322. A scemare il disgusto che fa nascere la brutta formola d'uso generale e qui più volte ripetuta di minacciare la pena della corda, giova osservare che nelli Statuta Castronovi Carfignanae, approvati nel 1505, si ha al lib. IV, cap. 8: «reiterari nemo possit ad torturam nisi praecedentibus novis indicijs, et cum omni moderamine ita quod corpus valeat sustinere: et si persona ultra modum torta decesserit in tormentis, Capitaneus (justitiae) eadem poena debeat puniri.» Questi Statuta (col moderativo del taglione) si conservano mss. nella R. Biblioteca Estense, che li possiede pure volgarizzati e scritti nel 1576 da Francesco Porta Garfagnino, con carattere, lettere capitali e frontispizio, il tutto condotto e figurato sì bellamente, che il libro ne par quasi inciso. Francesco apparteneva alla famiglia del celebre pittore Giuseppe Porta così felice imitatore del suo maestro Francesco Salviati, e che in Venezia contribuì molto ad illustrare co' suoi disegni ed intagli in legno parecchi libri stampati dal Marcolini assai ricercati dagli amatori di belle arti.
324. Di questa calcinaria, o calcinaia, come leggesi alla Grida II, non trovo alcun'altra memoria. Corrisponde forse alla carbonaia, che è lo spalto con fosse che gira attorno de' luoghi murati. Vedi Tommasi, Sommario della Storia di Lucca, nell'Arch. Stor. Ital., T. X, pag. 53 e 66.
326. Un'antecedente Grida contro gli assassini di Pontecchio è ricordata nella Lettera XXXII, p. 52.
327. Quantunque Modena non fosse stata ricuperata dal duca Alfonso che nel 6 giugno 1527, approfittandosi del momento che il papa era fatto prigioniero e che Roma mettevasi a sacco da Tedeschi e Spagnuoli, pur non lasciavasi di chiamarlo duca di Modena, come vedesi anche alla Grida III.
328. Il ms. ha 1521, che ritengo errore di penna in luogo di 1524.
329. Ad eccezione della Lett. IV, vennero tutte scritte o dettate dall'Ariosto a nome ed anche sotto il titolo di cancelliere della Strozzi la quale più tardi divenne sua secreta moglie.
330. Guido Strozzi, figlio di quel Tito e fratello di quell'Ercole de' quali abbiamo, dalle stampe d'Aldo e del Colineo, un lodato volume di latine poesie (Barotti).
331. Lorenzo Strozzi fratello di Guido.
332. Lo stesso Lodovico Ariosto, il quale era stato poco tempo prima a Venezia col duca Alfonso, come si vedrà nella Lettera seguente.
333. Intendasi sempre lo stesso Lodovico Ariosto.
334. L'autografo fa parte della ricca collezione storica ferrarese del fu mons. can. Giuseppe Antonelli da cui l'ebbi da pubblicare per la prima volta. Ora la detta collezione venne acquistata a lodevole corredo della Biblioteca Comunale di Ferrara.
335. Questa Lettera, è tutta di pugno e locuzione di Alessandra Strozzi, e per essa si accrescono i dettagli di un fatto importante ricordato dal Baruffaldi nella Vita di Lodovico Ariosto, Ferrara, 1807, pag. 210.
336. Cioè: per amore dell'Ariosto.
337. Pistofilo.
338. Sedicesima parte di un'oncia.
339. Dalla Lettera de' 23 luglio 1532 siamo accertati dell'elezione fatta dal duca di Guido Strozzi in commissario di Romagna, da quella delli 12 agosto, che ogni dì era lo Strozzi sollecitato a portarsi al suo governo; da quella de' 20, che aveva già mandato buona parte innanzi delle sue robe; e da questa de' 25 dicembre abbiamo bastante ragione per credere che fosse già nell'esercizio del suo commissariato, se in Lugo (residenza consueta de' commissarii ducali) si trovava la moglie di lui, e non di passaggio ma di piè fermo, come si argomenta da quanto si segue a leggere in questa medesima Lettera. E quindi mi fa maraviglia che il Bonoli, nella sua Storia di Lugo, al lib. 3, c. 19, dove registra i commissarii della Romagna, riponga a quel tempo Scipione Bonléo dal 1530 sino al 1535, e di Guido Strozzi non faccia menzione, nè prima nè dopo (Barotti). — Nell'Archivio di Stato in Modena lessi io una lettera di Guido Strozzi al duca di Ferrara datata da Lugo 6 ottobre 1532, che lo mostrava nell'esercizio della sua carica.
340. Temo che vi sia sbaglio nell'originale, e che debba dire madonna Simona, moglie di messer Guido Strozzi, di cui nella Lettera del 20 gennaio 1532. La Leona figlia d'Alberto Petrati, fu moglie di Roberto Strozzi fratello di Tito, che fu il padre di messer Guido. Di essa si parla nella Lettera del 19 gennaio dell'anno suddetto; ed era morta senza figli circa l'anno 1528 (Barotti).
341. Quattromila Spagnuoli sotto il comando del marchese del Vasto, acquartierati in Lugo. Bonoli, Istoria di Lugo, lib. 3, c. 29 (Barotti).
342. Fu pubblicata la prima volta dal ch. sig. march. G. Campori nelle citate sue Notizie per la vita di L. A., p. 56. Sembrandomi questa lettera tutta cosa dell'Ariosto, mi rivolsi al cortese direttore dell'Archivio Gonzaga di Mantova, ove si conserva, per sentire se era di pugno del poeta; il che essendomi stato confermato, compresa ancora (a quanto pare) la sottoscrizione, ritengo che il Cardinale dicesse soltanto all'Ariosto di scrivere in suo nome al Marchese per avere l'esenzione del dazio della carta, ma che Lodovico ad agevolare il buon esito della soprabbondante richiesta delle mille risme (sufficienti altresì per le prevedibili ristampe del poema) ottenesse di esporre che l'edizione era fatta dal Cardinale. Il quale se veramente ne avesse sostenuta la spesa, non avrebbe mancato l'Ariosto al dovere di farlo in più esplicito modo conoscere; e poichè occorse tanto al cardinale Ippolito quanto al duca Alfonso di regalare alcuni esemplari del Furioso, non sarebbe loro abbisognato di cercarli altrove, nè l'autore poteva permettere che ne pagassero il prezzo, come venne accennato a pag. LV della mia Prefazione.
343. È tratta così manchevole (salvo le parole in corsivo da me aggiunte in senso probabile) dal codice 9 della Biblioteca particolare del sig. march. Trivulzio di Milano, e l'ebbi dalla gentilezza del sig. conte senatore Giulio Porro Lambertenghi, il quale con sua lettera del 18 novembre 1886 (forse l'ultima ch'egli scrisse essendo disgraziatamente morto in Fino, provincia di Como, dopo soli quattro giorni) mi avvertiva che non è autografa, ma copia mandata al marchese G. G. Trivulzio dal Tomitano, il che pure rilevasi dal Catalogo dei codici manoscritti della Trivulziana compilato dal Porro (Torino, Bocca, 1884), pag. 210. — Ed ebbi altresì tratta da copia la seguente scrittura unita allo stesso codice 9:
«A questo dì di San Michele 1518 io Lodovico Ariosto ho consegnato a Guido da Guastalla mio lavoratore in San Vidale le infrascritte bestie buine in socida per anni cinque: a partire in capo di anni 5 il guadagno per mezzo, et stando il mio capital fermo; et al tempo del partire avrò a cavare del chioppo altre tante bestie della medesima sorte et etade ch'io consegno a lui al presente et per il medesimo capitale ch'io apprecio a lui, che a suo pericolo e spesa le habbia a custodire et governare secondo li modi et Statuti di Ferrara, videlicet:
Una vacca bruna stellata, detta ghirlanda, con una vedella lattante, di precio l'una e l'altra di lire tredeci.
Una vacca rossa detta la rossina, con uno vedello dietro lattante, l'una e l'altro di precio lire undeci.
La soprascritta bruna ha fatto un vitello maschio questo Luglio 1519.
La vedella soprascritta c'havea de capitale lire 13, ha fatto un vitello questo anno del 1521, et essa è morta.»
Il suddetto Catalogo della Trivulziana ricorda inoltre a pag. 211 che nel codice 577 si contiene una lettera dell'Ariosto, ma questa era già stata pubblicata e leggesi nel presente vol. a pag. 302.
344. Dall'Archivio di Stato in Lucca, e favoritami dagli amici Bongi e Sforza unitamente alla lettera CLVIII, p. 264.
345. Tratto dal cod. Estense VI, C. 34, e pubblicato da me come inedito nella seconda edizione di queste Lettere, Bologna, 1866.
346. Questa stanza ommessa sempre ai Cinque canti veniva a togliere ad essi quella súbita imperfezione che apparve tanto disgustosa ai successivi editori, da far loro tralasciare anche la stanza seguente. Credo per altro che la prima fosse avvertitamente soppressa da Virginio figlio del poeta, che diede questi Canti da stampare ad Antonio Manuzio, sia perchè in massima parte è conforme alla stanza 45, canto XL ed ultimo, ediz. 1516 (corrispondente alla 68, canto XLVI, ediz. 1532), sia per mostrarcelo d'un tratto componimento manchevole e non già una continuazione regolare del Furioso. L'Ariosto compose, almeno in parte, i Cinque canti quand'era Commissario in Garfagnana, 1522-25 (v. Prefaz., p. CXXI), con intendimento di servirsene in una terza ristampa del suo poema, da condurre in cinquanta canti fino alla rotta di Roncisvalle, come fu detto da Galasso fratello del poeta; poi ne dimise il pensiero per attendere unicamente a rivedere e ampliare in miglior modo il Furioso, il quale restò compitissimo colla guarigione d'Orlando e la morte di Agramante. Il prof. Adolfo Gaspary ha creduto poter fissare che i Cinque canti rannodavansi al poema colla prima stanza da me riportata e che li abbandonò per sostituirvi gli ultimi impedimenti famigliari al matrimonio di Ruggiero con Bradamante (Zeitschrift für roman philologie, III, p. 232); ma non essendo essi in relazione coi fatti narrati in antecedenza, restano dunque un tentativo di più vasto lavoro che non ebbe seguito, sebbene l'Ariosto vi tornasse sopra parecchie volte, come si rileva dalle varie lezioni che presentano i mss. e che vennero raccolte dal Barotti (Venezia, 1766), dal Molini (Firenze, 1822) e da me (2ª ediz. di Bologna, 1866).
347. Pubblicato dal ch. Cesare Guasti nel Giornale storico degli Archivi Toscani. Firenze, 1858, vol. II, p. 139.
348. Questo privilegio trovasi al recto della seconda carta della prima edizione dell'Orlando furioso uscita in Ferrara per Mastro Mazocco del Bondeno adì XXII de Aprile M. D. XVI in-4º, e sotto di esso leggesi: «Similemente il Christianissimo Re di Francia et la Illustrissima Signoria de' Venetiani et alcune altre potentie prohibiscono che ne le lor terre a nessuno sia licito stampare nè far stampare, nè vendere nè far vendere questa opera senza expressa licentia del suo Authore, sotto le gravissime pene che ne li ampli lor privilegi si contengono.»
Non conosco il testo del privilegio del Re di Francia. Per quello della Signoria di Venezia tiene luogo la supplica che l'Ariosto diresse al Doge di Venezia, col rescritto: concedatur gratia ut supra petit, in data 25 ottobre 1515, di cui a p. 26; ma perchè non gli venne rilasciata speciale lettera patente, l'Ariosto si limitò qui a farne semplice ricordo. Anche la 2ª edizione del Furioso data dall'autore in Ferrara nel 1521, per quanto concerne i privilegi, ripete soltanto ciò che fu detto nella 1ª.
Il privilegio di Leone X fu pure tradotto in italiano da G. Aiazzi e stampato (non però intieramente) da P. Fanfani nel fasc. I dell'Istruzione secondaria, Firenze, 1876.
349. Pubblicato dal lodato sig. march. G. Campori, Notizie ecc., pag. 84.
350. Stampato in fine dell'Orlando furioso, 3ª ediz. di Ferrara, Francesco Rosso da Valenza, 1532, in-4º. — Veggasi a pag. 279 la seconda supplica dell'Ariosto al Doge di Venezia, 7 genn. 1527, intesa ad ottenere che gli fosse confermato il privilegio ottenuto nel 1515, giacchè a render valide tali grazie occorreva per nuova legge l'approvazione del Consiglio di Pregadi. Ma la 3ª ediz. del Furioso, che l'autore sperava presto pubblicare, tardò ancora cinque anni, e nel frattempo il suo poema si ristampò 17 volte senza dargli alcun utile; poi venne poco dopo a morire.
351. È tratto da una copia mandata dall'Ariosto al conte Nicolò Tassone il 19 giugno 1531, da servire di norma per ottenere un egual privilegio dal Duca di Milano. Vedi a pag. 282.
352. Stampato in fine della 3ª ediz. ferrarese dell'Orlando furioso, 1532.
353. Stampato in principio della 3ª ediz. ferrarese dell'Orlando furioso, 1532.
354. Stampato in principio della 3ª ediz. ferrarese dell'Orlando furioso, 1532. E de' privilegi tratti dalle rarissime edizioni originali ebbi pur copia dalla gentilezza del signor dott. Aldo Gennari, Bibliotecario Comunale in Ferrara.