Quando il Conte di Virtù scese dalla gradinata per isfuggire alle sollecitudini d'Esculapio, ed afferrò il primo cavallo che gli venne alle mani, egli si era impadronito del mezzo di trasporto destinato ad uno de' suoi cortigiani. — Questi non reclamò per certo la roba sua; ma seguendo il modo del principe, alla sua volta mise la mano sulla cavalcatura di uno scudiero; e lo scudiero su quella di un servo; così che tutti ebbero un arcione, e nessuno il proprio.
Anche il cavallo d'Esculapio, simile alla vecchia rozza dell'Apocalisse, povero spolpato animale, che, dopo avere consumata una balda gioventù in non so quante battaglie, vivottava nella stalla del medico, dividendo con un somaro un sobrio lavoro ed un più sobrio cibo, fu in quella fretta requisito e montato da un famiglio, il quale pel suo officio doveva precedere il corteggio e tenere spazzata la via da checchè per accidente le recasse ingombro.
Il povero animale non poteva capitar peggio; quando sentì battersi sul sedile dell'arcione con un vigore tutto nuovo, e s'accorse che chi l'inforcava non aveva il peso solito, nè la solita flemma, avrà maledetto la sua trista sorte. Abituato da una dozzina d'anni ad avere dal suo cavaliero un triplice avviso prima di mettersi in movimento, aspettava il primo segnale; e intanto alzava il capo, abitualmente inclinato come se fosse al pascolo, e torceva il collo, componendo il muso ad una smorfia, da cui escirono uno sbruffo ed un versaccio, che non era nè raglio nè nitrito. Ma altro che la voce e la misericordia del vecchio padrone! Una furia di spronate gli crivellò i fianchi, il flagello gli fischiò all'orecchio, e lo invase in tutte le parti del corpo con una salva di percosse così rapide e sonore, che pareva impossibile fosse il lavoro di una mano sola. — In quel frangente l'antico spirito guerriero gli si risvegliò, non già per rispondere all'invito sbuffando, mordendo il freno e pigliando la carriera, sì bene per ribellarsi a colui che violava i vecchi patti. Acciecato dallo sdegno, invece di muoversi, puntò le zampe anteriori, e diede più volte il groppone a leva, spingendo fuor di sella il cavalcatore. Fortunatamente però in quel capo ostinato viveva ancora un'altra memoria; quella dell'esistenza di certi uomini ancor più tristi e testardi, che non si lasciano smovere da simili proteste, e che quando pure fossero buttati nella polvere, avrebbero l'ardire di rilevarsi per ritornare al cimento. Nella sua gioventù ne aveva fatte più d'una volta la prova, sempre con danno proprio: per cui, tutto ben considerato, pensò esser meglio far patta del ricevuto e rassegnarsi al resto. — Così fece; e, ravvivando gli ardori giovanili, improvisò un galoppone tanto disunito ed incomposto, che il cavalcatore ne dovette serbar memoria per un pezzo.
Esculapio, mentre si violava la sua proprietà, aveva eseguito la prima parte del suo officio. Stava egli sur uno scaglione del vestibolo atteggiandosi ad una curva mirabile, che voleva significare il più ossequioso inchino, allorchè il principe gli fuggì. In questa postura non s'accorse di restar solo; poichè, col capo basso e gli occhi socchiusi, masticava in quel punto, a voce sommessa, un complimento in latino, composto e studiato il giorno prima. Rialzandosi e trovando d'essere solo, girò lo sguardo meravigliato; vide che la folla dei cavalieri si agitava; riconobbe infine il suo illustre cliente che dall'alto di una montatura dava il cenno della partenza. Lo zelo della sua carica lo consigliava ad accorrere a lui ed a tentare di distoglierlo dalla pericolosa impresa; e non gli sarebbero mancati a ciò i più sonori aforismi e le più devote preghiere. Ma un antico dettame della prudenza, studiato a suo mal costo in una lunga pratica del vivere coi grandi, gli aveva fatto apprendere a lasciare che l'acqua corra in giù, perchè “Dio vede e provede„: verità cotesta a lui famigliare e carissima, colla quale corroborava la coscienza le troppe volte che, trovandosi impacciato co' suoi infermi, li rimetteva alle cure della providenza, e all'uso dell'acqua di fonte.
Discese però dalla gradinata con un'aria frettolosa, che si esauriva in mille inutili movimenti della persona. Giunto dove la folla gli chiudeva il passo, comandò, chiese, pregò che gli si facesse largo. Ma dagli scudieri e dai fanti, che in altro momento avrebbero mostrato un gran rispetto per l'uomo della scienza, non ebbe in quel punto nè attenzione nè cortesia: onde gli fu forza aprirsi una strada fra quegli ingombri, spingendo in mezzo ad essa la sua grave mole, come si fa correre una barca carica fra le dune. Durò quel gioco, fin quando, entrato anch'egli nella via di chi difilava, non trovò più alcun ostacolo alla libertà de' suoi movimenti. — Se non che, la foga dei cavalli e dei cavalieri era sì grande, la direzione che essi avevano presa sì fissa, che riesciva impossibile attraversarne la corrente, e bisognava lasciarsi trasportare chi sa dove. — Se prima aveva chiesto in favore di lasciargli un po' di spazio per muoversi; ora supplicava per pietà d'accordargliene quanto bastasse ad arrestarsi onde avere il respiro. E all'uno con una voce affannosa chiedeva conto della propria cavalcatura; all'altro intimava che si avesse riguardo anche a lui, “non famiglio, non servo, ma...„ e qui sfoggiava il suo nome e i suoi titoli con quel far del grande a sproposito, che rende scusabile l'altrui irriverenza.
Ben comprese allora il pover'uomo come il suo favorito proverbio, sì tonico e confortante quand'era applicato ai mali altrui, divenisse sterile trattandosi dei proprii. Nondimeno, per non essere più a lungo vagliato da quell'onda di gente, meglio che le parole gli giovarono i gomiti, abilmente manovrati. — Escì pertanto da quella pressa, ma un po' malconcio; press'a poco come un virgulto passato pei vortici di un torrente e ricacciato a caso sulla riva. Abbrancò il primo oggetto solido che gli venne alle mani, e, stretto a lui, riebbe finalmente l'equilibrio, il respiro e più tardi la parola.
“Dove è Bucefalo, disse egli appena potè parlare; il mio cavallo dove è?„
La persona, cui egli si era avviticchiato, era un mozzo: un buon uomo, servizievole all'uopo, ma in tutt'altro genere di cortesia, che non era quella richiesta al momento. Onde fu grazia se non cercò in quel punto di liberarsi di un carico, che non era pagato a portare.
“Uhm! rispose egli in un tono asciutto, cosa volete che io sappia del vostro.... che so io? Dei cavalli qui ce ne erano più di dieci, più di venti. Tocca a voi a cercare il vostro: quando l'avrete trovato, se vi occorre qualcosa, dimandate di me: è il mio pane governare una bestia, messere.„ — E in dir ciò dava una crollatina a tutte le membra, quasi volesse scuotere da dosso il soprapeso.
“Vi manca del pane, l'avrete: ma cercatemi il mio cavallo, vi ripeto: devo seguire il conte, e che? dovrei corrergli dietro a piedi? — L'ho lasciato qui il mio Bucefalo, qui presso alla lettiga...„
“Ah ah! interruppe l'uomo: un caval bertone, attrappato, scarico... ah ah! Era vostro quel digiuno ambulante?...„
In altra occasione Esculapio non avrebbe tolerato che si parlasse con poca riverenza del suo vecchio amico. Ma in quel momento, qual protezione poteva accordare chi chiedeva con tante istanze l'altrui? Onde non redarguì le frasi squajate, ma le interruppe dicendo: “sì quello appunto; un bel bajo dorato mozzo d'orecchi, ma pien di cuore...„ Allora lo stalliero non rispose colle parole; ma avvicinando le due mani, palmo a palmo, e facendole scorrere rapidamente l'una sull'altra, con un fischio sommesso e prolungato, volle dire, che il cavallo era ito, e ben lontano.
“Partito! e con chi, e per ordine di qual persona!„
L'altro raccontò quel che noi già sappiamo; che, cioè, in quel parapiglia gli scudieri del principe s'erano scambiati i cavalli; che egli, probabilmente il custode dell'eroico Bucefalo, ne consegnò le redini al primo venuto; che questi gli saltò in groppa, e partì come il vento dopo avergli cavato il ruzzo del capo con un generoso rifrusto.
Se Esculapio si commosse a quella nuova, ne aveva ben d'onde. Anche senza ricorrere alla stizza dal vedere malmenato da un incognito quella sua vecchia reliquia, trovava di che imbronciarsi pensando come egli avesse a patire indubiamente, in quella bisogna, lucro cessante e danno emergente; un buon mezzo, cioè, di ritornarsene perduto per ora, sciupato forse per sempre; e di sovra più, il pericolo di doversi affidare a Dio sa qual groppa, che gli romperebbe le reni, quando pure non lo traesse in un precipizio, da non escirne vivo. — Il suo intelletto gelido e ponderato si accese nel rimestare l'argomento dei timori e dei pericoli a cui andava incontro. — Per buona sorte, mano mano che il male si faceva grande, cresceva il proposito di opporvi, come rimedio eroico, l'incrollabile risoluzione di rimanere a Campomorto un giorno, un mese, un anno; quanto era d'uopo insomma, per attendere un mezzo di trasporto degno di lui e tale da ispirargli fiducia. Pertanto rifiutò recisamente i varj partiti, che gli venivano offerti come ripiego a questa contrarietà. Chi intatti voleva essergli compagno in una passeggiata fino a Pavia, e ne commendava la bella e commoda strada. Chi s'impegnava di tradurlo colà in una carretta; ed aveva già in mente dove trovare un veicolo, ed un somaro. Chi infine gli offriva ad uso la mula del piovano, mansueta come un agnello, e sì pratica dei contorni, che il suo padrone soleva dormire sul basto nelle sue gite e risvegliarsi solo quando si trovava ricondotto alla porta della sua casa.
Tutte queste proposte gli erano fatte da quella buona gente colla franca cordialità loro propria: ma indarno. Le prime due facevano arricciare il naso ad uomo d'alta levatura, come Esculapio; e l'ultima, appena messa in discussione, andava ad urtare e ad infrangersi contro una sua regola inalterabile di vita, che gli imponeva di non imprestar mai a chicchessia, e di non chiedere mai ad imprestito. — Trattandosi poi di cavalli, ogni sostituzione era impossibile; anche la mula del piovano, checchè se ne dicesse, era un'insidia, un rompicollo.
Mentre si agitavano tali questioni, sfilava il retroguardo del corteggio, e più non rimaneva che la lettiga del principe, che, come ognun sa, era deserta. In gittar l'occhio su di essa, Esculapio si battè la fronte, come chi fa una meravigliosa scoperta: e lo era infatti il vedere quel commodo veicolo partire vuoto per Pavia, e il pensare che egli avrebbe potuto, quando l'osasse, approfittarne. Tutto stava nell'accomodare le etichette; quanto al resto, non v'era alcuna apprensione; la lettiga del principe, la più bella pariglia di muli, i più esperti lettighieri.... A questo pensiero, sparivano dal suo viso quelle rughe incresciose, che vi avevano impresse le proposte del massajo e del piovano. — Oh con quanta delizia non assaporava il suo commodo tragitto! Già cogli occhi possedeva quella specie di cameretta, difesa dalle inclemenze della stagione, in cui egli potrebbe stendersi a piacer suo; già gustava l'andar lento ed eguale delle mule, che, cullandolo dolcemente, dovevano procacciargli una beata dormiveglia. Non gli restava che il dubio di ferire le convenienze, e di mettere a risico la sua riputazione d'espertissimo cortigiano. — Perocchè il nostro Esculapio aveva due nature e due sguardi; l'uno brusco se mirava sotto di sè, l'altro melato, lusinghiero, supplichevole se volgeva l'occhio all'insù. E la grazia del principe gli era cara quanto e più che Bucefalo; e per ottenerla, o mantenerla, sarebbe ito a Pavia a piè zoppo.
Il sospetto, che posava sulla fronte del baccalare, era simile ad una nube che oscura la cima di una montagna, ma non turba il sereno dell'aria. Ragionare sulla scelta è come ammetterla possibile. — Viaggiando al retroguardo, pensava egli, potevasi partire e giungere nascostamente: i lettighieri non fiaterebbero per certo. Ma d'altro canto, quell'operare furtivo non gli pareva da par suo: con una soppiatteria sulla coscienza non avrebbe goduto la delizia di quella giornata. Meglio era dir tutto; far ridere il principe sui casi suoi; un sorriso è caparra di perdono. — A quest'esordio seguivano altre buone considerazioni; e quella anzitutto che la necessità non ha legge, e che il principe, degnandosi di prendere il posto di un cortigiano, aveva tacitamente assentito, che questi pigliasse il suo. Infine poi, se tutte queste buone ragioni fallivano, avrebbe ricorso alla intercessione della Castellana di Campomorto, la cui influenza benefica non era più un mistero fra gli scioperati della corte. Appianate per tal modo tutte le difficoltà, egli si dispose a cedere agli inviti dei lettighieri, che per burla gli dicevano di restar servito; e s'avviò verso loro con quell'aria solenne e piena di degnazione, che aveva sempre pronta pei da meno di lui, e che è proprio la vernice dorata degli ignoranti.
Entrò dunque nella lettiga colla pacata disinvoltura di un personaggio non nuovo alle consuetudini dei grandi. — Più di un braccio accorreva a puntellarlo nella salita; ma giungevano tardi, e mal graditi, poichè il nostro eroe aveva preso il fumo della sua posizione, e non si compiaceva affatto di quella soverchia confidenza. Pure, dall'alto del suo seggio, dopo di averne sperimentato in ogni verso la morbida spalliera e i commodi appoggiatoj, si degnò gettar l'occhio sulla folla, e si diè moto per salutare a dritta ed a manca; e frattanto in quell'artificiale inquietudine metteva a prova l'elasticità del veicolo, e pregustava quelle scorrevoli ondulazioni, che dovevano far la delizia del suo viaggio.
Ma ahimè! chi avrebbe mai osato credere, che un sì bel pronostico dovesse andar fallito? Nessuno, fuorchè i lettighieri, che, nel ricevere dal medico quella lezioncina sul modo di condurre lettighe, gli avevano susurrato contro una certa sentenza, che non è mai venuta vecchia: “Uom che fa l'altrui mestiere fa la zuppa nel paniere.„
E infatti erano essi sì poco persuasi de' suoi consigli, che si disponevano a scompigliare ciò che era stato loro imposto, quando il principe fosse entrato nella lettiga: temendo per lui, e per loro. Ma poichè il conte era partito, e gli effetti del cattivo consiglio stavano per ricadere sullo stesso autore, essi non si diedero la briga di rimettere le cose nell'ordine di prima; dicendo che chi aveva fatto il male farebbe questa volta la penitenza. — Il male, invero, non poteva essere serio; ma per un uomo, come il nostro Esculapio, cui sembrava che la propria incolumità fosse sacra al consorzio umano, un semplice disordine ed un lontano pericolo presero le proporzioni di un danno serio ed universale. Contribuì a crescerne le apparenze quella serena beatitudine, in cui egli era entrato poco prima allo scoprire il nuovo ripiego: perchè l'inaspettato, come ognuno sa, sublima tanto il bene come il male.
Quelle cigne allungate fecero in modo, che le stanghe della lettiga battessero troppo in giù sulle coste e sulle anche dei muli, e che le ondulazioni del veicolo, prima che si rendessero regolari ed isócrone pel viaggiatore, riuscissero brusche e crudeli per chi lo trasportava. Gli animali, che alle condizioni ordinarie erano un modello di mansuetudine, soprafatte da quella novità, cominciarono ad incocciarsi; e Dio ne scampi dai muli incaponiti! Fermi e stecchiti sulle gambe anteriori, che avrebbero dovuto pigliar moto, scuotevano le deretane e la groppa, come se volessero scaricarsi d'un peso insopportabile. Cadde nella stessa colpa anche Bucefalo; ma si s'era ravveduto sùbito; i muli invece, sordi alla voce ed alle nervate dei lettighieri, o, diremo meglio, inviperiti da quelle e fidi allievi della loro natura, diedero in una furia di calci, che squassava il fondo della lettiga, e la faceva andar su e giù come un burchiello abbandonato alle onde del mare in burrasca. E il povero dottore dentro quella buccia era scosso come un topo nella trappola. Balzava qua e là, appariva e spariva a discrezione di quegli squassi che lo facevano ballonzare in ogni verso. Quando voleva trovar posa, un di quei calci, a cui i muli soltanto sanno dare una portata meravigliosa, lo sobbalzava in alto e in vista di tutti; e non appena tentava reggersi e tenersi dritto della persona per dimandare soccorso, un'altra strappata lo stendeva di bel nuovo sul fondo.
Che i lettighieri volessero restituire ad Esculapio il suo fatale consiglio, e mostrargliene l'inopportunità con quella lezione, è cosa assai naturale; ma non volevano essi per certo cangiar la burla in tragedia. Laonde, facendosi più alte le strida del pericolante, e mescendovisi quelle delle donne e dei fanciulli, posero fine al brutto gioco, contenendo le bestie, e ridonando al pover'uomo sì crudelmente abburrattato la sicurezza di posare su terra ferma.
Non aspettò Esculapio che gli si facilitasse la via a discendere; la paura lo aveva reso snello, fuor dell'usato. Prima ancora che ne fosse il momento, balzò da quella trappola con una agilità, che gli ricordava i suoi begli anni; traballò un istante, ma riebbe subito l'equilibrio e con esso la libertà di emettere un sospiro largo e profondo: espressione sincera di un rendimento di grazie. — Non ebbe forse a lodarsi molto della pietà degli astanti; poichè, passato il pericolo e frenate le grida, il primo atto e il più spontaneo in tutti fu un rallegrarsi di cuore, non della sua salvezza, ma del caso che aveva fatto lui in cambio del principe vittima di quell'accidente. — Il buon uomo, è bene saperlo, nelle sue applicazioni filosofiche, cominciava a numerare dalla propria individualità il primo gradino di quegli esseri eletti, a cui è dovuta special riverenza.
I lettighieri, mentre stavano rimettendo il tutto nel primiero assetto, non tralasciavano di dire, parlando tra loro a voce abbastanza alta, quale fosse stata la cagione di quel disordine, e chi la cagione della cagione. Ma Esculapio finse di non intendere, o, sbalordito com'era, realmente non intese; perocchè quando ebbe a parlare di quel fatto (e ne parlò delle migliaja di volte ben più che una) distribuì la ragione e il torto, il merito e la colpa, a modo suo: attribuendo a sè una dose eroica d'antiveggenza e di sanguefreddo, alle bestie una trista natura, ed una più trista ai loro condottieri ignoranti di tutto, fuorchè nel fare il male.
Non è a far meraviglia se poco dopo, invitato a salir di nuovo nella lettiga, che aveva con buon successo dato prova di sè facendo un giro in corte, non accettò l'offerta. Escì dunque dal castello di Campomorto in coda al corteggio, a piedi, come il più umile dei famigliari. E quando ebbe battuto la strada per qualche miglio, spiando il procedere delle bestie; quando, accaldato dalla corsa e dai raggi del sole, ebbe fatto prova, del viaggiare a piedi come un tapino, si rappattumò con qualunque mezzo lo sollevasse da quella noja; quindi anche coi muli e coi loro condottieri. — Ordinò dunque una sosta; ed ascese nella lettiga, dove, se non trovò la dolce beatitudine e la sognata gloria di poco prima, gustò almeno un po' di quiete e di inerzia.
Giunto a Pavia, fece far alto, e discese; dopo due ore di moto passivo, trovò commodo il lastrico delle vie ed opportuno un passeggio per sciogliere le membra indoglite. Bucefalo gli venne ricondotto a casa il giorno seguente. Il padrone, accorrendo a visitarlo nel suo stallino e trovandolo fuor del consueto tondo e lucido di pelo, riconobbe che l'amico non aveva desinato il giorno prima alla solita greppia, e se ne rallegrò di cuore. Ma poco dopo, quando fece appello a' suoi garretti ond'essere condotto per città, s'avvide che ei non poteva servirsi che di tre soli: al quarto pareva che scottasse il terreno. Da quel dì, il vecchio e fido servitore passò allo stato di riposo; conservando lo smilzo onorario di un po' di paglia.
A Campomorto e fra il servidorame del principe l'avventura del medico aveva destato un po' di ilarità. Quella giornata lasciò memoria di sè; e per un pezzo, quando voleva darsi la buona andata a un guastamestieri, gli si diceva — “che tu possa fare il viaggio del medico.„
Torniamo ancora per poco a Campomorto, dove ci rimangono a compiere due officii; pietosi entrambi, ma di una indole assai diversa. — L'uno ci guiderà ad assistere agli estremi onori resi a Maffiolo, il martire secreto dell'amore di patria. L'altro ci avvicinerà alla sua sventurata figlia, e facendocela vedere sola, piangente, infelice, sveglierà in noi un onesto desiderio di scandagliare quel cuore, per conoscere la profondità della sua ferita. Disponiamoci ad essere compassionevoli, giacchè la sventura ha le sue attrattive e il suo culto. Quando avremo detto l'ultimo vale alla vita che si estingue, consacreremo una parola d'augurio ad una esistenza nuova, che nel dolore rassoda la sua tempra; che per esso attinge un alto grado di maturità e di bellezza.
Quella bufera che sfiorì troppo presto una vita saggia ed operosa, non serbando di essa che il modesto profumo della memoria, quella stessa fè sbucciare anzi tempo un'altra vita, e, nutrendola di dolore, la costrinse a porgere una troppo doviziosa primizia di virtù e di sacrificj: ma ahi pur troppo i frutti precoci annunciano precoce caducità. — Raffrontate per tanto queste due esistenze, l'una che chiude, l'altra che incomincia la sua carriera, dica ognuno se quel ramingo, che, dopo lunghi disagi, rientra nel povero ostello dove attende riposo, non è più invidiabile di colui che n'esce ad un pellegrinaggio pieno di difficoltà, senza guida e consiglio, incerto di tutto, della via fin anco; certo solo d'intraprenderla in un mattino burrascoso?
Il giorno seguente a quello in cui era partito il Conte di Virtù, arrivò Canziana. Tanta era l'ansia d'Agnesina, ch'ella cominciava a divenire ingiusta verso i suoi inviati, tassandoli di lentezza. Ma non appena ebbe notizia del loro arrivo, l'angoscia scemò, o, per dir meglio, cambiò di natura, e fè cessare ogni proposito d'accusa e di malcontento.
La fanciulla corse incontro alla buona donna, e prima di rivolgerle una delle tante dimande che aveva a farle, le gettò le braccia al collo, e vi nascose il volto e le lacrime. — Canziana le rispose dello stesso tenore; e, poichè ebbe lasciato libero sfogo alla commozione, riferì in poche parole l'esito della sua gita, assicurando che tutto, compatibilmente colle circostanze, era riescito bene. A prova di ciò le disse, che ella precedeva di pochi istanti il convoglio funebre: onde Agnesina si dispose a muovergli sùbito incontro.
I terrazzani di Campomorto, conosciuto il pietoso motivo di quell'inatteso apparire della castellana, si univano ad essa, e ingrossavano la schiera della pia processione. — Un religioso silenzio regnava in quella turba; una mestizia profonda, ma non torbida, era scolpita sul volto di tutti. Fino il bisbigliar delle preci era più sommesso del consueto.
Canziana, che nella sua vulgare semplicità possedeva tutte le doti di un'anima gentile, pensò che nessuna cosa avrebbe recato un'opportuna deviazione al cupo dolore dell'orfana, quanto il racconto di ciò che aveva veduto ed operato; racconto non lieto al certo, anzi pieno di acerbe memorie, e, se vogliamo, di dolori, ma sempre più grato del silenzio, che è la pietà degli insensibili e può essere confuso coll'indifferenza. Narrò quindi il disgusto provato al metter piede nella casa dei Mantegazzi; dove, alla santa memoria del giusto, faceva tetro riscontro il sacrilegio degli sgherri di Barnabò, che ne favorivano il saccheggio e la distruzione.
“La casa nostra, — disse ella con quella solita famigliarità onde faceva sue le gioje e le pene dei padroni; — la casa nostra è trattata come roba di rubello; ormai è simile ad un campo mietuto, in cui è lecito a tutti andare alla busca dei rilievi: se vedeste che ruina! le porte sono schiuse, le imposte abbattute, le inferriate storte o svelte.„
Ed era non più del vero: dopo la catastrofe, i birri erano stati i primi ad invaderla, i primi a frugar nei luoghi più riposti, ed a far man bassa su quanto capitò loro alle mani. Intascarono tutto ciò che era, od aveva l'aspetto d'essere di qualche valore: ciascuno trovò il proprio conto; tutti condussero quella maledizione con un accordo degno dell'infame mestiere. Quanto poi avanzò alla loro ingordigia fu abbandonato alla plebaglia che avida, impaziente, inebriata dalla speranza di bottino, si lanciò su quei resti come le belve affamate sopra un ossame.
“Anch'io, ripigliò Canziana, misi il piede in quel luogo di desolazione; e come aveva il cuor gonfio e preparato a un grande accoramento, provai in cambio un più grande conforto nel vedere, che la stanza, in cui giaceva la salma di messer Maffiolo, era stata rispettata. Non già che quelle anime scelerate potessero sentire vergogna o rimorso nel profanare l'asilo di un defunto. — Quando avessero avuto un po' di timor di Dio non avrebbero manomesso la casa e la proprietà di un cittadino. — Sapete voi chi le teneva in rispetto?... Un piccol numero di popolani, armati per verità di tutto punto, ma più autorevoli per la parola, che per la forza. Essi facevano la guardia alla porta della cella mortuaria; a chi chiedeva l'ingresso colla voce, davano buone parole; a chi minacciava, rispondevano colle minacce; ai violenti facevano violenza. — In mezzo a quella buona gente, da cui appresi quanto vi ho narrato, sentii parlare di messere, come del loro benefattore; piangevano essi la sua perdita come voi a un dipresso, o come io; e mi narravano, quasi già non lo sapessi, chi egli era, e come liberale coi poveri e buono con tutti. — Vedete, o madonna, i giudizj del mondo! quei ribaldi del palazzo, perchè hanno una divisa, si chiamano giustizia, anche quando rubano e saccheggiano; mentre quei poveracci che esponevano la vita per quella giustizia, che è la vera perchè non è inventata dagli uomini, sono tenuti in niun conto, e guai a loro, se non s'accontentano dell'interna sodisfazione d'aver operato per bene. Ma io sono certa che anche a voi, come a me, la sollecitudine di quei buoni darà un conforto, che supera la misura del male cagionato dalla perversità altrui. — Qualche volta mi pare (vedete idea strana!) che la persecuzione abbia il suo lato invidiabile; poichè essa ci frutta la benevolenza delle anime oneste....„
Dietro a queste parole della buona donna, poteva la donzella sopportare con minore strazio il doloroso carico che s'era imposto. Il silenzio che ne seguì non era uno di quelli che facevano paura alla timida affezione della governante. Il volto della dolente dava segni non dubii dei buoni effetti delle sue parole.
Su di un carro, parato a nero e condotto da due cavalli colle gualdrappe d'egual colore, si elevava il feretro di Maffiolo ravvolto in un'ampia gramaglia, le cui pieghe erano qua e là rattenute da corone di fiori campestri, improvisate ed appese alla coltre nera lungo la via. Dietro il carro camminava un monaco colla stola bruna, fisso lo sguardo sulle pagine di un libro liturgico. Le sue labra, anche durante qualche momentaneo riposo dal leggere, pronunciavano sommessamente le preci dei morti. Seguivalo una folla copiosa e compatta, ma procedente in buon ordine. La diversità dei tipi che spiccava in essa, attestava che v'erano accorse persone di varie classi. Vi si vedevano dei cittadini in cappa e cappuccio, che avevano vegliato la notte, per non mancare a quell'atto di pietà; giacchè il convoglio staccavasi da Milano un'ora prima dell'albeggiare, onde non dar nell'occhio ai malevoli. Ingrossava la turba nel passare pei borghi e pei casali; dapertutto raccoglieva gente pietosa; benestanti, contadini o poverelli; quali attirati da un sentimento di pietà, quali dalla memoria dei ricevuti beneficii. — Le donne e le fanciulle seguivano a gruppi, e recitavano in comune delle preci, che le prime intuonavano con voce alta, e a cui l'altre rispondevano con un bisbiglio flebile e devoto. I giovinetti si tenevano in coda, onde essere liberi di disperdersi pei campi, a coglier ciclami ed amaranti, e tesserne corone. — Nei paeselli, dove la modesta chiesuola possedeva una o più campane, che era un lusso, al lontano apparire del corteggio, si udivano i tocchi mesti e prolungati del sacro bronzo, che salutavano l'arrivato, e lo seguivano nel suo passaggio; fin quando il villaggio vicino si pigliava alla sua volta l'incarico del funereo annuncio.
Non era la enfatica parola dei pastori, che sollevasse quella gente a tale atto, e nemmanco la tacita opera dei nemici del tiranno che movesse la folla a protestare contro l'iniquo giudizio di lui; era la libera espressione di un sentimento, che trovava eco in ogni cuore, e traboccava spontanea; come spontanei erano il dolore e la riconoscenza. Da quella turba pertanto prorumpeva involontariamente uno di quei giudizj imparziali e solenni, che decretano all'uomo virtuoso l'immortalità del nome ed un tributo eterno d'affetti: ciò che molte volte si chiede invano ai marmi ad alle pompe.
Qui ne cade in acconcio un'osservazione. Le moltitudini di tutti i tempi, (quelle in ispecie dell'epoca di cui favelliamo) sono rese unanimi e compatte dalla stessa ignoranza. Se emerge fra loro uno spirito illuminato, nessuna meraviglia che la parola di uno diventi volontà di tutti. La pretta ignoranza è modesta, docile, riverente; sono le passioni, che la rendono caparbia, presuntuosa, maligna. — Una moltitudine ignorante, ma primitiva, è come un'isola sorta di fresco dal mare, che spetta al primo occupante. Se nessuno la fa sua, essa si matura coi mezzi proprj. E come il suo sviluppo è regolato dalle leggi eterne della natura, che mirano costantemente ad un solo fine, così quella turba, che non subisce dominio d'alcuno, opera e giudica con unanimità di azioni e di giudizj, perchè la ragione spassionata e vergine che regna su di essa è d'egual indole in tutti, ancorchè non sia in tutti valida egualmente. Perciò a conforto dell'uomo troppo presto accusato di una perversità, che non è essenzialmente propria della sua natura, si può asserire, che nei grandi commovimenti le gesta generose sono opera e pensiero di molti; perchè la ragione semplice ed istintiva dei più è buona consigliera: le enormità invece, ancorchè perpetrate da molti, hanno nei colpevoli comune la mano, ma non il concetto, e rimontano ad origine sì meschina ed ignobile, che bene spesso riesce impossibile lo scoprirla. Il bene è operato per slancio e per esempio dei più; il male per macchinazione e per avviso di pochi.
Ciò ne spiega il perchè quella plebe cittadina e campagnuola fosse sì pronta e concorde nel porgere un tributo d'ossequio alla memoria di Maffiolo. In una classe più illuminata d'uomini, presso cui ogni libera espressione dei proprj sentimenti è legata agli interessi di uno stato speciale, prima di gettare una corona sul feretro di quel cittadino, sarebbesi chiesto come egli vivesse non solo, ma come morisse; se in pace o no colle due podestà dominanti; onde il chiamarlo un eroe od un colpevole non doveva dipendere soltanto dal voto libero della coscienza, ma da questa in un coi pregiudizii della casta e dell'educazione; in ossequio quindi al partito cui s'appartiene, ed alle attinenze che torna conto d'accarezzare. È anzi a credere che tutte queste ragioni, deboli ad una ad una, ma potenti se riunite, avrebbero fatto tacere ogni pensiero generoso; sicchè vi fosse più d'uno, che nel cuore lo chiamasse benedetto, mentre col labro lo condannava: perocchè il cuore è tutto nostro, e il labro talvolta crede operare per noi, quando già serve agli altri.
Fra l'infima plebe all'incontro non si levò questione di sorta; non si chiese come finisse la vita di Maffiolo; bastò il ricordare che ella era stata modello di carità e di saviezza. Quel popolo era capace di odio e di disprezzo; ma non sapeva odiare e disprezzare senza una ragione, e meno ancora per forma. Egli non disse: Maffiolo si è tolta la vita; ma pensò ch'ei l'aveva sacrificata per far salvi tanti buoni, come lui; pensò ch'ei non faceva getto di un'esistenza strema ed infelice; ma rinunciava a giorni vegeti e ridenti, all'amore di sua figlia, all'affetto di tutti i buoni....
Se quel popolo avesse torto o ragione non è nostra assunto il ricercarlo. Certo è che ogni anima gentile si sentirà più inclinata a perdonargli questa colpa, se è colpa, che non ad applaudirlo, quando, invaso dalla ferocia degli inquisitori, assisteva con gioja delira allo spettacolo di vedere ardere i paterini e gli scomunicati.
Agnesina si condusse, o meglio si trascinò incontro al corteggio, reggendo gli spiriti colla forza della volontà, e facendo violenza al suo dolore pronto ad erumpere in un pianto convulso. Ma quando vide da lungi la folla, e distinse il carro funebre che la dominava, provò una stretta al cuore sì repentina e dolorosa, che credette morirne. — Una vertigine rapida le attraversò la mente; e, rotto d'un tratto il filo delle idee, vi sparse un bujo improviso. — Non sapeva dire a sè stessa se gli occhi perdevano la facoltà visiva, o se gli oggetti circostanti le si dileguavano dinanzi. Il suolo pareva mal sodo ed oscillante. Mille suoni le ferivano l'orecchio, e vi si confondevano in un tintinnio doloroso. Appena ebbe tempo d'interrogare sè stessa, se il mondo si sfasciava, o se ella moriva. Ma la crisi fu passaggera, tanto che soltanto se ne avvide l'affettuosa compagna, la quale a quel pallore e all'arrestarsi subitaneo, prevedendo che potesse accadere, stese un braccio a sorreggere la dolente, e le disse piano all'orecchio — “coraggio, mia figliuola.„
Agnesina infatti ritrovò sùbito la sua fermezza. Ridonato l'equilibrio ai sensi ed alle facoltà, proseguì il cammino fino ad incontrare il convoglio. Passando vicino al carro, sollevò un lembo del velo che copriva il feretro, lo baciò, e lo inumidì delle sue lacrime; compiendo quest'atto colla sobrietà dignitosa che si addice ai veri e profondi sentimenti. — Quando ebbe raggiunto la folla, volle confondersi con essa; ma la turba riverente le fe' largo; unico atto d'ossequio, che in quel punto poteva essa porgere alla nobiltà della persona e al più nobile prestigio della sventura.
Quando il convoglio giunse a Campomorto, ed entrò nel castello, la corte era stivata di gente come il giorno prima: ma quanto ne era mutato l'aspetto! Quanto è più solenne lo spettacolo del dolore, che non quello del fasto!
Il resto di quella cerimonia seguì così mestamente com'essa era incominciata. Tutto fu decoroso e solenne, perchè tutto era spontaneo; perchè il più bell'apparato consisteva nel numeroso accorrere dei fedeli, nella concorde loro pietà, nell'unanime compianto.
Agnesina, a tante prove d'affetto, sentiva crescersi le forze necessarie per reggere fino all'ultimo. — Vide calar il feretro dal carro e trasportarlo nella chiesuola; assistette alle preci dei sacerdoti e a quelle dei fedeli, vide piovere tre volte sulla bara la rugiada d'acqua benedetta; e coll'occhio e col cuore franco d'ogni umana debolezza, lo accompagnò nell'estremo suo passaggio alla cella mortuaria; davanti alla quale venne per l'ultima volta invocata la requie eterna dei giusti su lui e sulla compagna, che vi riposava da oltre tre lustri.
Ma avviene sovente, che assistendo allo sviluppo di un fatto, di cui è impossibile il non prevedere la fine, ci lasciamo vincere da circostanze, che pure dovevano essere accolte da noi come una conseguenza od un accessorio di quanto già conosciamo. — Così fu questa volta. Agnesina aveva subíto tante e ben difficili prove; e ne era escita trionfante. Da quando ricevette l'ultimo addio di suo padre, tutto in lei e per lei era stato dolore. Eppure superava sè stessa, e al crescere dell'avversità, senza far violenza alla delicata fibra del suo cuore, sapeva rinvigorirlo d'una coraggiosa fermezza. Ma un fatto, a cui doveva necessariamente assistere, il cui carattere speciale era quello d'essere l'ultima parte della mesta cerimonia, le fece perdere il frutto di tanta costanza.
Compiuto il rito, il popolo sfilava dalla chiesuola, e i manuali accorrevano per calare il coperchio dell'avello. Quella operazione produsse sull'animo della fanciulla un effetto non doloroso ma terribile; le parve che una voce spaventevole le annunciasse la inesorabile parola: tutto è finito. — Lo strazio, che ne provò, fu sì acuto e crudele, che non potè sopportarlo: e prima che invocasse un'altra volta l'ajuto delle sue forze, queste l'avevano abbandonata del tutto.
E perchè ciò? Fin tanto che quella spoglia era sotto a' suoi occhi, il pio officio d'accompagnarla, di vegliarla, di pregare per essa era il séguito delle cure affettuose che la figlia prestava al genitore. Quell'avello di marmo chiuso e suggellato dallo stesso suo peso, glielo toglieva per sempre. Da quel punto, ella sentì tutto il dolore d'essere orfana e sola sulla terra. Se nell'estasi delle sue religiose aspirazioni l'aveva per un istante dimenticato, quel fatto glielo rammentò crudelmente. — Questa è cosa che vediamo ogni giorno. Quante persone addolorate, che con pietà pari al coraggio raccolsero l'ultimo respiro di un diletto morente, cadono in un eccesso di dolore disperato, quando l'inerte spoglia vien tolta dalla coltrice, o trasportata dalla casa! Quanti non reggono alla vista di veder buttare su di essa, quasi fosse un oltraggio, la prima palata di terra!
Agnesina fu trasportata priva di sensi nelle sue stanze e deposta sul letto. — Accanto ad essa, coll'amorosa trepidazione di una madre, vegliava la governante; e intanto che faceva prova di cento rimedii, pregava il cielo, e piangeva a calde lacrime, poichè poteva farlo senza essere veduta. — L'ultimo dei farmaci ebbe il merito della riescita; quel merito che a nient'altro era dovuto, fuorchè ad una spontanea crisi indotta dalla robusta costituzione dell'inferma.
Quando Agnesina ricuperò i sensi, il giorno volgeva al tramonto; ma la luce era scemata, non tanto dall'ora tarda quanto da un uragano, che si scatenava improviso e terribile. — Ad un'anima già oppressa da tanti dolori, quello spettacolo era un fatale sopracarico di mestizia. Ma Canziana, nel vedere tornare alla vita la sua diletta padrona, respirò liberamente; e rinviate le lacrime, che da qualche ora trovavano facile corso dal cuore agli occhi, ringraziò il Signore, che aveva esaudito le sue preghiere.
La fanciulla risvegliandosi cercava invano di raccogliere gli sconnessi avanzi delle sue memorie: i sensi, resi più irritabili dal protratto riposo e scossi bruscamente dall'intermittente guizzar del lampo e dal rombo del tuono, non le porgevano alcun ajuto nella ricerca. Colla scorta di quella luce sinistra, vide però chi le stava a fianco, ed alzate le braccia, cercò stenderle verso colei, forzandole ad un amplesso. Lo prevenne la buona donna, e, chinatasi alquanto, raccolse l'affettuosa stretta, dicendo sommessamente e col solito tono di famigliarità:
“Come state, figliuola mia?„
“Ho la testar greve, e confusa: dimmi Canziana, che è avvenuto?„
“I vostri occhi si chiusero.... quando fu chiuso....„ e non soggiunse altro; chè non ebbe cuore di pronunciare la parola.
A questo solo detto, la mente di Agnesina si scosse dal suo letargo; le idee ripigliarono un corso ordinato, sorvolando gli eventi. — In tutta la sua vita Agnesina aveva tenuto in gran conto l'amore della sua governante; operoso e vigile amore, che sapeva trovar sempre il mezzo per conciliare il dovere coll'indulgenza. Ma quanto pronto era il cuore di Canziana a compatire e a perdonare, altretanto il carattere docile e la naturale saviezza della fanciulla lasciavano fin qui inoperosa una sì buona disposizione. A mente scarica, come era Agnese nel seno della sua famiglia, non aveva mai chiesto al cuore di Canziana alcun conforto, come non le aveva mai affidato alcun secreto. — Ora le cose erano mutate d'assai. Quasi non bastasse la terribile sciagura del padre, la fanciulla aveva un'altra spina nel cuore; nè poteva farne tacere il rammarico, nè condannarne le insistenti memorie, poichè quelle due ferite avevano alcun che di comune fra loro; l'una doleva di consenso coll'altra.
Già prima d'ora le cadeva in mente d'aprirsi colla buona compagna. E il prometterlo e l'eseguirlo le parevano la più facile cosa del mondo. Ma all'istante di intonare il discorso, qualche nuovo ostacolo la consigliava a ritardar la confidenza ad altro momento — Tale dubiezza si presentava ad Agnesina come una tacita accusa; invano ella si sforzava di ripigliare la sua ordinaria sincerità; ad ogni istante le sembravano crescere le ragioni per contenerla.
Erano le cose a questo punto, quando il fortuito indirizzo di un dialogo la collocò rimpetto a Canziana in posizione sì nuova e compassionevole, da farla credere degna di tutta la sua indulgenza. Questa volta non le fu d'uopo d'invocare coraggio; n'ebbe più del bisogno. Le sue parole furono qualcosa meno di una franca confessione; qualcosa più di un vaniloquio involontario, provocato dalla febre, ma veritiero.
“Quale rumore è mai questo!„ — chiese Agnesina trasalendo ad una forte detonazione.
“Gesummaria! riprese l'altra, deve essere scoppiata la saetta; che Dio ne guardi.„ — E si strinse alle coltri, e fece il segno della croce.
“Una volta anch'io tremava dell'ira degli elementi.... Ora v'ha di peggio al mondo....„
“Figliuola mia, chi ha la coscienza netta come voi, non deve aver paura. Il Signore non vuol far male alle sue buone creature.„
“Canziana, tu parli da quella santa donna, che sei; ma o non mi comprendi, o per pietà di me non mi rispondi a tono — Solo alcuni giorni fa io era innamorata della vita, e tremava d'ogni nonnulla che la minacciasse. Ora il gran male, se Dio mi chiamasse.... Solo mi dorrebbe per te, mia buona amica....„
“Vergogna! alla vostra età... con ogni ben di Dio... Non vi fate sentir più a ripetere di tali spropositi; o ne andrò in collera.„
“No, hai troppo buon cuore per sentirti offesa di quanto ti ho detto — Se fossi padrona di scegliere tra il vivere con te o col mio povero padre, che mi consiglieresti tu di fare?„
“Di far la volontà di vostro padre, stando con me; — rispose francamente Canziana eludendo la dimanda con un bisticcio. — La gioventù non cura la vita: tocca a noi, che sappiamo cosa essa vale, a sconsigliare la colpevole noncuranza di questo dono del cielo. — Se la tempesta ha schiantato l'albero grosso, doppia ragione di tener custodito il rampollo che gli cresce vicino.„
“Dio mi perdonerà se non so apprezzare come si deve questo dono della vita. Comprendo che sono intolerante de' miei dolori, e che non so ricevere la sventura come una prova della predilezione del cielo. Io piango anche su me; perchè non so essere rassegnata: io dispero, o amica, di veder restaurato il culto de' miei domestici affetti. Imploro solo la forza per soffrire; imploro nuove lacrime da versare. — Quando era bambina tu m'hai insegnato che i felici del mondo ignorano quale sarà il dimani. Fatale privilegio degli sventurati! essi lo sanno. Sì; è facile che d'improviso la fortuna ne volga le spalle e cangi le gioje in pianto; è impossibile che ella ci ridoni d'un tratto co' suoi favori il perduto sorriso. — Dimani, diman l'altro, fra un mese od un anno, io sarò sempre l'orfana d'oggi; nessuna cosa al mondo avrà occupato il posto vuoto del mio cuore; nemmeno la potenza celeste mi renderà le carezze di mio padre, il conforto delle sue parole, la guida de' suoi consigli. — Tu già ti prepari a dirmi, che il tempo è rimedio a grandi mali. E che vuol dir questo? forse che il mio male cesserà d'essere grande per ciò? o non piuttosto che le mie forze cadranno esauste sotto il suo peso, e che le fonti delle lacrime saranno inaridite?„
“O Agnesina, proruppe la governante con un accento di angoscia inesprimibile, o figliuola mia, non parlare così. Quel che voi dite sarà vero, perchè l'avrete letto ne' libri; ma, credetelo in nome di Dio, che il vostro dolore è ancora più forte della vostra disgrazia. — Doletevi, piangete, pregate; ma non rinunciate alla speranza. — Io sono una povera donna; ma ho del cuore, e quello che esso mi detta mi pare giusto come le parole scritte nei libri. — O Agnesina, il cuore non dice a voi, come a me, che gli antichi affetti vivono ancora? piangete la morte di vostro padre, perchè non vi è dato di vederlo, di ascoltarlo; ma non sperate voi di sentirlo, o meglio non lo sentite voi già nel fondo dell'anima vostra, come più volte udiste la voce di quell'anima santa di vostra madre? non avete voi fede, o Agnesina? Ebbene: ogni volta che il cuore vi inspirerà una buona azione, voi avrete udita la parola di lui: ogni volta che la manderete a compimento, potrete dire d'aver seguito i suoi consigli. Se i nostri cari ci abbandonano morendo, noi possiamo seguirli colla fede e colla preghiera. V'ha dei santi, non è vero, che vegliano alla salute dell'anima nostra? chi ci ha amato tanto quaggiù, potrà obliarci nel seno di Dio?...„
Questi detti, pronunciati con un accento amorevole, produssero sull'animo di chi li ascoltava il desiderato effetto. Agnesina avrebbe voluto rispondere, ma la commozione le toglieva la parola; levò lo sguardo, e fissò la donna con occhio non fosco ed asciutto come poco prima; una lacrima le spuntava sul ciglio, e la fronte, senza far onta al giusto dolore, s'era alquanto rasserenata. — Canziana, con un trasporto di tenerezza materna, v'impresse un bacio; e, scorgendo che le sue parole erano state efficaci, pensò d'insistere nell'uso del rimedio, associando alla potenza de' suoi affetti, l'autorità dell'altrui dottrina. Interpretò il tacere della fanciulla come un invito a parlare; e si valse di esso per ripeterle un racconto, che aveva udito in altri tempi, e della cui sapienza aveva fatta la prova in simili occasioni.
“Avrò sempre in mente finchè vivo, ripigliò ella, le parole di Fra Paolozzo da Rimini. Quel santo, (ne avrete ben sentito a parlare anche voi?) che passava l'intera quaresima predicando, senza toccar cibo di sorta, e non nutrendosi che d'acqua e di orazioni[19].„
Agnesina fè cenno col capo di sapere di che si trattasse.
“Era il dì dei morti di non so quale anno; io aveva di recente perduto un fratello, al quale volli ogni ben mio; povero Arrigo, egli era una perla. Il caso o, per dir più giusto, la providenza, mi fece capitare in una moltitudine, che cogli occhi rivolti in su e colle labra spenzolate, tutta mesta e compunta, ascoltava la parola del Signore dispensata da Fra Paolozzo salito sul pulpito. — Quelle parole, che allora e poi nei molti travagli della vita furono la mia consolazione, s'attagliano mirabilmente al caso nostro. È una parabola sì chiara, che ognuno la comprende di volo. — Due prigionieri, diceva il frate con un linguaggio più acconcio del mio e avvalorato da testi latini che io non seppi ritenere a memoria, vivevano insieme in un carcere comune. La storia non dice perchè vi si trovassero, dice solo che un bel dì il principe, ricordandosi di quei due infelici, pensò di far grazia ad uno e lo fece porre tosto in libertà. Credereste? il prigioniero scarcerato abbandonò a malincuore le sue catene, dolendosi di lasciarvi il suo compagno. Figuratevi l'altro! — Costui, rimasto solo, sentì raddoppiarsi il peso de' suoi ceppi; la pena gli divenne d'improviso insopportabile; ei piangeva, piangeva giorno e notte, negando a sè ogni conforto ed ogni speranza. Ma la cosa non andò sempre ad un modo; in capo a pochi dì, lo sgraziato s'avvide, che il libero amico non lo aveva posto in oblío, e che la libertà di lui gli tornava assai più utile che la sua compagnia. Infatti per opera sua penetrarono nel carcere i mezzi di menar meno stentata la vita; ebbe per lui di che far schermo ai bisogni, e trarre conforto nella solitudine; finchè venne il dì, e quel dì non fu lontano, che per intercessione dell'amico si vide ridonato alla libertà, e franco da ogni pena. — Ora comprendete voi il significato di quest'esempio? La prigione è la vita umana; il prigioniero scarcerato è l'uomo che muore; quel che rimane e piange, è l'imagine del superstite. I conforti che gli vengono portati in carcere sono le sante ispirazioni e il patrocinio dei poveri morti; e la libertà acquistata per intercessione dell'amico è il dono del cielo di morire nel Signore.„
Per una povera donna come Canziana, che seguiva la corrente dei pregiudizii, e che non sempre era felice nel riconoscere la verità in mezzo al guazzabuglio di errori di quel vulgo e di quell'epoca, uno squarcio sì bene appropriato era una prova di fino accorgimento: molto più che ella non sapeva, come sappiam noi, che il male d'Agnesina non veniva tutto da una sola cagione. Ma siccome avviene talora, che un rimedio impropriamente applicato alla guarigione di male ignoto, pur giova all'infermo, mettendo in evidenza la causa secreta dei suoi dolori e la via più acconcia a calmarli; così quelle parole, benchè rispondessero imperfettamente ai bisogni d'Agnesina, destarono in lei, coll'antica fede, il coraggio tutto nuovo dì essere schietta, e le offrirono l'unico mezzo di riconoscere meglio il suo male e di applicarvi il vero ed efficace rimedio.
“Io dunque, proruppe Agnesina con uno slancio di devoto affetto, io pregherò il mio santo protettore, che m'ottenga il perdono del passato, e vegli su me per l'avvenire. Farò ciecamente quanto esso mi inspira; nulla mi sembrerà grave, quando mi venga consigliato da lui. In lui troverò i mezzi a raggiungere il più difficile intento.... E quando pure mi si chiedesse d'obliare.... ciò che ora vive ed arde nel mio cuore, io saprò farlo, se egli mi ajuta....„
“Voi parlate di perdono, chiese meravigliata Canziana, ma perdono di che?... Che mai avete voi a fervi perdonare?„
“M'amerai tu ancora e sempre?„ ripigliò Agnese con un accento, ancor più del solito, amorevole.
“Voi mi fate paura... Dubitate forse del mio affetto?„
“No, Canziana, no.... questo è impossibile.„
“Ma in nome di Dio...„
Uno scoppio di pianto aperse il cuore ed il labro di Agnesina ad una schietta rivelazione di tutto ciò che aveva nell'animo. E quanto ella era stata timida nel tentare la prima confidenza, altretanto divenne poi sicura e fiduciosa nel procedere in esse. Il suo cuore non avrebbe mai adottato una mezza misura. — O inghiottir tutta e tacere; o far partecipe di tutto l'amica e parlar schiettamente. Raccontò, come noi e meglio di noi, tutta la storia de' suoi affetti. Dall'istante in cui richiamò i sensi smarriti del conte e ne udì la prima volta la voce, scendendo mano mano a quello in cui ricevette il suo addio, tutto disse, tutto svelò con una purezza di linguaggio, ed un abbandono di cuore, che invano avremmo noi tentato d'infundere nelle nostre parole.
Canziana, nel disporsi ad ascoltarla, provò quel vago terrore, quella penosa incertezza, che risentiamo nell'aprire una lettera suggellata a lutto. L'alta stima che ella nutriva della mente e del cuore d'Agnesina era una valida ragione per consolarsi: ma quell'esordio l'aveva mal disposta. Teneva quindi dietro al racconto col desiderio d'essere presto alla fine, quasi fosse trascinata sur una via malsicura, dove ad ogni piè sospinto temesse agguati ed insidie. E intanto ascoltava; e ad ogni fatto riposto nel novero delle cose innocenti, metteva un respiro più libero. Così, fra il timore e l'incertezza, giunse alla fine, senza incontrarvi alcuno dei sospettati scioglimenti; e come prima aveva moderato le apprensioni, frenò poscia la contentezza; perocchè il mostrarsi troppo lieta del suo inganno era quanto dire: io pensava meno bene di te, figliuola mia.
Il male (se pure v'era male) non si palesava dunque dalla natura dei fatti per sè innocentissimi, ma dal modo di narrarli; poichè le parole d'Agnese tradivano la passione. Canziana il comprese; e nel mentre si rallegrò al veder ridotta in salvo la virtù della fanciulla, dovette deplorare la pace di lei conturbata, e quella consapevolezza del male, che è un primo e lieve offuscamento dell'innocenza. — Ma tenne anche questo pensiero dentro di sè; concludendo che male proprio non c'era; o che se ci fosse, abbondavano i mezzi per guarirlo. E l'unico sovrano rimedio anche per ciò doveva essere, secondo lei, il tempo.
“Comprendi ora la mia situazione, — ripigliò poco dopo Agnesina, — e mi compiangi. Colui che io amo e posso amare mi abbandona; rimane quegli che io debbo cancellar dal mio cuore. Non ho io ragione di pregar il Signore che mi faccia tener dietro a mio padre?„
Canziana ebbe il buon senso di non procedere con zelo soverchio nel suo officio di consolatrice, propinando alla desolata, malgrado suo, il balsamo indigesto delle frasi ordinarie, che si usano in simili occasioni. Il primo, il più gradito conforto che possiam dare a chi soffre, è l'assicurarlo che comprendiamo i suoi mali, e ci associamo a lui nel dolore. Solo quando l'animo è più riposato, riesce opportuno il dar mano a quei rimedj che lo rassodano nella toleranza, e gli crescono forza per lottare contro l'avversità. — Era notte avanzata, e le due donne discutevano ancora su tale argomento. La fanciulla provava un senso di dolore non scevro da qualche diletto. E quel diletto, diciamolo, non nasceva soltanto dallo spontaneo obedire all'impero del cuore, i cui sentimenti per una forza espansiva loro propria cercano l'equilibrio nei cuori omogenei, ma veniva cresciuto dalla necessità di ripetere un nome caro, e di richiamare su di esso il rispetto e l'amore della compagna. Questa, nel concederle tale sfogo, aveva di mira di procurarle un sensibile alleviamento; e più ancora di accaparrare per sè e per l'avvenire l'intera sua fiducia.
La buona donna non rassomigliava a coloro che, nello scorrere un libro, succhiano la sapienza da quel foglio soltanto, che hanno dinanzi agli occhi. Canziana tornava indietro sovente nel leggere quel libro che si chiama la vita; ed evocava la sua stessa gioventù, per ricordarne i piccoli travagli, e con essi le gradite consolazioni delle amiche, e sopratutto l'indulgente pietà della madre. — Nell'amare Agnesina, ella non rinunciava al vanto di meritare questo nome dolcissimo.
Se a tener viva la discussione non fosse bastata l'indole del soggetto, v'avrebbe contribuito l'opportunità del momento. L'intemperie, ben lungi dall'essere sedata dopo uno sfogo di molte ore, pareva ripigliare con maggior impeto. E ad ingannare l'insonnia e lo spavento cagionati dalla terribile armonia della bufera, nulla era più conveniente alle donne, che lo star vicine vegliando e conversando. — Era poco lontana la mezzanotte, quando in un istante di silenzio, parve ad Agnesina udir battere al portone del castello.
“Che è?„ — disse ella, stringendosi nelle spalle con un moto di sorpresa, e stendendo in avanti la destra per invitare la compagna a stare in ascolto.
Pochi minuti dopo si fece udire un raddoppiamento di percosse forti e concitate; alle quali risposero i mastini di guardia.
“Chi può essere?„ — sclamarono all'unisono le due donne dando al sùbito terrore la forma di una oziosa interrogazione. Ognuna ricordava la visita fatale di tre notti addietro.
“A quest'ora, e col tempo che fa!...„ — soggiungeva Canziana, facendo una pausa assai significativa: e stava in attenzione per indovinare che avvenisse, ma il ripigliar del vento eludeva ogni ascolto.... “Scommetterei, ripigliava essa, che il portinaio preso dal sonno non avrà udito, e che appena desto sarà più sollecito ad aprire che a domandar chi è. — Che Dio ne guardi.„
In quella penosa aspettativa surse fra le interlocutrici una gara di ragionamenti per rinfrancarsi a vicenda. L'una tentava di combattere i timori dell'altra, provando non già chi potesse essere il misterioso ospite, ma chi per certo non era. Un famiglio? no: un viandante? si sarebbe indirizzato all'ospizio dei pellegrini... Neppure un uomo a cattive intenzioni, poichè non avrebbe posto l'allarme in tutto il castello colle sue chiamate. Quanto a ciò, le ragioni erano buone, ma non sufficenti a calmare del tutto le apprensioni! — “le intenzioni di malvagi, pensava Canziana, sono torbide ed incommensurabili come l'acqua di una pozzánghera.„
“Zitto, — sclamò sommessamente la donzella accompagnando la parola col gesto; — non m'inganno; non odi tu lo strepito leggero di una pedata che monta i gradini della scala interna?„
Canziana faceva cenno di sì; ma forse non udiva altro che il martellare del suo cuore. — E in quella sospensione d'animo, che si propaga fra i timidi e può diventare un delirio come il coraggio, si avvicinava alle coltri della fanciulla, e vi si stringeva; poi cercata una mano di lei, serrandola nelle sue fortemente, pareva volesse dimandare e promettere soccorso.
Ma quando l'incognito penetrò nella camera vicina, ogni sospetto dileguò. Il rumore di quei passi era noto; noto il bussare alla porta, amica la voce che chiedeva il permesso d'entrare.
La donna del portinajo, mentre questi proverbiava l'arrivato tassandolo d'importuno con un brontolare sottovoce, aveva l'incarico di salire alle stanze di madonna, e di riferirle che una persona venuta da Milano mostrava gran premura di parlare a lei, il più presto possibile, di cose d'alta importanza.
Canziana, come è ben naturale, rispose non essere quello nè momento, nè modo di fare ambasciate; chiunque ei fosse, attendesse.
Tale risposta era preveduta, poichè l'intermediaria l'interruppe soggiungendo: “abbiamo parlato dello stesso tenore anche noi; ma l'incognito, che a mio giudizio benchè burbero ha la ciera di un dabben'uomo, prese la parola per dirci: che quando madonna saprà di che si tratta, stimerà essa pure che per riferire di tali cose non si vada negli scrupoli sull'ora e sul commodo di chi deve ascoltare. — Chi ha tempo non aspetti tempo, e chi vuol star meglio pigli i passi innanzi. — Io m'incamminava per riferire tutto ciò, quand'egli mi fece tornare indietro per aggiungermi: che egli non avrebbe incommodato madonna, se altra persona venisse da lei incaricata d'ascoltarlo in sua vece. — Quando fosse certo che le sue parole erano arrivate all'orecchio della figlia di messer Maffiolo, egli si sentirebbe la coscienza scarica, e non avrebbe altro a chiedere.„
“Ma perchè non disse tutto a voi a dirittura? — dimandò Canziana?
“Perchè, rispose la donzella, ei s'aprirà meglio con te. Va sùbito, ascoltalo; e corri poscia a riferirmi che hai inteso. Il cuore mi dice che la previdenza non ci abbandonerà.„
Canziana non si fece dire due volte d'andare. — L'invito di un incognito le era sembrato un comando odioso; il comando d'Agnesina le parve una affettuosa preghiera: ella volò tosto ad esaudirla. Ma giunta al luogo del ritrovo, appena ebbe fissato l'incognito, lo riconobbe per un antico cliente della casa, un protetto di Maffiolo, un di quei pochi che le avevano giovato nella sua corsa recente a Milano. — S'affrettò quindi a porre un termine alle importune sofisticherie del portinajo, salutando cortesemente l'arrivato, e invitandolo ad entrare in un salotto terreno; dove, per essere sola, spedì il portinajo, divenuto più mansueto ma non meno curioso, a cercar legna onde accendere un buon fuoco, ed a provedere checchè si trovasse per una pronta refezione.
Rimasti soli e postisi entrambi a sedere, Canziana gli volse la parola: “Che abbiam di nuovo, Ginotto?„ — Costui girò lo sguardo intorno, quasi temesse d'essere spiato; poi con quella voce sommessa, che è il veicolo dei secreti importanti: — “Dite a madonna, rispose, che prima dell'albeggiare faccia in modo d'essere fuori da questo castello, e lontana da Campomorto quanto è possibile.„
“Perchè?„ — chiese l'altra con spavento,
“Dite a madonna che non metta tempo di mezzo.„
“Ma in nome di Dio, che mistero è questo?„
“Ho fiutato l'aria che spira dai covi della Rocchetta. La cella di messer Maffiolo è vuota; e il signor Barnabò vuol rifarsi dell'ospite fuggiasco. Egli annasa da lontano, il sapete.„
“Ma qui non siamo vassalli del signor di Milano.„
Il popolano sorrise con amarezza, e — “dove sono i confini, ripigliò, dove i soldati e i giudici del Conte di Virtù? È forse la prima volta che il Visconti di Milano comanda in casa del Visconti di Pavia? Colui mena colpi a dritta e a manca, poi dice: il Papa ve li levi da dosso se può. Fa debito coi vicini, li confessa, e li salda a suo modo. Per carità, non mi fate dir altro. Qui non siamo a Milano, ma gli artigli di Barnabò arrivano fin qui, ed oltre, se ei li spiega e li arrota.„
“Voi mi mettete i brividi. E che dobbiam fare dunque?„
“Ve lo dissi. Svignare a tutte gambe, senza dir motto, e tosto.„
“E dove?„
“Dove meglio v'aggrada; purchè nemmen l'aria lo sappia.„
“Ma alla fin fine, che male si oserebbe fare a madonna? Quali sono le sue colpe, i suoi torti?„
“Che Dio vi perdoni la vostra caparbietà. — Ahi, tristo assunto il drizzar le gambe ai cani! Dovrei dirvi: restate e vedrete; ma non ho cuore d'esporvi a subire una lezione troppo severa. Voi dovreste sapere come vanno queste bisogna. — Il signor Barnabò, voi dite, è troppo alto birbone per spendere le sue forze in queste inezie; lo credo anch'io. Ma quando è in vena di far caccia, lascia scapricciare i segugi anche sur un carcame di leprattino, onde apprendano il mestiere. — Egli avrà detto a' suoi sgherri: Campomorto è roba di rubello, fatene quel che v'aggrada, ve lo do a còttimo. — Lasciate la roba a costoro; ma voi fuggite, perchè, se trovassero qui madonna, andrebbero superbi di presentarla al loro padrone, come il pellegrino, che vien da terra santa, una reliquia.„
“Santo Iddio! ripigliò Canziana, quel che mi dite è pur troppo assai probabile. Se vi ho messo avanti qualche difficoltà, non è che dubiti delle vostre parole; è che, per togliere madonna dal letto ove giace indisposta, e metterla sur una via nel fitto della notte e con un tempo sì indiavolato, ci vuole una ragione forte. Questo che voi mi dite lo è fatalmente; lo è, e dà il tratto alla bilancia. Andrò dunque da lei, e le racconterò il tutto. Poveretta!... intanto voi asciugatevi, e pigliate qualche ristoro. — Dio vi ha bene ispirato, ch'egli vi rimuneri della vostra buona azione.„ — Ed avviandosi a fare la dolorosa ambasciata, ripeteva fra sè “oh Signore Iddio che mare di disgrazie! quanti accoramenti! O vergine santa, ajutateci voi...„ e framezzava le invocazioni coi sospiri.