CAPITOLO OTTAVO

LIV.

Quella notizia così inattesa e così grave aveva provocato in Canziana una certa tendenza all'incredulità, che parebbe attestare coraggio: ma in fatto non era essa che l'istinto di mercanteggiare colla ragione qualche appiglio ad illudersi, onde acquetare gli spiriti e provedere. Le cose poi erano condotte a tal punto, che, se anche una più autorevole persona fosse venuta a distrugger le dolorose impressioni di quella notizia, narrandone altre d'indole opposta e più autentiche, ella non avrebbe mai sconsigliato Agnesina dal pigliare il partito sicuro. Restava a porre in discussione la scelta del luogo; ed è appunto questo, che impegnò il più vivo discorso fra le due donne.

Agnesina, all'udire quanto le veniva imposto, sclamò piangendo: — “Mi si vuol togliere anche il conforto di vivere nella casa de' miei maggiori; ebbene, me ne andrò; almen dopo non si avrà più nulla a dimandare a questa sgraziata famiglia.„

“Coraggio, madonna, coraggio, le diceva Canziana che non ne aveva punto. Obediamo all'avviso, e partiamo.„

“Ma dove, e quando?„

“Il quando lo so; perchè mi fu detto. — Partiam tosto.„

“A quest'ora, con nessun'altra guida che quella dei lampi; colle strade quasi impraticabili, con una notte, in cui l'ira del cielo pare scatenata su noi!„

Canziana accompagnava queste parole con un chinar del capo, che voleva dire approvazione; ma ad un tempo si stringeva le spalle con un altr'atto ancora più significativo, che valeva quanto il proverbio: bisogna fare di necessità virtù.

“Tu mi fai coraggio a partire; ebbene si parta — disse risolutamente Agnesina balzando dal letto, ed abbigliandosi. — Sarà quel che Dio vuole, affidiamoci a lui.„

“Rimane a decidere un'altra cosa: dove andrem noi?„ chiese la compagna.

Alla fanciulla venne in mente Pavia; e si arrestò sulla sua idea con qualche compiacenza. Ma non osò tradurla in parole; sperando forse che Canziana potesse da sè e spontaneamente far cadere la scelta sullo stesso luogo. Questa taceva e meditava e, per verità, fra le sue proposte, Pavia sarebbe stata indubiamente l'ultima.

“Più lungi da Milano che sia possibile„, prese a dire Agnesina, volendo indurre la compagna a proporle quanto essa avrebbe preferito.

“Sì, per certo; onde non correr rischio d'incontrare la masnada. — Vengono essi dalla Pieve; noi li precederemo a Pontelungo.„

“Io non ho parenti o conoscenze da queste parti, e poi se ne avessi.... dar loro degli impicci, e trarli nella corrente delle mie disgrazie: me ne guarderei bene.„ — E in dir ciò la povera fanciulla aveva ancora il suo secondo fine: chè, a forza d'esclusioni, pensava di trarre la consigliera nel suo avviso. Ma Canziana era o pareva essere di una ingenuità incorreggibile; perchè pensava sul serio al ripiego, e non aveva pel capo altro cruccio che quello d'arrivare a mettere la sua padrona in salvo da' pericoli di qualunque genere.

Agnesina era fanciulla a forti passioni, a volontà deliberata, a fermi propositi; accarezzando il progetto che la ravvicinava al Conte di Virtù, non faceva che obedire ad un moto imperioso del cuore: ma essa non era meno docile agli avvisi altrui, e facile a dubitare di sè stessa. Impiegò pertanto ogni astuzia feminile, onde mettere innanzi agli occhi di chi la consigliava ciò che ella avrebbe bramato di sentirsi proporre; ma non volle dir tanto, che altri potesse indovinare il suo secreto; anzi, malcontenta d'aver troppo osato, preferì di rimettersi per intero ai consigli di Canziana, fidando interamente nell'affetto e nella consumata esperienza della buona donna.

Forse Canziana indovinò tutto; ed ebbe il gentile pensiero di tener lontana ogni discussione, onde non spingere la fanciulla a dir ciò che ella poi avrebbe dovuto combattere. — Non permise quindi che Agnesina errasse più a lungo nell'incertezza; e, posto in campo un ripiego, lo sottomise alla decisione della fanciulla, colla schietta serenità di chi fa una scoperta, più unica che bella.

“Oh to'! una felice idea, — sclamò ella, percuotendosi leggermente la fronte, da cui stava per uscire una bella trovata. — A due miglia più abbasso da Campomorto, prima d'arrivare a Vallombrosa, non conoscete voi il casolare di Farinello il mugnajo?„

“Sì„ — disse meravigliata Agnesina, fingendo non comprendere a che mirasse l'interrogazione.

“Quella stamberga è fuor di tiro d'ogni curioso.„

“È certo — ripigliò l'altra forzandosi a trovar bello un progetto che distruggeva di colpo il suo. — È forse là, che tu pensi di condurmi?

“Mi pare impossibile, all'ora in cui parliamo e al tempo che fa, trovar di meglio. Quel casolare, chiuso fra due rami dell'Olona, è fuor di strada: chi diamine oserà dubitare che in esso stia rinchiusa la castellana di Campomorto?„

“Hai ragione; non è possibile trovare un luogo più opportuno e più sicuro di questo.„

“V'arriviamo in meno di un'ora: sapete?„

“Lo credi tu?... tanto meglio.„

“Di là potremo, quando ne aggrada, spedire gente a vedere che avviene a Campomorto; e staremo sulle guardie.„

“È vero.„

“Un altro vantaggio..... Non avremo a dir grazie a nessuno....„

“Perchè tutto sarà generosamente pagato, aggiunse la donzella.„

“Troppo giusto. Ma nell'additarvi l'abitazione di un poverello, non ho scelto a casaccio. È bene che lo sappiate. Il vecchio mugnajo è una nostra conoscenza fin da prima che voi veniste al mondo. Vedrete che buona cera ei farà alla figlia di messer Maffiolo, di santa memoria; perchè, se il dabben uomo macina pane pei suoi figli, gli è pel merito del vostro genitore, che Dio abbia con sè. Senza lui, Farinello sarebbe morto di fame, sapete. Vi conterò tutto durante il tragitto; intanto non più indugi. Fatevi coraggio, madonna; vo a dire a Gianni che appresti la lettiga a due, e torno subito.„

Canziana garriva contro voglia; come suol cantare il fanciullo quando è al bujo, ed ha paura. Per ingannare Agnesina, avrebbe voluto cominciar dal trarre in inganno sè stessa. Faceva la disinvolta perchè quella scossa riescisse meno aspra alla sua diletta. Ma come poteva infundere ad altri la calma, che non aveva per sè? Non appena infatti escì da quella stanza, tornò di nuovo la creatura dubiosa e sgomentita di prima; e non fece mistero alla gente di casa, come quella facenda le pesasse sull'animo.

Le strettezze del tempo, l'ansia e l'urgenza del momento, contribuirono a restaurare quanto bastava le forze di Agnesina. — Completamente abbigliata, come richiedeva quel tragitto, avvicinossi un istante alla finestra e tentò di far capolino per giudicare del tempo. Un colpo furioso di vento diede un crollo spaventevole alle imposte, ed una spruzzaglia d'acqua le flagellò il viso con tale impeto, che per poco non ne fu gittata a terra. In quel mentre, al chiarore prolungato di un lampo vide Canziana, che faceva crocchio coi famigli, e probabilmente dava loro degli ordini. Comprese dai gesti, che tutti gli abitanti del castello erano commossi da quelle notizie: vide che la lettiga era già collocata sotto il vestibolo dell'uscita; e che un servo s'affrettava ad allestirla.

Agnesina, ritirandosi dalla finestra poichè tutto era rientrato nel bujo, pensò far tesoro di quel poco tempo per raccogliere quanto possedeva di più prezioso, onde sottrarlo alla profanazione degli invasori. — Enumerò nella mente quali oggetti avrebbe potuto portar via con sè, quali altri conveniva nascondere o consegnare in deposito a persona discreta e fuor del castello. Pose tra le prime lo scrignetto degli ornamenti feminili, prezioso pel valore degli ori e delle gemme che conteneva, e più ancora per le care memorie che v'erano raccomandate. Spettavano quei giojelli a sua madre; e le ricordavano le parole di Maffiolo che, dipingendo le splendide corti d'Azzone e di Luchino, soleva rammentarle i trionfi della pudica bellezza della sua sposa, le gare gelose e le invidiuzze delle rivali. E in portar l'occhio a quel tesoretto le tornava sempre alla mente l'atto cortese, con che suo padre lo ripose nelle sue mani, dicendo: “òrnati, o fanciulla, di queste gemme, condannate sempre ad essere meno belle di chi le porta.„

Unitamente ai monili, alle collane e ad altri vezzi, riponeva alcune carte, cui ella dava un valore ancor più grande. Erano lettere di sua madre, canzoni da lei copiate e postillate sul margine, fiori diseccati, farfalle, miniature e nastrini; inezie, insomma, già guaste dal tempo, ma preziose sempre per le vive memorie, che ridestavano. — Solo esitò un momento se dovesse riporre fra quelle sacre reliquie un rotoletto di pergamena che, dalla freschezza del colore e dalla consistenza, appariva essere cosa recente. Dubitava Agnesina, e perchè? Quel foglio conteneva alcuni versi del Petrarca squisitamente, se non correttamente, copiati dal Conte di Virtù negli ozj della sua convalescenza, e da lui dimenticati (dimenticati?) nelle sue stanze prima di partire. Era quel ben noto sonetto del canzoniere di messer Francesco che comincia così — “pace non trovo ecc.„ — e del quale il conte aveva trascelto le due seguenti terzine, perchè s'attagliavano perfettamente al caso suo:

“Veggio senz'occhi, e non ho lingua e grido,

E bramo di perir, e chieggio aíta,

Ed ho in odio me stesso, ed amo altrui.

Pascomi di dolor, piangendo rido;

Egualmente mi spiace e morte e vita,

In questo stato son, Donna, per vui.„

Tale scritto era stato trovato, come si è detto, sullo stipo del conte; e chi l'aveva scoperto, non sapendo leggere, lo rimise nelle mani di Agnesina. Questa con appassionata indulgenza accolse di buon grado la dichiarazione pel modo onesto con cui le veniva fatta; e ripose quei versi tra gli altri ricordi, giustificando il privilegio, col dire che anche quello era per lei ricordo di persona morta.

Accorreva finalmente Canziana a questa bisogna; e, persuasa pure della necessità di sottrarre ogni cosa preziosa all'avidità dei saccheggiatori, raccoglieva nel mezzo della camera quanto giudicava più meritevole di essere riguardato. Ma la sua scelta, come è naturale, era fondata sur un diverso calcolo; secondo lei avrebbesi dovuto portar via tutte le suppellettili, anzi tutto il castello, perchè non trovava briciolo che meritasse d'essere abbandonato alle mani sacrileghe degli uccisori di Maffiolo.

LV.

Tutto era in ordine: bisognava partire. Le due donne discesero per una scala secreta, avendo cura di non far rumore; giacchè la dolorosa partenza era nota soltanto alle persone strettamente necessarie a mandarla ad effetto. I lettighieri attendevano coperti e incappucciati da grosse carpite per difendersi dalla pioggia. Un ciuffetto di paglia proteggeva la testa dei muli, ed una falda di ciperoidi il tetto della lettiga. L'interno di questa riboccava di fardelletti, di balle, di involti a varia forma e misura; tanto che pareva non capirvi più nulla. Pure, Agnesina trovò modo di collocarvisi alla meglio. L'altra stette nè seduta nè in piedi, ma non accusò disagio; chè, più del fastidio di sentirsi affogare fra tante robe, provava il rodimento per quelle lasciate addietro.

Quando la lettiga esci dal castello, l'uragano, ben lungi dall'essere sedato, parve ripigliare con maggior forza. Le tenebre, scarsamente diradate sul passo dai lampioni dei lettighieri, erano a quando a quando bruscamente rimosse dal subitaneo splendore dei lampi. Un rumore vario, prolungato, composto di molti suoni, sembrava un'artistica trovata per tradurre in un armonia lamentevole le convulsioni della natura. Sul muto e monotono scrosciar della pioggia degradavano, in una scala di toni varii e mestamente modulati, i fischii del vento, ora alti ed assordanti, ora cupi e prolungati, secondo che i buffi radevano il piano, o s'imprigionavano nelle fratte, o erravano in mezzo agli alti fusti delle selve. Serviva di ripieno allo spaventevole concento lo scoppiar dei tuoni, quando subitanei e fragorosi, quando lungamente trascinati come un urlo lontano ripetuto più volte dall'eco.

Ciò che l'occhio non giungeva ad iscorgere, veniva dimostrato in modo più evidente dagli stessi disagi del cammino. La strada percorsa dai nostri fuggiaschi erasi a rigor di parola cangiata in un letto di torrente. Al passo ineguale ed interrotto dei muli, al suono delle pedate che sguazzavano nella mota, all'improviso arrestarsi, quasi che venisse meno la lena delle bestie, ai sussulti che dai bruschi movimenti di queste si propagavano alla lettiga, era facile l'indovinare in quale stato fosse ridotta. Ad ogni tratto era prudente il far alto, per scandagliare il terreno, e scegliere il sentiero meno pericoloso: altra volta l'arrestarsi era necessità, per lasciare pigliar fiato ai muli. A rimetterli poscia in cammino la voce consueta dei lettighieri era vana; ci volevano minacce, grida e flagellature. Spesso i lettighieri erano costretti a salire in groppa, onde attraversare un rigagnolo; e alcuna volta il fondo della lettiga pescò tanto nella fanghiglia, che i piedi delle viaggiatrici ne furono imbrattati.

Agnesina non era impaurita, ma commossa: un brivido le correva per le membra, e le faceva battere i denti. Canziana, meno sensibile ai disagi, era in vece in preda ad un deciso terrore. Solo le avanzava quanta lena bastasse per recitare delle orazioni, e per smuovere alla meglio gli oggetti sul fondo della lettiga, onde sottrarli al contatto del pattume.

Il tragitto durò il doppio del tempo preveduto. Per buona sorte, i conduttori e le bestie non smarrirono la via, e, quando fu necessario abbandonarla e deviare sui campi per evitare qualche difficoltà, seppero rimettervisi tosto.

Presso la meta, la strada era attraversata da quel ramo dell'Olona che, come si è detto, formava del podere di Farinello un'isoletta. Un ponte di legno, costrutto come poteva e sapeva fare il nostro mugnajo, apriva le comunicazioni tra il mulino e la strada di Campomorto.

Quella costruzione, la più semplice e meschina che mai si fosse veduta in simil genere, consisteva in una grama impalcatura gittata a cavallo del rivo e sostenuta nel mezzo da un rozzo congegno di spranghe e pontoni. — Questo povero lavoro del nostro povero artefice aveva però il carattere delle cose di gran lusso. Farinello mutava più spesso di ponte che non di scarpe o cappuccio; ad ogni piena del fiume, cavalletti, spranghe e pontoni calavano nella corrente; ed era grazia s'ei giungeva a ripescare il materiale travolto qualche miglio lontano. Tale disastro s'era verificato anche questa volta; i lettighieri, o meglio le bestie, se ne avvidero in tempo, e s'arrestarono sulla riva. — Dopo aver tentato invano di farsi udir dal mugnajo, assordato dal rumore dell'uragano e dalla cataratta della gora, i conduttori dovettero staccare un mulo; ed uno di essi, attraversato sulla groppa il ruscello, corse alla porta del mulino a cercare soccorso.

Farinello era troppo povero per chiedere due volte “chi è„ a chiunque picchiasse alla sua porta. La miseria era il suo scudo contro ogni mal volere di briganti o di ladri; la mansuetudine del suo carattere lo faceva star d'amore e d'accordo con tutto il genere umano. Egli, che avrebbe aperto ad uno sconosciuto ancorchè gli chiedesse ciò ch'ei non possedeva, qualcosa non doveva fare se il chiedente era la figlia del suo benefattore, e la cosa richiesta stava in sua mano?

L'avvicinarsi del lettighiere alla porta del casolare era stato annunciato dal piccolo cane, sentinella avanzata dell'isola; ma, in quella notte burrascosa, la povera bestia, costretta a vegliare dal canile, non aveva mai concesso un minuto di riposo alle sue fauci; il perchè, quei suoi latrati, anche quando non erano lo sfogo d'un vano malumore, furono accolti presso a poco come una bella e buona verità detta da un ciarliero. Fu la mugnaja che distinse i passi d'un uomo, ed invitò il marito a stare in attenzione. Questi udì, comprese, balzò dal letto, e pose il capo fuori di un finestruolo per vedere o almanco per ascoltar meglio che fosse. Non lasciò tempo al lettighiero di compire la relazione, che già era corso al giaciglio di un suo garzone, per risvegliarlo e condurlo seco all'opera. — Intanto, conoscendo all'ingrosso di che era questione, rifrugava nella mente come potrebbe più presto e meglio trarre in salvo i fuggiaschi. Abbandonò il pensiero di far passare la lettiga e le viaggiatrici dal luogo ov'era il ponte, dubitando che le sue ruine ingombrassero il guado, e che il guado dopo quel diluvio si fosse cangiato in un gorgo. Corse quindi alla parte più nascosta dell'isola, dove in un piccolo stagno cinto di palafitte era custodito un burchiello, lo staccò e, manovrando colla maestría di un pilota locatiere, lo guidò alla riva ov'era atteso dai viaggiatori. Traghettò prima le due donne, poi ad uno ad uno i muli col conduttore; infine la lettiga con quanto era in essa rinchiuso.

Condotte a tetto le due ospiti, chiamò la sua compagna, e le disse: “Ve li consegno a voi, Nena, questi buoni signori: mandate quel disutilaccio del garzone a prender una bracciata di legna per accendere un buon fuoco: io intanto scenderò a legare il burchiello, onde non vada giù per la gora, o sulla riva d'altri; chè in questi frangenti il tutto è di tutti.„ — E se ne andava.

Sembrava che il cielo si fosse mosso a compassione delle nostre fuggitive, perchè, durante il loro tragitto nell'isola, la pioggia erasi alquanto calmata. Farinello, a conferma de' suoi sospetti, udì da un lettighiero che madonna Agnese non partiva da Campomorto, ma che era costretta a fuggirne, per scampare alle ribalderie di un potente. V'era più di quanto abbisognava per renderlo zelante, discreto, operosissimo. Non chiese altro; fece ingoiare alla sua donna quante inchieste curiose ella sentivasi il prurito di fare su questo proposito; e s'adoprò a tutt'uomo per aumentare il credito della sua riputazione: lieto di rendere un po' di bene, a chi ne aveva fatto tanto a lui, ed inorgoglito non poco dal vedere che anche la sua catapecchia valesse in certe occasioni quanto e meglio che un castello agguerrito.

LVI.

Il casolare del mugnajo era... ma che vale descrivere un ridotto della più squallida povertà? Il superfluo, gli agi, gli ornamenti variano secondo le epoche ed i luoghi; la miseria, la nuda e pretta miseria è sempre eguale a sè medesima; essa rassomiglia allo scheletro umano che, in ogni epoca del mondo e presso ogni razza, ha all'incirca un sol tipo. Anche oggi, mentre la crescente civiltà chiama necessarie tante cose vane, se ci avviene d'entrare nelle abitazioni, dove vivono ammucchiate le famiglie dei contadini, vi riscontriamo spesso tale e tanto squallore, che ne pare impossibile il trovar di peggio. Nel mettervi il piede ci facciamo meraviglia al vedere come quelle mura fesse, sgretolate, fuor d'a piombo possano reggersi in piedi. E, dopo la meraviglia, proviamo una stretta di compassione, pensando, che una famiglia non condannata, ma libera, che non vende sè stessa, ma loca l'opera sua liberamente in forza di un patto, vegeta in quel covo, e ne paga una pigione. Quante volte nel visitare quelle camere uliginose, buje, mal sicure, abbiam dovuto dire: i carcerati stanno meglio di questa buona gente! E come spesso l'infermo trova nei publici ricoveri, dove pure la più stretta economia è la prima legge, tanta copia d'agi, da rendergli meno cara ed invidiata quella sanità, che per lui è sinonimo di durezze e di stenti!

Senza fare appello a sentimenti di giustizia e di umanità, che con tuono severo reclamano provedimenti per questa classe di operai tanto benemerita della società, mi pare che il nostro interesse, quando spinga le sue viste oltre il profitto giornaliero e minuto, dovrebbe guidarci a generosa conclusione. — L'artefice ha cura dei suoi stromenti, l'industriale tiene in assetto le sue macchine, l'affittajuolo nutre ed alberga convenientemente la sua mandra. E perchè non si avrà la stessa cura di quello strumento, di quella macchina, di quella creatura che si chiama uomo? non è egli vero che se ne otterrebbero braccia più robuste, forze più perseveranti, intelligenze più svegliate?

Ma, a proposito d'intelligenza, l'educazione del povero mette a taluno il batticuore, come al vedere una fiammella vicina al pagliajo. E perchè? Tutto sta in non arrestarsi a mezzo del cómpito: non bisogna spegnere la face finchè non si è giunto ad una meta onesta. Avete a fare con gente miope, e che dà in uno scapuccio ad ogni piè sospinto? Ebbene, invece di condurli per mano, ad uno ad uno, come ciechi, rischiarate alquanto la via, e ognuno si guiderà da sè. Quel lume gli mostrerà i diritti e, in riscontro ai diritti, i doveri che spettano ad ogni individuo; vedrà per esso che l'operar bene non è soltanto un merito quando si guardi in su, ma è profitto pronto, giornaliero, materiale. Amerà la fatica, prima perchè onesta, poi perchè produttiva. Non proverà infine quel rodimento continuo che lo sprona a levarsi al disopra della propria condizione, perchè questa non gli sembrerà più nè grave, nè spregevole, quand'è onorata.

In quanto al primo richiamo, per verità, bisogna confessare che, in alcuna parte delle nostre campagne, gli squallidi abituri dei contadini furono già cangiate in belle e salubri cascine. La cosa procede lentamente in ragione dei bisogni; ma procede. — Non insuperbiscano però gli amici dell'umanità nell'idea che tale miglioramento sia una conquista delle loro dottrine. Essi sanno bene, che il flebile umanitarismo è presso alcuni tolto in sospetto; e che quella antica carità, che ci fa chiamare tutti fratelli, è per essi una bella cosa finchè non giunge a disturbar loro le beate noje. Non parliam dunque di fratelli a costoro; l'uomo per essi stia sempre in seconda linea. — Alla fine, quando avranno proveduto alla mandra, ed al bombice, qualcosa per forza si dovrà fare anche per lui....!

LVII.

Non inviterò dunque il lettore a gittare uno sguardo alla catapecchia di Farinello, quando gli avessi a mostrare soltanto un tipo di miseria vuoto d'ogni decoro. Ma quelle cadenti muraglie, cui s'attaccano ora le sorti di Agnese, non possono, a mio avviso, essere del tutto indifferenti a coloro che hanno preso a benvolere la nostra eroina. D'altronde, la miseria la più squallida, appunto perchè tale, offre talvolta all'arte quelle attrattive, che le cose nuove e sfoggiate non hanno. — Il casolare, di cui è parola, era, come il pastrano del mendico, un ricucimento di più e più cose, di vario gusto e d'epoca diversa, accozzate ed eguagliate dalla comune ruina. Se esistesse ancora al dì d'oggi, il paesista, che preferisce le scene vere alle finzioni degli idillj e delle arcadie, l'avrebbe copiato e ricopiato, chi sa quante volte, e da tutti i punti e in tutte le fasi della luce e della stagione.

Esso era collocato sur un piano leggermente declive e affatto inculto, qua e là rinverdito da cespi di cárici e di triboli aquatici. Il suo lato posteriore andava a tuffarsi nell'Olona; la fronte guardava sulla spianata; e i fianchi giacevano in un terreno molle e fangoso, mascherato da ceppate d'erbe selvatiche. Dapertutto il suolo dell'isola offriva tracce della sua natura aquitrinosa. Le recenti alluvioni vi erano attestate da strisce di fina arena e di ciottoli grigi; le antiche dai prodotti palustri e dalla muffa che coloriva di un verde melanconico ogni cosa fissa.

Il casolare, comunque meschinissimo, poteva dirsi l'aggregato di due distinte costruzioni, l'una murata di mattoni e di loto, l'altra di legno: vera baracca quest'ultima, provisoria da un secolo, legata al resto dell'edificio pei travicelli della gronda e protetta dalla comune ala del tetto. Questo ballatojo coperto sporgeva sopra la macina, sostenuta da due magri piloni e da un impalcatura sconnessa, che era ad un tempo la soffitta del mulino e il pavimento della camera di Farinello.

L'insieme del fabricato rappresentava la storia delle ingiurie di un secolo: ma la grande varietà di oltraggi era velata da quella tinta indefinita di vecchiume, che è la tenerezza dei pennelli alla moda. — Guardato da lungi, sembrava esso ravvolto in una rete di screpolature artificiosamente intrecciate; da vicino, dove poteva esservi attrito di oggetti o lavoro delle acque, vedevasi a nudo il mattone arso. L'arco superiore delle finestre era invaso da una tinta bruna e trasparente sparsa dalla colonna di fumo, che esciva costantemente dalle aperture, ogni volta s'accendesse fuoco nella casa; ed al disotto del davanzale un lavacro di tinta bianca segnava il rigo dell'acqua, fissandovi la polvere volatile del mulino.

Delle finestre era varia la forma come la grandezza. L'una alta e stretta rassomigliava ad una feritoja; l'altra ampia e squarciata col parapetto a cornice e lo stipite fregiato di membra ed ornatini in terra cotta, pareva avere appartenuto a meno umile edificio. S'aprivano poi, fuor d'ogni legge, alcuni fori, dove il muro sconnesso aveva reso più facile l'improvisare un finestrino.

Il tetto, coperto di paglia e a doppio pendío, soverchiava coll'ampie tese le mura sottoposte. Esso, e tutta la parte dell'edificio costrutta in legno, aveva quel colore indeciso, che sta fra il verde e il turchino, o meglio che è un misto dell'uno e dell'altro; e che i pittori, con voce assai significativa, chiamano tinta neutra.

L'interno mostravasi in perfetto accordo coll'aspetto esteriore. Passata la soglia, che era una vecchia pietra da macina fuor d'uso, si discendeva per due scaglioni sul suolo umido e bruno di un camerotto, vasto come tutta la parte principale dell'edificio. Riesciva impossibile comprendere ad un tratto la forma, l'ampiezza, il colore di quel ridotto, tanto era l'ingombro degli oggetti che l'occupavano. Le mura guaste, le tavole della soffitta mal fidate a travicelli irregolari, il pavimento, di poco più sodo del pattume esterno, si smarrivano sotto il crasso e raddoppiato intonaco di polvere e di fumo. Nel mezzo della camera, sur un rialzo di arenaria, mucchietti di cenere e di carboni attestavano il fuoco del giorno prima; gli uncini pendenti e le catene di ferro coperte di fuligine, servivano a portare l'unica caldaja, ed a sorreggere chi s'avvicinava al fuoco per riscaldarvi, uno ad uno, gli arti assiderati. All'ingiro e presso al muro erano schierati l'un presso l'altro, o questo su quello, sacchi di varia misura; quali colmi, quali vuoti per metà; alcuni sorretti, altri rovesciati a terra: e, dove appena fosse uno spazio, si vedevano ammucchiati, come vien viene, gli utensili della professione, vagli di vimini, stacci di varia forma, coli pel grano; e negli angoli pali, leve, rastri, marre, stanghe, cucchiaje, badili affastellati come le armi di un fortilizio pronto a sostenere l'assalto. — Ed infatti quello non era tempo di pace; e se quel buon uomo di Farinello potè velar l'occhio un'ora in quella notte, gli è che, per assicurarsi un armistizio col suo torbido vicino, aveva pigliato ogni savia misura, aprendo le cateratte, vuotando le gore, e facendo ir l'acqua nei rifiuti per dar sfogo alla piena.

Le nostre donne trovarono negli ospiti quella sollecitudine che s'aspettavano. Farinello davasi gran movimento per fornire ad esse ciò che credeva più atto a confortarle, e accompagnava le sue offerte con una cordialità, quanto sincera, altretanto e forse troppo insistente.

Anzitutto attizzò un buon fuoco; offerse poscia rinfreschi di latte e burro a madonna e a Canziana, che rifiutarono ringraziando con bella maniera; apprestò infine pane, cacio e un non so che di simile al vino pei lettighieri, che fecero onore alla sobria imbandigione.

Intanto la Nena metteva sossopra lo stanzino, e colla più buona voglia del mondo dava lo sfratto alle sue robe, per allestire un letticiuolo, che inspirasse fiducia alla delicata castellana. Non faccia meraviglia che delle molte cose offerte da quella buona gente, questa fosse l'unica che Agnesina accettasse con vero trasporto di gioja. Ella non era donna da far dello schifo nel vedersi costretta ad usare della roba casalinga. La pulitezza è una di quelle doti, che saltano sùbito all'occhio, e su cui è difficile ingannarsi. E intorno ciò la Nena prevenne l'esigenza della donna la più schifiltosa: il bucato è l'infallibile riabilitazione dei cenci.

Agnesina non era stanca, che del suo lungo riposo. Desiderava essere sola per vegliare liberamente co' suoi dolori; giacchè durante quel tragitto, e fra lo stordimento di tante sollecitudini, essa aveva perduto perfino la traccia de' suoi pensieri; e tutto il passato le si addensava nella mente come le tenebre di quella notte spaventosa. — Nella calma dell'isolamento, credeva di veder meglio; forse sperava di scoprir qualche escita dal fatale labirinto; in cui il destino l'aveva cacciata. — Ad ogni modo poi; e qualunque fosse la sua sorte, quegli strazii erano tali, che meglio era vivere con essi, che non obliarli.

Oh come pianse, la poveretta, quando si trovò sola! Al primo bagliore del nuovo giorno, che fu più del solito tardo a comparire, oh quanto le parve ancora più trista e desolata la sua situazione! E se alcuna volta, in mezzo a tanto bujo, le corse alla mente il pensiero di una valida protezione, che ella di certo non avrebbe invocato inutilmente, quella gioja era fugace come la luce del lampo; e il cuore si sentiva più addolorato dopo le crudeli smentite della ragione. — Tener dietro ad ogni suo passo su questa via, dove un lungo errare non conduce mai avanti, sarebbe difficile assunto per chi narra; e per chi ascolta troppo grave carico di pazienza. — Onde lasceremo per un momento la nostra eroina, che quel dì e il dì seguente non fece altro che vivere del passato, e terremo nota delle circostanze, che apparecchiavano a lei nuove vicende e più gravi sciagure.

LVIII.

Dopo una procella straordinaria per violenza e per durata, era lecito sperare che il cielo avesse esaurite le sue ire, e tornasse all'ordinaria mitezza della stagione. Il buon pronostico andò fallito. Al vento impetuoso e vario, seguì un greco tiepido, foriero di nuova intemperie: al diluvio una pioggia queta, ma fitta e costante. L'uragano era stato un eccesso di collera della natura; quel sèguito sembrava esserne la vendetta.

Farinello, per tutto il giorno seguente, conservò il suo perfetto buon umore, occupandosi di colei che egli con tenerezza chiamava un occhio di sole, e superbo di potere ospitare sotto il proprio tetto la figlia del suo benefattore. Di mezzi onde far fronte alle ingiurie del suo vicino ne aveva, o gli sembrava averne più del bisogno. Il vento alla fine calmerebbe, — pensava tra sè, — più e più volte v'erano stati indizii di ciò, e si racconsolava. Ma verso sera, guardando in alto, mise, senza volerlo, un gran sospiro. — Grosse nubi correvano verso Ticino, cacciate dal vento ancora più gagliardo; e le oche, sparnazzando, mettevano incessantemente uno strido di pessimo augurio. — Visitò la riva del fiume su varii punti; tutto gli parve in regola. Le gore del mulino erano vuote; gli scaricatoj ricolmi, ma saldi. E pioveva ancora, e dirottamente; nè v'era alcun sintomo di miglior tempo.

“Benedetto rigagnolo — diceva tra sè, temperando coll'epiteto l'insulto dell'appellativo — soli due mesi fa non bastavi a far umido il becco di dieci passere, e la tua miseria aveva posto la ruggine al pernio del mulino. Ora hai tanto ruzzo!„

Quel rigagnolo era il nobile acquedotto, come lo chiama il Giulini, e la regale Olona, come la battezza un poeta del nostro secolo,[20] che bagna le mura di Milano. — Non famosa come l'Arno ed il Tevere, essa ha la virtù modesta di rendersi utile fino all'ultima goccia. I forastieri non la conoscono; e molti pretti ambrosiani vivono e muojono senz'altro saperne che il nome.

Chi esce da Milano, per la porta che guarda a ponente, la trova sulla strada a pochi passi dalle mura: e se vuol seguirne il corso per breve tratto, vede che essa, rinunciando fino al nome di fiume, mette in comune le sue sorti con quelle dei rivi artificiali; e che non torna a riaver nome e vita, se non quando le sue acque diventano un di più, e il suo letto un provido canale per portarle al loro destino.

L'Olona, anticamente Oleunda, geme in vicinanza di Varese dalle propaggini occidentali delle prealpi camonie, che dalla riva sinistra del Verbano si stendono fino alla destra del Benaco, chiudendo entro una bastita speciale la grande convalle lombarda, conterminata agli altri lati dal Ticino, dal Mincio e dal Po. — L'Olona, il più piccolo dei fiumi che segnano la longitudine della nostra pianura, è comparativamente il più utile di tutti; perocchè il suo alveo, serpeggiando a fior di terra non defrauda neppure una stilla del suo tiepido umore ai campi che la fiancheggiano. — Non parliamo dei nostri tempi, in cui l'arte di rendere produttivo queste elemento fecondatore, è la più ovvia applicazione delle scienze esatte. — Fin prima del mille, secondo lo storico Galvano Fiamma, l'Olona era per opera degli agricoltori milanesi, uno dei più utili ordigni della gran macchina agricola; onde il suolo lombardo, da sterile e paludoso che ora, divenne un modello di feracità.

In vicinanza di Milano, l'Olona pigliava il nome di Vepra (Vedra) ed introdotta in città presso la pusterla Fabrica (ponte dei Fabri) ingrossata dalle acque del Nirone e del Seveso, costituiva quel canale detto Vitabile (Vecchiabbia) che è tutto dì il più sucoso alimento dei nostri campi suburbani; e che a quei tempi (se crediamo allo storico Landolfo) era un corpo di acqua tanto considerevole, da essere atto alla navigazione.

Poco più di un secolo prima dell'epoca, di cui favelliamo, l'acqua dell'Olona fu partita in due rami, uno dei quali si lasciò come prima venire in Milano, l'altro fu condotto a scaricarsi pel naviglio grande nel Tesinello. — Fu allora che il podestà Beno dei Gozadini, promotore di quest'opera grandiosa, subì per mano dei milanesi, irritati dalle conseguenti gravezze, uno di quei giudizj, che ci insegnano ad essere cauti nell'accettare come voce di Dio il grido d'ogni turba. Il Gozadini venne crudelmente massacrato dalla plebe, che egli aveva beneficato; e fu ignominiosamente sepolto in quel rivo, che doveva essere la sua gloria.

Quasi tre secoli dopo questo fatto, quando don Ferrante Gonzaga cinse Milano delle mura che oggi esistono, l'Olona fu del tutto esclusa dalla città ed avviata per intero al Tesinello.

Al disotto di Milano, la storia dell'Olona si confonde con quella dei canali, in cui essa si scarica. Fin oltre a Binasco, ha vita comune col Tesinello, più al basso riprende il suo nome e la sua importanza, finchè, poco lungi dalla sua foce nei Po, lambe una grossa borgata, che per essa è nominata Corte Olona. — Una parola anche su questo villaggio, poichè fu desso antichissima villa dei Re d'Italia, quando Pavia era la reggia d'Insubria. Lotario reduce da Roma, ov'era sceso a farsi coronare, soggiornò lungamente in Corte Olona, e nell'anno 823 ivi emanò una delle più rimarchevoli sue leggi. Deplora egli l'ignoranza e l'abbandono dei buoni studj; e a porvi rimedio istituisce cattedre di sapienza, e chiama i più culti lettori del tempo a dispensare agli allievi i compendii delle obliate dottrine. — Il primo che dietro ciò aprisse scuola in Pavia fu un certo Dungalo. Non è temerario il dire, che per lui si gittasse la prima base della celebre Università ticinese[21].

LIX.

Se le piene di questo fiume anche oggidì, relativamente alla sua importanza, sono gravi, a più forte ragione lo dovevano essere allora che il necessario declivio dei campi, artificiosamente compiuto nelle regioni medie della pianura, lasciava sussistere nelle inferiori un ostacolo al libero deflusso delle acque. E, infatti, più volte la storia ci parla di disastri cagionati da questo modesto fiume. Nel 1285, a modo d'esempio, un'inondazione straordinaria di esso arrestò le vittorie dei milanesi reduci da Castel Seprio ed avviati a Fagnano[22].

La città nostra, appena sorta dalle sue ruine, si circondava di ubertose campagne; ma, nel chiamare a sè la maggior copia d'acqua, pensava a trarne profitto, non a moderarne il corso mano mano che essa si scostava dal centro della sua influenza fecondatrice. Ond'è, che quando le terre di Milano ne provavano sazietà, i campi sottoposti ne subivano una perniciosa esuberanza. Ciascuno dei terrieri faceva schermo coi mezzi suoi proprj a quelle irruzioni; e, nel difendere momentaneamente i margini dei suoi possessi, invece di disarmare il nemico, lo allontanava, spingendolo più terribile sul fondo altrui.

Il nostro Farinello, per la posizione del suo mulino, era appunto uno di coloro che raccoglievano il troppo degli altri, e che ne sopportavano le terribili conseguenze. Pratico della malignità del suo torbido vicino, egli sapeva mandarne a vuoto le piccole vendette. — Ma poco poteva contro le gravi; quando egli cominciava a temere, ne aveva di solito più d'una ragione.

Durante la notte che precedette il terzo giorno, non spiovve mai. L'Olona, quel piccolo e placido fiume, che d'ordinario era la dovizia di chi ne abitava le rive, correva gonfia, vorticosa, spaventevole; ormai non v'erano margini a contenerne i furori. Superiormente al mulino, le sponde in tutto il loro sviluppo erano già soverchiate. Le tracce serpeggianti dell'antico letto venivano distinte dagli alberi piantati sulle rive; i teneri arbusti s'incurvavano sotto il flagello della fiumana; e i tronchi, dissimulando l'urto, non si piegavano che una volta sola quando il torrente li schiantava. Il filone della riviera, segnato da un corso più rapido, ora vorticoso, or piano, trascinava seco grosse bolle di schiuma, che a quando a quando sparivano nei gorghi, per venire a gala poco dopo ingrossate. Dove l'alveo era più largo e le sponde più espanse, aprivansi immensi guadi, in cui l'elemento devastatore sembrava calmarsi alcun poco. Ivi, infatti, aveva sfogo sulle circostanti campagne; entrava pei fossatelli, rompeva i ciglioni, e scorreva libero e padrone fin dove trovava un argine maestro. Povere campagne!

“Van giù le messi e illusi piange i voti

“L'egro cultor.[23]

Colle recenti seminagioni andavano perdute non soltanto le fatiche di una stagione, e l'anticipato tributo delle sementi, ma il lavoro di anni; poichè quei solchi, poco prima ben governati e saturi di sostanze produttive, rimanevano poscia insteriliti da uno strato di arena silicea.

L'acqua, ritornando al suo letto pregna di argilla e di fimo, più impura del biondo Tevere d'Orazio, diveniva densa, torbida, quasi del color di rame; ma l'aumentata densità non scemava l'impeto e la violenza del suo corso. Dove i margini più ristretti e meglio muniti opponevano nuova resistenza, incalzava sempre con crescente furore. A tratto a tratto, ampie zone di terra accerchiate da rigagnoli si tramutavano in isole, che a poco a poco erano corrose e di colpo inghiottite. Alberi robusti, che avevano scampato alle inondazioni di un secolo, venivano scossi dalle radici, sbarbicati e travolti con orribile rovinío. — A ridosso di quei tronchi, s'arrestavano minori piante, virgulti e felci; e tra gli uni e gli altri si stipavano rami fronzuti, manipoli d'erbe, e bruscoli, prodotto delle devastazioni superiori. Tali imbarazzi, crescevano sempre più il ribollimento delle acque, e ne raddoppiavano il furore e la vendetta sui terreni vicini.

Il disastro, nel suo procedere, assumeva proporzioni ancora più imponenti. Ormai le campagne sommerse s'erano spogliate di quanto possedevano di più prezioso. Tremavano i poveri abitatori dei casolari costrutti sulla riva; perchè quasi tutti indifesi o mal protetti da piccoli argini. Già in qualcuno di essi l'acqua si era fatta strada per le porte, per le finestre, o filtrava attraverso le fessure delle muraglie. Dove era facile il varco, soleva fare minor danno; dove incontrava resistenza, irrumpeva: e, dopo aver tramestato ogni cosa, esciva vincitrice dalle porte scassinate, trasportando seco, come trofei, le masserizie, gli attrezzi rurali, i cenci dei miseri contadini.

Alla vista delle tavole, dei panconi, degli staggi, che correvano giù pel fiume, Farinello apprendeva la dolorosa storia dei suoi vicini. — Quei rottami non erano abbastanza guasti per nascondere la loro origine. Talora erano intere suppellettili, che dalla nota forma accusavano donde venissero, ed a chi dianzi appartenessero. Più tardi si videro degli animali domestici; alcuni ancora vivi si sforzavano di vincere la corrente; altri, esinaniti o fatti cadaveri, scendevano in balía di essa.

Se il ribollimento delle acque e lo scroscio della pioggia avessero sospeso un momento il rombo assordante, si sarebbero udite da lontano le grida degli inondati, che accorrevano ad ajutarsi scambievolmente, o per mettere in salvo la roba ancora intatta, o per tentare di riprendere quella che era già stata rapita. Il lavoro era incessante; ma dove non si trattasse di apprestamenti alla fuga, ogni fatica tornava presso che infruttuosa.

Dapertutto era una scena di desolazione: dapertutto gemiti e misericordie che n'andavano a cielo. Intere famiglie attendevano a spogliare la loro abitazione coll'ansia e col sospetto dei ladri, che mettono a ruba la casa altrui; e raccolto il meglio, pensavano a metterlo in salvo colla vita. I vecchi spingevano avanti la piccola mandra, o l'unica giovenca; gli uomini robusti reggevano sulle spalle involti, fastelli, o suppellettili. Le donne portavano in braccio i loro bimbi, le cui strida erano una ben mesta aggiunta alla somma delle comuni querimonie. I fanciulli, secondo l'età, fatti dalla comune disgrazia solerti e giudiziosi, prestavano mano alle domestiche bisogne. Alcune famiglie avevano scampo percorrendo la cima degli argini ancora rispettati; altre uscivano per le finestre, spingendosi sui batelli, o navigando nelle tinozze, fino a trovar terra soda.

In mezzo però a sì gravi mali, fra tanti gemiti, non si udiva un accento disperato od una bestemmia. Tutti erano invasi da un religioso terrore dell'ira celeste, cui meglio era placare coll'opera e colla pazienza, anzi che provocare colle insulse imprecazioni. Pure, il comune sgomento non era rappresentato meno al vivo da quel silenzio. Tutti avevano scritto sul volto l'ansia, il terrore; a tutti balenava al pensiero il terribile sospetto: — “chi sa se torneremo al nostro povero casolare.„

Farinello, uomo d'ottimo cuore, sarebbe stato il primo ad accorrere in ajuto dei suoi vicini, se non avesse pensato che l'opera sua era indispensabile a sè ed a' suoi ospiti. — Egli non si allontanò quindi dal suo abituro, se non quanto bastasse a sottrarre qualche arredo, che pensava rendere al suo padrone. Fuor di ciò, simile al pilota, che non abbandona il governale del suo vascello anche quando la burrasca lo rende inutile, dopo aver meditato e messo in pratica tutte le misure di prudenza, non cessava dall'operare, dal dirigere, dal sorvegliare.

Non così la Nena: non così Canziana. — La prima gemeva, e avvicendava coi lunghi sospiri una filastrocca di preghiere infervorate dalla paura. L'altra non sapeva staccarsi dalla sua padrona, cui di quando in quando susurrava all'orecchio il consiglio di cercar scampo altrove, rafforzando l'avviso coi proverbi e colle istanze. Ma Agnesina non aveva nulla che le importasse di mettere in salvo; nemmeno la vita.

Era vicina la notte del terzo dì, quando finalmente cessò di piovere. Una brezza fresca e sincera spirante da maestro faceva presagire buon tempo pel giorno venturo. — S'accorse di questo mutamento la stessa Canziana, badando alle foglie spiccate dai rami, che pigliavano il volo verso la parte opposta alla consueta. Farinello accorreva a confermare la buona nuova; e, pigliando per mano Agnesina con cordiale domestichezza, la conduceva al finestrino rivolto a ponente, per farle osservare una striscia di cielo spazzato, entro cui imporporavano gli ultimi raggi del tramonto.

Tornarono gli spiriti alla Nena e a Canziana, così pronte alla confidenza, come lo erano state al terrore. — Anche Agnesina si rallegrò; e rese alle sue compagne un sorriso di buon augurio, il primo che ella sprigionasse dalle sue labra dopo la partenza da Campomorto. — Farinello però era ancor l'uomo pensoso di prima; e volontieri avrebbe rampognata la sua donna troppo presto imbaldanzita; ma non lo fece, per non intorbidare l'angelico sorriso dell'ospite. Lasciò che le donne godessero di quelle apparenze; egli non se ne fidava punto. Scese quindi di bel nuovo nella sua barchetta, percorse ancora una volta le rive del fiume, e visitò i luoghi dove credeva esservi il maggior pericolo. Quel cambiamento d'aria, quella promessa di un migliore dimani, non rendevano meno grave il presente. Il livello dell'acqua non decresceva, nè era stazionario; andava ancora lentamente aumentando. Simile sempre al nocchiero che dall'alto mare scopre il porto, si consolava nel vedersi vicino al luogo di salvamento, sperava d'arrivarvi sano e salvo, ma non osava cantar vittoria.

Il cielo era ancora coperto di nubi; ma queste non erano più sì compatte come prima. Dove esse apparivano un po' slegate e quasi trasparenti, brillava qualche stella, e, verso ponente, alla luce del crepuscolo s'associava il pallido splendore di un lievissimo segmento lunare.

“Quattro ore così, ed ogni pericolo sarà passato„ — diceva tra sè Farinello, godendo al pensiero d'aver vicino il termine delle sue apprensioni — ma in queste poche ore, soggiungeva, non bisognerà dormire sulla cavezza. La fiera rugge ancora„ — e vogava intanto verso la parte settentrionale dell'isola, divenuta uno stagno.

Dall'alto di un piccolo promontorio formato da un gruppo di pedali d'alberi intrecciati, e ricolmi di terra, spiava l'accorto mugnajo i procedimenti del fiume. E nella calma del far guardia, numerava i suoi danni, e già studiava il modo di porvi rimedio. All'orto ed alla vigna prometteva qualche settimana d'indefesso lavoro ed, oltre alle sue, un pajo di buone braccia prese ad opera. Ai sacchi di grano confidatigli dai suoi avventori consacrava le sue condoglianze, caritatevoli sì, ma diverse di quelle che teneva in serbo per sè. — A chi era stato sempre largo con lui, proponevasi di far sentir meno la perdita; pei frustamattoni teneva in pronto il — res perit domino — che aveva appreso a suo danno in casi consimili. Pensava infine alla condizione del suo mulino, al miracolo di vederlo ancora in piedi, e faceva voto di proveder sùbito ai ristauri, se il cielo glielo faceva escire intatto da quella prova.

Così passò un'ora: intanto erasi abbujato del tutto. La luna, scesa sull'orizonte, non mandava più alcun splendore dal suo disco fatto più grande e più rosseggiante.

Allora Farinello trasse fuoco dalla selce, ed accese un lampione per riconoscere l'altezza dell'acqua. La trovò stazionaria: sperava di vederla tra poco decrescere. Poichè l'aria favoriva il corso dei fiumi inferiori, era lecito sperare, che il decremento dell'Olona si renderebbe tosto sensibile.

LX.

A mezzo di questi pensieri, mentre l'anima travagliata si riposava alquanto dalle sofferte angosce, fu egli scosso all'improviso da un non so che di nuovo e di strano. Gli parve udire un rumore forte e prolungato, che scendeva lungo il fiume; ben diverso dal solito mormorío della corrente, dallo scrosciare delle foglie agitate dal vento, o dal continuo grido delle veglie. Stette in ascolto: il frastuono durava ed andava crescendo. La mente schierò ben tosto davanti a sè le congetture, più atte a spiegare il fenomeno: ma, esaurito prontamente l'esame ed escendone ignara come prima, provava un'incertezza che lo faceva profeta d'altre sciagure.

Farinello non aveva mai provato il terribile raccapriccio che accompagna lo scuotimento della terra, ma rammentavasi d'averne inteso parlare più volte; la pittura spaventevole di chi ne aveva fatta la prova, gli si ridestò tosto alla mente più viva che mai, e lo fece gelare di terrore. Corse col pensiero alla sua casa, alla sua donna, a' suoi ospiti; ed aguzzò lo sguardo per discernere le mura del suo casolare. Agitato dal delirio dello spavento, Dio sa cosa egli vide: gli sembrò scorgere da lontano un mucchio di ruderi, ne udì forse il rovinío: credette che il terreno della piccola isoletta si squarciasse sotto a' suoi piedi. — Ormai quello strepito spaventevole, di cui poco prima poteva indicare la direzione e la distanza, riempiva lo spazio intorno a lui, e scoteva da vicino quell'aria, che gli sembrava divenuta arsa e greve al respiro. Se il pericolo fosse stato imminente solo per lui, forse non avrebbe trovato il coraggio di porsi in salvo. Ma il pensiero della sua famiglia, della sua roba, dei suoi ospiti gli tornò alla mente, e lo ravvivò. Scese d'un salto nel battello, lo staccò dalla riva, e prese il largo sullo stagno, battendo il remo col metro concitato di chi fugge. Non aveva progetti nè per sè, nè per gli altri: l'istante lo traeva ad avvicinarsi a chi e a quanto gli stava più a cuore.

Giunto a mezzo del suo tragitto, quel frastuono cessò inaspettatamente. Farinello levò il remo e stette ascoltando. Già un largo respiro aveva trovato l'escita dal suo petto; egli era per accusare sè stesso di una visione, quando s'accorse che il fremito della corrente era esso pure più forte dell'ordinario, “Checchè avvenga nel fiume, — disse egli tra sè — non può essere nulla di nuovo o d'impreveduto. È un nemico cotesto, le cui arti mi sono note da un pezzo.„

Non appena la ragione dileguò le paure, riprese l'esame delle cause di quello straordinario fremere delle acque. Di possibili ne trovò parecchie; di probabili una sola: e fu la vera.

Un enorme tronco, scosso dalla procella, colpito dal fulmine, sbarbato alle radici dalla forza corrosiva delle acque, scendeva giù pel fiume, colla velocità della corrente e coll'impeto impresso dal suo peso, abbattendo quanto gli faceva ostacolo. Condotto talora su filoni secondarii, veniva momentaneamente arrestato, ovvero andava ad urtare nelle sponde soverchianti, e ad avvilupparsi nelle macchie della riva. Ma ben tosto la corrente lo accerchiava, lo traeva dagli imbarazzi e, ricondottolo nel filone maestro, ve lo sospingeva di nuovo con maggior violenza.

Ciò era accaduto qualche miglio al di sopra del mulino; e già l'enorme trave aveva recato dei guanti a un meschino casolare percosso di fianco. Fu lo schiamazzo degli abitatori, che Farinello udì in quel rumore lontano e prolungato che gli destò tanta paura. La povera gente, senz'altro mezzo per rendere concordi gli sforzi in quella oscurità fuorchè le grida, riescì a furia di braccia, armate di pali o di puntoni, a rimovere il tronco, che arietava contro le mura della capanna, e la sfasciava come fosse una zolla; ma nel liberarsene, non faceva essa che spingerlo a recar nuovi e forse più gravi danni su quello d'altri.

Poco al di sopra del mulino andò di nuovo in secco, e allora, al cessare dello strepito, il mugnajo venne in chiaro della cosa. Rimaneva però a sapersi se il tronco si fosse così bene fitto nel terreno da non esser smosso più, o se poteva staccarsi di nuovo, e riprendere il malefico suo corso.

LXI.

La Nena e Canziana, ignare di quanto succedeva, già dimenticavano i timori provati nell'affabile intrinsichezza dei discorsi. Una serie d'angustie le aveva private dell'occasione di cedere alla istintiva e cordiale loro loquacità. Schiette ambedue, sentivano ora il bisogno di aprire il cuore e di parlare liberamente. — Per regola, chi parla spende la parola allo scopo di essere ascoltato. Fra le due donne non era precisamente così: il mezzo veniva scambiato col fine; ognuna di esse alla sua volta ascoltava, affinchè l'altra avesse il bene di metter fuori ciò che l'animo non poteva più capire. I discorsi erano di una tempra e d'un tono diverso; ma gli uni erano il complemento degli altri; ricuciti insieme, gli uni e gli altri conducevano alle stesse conclusioni. La Nena faceva il panegirico della sua povertà operosa, dicendo che quando alla Providenza non si chiede che un po' di pane, è difficile che essa non lo conceda. Canziana rammentava le assidue cure dei ricchi; e lo provava coi fatti, e faceva trasalire e sospirare la pietosa ascoltatrice.

Agnesina, ritirata nella cameretta, viveva da sè e con sè. Non partecipando al terrore delle sue compagne, ella era come uno straniero, che vive in mezzo a gente di cui non conosce il linguaggio. Ma l'isolamento non le era grave; non deplorava le notti insonni. Nelle memorie del passato, sebbene dolorosissime, trovava di che alimentare qualche speranza per l'avvenire. Nel rammentare ciò che aveva perduto e ciò che poteva riguadagnare, le lacrime sgorgavano facili, pietose, non del tutto scevre di qualche dolcezza.

In questo momento, dopo lunghi travagli dello spirito, tornava ella dalle sue pellegrinazioni, più esausta di forze che sazia. Aveva visitato ad uno ad uno i sacri pegni, tolti seco da Campomorto. Aveva letto e riletto quel foglio su cui il Conte di Virtù, trascrivendo alcuni versi del Petrarca, confessava nel modo il più gentile il suo amore. Seduta accanto al letticciuolo, appoggiò il capo ai guanciali, si strinse quello scritto sul cuore, e chiuse gli occhi, quasi volesse evocare nella fantastica oscurità la forma di colui, che l'occhio invano cercava in mezzo alla luce.

Una calma nuova, insperata, le scese lentamente nell'animo, e togliendo alle idee la durezza dei contorni materiali, confuse rimpianti e speranze in un tutto che non era nè la solita veglia troppo veritiera, nè una nuova e bugiarda visione.

Fu in quello stesso punto che Farinello entrò colla sua voce stentorea a turbare l'istante di quiete di che godevano le tre donne.

“Ohe! la Nena, — gridò egli dalla sua barchetta mentre ancora trovavasi al largo; — ohe! fate uscire madonna dallo stanzino, e tosto, che non v'è tempo da perdere.„

La donna, sorpresa da quelle parole, a cui un tono di voce speciale imprimeva l'autorità del comando, ne avrebbe volentieri chiesto il perchè; ma la battisoffiola tornava a metterle il veto alla parola.

“Ohe! — ripetè il mugnaio levando più forte la voce, e picchiando col remo nel finestrino, sotto cui aveva spinto il battello. — Fate presto per l'amor di Dio.... Dite a madonna che esca dallo stanzino; e fatela scendere con voi nel mio burchio.„

Nessuna delle tre donne poteva indovinare di che si trattasse; ma la paura è credula, e i creduli sono docili.

La Nena, che ne aveva la dose necessaria per far tacere la curiosità e per divenir lesta come a venti anni, entrò di volo nella cameretta, dove Agnesina si era placidamente addormentata.

L'altra, che non aveva inteso le parole del mugnajo, pensava indovinarne il senso, seguendo i passi della Nena; e non andò molto infatti che comprese trattarsi di una fuga. Non faceva bisogno di chiedere di più: la fuga supponeva il pericolo. — “Oh perchè non ce ne siamo andati prima,„ mormorava ella sospirando!..

Agnesina, scossa bruscamente dalle parole delle due donne, balzò in piedi d'un tratto, e si dispose a seguirle. L'angustia dello stanzino, cresciuta dalla moltitudine degli oggetti che l'ingombravano, non permetteva di scambiar l'ordine d'escita delle tre donne. Precedeva Canziana, poi la Nena, dietro loro la fanciulla. Farinello intanto era entrato in casa, e salito sui primi gradini della scaletta, correva ad incontrarle. Quando le vide apparire tutte dalla porta d'ingresso dello stanzino, respirò; e, credendo averle ormai poste al sicuro, spiegò loro in due parole il motivo di quella misura di prudenza; assicurandole che tra breve le avrebbe ricondotte, e che allora potrebbero rimanere a tutto loro agio, perfettamente tranquille.

Il buon uomo, dopo aver pensato seriamente ai casi probabili, aveva perduto ogni fede nei sostegni che reggevano la cameretta; quanto al resto della casa, lo riteneva abbastanza solido, e fuor di pericolo. Si rallegrò, pertanto, accorgendosi che l'insidiosa topaja era vuota.

“Una, due, tre, e sia benedetto il Signore„ — disse egli, numerando le teste feminili che degradavano dagli scaglioni superiori, e sulle quali aveva lanciato col cavo della mano un raggio del suo lampione. — Poi si rivolgeva per scendere pochi gradini, ed avviavasi verso la porta ov'era legata la barca che doveva condurre in salvo la comitiva.

Uscito all'aria libera, udì più gagliardo il fremito delle acque, ma ormai credeva di poterne sfidare i furori: dimentico d'ogni suo interesse in quel momento, non sentiva altro che l'immensa gioja d'essere giunto in tempo a salvare le donne.

Già l'una era al basso; l'altra le stava alle spalle, quando entrambe, colpite all'improviso da uno strano frastuono e da uno scrollo che pareva mettere a soqquadro tutta la casa, si volsero indietro, cercando di Agnesina.

La fanciulla non le seguiva.

“Madonna, — sclamava Canziana colla voce tremante dal raccapriccio, — dove siete? Oh Vergine santissima, ella è tornata indietro!„; e tentava di salire di nuovo la scala per andarne in traccia.

Il rovinío cresceva; non era più il solito rumore d'acque e di vento; era uno schianto d'oggetti vicini, lo stridere dei legnami, lo sgretolarsi delle muraglie; pareva che tutta la casa andasse in ruina. Giunta alla porta della cameretta, un soffio impetuoso e gelido le spense la piccola lampada che teneva fra le mani.

“Ajuto, ajuto, un lume per carità.... presto.... in nome di Dio.... accorrete....„

Al crescente frastuono udiva aggiungersi più vicino e più distinto il bollire del fiume, e ad ogni istante il tonfo d'oggetti, che parevano esservi scagliati di tutta forza. Un urto subitaneo aperse la porta, e ne staccò un'imposta; la vide precipitare; e, dal punto ov'era caduta, mirò gli sprazzi fosforici delle onde, che l'avevano ingojata.

Accorse Farinello sollecitamente; ma a far che?... a vedere il risultato di una tremenda ed irreparabile sventura.

Quando Agnesina fu scossa dal suo letargo ed avvisata della necessità di una fuga, di tutto buon animo s'accingeva ad obedire. Non chiese dove la conducessero; ma non volle partir sola.

Quel foglio, che posato sul suo cuore vi recò finalmente un po' di pace, doveva essere l'indivisibile suo compagno. Ora quel foglio, nella fretta della chiamata, le era escito di mano; ella retrocedette per farne ricerca.

In questo mentre, l'ira del fiume si versava tutta sul povero casolare. Gli ordigni del mulino venivano abbattuti; i deboli sostegni della cameretta erano fatti in pezzi. L'impalcatura del pavimento, sfasciata dalle pareti, precipitava nei vortici del torrente;... ed Agnesina con essa!