BEATRICE
NELLA VITA E NELLA POESIA DEL SECOLO XIII

Questo Studio fu pubblicato la prima volta nella Nuova Antologia nel giugno del 1890, sesto centenario della morte di Beatrice.

Fu ristampato, con appendice di documenti ed altre illustrazioni, in Milano, Hoepli, 1891. I Documenti dell'edizione Hoepli sono: I, Testamento di Folco Portinari. II, Atto di fondazione dell'Ospedale di Santa Maria Nuova per Folco Portinari. III, Magistrature di Folco Portinari, e altre indicazioni su lui. IV, Documenti militari fiorentini, ai §§ IX-X della Vita Nuova. V, Dai libri mercantili dei Bardi. VI, La Canzone di messer Cino a Dante per la morte di Beatrice.

I.

A dì 15 gennaio del 1288, in una chiesa e convento suburbani a Firenze, fra le mura del secondo o penultimo cerchio, e quella che era allora pendice boscosa (cafaggio, dicevano) di dolce salita verso i colli fiesolani, ed è oggi la parte più elevata e forse la più ridente della città che anche il suo cerchio terzo ha varcato e distrutto, si accoglievano i religiosi di quel convento e chiesa di Sant'Egidio, frati denominati della Penitenza di Gesù Cristo, intorno ad un ragguardevole cittadino, che in presenza di essi dettava al notaro il suo testamento. Folco di Ricovero di Folco dei Portinari, famiglia anticamente ghibellina, consolare, delle «discese giù da Fiesole»,[190] e che la mercatura avea fatte ricche e popolane e guelfe, assicurava con quell'atto i perenni effetti di una sua splendida beneficenza, quale era stata la fondazione d'uno spedale da lui medesimo pur allora costruito presso il detto convento. «Raccomando umilmente l'anima mia» così scriveva le parole di Folco il notaro Tedaldo Rustichelli «a Dio vivo e vero, e mi eleggo la sepoltura nella cappella del mio spedale di Santa Maria Nuova. Offro a Dio, al Signore Gesù Cristo, alla Beata Vergine Maria madre di lui, il detto spedale e cappella ovvero chiesa per rimedio delle peccata mie e de' miei, e in servigio de' poveri infermi. I miei eredi lo mantengano e ne siano i patroni. A religiosi e poveri lascio....»; seguivano in lunga lista fraterie, monasteri, spedali della città e del contado. Disponeva poscia per la famiglia, nominandoli capo per capo. Prima, la moglie: madonna Cilia dei Caponsacchi, altra di quelle famiglie «nel mercato discese giù da Fiesole», questa però rimasta ghibellina e de' Grandi; poi una sorella sua naturale, Nuta, alla quale assicura che le sia continuato nelle case de' Portinari la dimora e il mantenimento. Ma innanzi di venire a' figliuoli, vuol designate quelle che sono case de' Portinari, dalle quali esclude, perchè nei Portinari rimangano, qualsiasi successione o diritto di femmine. E prima, la vecchia casa di famiglia, nel popolo di San Procolo, ristaurata da lui insieme con altri consorti: poi una casa nel popolo di Santa Maria in campo, lì presso alle mura; e il palagio di sua abitazione, con torre, posto nel popolo di Santa Margherita; e altre case e casolari. Dopo di che nomina le figliuole: delle quali, quattro sono fanciulle, Vanna, Fia, Margherita, Castoria; e avranno dote di ottocento lire a fiorini, ciascuna: due maritate, madonna Bice nei Bardi, madonna Ravignana nei Falconieri. Lascia a madonna Bice lire cinquanta a fiorini: di madonna Ravignana, che è morta, ricorda un figlio Nicola, e a lui assegna la medesima somma. Eredi istituisce i figliuoli: Manetto, Ricovero, Pigello, Gherardo, Iacopo; in minore età questi ultimi tre; e ne affida la tutela, come delle figliuole che sono nella stessa condizione, ai due altri maggiori, ed inoltre a messer Vieri di Torrigiano de' Cerchi, a messer Bindo de' Cerchi, e a due de' suoi proprî consorti.

«Sano, la Dio grazia, di mente e di corpo» è detto il testatore; nè forse era molto innanzi con gli anni, se in quella figliolanza copiosa di ben undici, due soli de' maschi avevan toccata l'età maggiore, due sole delle sei femmine erano andate, e solevano andare così giovinette, a marito; e di esse un sol figliuolo la Ravignana, e nessuno apparisce averne la Bice. Pochi mesi dipoi, il 23 giugno, egli medesimo con solenne atto fondava il suo diletto ospedale, assegnandogli terre, suppellettili, paramenta e utensili sacri, facendosene dal vescovo di Firenze Andrea de' Mozzi investire patrono, sè e suoi discendenti, e insediandovi il primo rettore, a suon di campane e cantandosi nella nuova chiesetta il Te Deum. Un anno e mezzo ancora; e il buon Folco mancava a' suoi figliuoli e ai suoi poveri, il dì ultimo del 1289. Il suo sepolcro in pietra, con l'arme gentilizia (la porta, arme parlante; e dalle bande due leoni rampanti) e con iscrizione in lettere gotiche, durò in quella sua chiesetta, più secoli; vegliato dall'imagine di Maria, che egli stesso avea collocata sull'altare in una tavola di Cimabue, alla quale successero ne' tempi, prima una Annunziata di Andrea del Castagno, poi di Alessandro Allori una Vergine madre circondata da Sante. Oggi nè la cappella nè il primitivo spedale, che finì col nome di Spedale di San Matteo, più non esistono; e sull'uno e sull'altra, e sulle ossa di Folco e della moglie e de' figliuoli di lui, si è adagiato co' suoi innumeri e farraginosi protocolli l'Archivio notarile de' Contratti. Ma delle tombe di essi Portinari, quella di Folco è, non senza giusto destino, sopravvissuta; e fu modernamente trasportata e ricomposta, con pietosa industria, nella chiesa di Sant'Egidio, cioè nell'attual chiesa dell'Arcispedale di Santa Maria Nuova. Così al pio luogo non è venuta meno la presenza del genio suo tutelare. Tuttavia pochi sanno di quel monumento o, come può dirsi ormai, cenotafio, sul quale si seguita a leggere: «Hic iacet Fulchus de Portinariis qui fuit fundator et edificator [h]uius ecclesie et ospitalis S. Marie Nove et decessit anno MCCLXXXIX die XXXI decembris. Cuius anima pro Dei misericordia requiescat in pace». Non sono pervenute fino a noi, ma durarono qualche secolo, le sepolture, che erano pure in San Matteo, del figliuol suo Manetto, morto il 28 agosto del 1334, e di Accirito figliuol di Manetto, morto il 17 giugno 1358.[191]

Alla vita di Folco, che dalle cose accennate può indursi non lunga, darebbero già altissima lode la carità e la bontà, che informano i suoi estremi voleri: ma altri atti ci attestano altre sue civili benemerenze. Il suo nome è nei ruoli d'ambedue i magistrati, coi quali, fra il 1280 e l'82, si fondò saldamente la democrazia fiorentina: prima i Quattordici buoni uomini, insediati dal cardinale Latino a suggello della pace fra Ghibellini e Guelfi; e poi i Priori delle Arti, coi quali il popolo artigiano incominciò il suo sormontare nello stato. In ambedue i magistrati è Folco: de' Quattordici, nel marzo dell'82; de' Priori, nell'agosto con la prima normale elezione che ne fu fatta in numero di sei, uno per Sesto e per una delle Arti maggiori. Folco vi era pel Sesto di Porta San Piero, e per l'Arte de' Mercatanti. Il nome di Folco in coteste liste, e così in altri due priorati de' quali egli fece parte, del 1285 e dell'87, è uno di quei nomi che rappresentano sì l'elemento magnatizio, il quale si acconciava come alla mercatura così ai magistrati della città, e sì l'elemento ghibellino, che modificatosi progressivamente nella seconda metà del secolo, anche innanzi allo stabile trionfo guelfo del 1267, venne in quell'ultimo trentennio sceverandosi fra Ghibellini puri e avversi al reggimento popolare, e Ghibellini moderati che accettavano del reggimento e della mercatura la utile comunanza col popolo e coi Guelfi. Su tale terreno si disegnava la nuova divisione della cittadinanza. Popolani e Grandi «purchè fossero mercatanti»,[192] dall'una parte: e Grandi inflessibili e intransigenti, dall'altra: e questa partizione gli Ordinamenti della Giustizia nel 1293 statuirono, consacrarono. E parimente ed insieme: dall'una parte. Ghibellini condiscendenti ai Guelfi, Guelfi benevoli ai Ghibellini, perchè concordi Guelfi e Ghibellini nell'amare o nell'accettare reggimento di popolo: e dall'altra Ghibellini immutati, e questi ebbe dispersi l'esilio; o Guelfi radicali, e questi, l'anno 1300, furono i Guelfi Neri, nel nome di Guelfi Bianchi confondendosi quei Guelfi e Ghibellini sotto l'auspicio popolare amicatisi. Dei Guelfi Bianchi non fu a tempo, morendo nell'89, ad essere Folco: ma tra i Guelfi Bianchi rimase, co' suoi figliuoli e consorti, il suo nome; vi rimase, anche tra le vittime della violenza e del trionfo dei Neri. Il giovinetto Pigello morì avvelenato dai Neri, da un prete;[193] e nella Riforma di messer Baldo d'Aguglione, del 1311,[194] fra i reietti dalla cittadinanza, ristrettasi a Guelfa Nera, sono i Portinari: vi sono con Dante.

Basta, del resto, quanto siam venuti dicendo (se pur non fosse stato altrove dimostrato ampiamente[195]), per comprendere che Parte Bianca preesistè, in fatto, di alquanti anni al proprio battesimo: e il testamento stesso di Folco non è senza importanza per cotesta, direi quasi, preistoria delle due fazioni. La tutela de' figliuoli egli commette con pari fiducia a' consorti suoi Portinari e ai Cerchi, compagni suoi di traffico, i futuri capi di Parte Bianca; e fra i designati tutori è messer Vieri di Torrigiano, quello stesso che nelle gare tra Cerchi e Donati bilancerà, con la potenza mercantile e l'autorità di gran cittadino, le feroci ambizioni di messer Corso Donati, finchè queste prorompano in aperta violenza, che appoggiata da papa Bonifazio, trionferà. E delle due figlie maggiori, la Ravignana, nome di antico stampo che ricordava la famiglia di Bellincion Berti de' Ravignani; «dell'alto Bellincione»,[196] nel cui palagio, fatto comitale dai Guidi, erano i Cerchi signorilmente successi; la Ravignana, Folco l'ha maritata a Bandino Falconieri, che sarà uno de' maggiorenti di Parte Bianca, e dei più favellatori nei Consigli del Popolo: l'altra, la Bice, a messer Simone de' Bardi, famiglia di Grandi, ma altresì cambiatori e banchieri de' più poderosi, e Grandi guelfissimi, e che saranno de' Neri.[197] Parentadi, l'uno e l'altro, che tra i Portinari, in origine ghibellini, e quelle famiglie guelfe; tra i Portinari grandi, e i Falconieri popolari; tra i Portinari aderenti ai Cerchi, e i Bardi partigiani de' Donati; ci appariscono subito come parentadi politici, di quelli che suggellavano le paci della cittadinanza, o che il Comune stesso, anche a proprie spese, procurava, per ovviarne, quant'era possibile, le scissure e le guerre. Nei quali matrimonî, si avverta bene (e con questo avviciniamoci al soggetto del presente Studio), l'amore non entrava per nulla; ed invero il più delle volte se ne stipulavano gli atti di promissione, essendo gli sposi, non che giovinetti, ma ancora fanciulli. Oltredichè, anche quando non si trattasse di matrimonî così fatti a secondo fine civile, la sposa era «data»; non essa avea disposto del suo cuore e della sua mano: la dava il padre; il marito la riceveva, anzi «la menava»,[198] a lui stesso consentita innanzi o designata dal proprio padre, piuttostochè cercata e sospirata per dolce e faticosa conquista d'amore.

All'amore si faceva volentieri in versi. Non dico che non si facesse anche in altra maniera: ma l'«amore per rima» era, ciò che oggi non è certamente, una costumanza, un andazzo; potremmo dire, scomodando un grosso vocabolo, un'istituzione. Alcun che di simile fu pure il serventismo nel Settecento. E come in questo la donna astraeva, in sè medesima, la persona sua coniugale e quella di dama servita dal cavaliere; così la donna dei nostri antichi rimatori non aveva nulla che fare con la donna toccata loro veramente compagna, ed anche compagna (se a Dio era piaciuto) carissima, della vita. La loro «donna mia», la loro «donna gentile», la donna del sonetto e della ballatetta, rimaneva fuori della casa e della famiglia: nella casa e nella famiglia l'uomo era ben altro che facitor di rime amorose: era mercatante, era lanaiuolo, era cambiatore, era giurista; e poi era magistrato, era partigiano, era milite di cavallata, era ambasciatore del Comune, andava rettore nelle altre terre d'Italia: ed oltre tutto questo, era diligentissimo padrefamiglia, che alla donna sua vera, alla moglie, commetteva in fidata custodia la casa, alle mani di lei valenti raccomandandone la masserizia, e nella prole, per solito numerosa, assicurando in vario modo le speranze e i disegni che i loro vecchi avevano accolto nell'animo quando li avevano congiunti marito e moglie.

Questa vita, così severamente pratica, laboriosa, procacciante, e nella quale alla formazione della famiglia soprintendevano l'autorità dei genitori e gl'interessi domestici o cittadini, versava nelle rime d'amore quanto di affettive idealità rimaneva in essa impedito o compresso. E vien subito pensato che in tali condizioni reali, la donna di rime originate in quel modo, questa donna affatto esteriore all'orbita delle cose attualmente e operativamente amate e curate dall'uomo di quei tempi, fosse, anzi dovesse senz'altro essere, donna ideale, una figura poetica, il tema: il tema fittizio dei dolci sospiri, dei desiri dubbiosi, degli sconforti, delle confidenze soavi, che di necessità mancavano a quelle destinazioni senza scelta, a quel possesso senza contrasti. Ma non era così; anzi, ribatteremo, non poteva, per quelle stesse condizioni e qualità psicologiche di vita reale, non poteva esser così. Quella praticità di abitudini, positività d'intendimenti, ripugnanza in checchè si facesse dall'astratto e non determinato, era cagione che cotesti uomini, se gentilezza di cuore e di mente li portava a dir parole di amore in rima, volessero una donna alla quale indirizzarle; una donna viva e vera, col suo nome e cognome; volessero, questo loro «rimare sopra materia amorosa», questo «cotal modo di parlare, trovato per dire d'amore, farlo intendere» in buon volgare «a donna alla quale era malagevole intendere i versi latini»; secondochè, nella Vita Nuova,[199] con imagini e locuzioni, come sentiamo, quanto più desiderar si possa nette e positive, ci è significato da Dante.

La «donna» del rimatore, dunque, esisteva; esisteva in tutta la sua realtà femminile, compresovi il non saper di latino: a una donna pensavano, a una donna parlavano, i «dicitori per rima»;[200] a una donna, la cui bellezza potesse il rimatore visibilmente ammirare, allietarsi del sorriso, per la lontananza sua sospirare, dei suoi lutti attristarsi, piangere sulla sua tomba, custodirne pia e ispiratrice la ricordanza. E pur tuttavia, nell'omaggio che ella riceveva, nulla era da ingelosirsene nè il marito di lei, nè la moglie del rimatore: aveva nome e cognome; ma questo cognome poteva anche, e senza veruno scandalo, essere quello che un valentuomo le avesse dato a portare e onorare: poteva per altre cagioni (di quelle per le quali potè sempre e può anc'oggi), ma non per questa dei versi d'amore, essere la quiete coniugale turbata. Fra le tante, per le quali quella gente fiera e riottosa veniva al sangue così di leggieri, non si ha memoria, essere mai stato uno di tali amori poetici, che abbia fatto arrotare nel cupo silenzio della vendetta, o sguainare nei furori delle mischie improvvise, i ferri fratricidi. Nessun codice, dei tanti che riboccano di rime amorose, potrebbe essere registrato fra i documenti infausti delle nostre discordie cittadinesche. La quale, se così vuolsi chiamare, impunità, non toglieva bensì, che il rimatore facesse de' suoi sospiri un mistero gentile, e mostrasse custodirlo segretamente, cosicchè al fior dell'affetto amoroso non mancasse neanche questa sua più delicata fragranza. Quindi, e lo schermirsi con le apparenze d'un altro amore, per nascondere quello vero;[201] e alle altrui inchieste negar di rispondere;[202] e ne' serventesi enumeratívi, a uso provenzale,[203] delle più belle donne della città, il nome di ciascuna non andar congiunto con altro che con quello del suo «diritto signore», cioè del marito;[204] e la «donna mia» del sonetto e della ballata o non avere altra personale designazione che quella (se il nome vi si presta) di qualche concettosa perifrasi onomastica, od anche il nome stesso, ma rigorosamente spoglio da qualsiasi allusione al cognome o ad altra caratteristica gentilizia o domestica.

I cognomi, del resto, son materia ribelle al linguaggio poetico, quanto arrendevole alle indagini e controversie critiche. Cosicchè, anche solo per ciò, dovevano codeste donne poetiche, nel trasmettersi fino a noi, lasciar per istrada quel loro storico distintivo, e non rimanerne alcuna espressa testimonianza nella poesia da esse ispirata. Nessuno anzi ne avrebbe, è da credere, fatta questione, se la figura sopravvissutaci d'una di quelle ispiratrici non avesse portato seco, non pure, come le altre, intorno alle bionde o nere chiome, i gentili ma tenui raggi d'una poesia tutta e solamente e soggettivamente d'amore, per quanto ideale e fantastico, sibbene, sulla fronte regalmente superba, la splendida aureola che emana dalla poesia d'un grande poema, d'un concepimento oggettivo de' più laboriosi e comprensivi e solenni che siano mai usciti da umano ingegno. Circondata da questa aureola, la figura che è donna nella Vita Nuova, angelo e simbolo nella Divina Commedia, risorge dal suo sepolcro, oggi dopo seicent'anni; e nel linguaggio che le ha appropriato l'immortale amico suo, anche a noi, nè forse con diverso intendimento, ripete

Guardami ben; ben son, ben son Beatrice.

Non con diverso intendimento; se a Dante atteggiato di vergogna e di pentimento dinanzi a lei, là sul verdeggiante ripiano della sacra montagna, ella rinfacciava, con quelle parole, d'averla dimenticata e, o per altre imagini di bello e di buono, o per realità mondane, sconosciuta e postergata;[205] e se a noi, che ci trasciniamo faticosamente dietro alle imagini o alle parvenze del passato, seguendo la tormentosa ricerca del vero, ella volesse (pentiti o no che la critica, sola ormai nostra, ahimè! poco amabile, «donna», ci permetta di essere) rimproverare di non aver saputo nella figura della donna e dell'angelo riconoscere la Bice che nacque de' Portinari e andò sposa nei Bardi.[206]

II.

Tutti sanno che questa identificazione risale al Boccaccio, e che da lui l'accettarono e fecer propria altri antichi. Ciò che nei soavi e sfumati adombramenti della Vita Nuova è semplice «apparimento» di fanciulla «in giovanissima etade», primo incontro di quell'«angiola giovanissima»,[207] addiviene, sotto l'abbondante colorito del gran novelliere,[208] il calendimaggio festeggiato nelle case d'un vicino degli Alighieri, «uomo assai orrevole in quei tempi tra i cittadini»: e quest'uomo è Folco Portinari. In quel calendimaggio del 1274, Beatrice apparisce al garzoncello Alighieri, «non credo primamente», dice sempre analitico, il geniale biografo, che pensa e provvede a tutte le possibilità storiche dell'argomento propostosi, ma la prima volta che fosse «possente ad innamorare».

Nella Vita Nuova, «alli occhi di Dante appare per la prima volta la gloriosa donna della sua mente», il cui nome è Beatrice anche in bocca di coloro i quali «non sanno che si chiamare», cioè non sanno che cosa chiamino, ignorano quanto ad essa si convenga quel nome, quanto ella abbia in sè di beatitudine, a quale e quanta ella sia riserbata. La fanciulla è «vestita di nobilissimo colore, umile ed onesto, sanguigno, cinta ed ornata alla guisa che alla sua giovanissima etade si convenía»; è «quasi dal principio del suo anno nono», e Dante quasi in sulla fine pur dei nove anni, cioè nel 1274. D'allora in poi, Amore «signoreggia l'anima sua», e più volte, pure in quella sua puerizia, gl'impone di «andare cercando di lei»;[209] finchè, passati altri nove anni, nè più nè meno, «questa mirabile donna appare a lui vestita di colore bianchissimo, in mezzo di due gentili donne di più lunga etade», gli appare «passando per una via», e «lo saluta molto virtuosamente», tanto che a lui «pare allora vedere tutti li termini della beatitudine».[210] Da quel momento, — il quale, secondo la cronologia che Dante stesso ha incardinata sul mistico nove, appartiene all'anno 1283, — secondo novennio, incominciano i pensieri e i turbamenti amorosi, le fantasie, le visioni.

Nella narrazione del Boccaccio,[211] «Dante, il cui nono anno non era ancor finito, siccome i fanciulli piccioli, e spezialmente ai luoghi festevoli, sogliono li padri seguitare», va col padre, in una splendida giornata di primavera fiorentina, al calendimaggio dei Portinari. «Avvenne che quivi mescolato tra gli altri della sua etade, de' quali così maschi come femmine erano molti nella casa del festeggiante, servite le prime mense, di ciò che la sua picciola età poteva operare, puerilmente si diede con gli altri a trastullare. Era infra la turba de' giovanetti una figliuola del sopraddetto Folco, il cui nome era Bice (comecchè egli sempre dal suo primitivo nome, cioè Beatrice, la nominasse), la cui età era forse di otto anni, assai leggiadretta e bella, secondo la sua fanciullezza, e ne' suoi atti gentilesca e piacevole molto, con costumi e con parole assai più gravi e modeste che il suo picciolo tempo non richiedeva; e oltre a questo, aveva le fattezze del volto dilicate molto e ottimamente disposte, e piene, oltre alla bellezza, di tanta onesta vaghezza, che quasi un'angioletta era reputata da molti. Costei, adunque, tale quale io la disegno o forse assai più bella, apparve in questa festa.... agli occhi del nostro Dante....». E a siffatte premesse corrisponde il rimanente di questa parte della boccaccevole narrazione fino alla morte di Beatrice; massime in questo, dico o ripeto, che quanto è nella Vita Nuova delineato a man leggiera, e quasi paurosa della materia che tocca, quanto ivi è per imagini spiritualissime affigurato, con accenni sfiorato appena, velato con perifrasi, sollevato e quasi alienato dalla vita reale tanto che talvolta è lasciato addirittura che se ne interpretino o controvertano le relazioni con questa; invece nel Trattatello, come il Boccaccio altrove lo chiama,[212] in laude di Dante, è lumeggiato e colorito sensibilmente, con le realtà della vita mescolato e coordinato, e per giunta moraleggiato in sentenze sul bene e il male di questa correlativamente alla vita dell'Alighieri.

«Passioni ed atti» è, nella Vita Nuova, frase piena d'idealità, sotto la quale Dante omette i particolari di quel primo novennio amoroso, all'«esempio» del già narrato, cioè dello apparimento, riferendoli tutti come a suo tipo. «Puerili accidenti», con frase ben altramente positiva, li chiama il Boccaccio, e ancor egli li omette; omette, che dobbiam dire? di raccontarli quali fossero accaduti, o di inventarli quali egli avrebbe, certo ingegnosissimamente, saputo? Subito appresso, nella Vita Nuova, si travalica all'83, all'episodio del saluto, al sonetto della visione di Madonna addormentata fra le braccia d'Amore, e da lui pasciuta del cuore del Poeta.[213] E da quelle prime visione e rima (la quale, fra tutte le dantesche, ha, forse più che alcun'altra, del trovadorico e occitanico) si dipartono e succedono, con altre visioni e rime intessendosi, gli episodî dell'amore di Dante: episodî, con tenue filo congiunti alla realtà esteriore, e questa (sia essa o una via della città, o la chiesa, o il mortorio dell'amica di Beatrice, o uno sposalizio, o il mortorio del padre[214]) è fuggevolmente accennata, descritta non mai; alle occorrenze poi della vita civile dell'Alighieri una volta sola, per quanto io vegga, collegati, della quale dirò or ora espressamente. Molto più franco e sicuro e meglio informato il Boccaccio, il quale non ha certamente agio di fermarsi in particolarità e molto meno in formali episodî; ma per le generali e molto ricisamente sa dirci, non solamente questo: che «con l'età multiplicarono le amorose fiamme, in tanto che niun'altra cosa gli era piacere o riposo o conforto, se non il vedere costei»; ma quest'altro ancora, che Dante «ogni altro affare lasciando, sollecitissimo andava là dovunque potea credere vederla, quasi del viso e degli occhi di lei dovesse attignere ogni suo bene ed intera consolazione». Segue una digressione morale sugl'inconvenienti che reca l'amore nella vita, specialmente degli studiosi; inconvenienti, osserva il Boccaccio, che nel caso di Dante, alcuni vogliono siano stati ammendati dallo avergli l'amore per Beatrice ispirate le rime: ma, soggiunge, «l'ornato parlare» non è termine o mèta di eccellenza assoluta, non è la «sommissima parte d'ogni scienza»; nè ad altro che a «ornato parlare» fu incitator di Dante l'amore per donna: or le cose «leggiadramente nel fiorentino idioma e in rima, in laude della donna amata, fatte da lui», compensano esse il danno che possa essergliene venuto «alli sacri studi e all'ingegno»? Parole, per quanto sonore, tuttavia d'incredibil grettezza, chi ripensi alla parte che Beatrice, la Beatrice pur della Vita Nuova, ha in quel Poema, la cui grandezza il Boccaccio mostrò nel Comento di sentire e pregiar degnamente.

III.

E qui fermiamoci alla frase «ogni altro affare lasciando». Secondo la quale, la giovinezza di Dante, dai diciotto anni ai venticinque, o sarebbe tutta trascorsa in un assiduo corteggiare la donna desiderata, e a tutte le cose del mondo, anche alle doverose, anteposta, proprio com'uno de' volgari femminieri del Decamerone; o, poichè il Boccaccio stesso si affretta a dichiarare che «onestissimo fu questo amore» e scevro d'ogni «libidinoso appetito», dovrebbe la narrazione de' patemi amorosi, appartenenti alla nuova vita di Dante, essere accettata siccome positiva e puntual narrazione di fatti estrinsecatisi proprio ne' termini in che vengon posti; ossia dovremmo credere effettivamente, che e' passasse quelli anni dal saluto alla morte di Beatrice, che è quanto dire dal 1283 al 90, in visioni, in lacrimazioni, nello scrivere il giorno quel che sognasse la notte, in soliloquî, in languori, sottraendosi del tutto alla vita civile fiorentina, la quale appunto in quelli anni dal cuore e dall'opera de' cittadini migliori attingeva al suo spirito artigiano la più vigorosa espressione che mai abbia avuta un reggimento democratico. Potremmo noi, vorremmo, concepire siffatta la giovinezza di Dante? abbandonare non ai nobili silenzî, alla severa solitudine, d'una meditazione feconda, ma agli ozî isterici d'una passione che sarebbe stata fine, e vacuo fine, a sè stessa, gli anni della sua vita più vigorosi e più caldi? Tutta la metafisica medievale sulla precellenza della vita contemplativa alla vita attiva non salverebbe dal ridicolo il Dante amoroso della Vita Nuova interpetrata alla lettera, cioè diversamente da quel che debba interpetrarsi un libro d'amore non pur del secolo XIII, ma altresì (e la Fiammetta equivale, sotto questo aspetto, alla Vita Nuova[215]) del XIV.

Ma v'ha di più. Io ho poc'anzi accennato, e vediamo ora quanto preziosamente faccia al caso ed assunto nostri, quel collegamento che una sola volta, com'ebbi a dire, ma una volta è pur fatto, in una pagina della Vita Nuova, tra le idealità amorose e la realtà della vita civile di Dante.

In tale interpetrazione, dopo averne diversamente opinato e dubbiato,[216] mi fermo oramai di quel passo dove il Poeta accenna ad una sua cavalcata da Firenze, lungo un fiume, fatta in compagnia di molti, ma di mala voglia pel «dilungarsi da la sua beatitudine» verso un luogo di non grande lontananza, e, pare, essendo egli su' venti anni, cioè nel 1285. «Mi convenne» egli dice[217] «partire de la sopradetta cittade,» (gli convenne: andata, dunque, doverosa ed imposta) «ed ire verso quelle parti» (nelle parti di Valdarno, di Casentino, di Romagna, di Lombardia, era la frase usuale e costante a designare andate o militari o politiche di cittadini in servigio del Comune[218]) «verso quelle parti», prosegue, dove trovavasi una gentildonna fiorentina, alla quale altresì era, come ha scritto poco innanzi,[219] «convenuto partirsi de la sopradetta cittade», ma per luogo assai più lontano, e donde non sarebbe tornata per un pezzo: Dante invece mostra di porre a breve distanza di tempo la propria «ritornata»;[220] parola, anche questa, della quale, come del suo correlativo «andata», l'uso militare è negli antichi frequente.[221] Io non dubito che, spogliando del solito adombramento i fatti che in questi due luoghi si accennano, i fatti sian questi. Una gentildonna fiorentina è stata condotta dal proprio marito in una delle città d'Italia, più facilmente in una città guelfa: potevano essere Perugia, Orvieto, Bologna, Lucca, Genova, od altra alla quale meglio si adatti la designazione, che è nel testo, «paese molto lontano» da Firenze. Invero non sempre la donna di que' mercatanti «era per Francia nel letto deserta»;[222] talora ella seguiva in que' venturosi commerci il marito: oppure, come qui crederei più probabile, alcuna volta, e fosse pur raramente, «menava seco la donna»[223] il cittadino che, con licenza del proprio Comune, andava Potestà o Capitano di alcun'altra città,[224] per trattenervisi almeno un semestre, e spesse volte un anno, e dunque per «non rivenire a gran tempi» (cioè per lungo spazio di tempo, per un pezzo), come della gentildonna scrive, a confronto dell'andata propria in quella cavalcata, il Poeta. Verso quella stessa città, ma per fermarsi ad assai minor distanza da Firenze, è diretta la cavalcata, della quale «è convenuto» far parte a Dante; il quale, pochi capitoli appresso,[225] è da osservare che assai men determinate parole appropria ad altro suo, com'ei dice, «passare per un cammino», fuori della città, «lungo il quale correva un rivo chiaro molto»: e questa può essere una semplice passeggiata a diporto, o per cagion di poco rilievo e tutta personale. Là invece si tratta di una vera e propria «cavalcata»:[226] la quale se, come dalla cronologia della Vita Nuova par che resulti, fosse da riferire al 1285, avviciniamo un poco il testo dantesco ai documenti, ossia ai Consigli fiorentini del 1285 (e si noti che, come di quell'anno, così potremmo ai Consigli di altri anni), e al documento chiediamo la interpetrazione del testo dantesco.

«Questo è il modo di fare la oste pel Comune di Firenze contro i Pisani, trovato per li mercatanti fiorentini per lo migliore e più utile stato e comodo della città di Firenze e degli artefici e delle Arti, e di tutta la Mercatanzia, della sopradetta cittade di Firenze». E il modo era questo: chiudersi le botteghe; sonare a martello la campana del Comune; cittadini e contadini fornirsi per l'oste; scriversi liste, ciascuna di cinquanta nomi, dai quindici ai settant'anni, e di essi l'una parte andare in oste, l'altra, ma pagando, rimanere a custodia della città: in sulla metà del mese (era il giugno) il Potestà, e in sua compagnia cavalcheranno dugento cavalieri cittadini fiorentini, moverà le insegne per andare in terra di nimici. I duecento cavalieri menavano seco ciascuno un compagno bene armato e con cavallo coperto.

Ora, che in quelle liste delle cinquantine, come in altre simili di cotesti anni,[227] dovess'essere il nome del ventenne Alighieri, è certo: che alla custodia della città si ritenessero i più teneri e i più gravi di anni, e che i gagliardi dai venti ai cinquanta fossero prescelti a cavalcare contro il nemico, dovrà altrettanto sembrar ragionevole. Dunque la interpetrazione di quel capitolo sarebbe già fatta..., se non dovessimo avvertire che quella oste contro i Pisani nell'85 non ebbe poi effetto altramente, essendo, a quel che pare, prevalse le pratiche ed istanze del Papa perchè così andasse a finire.[228] Ma ciò, prima di tutto, non infirma la convenienza che abbiamo rilevata fra le circostanze e locuzioni del testo dantesco e i particolari determinati e le forme adoperate nel documento militare: cosicchè sta sempre che quelle si adattano benissimo ad una spedizione militare fiorentina, quandochessia e per dovecchessia avvenuta; nè la cronologia della Vita Nuova è ancora, se pur potrà esserlo mai, così tassativamente fermata, che non sia lecito riferire quel capitolo ad altro anno che all'85. In secondo luogo, poi, anche non avendo avuto effetto nell'85 una vera e propria oste del Comune contro i Pisani, tale da lasciar traccia di sè nella storia come fu per quelle di pochi anni appresso,[229] rimane tuttavia la possibilità d'una semplice fazione, od anche semplice cavalcata, delle tante che di certo sono sfuggite a qualsiasi menzione di storico, a qualunque testimonianza di documento; cavalcata di militi cittadini verso il Valdarno pisano in quella medesima estate. Anzi alcuni di que' documenti del giugno 1285, ai quali io attingo, contengono questa proposta: che all'oste generale contro Pisa si sostituisca «un'andata particolare di cavalieri e pedoni», «i meno che si possa»; tanto per non mancare agli obblighi della Taglia Guelfa, pur dando sodisfazione alle interposizioni del Papa; e quest'altra ancora, che l'andata sia libera, «senza che alcuno sia costretto», ma si bandisca che «chi vuole andare si faccia scrivere». E nulla impedisce di credere, che questa o qualche consimil proposta non abbia infine, dopo tutto quel dibattere di più settimane, avuto, senza troppo strepito, che non si cercava, il proprio effetto.

Del resto, spedizioni fiorentine contro questo o quel Comune, o in aiuto di questo o quell'altro contro altri, non facevano pur troppo difetto: e sul cadere di cotesto medesimo anno 1285, dopo consultar lungo e vario, cinquanta cavalieri, «buoni e gentili uomini della città», ciascuno con «un compagno e due cavalli armigeri», erano effettivamente «in oste pel Comune di Firenze» in soccorso de' Senesi contro gli Aretini per una guerricciuola intorno ad un forte castello di loro frontiera, Poggio Santa Cecilia. Aiuti fiorentini (di genti a soldo, o delle vicaríe del contado, o di cittadini) erano inviati per le parti del Valdarno di sopra, da Montevarchi; altri dal vicariato del Chianti. I cittadini, designati Sesto per Sesto a tale servizio, erano costretti ad andare: cogantur ire: tal e quale il dantesco «mi convenne partire, ed ire....». Dall'oste guelfa scriveva messer Corso Donati al Comune, «sperando del tutto battaglia». La guerricciuola e l'assedio finirono in aprile con la vittoria de' Guelfi.

Ma o pisana o aretina, la spedizione guelfa per la quale a Dante «sia convenuto partire de la sua cittade» ed «ire verso queste o quelle parti», sia scendendo sia risalendo il corso del suo Arno; o in quell'anno 85, vuoi nell'estate vuoi nell'inverno, ovvero in altro anno; cotesta, insomma, qualsiasi spedizione ha qui per noi un'importanza del tutto secondaria; questo invece importandoci, che se paragoniamo il contenuto e la forma di quel capitolo al fatto reale che in esso è adombrato, noi intenderemo tanto bene, quanto forse su nessun altro punto della Vita Nuova potremmo, in quali termini Dante, scrivendola, si collocasse fra la realtà storica e le idealità o misticità, che dir si vogliano, dell'amor suo.

Paragoniamo. Ecco il fatto. Le cavallate fiorentine procedono lungo il corso dell'Arno, al loro cammino: Dante è co' suoi compagni d'arme, giovane tra giovani, nella baldanza de' suoi vent'anni, e del suo sentimento di guelfo magnate che presta al Comune la spada degli Alighieri, esercitata già onoratamente in Montaperti da' suoi maggiori, morti appiè del Carroccio. Dinanzi son date al vento le bandiere di questo Comune glorioso; e il Giglio vermiglio, e la Croce del Popolo, e in lettere d'oro il dolce nome Libertas, annunziano Firenze. — Ed ecco il racconto della Vita Nuova. A Dante è «convenuto partire de la cittade, ed ire verso quelle parti, ecc.». La cagione del partirsi, la qualità e forma dell'andata; le condizioni della città, ne' cui Consigli noi oggi, leggendone gli atti, crediamo di rivivere; tutto, in questo racconto, sparisce. «Avvenne cosa per la quale mi convenne partire»: quella cosa è la guerra guelfa; è la lega di Firenze, Genova e Lucca contro l'odiata emula ghibellina; è Porto Pisano, le cui catene saranno spezzate e trascinate come spoglia di guerra; è l'ambizione d'Ugolino della Gherardesca, la cui atroce fine sarà immortale nella poesia di questo giovane milite, che oggi cavalca pensando rime d'amore. Oppure: è, verso altra parte di Toscana e contro altro nemico, pur sempre la guerra guelfa. Arezzo e Siena rimuginano, anch'esse alla lor volta, i maligni umori cittadini: ghibellina Arezzo col suo Vescovo battagliero, ma guelfi i suoi fuorusciti e gli aderenti loro in città, vanamente aspiranti a un governo popolare sullo stampo di quello fondato in Firenze: Siena, voltabile d'anno in anno, guelfa ora con Firenze: son corsi appena venticinque anni da Montaperti; e fra soli altri quattro sarà Campaldino. Ma nel racconto che abbiamo dinanzi, queste realtà solenni e tragiche svaniscono, e sottentrano ad esse i fantasmi ideali del romanzo d'un'anima. Dante «è a la compagnia di molti»: i suoi compagni perdono ogni personalità individua; sono i «molti», e basta: le cavallate cittadine, i cavalieri gentili uomini, co' loro compagni e i cavalli coverti, sono una «compagnia» non specificata: Dante non è solo; nient'altro. Anzi, anche questo è troppo: non è solo, «quanto a la vista», esteriormente, in apparenza; ma nel segreto dell'anima sua egli è solo, solissimo, perchè sola sua, sola degna, compagnia sono i suoi pensieri d'amore. Il paradosso del maggiore Affricano, — quand'io non fo nulla, è quando fo di più; mai non mi trovo men solo, che quando son solo,[230] — si adatta, con singolare vicenda, non più ai romani pensamenti del vincitore d'Annibale, ma alla medievale psicologia dei trasognati servi di Amore. E tale invero Dante descrive in quella cavalcata sè stesso: «Tutto ch'io fossi a la compagnia di molti quanto a la vista, l'andare mi dispiacea sì, che quasi li sospiri non poteano disfogare l'angoscia che il cuor sentìa, però ch'io mi dilungava da la mia beatitudine». Ma potete voi credergli? Vi riesce uno di quei fieri uomini del Dugento, sotto le bandiere del suo Comune, figurarvelo, storicamente, così? — Era poeta. — Sì: ma poeta, che il giglio della sua Firenze cantò non dover mai essere per man di nemici «posto a ritroso»; il poeta che allo stemma delle grandi famiglie assegna come il fregio più bello l'essere stato portato nelle imprese della patria; «.... e le palle dell'oro Fiorian Fiorenza in tutti i suoi gran fatti»; il poeta che nella ghiacciaia infernale, sul traditore della bandiera, Bocca degli Abati, inveisce ferocemente non pur con le parole, ma e con le mani e co' piedi.[231] Questo il poeta vero, e nel poeta l'uomo. Nella Vita Nuova, dove (a rovescio) l'uomo è il rimatore, sull'ordito dei fatti reali è intessuta la fittizia prammatica dell'amore per rima, son ricamate le gracili malinconiose imagini di essa; e se n'ha un libro il cui fondo è reale, ma il colorito, le figure, l'azione, sono interamente fantastici.

Tanto fantastico, quindi, quel Dante sospiroso fra i cavalieri di cavallata, quanto il personaggio che, invisibile a tutti fuori che a lui, si aggiunge alla comitiva, e chiama il Poeta, e gli favella e lo istruisce di schermi e infingimenti amorosi, e gl'ispira un sonetto. Il personaggio è Amore, il quale, vestito con poveri panni di pellegrino, viene da quella più lontana città dov'è ita la gentildonna. Egli è sbigottito, con gli occhi a terra, un poco sogguardando le acque lucenti dell'Arno. Non però che l'Arno sia nominato altramente che siccome «uno fiume bello, corrente e chiarissimo, il quale sen gìa lungo questo cammino là ove io era», per il solito scrupoloso e perifrastico astrarre dalla storica realtà. Come della mescolanza di essa coi fantasmi psicologici segno caratteristico è ciò; che questa d'Amore sia chiamata apparizione («ne la mia imaginazione apparve.... disparve questa mia imaginazione»); anzi la stessa figura dell'iddio pellegrino finisca col diventare un mero sentimento del Poeta;[232] ma ciò non toglie, che sin che è figura ella sia rappresentata riguardosa della gente con la quale il Poeta è accompagnato: «E sospirando pensoso venìa, Per non veder la gente, a capo chino». Sparito ch'egli è, Dante seguita a cavalcare e a sospirare: «e, quasi cambiato ne la vista mia, cavalcai quel giorno, pensoso ed accompagnato da molti sospiri». E noi con quelli lo lasceremo oramai.

IV.

Ma dopo esser venuti alle conchiusioni che volevamo, e che abbiamo già enunciate dicendo essere la Vita Nuova un libro, il cui colorito, le figure, l'azione, e di questa gli accidenti e le vicende, sono fantastici, ma il fondo è reale. Reale ne' fatti e nelle circostanze della vita quotidiana, ai quali figure e azione e tutto quell'amore per rima si collegano; reale nei personaggi. Reale in lui, Dante Alighieri, e in Beatrice: nelle due gentildonne dello schermo o difesa,[233] siano esse questa cosa solamente, o altresì due giovanili passioncelle del rimatore: realtà i mortorî dell'amica e del padre di Beatrice;[234] e l'amicizia del fratello di questa con Dante,[235] nè più nè meno che l'amicizia di Dante con colui al quale la Vita Nuova è diretta, e che Dante stesso, pur tacendo quello come qualunqu'altro nome, ha indubitabilmente identificato in Guido Cavalcanti:[236] vere e vive donne della città di Firenze, le donne che aveva enumerate nel serventese delle belle,[237] fantasticamente poi e in vario modo operanti nella psicologia del racconto: realtà la donna gentile vicina di casa degli Alighieri, e amore episodiaco del fedele di Beatrice:[238] realtà i romei che passano da Firenze:[239] realtà la ispirazione del Poema, indeterminatamente concepita in una celeste glorificazione di Beatrice,[240] la cui persona di donna viva e vera, come le altre, e fiorentina, astratta dapprima (pel solito procedimento de' rimatori) in donna ideale, è poi, questa volta, trasfigurata e sollevata alla sublimità luminosa di simbolo per opera di un grande Poeta, il quale, quando avrà determinato e fatto scienziale quel primigenio concepimento, «dirà di lei ciò che mai non fu detto d'alcuna».

Dinanzi a queste conchiusioni, che c'impongono la realtà storica di Beatrice, si ha l'affermazione del Boccaccio, ch'ella fosse de' Portinari, e figliuola di Folco. Quale autorità può concedersi alla sua affermazione? Distinguiamo. Altro è dire che il Trattatello di messer Giovanni amplifica e lumeggia retoricamente, come abbiamo veduto, od anche inventa, le circostanze dei fatti per creare intorno ad essi il colorito descrittivo; altro è dire, che quand'egli afferma una cosa, quella cosa non gli si debba credere. La retorica qui non entra per nulla; il colorito locale o personale, nemmeno. C'entra invece, ed è da considerarsi, che un cittadino fiorentino, il quale afferma, non più tardi del 1363 o 64,[241] questa ed altre cose di fatto; e questa la concreta in un cognome di famiglia fiorente allora e notissima, indicandone una donna di cui vivono in Firenze, per lo meno, i nipoti di fratello o sorella, e che i vecchioni della città potrebbero riconoscere come Dante Ciacco, perchè «fatti prima che essa disfatta»; non può questo cittadino tirare in ballo piuttosto quel cognome e quella donna, che un altro ed un'altra, se la verità non fosse che proprio Bice Portinari fu la Beatrice dantesca, e che ciò egli scrive davvero, come esplicitamente dichiarò pochi anni dipoi nel Comento,[242] «secondo la relazione di fededegna persona, la quale la conobbe e fu per consanguinità strettissima a lei». Quella persona, quel Portinari, noi oggi non potremmo che cercarlo per indovinamento lungo le aride rubriche de' Sepoltuarî, o tra il frondame delle tavole genealogiche: ma i contemporanei di messer Giovanni non avevano che a guardarsi attorno, per dimandare quale fosse dei Portinari a quei dì; e se non fosse stato nessuno, e insussistente la notizia data sulla sua fede, — Che frottole ci venite voi a contare? — avrebber detto a messer Giovanni, che qui in Santo Stefano di Badia esponeva loro di viva voce «el Dante»;[243] lo esponeva per solenne provvisione decretata ne' Consigli del Comune, facendo larga parte alle memorie cittadine: fra le quali sarebbe stata peggio che stoltezza piantare, così a capriccio e senza che nulla vel costringesse, non un abbellimento retorico, non un'amplificazione esornativa, ma una falsità; non un fiore de' suoi lussureggianti giardini, ma un'insipida carota dell'orto altrui.

Non è, del resto, solamente una piccola giunta ch'io faccio alla biografia del gran Certaldese, ma altresì una notizia non disutile al nostro tema, questa: che nel banco dei Bardi,[244] fra i tanti interessati come «fattori» all'azienda, fu, dal 1336 al 1338, «Boccaccio Ghellini [Chellini] da Certaldo»: e fattori pure dei Bardi, e cointeressati, furono Portinari parecchi, della discendenza e consorteria di Folco; un Andrea, un Ricovero di Folchetto, un Sangallo di Grifo, un Lorenzo di Stagio, un Ubertino di Gherardo di Folco che stava pei Bardi a Parigi e colà mori nel 1339: nipote, quest'ultimo, di Beatrice Portinari. Non mancarono, come si vede, al figliuol di Boccaccio occasioni di aver ragguagli domestici concernenti sia Bardi sia Portinari: e da un parente strettissimo della Beatrice dantesca, dichiara egli aver avuta la identificazione di lei in Beatrice Portinari, che poi il testamento di Folco ci fa tutt'una con quella madonna Bice, al cui fiorentinesco vezzeggiativo lo stesso Alighieri non rifuggì dal render testimonianza[245] fra gli splendori delle sfere celesti, e pur significando «la reverenza che s'indonna Di tutto me pur per B e per ice».

Egli è noto che un'altra testimonianza, e di grande peso, del tutto indipendente dalla testimonianza del Boccaccio, e che anzi le è anteriore di qualche anno, si è aggiunta recentemente a confermare l'identità della Beatrice dantesca nella figliuola di Folco. Un leale impugnatore di tale identità, Adolfo Bartoli, annunziò egli pel primo pubblicamente, al più strenuo difensore di essa, Alessandro D'Ancona, la osservazione d'un valente discepolo e benemerito degli studî danteschi, di quelli in particolare sugli antichi Commenti, il quale nel Commento di Pietro Alighieri, secondo la nuova lezione che ce ne offre un autorevolissimo codice tornato fra gli Ashburnhamiani in Italia, leggeva[246] quanto appresso (traduco fedelmente da quel piano latino): «È da premettere che in fatto certa nominata madonna Beatrice, molto insigne per costumi e bellezza, nel tempo dell'autore fu nella città di Firenze, nata della casa di certi cittadini fiorentini che si dicono i Portinari; della quale questo autore Dante fu, mentre ch'ella visse, vagheggiatore ed amatore, e in laude sua molte canzoni compose; e poi che fu morta, per celebrare il nome di lei, sì volle in questo suo poema assumerla le più volte sotto l'allegoria e carattere della Teologia». Così là in Verona, dove viveva giudice riputatissimo, scriveva verso il 1360 il figliuolo di Dante. Il cui autentico testimonio (del tutto indipendente, giova ripeterlo, da quello di messere Giovanni) ci riconduce esso pure a colei che Folco Portinari nel testamento del 1288 designava, «madonna Bice, figliuola sua, e moglie di messer Simone de' Bardi».

Quel testamento ha forse il torto d'essersi fatto conoscere troppo presto, e che fino dal 1759 lo abbia pubblicato di sull'original pergamena, illustrando le Chiese fiorentine, il gesuita Giuseppe Richa.[247] Se alle più o men legittime suspicioni su Beatrice i dantisti, dal Biscioni a oggi, avessero avuto per solo argomento e pascolo l'affermazione del Boccaccio, echeggiata dai posteriori biografi; e che da nessun angolo storico, vuoi di sepolcreto vuoi di penetrale domestico, fosse stato ripercosso quel suono, a parola autentica e positiva di documento; io giuro che non sarebbe mancato, fra gl'impugnatori, chi avesse detto: — Noi crederemo al Boccaccio, e agli assertori dell'asserito da lui, la lor Beatrice Portinari, quando avremo un documento dell'esistenza di questa donna! — E allora, pognamo caso che in quest'anno di grazia, e (se a Dio piace, e perchè in Italia non se ne perda l'usanza) di centenario, fossi oggi venuto io con la mia brava pergamena in saccoccia, e al mio fianco l'ombra di quel buon sere che la distese; e avessi annunziato: — Eccolo qua il sospirato o temuto documento, o signori; e voi, ser Tedaldo Rustichelli per autorità imperiale giudice e notaro, tornando dopo anni più che seicento alla vostra professione onorata, rogatevi qui dinanzi a noi e certificate, che madonna Beatrice Portinari a suo tempo, et quidem al vostro, veracemente fu donna, — se tutto questo io lo avessi potuto far accadere; il documento, tale e quale lo abbiamo, ma venuto a tempo, salirebbe, come un valor di borsa in rialzo, di non saprei quanti punti; e la mia critica per man di notaio, non sarei io stesso degli ultimi a portarmela in palma di mano.

V.

Invece al sesto centenario della donna che, secondo il racconto della Vita Nuova,[248] muore nel giugno del 1290, — cioè in piena misticità novenaria, perchè nella nona diecina del secolo, nel nono giorno del mese pel calendario arabico, e mese nono pel calendario siriaco, — io non posso recar altro di nuovo, se non alcune osservazioni di fatto sullo stato coniugale di madonna Beatrice figliuola di Folco Portinari e moglie di messer Simone de' Bardi; le quali spero non siano senza valore per confermare l'identità di essa con la Beatrice dantesca.

Del marito di Beatrice i dantisti, che se lo sono, in certo modo, trovato lungo la strada, dicono[249] che egli nel 1290, durante la guerra guelfa contro Arezzo, era consigliere del Comune presso messere Amerigo di Nerbona condottiero della Taglia in nome del re Carlo d'Angiò; che nel giugno del 1301, partecipava, mediante certe mene guerresche coi conti Guidi, a un tentativo dei Neri per sormontare, come poco dopo venne lor fatto, sui Bianchi, e ne veniva condannato; e che nell'ottobre del 1302, compiutasi la vittoria de' Neri, era ufficiale del Comune sulle libre e prestanze. Vere le due prime cose, e ben rispondenti alla qualità di magnate e cavaliere: non sussistente la terza, perchè quello era ufficio di popolano. Se a ciò avessi ripensato, avrei interpretato più dirittamente il documento, sul quale fui io il primo ad attribuire cotesto ufficio popolare a messere Simone.[250]

In altri documenti, i quali aspettano uno studio degno della loro importanza, libri mercantili de' Bardi, che la cortesia del marchese Carlo Ginori mi ha concesso di esaminare, le mie ricerche, diciam così, coniugali mi condussero per primo resultato alla scoperta sotto l'anno 1310 d'una nidiata di almen cinque figliuoli: «Puccino, Masino e Gieri fratelli, figliuoli che fuoro di Simone di messer Iacopo [de' Bardi], manovaldi di Vannozzo e di Perozzo loro fratelli». Altro che «la steril Beatrice»! dovetti, a prima giunta, col divulgato settenario carducciano,[251] esclamare: e stavo per comunicare al poeta ed amico la prosperosa novella; se non che, seguitando a sfogliare quelle spaziose e crepitanti membrane, ebbi a dire, «non dopo molte carte», Adagio a' ma' passi!

In una ricordanza, di bella forma volgare, quale corre di pagina in pagina per tutti quei voluminosi registri, risguardante una madonna Nente di messer Nepo dei Bardi, enumerandosi sotto il medesimo anno 1310, quelli della famiglia e consorteria i quali, per testamento del padre di lei, dovranno «dicernere» di certi denari che possano spettarle, io leggevo: «Cino, Bartolo, Gualtieri e messer Lapo fratelli, figliuoli che fuoro di messer Iacopo; messer Nestagio di Bardo; messer Simone di Gieri; e Puccino di Simone». Dunque, fra il XIII e il XIV secolo, i Bardi ebbero due Simoni, come da altri di quei documenti potei porre in sodo.[252] L'uno, Simone di messer Iacopo, fratello di quei Cino, Gualtieri, messer Lapo e Bartolo; uomo, cotesto Bartolo, di molta autorità nel popolo e in Parte Guelfa:[253] e questo Simone, ufficiale delle Prestanze nel 1302 e, possiamo aggiungere, stato de' Priori nell'87, e consigliere del Comune nel 78,[254] nel 1310 era morto, e negl'interessi di quella gigantesca ragione mercantile de' Bardi sono inscritti per lui i figliuoli suoi «Puccino e fratelli». L'altro, messer Simone di Geri, cavaliere, consigliere nell'oste guelfa presso Amerigo di Nerbona, partigiano donatesco, cioè de' Guelfi Neri, e per essi brigatore presso i conti Guidi, suoi molto intrinseci: e questo messere Simone di Geri, le cui memorie scendono, per quanto io veggo, sino al 1315, rimanendomene dubbia una del 1329,[255] è certamente il messer Simone de' Bardi ricordato nel testamento di Folco siccome marito di madonna Bice de' Portinari. Un Simone dunque, e un messer Simone: un Simone di messer Iacopo, e un messer Simone di Geri. Perchè il titolo di messere non era un titolo che si desse per complimento o non desse, a capriccio: non si dava a chi non fosse o giudice (cioè dottore in legge), o cavaliere, o costituito in dignità ecclesiastica; e così non lo ha, nè in quel testamento nè su' Prioristi nè altrove, Folco Portinari; non lo ebbe mai Guido di messer Cavalcante Cavalcanti; non lo ebbe Dante: si dava religiosamente a cui, per alcuna di dette ragioni, spettasse, e il titolo trasformava addirittura la persona agli occhi della gente. Scrive un cronista domestico:[256] «Castellano Frescobaldi, che poi fu messer Castellano»: e poco dipoi racconta, che «s'andò a fare cavaliere a Napoli per le mani del re Ruberto»; quello che faceva anche i poeti.

I cinque figliuoli, pertanto, di Simone (e per altre testimonianze[257] parrebbe non fossero i soli; come due, forse, le mogli sue, un'Acciaiuoli e una Gherardini) mi si accertavano per figliuoli di Simone di messer Iacopo, quello de' Priori nell'87 e delle Prestanze nel 1302, morto prima del 10: a messer Simone di Geri, veniva a mancar quella, nè altra testimonianza di prole da nessun altro documento gli sopraggiungeva: e madonna Beatrice ritornava «sterile».[258]

La figliuola adunque di Folco, la quale nel 1288, al testamento del padre, o non aveva avuto figliuoli o non le eran campati, non ne ebbe nemmeno, o non le camparono, fra quel gennaio 88 e il giugno 90 ch'ella morì. Nel giugno del 1290 morì? Questo afferma espressamente della sua Beatrice l'autore della Vita Nuova. Della Bice Portinari, sia pure che documenti non lo confermino; ma nemmeno ve n'ha che vi si oppongano, poichè l'unico che di lei parli, cioè il testamento paterno, la fa viva nel 1288, e moglie di messer Simone, il quale non apparisce aver avuto figliuoli: e tal mancamento di prole dal Bardi e dalla Portinari, è evidente quanto bene si addica alla donna, la cui morte, nella cronologia della Vita Nuova, è a distanza di soli due anni e mezzo da quel testamento. Certo è poi che nella Vita Nuova la morte di Beatrice è effettivamente la morte avvenuta in Firenze, d'una gentildonna fiorentina, in un dato giorno d'un mese dell'anno: data di giorno, mese ed anno, che l'Autore non foggia a capriccio, ma riceve dalla realtà dei fatti; e su questa realtà, che egli non può mutare, sottilizza e si dicervella per iscovare in ciascun elemento di quella triplice data il mistico numero nove, nel quale, in quel medesimo paragrafo, finisce con l'identificare addirittura «la donna della sua mente», conchiudendo ch'«ella era un nove, cioè un miracolo, la cui radice è solamente la mirabile Trinitade». Analizza su tre calendarii (su tre, radice del nove) la data dell'anno, e osserva che il 1290 si compone delle prime nove diecine dei cento anni del secolo; analizza la data del mese, e scuopre che il giugno, nel quale essa è morta, è il nono mese del calendario siriaco; analizza la data del giorno, e «secondo l'usanza d'Arabia» (com'è indubitabilmente l'autentica lezione di quel passo[259]) trova sul calendario musulmano, essere il dì 9 del mese di Giumâdâ secondo, dell'anno dell'Egira 689, quel che nel calendario nostro fu il 19 di giugno 1290: la quale è, insomma, la data che l'Alighieri ci ha non inventato ma conservato, della morte di Beatrice.[260] Ora se Beatrice fosse stata soltanto «la donna della sua mente», ossia una qualunque delle tante cose che gl'impugnatori della realtà femminile di lei han voluto che fosse, chi impediva a Dante di farla morire sotto la data più squisitamente novennale novimensuale e novendiale del calendario nostro cristiano, senza che, per compicciare tal data, gli bisognasse trascinar a contributo Maometto e la Siria?

Moglie, Beatrice, nel 1288, da quando? Quando fu che la fanciulla abbellitrice, col suo sorriso, dei calendimaggio nel Sesto di Porta San Piero, passò nelle guernite case dei Bardi, fra le cupe mura di quei forti arnesi da guerra cittadinesca, là oltr'Arno «presso a Rubaconte»? Non lo sappiamo: ma io ebbi già ad accennare che quei parentadi li conciliava, e le più volte per tempissimo, l'interesse domestico e cittadino.[261] Erano due casate che si congiungevano, piuttostochè una fanciulla ed un giovine; erano interessi di vicinanza o di consorteria che si raffermavano, erano secolari e sanguinose discordie che si pacificavano, o si tentava di pacificare, coi matrimonî. Tale io credo questo di Bardi e Portinari, tale l'altro di Alighieri e Donati;[262] e che al tanto dissertare fattosi in questi ultimi anni su madonna Bice e madonna Gemma sia mancato, soprattutto, il senso storico di quella vita reale, e che nello stesso difetto cada la interpetrazione di certi passi della Vita Nuova, che si vorrebbero mettere in relazione col matrimonio di Beatrice o con quello di Dante. La Beatrice che Dante ritrae nella Vita Nuova «donna della sua mente» fin da quando nel 1274 gli apparisce fanciulletta sul nono anno, questa Beatrice, allorchè nove anni appresso, nell'83, si raffaccia agli occhi suoi, «mirabile donna.... in mezzo di due gentili donne, le quali erano di più lunga età», io non esito a crederla già maritata; e che ella sia già quella «monna Bice», alla cui condizione coniugale rendono testimonianza espressa, e da non doversi lasciar passare inosservata, due luoghi delle Rime;[263] «E monna Vanna e monna Bice poi», «Io vidi monna Vanna e monna Bice». Perocchè la qualificazione di monna o madonna era anch'essa, come già rilevammo per l'altra di messere, riserbata a una data condizione o stato civile, mancando il quale mancava altresì al nome proprio femminile l'apposizione suddetta.[264] Io son d'avviso che il matrimonio di Beatrice, come il matrimonio di Dante, siano l'uno e l'altro, e per le ragioni che sopra esposi a suo luogo, fatti assolutamente esteriori estranei e indifferenti al dramma tutto psicologico, all'amore per rima, della Vita Nuova. Vano quindi il cercare allusioni a cotesti due fatti in questo o quell'episodio del libro, come pur si è tentato massime per il matrimonio di Dante, che si voleva collegare con l'episodio della «donna gentile» e consolatrice, vicina a lui di casa, la quale interviene negli ultimi capitoli, e poi è di nuovo affigurata nel Convivio come simbolo della Filosofia. Donna vera e fiorentina anche quella, io ho per fermo; sebbene ormai impossibile forse ad essere storicamente riconosciuta,[265] ma non la Donati di certo, non la madre (fin d'allora forse, già madre) de' figliuoli di lui. Perchè, insomma, nella Vita Nuova è ben da distinguere storia e psicologia. Alla narrazione psicologica, la quale si compone di fatti atteggiati secondo la scolastica dell'amor medievale, e prescindendo dalla realtà, e quindi anche dalla verità, appartengono non solamente le visioni, i sogni, lo interloquire degli spiriti e spiritelli amorosi, ma altresì e in pari modo le iperboliche descrizioni degli effetti che la vista di Beatrice produce sul Poeta e sugli altri, le sue proprie (com'e' le chiama) trasfigurazioni o tramortimenti, e intorno a sè in quello stato l'atteggiamento delle donne gentili e pietose, o motteggiatrici e beffarde, le questioni di casistica o dommatica amorosa qua e là interposte, la desolazione de' cittadini e la epistola deploratoria per la morte di lei.[266] Quando s'impugna la possibilità storica di coteste e simili altre cose, io credo che la s'impugni a buon diritto, sia rispetto alle condizioni dell'umana natura in sè stessa, sia, e più, rispetto a quel ch'ella era nella Firenze di quei tempi; ma non già che se ne debba concludere, tutta la Vita Nuova essere deficiente di storica verità, e Beatrice non essere donna viva e reale. Si dica, sì, che in quel libretto, il quale per la sua singolarità si sottrae alle norme della comune esegesi, ben poco è di storico: ma quel poco non si può, senza ingiuria, distruggere. Nè io intendo qui enumerarlo compiutamente, ma soltanto accennare, per esempio,[267] la morte dell'amica di Beatrice, la partenza da Firenze della gentildonna del primo schermo o difesa, la cavalcata per la guerra guelfa, l'assistenza che essendo Dante infermo gli presta (quale sembra che sia) la sorella, l'amicizia con Guido Cavalcanti e col fratello di Beatrice, probabilmente Manetto; e poi,[268] rispetto a Beatrice, le positive indicazioni dell'età di nove e diciotto anni, la data della morte fermata sui tre calendari, la morte del padre. La data che nella cronologia della Vita Nuova viene ad avere questo ultimo avvenimento, collima con la data della morte di Folco Portinari, 31 dicembre 1289: ma ciò non è tutto, anzi è meno assai di quest'altro. Del padre di Beatrice scrive Dante che «egli, sì come da molti si crede e vero è, fu buono in alto grado». Ora io non so, queste parole nella semplicità loro così belle ed espressive, — e che non siano più esplicite e personali, lo impedisce l'astrattezza perifrastica impostasi come dicemmo, dall'Autore, — queste parole, nelle quali la verità dei fatti e la pubblica opinione sono concordate in un reverente omaggio ad un'anima buona, e la lode del bene operare vi è così schiettamente significata; non so su quale tomba più degnamente potrebbero scriversi che su quella dell'uomo, la cui bontà si è tramandata a' suoi cittadini in un'opera di carità perenne e inesausta quanto la miseria umana e il dolore; dell'uomo, di cui fu potuto dire doversi a lui lo Spedale, come a Beatrice sua figliuola il Poema.[269]

Il riprendere lo studio di tutta la Vita Nuova sotto questo doppio aspetto, psicologico (o se più atto vocabolo si trovi) e storico, eccede l'assunto e i confini e l'agio di queste mie pagine; e mi terrei pago che altri se ne incorasse. Con ciò si verrebbe altresì, da un lato, ad alleggerire la biografia del Poeta di tutto quanto, in quel giovanile periodo, non appartenga ai fatti della vita reale, e dall'altro a ridurre al loro valore le affermazioni che di sul Boccaccio furono ripetute tradizionalmente. Una delle quali è, che il matrimonio di Dante con la Gemma di messer Manetto Donati (del matrimonio di Beatrice non si cura egli far menzione veruna) fosse dai parenti di lui procurato per consolarlo della morte di Beatrice. Questo è confondere que' due ordini di cose, separati del tutto e l'uno dall'altro indipendente.[270] Rispetto a quel che ne sappiamo, come pure rispetto alla psicologia della Vita Nuova il matrimonio di Dante potrebbe anche antecedere alla morte di Beatrice. A ciò qualche altra cosa, invece, si oppone: e prima di tutto, l'affermazione del Boccaccio; secondochè ad altro proposito distinguemmo, non potersi le sue affermazioni di fatti venir rifiutate alla stregua delle sue amplificazioni descrittive di quelli. Poi, certi documenti, alquanto a dir vero spiacevoli, ma positivi se altri mai, della vita mondana di Dante, cioè i Sonetti appartenenti alla Tenzone con Forese Donati,[271] e a que' loro anni di vita scapestrata ai quali egli allude nell'incontrare il pentito sposo della buona Nella fra gli espianti del sesto balzo.[272] Se quel sensuale obliamento di sè medesimo va posto tra le aberrazioni delle quali egli poi nel XXX e XXXI del Purgatorio si accusa a Beatrice d'essersi reso colpevole dopo la morte di lei, que' Sonetti vengono ad esser posteriori al giugno del 90: ora in essi, che sono, com'è noto, un palleggio d'ingiurie fra i due sonettieri, mentre non mancano le mordaci allusioni di Dante alle infedeltà coniugali di Forese, queste non sono da Forese, come invece sono le altre, ribattute a martello in faccia dell'avversario; anzi da uno di que' Sonetti[273] può arguirsi piuttosto la convivenza di Dante con un fratello ed una sorella. Se non che questa stessa condizione di cose, mentre confermerebbe nel Boccaccio la data matrimoniale posteriore al 90, ossia l'affermazione del fatto, infirmerebbe, al solito, l'amplificazione retorica del fatto stesso, in quanto quel suo Dante lacrimoso e desolato, e confortato dai parenti alle dolcezze e alla santità della compagnia coniugale, apparirebbe, in realtà, sviato dietro ad altre, alquanto diverse, compagnie e consolazioni.

Insomma il matrimonio di Dante, sia che si dovesse o volesse crederlo anteriore al 1290, o, sulla fede del Boccaccio, debba aversi siccome avvenuto poco di poi, nulla ha che lo colleghi con la morte di Beatrice, con quella che Dante già nemmen denomina morte, ma un «essere chiamata a gloriare sotto la 'nsegna di quella reina benedetta Maria»;[274] nè sa attribuirla a cagione fisica morbosa, «Non la ci tolse qualità di gelo Nè di calor, sì come l'altre face»,[275] precisamente all'opposto del Boccaccio, il quale al racconto di essa morte proemia con una specie di aforismo ippocratico, che «un poco di soperchio di freddo o di caldo che noi abbiamo (lasciando stare gli altri accidenti infiniti e possibili), da essere a non essere senza difficoltà ci conduce», e così pianamente fa morire «nel fine del suo vigesimoquarto anno» anche «la bellissima Beatrice». Seguono nel Trattatello,[276] letteralmente interpretati e descritti, i pianti, i sospiri, le disperazioni della Vita Nuova, con più quello che la Vita Nuova non ha. Ciò sono, le consolazioni dei parenti, che dopo lungo resistere Dante finalmente ascolta: allora, perchè «non solamente de' dolori il traessino, ma il recassero in allegrezza», succede il loro «ragionare insieme di dargli moglie; acciocchè, come la perduta donna gli era stata di tristizia cagione, così di letizia gli fusse la novamente acquistata. E trovata una giovane, quale alla sua condizione era dicevole, con quelle ragioni che più loro parvero induttive, la loro intenzione gli scoprirono. E acciocchè io particolarmente non tocchi ciascuna cosa, dopo lunga tenzone, senza mettere guari di tempo in mezzo, al ragionamento segui l'effetto: e fu sposato». E qui, conchiusione a dir vero che non ci aspetteremmo, una fierissima tirata contro il voler dare moglie agli uomini di studio, i quali quel censore rigidissimo scomunicava (come vedemmo[277]) anche dall'amore; e sul capo della povera madonna Gemma (manco male ch'e' non la nomina), lanciata quella retorica sentenza di moglie, per lo meno, incomoda, che nulla di quel poco, pur troppo, che sappiamo della Vita di Dante, concorre a giustificare.