CAP. II. RITORNO DEL CAMPANELLA IN CALABRIA E SUA CONGIURA.
(1598-1599).

I. Non è dubbio che il Campanella sia arrivato in Calabria verso la fine di luglio 1598, e che la sua prima tappa sia stata il convento dell'Annunziata di Nicastro. In ciò si accordano diverse deposizioni che si ebbero più tardi nel processo consecutivo di eresia, e le notizie che si leggono nella Narrazione pubblicata dal Capialbi. Questa Narrazione, indubitatamente scritta dal Campanella medesimo, ci potrà d'ora innanzi servire di testo, almeno fino a che non giungeremo ad un periodo pel quale vi siano documenti d'importanza anche maggiore: ma profittando delle notizie in essa consegnate, non mancheremo mai di farne rigoroso riscontro con quelle provenienti da altri fonti, e massime con quelle appunto che il processo consecutivo fornì in numero ragguardevole. Ecco ciò che vi si legge intorno al presente momento della vita di fra Tommaso. «Nell'anno 1598 F. Thomaso Campanella tornò in Calabria, donde era stato assente X anni parte in Padova, parte in Roma, parte in Napoli, e nel fin di luglio sbarcò in Nicastro dove era priore nel suo convento F. Dionisio Pontio e la città si trovava interdetta per causa di giuridittione dal Vescovo, per esser fuggito in Roma. Et esso F. Thomaso a' preghi de' cittadini, e per lettera di M. Antonio del Tufo Vescovo di Milito suo antico protettore s'adoprò a metter pace tra il Vescovo e la città. Il che non succedendo per la malvagità di alcuni scomunicati, esso pigliò le parti del vicario del Vescovo, e fece eligger F. Dionisio Pontio per ambasciator al Vescovo et al S. Papa Clemente 8.º, che si trovavano a Ferrara. Il che dispiacque assai a D. Luigi Xarava avvocato fiscale scomunicato tre anni avanti dal Vescovo di Milito; e perseverante, e mantenitor delle brighe, desioso, che tutti fossero interdetti, e scomunicati come lui per sua discolpa appresso il Re, et pur ci era scomunicato il Principe dello Sciglio el governator del Pizzo, et altri baroni, et officiali».

Ci siamo già spiegati precedentemente sulla vera durata dell'assenza dalla Calabria, che altrove il Campanella affermò di dodici anni e qui afferma di dieci, ma che in realtà deve dirsi un po' meno di nove anni. Abbiamo pure detto che diverse deposizioni consegnate nel processo di eresia pe' fatti di Calabria attestano egualmente l'arrivo essere accaduto alla fine di luglio dell'anno 1598, e la prima fermata essere stata quella di Nicastro; ma dobbiamo aggiungere che in esse domina generalmente la credenza, che il Campanella fosse venuto in Calabria non appena liberato da' travagli patiti in Roma, e trovasi anche affermato che nel convento di Nicastro, essendo priore fra Dionisio, aveva stanza del pari il germano di lui fra Pietro Ponzio, ed inoltre fra Gio. Battista di Pizzoni in qualità di lettore. Così il Campanella ebbe a trovarsi immediatamente in compagnia di questi suoi intimi amici, i quali più o meno si avevano acquistato riputazione nella provincia; ed ecco la condizione loro secondo le notizie sparse nel processo, che siamo obbligati a citare quasi sempre per documentare quanto affermiamo.

Fra Dionisio, che pel suo spirito si era distinto anche in Napoli al tempo in cui là dimorava in qualità di studente, tanto più si era poi distinto in Calabria, avendo progredito negli studii, e principalmente essendo riuscito un oratore valentissimo; lasciava solo qualche cosa a desiderare circa costumi. Di natura impetuosa, irrequieta, ciarliera e vendicativa, già era stato una volta condannato per aver tagliata la faccia ad un frate, e in genere di lascivia se ne raccontava qualche brutto caso, avendo anche l'abitudine di parlarne troppo e nel senso il più laido. Ma come oratore, ad un facile eloquio accoppiava una quantità di risorse, e possedeva l'arte di commuovere potentemente l'uditorio; sapeva lagrimare a tempo, ed una volta, predicando a monache, seppe anche cadere in deliquio; nè mancava di pungere i suoi avversarii perfino dal pergamo più o meno velatamente. Una posizione sempre più distinta si aveva acquistato tra' frati, ma in pari tempo si aveva acquistato odii roventi, pe' processi da lui energicamente provocati e sostenuti contro frati di fazione avversa, a' quali era imputato l'assassinio di suo zio il P.e Pietro Ponzio, che abbiamo già visto Provinciale pel 1587-88 e parte dell'89. Questo incidente, non senza interesse per la nostra narrazione, merita di essere conosciuto; e per fortuna, oltre i pochi cenni consegnati nel processo più volte citato, ne abbiamo parecchie notizie nel Carteggio del Nunzio Aldobrandini. Già mentre teneva l'ufficio di Provinciale, per la severità con la quale avea cercato di correggere i costumi orribili di un gran numero de' suoi frati, il P.e Pietro Ponzio era stato minacciato nella vita, e un fra Paolo Jannizzi della Grotteria sacerdote, che vedremo anche tra gl'imputati della congiura e dell'eresia del Campanella, era stato in agguato per ammazzarlo, sicchè ebbe a riportarne condanna di tre anni di galera che scontò, e mentre egli stava ancora alla catena il P.e Pietro fu ammazzato. Poniamo qui che fra Paolo trovavasi carcerato in Napoli durante la prima dimora del Campanella in questa città (1591), ed egli stesso narrò che vide una volta passare per la via il Campanella, e lo chiamò per pregarlo che volesse portare una sua lettera al P.e Rev.mo: tutto ciò pertanto non gli chiuse la via agli ufficii in sèguito, e stiamo per vedere che al tempo della congiura funzionava da priore nel convento di S. Giorgio. Ma, come dicevamo, il P.e Pietro Ponzio fu ammazzato, bensì per un'altra ragione ancora più notevole, perchè la fazione avversa ne temeva il ritorno all'ufficio di Provinciale; e fra Dionisio perseguitò senza posa gli assassini di suo zio, facendo rimontare la colpa dell'assassinio fino al P.e Gio. Battista da Polistina, già Provinciale nel 1591-92 e parte del 93. Era ritenuto uccisore un fra Pietro di Catanzaro, che riuscì a fuggirsene a Costantinopoli tra' turchi: un fra Filippo Mandile da Taverna fece scovrire ogni cosa insieme con un fra Giacinto da Catanzaro, e fra Filippo venne per opera del Polistina condannato a 10 anni di esilio dalla provincia, ridotti poi per grazie successive a soli 2 anni; ma il Polistina medesimo finì per essere catturato coll'opera diretta di fra Dionisio, e rimase prigione 14 mesi in Roma, 15 in Calabria, 9 in Napoli. Egli si schermì efficacemente con le sue aderenze, dimandando di essere giudicato ora in Roma, ora in Calabria, ora in Napoli presso la Corte del Nunzio, dalla quale finalmente in gennaio 1598 venne liberato «ex hactenus deductis», dietro una relazione dell'Auditore sul processo ingarbugliato col passaggio per troppe mani e troppi luoghi, la quale conchiudeva «deficerent potius probationes quam jus»[181]. Fra Dionisio, che facendo comparire negli Atti il fratello Ferrante aveva in realtà agito personalmente per tale processo, e vi avea non solo assistito in Calabria ma anche in Napoli ed in Roma, si era elevato di molto insieme con la fazione avversa al Polistina; ma la liberazione di costui, appunto nel 1598, cominciava a segnare un principio di decadenza, e il Polistina relegato in un convento «loco carceris», coll'aiuto del P.e Giuseppe Dattilo da Cosenza ex-Provinciale lui pure, già preparava le sue vendette, mentre fra Dionisio, sdegnato per questa liberazione, mostravasi irrequieto anche più del solito.

Quanto a fra Pietro Ponzio germano di fra Dionisio, senza smentire il sangue caldo de' Ponzii, era d'indole più ritirata ed assai meno inframmettente: avea progredito fino ad un certo punto negli studii specialmente teologici, mostrando anche un grande trasporto per le buone lettere, ed avea saputo mantenersi ne' buoni costumi, ciò che non era comune a que' tempi. Così non si era fatto distinguer troppo, e poteva dirsi che avesse piuttosto goduta la prospera fortuna di fra Dionisio, come di poi ne patì l'avversa: intanto pel suo amore alle lettere venne a stringersi sempre più col Campanella, ammirandone con ardore il grande ingegno, e vedremo che gli si mostrò sempre tenero amico.

Finalmente quanto a fra Gio. Battista di Pizzoni, egli si era distinto molto più de' Ponzii negli studii, avendo coltivato non solamente la Teologia ma anche la filosofia, oltrechè era assai addentro nello studio della musica; ma in pari tempo si era distinto fuor di misura ne' cattivi costumi. Sebbene il suo modo di ragionare e di esprimersi non fosse punto brillante, e ne fa fede ciò che di lui si legge nel processo, aveva tuttavia una eccellente riputazione come lettore, non così come galantuomo. Noi lo lasciammo nel convento di Altomonte, al tempo in cui vi dimorava il Campanella: poco dopo d'ordine del P.e Pietro Ponzio Provinciale ne fu scacciato perchè vizioso, e dovè cercare un ricovero nel convento di Rosarno per misericordia. Naturalmente si aggregò alla fazione di fra Gio. Battista di Polistina, ed elevato costui all'ufficio di Provinciale fu mandato Vicario a Cutro; ma finì coll'esserne scacciato a furia di popolo per le sue dissolutezze ed anche per diverse appropriazioni indebite, quindi condannato «ad poenam gravioris culpae». Fu mandato di poi lettore di logica a Briatico, ove ebbe tra' suoi scolari fra Pietro Presterà di Stilo, che un giorno dovè difenderlo dagli altri scolari i quali gli si ribellarono, e così pure fra Silvestro Melitano di Lauriana, che gli rimase attaccato sempre e gli fu buon compagno nelle cattive azioni; ma egualmente da Briatico dovè fuggire, essendo stata per colpa di lui uccisa una donna da' proprii fratelli, i quali divennero forbanditi e lo atterrirono con minacce assiduamente. Non avea mancato nemmeno di continuare nelle appropriazioni indebite, fra le quali ve ne fu una di certi scritti di prediche e considerazioni sull'Apocalisse appartenenti a fra Dionisio, che tolse dalle valigie di costui venuto di passaggio a Briatico, e mandò poi a vendere per mezzo di fra Silvestro di Lauriana; e fra Dionisio ne menò grande scalpore e lo vituperò per tutta la provincia, ma essendo stato appunto in quel tempo carcerato fra Gio. Battista di Polistina, egli seppe destreggiarsi abilmente passando alla fazione di fra Dionisio ed acquetandolo. Con siffatta evoluzione fu mandato lettore nello studio generale di Cosenza (1597), di dove, l'anno seguente, venne chiamato come Teologo del Vescovo di Nicotera, con cui visitò tutto lo Stato del Duca di Nocera defunto, per soddisfare a' gravami patiti da' vassalli, essendosene il Duca fatto scrupolo nel suo testamento. Adempiuta questa commissione, era stato assegnato al convento di Nicastro, dove era giunto appena da due mesi e trovavasi afflitto da certi malanni per commerci impuri, che ne attestavano la cattiva condotta. Il suo fra Silvestro di Lauriana, rimasto ignorante ed affatto bestiale, l'aveva seguito in Nicastro e l'assisteva con ogni cura; ma aveva anche relazioni colpevoli con un nipote del Pizzoni, fra Fabio, laico o «terzino» come allora si chiamavano questi frati non sacerdoti, e fra Gio. Battista lo tollerava senza risentirsene; invece dovè risentirsene fra Dionisio per lo scandalo che n'era sorto, onde poco tempo dopo fra Gio. Battista finì per abbandonare il convento di Nicastro. Il Campanella, verosimilmente ignaro di tutte queste lordure e del rimanente avvezzo a considerare i frati quali erano in realtà, vide in fra Gio. Battista un amico di vecchia data, divenuto anche abbastanza culto; e non gli negò la sua stima, ed ebbe pur troppo a pentirsene, essendogli riuscito un amico infedele. Si noti intanto la mancanza di morale e di carattere in questo fra Gio. Battista, che dovrà figurare di molto nella nostra narrazione, e però ci ha costretti ad una non breve esposizione della sua vita.

Ma non meno degno di essere rilevato è il grave turbamento in cui il Campanella trovò la città di Nicastro e tutta la Calabria, onde non potè non averne una profonda impressione. Si era da qualche tempo in un periodo acutissimo di lotte giurisdizionali, e quella di Nicastro fu una delle più gravi: l'argomento merita di essere ben ponderato, giacchè mentre da una parte il Campanella nella sua Narrazione dichiara mantenitore delle brighe qualche ufficiale Regio che ebbe a perseguitarlo, d'altra parte agli ufficiali Regii quel concorde sviluppo di esorbitanze Episcopali parve il principio di una vera e propria ribellione; e in ciò non solo il Carteggio del Nunzio Aldobrandini, ma anche l'Archivio di Napoli e perfino il Carteggio del Residente Veneto, ci offrono molte notizie e documenti. Limitandoci per ora alla sola quistione di Nicastro, ecco quanto possiamo dirne. Era Vescovo di Nicastro Pietro Francesco Montorio nobile Romano, altero, risentito, tutto imbevuto de' principii della supremazia ecclesiastica. Creato Vescovo nel febbraio 1594, cominciò dall'affacciare pretensioni pe' frutti del Vescovato già vacante e fece per questo mali officii presso la Curia Romana contro il Nunzio; poi negò al Duca di Ferolito, Conte di Nicastro, un dritto che costui possedeva di «fidare nelle erbe della Chiesa di Nicastro ed anche venderle agreste», e affacciò la strana pretensione che per tale controversia venisse citato a comparire innanzi al tribunale del Nunzio; poi avendo il Duca ottenuto un decreto favorevole del Sacro Regio Consiglio, tribunale competente, ed essendo stato mandato dalla R.a Audienza un Commissario per l'esecuzione del decreto, egli maltrattò il Commissario e lo scomunicò con tutti gli ufficiali della città, a capo de' quali era un Gio. Battista Carpenzano, facendo pubblicare dal suo Vicario un interdetto. E scrisse a Roma e fece da Roma scrivere al Nunzio che pativa travagli indebiti, ed appunto nell'aprile 1598 si permise di pubblicare una cedola venuta da Roma senza l'exequatur: allora il Governo, che si guardava bene dal tollerare un fatto simile, lo dichiarò licenziato dalla sua diocesi, e perchè contumace pose sotto sequestro le rendite del Vescovato; ma egli fece dal Vicario scomunicare l'Auditor Gonzaga andato ad eseguire i detti ordini, e con lui il Vice Conte Gio. Antonio Falconi. Di rimbalzo gli ufficiali della città carcerarono parecchi gentiluomini aderenti del Vescovo, e volendo un giorno que' della Corte del Duca trarre agli arresti un cuoco del Vescovo che portava armi senza permesso, videro intervenire il Vescovo medesimo, il quale li caricò di contumelie, al punto che taluni trassero qualche colpo di archibugio in aria per farlo tacere, ed egli allora si allontanò dalla Diocesi[182]. Ma al tempo medesimo i reggitori della città si occuparono di provvedere perchè l'interdetto fosse revocato, e tenuto pubblico parlamento, si concluse di nominare fra Dionisio Ponzio ed Innico de Franza procuratori della città, perchè potessero comparire a nome di essa in Reggio ed anche in Roma bisognando, a fine di ottenere da' superiori ecclesiastici la rivocazione dell'interdetto. Il pubblico istrumento di procura in data 28 agosto 1598, firmato dal dot.r Ottavio Serra sindaco, e da parecchi eletti di Nicastro, venne poi da fra Dionisio originalmente presentato al tribunale dell'eresia quale attestato di onore, e così abbiamo potuto averne piena conoscenza[183]. — Che il Campanella in tale occasione abbia prese le parti del Vicario del Vescovo, riesce pienamente credibile, poichè in ultima analisi egli era ecclesiastico; ma che abbia potuto influire sulla elezione di fra Dionisio egli nuovo in Nicastro, e che l'invio di fra Dionisio e del Franza abbia potuto dispiacere all'Avvocato fiscale, si comprende poco. Avremo ad occuparci largamente anche dell'Avvocato fiscale, e lo vedremo in realtà scomunicato dal Vescovo di Mileto, ma vedremo pure in quel tempo, per varii fatti, qualche Auditore egualmente scomunicato, qualche altro avvertito di essere incorso nella scomunica, ed uno di loro è stato già menzionato più sopra; tutto ciò rincresceva senza dubbio al Vicerè, non al Re che stava troppo lontano ed occupato in altre cure, ma in fin de' conti attestava negli ufficiali colpiti una fedele esecuzione degli ordini ricevuti ed un lodevole adempimento del proprio dovere. Così l'Avvocato fiscale non poteva dispiacersi che le cose si avviassero alla quiete, nè poteva ritenere per lui necessaria una discolpa: d'altronde il Governo aveva trovata una singolare maniera di rimediare agl'imbarazzi che nell'amministrazione derivavano dalle scomuniche degli ufficiali; mandava una «hortatoria» al Vescovo, e con ciò riteneva di aver provveduto per l'assoluzione, dandosi anche l'aria di considerare sospeso l'effetto delle scomuniche. Mettiamo qui che fra Dionisio e il Franza, si recarono a Reggio e quindi a Ferrara, dove si trovava Papa Clemente occupato a consolidarsi nel nuovo acquisto, nè tornarono a Nicastro che al principio dell'anno successivo. Durante questo tempo l'affare del Vescovo di Nicastro si trattava nelle più alte sfere. Il Papa medesimo, nel settembre 1598, ne scrisse direttamente al Re, il quale rispose con una breve lettera molto dignitosa; il Residente Veneto per le sue vie coperte potè aver copia di entrambe le lettere e trasmetterle a Venezia, e così leggonsi nel suo Carteggio. Il Duca di Sessa Ambasciatore spagnuolo in Roma ne trattò col Card.l S. Giorgio, e nel Carteggio del Nunzio vi è la lista delle domande del Vescovo, tra le quali figura quella che tutti coloro i quali l'avevano insultato fossero gastigati, e tutti, ma principalmente il Carpenzano e il Falconi, non potessero più esercitare ufficii in Nicastro e nelle altre terre della Diocesi. Nell'ottobre furono concordati 10 capitoli, che conosciamo egualmente per cura del Residente Veneto, tra' quali primeggia la rivocazione del decreto del Sacro Regio Consiglio favorevole al Duca di Ferolito; ma il Vicerè fece difficoltà a rivocare il pronunziato solenne di un tribunale supremo di appello, onde le cose si protrassero fino al marzo dell'anno seguente. Ed allora l'interdetto fu tolto, ma non per opera di fra Dionisio, ciò che trovasi attestato pure dalla Narrazione[184]. Vedremo poi che il Vicerè non attese nemmeno che l'interdetto fosse tolto, per rivocare, da parte sua, il divieto del ritorno del Vescovo nel Regno, ma costui non si mosse da Roma, sicchè, sopravvenuta la congiura di Calabria, diè motivo a far credere che egli pure vi partecipasse. E ciò basti pel momento circa i conflitti co' Vescovi; avremo tra poco occasione di parlare del conflitto col Vescovo di Mileto, per lo quale si trovò scomunicato l'Avvocato fiscale Xarava, ed anche il Principe di Scilla (corrottamente Sciglio) e il Governatore del Pizzo.

Proseguiamo ora a dire del Campanella, sempre con la scorta della Narrazione. «Alli 15 d'agosto poi esso Campanella andò a Stilo sua padria, dove il Vescovo di Milito era venuto a processar un Arciprete di Stignano, et Campanella andò con lui fino a Jeraci e dispiacque assai alli officiali scomunicati che havesse dato consulta di canoni e ragioni al Vicario di Nicastro et al Vescovo di Milito per aiuto delle giurdittioni. Di più tutte le città principali oltre le discordie tra gli Ecclesiastici, e Regii, erano divise in fattioni, e Stilo in particolare havea la fattione de' Carnelevari et Contestabili, et capo dell'una in campagna era Mauritio Rinaldis, et dell'altra M. Antonio Contestabile. Et in Catanzaro erano due fattioni: a l'una favoriva lo Xarava a l'altra D. Alfonso de Roxas governatore della provincia. Et tutti li conventi erano pieni di banditi particolarmente della diocesi di Milito, el Vescovo li dava de mangiare per zelo della giurdittione, quando erano assediati da sbirri. E Xarava ponea fama ch'il clero volesse ribellare».

Adunque alla metà di agosto 1598 il Campanella passò da Nicastro a Stilo, ma forse ciò accadde qualche giorno più tardi, poichè si hanno nel processo di eresia due deposizioni, che attestano essere andato a Stilo dopo un mese dal suo arrivo in Nicastro[185]. Il Pizzoni ve l'accompagnò, rimanendovi anche lui per curarsi, come attestò perfino il suo confidente Lauriana che lo servì; e vi rimase qualche mese, poichè sappiamo esser venuto nell'ottobre a far parte del convento fra Pietro Presterà di Stilo, e costui allora lo medicò con le sue mani. Frattanto nel settembre, per un'accidentale venuta del Vescovo di Mileto a Stignano, ebbe il Campanella occasione di ossequiare questo Vescovo che era Marc'Antonio del Tufo, e di andare con lui «in visita verso la marina». Tale fatto trovasi nel processo attestato dal Pizzoni, che depose ancora essere accaduto nel settembre. Il Campanella naturalmente vi andò in qualità di Teologo, e giova ricordarsene, poichè vedremo in sèguito il Governo Spagnuolo assai mal prevenuto specialmente contro il Teologo del Vescovo di Mileto, mostrando d'imputare a lui le risoluzioni violente che dal Vescovo spesso si prendevano. Non apparisce e non è plausibile che quella visita sia durata molto: ad ogni modo il Campanella nel suo ritorno si fermò alquanto in Stignano presso suo padre, come attestò parimente il Pizzoni, e poi si ridusse a Stilo nè ebbe mai più altra stanza: lo vedremo più tardi in varie escursioni, ma di breve durata, e pur sempre assegnato o meglio dimenticato in Stilo. È certo poi che le trattative di pace tra' Contestabili e Carnevali, registrate nella Narrazione subito dopo la visita fatta col Vescovo di Mileto, accaddero veramente non prima del maggio dell'anno successivo: questo risulta dal processo ed anche da altri cenni sparsi nella Narrazione medesima, sicchè non dobbiamo occuparcene per ora, e possiamo invece approfondire un poco le cose del Vescovo di Mileto, i conflitti giurisdizionali, le fazioni e inimicizie cittadine, le discordie de' componenti la R.a Audienza, i banditi in armi nella provincia. Lo stesso Campanella più volte affermò che questo grave turbamento sociale, unito alla comparsa di fenomeni meteorologici straordinarii, lo menò a credere tanto più fermamente alla vicina fine del mondo e a predicarla, onde poi alcuni presero animo a concertarsi per una ribellione: trattasi dunque di una materia in relazioni strettissime col nostro argomento, ed è necessario occuparcene di proposito; l'Archivio di Stato in Napoli, parzialmente anche il Carteggio del Nunzio Aldobrandini, ce ne forniscono molti documenti, e di essi bisogna senz'altro profittare.

Il Vescovo di Mileto (latinamente Melito) si era già fatto distinguere da un pezzo pel suo modo energico di procedere nelle quistioni giurisdizionali, un po' più di tutti gli altri suoi colleghi, che pur essi non mancavano di farle sorgere ogni momento e trattarle con poca mansuetudine e nessuna misura. Egli non trovavasi in conflitto per interessi personali come il Vescovo di Nicastro, ma per principii profondamente sentiti, e quanto è dubbio che il Campanella abbia potuto richiamare sopra di sè l'attenzione degli ufficiali Regii pel conflitto del Vescovo di Nicastro, altrettanto è sicuro che abbia dovuto esser notato pe' conflitti del Vescovo di Mileto; perchè con costui egli si trovava in relazioni dirette, e da costui era stato scomunicato quell'Avvocato fiscale Xarava al quale egli attribuì tutte le sue sventure; solamente bisogna dire che abbia dovuto esser notato non così presto come apparirebbe dalla sua Narrazione, ma quando già si era fatto conoscere direttamente per altre cose. È pur troppo vero che il Vescovo di Mileto avesse procurato che i banditi, i quali si trovavano in asilo massime ne' conventi, fossero alimentati semprechè i birri li assediavano per catturarli: questo emerse poi anche dal processo del Campanella, e in realtà una tenerezza pe' malviventi rifugiati ed assediati si verificava del pari in altre Diocesi, con diversi modi singolari che non mancheremo di vedere: il Governo riteneva che pe' delitti gravi, «imperiosi, e di molto malo exemplo» come allora si diceva, non dovesse riconoscersi il diritto di asilo ne' conventi e nelle Chiese; ma i Vescovi rispondevano con le scomuniche a tutti coloro i quali eseguivano gli ordini del Governo, e con una maggiore protezione a' più tristi soggetti, onde si può immaginare quanti scandali ne dovessero nascere. I Cavalieri Gerosolimitani molto sparsi nel Regno, che col titolo di frati e col beneficio della giurisdizione ecclesiastica spesso si vedevano commettere prepotenze e delitti, scorrendo la campagna con comitive armate e chiudendosi in qualche castello di casale isolato senza che il Governo potesse raggiungerli, fornivano un altro grosso contingente di conflitti: al tempo del quale trattiamo, un cav.re fra Maurizio Telesio di Cosenza trovavasi nella condizione anzidetta, e il Governo avea mandato contro di lui l'Auditore Vincenzo di Lega, che era giunto a catturarlo e si occupava in prendere la relativa informazione; e subito da «un preite a nome del Rev.do Vescovo di Melito gli fu notificato in parola che lui et li detentori di detto fra Mauritio erano incorsi in censure, admonendoli a liberarlo»[186]. Ma il contingente maggiore era fornito da' così detti «diaconi selvaggi» o «clerici coniugati», una specialità fiorente nella Calabria, laici anche con mogli e figli, a' quali i Vescovi concedevano di poter indossare un ferraiolo nero, ed avendoli in tal guisa fatti clerici, pretendevano che fossero esenti dalle contribuzioni fiscali e dal peso degli alloggi, esenti anche dalla giurisdizione laica, o come allora si diceva «temporale»: i comuni o «Università» reclamavano, ed egualmente reclamavano i Baroni, nel vedersi sfuggire di mano i contribuenti e dover gravare di pesi insoffribili gli altri cittadini, come pure nel vedere invasi i dritti della giurisdizione baronale: il Governo mandava hortatorie, ma coloro che doveano consegnarle venivano scomunicati[187]. Nel tempo di cui trattiamo, un Marcantonio Capito, diacono selvaggio della Diocesi di Mileto, avea bastonato un frate basiliano: la R.a Audienza intervenne, e il Capito si rifugiò in una Chiesa; il Vescovo, sempre per mantenere intatta la giurisdizione, non volle permettere che fosse estratto dalla Chiesa, nè volle curarsi che fosse chiuso nelle carceri vescovili pel dovuto gastigo. In tale occasione l'Avvocato fiscale D. Luise Xarava dovè entrare nella Chiesa, prendere il Capito e farne consegna nelle carceri del Castello del Pizzo; ma finì per essere scomunicato lui, il governatore del Pizzo D. Fabrizio Poerio e il Principe di Scilla signore del luogo. Le hortatorie non mancarono, ma il timore della scomunica, che allora menava a conseguenze anche sociali non indifferenti, rendeva perplessi coloro i quali doveano presentarle: il Vicerè ebbe quindi a risentirsi con la R.a Audienza perchè erano state fatte presentare «per banno», vale a dire coll'affissione, e la R.a Audienza ebbe a discolparsi negando il fatto, che pare essere stato solamente un progetto. Intanto il Vescovo, non rimasto pago alle scomuniche, nel febbraio 1598 mandò al castello del Pizzo suo fratello Placido Del Tufo, il quale sulla sua parola indusse il Castellano a far uscire il Capito dal carcere, e metterlo in una stanza, ma poi nella notte, coll'aiuto di due domestici del Vescovo e mediante una corda, lo fece fuggire e andare a ricoverarsi nel palazzo Vescovile; laonde il Vicerè ebbe ad ordinare l'arresto di Placido Del Tufo, il quale per lo meno dovè nascondersi e molto più tardi poi fu graziato. Così tese erano allora le relazioni tra il Governo e il Vescovo di Mileto. Più tardi non avendo il Vescovo dato alcun gastigo al Capito, ed avendolo anzi lasciato andar libero a Seminara, il Vicerè lo fece carcerare di nuovo, ma i preti, armati di accette ed aiutati anche da alcuni laici, lo liberarono a viva forza; questo accadde nel tempo in cui fervevano i concerti per la ribellione, sicchè appunto pel Capito avvenne quel «rumor di clerici di Seminara che ruppero li carceri gridando viva il Papa», come è registrato in altro luogo della Narrazione del Campanella (pag. 30), onde sembrò che il Vescovo di Mileto partecipasse a' concerti e che «il clero volesse ribellare»[188].

Non molto dissimile era la condotta degli altri Vescovi della Calabria: ne daremo alcuni cenni riferibili al periodo di cui trattiamo ed anche a qualche anno successivo, ciò che servirà pure a mostrare che essi continuarono sempre nella loro via, perfino quando, scoverta la congiura, gli ufficiali Regii spiegarono una influenza esorbitante. Il Nunzio medesimo scriveva a Roma che alcuni Vescovi componevano con danaro ogni delitto de' clerici, sia facendo pagare una somma alla Curia, sia facendo dare una pingue elemosina a qualche luogo pio, onde presso gli ufficiali Regii s'incontravano difficoltà ad ottenere la consegna de' clerici prigioni[189]. Ma specialmente i clerici selvaggi in tutta la Calabria davano troppi motivi di scandali, mentre erano ovunque aumentati al punto che il Vescovo di Mileto potè dire di averne nella sua Diocesi molto meno degli altri, nè poi venivano sempre scelti tra le persone per bene: così l'Arcivescovo di S.ta Severina ne aveva creati in numero infinito, ed aveva anche introdotta un'altra classe col nome di «familiari», che non vivevano a sue spese e che tuttavia esigeva fossero esenti dalle tasse e dalla giurisdizione baronale e Regia, minacciando non solo la scomunica ma anche il carcere a chi gli presentasse le hortatorie; d'altra parte il Vescovo di Cariati li sceglieva perfino tra gl'inquisiti e i contumaci della Gran Corte della Vicaria, e s'intende che i reclami e i conflitti dovevano essere senza fine[190]. Non bastando i clerici selvaggi e i familiari, altri Vescovi inventarono anche i «commissarii delle feste», laici deputati a far osservare la santificazione delle feste, pe' quali non solo esigevano le solite franchigie dalle tasse, dagli alloggi e dal foro laico, ma anche il dritto di portare armi proibite, concedendone essi la licenza: il Vescovo di Squillace ne avea creati 37, e in maggior numero ancora ne avea creati l'Arcivescovo di Reggio, il quale volle egualmente estese le franchigie a molte donne che in S.ta Agata indossavano abiti frateschi, come pure alle beghine o «bizoche» di Reggio, ed una volta, avendo i gabelloti trasmesso a queste beghine col consenso esplicito del Governo l'ordine di pagare le gabelle, fece venire da Roma ed affiggere alle porte delle Chiese ed a' luoghi pubblici della città un monitorio con le solite minacce, che citava que' gabelloti a comparire fra un dato termine in Roma, innanzi all'Auditorato della Camera Apostolica[191]. Non poche altre pretensioni ed ingerenze indebite essi spiegavano con modi sempre nuovi in singoli casi. Il Vescovo di Nicotera costringeva con la scomunica il Castellano del luogo a ricevere nelle carceri del Castello clerici ed altri ecclesiastici prigioni in suo nome; quello di catanzaro accoglieva in un monastero di pentite la moglie di un uomo che con l'aiuto di essa aveva ammazzata la sua 1a moglie, ed esigeva dal Giudice, intervenuto per le debite informazioni, un decreto liberatorio in favore di quella donna senza neanche esaminarla[192]. Il Vescovo di Squillace, dopo di avere scomunicato il Capitano di Stilo, non solamente si faceva consegnare dal Giudice un grosso malfattore a nome Colella Bua, col solito pretesto che era clerico selvaggio, ma anche un inquisito di stupro ed omicidio in persona di una parente, col pretesto che esso era domestico di una monaca. Il Vescovo di Gerace spediva monitorio al Capitano e al Giudice della città, perchè sotto pena di scomunica, in forza della Bolla In coena Domini, consegnassero tra 18 ore un ladro di giumente e il rispettivo processo già formato, col pretesto che 12 anni prima era stato tonsurato (sebbene non avesse mai funzionato da clerico), oltrechè gli era stata trovata sulla persona un'orazione a S. Patrizio, la quale dovea vedersi se fosse superstiziosa e spettante al S.to Officio, ed ebbe il ladro e lo mandò via impunito; dippiù spediva un altro monitorio perchè si rilasciasse un contumace, e si lacerasse l'informazione presa contro un inquisito del ratto di una donna, perchè la carcerazione e l'informazione erano state eseguite nel giovedì in albis, e nulla di simile dovea farsi durante tutta la settimana dopo Pasqua[193]. — Può bene immaginarsi la condotta del Clero inferiore dietro siffatti esempi. Lo stesso Nunzio scriveva a Roma: «molti si fanno clerici per esimersi dalla giuriditione temporale, et per una banda, circa negotii, fugir le gabelle delle robe et gli altri carichi che si portono seco, et per altra in essi, come sottoposti alla giurisditione ecclesiastica, far ciò che vogliono»[194]: tali erano veramente i motivi precipui del loro moltiplicarsi in modo esorbitante, quali clerici secolari e regolari, e sotto le forme più svariate ed anche più strane. Lasciando da parte gli esempi della loro condotta individuale, appena ricorderemo la protezione che comunemente accordavano a' malfattori, ricoverandoli nelle loro case ed aiutandoli anche con le pratiche del loro ministero, le violenze alle quali si spingevano in massa nelle loro bizze o in quelle de' loro superiori. Qualche fatto di tal genere riesce abbastanza curioso ed istruttivo. P. es. in Roggiano, gli assoldati del Governo impegnano una zuffa co' banditi, li stringono in una casa, sono sul punto di prenderli; ed ecco i preti parenti de' banditi che vengono in quella casa col SS.mo Sacramento, poco dopo ne riescono avendo affidato a' banditi le mazze del pallio, e così conducono questi in una Chiesa sorridenti sotto gli occhi degli assoldati del Governo genuflessi ed umiliati. In Policastro alcuni clerici hanno una vertenza col domestico del Capitano, e il domestico vien chiuso in prigione; ma ecco i clerici, non contenti, con l'aiuto di altri laici rompono le carceri, prendono e feriscono quell'uomo, quindi lo traducono nella Chiesa dove lo schiaffeggiano e lo bastonano, mentre il Capitano non osa penetrarvi[195]. Cosa si proponevano segnatamente i Vescovi con una condotta simile? Esercitare la prepotenza, niente altro che la prepotenza, per lo meno secondo il gusto del tempo tutto impregnato di prepotenza: e però non sapremmo menomamente farne ad essi un addebito speciale, bensì non sapremmo non riconoscere in essi le virtù e i vizii comuni, e non riconoscere negli uomini del Governo, tra le prepotenze comuni anche a loro, un po' di maggior cura, e laboriosissima cura, di avviare le cose verso l'equità e la giustizia; sconoscer questo, o peggio scambiare le parti, ci sembra una stranezza o una mistificazione. Cosa faceva il Governo, cosa faceva Roma in questi conflitti? Roma aveva in cima de' suoi pensieri non altro che «la superiorità ecclesiastica»: nessun provvedimento troviamo da parte sua nemmeno circa l'istituzione de' clerici selvaggi o coniugati evidentemente ingiusta: le sue istruzioni al Nunzio circa i torti de' Vescovi erano «et scusarli et difenderli sempre»[196]. Il Governo strepitava, mandava hortatorie a' Vescovi ed ordini rigorosi a' suoi ufficiali; ma la paura delle scomuniche, fino a quando l'abuso di esse non ne scemò l'efficacia, tratteneva ognuno, e il Governo medesimo in ultima analisi diveniva arrendevole e finiva poi sempre per pentirsene, come si verificò p. es. nel fatto di Marcantonio Capito. In conclusione nè al Governo, nè allo Xarava che dipendeva dagli ordini del Governo, riusciva conveniente mantener le brighe; e il Campanella in tutte queste brighe potè scorgere i segni della vicina fine del mondo, ma dovè anche scorgere che il Governo non era poi così forte come ne correva la fama.

Passiamo a vedere le controversie ed inimicizie tra' privati, le controversie tra' componenti la R.a Audienza, i banditi e forgiudicati. In ogni tempo i municipii della Calabria e della più gran parte del Regno, massime i più notevoli, erano stati travagliati dalle fazioni per diverse cause; in generale pel «possesso del reggimento» come allora si diceva, ossia per la riuscita nelle elezioni municipali, talvolta per fatti assolutamente privati, non esclusi quelli relativi agli amorazzi, assai più sovente pel semplice gusto della prepotenza ed anche per la necessità del soverchiare a fine di non essere soverchiati; da ciò l'aggrupparsi, l'offendere, il menar le mani, il divenire assassini e perfino predoni, anche quando si era già prima dato prova di nobili istinti e di tutt'altro genere di vita. Egualmente in questo si notava una recrudescenza, al tempo in cui il Campanella tornava in Calabria e si riduceva a Stilo; la cosa è provata da molti documenti che ne rimangono nell'Archivio di Stato. Vedremo più in là le fazioni di Stilo: per ora vogliamo dire che nella capitale e nella più considerevole città della Calabria ultra, già capitale fino al 1592, in Catanzaro ed in Reggio, fervevano le lotte in modo atroce, e romoreggiavano pure in Cosenza, in Rogliano, in Cassano, principalmente in Rossano, senza contare le terre minori. Anche qui citeremo i fatti del 1598-99 e di qualche altro anno successivo, per mostrare che il calore di queste lotte non si estinse nemmeno con le peripezie sofferte per la congiura. In Catanzaro si contrastavano da un pezzo l'amministrazione municipale da un lato i Morano e d'altro lato i Piterà aiutati dagli Spina, e questa lotta ebbe poi le sue conseguenze nello sviluppo de' fatti della congiura, come non a torto notò il Residente Veneto, sebbene vagamente, in una delle relazioni inviate al suo Governo[197]. Gio. Geronimo Morano, che vedremo figurare nel modo più sinistro quando la congiura fu scoverta, avea goduto lungamente i beneficii dell'amministrazione municipale, traendone anche profitto col procedere nella qualità di Sindaco, per parte della città, all'acquisto di una casa appartenente a suo fratello Gio. Battista, destinata per residenza del tribunale della R.a Audienza; il Vicerè non mancò di chiederne spiegazioni, e furono fatti anche processi contro alcuni de' Morano ed alcuni de' Piterà, per ridurli più facilmente alla pace sotto cauzione, ma pur troppo senza successo; del resto non potremmo in poche parole esporre le violenze dell'uno e dell'altro gruppo di contendenti. Appunto nel 1598, l'elezione municipale in Catanzaro era stata impossibile per le difficoltà e nullità poste in campo da una delle fazioni, e dovè compiersi successivamente «col braccio» ossia coll'intervento della R.a Audienza, che incontrò pur essa talune difficoltà: per qualche tempo ancora le elezioni non poterono farsi altrimenti, e gli Spina finirono poi col venire a vie di fatto contro i Morano, e un Maurizio Spina assaltò i figli di Gio. Geronimo e ne ferì uno nel braccio[198]. In Reggio il caso era anche più violento, ma per un fatto di onore passato tra due primarie famiglie, i Del Fosso e i Serio, postisi in armi coll'aiuto rispettivo dei Melissari e de' Monsolino, pe' quali parteggiarono ancora variamente taluni de' Filocamo, de' Laboccetta, de' Sagrignano, de' Baroni; da ciò il sorgere e persistere di una quantità di banditi, l'intimazione di una grossa sfida, l'uccisione di alcuni caporali incaricati della carcerazione de' più riottosi, l'assassinio di fra Paolo Monsolino cavaliere di Malta sugli scalini della Chiesa del Rosario, il rifugio dei Melissari colpevoli in questa Chiesa, la loro estrazione violenta da essa per parte degli ufficiali Regii, e i soliti interminabili conflitti di giurisdizione coll'Arcivescovo, onde l'Archivio di Stato e poi anche il Carteggio del Nunzio forniscono del pari notizie moltissime. Sin dal 1596 Gaspare del Fosso, figlio di Tommaso Sindaco de' nobili in Reggio, essendosi vantato di aver goduta una Signora, a quanto sembra, de' Serii, diè motivo all'inimicizia capitale tra le due famiglie e loro parentele. Inutilmente fu nel 1597 mandato l'Auditore Riccardo per la pacificazione; bisognò mandarvi nel 1598 l'Avvocato fiscale Xarava, che catturò e pose sotto processo Gio. Paolo Melissari, Geronimo Filocamo e Matteo Monsolino; non di meno, essendo liberi Fabrizio del Fosso e Gio. Domenico e Geronimo Melissari fratelli di Gio. Paolo, si preparò nel 1599 la sfida, con una grande agitazione della città, sotto i capi Francesco Pesello e Domizio Barone, sventata poi con la carcerazione di costoro; alcuni omicidii seguirono tale carcerazione, e dovè essere inviato nel 1600 l'Auditore Barbuto per le debite inquisizioni, ma sempre senza risultamento, sino a che non fu ucciso Paolo Monsolino ed eseguita la cattura violenta de' Melissari uccisori. La lunga durata di questa lotta, la partecipazione in essa d'individui fatti venire dalla Sicilia, l'occupazione di più paesi vicini per parte delle bande delle due fazioni, gli allarmi continui per le offese che s'infliggevano, tennero veramente agitato il paese in una zona ben più larga di quella di Reggio[199]. Ricorderemo ancora, perchè da un certo lato connessa co' fatti della nostra narrazione, la breve ma atroce lotta verificatasi in Cosenza tra Maurizio Barracco e Ireneo Parisi, entrambi cavalieri di Malta «potenti e di molto parentato»; il Barracco era anche persona culta, come lo attestano le Commedie che di lui ci sono rimaste[200]. Appunto nel 1598, posero entrambi mano alla spada e non se ne sa il motivo, ma intervennero subito alcuni cittadini, memori delle gravi lotte tra' Parisi e i Cavalcanti che aveano già lungamente travagliata la città, e li divisero; intervenne anche il Governo, e potè avere nelle mani fra Maurizio Barracco ma non fra Ireneo Parisi, che giunse a mettersi in campagna, e con un suo fratello egualmente cavaliere, fra Pietro Antonio, diè principio alle solite imprese. Non sappiamo in qual modo, ma sappiamo con certezza che nel 1600 fra Maurizio Barracco era stato già ucciso, e fu fatta grazia agli uccisori probabilmente sicarii, pe' meriti acquistatisi da uno de' denunzianti della congiura[201]. Infine menzioneremo appena le lotte violentissime di Rogliano, che fervevano appunto nel 1598 tra' Ricciulli e Lelio De Piro da una parte, e Pietro Toscano, Giulio De Piro, Giovanni Stefano e Pietro Arabia, e Desiderio Gio. Cotta dall'altra; dippiù quelle di Cassano tra i Durabili, i Siena, i Paterini ed altri, nelle quali allora si contavano già morti e feriti; da ultimo quelle di Rossano tra i Toscano e gl'Interzato, divenute atroci per essere stato Giulio Toscano ferito a morte da Scipione Interzato, e rese in sèguito anche più gravi per l'uccisione di Fabrizio Toscano da parte di fra Scipione Strambone, Gio. Vincenzo e Gio. Battista Cito, uniti a fra Giuseppe, Scipione e Giulio Interzato[202]. Di tutte queste inimicizie si risentivano gravemente non solo le città, ma anche le campagne, essendone una conseguenza delle più tristi l'aumento de' banditi e non dell'infima classe: appunto nel 1598 il Vicerè riconosceva tale fatto, ed approvava che «saria de molto proposito procurare de pacificare le inimicitie predette con legarli de bona pleggeria»; ma questo precisamente non era così facile, e potea far verificare anche le solite quistioni allorchè si trattava, come spesso si trattava, di cavalieri di Malta. E però, ad occasione delle inimicizie di Rossano, nello stesso anno il Vicerè scriveva al Governatore di «non intromettersi nelle paci»[203].

Quanto alle lotte tra' componenti la R.a Audienza, ecco ciò che possiamo dirne, con la scorta de' documenti da noi trovati. Era Governatore della provincia di Calabria ultra D. Alonso De Roxas de Anoya, che è stato detto pure De Roscias, De Roggias, De Rosas e De Rojas, senza dubbio pel desiderio di riprodurre alla meglio il suono ovvero la forma della chôla con cui scrivevasi il suo cognome in castigliano; erano membri dell'Audienza, che egli presedeva, gli Auditori Annibale David e Vincenzo Di Lega, i quali principalmente figurano nelle cose del Campanella, ma anche Antonio Santamaria, Gio. Lorenzo Martire, un Consaga, un Miranda, i quali troviamo sparsamente nominati nelle scritture di quel tempo; teneva l'Ufficio di Avvocato fiscale D. Luise Xarava, ed aggiungiamo pure che funzionava da Segretario dell'Audienza Guarino de Bernaudo, sostituto con pubblico istrumento a Camillo Passalacqua che godeva la Segreteria di entrambe le provincie di Calabria. D. Alonso de Roxas, sempre citato dal Campanella sotto l'aspetto più favorevole, apparteneva alla prima nobiltà (vedremo che la Viceregina Contessa di Lemos gli era parente), apparteneva quindi al numero de' privilegiati che si facevano presto una posizione. Nel 1594 lo troviamo provveduto dell'ufficio di Capitano di Lanciano, con una condizione che basta essa sola a faro intendere come agisse il Governo spagnuolo, vale a dire «non obstante che non vaca, per ordine di sua Excellentia»; nel 1595 lo troviamo Capitano di Cotrone[204]. Ma nel 1598 dovè essere incaricato interinalmente dell'ufficio di Governatore, Preside o Vicerè della Calabria ultra, come allora anche si diceva magnificando ogni cosa, in sostituzione di D. Francesco de Regina Carafa Conte di Macchia; passato appunto in quell'anno dalla Calabria ultra a governare la Calabria citra. Buona pasta d'uomo, amico del quieto vivere e poco avveduto, non ismentì mai siffatte qualità in tutto il tempo in cui rimase al governo della provincia, amareggiato solamente dalle esorbitanze dell'avvocato fiscale Xarava, che egli non poteva comportare, come non aveano egualmente potuto comportarlo i suoi predecessori; del resto egli non dovea nemmeno occuparsi della persecuzione de' banditi, essendo questa affidata al Conte di Macchia che avea facoltà di attendervi in entrambe le provincie di Calabria. D. Luise Xarava del Castillo, citato sempre dal Campanella come un mostro, aveva qualità precisamente opposte a quelle del De Roxas; molti documenti abbiamo trovati intorno a lui nell'Archivio di Napoli, ma anche diverse sue lettere autografe abbiamo trovate nell'Archivio di Firenze, essendosi lui pure ingegnato di procurarsi le grazie del Gran Duca, coll'offrirgli e fargli lungamente aspettare una tavola di diaspro «una mesa de jaspe», trovata senza dubbio in Calabria ed ora forse esistente tra quelle che si ammirano nel Palazzo Pitti[205]. Granatese di origine lo disse il Campanella nelle sue poesie, ma con ogni probabilità per rilevarne «il moresco core»: ad ogni modo egli era Avvocato fiscale in Calabria ultra già da alcuni anni, e molti documenti ce lo mostrano soverchiatore e riottoso, non senza anche una certa dose di avidità, ma al tempo medesimo operoso ed energico, tanto che i Vicerè di quell'età non cessavano di dargli commissioni scabrose nella provincia, sebbene dovessero poi quasi sempre finire per dirigergli qualche rimprovero. Fin dal 1590, per essere andato sopra una galeotta di D. Pietro De Leyva, generale delle galere, senza la licenza del Governatore, egli si pose in discordia con costui, e il Vicerè Conte di Miranda dovè intervenire a biasimare l'uno e l'altro[206]. Nel 1594 lo stesso Conte di Miranda gli affidava «la visione delli conti delli sindici et altri administratori del peculio dela università di Catanzaro» da dieci anni in poi, e nel 1595 gli prorogò il termine assegnatogli per tale commissione[207]: naturalmente egli dovè così riuscire bene accetto ad una e odioso a un'altra delle due fazioni che si laceravano in Catanzaro. Il Vicerè Conte di Olivares, dal 1596 in poi, gli affidò egualmente diverse missioni ed ebbe più volte a mostrarsi dispiaciuto di lui pel suo carattere. I contrasti, i diverbî, i soprusi da parte sua riescono abbastanza notevoli, qualche volta rasentano perfino il comico, e gioverà averne notizia, trattandosi di un individuo di tanto interesse per le cose del Campanella. Nel marzo 1596 il Vicerè è costretto a scrivere all'Audienza che faccia osservare all'Avvocato e al Procuratore fiscale gli ordini che tengono: l'Avvocato maltrattava il Procuratore, al punto che mentre costui se la passava con un po' d'allegria in casa tra le persone di sua famiglia, essendo l'ultima notte di carnevale, gli mandò un suo schiavo negro a tirare molte sassate alla porta e alle finestre. Poco dopo, in aprile, il Vicerè fa sapere all'Audienza di avere scritto all'Avvocato, «da che il suo stile è di scomponersi con tutti li officiali del tribunale» che tenga ogni buona corrispondenza col Governatore e gli Auditori, avvertendo che essi debbono eseguire il simile: infatti con sua lettera quasi contemporanea scrive all'Avvocato, «semo stati informati che al spesso per l'ingiusti termini di procedere che da voi si usano turbate la quiete di questo tribunale discomponendovi tanto con il magnifico governatore di quessa provintia quanto con li magnifici auditori, non tenendo con essi la correspondentia che si ricerca et doveti, volendo voi solo componer ogni cosa con extraordinaria authorità, il che non possemo credere, che quando lo sapessimo di certo, non mancariamo di fare contra di voi le debite provisioni che si ricercano»[208]. Nella stessa data è costretto a scrivergli che non faccia «tirare a costo del R.º fisco una piazza de algozino ordinario, e cossi anco una piazza di 5 ducati il mese di soldato di campagna da doi soi criati di casa»; e più tardi, in maggio, dietro le istanze dell'Avvocato scrive al Governatore che gli restituisca lo schiavo che si trova in suo potere, donde apparirebbe che questo schiavo fosse il ministro delle prepotenze dell'Avvocato[209]. Verso lo stesso tempo vuol sapere dall'Avvocato perchè è partito dall'Audienza, malgrado l'ordine che nessuno parta senza licenza scritta, e più tardi vuol sapere perchè va poche volte al tribunale; in sèguito lo minaccia perchè non ha eseguito gli ordini di tenere bona corrispondenza col Governatore, e contemporaneamente inculca al Governatore che tenga bona corrispondenza coll'Avvocato, altrimenti provvederà, notandogli che una volta si è sdegnato con lui al punto di fargli minaccia di volerlo carcerare; se non che è costretto a dimandare all'Avvocato, come mai, dovendosi inviare un Commissario a Policastro ed essendo stato scelto dal tribunale questo Commissario, egli ne abbia poi inviato un altro[210]. Intanto, mentre gli si era ingiunto che non partisse dall'Audienza, accade un brutto fatto in Cassano, e lo stesso Vicerè ve lo manda «malgrado li precedenti ordini in contrario»; e negli anni seguenti lo manda a Reggio pe' gravi trambusti suscitati dalle lotte tra i Melissari e i Monsolino, ed egli carcera alcuni de' contendenti già menzionati altrove, ma si trova che ha fatto bandi, abbreviato i termini della forgiudica, promesso indulti, cose che nemmeno tutto il tribunale dell'Audienza avea facoltà di fare senza un ordine speciale, e quindi gli s'ingiunge di partire da Reggio e tornare all'Audienza; non di meno egli non se ne cura, e si trova dippiù che contro la volontà dell'Audienza ha fatto aprire le carceri, estrarre un carcerato e consegnarlo allo Stratico di Messina che lo reclamava, onde gli si ordina che lasci immediatamente Reggio e torni all'Audienza[211]. Abbiamo poi veduto come egli appunto venisse mandato ad estrarre dalla Chiesa il diacono selvaggio Marcantonio Capito, affrontando lo sdegno e la scomunica del terribile Vescovo di Mileto; aggiungeremo che nel 1599 lo si trova mandato per un altro affare scabroso a Tropea dove un dot.r Francesco Blanco falso Commissario Regio con 34 soldati armati a modo di banditi faceva le parti di un vero Commissario, ed egli giunge ad arrestarne 21 col loro capo; di poi lo si trova colpito da rimproveri, per essersi intromesso in un processo condotto dal Capitano di S.ta Agata, arbitrandosi perfino di citare il Capitano a comparire davanti a lui[212]. Questa maniera di agire dello Xarava si riscontra perfino negli anni posteriori, quando già il processo della congiura era terminato ed egli era divenuto Consigliere; e però deve dirsi che la prepotenza era nella natura sua, ma che l'energia di cui si mostrava dotato faceva tollerare dal Governo i suoi gravi difetti. Relativamente alla capacità, il Campanella, nell'Informazione pubblicata dal Capialbi, lo dichiara un ignorante in modo assoluto, «talmente che prese carcerato Gio. Francesco Branca medico di Castrovillari, perchè scrisse al Campanella c'havea fatto un libro de adventu portentoso locustarum in Italiam, pensandosi che locustae volesse in latino dir fuste di Turchi». Forse, con la mente invasa dall'idea che ognuno tramasse per la congiura, vide anche in questo caso un gergo, ma l'equivoco sembra difficile, mentre non di rado venivano all'Audienza ordini del Vicerè per «l'extirpatione de' brucholi»; piuttosto l'aver solamente rilevata un'amicizia col Campanella lo decise per la carcerazione del Branca, ma del rimanente poteva bene appartenere a quella classe di spagnuoli che divoravano il Regno con l'aria di sapientoni, e davano origine a quel titolo di dileggio tuttora rimastovi de' «dottori della Salamanca». Certamente la qualità sua più brutta era la prepotenza e la bramosia di valere più degli altri: questa gli procurò l'avversione non solo di D. Alonso de Roxas ma anche di tutti gli Auditori. Infatti verso la fine del 1598 si verificò questo caso singolare, che l'Audienza non permise allo Xarava l'entrata nel tribunale ad esercitarvi il suo ufficio, adducendo che egli trovavasi scomunicato dal Vescovo di Mileto, la qual cosa era veramente accaduta già da qualche tempo: e il Vicerè non approvò la condotta dell'Audienza, ed ordinò di non fare allo Xarava un simile ostacolo, il quale si può comprendere solo ammettendo che l'Audienza avesse voluto tener lontano quell'uomo divenuto odioso per la sua prepotenza[213]. Così la lotta tra' componenti la R.a Audienza mantenevasi tra lo Xarava da una parte e tutta l'Audienza dall'altra, e ad essa si appoggiavano anche le inimicizie delle due fazioni di Catanzaro, dopochè lo Xarava avea riveduto i conti dell'amministrazione municipale; nè riesce difficile intendere quanto in pari tempo l'andamento di tutta la provincia dovesse risentirsi di un simile stato di cose.

Ci rimane a dire de' banditi e forgiudicati. Questa piaga già antica, non curata mai efficacemente in tutto il Regno e massime nella Calabria, presentava anch'essa una notevole recrudescenza, principalmente per gli scoppi de' conflitti derivanti dalle inimicizie private. Si era visto di molto peggio in passato, e si ricordava p. es. la desolazione della città di Terranova, che non si rialzò più mai dopo i conflitti de' banditi ingenerati dalle inimicizie de' Marini co' Geronimi. Consalvo Marino, forgiudicato, si era unito a Nino Martino de' Casali di Reggio (nome da doversi tener presente per intendere un certo punto della Dichiarazione del Campanella), e coll'adesione anche del nobile giovane Ferrante Ruffo aveva assoldato fino a 300 banditi a piede e a cavallo, aveva combattuto molto bene le milizie capitanate dal Conte di Nicastro, era una prima volta penetrato nella città con uno stratagemma, poi una seconda volta per sorpresa, mentre i cittadini riuniti in Chiesa festeggiavano il SS. Sacramento, e vi avea fatto uccidere barbaramente i suoi nemici; minacciò di volervi tornare ancora una terza volta, e il Governatore non seppe far di meglio che ordinare a tutti i cittadini di uscir fuori dalla città e da' casali in un giorno che fu la Domenica delle palme, e si sarebbe avuto questo spettacolo miserando, se nella notte precedente uno de' medesimi seguaci di Consalvo non l'avesse per carità di patria ucciso[214]. Le inimicizie recavano sempre questa grave conseguenza, l'aumento de' banditi, ed essendo divenute così numerose nel tempo di cui trattiamo, i banditi erano numerosi egualmente, non a grosse compagnie ma disseminati dovunque; del resto e i conflitti giurisdizionali e le lotte tra' componenti la R.a Audienza, col rilassamento degli ordini pubblici che n'era la conseguenza inevitabile, facevano moltiplicare i delitti e con essi i fuorusciti, che poi divenivano banditi e fuorgiudicati; certo è che pure il Residente Veneto, con sua lettera del 9 giugno 1598, ebbe a partecipare al suo Governo questo aumento di fuorusciti, e da tale testimonianza le affermazioni del Campanella risultano indubitabilmente comprovate[215]. La severità delle leggi, spinta troppo facilmente a certi estremi dagli ordini Vicereali, contribuiva essa pure all'aumento de' banditi. Purchè il delitto fosse tale da recare la pena di morte, e la categoria di questi delitti era allora larghissima, dietro una dispensa Vicereale dalla procedura ordinaria i delinquenti venivano con un bando citati a comparire sotto pena di forgiudica, essendo alle volte abbreviati i termini della comparsa a un punto, che questa diveniva perfino materialmente impossibile; rimasta quindi la citazione senza effetto, i delinquenti risultavano colpiti dalla forgiudica, cioè costituiti fuori ogni adito al giudizio, donde il nome di banditi e forgiudicati. Vedremo più opportunamente qualche altra particolarità di siffatta procedura, con tutte le sue terribili conseguenze, allorchè tratteremo del processo per la congiura del Campanella: qui dobbiamo dire che già da un pezzo erano state date al Governatore Conte di Macchia le solite facoltà straordinarie per la estirpazione de' fuorusciti, che basta leggere per capire come le popolazioni dovessero sentirsi malmenate più da' Commissionati contro i banditi che dai banditi medesimi, e quindi dovessero divenire favorevoli più che ostili a' banditi; ma si stimò necessario anche, a' primi del 1599, concedere straordinariamente alla R.a Audienza per mesi sei, e prorogare di poi ogni tre mesi «il rigoroso rimedio de abbreviare il termine dela forgiudicatione» contro coloro i quali commettessero omicidii proditorii mediante archibugiate[216]. Intanto specialmente pel ricovero nelle case de' clerici, nelle Chiese e ne' conventi, i banditi e in gran parte anche i forgiudicati potevano eludere le persecuzioni con bastante successo: i clerici, che si rendeano colpevoli di queste «negoziazioni illecite», trattando o ricoverando i banditi in casa loro, abbiamo visto che cadevano sotto la giurisdizione del Nunzio, e costui era troppo lontano e disponeva di pochi mezzi per poter colpire dovunque e colpir giusto; i preti e i frati, che li ricoveravano nelle Chiese e ne' conventi, guadagnavano la benemerenza de' Vescovi, e spesso pure qualche cosa di più. Potremmo riferire molti aneddoti intorno al prezzo che non di rado costava a' banditi un tale ricovero, e segnatamente intorno alla demoralizzazione dei frati, che ne' conventi in ispecie rurali spingevano, aiutavano, ed anche personalmente intervenivano alle escursioni predatorie de' banditi ricoverati: ci ripugna il fare questa cronaca, la quale suol chiamarsi scandalosa, unicamente dacchè, o per malizia o per eccessivo zelo del bene, è piaciuto attribuire alla massa degli ecclesiastici d'ogni sorta e d'ogni grado una maniera di sentire e di vivere essenzialmente diversa da quella de' laici, una singolare ed impossibile immunità da' vizi del proprio tempo. Abbiamo visto che il Vescovo di Mileto procurava che ne' conventi si fornisse il vitto a' banditi ricoverati e assediati, e il Governo naturalmente se ne doleva: del pari si doleva che p. es. in Rossano contumaci e delinquenti «indifferentemente si serveno di tutte le ecclesie di detta città, et non solo ci habitano loro, ma ci conducono le moglie et altre donne, et armati di arme prohibite passeggiano per avanti le porte di dette ecclesie»; si doleva che p. es. in Reggio, essendosi alcuni banditi per causa di omicidio «andati a salvare dentro una ecclesia di detta città, et havendoli posto le guardie attorno, il Rev.do in Christo padre Arcivescovo non le ha voluto permettere se non per quaranta passi attorno detta ecclesia»[217]. Il Carteggio del Nunzio Aldobrandini, testimone non sospetto delle imprese de' frati in connivenza co' banditi, ci mostra che fin dal 1595 il Governo avea dirette calde istanze a Roma perchè si facessero disabitare i conventi in campagna, dando di essi una lunga lista molto istruttiva[218]. Ma se ne scrisse e riscrisse inutilmente in quell'anno ed anche nel 1596, nè si venne ad una conclusione prima del 7bre 1599, al tempo in cui la congiura fu scoverta: allora soltanto si mandò da Roma un ordine a' Prelati di non permettere che i malviventi e i fuorusciti dimorassero nelle Chiese e ne' conventi, al quale ordine successe di poi un Breve in regola, che prescriveva potersi concedere a' ministri laici, non ostante la Bolla di Gregorio XIV, il fare l'estrazione de' banditi dalle Chiese ed altri luoghi pii, e ciò pel tempo di sei mesi, da prorogarsi quando ve ne fosse il bisogno. Ed ecco qualche Prelato muovere il dubbio, se i banditi che stavano già ricoverati da un pezzo dovessero pure concedersi a' ministri laici, e poi, scorsi i sei mesi e non venuta la proroga, si videro i frati «accettare ne' conventi più che mai i banditi e i delinquenti con grave scandolo»; onde il Nunzio, ricordando continuamente gli scandali, chiedeva con istanza la proroga, e si noti, non per la nequizia intrinseca della cosa, ma perchè si stava «in pericolo di qualche stravaganza de' ministri Regii che li caccino violentemente». Ma si vide venire la proroga soltanto dopo un altro anno, e una nuova proroga farsi aspettare ancora otto mesi, e sempre non tutti i Prelati impegnati ad occuparsene con serietà, e in ispecie il Vescovo di Mileto dichiarato «fiacco a risolversi» da D.a Girolama Colonna zia del Duca di Monteleone, che si lagnava dei banditi cresciuti a dismisura nello Stato suo[219].

Per tutti i fatti sinora esposti, nell'arrivare in Calabria, il Campanella dovea naturalmente giudicare il Governo assai meno forte di quanto pareva da lontano: ma bisogna aggiungervi ancora un avvenimento, che egli non credè di dover menzionare nella sua Narrazione, e che è ricordato da varii documenti di quel tempo. Vogliamo dire la comparsa del Bassà Cicala con la flotta turca nel golfo di Squillace il 18 7bre del 1598, la sua discesa appunto al capo di Stilo per fare acqua, con la devastazione di molte vigne, fienili e case lungo un buon tratto della costa, e naturalmente anche con la presa di persone di que' luoghi; il suo allontanamento con poca molestia avuta dalle milizie del Principe di Squillace, ciò che strombazzavasi sempre quale disfatta de' turchi; il suo arrivo al seno, o, come allora dicevasi, «fossa» di S. Giovanni, solito suo luogo di fermata presso il Capo Spartivento, col ritirarsi delle poche galere di Napoli e di Sicilia che là si trovavano; il desiderio da lui mostrato di vedere la madre dimorante in Messina, e l'adempimento di questo suo desiderio che il Vicerè di Sicilia si affrettò a soddisfare. Già prima, nel maggio 1595, alcune galeotte di Biserta aveano fatta imboscata sotto Stilo, vi aveano preso il capitano di una terra di quelle marine, il capitano anche del battaglione (milizia provinciale) ed altri individui, guadagnando 8 mila scudi di riscatto: ora il Cicala vi scendeva egualmente e non v'era chi gli facesse opposizione; poi, mentre avea danneggiati luoghi soggetti a Spagna, otteneva ciò che voleva da' Proconsoli spagnuoli e ravvicinavasi alla madre conosciuta qual fervente cristiana[220]. Chi era questo Cicala? Se ne sono dette di molte intorno a lui, ed è tempo di parlarne con la scorta de' documenti, che per verità non mancano così negli Archivii come nelle Biblioteche; egli fu poi nominato, e largamente nominato, nella congiura di Calabria, laonde merita tutta la nostra attenzione.

Tra i moltissimi genovesi stabiliti nell'Italia meridionale vi erano parecchi di cognome Cicala, ed alcuni di loro esercitavano l'industria del corsaro. Al tempo del quale trattiamo l'esercitava ancora un Edoardo Cicala, in ottime relazioni col Vicerè di Napoli, come risulta da più documenti che si leggono nell'Archivio di Stato: nè sarà inutile conoscere che aveano legni in corso anche taluni nobili, come la Sig.ra Girolama Colonna citata più sopra, e il Marchese del Cirò di casa Spinelli, divenuto più tardi Principe di Tarsia; straordinariamente poi anche le Corti de' Vicerè, segnatamente le Viceregine con altri nobili ed impiegati di palazzo, armavano qualche legno contribuendo «per carata», allorchè v'era speranza di ricco bottino. Il Carteggio del Residente Veneto ne dà parecchie notizie, poichè la Serenissima, in pace co' turchi, non vedeva punto bene questi corsari di tutti gli altri Stati Cristiani, che turbavano profondamente il commercio, davano motivo ad abusi e recriminazioni senza fine, aizzavano i turchi alle rappresaglie se mai ve ne fosse stato bisogno; d'altronde in ultima analisi ne pagavano poi la pena le infelici popolazioni, abbandonate senza tutela, non essendovi forze sufficienti a guardarle da' corsari turchi, che erano moltissimi ed audacissimi[221]. Forse dietro i richiami del Governo Veneto, il Re di tempo in tempo mandava ordini di proibizione dei legni corsari, e ce ne rimane tuttora qualcuno, press'a poco di questi tempi, nell'Archivio di Stato: ma gli ordini non venivano eseguiti, riuscendo tanto comodo il poter dare una prova di zelo contro i nemici del nome Cristiano e fare un'eccellente speculazione industriale[222]. Come risulta dalle Relazioni degli Ambasciatori Veneti, il padre del Bassà Cicala era appunto un genovese stabilitosi in Messina, che «andava come corsaro depredando ogni luogo con una galeotta, con la quale fu fatto prigione finalmente da' turchi col figliuolo, che per esser giovinetto fu accettato in serraglio e con violenza fatto turco»; e questo accadde nella terribile ripresa dell'isola di Gerbi presso Tunisi, il 1560[223]. Nessuna delle Relazioni Venete ne fornisce il nome; ma documenti da noi rinvenuti nell'Archivio di Stato, riferibili a un altro figliuolo suo del quale parleremo or ora, ci fanno conoscere che dovea chiamarsi Visconte Cicala. Tra le tante sue depredazioni vi era stata quella (se la memoria non ci tradisce) di Castelnuovo alle bocche di Cattaro, sull'estremo confine della Turchia, dove fece schiava la figlia di un Bey, avvenente fanciulla, che educò al Cristianesimo dandole il nome di Lucrezia, e tolse di poi in moglie avendone molti figli; un primo a nome Filippo, un secondo a nome Scipione che divenne poi il Bassà Cicala o Sinan Bassà, un terzo a nome Carlo, inoltre varie figliuole, tuttora, al tempo di cui trattiamo, dimoranti in Messina. Pe' meriti del padre, Filippo ebbe da Spagna una pensione di D.i 1100, pagabili, al solito, dalle casse di Napoli benchè fosse siciliano, e per tale motivo trovasi più volte nelle scritture dell'Archivio di Stato con la designazione di «Filippo Cicala del mag.co Visconte o «del q.m Visconte in Messina»[224]; possiamo aggiungere che appunto nel 1598 egli morì, lasciando un figliuolo chiamato Visconte come l'avo. Carlo ottenne egualmente da Spagna una pensione di duc.ti 500, come pure il titolo di Conte Palatino dall'Imperatore, e il Bassà suo fratello si era impegnato di fargli avere dal Sultano il Ducato di Nixia o dell'Arcipelago, già goduto da Giovanni Miques ebreo portoghese favorito (la signoria di Nixia e di 12 isole, Nasso, Andro, Paro, Antiparo etc. etc. col pagamento di un tributo), onde l'avea fatto venire a Costantinopoli sin dal 1594[225]; ma vediamo la carriera appunto di Scipione, che seppe giungere fra i turchi a' primi gradi dell'Impero.

Aveva Scipione Cicala 16 anni, allorchè fu preso da' turchi insieme col padre: costui per danaro potè riscattarsi, ma Scipione, di bella indole, piacque al Padischah e fu trattenuto nel serraglio[226]. Non appena uscito dal serraglio andò alla guerra in Persia, e vi compì fortunatissime imprese, per valore ed ardire della persona, con inganni e stratagemmi, più che per giudizio e prudenza: dopo la morte di Osman divise con Fehrad, che ne divenne geloso, il comando dell'esercito contro i persiani. Sposò dapprima una, e poi, morta questa, ancora un'altra figlia di Rusten Bassà, la cui moglie era figlia del Sultano Suliman, molto influente col Serraglio, e ne ebbe due figliuole ed un figliuolo a nome Corcut. Fu Capudan nel 1581, lungamente governatore di Babilonia, poi di Diarbech (1590), poi Beglierbey dell'Arcipelago e Capitano del mare (1594), nel quale ufficio non godeva molta riputazione, non essendovisi mai esercitato. Si trovava realmente in questo tempo in Costantinopoli un capitano calabrese, che avea preso il nome di Giafer ed era «il più intendente» nelle cose del mare, come ne fa fede il Bailo Zane nella sua relazione; tuttavia il Cicala era sempre ritenuto pieno di ardire e di risorse; d'altronde gli fu posto a fianco quasi come guida e luogotenente, facendolo venire di Barberia, Arnaut Memi corsaro famoso e già vecchio, il cui nome vedremo figurare anche nella narrazione delle cose del Campanella. Ed appunto nel d.to anno 1594, il Cicala, venuto nella fossa di S. Giovanni con 95 galere, saccheggiò Reggio co' suoi casali, e poi Vibona, Catona, Condeianni, S. Nicola, Ardore, la Motta Bovalina, Cirò, Soverato, Montepavone, quattordici terre in tutto, distruggendo non solo le immagini de' Santi, le campane, le Chiese, le ossa di Mons.r Gaspare Ricciulli stimato Santo, le torri di guardia, le superbe stalle che il Governo teneva in Bovalina per le razze, ma ancora gli aranceti, gli oliveti, le vigne, le moltissime piantagioni di gelsi che servivano all'industria della seta tanto diffusa in quella regione. Era stato mandato contro di lui Carlo Spinelli, che dovrà pure figurare moltissimo nella nostra narrazione, e costui, senza forze sufficienti, non seppe far altro che ordinare la ritirata anche de' terrazzani ne' luoghi alpestri, lasciando al Cicala tutto l'agio di devastare il paese a suo talento[227]. Ma le necessità della guerra lo fecero richiamare all'esercito, e nel 1596 fu l'eroe di quella battaglia di Agria che lo innalzò all'apice della sua gloria. Come è noto, l'Arciduca Massimiliano con Schvarzenberg e Tauffenbach, col Principe di Transilvania e Palfy, a capo di un grosso esercito composto di alemanni, ungheresi ed italiani, sbaragliò i turchi in modo da penetrare fin nel loro campo, e il Cicala, comandante della retroguardia, dovè avvertire il sultano Mehemet III che si salvasse, come difatti si salvò fuggendo co' suoi Spahi fino a Solnoc e Buda: ma poco dopo, calcolando che i cristiani dovessero trovarsi occupati a svaligiare le tende, il Cicala li sorprese e ne fece un macello, impadronendosi anche di tutta l'artiglieria e del bagaglio; morirono così 40 capi principali e tra essi i due Duchi di Holstein, morirono quasi tutti gl'italiani co' Conti Pietro di Collalto e Giulio Cesare Strasoldo, si salvò a stento l'Arciduca Massimiliano a Cassovia e il Principe di Transilvania a Tokai. All'annunzio inaspettato di sì gran vittoria, come scrisse il Bailo a Venezia, «il Sig.ºr in premio della virtù e valor del Cigala in quella fattione si cacciò dal tulpante un pennacchio e glie lo diede, creandolo gran Visir; la Sultana ne fu turbatissima» (la Sultana madre protettrice del Visir Hibraim). Poco dopo fu reintegrato Hibraim, «Cigala fu lasciato in Adrianopoli, il Sig.ºr era malinconico»; ma il Cigala fece dire da parte sua al Sig.ºr, che «se voleva esser Re et Imperatore, non doveva ascoltar la madre», e la Sultana in gran collera lo fece relegare ad Erzerum, e lo minacciò anche di farlo strangolare. Passò così tutto l'anno 1597, ma in aprile del 1598 «il Cigala fu dichiarato Capitano del mare, la Sultana madre del Sig.ºr minacciata di relegazione in Amasia o ritiro nel serraglio»[228]. Quest'ufficio era molto desiderato dal Cicala, tanto che lo si vide più tardi rifiutare il Visirato per rimanere nel Capitanato del mare, sia perchè vi godeva maggior riposo, avendo già 54 anni di età passati in molti travagli, sia perchè gli fruttava un 40 mila zecchini l'anno, ed egli avea bisogno di conciliarsi co' donativi il favore del Serraglio. I Baili Veneti non lo vedevano bene, poichè non era punto affezionato a Venezia, «dicendo, benchè nato in Messina, di discender da Genova, patria naturalmente poco amica a questa Ser.ma Republica»; eppure il solo suo amico fidato era il Capi-Agà, veneziano rinnegato, poichè veneziani, genovesi, corsi, napoletani ed anche calabresi in buon numero occupavano allora grossi ufficii nell'impero ottomano. I Baili lo dichiararono sempre sprezzatore di chicchessia, arrogante perfino col Sultano, bugiardo, ingannatore, avaro; tuttavia non mancarono mai di riconoscere in lui certe grandi qualità, e non lasciarono mai nulla intentato per renderselo propizio, come per ispiarne ogni passo. Già nella condotta de' Veneti in Costantinopoli, quale risulta dal Carteggio de' Baili, non si saprebbe cosa ammirare di più, se la pieghevolezza e la pazienza, o l'astuzia e l'impiego opportuno di tutti i mezzi atti all'acquisto di buone intelligenze e buone informazioni; oltre i zecchini, erano sempre distribuiti con giudizio rasi, velluti, cristalli, orologi, e verso il Cicala Capitano del mare si usava una larghezza anche maggiore. La Repubblica gli regalava 2 mila zecchini ogni anno, perchè, dicevasi, tenea sgombro il mare da' pirati, e quando giungeva a Corfù e Zante, gli faceva dare non solo il presente in moneta ma anche ciò che poteva piacergli in vettovaglie fresche; un presente gli era del pari dato dalle navi veneziane, dovunque egli ne incontrasse nelle sue escursioni, e la Repubblica non ci trovava a ridire. In Costantinopoli poi, alla sua partenza come al suo arrivo, visite, complimenti e regali. Si compiaceva di pitture, e il Bailo gli manda miniature; altra volta gli manda lastre di vetro, carte di cosmografia, libri di storia, «per raddolcirne l'animo»; altra volta egli stesso chiede un orologio da tavola, «di quelli che battono forte»; la moglie, guastatosi un orologio, lo manda a casa del Bailo per farlo accomodare, e il Bailo le compiace e ne fa sempre relazione a Venezia. Ma «non legge prontamente franco (int. italiano), e si «fa leggere le lettere da persone che l'intendono», e il Bailo per le sue vie coperte giunge ad avere da queste persone copia delle lettere a misura che arrivano dall'Italia e le trasmette a Venezia; in tal guisa si hanno le copie delle lettere di Carlo suo fratello e diverse piccanti informazioni circa l'affare del Ducato di Nixia, che al Papa, alla Spagna, a' Vicerè di Napoli e di Sicilia parve una bella occasione per avere in mezzo a' turchi un uomo devoto a' cristiani, mentre al Bassà Cicala era parsa una bella occasione per attirare il fratello e la vecchia madre alla religione musulmana. Egualmente, dentro l'arsenale di Costantinopoli e a bordo delle galere che uscivano nelle escursioni annuali, sempre che poteva, il Bailo teneva qualche uomo di sua fiducia, il quale in determinate circostanze ed al ritorno dalle escursioni era interrogato in forma legale con giuramento, e la copia dell'interrogatorio veniva trasmessa in cifra, al pari di tutta l'enorme corrispondenza, a Venezia.