Se, al momento di riaprire questo libro dopo aver fatto una sosta, non vi sentite, o lettori, il prurito di muovermi un'accusa perchè mi sono arrestato a mezzo della via, quando appunto l'ordine e la natura degli avvenimenti sembravano chiedere pochi passi ancora onde arrivare alla giusta fermata; o, per parlar più chiaramente, se dopo aver fatto conoscenza colla nostra eroina, non provate un po' di pietà e d'affezione per essa, tanto che vi paja in regola che la prima parola non sia per dirvi che ella è salva, e come lo fu, dovrò confessare, d'essermi ingannato a partito. Con tale ipotesi, il titolo d'increscioso mi è già toccato, o mi toccherà ben presto: e a questo sùbito e formidabile dubio, per salvarmi almanco la fama di seccatore onesto, renderò conto di tutto, fin anco delle intenzioni; fra le quali non v'è per certo quella di volervi ingannare.
Uno storico famoso poneva in capo ad un bel racconto, scritto nel momento più avventuroso della sua vita letteraria, queste parole: — Lettore mio, hai tu spasimàto? No! Questo libro non è per te. — I patti sono chiari e franchi fino a parere un po' scortesi. — Dubito però che un sol bonaccio chiudesse il libro a quell'avviso per non stimarsene degno. Pochi avranno creduto di avere il cuore sì duro; e quei pochi avranno affrontato gli spasimi della lettura, appunto perchè sapevano di poterlo fare impunemente.
Un altro autore invece, dopo averci allettato colle più evidenti pitture, dopo averci commosso col racconto di tante avventure o virtuose o ribalde, ma sempre veritiere, si congeda dal suo lettore (che non vorrebbe sì presto congedarsi da lui) mostrandosi pronto a chiedergli scusa, se mai l'avesse nojato, assicurandolo di non averlo fatto a posta.
Il primo, non cercando che la compagnia dei martoriati e degli spasimanti, vorrebbe, a quanto pare, stringersi attorno un uditorio apposito, ed accaparrarsi l'attenzione e l'applauso. L'altro, con quelle modestissime parole, fa ancor meglio; spinge involontariamente il lettore a dare una gentile mentíta a' suoi scrupoli, e lo fa tornar di slancio alla prefazione, per rileggere da capo quel libro incomparabile, che lo diletta e lo commove come, e forse ancor più, della prima volta.
Ora, la franca premessa dell'uno e il modesto riserbo dell'altro, mi pajono simili a quegli schifi che stanno appesi al bordo di un vascello: quei mezzi di scampo accennano alla possibilità del naufragio.
Tenendomi alla dovuta distanza da quegli scrittori sì diversamente illustri, e credendomi al riparo della critica profonda e severa, la quale non trae le armi se non per combattere chi ne è degno, sento anch'io, nella mia piccola cerchia e in un mondo minore, il bisogno di vedermi attorno delle facce spianate e degli amici indulgenti. Giudicai inutile l'apostrofare il lettore in sul bel principio, non sapendo fin dove le forze mi concedessero di promettere; ma mi pare ora dovere e cortesia lo scongiurarlo a dir schietto se egli si è fin qui annojato.
La noja, sorella del sonno e lontana parente della morte, annacqua ogni sapore, taglia i nervi ad ogni proposito, ammazza la stessa critica; ma è più grave e capitale di essa. Contro una censura v'è luogo a reclamo: contro lo sbadiglio, no.
Soprafatto da tali pensieri, sentendo farsi minore la lena di proseguire, mi tornò in capo l'idea di venire ora a patti con voi, supplendo a quanto avrei dovuto fare in fronte al libro con poche righe di prefazione. — È tardi; ma meglio tardi che mai.
La nostra eroina non è una invenzione. Tutte le storie parlano di Agnese Mantegazza; solo che nelle storie e nelle cronache dei tempi le sue avventure sono sgranate ed incomplete; sovente esposte come frivoli episodii; sempre poi narrate colla fretta di chi ha un lungo cammino a percorrere, e non ha tempo di divagare in minuti racconti.
Malgrado ciò, una volta fissato il personaggio di Agnese, mi pare difficile il dimenticarlo. I brani della sua storia perduti su molte carte, riferiti variamente da storici diversi, in diverso linguaggio, si vanno, direm quasi per virtù propria, stringendo in un tutto, che a poco a poco assume l'importanza di una narrazione piena di evidenza e d'affetti. — Quegli affetti e quell'evidenza mi sembrarono cosa degna di farne parte agli amici. Non osando richiedere da essi quel po' di proposito e quella preventiva simpatia, che furono lo sprone alle mie ricerche, tentai di raccogliere quei brani, di ordinarli e ricucirli insieme, perchè avessero forma di un racconto, se non completo, almeno chiaro ed ordinato.
Non è necessario cercar soltanto l'oro, che troppo scarseggia: si fa buon'opera anche quando si raccoglie una sostanza meno preziosa, purchè la si depuri, e la si spacci per quella che è. Fu questo il mio unico scopo.
Ora la pausa, che ci siamo imposti, invece di rendermi pago della strada abbastanza lunga che abbiamo percorsa insieme, mi fa riflettere seriamente a quella che ci rimane a percorrere; non per me, che la conosco, ma per chi mi usa la cortesia di tenermi dietro. Simile alla guida montana, che al piede dell'erta più scabrosa interroga un'altra volta il suo seguace, per consultarne le forze e la volontà, io chiederò a chi legge: “Hai tu pazienza ancora?..„ E se egli risponde affermativamente, gli prometto che, dopo avergli fatto superare questi passi meno significanti in cui non vede che vicende private ed oscure, lo guiderò in una regione d'aria libera e d'orizzonte assai vasto, da cui godrà una delle più belle vedute della nostra storia passata. — La vita d'Agnese Mantegazza, come chè interessante, non è la meta; è il sentiero meno disagiato che ad essa conduce.
Se l'avervi taciuto, o lettori, il mio pensiero, se l'aver cercato di caparrare un po' della vostra affezione per un'infelice, vi farà durare nel proposito di vederne la fine, non mi pentirò della fatta omissione. Anzi, la confidenza accresciuta dal vedervi accogliere bene le mie simpatie, mi dà coraggio di farvi anticipatamente una rivelazione. Se da principio avessi dimostrato la pretensione di ragionarvi di storia patria, voi, che sapete dove e da chi meglio apprenderla, avreste voltato le spalle al petulante, che si arroga un officio di cui non è degno. — Ma se da questo povero volume avrete tratto occasione di fissare con ispeciale interesse un'epoca storica importantissima; e se, in grazia sua, vi accingerete ad aprire qualche buon libro di storia, non fosse altro per vedere se fui veritiero, avremmo, io e voi, raggiunto il nostro scopo: questo racconto sarà la più acconcia prefazione alle vostre studiose letture.
È inutile affrettarci a dire che Agnesina fu salva da quella catastrofe. Chi l'ha un po' nel cuore, ricorda d'averla lasciata in una casipola di Pavia, e attende di rivederla colà, sana e salva, benchè immersa in un profondo dolore. — Torniamo piuttosto a Campomorto, e prima ancora alla corte dei due Visconti, per vedere quali diversi effetti ivi producesse l'infelice destino dei Mantegazzi.
Barnabò, occupato a quest'epoca di guerre e di rappresaglie, non curava troppo le ribalderie minute. I soprusi però, le crudeltà, le prepotenze, non venivano meno per questo: ma costituivano il piccolo commercio, di cui il signore di Milano cedeva il vanto ed i frutti a' suoi cortigiani. — Questi, gareggiando d'operosità e d'astuzia, si proponevano un doppio scopo; avvantaggiare la borsa, ed aumentare il credito presso il loro signore. Quanto al primo, v'era sempre di che accendere l'appetito dei più: meno facile a conseguirsi era il secondo, poichè il favore del principe non poteva ripartirsi esattamente su tutti; e il suo beniamino non doveva essere che uno solo.
Per fortuna, in quella gara, funestissima ai poveri governati, non tutti spiegavano un egual valore. — V'erano degli illusi, a cui ogni blandizia, ogni sguardo meno cupo sfuggito a caso dal cipiglio del tiranno ed a caso raccolto, sembrava un pegno di favore, un privilegio unico ed esclusivo. Costoro s'addormentavano nella certezza della propria inviolabilità, e sognavano grandezze ed onori, finchè a suo tempo venivano risvegliati bruscamente dalla dolorosa scossa della caduta.
Altri invece, dotati di più lunga vista, s'andavano arrabbattando non paghi d'essere i cortigiani del padrone, ma ansiosi di diventare il primo ed il più caro suo favorito. Costoro, per arrivare alla meta, creavano fra il principe ed il popolo una serie di sognate difficoltà, che poi superavano per dar prova di devozione e di bravura. Quindi denunzie, persecuzioni, oltraggi da una parte; dall'altra immunità iniquamente accordate, favori e privilegi dispensati a capriccio dalla stolta prodigalità del principe. Ma nè l'inerte mansuetudine degli uni, nè lo zelo istancabile degli altri, guidava alla meta sognata. Barnabò poteva bene essere amato dai tristi suoi pari: egli non amava alcuno.
Medicina, entrato in corte col semplice titolo di servo, godendo il vantaggio della domesticità, e volgendolo a' suoi fini con un accorgimento, che non è scienza ma istinto, ebbe campo di studiare da vicino il carattere di quell'uomo tetro ed inflessibile. Nell'abituale cupezza che siedeva sul suo viso, impenetrabile a tutti, egli pur sapeva scorgere varie gradazioni; quella davanti cui bisognava rassegnarsi prostrato nella polvere, scongiurando la procella nel silenzio; e quell'altra, che faceva lecito l'aggiungere una parola per deplorare, incoraggiare o far plauso a seconda dei momenti: ben inteso che, in ogni caso, non bisognava movergli incontro di fronte, ma stargli a fianco ed a rispettosa distanza.
Nella sua privilegiata posizione, avrebbe potuto fare o tentare qualcosa di onesto. Ma il suo animo perverso si compiaceva invece di aggiungere all'ira traboccata del padrone una goccia del suo fiele, per deciderlo ad un atto di ferocia, quando l'animo di colui non vi fosse ancora determinato. — Per tal modo egli, servo e strumento del principe, poteva vantarsi d'essere stato, qualche rara volta, il padrone della sua volontà.
Che se gli era sfuggita una parola in mal punto, mentre ogni altro sarebbe stato un uomo perduto, egli sapeva neutralizzarne l'effetto, con lazzi buffoneschi e colle piacenterie a lui solo concesse. E se nemmen ciò bastava, egli aveva il mezzo estremo di riguadagnare il perduto, chiedendo ad imprestito dalle scienze occulte quelle ragioni superiori, davanti alle quali perfino lo scettico Barnabò, suo malgrado, piegava il capo. Su questo campo lo stesso principe non era per nulla al di sopra dei pregiudizii dell'infimo vulgo. Sprezzava la vera scienza professata sodamente e di buona fede; ma non osava combattere le menzogne spacciate dai ciurmatori.
Per tal modo Medicina, simile talvolta al cagnuolo della casa cui è permesso qualche atto di famigliarità, tal altra reso autorevole da una dottrina gremita d'assurdi e quindi piena d'incanto, godeva dell'impunità anche quando osasse levarsi dalla umile sua condizione per esaminare, dirigere, sindacare le azioni del padrone. Ma prosperò le sue sorti, e seppe conciliare interessi lontani ed opposti, perchè, più sagace dei suoi pari, seppe farlo con arte, e non trasmodò mai cogli abusi. Camminando sul ciglio dell'abisso, vi si trascinava carpone; e non fu mai colto dalla vertigine. Che se alcuna fiata credette di essere in procinto di perdere l'equilibrio, prevenne il pericolo arrestandosi, e scontò la lieve imprudenza con una lunga inerzia, e col silenzio.
Nelle cose d'alta importanza non soleva immischiarsi che quanto era necessario per raccoglierne qualche frutto. Non pose mano perciò all'affare di Reggio, nè spronò il suo signore a fare quello che fece. La cosa camminava bene da sè: Barnabò era troppo accorto, troppo risoluto e crudele, per dimenticare l'offesa, e rinunciare alla vendetta.
A suo tempo, anzi prima del tempo preveduto, scoppiò la procella; e Medicina, che pretendeva d'indovinare il futuro, si lasciò sorprendere dall'avvenimento, mentre si trovava fuor di città per riferire, come si è detto, al Conte di Virtù i procedimenti della signoria di Milano. — Venuto in chiaro della cosa, non gettò il tempo a dolersi dell'occasione perduta; ma prese a studiare il modo di ricattarsi. La sua gita a Campomorto, dianzi deplorata, gli aperse l'animo a sognare nuovi e più grandi progetti di buttino. E i sogni di rado mentivano a quell'anima scelerata.
Poche ore dopo il suo ritorno, egli vide il principe e lo trovò più tetro del solito. La morte violenta di Maffiolo Mantegazza gli aveva fatto perdere la traccia di un branco di congiurati, sui quali poteva sfogare le sue ire, senza nemmanco affaticarsi a giustificarle con qualche pretesto.
Medicina lesse il secreto sulle grinze di quella fronte torbida; studiò il male, scoperse il rimedio, e stabilì il momento opportuno per amministrarlo. Ma non impiegò il linguaggio della passione, e meno ancora la franca parola di chi indovina e consiglia; perocchè quello zelo avrebbe destato sospetto: rammentò soltanto con ingenua sbadataggine, che, a poche miglia da Milano nel castello di Campomorto, viveva ritirata la figliuola del proscritto, e che là era probabile aver lume intorno all'intrigo, o per mezzo di documenti ivi celati, o dalla bocca stessa dell'orfana, più o meno spontaneamente facile a confessare la colpa di suo padre.
Barnabò non sembrava dar retta a tali proposte, e Medicina non osava insistere. — Forse, in quel punto, l'avido ciurmatore si pentì d'aver consegnato al Conte di Virtù la lettera di Maffiolo, perchè ora l'avrebbe venduta a prezzo doppio. — Ma il male non aveva rimedio; parlarne era come accusarsi d'infedeltà. Solo gli restava aperto l'adito alla rivincita, in una più ardita e profittevole impresa: quella, cioè, di riavere per forza lo scritto o la persona cui era diretto.
Barnabò durava ostinato nel suo silenzio poco incoraggiante. Tutt'altr'uomo si sarebbe perduto d'animo; Medicina al contrario, per iscuotere la languida volontà di colui, non aveva che ad accennare le difficoltà dell'impresa ed a creare ostacoli; certo che Barnabò non avrebbe resistito alla tentazione di rovesciarli.
“Ahimè, insensato ch'io sono! — sclamò Medicina percotendosi la fronte — ahimè! che stolido pensiero m'è passato pel capo.„ E taceva di nuovo; dando al viso e alla persona un'aria di umiltà e d'ipocrisia, che ingannava lo stesso Barnabò. Teneva il viso chino, e gli occhi a terra, appoggiava il mento tra il pollice e l'indice della destra, e il gomito al braccio sinistro stretto al seno. Tutto ciò era una pantomima studiata; il silenzio doveva essere l'eloquente proemio di quanto egli stava per dire.
“Campomorto! — susurrò tra sè, ma in modo d'essere inteso — è fuori del nostro territorio!... Sì certo. Esso è in quel di Pavia... dominio del Conte di Virtù... Ed io... ah mille volte pazzo!... La grandezza e la gloria del mio padrone m'inebriano a segno da farmi scordare la gloria e la grandezza del suo nobile congiunto... E...„ — Mentre ruminava altre parole di questo colore, osò levare un istante lo sguardo, per vederne l'effetto. La sua occhiata, benchè rapidissima, afferrò quanto bastasse per fargli ripigliare la bugiarda umiltà che gli assicurava il trionfo.
Infatti, il volto di Barnabò tradiva l'interna compiacenza, quasi avesse fatto una grande scoperta. Il rispetto che Medicina aveva mostrato pei diritti del Conte di Virtù, era l'unico modo di invitare il principe a violarli. Egli, che avrebbe sprezzato un consiglio o punito il temerario che osasse darne uno al suo signore, accolse le parole del ciurmatore come una inspirazione. Quel viso, prima sì cupo e taciturno, si aperse alcun poco; un sorriso minaccioso e terribile sfiorò quelle labra, dianzi diversamente spaventevoli nel silenzio. Medicina, che aveva compreso essere quella minaccia indirizzata a tutt'altro, che a sè, fece cuore, e cantò vittoria in secreto.
“Campomorto è feudo dei Mantegazzi, e dominio del Conte di Virtù? — urlò il principe. — Tanto basta... Doppia ragione perchè quella terra sia posta a soqquadro. Se esistesse un solo Mantegazza, e quello fosse ancora celato nelle viscere di sua madre, il pugnale del mio più fido servo spenga d'un colpo la razza scelerata! E che? mi si minaccia forse perchè il covo dei ribelli è sul territorio di mio nipote? Date a lui un bordone ed una sporta; non cerca di meglio, quel collotorto! Bravo Medicina! tu m'hai predetto la buona ventura questa volta. A te l'onore dell'impresa. Tu stesso devi essere il primo a mettere piede, in mio nome, sulla terra dei ribelli; tu precederai cento, duecento, mille delle mie alabarde, e porterai in quel castello la ruina e l'incendio. — Tutto sarà tuo: le carte solo e la fanciulla prenderai per mio conto. — Io, che ho sfidato l'ira del papa, che ingrasso nelle sue scomuniche, dovrò tremare della stizza impotente del mio diletto nipote..? Ah ah! Una sfida... vedremo... Parti, parti: fra tre giorni la risposta.„
Medicina, tutto mogio in apparenza ma assai sodisfatto nell'interno dell'animo, offerse al suo signore la più ampia protesta d'obedienza, curvandosi dinanzi a lui fino a terra; poi uscì. Non era ancor fuori della sala, che la gioja sprizzava dalle mille rughe della sua faccia da ipocrito. Raccolse un momento i suoi pensieri; scelse poscia i compagni, li ordinò, li istrusse; e prima che fosse notte, sprezzando l'intemperie, partì per Campomorto, da cui sognava di ritornar fra tre giorni ricco sfondolato.
Il disagio del cammino, cresciuto dal bujo della notte e dall'imperversare della procella, spense alcun poco gli spiriti del ciurmatore. Non già che gli sembrasse d'aver fatto un magro negozio; scopriva soltanto che la via era meno piana di quello che aveva sognato. — Quanto alla noja del viaggio, egli, che faceva pagar caro ogni suo atto di servitù, pensava rifarsi, aggiungendo nuovi titoli alla benevolenza del suo padrone e prelevando un lauto acconto sugli infelici abitatori di Campomorto. — Finchè agiva in nome del signor di Milano, non temeva di essere defraudato nei suoi guadagni. Ma in quest'intrigo arrischiava egli ancora qualche interesse tutto suo; onde, per non veder sfruttato il doppio e pericoloso traffico, chiamava a consulta le vecchie astuzie.
Medicina, lo sgherro di Barnabò, era anche il confidente di Giangaleazzo. — Chi dei due lo pagasse meglio, egli non curava indagarlo; ottima cosa era il farsi pagar bene da entrambi. Condurre una mano di sgherri a Campomorto, senza darne avviso al Conte di Virtù, era mettere in pericolo la protezione di costui. Imprigionare la figlia di Maffiolo, e consegnarla al signor di Milano, non era cosa scevra di pericolo: la prigioniera avrebbe potuto farsi accusatrice delle sue pratiche col signore di Pavia. — V'era di che pensar seriamente. Ed ecco perchè gli pareva meno lunga quella strada, che gli dava tempo a riflettere.
Non uno, ma cento progetti accolse coll'animo lieto di chi risolve un problema difficile: ma il conforto era passeggero; quelle soluzioni tanto vagheggiate erano poscia respinte col disgusto di trovarle sempre fallaci. Sotto il peso di quelle difficoltà, il bottino di Campomorto andava perdendo ad una ad una le sue attrattive. Pensava alla terribile probabilità d'essere scoperto; e lo poteva essere; e se lo fosse? A che le sue ricchezze? Più non gli rimaneva che il dubio sul luogo, in cui egli avrebbe espiata la pena dei traditori. — Questo pensiero lo faceva rabbrividire.
Dopo lunghe ed inutili torture, finalmente scoperse l'unica ed infallibile scappatoja. — “Si vada a Campomorto, disse egli fra sè, poscia a Pavia. Nella prima fermata raccoglierò di fretta quanto più m'importa; nella seconda farò, con più zelo del solito, il mio officio presso il Conte di Virtù; e, ridestando i suoi sdegni contro lo zio, gli offrirò l'occasione di battere le milizie che invadono il suo dominio, e di spogliarle di quanto avranno predato. Ma questa occasione non verrà mai, perchè io pel primo andrò di volo a Milano a denunciare alla signoria i procedimenti del Conte di Virtù. Per tal modo darò ad ognuno il buono e il tristo del mio mestiere.„ — Credeva il ribaldo, che ciò fosse giustizia.
Quella mattina i poveri abitatori di Campomorto si risvegliarono soprafatti da una doppia disgrazia; la partenza misteriosa della castellana e la comparsa di ima masnada, che pur troppo non faceva mistero dei suoi intenti. Quale terribile angoscia dovesse produrre la minaccia di una scorreria, ben lo si può imaginare, pensando all'istinto rapace di quei soldati di ventura, alla insaziabile avidità di chi li guidava, e al genio feroce del principe che li aveva sguinzagliati. I terrazzani, colpiti all'improviso, non ebbero tempo di raccogliersi e di pigliar l'armi. Se alcuno, spiando dall'alto il pericolo, spolverò lo stocco e diè mano agli arnesi guerreschi, non appena s'accorse con chi aveva a fare, rallentò l'opera, e depose le armi. — La difesa era inutile; l'ira grande ma impotente. Gli infelici non avevano altro modo di scongiurare la mala fortuna che farsi incontro ad essa con piglio mansueto.
Medicina non era l'uomo dalle vendette inutili. — Una sola volta ei l'aveva gustata nella morte del povero taverniere di Pavia; la lezione gli rimase impressa nella mente per tutta la vita. Autorizzato a far man bassa sugli infelici terrieri, pensò che meglio fosse limitarsi alle minacce, per avere da loro, o per loro mezzo, la più gran copia di roba e la migliore. Mentre la sbirraglia si sbandava nella cantina, e nel tinello, preludiando un'orgia, il capo di essa, seguíto da un suo fido compagno, visitò i luoghi più nascosti del castello, raccolse quanto vi trovò di più prezioso, e ne fece un mucchio, che consegnò all'amico, promettendogli a suo tempo una vistosa quota nel riparto. — Poscia, annunciandogli che doveva partir sùbito, lo nominò suo luogotenente, investendolo di pieni poteri, non senza consiglio d'usarne con quella discrezione, che meglio giovasse ad ingrossare il bottino. — Fatto ciò, riempì le tasche di grossi ducati fin dove le forze potevano sopportarne, e scomparve.
Il Conte di Virtù, reduce a Pavia e alle sue abitudini, non vi trovò la desiderata calma. Sperava che il ravviare le vecchie pratiche sì care un tempo, dovesse porgere pascolo gradito al suo spirito irrequieto. — Frugò nelle carte per rintracciarvi il secreto delle sue ambizioni; interrogò ogni angolo della reggia, perchè gli ricordasse quante volte e con quanta compiacenza aveva in essa mentito agli sguardi scrutatori de' suoi avversarj. — Si trovò deluso: quel mistero che circondava la sua esistenza, e che soleva diradarsi soltanto per spargere l'errore dove prima era incertezza, gli cagionava fastidio, come fosse rimorso, come se la coscienza gli dimandasse imperiosamente pel futuro un procedere più schietto.
La memoria della fanciulla di Campomorto era la viva apparizione della bellezza accoppiata alla virtù. I sensi di lui s'imparadisavano nell'evocare le sue angeliche forme; ma l'animo, nel penoso esame di sè e nella coscienza della propria inferiorità, lottava fra le sbiadite memorie del passato e le dolorose incertezze dell'avvenire. Se alcuna volta rivendicava la stima dovuta a sè stesso pensando alla lettera di Maffiolo, quelle parole, ancorchè incoraggianti, avevano un valore soltanto come un patto condizionato pel futuro: e quel patto era grave, arrischievole, pericoloso. Egli giocava un gioco formidabile, di cui ignorava perfino la posta: sapeva soltanto che poneva a risico il suo avvenire, la gloria, la speranza di tutta la vita: e che, toccata una sconfitta, gli riescirebbe impossibile la rivincita. — Il secreto che lo legava a quel patto era l'amore: un amor forte come la sua ambizione e meno paziente di quella. — Usciva egli dunque da una carriera arcana e difficile, per gettarsi in un'altra egualmente e più scabrosa. Con qual diritto avrebbe egli tentato di ravvicinarsi alla donna ch'egli amava? Spettava a lui il discendere onde eguagliare il principe alla vassalla o non doveva piuttosto tentar di salire, perchè il nome di un Visconte fosse degno della virtù dei Mantegazzi? Finchè durava questo dubio, entrambi avrebbero proceduto l'uno discosto dall'altro, come viandanti che battono due strade vicine, e non s'incontrano mai.
Pensando allo scritto di Maffiolo, e alla confidenza ch'egli si era meritato, concludeva che se la felicità di Agnesina gli era cara, la sua virtù doveva essergli sacra. Tornava col pensiero alle sollecite cure che gli erano state prodigate nella casa di lei; si gloriava delle prove d'affetto ottenute; ma concludeva: “guai a chi abusa dell'ospitalità!„ — Nello stesso ricordo si mescevano la rapida serenità dei giorni passati a Campomorto, il severo giudizio di Maffiolo, e il sacro debito dell'ospite. — Amava inebriarsi del primo pensiero, ma non appena vi si accostava gli altri ponevano nella coppa delle sue delizie tanta parte di ragione, che bastasse a distruggere ogni incanto, ogni ebrezza.
Alcuna volta gli parve che i suoi scrupoli fossero soverchii, e s'accusò di pusillanimità. Volle convincersi che una condotta meno cauta dal canto suo non sarebbe stata sconvenevole. Giunse perfino a vagheggiare con diletto il suo posto eminente, pensando ch'esso gli dava il diritto di chiamar legge ogni suo desiderio. Se a confortarlo in questo disegno richiedevasi l'esempio d'altri, egli non aveva che a volgere lo sguardo intorno a sè, e cercare in qual conto i signori suoi pari tenessero la virtù delle loro vassalle. L'elastica moralità della corte gli susurrava nel cuore, che l'infamia non era generata dalla natura di un fatto, ma dalla condizione della persona che lo commetteva. Ciò che era delitto in un popolano, diveniva affabile compiacenza in un principe. Le lacrime del povero erano tosto rasciugate da un sorriso di lui: dinanzi a lui, l'onestà famelica era men bella che la docile sommissione.
Ma il diletto, se pure poteva chiamarsi con questo nome un'allucinazione passaggera, gli metteva nel cuore una nausea, un fastidio, come se ingolasse un dolciume, in cui l'acre del veleno è mal mascherato; quindi respingeva tosto quei pensieri, come si respinge la coppa che è conosciuta infida. Allora tornava saggio come prima; anzi, più di prima severo con sè, quasi volesse rinvigorire colla vergogna di una colpa meditata la sua virtù vacillante.
Nella proverbiale ferocia del suo secolo, Giangaleazzo era una individualità privilegiata. — Diciamo privilegiata non unica; perocchè Azzone e l'arcivescovo Giovanni l'avevano preceduto col buon esempio. — Nelle cose di stato egli non seguiva l'esempio dei prìncipi del suo tempo, soliti a marciar dritto colla spada alla mano. Senza che egli apprendesse l'arte di governare, che poi divenne scienza, ed ebbe scuole, dottrine, e maestri, anzi prima ancora che esistesse la parola per qualificare l'uomo di stato, egli lo era, direm quasi, per istinto. Il suo carattere calmo, riflessivo, perseverante, lo premuniva dalle facili improntitudini dei suoi pari, sì gradite quando il cuore vi si abbandona, sì gravi di pentimento, quando ne ricerca il frutto. La cortigianeria, pronta a magnificare le virtù dei grandi ed a palliarne i difetti, non aveva valore sull'animo suo, che come mezzo di conoscere negli sviscerati piaggiatori i più incauti avversarii della sua fortuna. Inflessibile davanti alle smodate piacenterie di costoro, sopportava con animo egualmente imperturbato lo sguardo sinistro di coloro, fossero grandi o meschini, che lo disapprovavano. — Anzi, nei primi temeva a buon dritto la menzogna: in questi, no; il loro odio egli gradiva, perchè almanco sincero.
Anche nella vita domestica apprese di buon'ora a far violenza alle proprie inclinazioni. Ciò che nella prima età, sotto il dominio di un genitore tiranno, era dura necessità, a lungo andare, coll'uso della vita, diventò un abitudine. — Che se è temerario il dire che la sua studiata mitezza era solo un omaggio alla virtù, bisognerà per lo meno convenire, che egli possedeva l'arte fortunata di giungere felicemente ad uno scopo, senza calpestare con apparente violenza gli ostacoli, che gli attraversavano la via.
Il suo carattere ritraeva in parte le virtù della madre, Bianca di Savoja. Nell'animo di lui non cadevano in fallo i semi della educazione materna e i primi rudimenti di una cultura, rispetto ai tempi, vasta e gentile. Galeazzo II, dopo avere inventato la terribile quaresima di tormenti, fondò l'Università di Pavia. — Strano accoppiamento di barbarie e di civiltà, che sembrerebbe irreconciliabile, se non si pensasse che quel principe, ben lungi dal promovere negli studj la cultura e lo sviluppo intellettuale de' suoi sudditi, volle soltanto circondarsi di un'eletta schiera di sapienti, onde rifar credito alla scaduta cortigianeria. Egli gustava nelle parole dei dotti il sapore di una dialettica severa e piacevole, ma l'animo indurito non cangiava tempra a sì modico calore: nè il coraggio dei neofiti della scienza giungeva a tanto da mettere in pericolo la protezione del potente, pel fuggevole diletto di apostrofarlo con una acerba parola. — Il fondatore dell'Università non raccolse che i fiori dell'opera sua; i frutti vennero più tardi; ed il primo a gustarli fu probabilmente il figlio, cresciuto fra le dispute dei sapienti, nutrito dalle balde armonie dei provenzali, educato dalle meste note del Petrarca.
Un buon terreno, cui venga affidato buon seme, tosto o tardi, produrrà qualche frutto, a dispetto dei nembi passaggeri e dell'influsso malefico dei paduli circostanti. — Il giovine principe, in mezzo ad una corte corrotta, potè sfuggire al contagio propagato dall'adulazione: apprese anzi ad odiarla, come la causa precipua degli errori del suo genitore. Devoto al nome ed all'autorità di lui, dissimulò le secrete accuse, che il cuore moveva spontaneamente contro la sua brutale crudeltà; comprese, fino da fanciullo, quanto fossero fatali le esorbitanze del suo governo: riconobbe la menzogna dei cortigiani e la giustezza del publico malcontento: e nell'esempio della madre, maestra di toleranza e sua compagna nel martirio domestico, apprese ad odiare l'ingloriosa grandezza dei tiranni. — Una natura così nuova e privilegiata parve un enigma a tutti coloro pei quali il despotismo era allettamento od interesse. Il perchè, il signor di Milano e i suoi addetti, non sapendo come meglio spiegare questo fenomeno, chiamavano Giangaleazzo un uomo da nulla.
Per verità, dopo il ritorno da Campomorto, il Conte di Virtù accusava sè stesso di dapocaggine quante volte, tentando di combattere una preoccupazione creduta puerile, ricorreva scoraggiato e nauseato alle vecchie pratiche della corte. — Dolevasi che uno stolto pensiero, malgrado gli avvisi della ragione, divenisse il tiranno della sua volontà; dolevasi di arrischiare per esso i frutti di un lungo esercizio di virtù politiche. — Ma l'accorgersi del pericolo è già mettersi sulla via di scamparne. Chi crede che il tempo sia un rimedio, confessa il male, e desidera di guarire. Ora, in mali di simil genere non vi ha sintomo migliore di questo.
Le persone che lo avvicinavano, fatti accorti del mutamento, pensavano che il principe non fosse ben guarito; e l'uomo della scienza, chiamato dal suo dovere ad interrogarlo, credette aver penetrato il secreto de' suoi mali; ma s'affrettò a spiegarlo con un tale sfoggio di dottrine astrologiche, che valeva quanto il confessare schiettamente di non avere compreso nulla: del che il principe fu assai contento.
Fatta a suo modo la diagnosi, entrò a proporre il rimedio. E non si mostrò pago d'un solo; consigliò al suo cliente l'uso di più sostanze stillate insieme, le cui virtù occulte elidevano l'occulta potenza dei sortilegi, suprema ed indubia cagione di tutti i mali d'origine ignota. Poi consigliò al principe di mutar aria, di togliersi dalle cure, e di cercare nel perfetto riposo il ritorno delle forze e l'uso completo delle facoltà. — Il conte accettò il consiglio; finse di sottomettersi docilmente al regime dei filtri, che il medico stesso ammaniva, e ch'egli, quand'era tutto solo, buttava dalla finestra. Di più buon grado poi seguì l'altra proposta; e fissò di partire l'indimani pel suo castello di Belgiojoso, facendosi seguire da un piccolo numero di servi e dallo stesso medico; onde accreditare meglio la notizia ch'egli fosse malato; e poter vivere solo.
Che alla scelta della nuova dimora contribuisse il pensiero di avvicinarsi a Campomorto, non si può asserirlo con franchezza; ma non è lecito nemmanco il negarlo. — Fatto è ch'ei partì, che volle andarsene malgrado il tempo burrascoso, e che giunto colà non apparve nè più sereno nè meno sofferente di prima.
Dal piccolo corredo che ei portava seco, avrebbe voluto escludere tutto ciò che gli ricordava la sua infelice passione: ma cercò invano d'ingannare la memoria: essa si risvegliava ad ogni istante, al più sommesso appello di frivoli oggetti, come si ridesta la vampa fra sostanze incendevoli, se vi è celata una sola favilla.
Le cose procedettero a questo modo per due giorni. Il conte non si doleva; ma il suo volto, più che d'abitudine pensieroso, confermava le durevoli sofferenze. — La corte non fu mai così mesta come allora. Se ne dolevano i pochi servi, defraudati delle solite baldorie; e il peso dei loro rimbrotti cadeva sul medico, come se la noja di tutti fosse sua colpa; mentr'egli invece nella secreta sua cella non ristava un momento dal cuocere, spremere, stillare erbe ed aromi.
Finalmente, al cadere del secondo giorno, il sole riapparve, e salutò il creato con un raggio di buon augurio. Nel corso della sera il cielo s'andò a poco a poco sbarazzando dai vapori, che lo coprivano: a mezza notte non era più visibile una sola nuvoletta. Allora, l'instancabile scienziato abbandonò l'officina, e i suoi matracci, e, salito sopra l'altana del castello, si diede a percorrere coll'occhio i quattro lati della volta celeste, sperando di rubare agli astri il secreto, che l'inferma natura della terra sembrava negargli.
Ma aveva un bel fare a spingere lo sguardo in ogni parte di quel vastissimo orizzonte; egli strisciava sempre a terra, condannato a portare la catena dei suoi pregiudizj. — Accostava all'occhio la doppia lente, novella meraviglia inventata da Alessandro Spina, pisano; e credeva veder più da lungi e più distinto; ma l'intelletto, in mezzo a tanti oggetti, provava l'imbarazzo d'un malpratico, che si trova in un paese nuovo, in mezzo ad un crocicchio di moltissime vie, e non conosce quale sia la buona, e non sa come e da chi prender lingua. Ei girava in su e in giù, dall'uno e dall'altro lato, come se volesse interrogare il cielo intorno a ciò che doveva chiedergli. Ma non pertanto egli era uomo da confessare che quella immensità lo confondeva. La sua ignoranza lo rendeva imperterrito. E quando i delirii della sua mente non gli servivano di sgabello a salire alcun poco, non faceva che storpiare le leggi della natura per impicciolirle, per accommodarle a' suoi pregiudizj, e farle complici dei suoi errori.
Lasciamo che egli erri a libito negli spazii, cercando il nesso dei tre mondi, l'elementare, il celeste e lo spirituale: lasciamo ch'egli studii gl'influssi prodromi e conseguenti degli astri, deducendoli dalle loro apparizioni, congiunzioni ed occultazioni, ch'ei discenda infine a combattere la malvagia goezia, e a cercar l'alleanza della teurgia benefica; la storia degli errori umani è troppo ricca perchè ci sia il tornaconto d'occuparci ad illustrarla con una parola di più.
Un altr'uomo in quel castello e in quel punto vegliava come lui. Dopo di avere tentato inutilmente di abituarsi alle coltri divenute insopportabili, balzò dal letto, si coperse alla meglio e, schiuso un balcone che guardava a levante, vi si affacciò, avido di bevere l'aria fresca della notte e di specchiarsi nella vista del cielo. — Costui era il Conte di Virtù. — Se con quell'aspetto e in quell'arnese avesse percorso gli androni del castello ed incontrato anima viva, da quel dì certamente avrebbe dato credito alla favola che ivi errasse uno spettro; tanto egli era pallido e contrafatto.
Escito sul balcone, levò gli occhi al cielo; non per voglia d'interrogarlo, ma attratto dalla sua bellezza e dal bisogno di rivolgere ad esso la muta preghiera degli infelici. — Giammai in sua vita gli parve d'avere assistito ad uno spettacolo più sublime. Allora gli corsero alla memoria ed al labro quei versi dell'Alighieri:
O gloriose stelle, o lume pregno
Di gran virtù . . . . . . . . .
. . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
A voi devotamente ora sospira
l'anima mia . . . . . . . . .[24]
Poi disse fra se — “Ogni istante il cielo ne schiude il tesoro de' suoi prodigi, e i nostri occhi fissi e invetrati non sanno levarsi da questa terrena bassura per contemplarli? Quante volte il pio terror della notte si dileguò sopra il nostro capo senza avervi destato un sol pensiero? Quante volte la natura operò meraviglie dinanzi alla cieca umanità? — Toglietevi dalle piume, o voi cui il dolore non concede riposo: trascinatevi ad uno spiraglio, da cui si veda la notte; e lo splendore degli astri vi solleverà da questa terra, dove le vostre lacrime hanno fecondato le spine, e su cui vi trascinate come i vermi. L'origliere non dà alla vostr'anima trambasciata che la breve tregua del sonno; men calmo forse della morte, poichè turbato da fantastiche paure.... Qui ogni miseria vostra svanirà: qui vedrete Iddio nell'infinita bellezza dell'opera sua. Stolti! per aver pace, interrogate le strane inezie del caso; vi commovete al crepitar della fiamma, al cader d'una foglia, all'apparire di un insetto: e non stupite davanti alle meraviglie del cielo!...„
Curvo presso il parapetto del balcone, col capo appoggiato alla mano, e il braccio steso sul davanzale, stette egli lungamente contemplando quella scena. — L'aria, flagellandogli il viso, temperava il ribollimento interno, cagione della febre e dell'insonnia. La vista della natura placida e serena gl'infundeva nell'animo una dolcezza così nuova ed arcana, che mai non provò l'eguale. L'armonia di un caro nome si mesceva al queto alitare della brezza; e i due suoni concordi si confondevano in uno solo. Due begli occhi neri evocati dall'accesa fantasia, brillavano come le stelle; e le stelle, e quegli occhi, avevano di comune un fuoco vivo ma casto e temperato, che giunto al cuore l'inondava di delizie e di speranze.
A quella vista, la sua mente andava spaziando più libera e padrona di sè. — Il cuore, prima angustiato ed inerte, pulsò con un ritmo celere ed eguale. Non era febre, ma raddoppiamento di vita. Di pensiero in pensiero, egli varcò i gradi di un immensa scala piantata nel fango delle cose terrene e diretta al cielo. Le idee non seguivano un corso ambiguo, e sconnesso, ma fluivano placide ed ordinate, sicchè per esse ei percorreva a rimorchio con impulso propizio la corrente dei fatti, e dagli effetti ascendeva a riconoscere le cause, fino a scoprire la cagione delle cagioni.
Toccata quell'altezza, oh, come gli parve piccolo il mondo! Con quanta pietà guardò egli l'angusta cerchia de' suoi dominii! Con quanto dolore ravvisò le interminabili gare degli emuli, che per usurpare il patrimonio della patria antica, ne facevano a brani gli avanzi! Una scena di desolazione gli si aperse sotto agli occhi. — Qua vide province e città, crudelmente separate da confini arbitrarii, non voluti nè difesi dalla natura, ma assiepati d'armi venali e straniere. Là, campagne bianche d'ossa insepolte, che nel silenzio della notte si cercavano e si riunivano per sorgere, spettri vaganti e terribili, ad imprecare contro i fratricidi. — Erano quelli gli avanzi dei seguaci d'una fazione che, nel bollore delle ire di parte o nell'accecamento dell'ambizione, vennero, trucidati come nemici, mentre erano fratelli, figli di una madre comune. — Le tante vittorie cui aveva assistito gli parvero allora più inonorate delle sconfitte; l'ebrezza passaggera del vincitore ben più deplorabile che il silenzio e la vergogna del vinto.
“Quel veleno che rode le radici, diceva egli, attossica i frutti. La discordia dei prìncipi, non si arresta fra i prìncipi: scesa negli ordini minori fino all'ultima plebe, rompe i legami di sangue, di gratitudine, d'amicizia. Ogni cittadino ha davanti a sè un tiranno; accanto ed alle spalle, nei fratelli d'altra fazione, altretanti nemici.„
Agitato da queste amare rimembranze, il conte teneva la testa bassa e l'occhio errante nelle tenebre della terra. Ma quando surse a contemplare una seconda volta il magnifico spettacolo, un palpito nuovo, e soavemente mesto, lo richiamò a più dolci pensieri. — “Al cospetto del cielo, proruppe egli, le glorie di quaggiù sono fuochi fatui, che s'inalzano dal suolo fradicio, per sprigionare i miasmi della terra, e far più gravi le tenebre circostanti; ma la carità, oh la carità è la scintilla vergine e pura, è la luce del sole che offusca quella degli astri!„ — Quel palpito o quelle parole erano consacrate alla sua patria; alla madre tapina ed infelicissima, che invano mostrava le piaghe e chiedeva soccorso agli ingrati suoi figli. Allora sprezzò la vacua grandezza de' suoi rivali. La virtù di Maffiolo, ignorata come il diamante nelle viscere della terra, gli apparve più luminosa; il suolo in cui quel tesoro era nascosto, doveva essere fecondo d'altre nobili produzioni. Si propose di scuotere il fango delle passioni per diseppellirvi l'arcana virtù. Giurò per l'anima del generoso cittadino, ch'ei non chiuderebbe gli occhi in pace, finchè l'alto suo pensiero non fosse condotto a compimento.
“Sì — proruppe egli, a voce alta e con entusiasmo — imiterò il povero che lavora dì e notte per sfamare la madre. Guai a noi se osiamo abbandonare colei, che ne diede la vita. — Ambizioso, snuderò le armi dell'indomita passione a suo profitto: diverrò grande, affinchè la mia offerta sia degna di lei; diverrò ricco, affinchè la madre nostra non gema nella povertà. So che ricchezza e potenza susciteranno contro me turbe d'invidiosi. Ma che monta?... Forse che l'approvazione o il silenzio di costoro può essere mai lo scopo della mia vita? Il cammino è lungo: gridino a loro modo i codardi o i rivali, io non mi arresterò a render conto de' miei passi. — Avanti, avanti, lo spirito di Maffiolo mi rischiara la via. Mentre i faziosi affilano le armi per le guerre fraterne, io li sorpasserò. Quando la patria avrà ricuperato il suo nome glorioso e l'antica sua grandezza, il mio cómpito sarà finito; e m'arresterò. Intanto la mente e il cuore anelano a quella meta: ivi è la posta dove lo spirito di Maffiolo mi attende; colà l'amore d'Agnesina sarà la mia corona.„
Al pronunciare questo nome, il viso del conte si fece raggiante, come se riflettesse la calma serenità del firmamento. Pensava alla fanciulla di Campomorto coll'animo confidente e pio con cui l'Alighieri cantò Beatrice; e, richiamando la sua donna cogli occhi del pensiero, gli parve udire dal suo labro quei due versi:
Le mie bellezze sono al mondo nuove
Però che di lassù mi son venute[25].
I sensi furono debellati; l'affetto, che gli ferveva nel cuore, divenne sì puro che, davanti alla severa testimonianza del cielo, non arrossì di confessare la propria esistenza. Non era la donna che egli vagheggiava; ma la carità verso la patria tradotta nelle incorporee sembianze di un angelo.
Si dice essere la notte l'amica dei ladri. È infatti nell'ombra e nella quiete di essa che si medita e compie la più gran parte dei misfatti. — La notte promette silenzio ed impunità; e spesso tien la promessa, disperdendo l'opera dei malvagi nella bolgia delle turpitudini anonime. Essa genera in tutti un aumento di forze, il quale, se non abbisogna al saggio per serbarsi onesto, basta al malvagio per rinvigorire i suoi pravi istinti. — Perciò, se si vuole rappresentare uno scelerato, lo si circonda di tenebre. La cella delle sue inique meditazioni si finge scarsa di luce; l'ora del delitto è il colmo della notte; la scena un ritrovo solitario. A nessuno cadrà mai in pensiero d'imaginarlo franco col viso alto e la fronte rivolta al cielo. Che se egli osa talvolta gettar sguardi procaci, i suoi occhi non soverchieranno mai il capo della vittima; e se la vittima saprà affrontarne la luce sinistra con altretanta imperturbabilità, è assai probabile che l'oppressore subisca la legge dell'oppresso.
Ma è la notte della terra che offusca lo spirito, ed agghiaccia il cuore, non quella del firmamento, sempre consigliera del bene. La scarsa luce che piove dal cielo stellato è splendore vivo e smagliante che illumina la coscienza, che sprona l'inferma volontà, che rassoda i retti giudizii. — Oh se il malvagio levasse un solo momento lo sguardo al disopra delle cose terrene, egli vedrebbe sciogliersi tosto gli ingannevoli fantasmi che lo trascinano al delitto!
Più mite, ma non meno efficace, è il turbamento che essa produce sulle anime gentili, le quali professano alla virtù un culto profondo, e non aspettano che l'occasione per darne prova. Il chiaror delle stelle parla d'amore alle anime schiettamente innamorate; ma non consiglia affetti vili. Esso rinfranca i propositi dei timorosi, perocchè l'uomo sente di non esser solo, mentre Dio gli è testimonio e consigliero. È maestro d'azioni generose, giacchè quella luce che gli fa parer bello l'erto sentiero della virtù, gli mostra l'inganno e la caducità del bene comprato con un rimorso.
Null'altro adunque che la vista di quella magnifica notte commoveva l'animo del conte. Invano aveva egli cercato la calma all'assopimento ed al riposo; invano l'avrebbe chiesta alle memorie del passato od alla sapienza dei libri.
E che era mai quello spettacolo, se non una delle mille e mille notti, che scorrono placide ed obliate su tutta la terra, senza essere privilegio di clima o di stagione? — Non brillava la luna. La volta celeste libera d'ogni nube poteva paragonarsi ad un immenso velo bruno e trasparente, attraverso il quale si diffundeva una luce scarsa, uniforme, mestissima. Gli astri di maggiore grandezza gettavano sprazzi di fuoco a vario colore. Intorno ad essi una grande aureola d'aria bruna sembrava tenere in rispetto l'innumerevole corteggio delle stelle minori. — Ma quello spazio di cielo, in cui a prima giunta non si vedevano che tenebre, a poco a poco si popolava di uno, di due, di cento scintille, che apparivano e sparivano, con tale incertezza e in sì gran copia, che difficile, per non dire impossibile, era lo scoprire un punto, dove esse non fossero. Nel mezzo e longitudinalmente la volta celeste era partita da una zona albicante, a contorni incerti e sfumati, che a prima vista poteva confondersi con una nuvoletta, ma che, meglio guardata da chi tenesse conto de' suoi movimenti, insegnava anche all'occhio profano non essere emanazione della terra, ma sostanza eterea mossa da una sola legge col resto dell'universo.
L'osservatore, non più sapiente che i sapienti della sua corte, di cui abbiamo già conosciuto un esemplare veritiero, respingeva in sua mente le pagane credenze, che spiegavano quella notturna apparizione. — Ma mentre rideva di chi la chiamò una stilla sfuggita dal seno di Giunone, o la strada rovinosa di Fetonte disseminata di cenere, o il sentiero degli eroi avviati al tempio della immortalità, inclinava con Teofrasto e Macrobio ad abbracciare l'ipotesi tornata in voga, che essa non fosse altro che la saldatura dei due emisferi celesti. — La più sana delle congetture era, come avviene pur troppo e sempre, la meno accetta. Nessuno pensava a quei tempi a Democrito d'Abdera che, quattro secoli prima dell'era nostra, sospettava essere la via lattea quello che è per noi al dì d'oggi, miriadi di stelle.
Risalendo il corso della storia, ad ogni piè sospinto ci avviene d'incappare in traviamenti dell'intelletto umano. Chi provasse soverchio fastidio nel percorrere una strada seminata di errori, abbandoni il proposito di frugare nelle vecchie carte. Probabilmente i nostri posteri diranno lo stesso di noi. Ma non ci deve esser lecito sperare che verrà un tempo, in cui l'uomo, compiuta la conquista del possibile, rimarrà pago e tranquillo a fruirne i vantaggi? Diremmo di sì, se una dolorosa esperienza non ci avvertisse che questa immobilità fondata sul possesso del meglio, (tacciamo dell'ottimo) non ebbe mai una durata significante. Quando l'uomo cessa dall'edificare, incomincia il rude lavoro della distruzione. Più volte egli fu vicino a toccare il colmo della civiltà; ma giunto a meravigliosa altezza, non vi si arrestò: scese di nuovo, disconobbe l'opera sua, abiurò le verità conquistate, morì sotto il raggio del sole, per rinascere dalle sue ceneri, come l'uccello della favola.
Il nostro osservatore cadeva in un altro e più madornale inganno. Egli (e tutto il mondo con lui) pensava, che la volta celeste scorresse al di sopra del suo capo, con quel moto uniforme di traslazione, che appare all'occhio di chiunque guarda il cielo in ore differenti, con illusione simile a quella di chi, solcando l'acqua, crede che la riva gli fugga lontano — Quest'errore era rafforzato da grandi autorità; l'Almagesto di Tolomeo lo convalidò, lo ribadì, lo fece essere il perno di tutte le dottrine celesti per sedici secoli. Su di esso si fondò la deplorabile congerie delle assurdità, d'onde è tessuta l'astrologia. Di fatti, posta l'ipotesi che tutto l'universo sia creato pei bisogni ed a diletto di quest'atomo che si chiama terra, ogni uomo non è troppo ardito se crede aver nel cielo almanco una stella per sè, ivi posta a sua guardia e tutela. Eppure Pitagora e Filolao, trecent'anni prima di Tolomeo, avevano scoperta la dottrina sul doppio moto della terra. Una teoria sì semplice e chiara spiegava tutti i fenomeni della natura, ed appagava la mente ed il cuore degli uomini, imaginando un universo più degno della potenza infinita che lo aveva creato. Ma la verità, forse perchè troppo bella ed evidente, non ebbe proseliti. Ci vollero secoli e secoli prima che si disseppellisse l'ignorata dottrina dei Pitagorici; e quando Galileo la scoperse, la comprese, e la corredò di prove irrefragabili, vide levarsi contro di sè, non solo la dispettosa incredulità del vulgo, ma un'ignavia togata e tonsurata, che tentò strozzare la verità rediviva sotto la pressura de' suoi strampalati sillogismi, rafforzandoli con quegli argomenti, che tutto il mondo conosce dalla storia delle inquisizioni.
Le dottrine cosmiche, che noi abbiamo attribuito al nostro eroe, erano sue applicazioni: non però del momento, a cui è rivolta la nostra attenzione. Il conte non vide per minuto quanto qui venne toccato di volo; meno ancora s'arrestò a farne oggetto di studii o considerazioni. Quella scena scosse i suoi sensi, e li attraversò per giungere al cuore e sollevarlo in un nuovo mondo, che gli apparecchiava un delizioso delirio. Fu verso il mattino che egli riprese la conoscenza dell'esser suo; e allora si trovò stanco, sbattuto, aggranchito dal freddo e dall'insonnia.
All'escire da quel paradiso di belle inspirazioni, ripigliò i sensi, che ve lo avevano sospinto, e li trovò guariti da ogni ebrezza, anzi calmi e torpidi, come nei momenti meno poetici della sua vita. Gli occhi, vogliosi ormai di riposare nell'ombra delle cose prossime, si compiacevano di fissarsi nei vapori mattutini; poi scendevano a mirare le creste dei boschi disegnate sull'orizzonte, e i casolari e gli alberi che escivano a poco a poco dal caos notturno, assumendo forma e colore. L'orecchio, sordo dianzi ad ogni chiamata terrena, cominciò ad udire distintamente il sibilo armonioso della brezza, cui faceva eco il rombo lontano dei rigagnoli e dei fiumi ingrossati dalle piogge; indi l'abbaiare dei cani, lo strido sinistro dei gufi che rientravano nei loro nidi, e il passo misurato delle scolte.
Ma, tornando egli dalla sua corsa fantastica, non doveva perderne tutti i vantaggi e tornar l'uomo di prima. Di quell'incanto portava le tracce profondamente scolpite nell'animo, a quel modo che ci restano nella memoria le sembianze e le parole di persona cara dopo esserci congedati da lei. Anzi, se prima i pensieri erravano senza freno in balía della mente agitata, ora, sottoposti al giudizio della ragione, ne divenivano il linguaggio. Quei pensieri adunque andavano guadagnando ordine, consistenza, efficacia appunto perchè avevano perduto il brioso colore d'un sogno. Da quell'istante non sentì altro bisogno fuor quello di lasciare corso agli effetti della misteriosa lezione, che il cielo gli aveva dato. Abbandonò il balcone e rientrò nella camera; diè un'occhiata di pietà al suo letto, e risolse di non spendere l'ultima ora della notte dove aveva sì infelicemente passate le prime. — Un brivido invincibile gli correva per le ossa e gli faceva battere i denti. Staccò dalla parete uno spadone, e s'accinse a manovrarlo a due braccia. Ma quell'esercizio gli interrompeva il filo delle idee. Rimise l'arma; e, pensando che l'aurora doveva essere vicina, si propose d'escire a vederla, e di correre un buon tratto di strada per dar corso al sangue e cacciare il freddo. — Sodisfatto di questo pensiero, si dispose a mandarlo ad effetto; indossò abiti più convenienti, cinse la spada, si coperse di un mantello bruno, e ravvolse la testa in un capuccio cremisino; poi escì dalle sue stanze e, attraversati gli androni del vasto palazzo, scese inosservato nella corte d'onore. Quivi si arrestò un momento, per assicurarsi che regnava intorno a lui la più profonda quiete. Tutti gli abitatori del castello dormivano. Dormiva anche Esculapio che, dopo avere interrogato le stelle e il codice di Guido Bonatto, credette di doverne attendere la risposta in sogno. — S'addormentò il valentuomo col libro fatidico stretto al cuore; ed ebbe infatti più assai che non s'aspettava, spettri ed apparizioni in folla. Peccato che la mattina seguente, nel tentare di rinvergare il bandolo a tanta copia di rivelazioni, non venne a capo di trovar altro fuorchè il ricordo della sua matta paura.
Escire dal castello senza essere veduto, non era cosa possibile. Le mura ai quattro lati erano cinte da una fossa, in quel dì torbida e colma dalle continue pioggie. Le porte erano munite di un ponte levatoio, che sulla sera veniva alzato; ed a ciascuna porta vegliava un alabardiere con ordini precisi di non dare entrata a persona, e di non permettere l'escita se non a chi ne giustificasse il motivo. — Il principe questa volta si trovò impacciato in quella stessa rete di precauzioni, che erano scrupolosamente mantenute per la sicurezza e il decoro della sua persona.
“Impossibile fare un passo senza aver cent'occhi a dosso, sclamò egli tra sè con dispetto; dimani cotesti oziosi non parleranno che della mia escita mattutina; e Dio sa, quante e quali spiegazioni sull'insolito avvenimento!„
Egli era tornato l'uomo cauto e circospetto di prima. Nondimeno s'avviò di buon passo verso la porta di levante, che era la principale del castello. Per buon tratto marciò ravvolto nella penombra di un alabardiere che passeggiava in su e in giù pel vestibolo, coprendo la lampada appesa alla imposta interna del portone. — Ma quando il soldato s'accorse d'alcuno che gli si avvicinava, fe' un passo di fianco, e lasciò che i raggi dianzi interrotti arrivassero all'incognito. Ma non avendolo ancora riconosciuto, gli diresse a voce alta e in modo deciso un chi va là? Il conte non si arrestò, nè rispose: con una mano rovesciò alquanto il capuccio che gli scendeva sulla fronte; coll'altra fe' cenno di tacere, ponendosi l'indice attraverso alle labra. Dietro quest'atto udì tosto lo scricchiolare delle catene, che scorrevano sulle puleggie onde abbassare il ponte, e vide aprirsi la porta di soccorso. Passato oltre e giunto a mezzo del ponte, girò lo sguardo indietro, ed ammiccò la guardia con un'aria ancora più solenne che voleva dire: “guai a te se parli„. Il soldato ritto al suo posto, appoggiando verticalmente l'alabarda allato della persona, accennò d'aver inteso, e ripetè in cuore suo “silenzio ora e sempre„. Chiuse indi la porta, e ritornò a misurare il lastrico co' suoi passi lenti e sonori.
Varcato il rivellino e le poche opere che fronteggiavano il castello, costrutto a delizia non a difesa dei signori Visconti, escì sulla spianata che in allora non meritava nome di piazza, giacchè scarse ed irregolarmente collocate erano le casipole, che la circondavano. Dicontro alla porta principale si apriva la strada maestra diretta a Corte Olona: via serpeggiante, ineguale, vallicosa, come lo erano tutte a quei dì. Per breve tratto essa soverchiava la campagna, poi correva sepolta fra immense siepi, protette da piante, che sembravano aver comandato per un secolo al passaggero le più stravaganti deviazioni. L'intemperie dei giorni antecedenti l'aveva malconcia ancor più del solito: in certi punti, profondi avvallamenti ricolmi d'acqua la cangiavano in uno stagno impraticabile: ivi le pedate dei viandanti, pel ricorrente bisogno d'aprirsi un cammino fuori della pozzánghera, tracciavano sul ciglio della siepe una viuzza alta e sgombra, che si ricongiungeva alla strada maestra, appena questa tornava meno disagiata.
Il conte entrò di buon passo per quella strada e, mano mano che s'avanzava, si sentì crescere la voglia d'andare. — Senza che l'animo suo rientrasse in quell'ordine di idee che nella notte l'avevano inondato di tanta dolcezza, ne provava i benefici effetti in una calma dello spirito ed in un crescente ben essere del corpo, come se giungesse dall'aver fatto un'opera buona, e s'avviasse a riceverne la ricompensa. Camminò sulla strada superandone tutte le difficoltà, e seguendone i giri capricciosi, fin quando vide sulla siepe a manca aprirsi l'ingresso ad un sentiero, che immetteva nei campi. V'entrò a caso; e, postosi sur un arginello elevato ed asciutto, ripigliò il passo colla sua solita lena.
Ma fin qui egli non mirava ad alcuno scopo. Un incompreso desiderio l'aveva tratto fuori dal suo soggiorno, facendogli superare la tirannica legge delle consuetudini; ora, trovatosi all'aperto, rivolse gli occhi a quella parte del cielo, da cui si effundevano i primi albori del giorno.
Le stelle erano scomparse: solo una brillava a levante di una luce tremula e vivissima sur un fondo d'aria leggermente cerulea, davanti alla quale si diradavano le tenebre, ed a cui succedevano zone degradate di una tinta simile al color della perla, poi un leggiero incarnato, e un roseo intenso; infine un color d'oro ed un croceo vivacissimo, temperato da screzii porporini coll'orlo di fuoco.
Sotto l'influenza di quella luce ancora debole e sparsa, già tutto il creato ripigliava vita e calore. — Le piante cominciavano a verdeggiare; le frondi acquistavano varietà e rilievo. Qua la campagna si tingeva del verde scuro dei prati; là dell'arso colore delle stoppie: dove appariva inculta e grigiastra, dove bruna e solcata di fresco. — Tugurj e capanne, disseminate con apparente capriccio, mostravano da lungi la loro pittoresca miseria. Sporgevano fra pianta e pianta i tetti acuminati delle ville lontane, coperti di paglia. o di tegoli, ricoperti da una muffa rinverdita dalle piogge recenti.
Il sole non era comparso; e già da un'ora il braccio dell'uomo svolgeva la terra onde prepararla a ravvivarsi sotto i suoi raggi. — La tridua procella, interrompendo i lavori della campagna, aveva costretto il contadino alla più ingrata delle sue fatiche: l'ozio. In quel dì, per riguadagnare in parte il tempo perduto, usufruttavasi perfino la luce delle stelle. Prima dell'alba erano aggiogati i buoi, allestiti gli utensili, divisi i lavori. Uomini, donne e fanciulli, erano inoltrati nel lavoro, quando apparve il sole. I primi raggi non ebbero a riscaldare le membra di quelle creature già trafelate dalla fatica.
Il conte poneva a confronto il rude travaglio e il tenue compenso del contadino; e da quell'esame sentiva muoversi il cuore a pietà. Ma quei buoni lavoratori, ignari che un'anima compassionevole pensasse a loro in quel momento, gli diedero inavvertitamente una solenne smentita; perchè da varj punti della campagna risposero con allegre canzoni alla tacita inchiesta di quel pietoso, che in fondo al cuore esclamava — “oh poveretti, come devono essere infelici!„
Accostandosi ad un gruppo di contadini, e costringendoli colla sua improvisa apparizione a levar gli occhi dalla gleba ed a rialzare il dorso curvo sulla marra, lesse loro sulla faccia le ingiurie della povertà, non l'abbattimento degli spiriti. Su quei tratti arsi dal sole, invecchiati dagli stenti, emaciati da una temperanza eccessiva, brillava ancora un non so che d'ilare e di vivace, che non offendeva la severa precocità delle rughe. — I cenci e le canzoni, il lavoro e le celie, la miseria e la contentezza, costituivano la più nuova, la più meravigliosa antitesi. — Per avere il diritto di contemplar meglio quella scena, e di studiarne l'importanza, il conte, che andava in traccia di emozioni, s'arrestò: e, per giustificare la sua fermata, si rivolse ad uno dei più vicini col pretesto di chiedergli dove conducesse il sentiero su cui egli camminava.
Gli fu risposto con parole acconce e con un lusso di gesti atti a chiarire nel miglior modo le varie località, cui quella strada metteva capo.
“Messere, va forse a Genzone? — chiese il villano con ingenua curiosità.
“Sì„ — rispose il conte, cui quel nome e quel luogo eran noti, ma che finse di non conoscer bene per avere argomento d'interrogare.
“Dritto dunque fino a quella cascina, — rispose l'altro, accennandola colla mano, — poi a destra pel bosco; fuor d'esso a manca sulla costa alberata, finchè vedrete una torre.... La conoscete la torre di Genzone?... No!... Essa porta bandiera guelfa: non c'è pencolo d'ingannarsi... Un momento, — ripigliò dopo breve pausa, mentre stava per chinarsi di nuovo sul suo arnese. — Avrete a passar l'Olona, ed oggi e per qualche giorno non è possibile sfiorarla sul colmo di ciottoli, come facciam noi nella state. V'ha una piena furiosa, che fece gran danno all'alto. Fate di trovare un batello; l'avrete mezzo miglio al di sopra, camminando sull'argine ove il terreno è sodo. Cercate conto di Ranuccio; egli è nato pel servigio del prossimo, e si chiamerà contento di condurvi dove piaccia a voi.„
“Come va l'annata?„ — interruppe il conte, che più di quegli inutili indizii desiderava scoprire il secreto di accoppiare la miseria alla contentezza.
“Come Dio vuole, — rispose il contadino, velando sotto la frase rassegnata la sua poca sodisfazione. — Se avremo pane per quattro mesi sarà un miracolo. Ma che volete? un carro di fastidj non paga un terzuolino di debito.„
“E il restante dell'anno?„
“Eh... al resto ci penserà quel di lassù...„
“Non vi accorate per ciò?... Le vostre donne e i figli cantano allegramente, come se il granajo sfondasse sotto il peso della messe.„
“Ah Messere, questi canti sono la nostra preghiera del mattino. — È già un gran dono del Signore se possiam vederci qui tutti riuniti al travaglio, e s'abbiam braccia a durarla. Quando non si merita nulla, anche il poco è un di più. Eh, Messer mio... v'ha dei più poveri di noi. Se noi dubitiamo del nostro avvenire al di là di quattro mesi, taluni dubitano d'aver pane pel dimani; e v'ha pur troppo di quelli che hanno la disperata certezza di non aver oggi di che sfamare i loro bimbi. Io sono per costoro quello che voi, Messere, siete per me. Del resto, il pensar tanto all'avvenire non sta bene a noi poveri villani; perchè troppo spesso avremmo fatto il conto senza l'oste. Quando il solco ci piglia la semente, non ci promette mai di restituircela. Talvolta la madre terra ce la fa vedere moltiplicata, e noi facciam conto d'aver cambiato i pugni di grano in staja colme: e poi?.... e poi una nuvoletta, in pochi minuti, ci affonda le moggia nel terreno, come fossero erbaccia di scioverso.„
Da tali parole il conte imparò, meglio che dai libri, alcune importanti verità. Apprese che costoro, la cui sorte meschina desta il nostro compianto, tante volte a più buon dritto meriterebbero la nostra invidia, perchè sanno opporre agli insulti della fortuna un'incrollabile fermezza ed una fiducia non meno soda. — Apprese ancora, che la felicità, o ciò che vi assomiglia, come la più comune delle piante, attecchisce meglio all'aria libera e nei bassi ordini sociali: chi ne vuol forzare il rigoglio col rinchiuderla nei serragli, riscaldati dal fermento artificiale dei desiderii, delle passioni, delle fittizie necessità, corre rischio di soffocarla in quel medesimo elemento da cui, a suo credere, dovrebbe trarre vita e sviluppo. Ma non concluse per ciò che si debba abbandonare chi lotta contro l'avversa fortuna alle sagge lezioni della innata sua filosofia. — Trovò che una bella parte era serbata anche a lui: la parte della providenza, cui il poverello affida le sorti del suo avvenire.
Si fece perciò dichiarare il nome di quei meschini, e volle sapere quello del suo interlocutore, per dare ai primi un pronto soccorso, per non lasciar mancare pane a quest'ultimo dopo i quattro mesi assicurati dal magro ricolto.
Lieto di una tale risoluzione, che lo faceva certo di non avere speso male i suoi passi, fu ad un punto di retrocedere; ma il cuore, senza additargli una nuova meta, le invitava a continuare nel suo cammino, e il conte, docile agli avvisi del suo consigliero che fin qui lo aveva guidato a bene, andò avanti.
Poco oltre, succedeva alla campagna ben coltivata, una landa sterile e selvaggia; lavoro delle acque, che avevano roso il glutine fecondo del suolo, mettendo a nudo l'argilla. Ivi, non più traccia di solchi. In alcune parti il terreno sembrava il letto di un'antica alluvione; in altre, dove le acque avevano trascinato la terra sativa, sorgevano mucchi deformi, sui lati dei quali verdeggiavano copiose ceppate d'erbe grasse.
Un vecchio mandriano, pratico di quella grillaja, spingeva davanti a sè col bastone una greggia scarsa e macilenta che, dopo d'avere errato lungamente, sembrava protestare belando contro l'intolerabile fastidio di un nutrimento, a cui il pecorajo avrebbe voluto accomodarla. — E infatti, dove era raccolta la terra atta alla vegetazione, stagnavano pure i rigagnoli; e dal fondo paludoso sorgevano verdure acri e nauseabonde, anche pel più sobrio palato.
S'invogliò il conte di conoscere se quell'improviso mutamento era dovuto alla natura perversa del suolo, oppure all'abbandono degli uomini. Chiamò quindi a sè il pecorajo, e lo interrogò.
“Trent'anni fa, soggiunse costui, quando io scendeva dai monti d'Oltrepò per trovar foraggi alla mia mandra, che era tutt'altra cosa da quello che vedete qui, queste erano le più belle, le più fertili campagne del contado. Se ne vantava il massaro di Genzone, e, sprezzando i suoi vicini e la lor roba, soleva dire che nessuno al mondo sapeva condurre un aratro, nè concimare un solco, nè tampoco distinguere il loglio dalla biada. — Egli andava tronfio e pettoruto come se tutti dovessero chinarglisi dinanzi. E infatti pareva che la messe d'ogni anno si pigliasse carico di farlo divenire ancor più superbo. — Il suo granajo era sempre colmo. — Ma venne il disgraziato anno della pestilenza; e la famiglia del massaro per giustizia divina fu la prima ad esserne colpita. — In questi solchi, di cui menava gran vanto, il superbo, che Dio gli perdoni, riposa con quattro figliuoli ed altretante nuore. Da quell'epoca la sua terra rimase deserta e maledetta: non v'ha chi osi seminarvi un sol granello d'erba fienaruola. È roba di tutti, e perciò nessun la vuole. — Io solo visito ogni anno questa povera campagna, e dico requie a' suoi antichi coltivatori. Ma anche le mie pecore par che sentano il malanno ogni volta che sono costrette a piegar il muso su questi magri brùscoli.„
Anche di ciò prese nota il conte; e stabilì dentro sè di provedere con miglior agio a ridonare a quella terra l'antica sua floridezza; poichè, se a quella mancavano le braccia, v'erano delle braccia cui veniva meno il lavoro.