasse Maurizio vivo si darebbe il perdono per lui e per un altro purchè non fosse uno de' tre frati, e a chi lo consegnasse morto si darebbe indulto per la sola persona sua; ed egualmente si darebbe indulto a chiunque consegnasse fra Tommaso Campanella, fra Pietro Ponzio e fra Dionisio di Nicastro; egli riteneva questo un buon mezzo per prenderli, «segun la poca amistad que se guardan acà en general unos à otros» (osservazione che oggi ancora e sempre dovrebb'essere profondamente meditata da ogni napoletano). Inoltre preveniva tutta la costa, da Napoli alla Calabria, trasmettendo i connotati de' frati e del gentiluomo, perchè si visitassero tutte le feluche in arrivo ne' porti; ed in Napoli teneva posta guardia nel mare, perchè non vi si passasse senza toccare la città (onde si vede il suo pensiero, che quando i congiurati fossero riusciti a mettersi in mare si sarebbero diretti a Roma, la quale dovea essere per lui il centro del movimento, malgrado lo dissimulasse con ogni cura). Queste cose egli comunicava a Madrid, significando che quantunque tale congiura presentasse tanto poco fondamento, «era stata misericordia di Dio l'averla scoverta a tempo ed averla potuto prevenire, siccome lo avea fatto». Vedremo che mentre i suoi ordini così efficaci giungevano in Calabria, il Campanella era stato già preso, e quanto a Maurizio, lo Spinelli, mostrandosi poco propenso ad indultar complici, dopo di aver preparati molti mezzi e molti concerti, finiva per emanare un Bando assai più terribile.

E qui, prima d'inoltrarci nel racconto di queste catture, importa conoscere chi si prestò a dar la caccia agl'incolpati, e chi venne in aiuto del Governo nella feroce repressione della congiura non che nella difesa delle coste dal Turco. Solevasi allora «dare una Commissione» ad individui, che per guadagno si prestavano ovvero anche spontaneamente si offrivano a perseguitare i ricercati dalla giustizia, munendoli di lettere patenti, con licenza di scorrere la campagna a capo di una comitiva armata e con ordine a tutti di favorirne le mosse: erano questi i così detti «Commissionati» o «Commissarii di campagna», i quali talvolta, abusando della loro autorità, finivano per essere ricercati dalla giustizia essi medesimi. Solevasi inoltre adoperare i fuorusciti, che assumevano gli stessi incarichi e si dicevano «Guidati», venendo muniti di un guidatico o salvacondotto, dietro una promessa ed ordinariamente dietro una convenzione scritta od «albarano», in cui era ben determinato il servizio che doveano prestare, per poi ottenere l'indulto o assoluzione dei loro delitti. Nella repressione della congiura vi furono gli uni e gli altri. De' Guidati conosciamo appena qualcuno, come Giulio Soldaniero unitamente con Valerio Bruno, de' quali avremo a parlare lungamente in sèguito; ma l'Audienza ne trovò parecchi dopo il ritorno dello Spinelli dalla Calabria, fra gli altri un Carlo Logoteta, come a suo tempo vedremo. De' Commissionati conosciamo più d'uno e d'ogni risma, da' semplici così detti gentiluomini, quali un Gio. Battista Carlino e uno Scipione Silvestro, fino a' Nobili più o meno distinti, quali un Gio. Geronimo Morano fratello del Barone di Gagliato, ed anche D. Carlo Ruffo Barone di Bagnara, che era parente dello Spinelli ed ebbe poi per questi suoi servigi il titolo di Duca, divenendo il capo-stipite de' Duchi di Bagnara; quest'ultimo facevasi chiamare piuttosto «locotenente di Carlo Spinelli», ma siffatta parola più pomposa non esprimeva altro che una commissione avuta, e in qualche documento egli è detto nè più nè meno che «Commissionato»[339]. Vi furono d'altra parte diversi Nobili già titolati e di prim'ordine, che si distinsero specialmente per l'operosità spiegata contro l'attesa incursione dell'armata turca, e taluno di loro anche contro le persone de' fuggitivi, come il Principe della Roccella, il Principe di Scilla, il Principe di Scalèa, che erano pure tutti parenti dello Spinelli. Non sarà inutile qualche cenno intorno a costoro. — Il Principe di Scalèa era Francesco Spinelli, nipote di Carlo che avea sposato D.a Maria Spinelli, figliuolo di Gio. Battista e di Caterina Pignatelli. Capitano di una compagnia di gente d'arme, che trovavasi di guarnigione appunto in Calabria, era perciò stipendiato dalla R.a Corte come allora si diceva[340]: lo vedremo assistere di persona nelle mosse che si fecero lungo la costa a fronte dell'armata turca, con cavalli e fanti dello Stato suo, oltre quelli della sua compagnia, avendo del resto sempre agito in tal modo, al pari di tutti gli altri Nobili che possedevano Stati in quelle provincie, tanto che si conosce averne poi miseramente incontrata la morte nell'anno successivo. Il Principe di Scilla (spagnolescamente Sciglio) era Vincenzo Ruffo, parente di Carlo Spinelli poichè figlio di Marcello e Giovanna Benavides de Alarcon, il quale Marcello era secondogenito di Paolo Ruffo 6.º Conte di Sinopoli e Caterina Spinelli figlia di Carlo 1.º Conte di Seminara: egli era divenuto Principe nel 1591, sposando la sua cugina Maria Ruffo Contessa di Nicotera e Principessa di Scilla, figlia di Fabrizio, che fu il 1.º Principe di Scilla[341]. Abbiamo già avuta occasione di dire che in questo momento trovavasi scomunicato dal Vescovo di Mileto: egli teneva sempre 600 de' suoi vassalli pronti ad opporsi al Turco ove il bisogno lo richiedesse; vedremo che naturalmente in questa occasione non mancò di presentarsi con la maggiore premura e n'ebbe i più caldi elogi. — Il Principe della Roccella era Fabrizio Carafa, nipote di Carlo Spinelli, perchè figlio di Girolamo Marchese di Castelvetere e di Livia Spinelli: s'intitolava 4.º Conte della Grotteria, 3.º Marchese di Castelvetere e 1.º Principe della Roccella, avendo avuto quest'ultimo titolo nel 1594, nel quale anno co' suoi vassalli si difese strenuamente contro il Cicala nel forte di Castelvetere. Questa volta il suo zelo non si spiegò contro il Turco, ma contro il Campanella, verso il quale avea pure già mostrato benevolenza, ammirandone qualche lavoro e fra gli altri la tragedia intitolata Maria Regina di Scozia: vedremo infatti, che accompagnò veramente lo Spinelli nelle mosse contro il Turco ma senza gente armata, e si distinse invece promovendo la cattura del Campanella, denunziando i rapporti di lui col Pisano e poi venendosene a Napoli con lo Spinelli, su quelle medesime galere che portavano il filosofo e tutti gli altri imputati in catene. L'Aldimari, che scrisse non meno di tre volumi in folio sulla famiglia Carafa, ce ne diè l'effigie, che lo rivela gaudente ed utilitario, e ci lasciò scritto come fosse tutto occupato nell'ingrandimento della sua casa; difatti la pose di poi in isfoggio e splendore anche in Napoli, dove fabbricò quel palazzo che tuttora si vede nella strada Trinità maggiore allora detta strada di Nido, sulle antiche case di D. Andrea Matteo d'Acquaviva Principe di Caserta, ed in sèguito il figliuolo Carlo, Vescovo di Aversa e Nunzio in Germania, vi fabbricò pure il palazzo tanto celebrato sulla riva del mare[342]. — Veniamo al Barone di Bagnara D. Carlo Ruffo, figlio di Jacovo e di D.a Ippolita Spinelli, della linea di Esaù e Nicola Antonio Ruffo, successo a suo padre fin dal 3 marzo 1582. Era anch'egli parente di Carlo Spinelli per via della madre; apparteneva ad una famiglia di nobiltà notevole, ma non godeva una posizione finanziaria molto brillante. Teneva l'ufficio di Vice-Duca nello Stato del Duca di Monteleone Ettore Pignatelli, e si faceva raccomandare dalla Corte di Roma per mezzo del Nunzio, come era frequente e tristo vezzo di quella Corte, perchè il Vicerè gli favorisse qualche impiego; d'altra parte il Vicerè ebbe una volta ad ordinare un'Informazione contro di lui specialmente per contrabbandi ed anche per aggravii e delitti; questo ci risulta da documenti che abbiamo rinvenuti nel Carteggio del Nunzio e nell'Archivio di Stato[343]. Naturalmente non mancò di cogliere l'occasione che gli si offriva, per inaugurare il sistema d'ingrandirsi sulle sciagure del proprio paese; e vedremo che Carlo Spinelli cercò di favorirlo per ogni verso, anche con la menzogna, ed egli segnatamente verso i frati si mostrò un aguzzino de' più petulanti. — Ci rimane a dire di Gio. Geronimo Morano, che già abbiamo avuta occasione di nominare a proposito delle fazioni di Catanzaro. Era costui di nobile famiglia residente in Catanzaro ma proveniente da Stilo, donde emigrò il suo avo dello stesso nome Gio. Geronimo, come abbiamo rilevato da ricerche fatte nel Grande Archivio[344]; ed appunto nel territorio di Stilo la sua famiglia possedeva un gran feudo detto Burgli russi o Burgorusso sulla marina tra Stilo e Guardavalle, ereditato per via di donne da Francesca Connestavolo ossia Contestabile di Stilo, oltre la Baronia di Gagliato già del Principe di Squillace, acquistata da Carlo Alfonso Morano e da costui ceduta al fratello Gio. Geronimo seniore nel 1543[345]. Gio. Geronimo iuniore, di cui qui trattiamo, era secondogenito di Gio. Antonio, e quindi fratello di Gio. Battista Barone di Gagliato, il quale era morto nel 1594, lasciando una figliuola a nome Camilla e la vedova Anna Sances nata di Loise Sances fratello del Marchese di Grottola[346]; nè si creda questo un vano lusso di erudizione, mentre invece il Campanella medesimo ha rese indispensabili tali noiose ricerche, coll'aver messo innanzi, nella sua Narrazione, la parentela del Morano co' Sances, la figlia unica del Barone di Gagliato, il progetto di matrimonio di essa con un figlio del Morano ed anche il desiderio di un certo feudo, per ispiegare la persecuzione ed anzi la morte data a Maurizio de Rinaldis. Adunque la famiglia Morano era molto ricca, e lo stesso Gio. Geronimo trovavasi in buone condizioni, poichè oltre la così detta vita-milizia, cioè l'assegno di secondogenito, egli possedeva beni fideicommissati rimastigli dall'avo, ma si era già fatto notare per una colpevole avidità in beneficio della famiglia; se n'ha la prova in un documento rinvenuto nel Grande Archivio, dal quale si rileva che il Vicerè si era visto nell'obbligo di domandar conto alla R.a Audienza di Catanzaro del prezzo esorbitante pagato per una casa del Barone di Gagliato, che Gio. Geronimo, essendo Sindaco della città, aveva acquistato in nome di essa per provvedere di residenza il tribunale[347]. Conoscitore de' luoghi e delle persone di Stilo e suoi casali, vedremo che egli si pose a perseguitare i principali incolpati, e cavalcando giorno e notte ebbe il tristo merito di raggiungerli con molta soddisfazione dello Spinelli e del Vicerè.