Passato il deserto, entrò in un bosco, poi valicò una costiera; percorse nuovi campi, ed altre boscaglie, saltò ruscelli e gore, finchè giunse alla località designatagli, da cui vide sorgere la torre guelfa di Genzone. Di là alla riva del fiume vi erano pochi passi. Egli non vedeva ancora l'acque dell'Olona, mascherate dalla sponda alta ed ingombra di piante, ma ne sentiva il fremito; poichè in quel tratto, a cagione della insuperabile arginatura, essa defluiva più violenta e spumosa. Dietro gli argini e nei naturali avvallamenti del suolo si vedevano ad ogni tratto acque morte e pozzanghere, abbandonate dal rigurgito dei ruscelli, che non avevano libero deflusso.
Il sentiero, su cui camminava il conte, si rendeva ancora più tortuoso ed ineguale. Mano mano che esso s'avvicinava all'Olona, crescevano gl'ingombri, e si facevano più fitti i rovi e gli sterpi; finchè, varcato l'argine maestro, scendevasi per una china insensibile alla riva del fiume. Ivi le acque ingrossate salivano ad occupare la sponda declive e l'argine, ingolfandosi in ogni seno e rodendo la viuzza e la riva.
Questa doveva essere la meta del nostro viandante; e qui difatti egli stava per voltare indietro e rifare la strada, rinunciando a Genzone ed alle cortesie del batelliere. — Ma non v'ha chi giunga in capo ad una via e, al momento di retrocedere, non si arresti un istante per fissare lo scopo, qualunque esso sia, del suo cammino. — Così fece anche il conte. Cessato il rumore dei passi intese meglio quello delle acque correnti; e, volgendo l'occhio intorno a sè, contemplò con animo conturbato la natura selvaggia del bosco, che aveva percorso. Gli parve allora che la scena, su cui prima il suo occhio aveva vagato con indifferenza, assumesse un aspetto sinistro; che quel sentiero diventasse più angusto; ch'entro il bosco l'aria fosse scarsa e pesante. Anche le forze non erano più valide e complete. La sosta, rendendogli gradita una momentanea inerzia, gli faceva provare un primo sintomo di stanchezza. Per fino il frastuono della corrente gli recava, o sembrava recargli, all'orecchio qual cosa di nuovo e d'infausto.
Egli non era però tal uomo da cedere alla stanchezza. Avrebbe riso d'ogni tentazione superstiziosa: avrebbe arrossito di un atto di paura. — Ma, mentre era pronto a respingere ogni codarda esitanza, non voleva o non poteva chiuder l'animo ad un presentimento mesto e indefinito. Il fastidio della solitudine lo spingeva ad escire dal bosco; un sentimento d'opposta natura ve lo tratteneva, come se dovesse attendervi una decisione, una sentenza, la fine di un dubio. — Ritto sui due piedi, con una mano sul petto e l'altra appoggiata al pomo della spada, levando la testa fuor del cappuccio arrovesciato, percorse con rapido sguardo gli oggetti circostanti. — Nulla vide di nuovo o di strano: allora condannò sè stesso a scontare la pena della sua colpevole apprensione, arrestandosi quant'era d'uopo per indagare quale ne fosse stata la causa. A quell'esame ogni malaugurio svanì: tutto rientrò nel corso ordinario delle apparenze di niun conto: tutto, fuorchè una cosa. Allo strepito delle acque s'accoppiava, senza confondersi con esso, un suono più lieve e più strano. Tese l'orecchio, ed arrestò il respiro per ascoltar meglio; quel suono simigliava ad un lamento. Gli intervalli di silenzio che separavano l'uno dall'altro s'andavano allargando; il lagno si faceva più sommesso, più fievole; quasi che il punto da cui partiva s'allontanasse, o come se languissero le forze di chi l'emetteva.
Guidato da quella debolissima scorta, ormai non più sensibile di un sospiro, ritornò verso il fiume, vincendo con raddoppiata gagliardía gli ostacoli che gli ingombravano il cammino. — Toccata la riva, scese quanto era possibile sul pendio di essa, e raccolse i sensi per ascoltar meglio; non si udiva che lo strepito dell'Olona. Non contento di ciò, abbrancando i rami di un albero, si prostese inanzi, lanciandosi a corpo perduto sul ciglio della riva: non udì nulla. Si ritrasse di nuovo, e fece ala colla mano all'uno e all'altro orecchio, per rubare all'aria i suoi secreti: ancora nulla. Si sdrajò finalmente, e pose l'orecchio sul terreno, sperando che il suolo gli recasse qualche vibrazione sonora: sempre nulla. Allora rialzandosi, disse tra sè. — “Stolto, chi soffre sono io.„ — Ma non appena ebbe compita la frase, vide al lato opposto del guado un oggetto candido, leggiero, fluttuante, scosso dalla corrente e trattenuto dalle radici di un albero. Benchè gli fosse vicino, non potè rilevarne le forme, perchè intercettate dallo spessore della macchia. Pur vide tanto da mettere da parte il dubio che fosse arredo, od involto, o schiuma d'acqua condotta giù per la corrente. Con quanta ansietà egli movesse a quella volta, non è facile il dirlo. — Convulso, tremante, scuotendo lungi da sè ogni impaccio, aprendosi colla spada la via in mezzo ad una rete di frondi, si trascinò alla riva del guado. Là comprese di che si trattava, e benedisse Iddio che gli aveva mandata una buona inspirazione, ed il suo cuore che non l'aveva respinta. Quell'oggetto fradicio e bruttato di fanghiglia era la gonna di una femina. La tinta di quel lino aveva perduto l'originaria purezza, ma il bruno terso di una ricca capigliatura disciolta ne rilevava in alcuna parte il candore. L'infelice era stesa boccone sur alcune tavole mal connesse, che si tuffavano nell'acqua, o salivano a galla, sospinte dall'urto della corrente che tentava trascinarle seco, o trattenute dalle radici che glielo impedivano. Le vesti, benchè lacere, conservavano l'impronta di una certa quale eleganza; i capelli le nascondevano il volto, il seno e gli omeri, ma ne lasciavano indovinare la gioventù e la bellezza. Più rassicurante caparra di sì preziose doti erano i contorni di tutto il corpo, che, sotto le pieghe della veste inzuppata, si disegnavano puri e squisiti come quelli d'una statua antica, ed a cui l'abbandono fortuito della posa aggiungeva quella compostezza, che comanda il rispetto. Il braccio manco era ripiegato sotto la testa, e fuor dall'onda dei capelli esciva una mano alla quale nè il contatto di tante sozzure, nè il lungo oltraggio, avevano tolto o scemato il naturale candore. Il dorso di essa, leggermente screziato da vene turchine, era pallido e trasparente come la cera; le dita snelle ed affusate si facevano alquanto livide all'estremità. Solo il pugno conservava ancora un avanzo di vita, per stringere alcun che di ignoto.
Tutto ciò vide il conte in un sol colpo d'occhio; e comprese, o per dir meglio indovinò, la sorte dell'infelice. Ma quando chiese a sè stesso: “Chi sarà mai quella donna?...„ senti trafiggersi il cuore da un coltello, come se fosse certo che la sventura era toccata alla più cara persona, ch'egli aveva al mondo. — Ogni conforto della ragione, ogni artificio della mente, che in altro istante e in divers'uomo avrebbero trovato più di un argomento per condannare una temeraria certezza, o per eludere un dubio fondato, non ebbero alcun potere sur lui. Pure il dolore, già divenuto estremo e disperato, non lo rese inerte. Mosse, o meglio volò al soccorso. Si sciolse da quell'ingombro, superò il guado, raggiunse l'altra riva, senza sapere, nè allora nè poi, come arrivasse a tanto.
Non appena sceso in riva al gorgo, si lanciò nell'acqua, senza consultarne la profondità, non curando il pericolo al quale si esponeva. A grave stento, e con uno sforzo che solo un amore appassionato rende possibile, giunse ad afferrare una delle radici che arrestavano le tavole. Stretto ad essa, spinse l'altra mano a toccare il margine dell'oggetto galleggiante. Fu incerta la prova, ed alla prima parve disperata, perocchè la corrente gli rubava le forze, ed il nerbo di esse bastava appena a farlo star ritto sopra un terreno sdrucciolevole e chino. Oltrecciò, un urto inopportuno poteva staccar la tavola, rimetterla in balía delle acque, e farla perduta per sempre. Ma il coraggio, che lo faceva trionfare d'ogni difficoltà, andava cauto ne' suoi procedimenti. Non spese egli perciò maggiori forze di quelle che fossero d'uopo a ben riescire; e riesci infatti a ghermire la tavola, a sbarazzarla dalle barbe cui era impigliata, e a trarla intatta alla riva. Escì egli pure dal gorgo tutto molle e lacero; ma non s'accorse dell'esser suo; non vide tampoco da uno squarcio dell'abito la ferita che egli aveva riportata al braccio destro, nè il sangue che feceva rossa l'acqua sottoposta.
Ridotto in salvo il corpo della sommersa, non ebbe bisogno di mirarla in volto per assicurarsi che la sua sventura era certa e completa.
“Morta, morta! — sclamò egli con tuono desolato, pronunciando chiaramente le parole come se alcuno l'udisse — morta, qui a me vicino; perchè l'ultimo gemito dell'agonizzante fosse la sola eredità del nostro amore. Ed io, io che accorreva a salvarti, diletta Agnese, che avrei dato cento volte la mia vita per far lieta la tua, io giunsi troppo tardi; come fossi vile o spietato.... Non vedrò dunque più quegli occhi, la cui luce sedava d'un tratto ogni tempesta dell'animo mio; non udrò più la tua voce, il cui suono era temperato e soave come il secreto avviso del nostro buon angelo. — O Agnese, Agnese, tu non dovevi vivere meco; tu venisti presso di me a morire.„
Nel pronunciare tali parole, stese la mano con pietosa riverenza sulla salma, e le sgombrò il volto dai capelli umidi e disciolti; sperando, forse, che un soffio d'aria e un raggio di sole potessero rianimarla.
“Oh come sei leggiadra Agnese mia, — continuava il conte, fissandola in faccia. — La vista di un cadavere genera ribrezzo; ed io non mi sazio di contemplarti, come se in te fissassi il sembiante di un bambino che dorme. Lo spirito, fuggendo dal suo carcere, vi ha lasciato un raggio di quella bellezza, che non si estingue. — Ma che? soggiunse egli animandosi, perchè il tuo labro tace, perchè l'occhio è velato e il petto non traduce a' miei sensi i battiti del cuore, dirò che ogni speranza è perduta? Non tenterò io di riscaldare la tua fronte agghiacciata?„
Appena ebbe dette queste parole, si curvò sulla spoglia e, con uno slancio temperato dalla carità, pose la mano sulle mani di lei, e tentò sollevarle. — La destra, benchè rigida ed aggranchita, lasciò cadere in quel moto un rotolo di pergamena, che il conte raccolse, spiegò, riconobbe. Erano versi: quei versi che egli scriveva ed obliava a Campomorto, perchè raccontassero ad Agnesina, nell'unico modo possibile, la storia de' suoi affetti: quei versi che, attagliandosi alla ignota corrispondenza della donna cui erano diretti, contenevano una protesta d'amore, od un puro atto di cortesia, a piacere di chi leggeva. Lanciati a caso, come un dardo nella oscurità, potevano ferire un cuore inerme e sensibile; ma cadevano ottusi ai piedi di chi non li gradisse, o non li volesse comprendere. — Chi avrebbe mai pensato che quello scritto doveva tornare così presto al suo autore e servir di risposta a sè medesimo? Se Agnesina viva, desta, conscia di sè, si fosse presentata al conte, tenendo in pugno il suo foglio, bisognava dire che ella voleva renderglielo con un crudele rimbrotto, o con un sorriso di pietà ancor più crudele; perchè, se ella fosse stata tocca nel cuore da quelle parole, avrebbe con ogni cura celato al mondo intero, e sopratutto agli occhi di un uomo, e di quell'uomo, il possesso del tesoro che la faceva arrossire. Sperare che ella raccontasse all'amante di aver letto i suoi carmi, di ritenerli per sè, di gradirli come cosa a lei dovuta, era follía. — Questo amore doveva essere un mistero; bisognava sorprenderlo, indovinarlo. Il bivio adunque non offriva un'escita felice: in capo ad esso s'incontrava o il silenzio di Agnesina, che equivaleva ad una ripulsa; o una lieta risposta, ma a patto di riceverla dalla mano gelida di un'estinta.
Agnese aveva confessato a sè, nel secreto delle sue aspirazioni, in ossequio ai suoi sentimenti, fuor d'ogni rapporto col mondo, il suo amore: il caso fece il resto. — Il conte si dolse, e si rallegrò ad un tempo; benedisse ed imprecò al destino; salutò il nuovo affetto, e pianse la sorte che lo annullava di colpo.
Quella scena non era meno lugubre del sepolcreto, in cui un dì Romeo scendeva a visitare l'assopita Giulietta: la situazione dei nostri attori rassomigliava assai a quella dei due fidanzati. — Ma il Conte di Virtù non disperò, come il focoso figlio dei Montecchi, di rivedere l'amata donna; il cuore suo mandava sangue, ma non si rinchiudeva per ingojare il veleno della disperazione. — Non cercò egli un'arma per cadere vicino all'amante: ma pregò il cielo fervidissimamente che la risvegliasse dal suo letargo, e la rendesse ai suoi amplessi.
“O Agnese, davanti a Dio che mi vede, e per l'amore di tuo padre, io giuro, che non amerò altra donna che te. Se tu non ritorni alla vita, io ospiterò la tua spoglia nelle tombe de' miei maggiori. Santo ed onorato sarà il tuo asilo. — Ma se i tuoi occhi si riapriranno, deh! che essi riflettano su me, ancora una volta, il raggio vivificatore delle tue virtù, onde per esso siano ritemprate le mie forze, e si compia il gran disegno di tuo padre. Viva o estinta, pur m'appartieni, o Agnese. Ho giurato a me stesso di vivere per te. Aspettai nel silenzio la tua risposta. — Oggi, mentre il tuo labro si chiuse forse per sempre, oggi mi hai parlato d'amore. Tu dunque sei mia sposa.„
Allora, con uno slancio, di cui non fu certo consigliera la ragione, impresse un bacio sui capelli e sulla fronte di Agnesina. Nè si pentì di quella licenza; anzi fu scosso fin nel più profondo dell'animo da una dolcezza tutta nuova. Gli parve che la fronte d'Agnesina non fosse fredda. Incoraggiato da questa prova, e trovandosi solo, inetto quindi a prestarle validi soccorsi, od a chiederne agli uomini colle preghiere e colle grida, non dubitò che gli fosse lecito consultare le fonti della vita su quel corpo esanime, stendendo la mano sul suo cuore, per carpirgli il secreto de' suoi intimi moti. Il solo mettere in questione un tal disegno, sarebbe stato come giudicarlo un atto profano e respingerlo. Fu l'affetto il più puro che lo guidò: la mano, inconscia della propria temerità, penetrò sotto il velo della veste sparata sul seno, e si posò non timida nè ardita sul corpetto di lino. — Quella mano altro non rilevò fuorchè un tiepido ancora più sensibile. Quell'aura di vita, più intensa alla regione del cuore, sembrava espandersi e temperare alquanto il mollore dei lini circostanti. Ma il cuore era muto. Ben sentiva l'interrogatore pulsare il proprio con un aumento di vita febrile e doloroso. Gli risuonavano all'orecchio i battiti concitati delle tempia; e le vibrazioni dell'onda sanguigna imprimevano un moto involontario alle sue braccia, nello stesso punto bramose e renitenti, timide ed ardite.
Ma finchè egli stava inclinato su quella specie di bara struggendosi in consultazioni, in preghiere, in desiderii, era nulla l'opera sua. — E forse un pronto soccorso poteva essere seguito da felice risultato. Per la qual cosa, sospinto da una carità vogliosa d'operare, si levò dal suo posto, corse in un attimo sulla riva, girò lo sguardo, chiamò aiuto colla voce, e stette un momento tutt'occhi ed orecchio a spiare se alcuno accorreva alla chiamata. — Il caso gli fu propizio. Non andò guari che vide scendere, lungo il margine del fiume, un garzoncello di tristo arnese, che gettava uncini nell'acqua per rubare al ladro, com'ei diceva: cioè per pescare legna od arredi trascinati giù dalla corrente. Lo chiamò a sè; egli accorse. Postogli sotto gli occhi un bel ducato nuovo, lo inviò da Ranuccio per invitarlo a scendere col batello in aiuto di una creatura in pericolo della vita.
Tornato il conte al suo posto, trovò ogni cosa come prima; ma dopo qualche tempo, e dietro un esame più minuto, gli parve che il volto della languente fosse meno livido: le pose di nuovo la mano sul precordio sinistro, e non osò dire di sentirlo battere, ma gli sembrò che nella parte più profonda di esso, assai lungi dalla mano, si risvegliasse un tremito, simile ad una successione inceppata, ma rapida, di battiti impercettibili. La scoperta accolta con gran diffidenza, poi respinta come un'illusione, entrò poco dopo nel novero dei lieti presagi, finchè, avvalorata da altre prove, cessò d'essere una vaga speranza per divenire un fatto certo ed incontrastabile. — E fu provida cosa, ch'egli arrivasse per gradi a sì bella scoperta. Una súbita gioia è per solito più perniciosa che un'improvisa sventura; perchè noi, poveri mortali, per natura e per uso, siamo meglio preparati alle ire che non alle carezze della fortuna.
Levatosi allora dalla posizione a cui lo costringeva il suo incarico, fermo però sulle ginocchia, volse lo sguardo e tutta la persona al cielo, e con uno slanciò di pietà, che non può essere tradotto a parole, porse grazie vivissime a Dio, sclamando con enfasi indescrivibile: “Grazie, o Signore; voi avete esaudito le mie preghiere.„
Ma perchè questo sintomo di lieto augurio, che pur lasciava sussistere ancora gravissima angoscia, non andasse perduto, era necessario favorirne lo sviluppo cogli argomenti dell'arte. Non cercò il conte se avesse seco farmaci o cordiali; non sperò ottenerne dalla carità di Ranuccio; non chiese a Dio che operasse un miracolo per mutar le pietruzze del fiume in celidonie, o gli sterpi in adianti e panacee, ma si diede, con tutto zelo e fuor d'ogni riserbo, a quelle cure che riputava più atte a richiamare il calore e le forze vitali dell'assopita.
Piegato un ginocchio accanto a lei, coll'altro le fece spalliera; e, levatala dal suo giacitojo, senza nuocere al suo casto abbandono, la accostò a se, appoggiando il dorso di lei al proprio petto, e raccogliendo il capo cadente sulla sua spalla; intanto che, serrandola tra le braccia, gustava senza rimorso la dolcezza di un amplesso. Ogni suo atto era sollecito, pietoso, ingenuo come quello di una madre che regge il proprio bambino dormente. La strinse più volte, e la baciò in fronte; e, postale una mano sul capo, le stropicciava le tempia per incalorirle; poi, staccandosi alcun poco da lei, si deliziava nel contemplarla, sempre più convinto che quel volto pallidissimo era il sembiante di chi dorme d'un sonno profondo, e si deve svegliare tra poco.
Se è vero che un fluido misterioso, elemento della vita, può, col rituale di una nuova scienza, esser trasfuso dall'una all'altra creatura, di modo che due esistenze, due volontà, due menti si confondano in una, e questa divenga padrona di quella; chi porrà in dubio che questo spirito vivificatore, di cui è lecito dar ad altri la nostra parte esuberante, non operi il più ovvio prodigio di ravviare un'esistenza momentaneamente sospesa, di scuotere i sensi ottusi, di riaccendere una mente assopita? — Che se alcuno dei nostri lettori non vuol accomodarsi a questa ipotesi, pensi, che intorno ad un corpo vivo ed infervorato da una forte passione, aleggia un'aura tiepida e ravvivante, che deve essere avidamente bevuta da un corpo spossato, in ragione appunto della sua momentanea debolezza. Ad ogni modo, senz'altro occuparci della cagione, attestiamo il fatto che Agnesina tornava alla vita, che il suo cuore batteva abbastanza libero e spedito, e che un lieve incarnato le si effundeva già sulle labra e sulle guance.
Ma la vita fisiologica era in lei completa, e l'anima ancora dormiva. Le sensazioni che la fanciulla provò tornando in sè, erano varie e degradate all'infinito. — Da principio credette avvolgersi in una densa nebbia, entro cui brillavano screzii di luce serpeggianti o fissi, più spesso tremuli e pronti ad estinguersi ed a riaccendersi. Poi le parve ascoltare dei suoni, varii anch'essi ed indeterminati: uno scroscio od un sibilo simigliante a quello d'una cascata d'acqua; e da quel ritmo monotono si destavano note armoniche, che, ritessute insieme, componevano melodie e ritornelli. Poi, alla frescura dell'aria che le accarezzava il volto, al calore ravvivante che sospingeva per le sue arterie un sangue nuovo e rigoglioso, sognò d'essere a Campomorto, seduta tra il padre e l'amante, beata di destare e di sentire affetti soavi, ignara solo nella scelta di colui al quale dovesse render prima il suo amplesso, o di chi gradir meglio le carezze, o con chi vivere più felice. Ma nulla andava perduto per lei in quella dolce visione. Stendeva la mano ad un cavaliere, bello, nobile, e d'aspetto fiero; colui, già terrore de' suoi nemici, smesso il piglio del comando, sembrava aspettare un cenno della sua donna per obedire. L'occhio ella volgeva a suo padre, e sulla fronte di lui, abbellita da una canizie prematura, leggeva la gioia che assente e che applaude. Stese la mano con affetto, ed incontrò quella del cavaliere, che l'accolse e la strinse amorosamente. Il padre li comprese entrambi, e li benedisse.
Quella stretta appassionata non era un'illusione; il fascino di uno sguardo affettuoso non era sogno. In tutto ciò che riguardava il suo affetto, lo spirito di Agnesina, precorrendo il giudizio dei sensi, era desto, vivo, completo. — Dietro al velo dell'allucinazione si svolgeva un dramma veritiero: a poco a poco le larve sparivano; e al vacuo lasciato da esse si andava sostituendo un'idea giusta, un fatto certo; e dietro questi altri fatti, altre idee.
Vivere è pensare e ricordare. La mente crea ed elabora senza riposo; la memoria riordina; la ragione vaglia, pondera, sceglie. Spesso nel sogno e nel delirio v'ha più vita che non nella veglia; perchè il pensiero, libero di sè, può percorrere tutto l'universo senza che una virtù moderatrice gli tarpi le ali. Ma se il lavoro della mente in quel mezzo fu troppo attivo, divien tosto languido e s'arresta del tutto, quando è scomposto da un improviso risvegliarsi. Chi corre a precipizio su di una via, non può escire tosto dalla sua carriera, e tentarne un'altra di pari passo. È necessario ch'egli prima si arresti. — Ma talvolta lo svegliarsi è simile al ricomporsi lento e graduato di una macchina che ripiglia il suo moto: allora le fantastiche creazioni della nostra mente non crollano del tutto; l'abbaglio è messo in fuga, il vero rimane.
Il cielo che Agnesina mirava, durante il suo letargo, era quello che le si stendeva sopra il capo: il fremito armonioso, che ella ascoltava, era il rumore della piena. Le strette, gli sguardi, le intelligenze amorose avevano un riscontro in ciò che le stava intorno. Le parole del conte, ancorchè non fossero comprese dal suo orecchio, lo erano dal cuore; il quale, prima inerte e muto, apprendeva a palpitare sotto la foga dei palpiti altrui.
Un tal corso di allucinazioni ebbe due stadj ben distinti. Il primo fu quello di un sonno profondo, in cui l'ideale pe' suoi contorni decisi assumeva l'aspetto di cosa vera: la dormiente allora credette essere desta, e sognava. L'altro era uno stato di dormiveglia, in cui, sparite le ombre, restavano gli oggetti materiali; allora la languente credeva e voleva sognare, ed era sveglia. Perciò, quand'ella udì la voce del suo amante, e lo vide, e ne sentì l'amplesso, volle continuare nel sogno, e temette lo svegliarsi.
Tutto era ridente intorno a lei, tutto incantevole; ma quello stesso incanto lasciavale travedere probabile ed imminente il mutar scena. Soltanto dopo una successione di fatti e di prove, lo spirito, tornato alla sua lucidità ordinaria, pose il suggello della evidenza a quel miragio. — Dir se e quanto Agnesina ne andasse lieta, è ardua cosa: il bene e il male, la certezza ed il dubio, la fiducia e lo scoraggiamento si avvicendavano rapidamente, e producevano in lei un'anarchia di sensazioni. — Intanto il disordine delle idee e la stessa esitanza la lasciavano in tale inerzia, che equivaleva alla esplicita accettazione dei fatti di cui era involontaria attrice. Ciò che ella vagheggiava in sogno, desta non respingeva. Tranquillando la sua coscienza col pensiero che nulla aveva fatto per preparare ed affrettare simile vicenda, ella subiva con facile rassegnazione la legge del destino. Ora, in quel punto, il non aver voluto era poco, bisognava volere ricisamente ed efficacemente il contrario. Ma dove mai avrebbe trovato le forze per lottare contro gli interessi del suo cuore? come fuggire? chi poteva recarle soccorso? In qual modo ed a qual fine avrebbe agguerrita la sua virtù per respingere colui che ella amava appassionatamente? In balía al delirio che l'aveva tratta ad un incolpevole abbandono, ella non correva ma si lasciava trascinare sul pendío, dove rizzarsi e ritornare sui proprii passi era cosa impossibile.
Il rivivere dei sensi fu sul volto d'Agnesina annunciato da un corrugar della fronte che accennava dolore o sbigottimento. Il conte, che chiedeva al cielo null'altro che la vita di lei, gradì quel sintomo, ancorchè non gli fosse propizio. — Finalmente il suo occhio si schiuse; e il labro, con un tuono languido ed interrotto, articolò alcune parole.
“Dove sono? — disse ella, tentando di sollevare il capo, — chi mi condusse qui? Voi forse? Ma chi siete voi? Fatemi sentire la vostra voce.„
“Agnese, soggiunse il conte, non temere, io sono l'ospite di Campomorto. Io ho benedetto la mano, che medicò la mia ferita; deh, per pietà non maledire, o fanciulla, quella che osò giungere a te, per arrestare una vita che fuggiva!„
“Ma come mai io mi trovo qui vicino a voi? Spiegatemi questo mistero. Ditemi, se io sogno: parlate.„
“Quando due cuori si ricercano, invano si pone tra loro l'universo; tempo verrà che si incontreranno. — L'addio scambiato a Campomorto, voleva dire: ci rivedremo.„
“Questa era dunque la posta?„ — chiese Agnesina con un'aria meravigliata.
Il conte narrò nel modo il più semplice le avventure della fanciulla per quella parte, che gli erano note. Disse di sè non più del vero; e diede alla providenza ogni merito del buon successo.
“Iddio vuol dunque che io ami in voi il mio liberatore„ — sclamò Agnese con voce alquanto rinvigorita, gettando sul conte uno di quegli sguardi che hanno più valore della parola.
“Amami, Agnese, come io t'amo — soggiunse il conte, che con una franca dichiarazione rispondeva alla franca inchiesta di quello sguardo. — Tuo padre benedirà dal cielo il nostro affetto. Io non mi sento indegno di possedere il tuo cuore.„
“Mio padre? povero padre! perchè non mi ripete egli quelle soavi parole, che io intesi poc'anzi dal suo labro? La mia mano era nella vostra, come ora; e il buon vecchio pronunciava per me una solenne promessa, e sorrideva chiamandovi figlio.„
“O mia Agnese! — rispose il conte, abbracciandola con trasporto. — Iddio ci ha riuniti, nessuna forza umana ci potrà separare.... Sappi, amor mio, che mentre io ti credeva estinta, ti giurai fede di sposo, e promisi che avrei assunto per te il lutto della vedovanza. — Ora dovrei forse chiamarti straniera, perchè torni alla vita?„
“Fui dunque creduta morta?„
“Sì: ma se la morte era sì dolce, come il sogno che ti faceva veder tuo padre, avresti tu forse desiderato di non risvegliarti mai più?„
“No, mio signore, — sclamò Agnese rizzandosi alquanto e gittandogli le braccia al collo, — no; perchè la veglia d'ora non è che la continuazione di quel lietissimo sogno.„
“Mille volte cara!„ — interruppe il conte baciandola un'altra volta.
Agnese in quel punto, e per qualche momento ancora, accostò il labro ad un calice di voluttà. Ne bevve il fumo, ma non l'ebrezza. Fiutò avidamente le rose che surgevano in quell'eden d'affetti; ma la sua mente non si offuscò nè provò puntura, fuor quella del cuore, che pure le era dolcissima, perchè l'assicurava di vivere.
Mentre correvano fra i due amanti le più dolci proteste (che non riferiremo perchè le parole degli innamorati ritornano come meandri all'origine loro per ripetersi sullo stesso stampo) scese Ranuccio col battello. La bara fu convertita in un letto: il conte stese sopra il capecchio del fondo il suo mantello, e vi adagiò la fanciulla, e ne la ricoperse coi lembi. Poi diè mano ad un remo di scorta, e vogò a tutt'uomo, non già per ispingere il burchiello, che correva sul filo maestro del fiume come una buccia, ma per tenerlo dritto, lontano dai banchi e dai gorghi, e guidarlo in sicuro.
Il ponte di legno che congiungeva la strada di Corte Olona era stato abbattuto dalla piena: però sulla riva destra un mucchio di pali, di tronconi e di tavole, avanzo della ruina, teneva in rispetto l'acqua, che stendendosi in un ampio stagno, poteva servire ai nostri rematori come porto di scarico. Di là, il conte spedì Ranuccio al borgo vicino per avere un altro mezzo di trasporto. Ranuccio, che pure non sapeva nè cercava di sapere chi fosse colui che gli impartiva i suoi comandi, corse o meglio volò, e con una prestezza meravigliosa fece ritorno al suo posto, conducendo seco una lettiga a due muli. — Il buon uomo soleva dire che anche i signori sono prossimo, e che bisogna far loro del bene, ancorchè essi non ne facciano sempre e sufficentemente ai poverelli. — Del resto, il giovare a tutti era il suo gusto; e, nella varietà dei gusti umani, questo non è per certo il più comune, nè il meno pregevole.
Quando il convoglio giunse al castello, il sole era alto. I cortigiani, informati della mattutina partenza del loro signore, erano in volta cercando, interrogando, discutendo con quell'aria sollecita che può essere figlia tanto del più tenero affetto, come della meno pietosa curiosità. I messi spediti su diverse strade per esplorare e riferire, erano tornati, più o men presto, ma tutti scarichi di notizie. Alla fine arrivò la lettiga; e a fianco ad essa il conte. Ma il fatto non bastò a calmare gli spiriti della ciarliera bruzzaglia. Gettando gli occhi su quelle cortine abbassate, ognuno avrebbe voluto possedere una magica visione per attraversarle. — Ma dove non giungevano i sensi, correva di galoppo la fantasia. Chi credette trovarvi una vittima posta in salvo; chi il trofeo di una vittoria recente. Taluno assicurò che era una fanciulla rapita altri un fuggiasco raccolto. In somma tutti avevano un commento ed un'ipotesi e molti vagavano dall'una all'altra, quasi cercassero la più stolida per attaccarvi le fila della abituale maldicenza.
È bene, o lettore, prevenire un'osservazione che di leggieri potrebbe cangiarsi in accusa.
L'accidente che guidò il Conte di Virtù a Campomorto è molto, è troppo simile a quello che condusse Agnese Mantegazza al castello dei Visconti.
Il primo, perduto in una foresta, fu raccolto semivivo da una mano pietosa, che gli diede ospitalità, e lo richiamò alla vita. L'altra in uno stato non meno grave, in un luogo non meno deserto, è messa in salvo dal suo amante, e gli divien ospite nel suo castello. I due fatti si rassomigliano non solo, ma l'uno tien dietro all'altro sulla stessa carriera, come una linea prolungata col regolo. Il caso non si compiace di architettate simmetrie. Le creazioni della natura hanno un'impronta di varietà, che rifugge dalle linee combinate e regolari.
Tutto ciò è vero; e se l'autore della cronaca fosse poeta, o romanziere, avrebbe dovuto evitare un avvicinamento di fatti simili che tolgono al racconto la ingenua vaghezza della verità.
Non tacerò quindi che, in vista di tale inconveniente, fui tentato di pigliarmi una licenza, sostituendo ima pagina di mia invenzione al foglio sbiadito e polveroso della cronaca. Ma la tentazione non escì dal novero dei peccati di pensiero. — Dopo aver accompagnato il nostro vecchio narratore per un buon tratto di strada con una docilità pedissequa, mi parve scortesia lo sciogliermi da lui, e tentare un'altra via, per quanto mi potesse sembrare meno aspra. Pensai oltracciò che il proposito di vestire la roba altrui di forme più dilettevoli m'imponeva degli oblighi, che Dio sa se avrei saputo mantenere. — Dubitando di poter far meglio colla scorta della fantasia, ho dunque preferito di lasciare tutta la responsabilità della storia all'obliato cronista, cui quattro secoli di silenzio devono aver meritato un po' di rispetto. Nè ora nè poi, per essere dilettevole, vorrò divenire meno veritiero. Posto ciò, il lettore, che forse ci aveva preso entrambi in sospetto nel vederci condurre i due nostri protagonisti sur una sola via di sventure, si riconcilierà con noi, pensando che la natura, sempre varia e nuova nelle sue opere, si compiace talora, in via di eccezione, di sembrar piccola, stentata, simmetrica. Chiedete al pittore se non osservò mai il cielo posseduto da due nubi foggiate e colorite ad un sol modo; dimandategli se, gittando a caso un drappo sul suo modello di legno, non vide escirne pieghe appajate e simiglianti?
Sulla bassa ora di quello stesso giorno capitò al castello un altro individuo di nostra conoscenza, e cadde in mezzo a quella turba di volti imbronciati come un tizzone acceso fra le stoppie secche. Era costui Medicina, partito da Milano per avviare un'impresa ordinata da Barnabò Visconti, e giunto al castello del signor di Pavia per compierne un'altra di suo privato interesse. In un giorno quel furfante aveva vestito tre assise, e militato sotto altretante bandiere. Lasciò la città quale sgherro dei Visconti, giunse a Campomorto come un avventuriero che piglia a cóttimo le vendette di un potente, ed ora toccava l'ultima meta in questo castello, quale umile servo di un altro padrone.
Quel uomo, per solito odioso ai famigliari del conte, quasi fosse un parassita che faceva cotenna a spese loro, ebbe questa volta un'accoglienza festosa; perchè la brigata, che dimagrava dalla curiosità, credette d'avere in lui il mezzo a toglier un émbrice, come si suol dire, e veder chiaro nelle stanze secrete del conte.
Medicina, condotto súbito al cospetto del suo signore, ripetè quello che costui già in parte sapeva dalla stessa fanciulla: colla sola differenza che il sospetto di una violenza diveniva, nella bocca del ciurmatore e con data più recente, la certezza di una vendetta compiuta.
Il conte non volle udir altro; impose silenzio al suo esploratore, che stava spacciando notizie sul conto de' suoi nemici; e, postosi a sedere, si mise a scrivere, per ordinare al castellano di Pavia che venissero, nel più breve termine possibile, allestite una mano di fanti e più barbute, da spedirsi a Campomorto onde tenere in rispetto le armi del signor di Milano, che avevano violato i confini.
Il ciurmatore, entrando nelle stanze del conte, guardando sottocchi attraverso la folta siepe delle sue ciglia, aveva veduto quanto bastasse per conoscere che l'ospite misterioso era una donna; da altre circostanze comprese, o meglio indovinò, chi ella fosse.
L'avido servidorame, che aspettava ritorno dì Medicina per scapricciarsi, dovette ancora tener chiusa in cuore la sua matta voglia; poichè il ciurmatore, riposto lo scritto del conte, escì inosservato per una porta secreta. Egli non era uomo da vendere le cose sue a chi non sapesse pagarle a lira e soldo, Consegnato l'ordine al castellano di Pavia, tornava alle sue tende, ridendo in cuor suo del tardo provedimento, da lui suscitato pel solo motivo di crescer fede al suo zelo. Pensava che i compagni carichi di bottino dovevano essere già in ordine di partenza, e che i soldati del conte non avrebbero nemmanco il tempo di portar acqua alla casa arsa. Certo del fatto proprio, egli divorava la via colle sue lunghe gambe, e lasciava errare la mente fra un mondo di liete follíe. Ei si chiamava l'uomo a cui nulla è impossibile: amico di tutti per trarne denaro e protezione, a tutti nemico per combattere, vincere e far bottino.
Ma quale fu la sua sorpresa allorchè, vicino al conquiso villaggio, invece di trovarvi i suoi, vide un mascalzone del contado, che armato di picca simile a quella de' suoi bravacci, stava facendo la sentinella a capo della via? La meraviglia diventò stupore all'accorgersi, che colui l'ammiccava, aspettandolo al varco per far cadere su lui il rigore della consegna. Infine credette sognare, quando una voce alta e franca, prova indubia di una risolutezza che non scende a patti, gli intimò volgesse a dritta per la strada maestra, senza metter piede nel villaggio.
Alla prima ingiunzione, rispose egli col far spallucce e con una bestemmia: e tirò avanti. — Ad una seconda, più viva ed imperiosa, credette opporre una di quelle risposte che non ammettono replica; snudò la spada, e fece arco di tutto il suo corpo, per spingersi avanti e dare una lezione a quel marrano.
Era costui di quelli che sanno mostrare il viso all'occasione, e che volentieri cercano un pretesto per torsi il prurito dalle mani; per cui, senza dire all'arrivato “sta in guardia„ capovolse la picca, gli misurò il troncone sulle spalle e sul capo fuor d'ogni regola di buona guerra, e si arrestò solo quando lo vide in tale posizione da essergli impossibile il cader più al basso. Urlò Medicina all'insulto; egli avrebbe in quel momento venduta l'anima, per avere un mezzo qualunque a ripigliare la lotta. — Ma l'astuto combattente, che leggeva il progetto sulla fronte illividita del rivale, lo teneva d'occhi, e gli appuntava il ferro alle coste, facendo árbitro della vita o della morte di lui il suo più lieve atto d'insubordinazione.
Medicina si credè spacciato; girò lo sguardo bieco intorno a sè per vedere se mai vi fosse uno scampo, o se alcuno arrivasse. — Trovandosi solo, e sperando di poter seppellire nel secreto la sua viltà, chiese per grazia la vita; e si mise a discrezione del vincitore.
“T'abbiamo conciato noi per le feste, — sclamò il villano, — non temere, gigante di stoppa; non voglio dar sì tristo arnese al diavolo.„
“Grazia,„ — ripetè il vinto con un rantolo, che più sapeva di disperazione che d'obedienza.
“Vuoi grazia?... ebbene sappi meritarla. Ti conosco al fiuto; tu sei un ladro. Quando un tuo pari vuol metter giudizio, prima d'altro restituisce ciò che non è suo. Fuori dunque quei sonajuoli che hai sgraffignato al castello de' Mantegazzi. Fuori!...„ e accompagnò la parola con tal gesto che gli faceva sentire il freddo dell'arma sulla nuda pelle.
Medicina, che avrebbe speso volontieri de' suoi per trarsi da quell'impaccio, sentì un grande accoramento all'atto di staccarsi da quei ducati, frutto delle sue fatiche, che gli avevano fatto buona compagnia nella lunga corsa. — Pronunciò quindi qualche parola per ingannare l'inchiesta; ma vedendo, o meglio sentendo sul suo corpo, che l'altro non se ne mostrava pago, rinversò le tasche delle brache sul terreno, e fe' piover fuori gli spiccioli che v'erano celati.
“Alzati adesso, riprese il vincitore; e quando sarai a Milano fa dir del bene a' tuoi morti; che è merito loro se non ti mando a piè di Dio.„
Surse Medicina più snello, e credette potersene andare. Ma le leggi di difesa, improvisate da quei contadini dopo la patita violenza, non gli permettevano di sbiettare senza aver dato conto di sè ad un consesso di padri, che faceva l'officio di direttorio in quella republica improvisata. Gli fu d'uopo pertanto entrare nel villaggio come prigioniero di guerra, e scendere nel fondo di un sotterraneo del castello, ov'era raccolta una dozzina de' suoi, colti e puniti alla stessa maniera.
Ivi potè finalmente conoscere la storia della sua sconfitta; e questa ci pare sì strana e bisbetica, che vogliamo lasciare a chi v'ebbe parte il carico di raccontarla.
Al rumore prodotto dallo stridere dei chiavacci e dalle pedate di chi s'avvicinava, si scossero i prigionieri, e levarono la testa greve per guardare chi fosse: incerti, se dovessero rallegrarsi di quella comparsa o dolersene, essendo egualmente lecito sperare l'arrivo di un liberatore, e temere quello dell'aguzzino, o peggio.
Quando poniamo la sorte capricciosa tra le morse di un dilemma, non è infrequente il caso, che essa uccida la logica dei nostri ragionamenti, svignando per una scappatoja secreta. Così avvenne questa volta. — L'arrivato non era nè il liberatore, nè il bargello; ma l'ospite il meno aspettato.
“Oh ve'! — disse uno di quei bravacci inarcando le ciglia dalla sorpresa, — Medicina, il nostro capitano, egli pure alle bujose!„
“Oh oh! per dinci!.. lui!.. qui!.. con noi!.. cosa strana, singolare!..„ risposero in coro i compagni, squadrando da capo a piedi il nuovo arrivato.
Chiusa la porta dietro lui, egli andò a pigliare il posto, che i suoi gli avevano fatto serrandosi rispettosamente. — Tutti tacevano; egli il primo ruppe il silenzio.
“Così avete voi eseguito i miei ordini? Vi ho messi qui padroni assoluti del castello, e voi vi lasciaste aggratigliare da quattro tangheri? Vigliacconi! Che avete voi fatto? Perchè portate una spada al fianco ed una picca tra le mani? Codardi, soldati da chiocciole! Tanto vale per voi il pregar Dio che vi faccia morir qui, poichè v'attenderebbe a Milano il maestro delle cavezze; mi capite?..„ e, con un gesto assai significativo, rischiarò la frase.
“Davvero!.. per pietà!.. misericordia!.. Ho moglie e figli!.. Dio ci scampi....„ soggiunsero ad una voce i disgraziati.
“Parli uno alla volta, — interruppe Medicina, che in quella ondata d'interjezioni non comprendeva una parola. — Voglio sentire le vostre discolpe. Parli Golasecca, e ci racconti l'accaduto.„
L'interrogato, che era ebro cotto d'abitudine, come l'indicava il suo nome, alzò il capo sonnacchioso, e con una faccia da tulipano sbucciato mormorò tra i denti: — “Io? non so nulla, io. Messere ne diè in consegna il castello, coll'appendice della cantina. Carta bianca a tutti, purchè si mettesse a soqquadro. Io nuotai nella vernaccia come un papero finchè n'ebbi alla gola; di là chiusi un occhiolino, e non l'ho riaperto che a sole alto, in questo pollajo. — Ci deve esser stato di mezzo qualche affar grosso: ma che fu...? indovinalo grillo.„ — Dopo tali parole accosciatosi di nuovo e rimesso il capo tra le mani, e le mani sulle ginocchia, ripigliò il filo de' suoi sogni dorati, russando come un mantice fesso.
Un altro si pigliò il carico di riferire la cosa a Medicina; e se egli no'l fece con ordine, e con parole acconcie, diede almeno indizio al suo capo d'essere perfettamente in cervello.
“Ecco, — prese egli a dire; — voi ci avete lasciato a Campomorto coll'ordine di spogliare il castello, d'ammucchiare il meglio che vi si trovasse, e di tenere in soggezione quei pochi sornioni che ci facevano il viso accigliato. Noi abbiamo eseguito appuntino i vostri ordini; ed eravamo così contenti dei fatti nostri, che trovammo tempo e cuore per far baldoria a spese dei signori e del comune. — Dirò di più che quei visi lunghi si spianarono a segno, che ci avrebbero dato dei fichi fiori per renderci sodisfatti. Nel pian terreno del castello surgevano mucchii di bellissime robe raccolte per voi e per noi, che v'aspettavamo da un momento all'altro. Dopo il lavoro vien pe' suoi piedi il bisogno di alzare il fianco, per poi mettersi al riposo. La giornata era stata greve: cominciando da quella corsa per arrivar qui, che abbiam fatto di volo, cariche le spalle e colla pancia asciutta. — Un sacco vuoto, lo sapete anche voi, non sa stare ritto. — Fu dunque convenuto di fare un sontuoso pasto. Ogni massaro del villaggio ci pagò un tributo di polli e d'oche; due enormi pentole sostenute da pali bollivano in mezzo alla corte, mentre vi scoppiettava sotto una fiamma allegra, nutrita collo sfasciume di questa gran topaja. A suo tempo ognuno di noi s'unse il mostaccio in quel sugo. Circolavano nel campo scodelle di zuppa cogli occhioni dorati, che avrebbero fatto gola a un frate: poi ebbimo pollame e carni salse, cacio pecorino e frutta; infine più che il bisognevole per immollare il becco. Oltre i fiaschetti di vernaccia e di vin santo, che ciascuno aveva conquistato per sè, e cui faceva l'amore in disparte, v'erano tre grandi tinozze, alle quali s'andava a spillar del buono, per ammorzar l'incendio della sete e delle parole. Era di quello che schizza agli occhi, e caccia all'aria i fastidj: un vinello, che a Milano non si beverebbe per una manata di terzuoli al sorso. — Da principio eravamo tutti muti, come in un refettorio: poi si sciolsero i scilinguagnoli, e toccò via una parlantina generale, che pareva un mercato. Era una gara a chi le diceva più marchiane: sempre però col dovuto rispetto al signor Barnabò ed a voi, alla cui salute abbiam trincato non so quante volte. — Così dalle parole alle grida, da queste alle canzoni, ci tenemmo desti fino alla tarda ora. La corte pareva un campo di battaglia; ossa, carcami, reliquie d'ogni commestibile, e il suolo molle anch'esso da rivi di vino; poichè i beoni, credendo di aver proveduto alla sete d'un mese, non si curavano di turar gli spilli. — In mezzo a quella baldoria, io non tralasciai di predicare a' miei compagni: stiamo in gamba, figliuoli: non è casa nostra codesta: non per lo spreco; che m'importa a me della roba altrui? ma non vorrei che ci andasse di mezzo l'affar nostro: giudizio, che può capitar ancora un serra serra. — Ma era voce al deserto: eccezion fatta di alcuni pochi, tutti erano come colui là (e additava Golasecca) ebri più che una monna. Intanto s'era fatto bujo del tutto; spirava un'aria fresca, e s'aveva bisogno di dormire. Levate le mense, quelli che avevano gambe a reggersi entrarono nei vestiboli del castello, e cercavano riposo sulla fresca paglia che s'era distribuita in doppia fila lungo i muri degli androni. Mezz'ora più tardi, un russare generale attestava che tutti erano addormentati.
“Siate buono, o messere, e non ridete di quel che sto per narrarvi. Dite che la è cosa strana, prodigiosa, e che pare incredíbile: ma credetela, affè di Dio, perchè essa è vera. De' miei compagni ve n'è qui ancora un buon numero; essi aggiungeranno fede alle mie parole. I fatti sono fatti, e senza una ben grave cagione non saremmo col muso alla grata; chè il sangue l'abbiamo anche noi nelle vene, e...„
“Avanti, avanti„ — interruppe Medicina, cui quelle proteste sì discordi dalle opere gli mettevano un razzolio interno tutt'altro che piacevole.
“Scusate, messere, torno alla pesta. Io non so quanto tempo durasse la calma tra noi; ma non erro asserendo che doveva esser molto inoltrata la notte, quando il silenzio fu turbato da uno strido di uno dei nostri, che riposava nel fondo dell'androne, presso una finestra rivolta alla corte. — Non fu però il grido che destò gli altri; la stessa causa che operò sul primo diffuse, colla rapidità del lampo, lo sgomento in tutti quanti. E lo sgomento, ve lo giuro, fu orribile; tanto che il tranquillo dormitorio parve divenuto uno di quei gironi d'inferno descritti da quel messer di Firenze, che deve esservi andato per saper raccontar tante paure. — Chi gridava a piena gola, chi gemeva sommesso, chi sospirava. V'erano di quelli a cui la voce, era tolta in un col respiro; e che per riaverla spalancavano le fauci, e contorcevano la bocca, senz'altro sprigionar che un rantolo simile a quello d'uno che affoga. Era un'oppressura, un affanno, un morir d'ogni istante. Alcuni pochi avevano potuto levarsi in piedi di colpo; altri, raccogliendo tutte le forze, erano riesciti a balzare a mezza vita dal loro strame. I più o giacevano inerti, o lottavano cogli spasimi di una convulsione e parevano indemoniati... — Ah messere, non era e non poteva essere altro che il demonio la funesta cagione di quel malanno! Dite che io sono un pazzo, ma interrogate tutti quanti i miei compagni; questi che son qui, quelli altri che incontrerete dappoi: tutti ad una voce vi ripeteranno quel che ora io vi narro.
“La finestra posta in fondo all'androne si era spalancata, come scossa da un soffio di vento gagliardo. I cardini delle imposte mandarono uno stridío acuto; e le muraglie e la volta tremavano. Sulla soglia della finestra comparve un grosso animale col pelo irto e bruno, gli occhi di fuoco, la golaccia svivagnata, guernita di zanne candide ed orribili. — Tutto quanto il camerone era immerso nelle tenebre le più fitte; intorno a quel fantasma splendeva una luce fosca, che si moveva con lui, e pareva uscire da' suoi peli. Io non so dirvi a quale specie appartenesse quella laida creatura; era qual cosa come un mastino od un lupo. — Il certo si è che il primo grido si levò quand'esso, balzando dalla soglia, si gittò d'un salto sul petto di colui che gli era sdrajato più vicino. Lo strido fu acuto ed evidentemente involontario. Il mostro non si arrestò: corse dall'uno all'altro giaciglio pestando e soffocando allo stesso modo, l'un dopo l'altro, quanti v'erano distesi. Ma il più strano si è, che la sorpresa e il soffocamento, i gemiti e le strida si manifestarono in un sol punto per tutto il camerotto. L'orribile spauracchio era dapertutto; scorreva da cima in fondo, per assidersi sul petto d'ogni uomo. Uno d'aspetto, ei si moltiplicava quante erano le vittime, per tormentarle tutte ad un modo e in un'istante.
“I miei compagni erano scompigliati: i capi avevano perduto la scrima. Tutti volevano e tentavano sottrarsi fuggendo. — Oh l'orribile tormento il volere e non poter fuggire! le membra aggranchite non obedivano alla volontà; l'ansia della fuga andava crescendo quanto erano scemate le forze necessarie per togliersi dal posto. Finalmente, il riescirvi di alcuni pochi più pronti e meno oppressi, fu d'esempio ai più. Quelli si precipitarono alla porta; questi si rialzarono; i peggio conciati cominciarono a dimenarsi con minor spasimo. Alla porta era uno stivamento indescrivibile: nessuno pensava alla roba, tutti a mettere in salvo la vita. Si obliarono armi, mantelli, bisacce: — Fuori, fuori, gridavano taluni a cui era concesso pronunciar parola — largo, largo, un po' d'aria, ahimè, io affogo, io crepo, — sclamavano gli altri, cercando farsi strada tra la pressa colle pugna e coi gomiti.
“Una parte dei nostri era già fuori, e sentiva ristorarsi all'aria fresca. Io e quei poveretti che erano meco, collocati nella parte più lontana dall'uscita, eravamo gli ultimi a trovar salvezza. L'orrendo spettro vagolava ancora dinanzi ai nostri occhi; ma le sue forme s'andavano leggermente scomponendo, come certi nuvoloni neri travagliati dal vento. — Intanto bisognava vedere come la davano a gambe i fuggitivi. Invano tentò rattenerli la guardia della porta; si sarebbero gittati sulla punta dell'aste piuttosto che dar indietro. E alle spalle di costoro, gli altri, che non avevano albergato con noi, ed ignoravano d'onde nascesse lo sgomento, cedevano alla spinta nascosta, e senza interrogare nè i compagni nè sè stessi, fuggivano, senza sapere dove o perchè.
“Ecco come fu abbandonato il campo. Rimproverate, se vi basta l'animo, a quei pochi, rimasi soli e senza mezzi di difesa, sfiniti dallo spavento e dal male, il non aver ripreso l'armi, e conservata la posizione. I terrieri, che forse conoscevano quel brutto gioco del demonio, che assai probabilmente fidavano in lui, non appena videro le nostre file scompaginate, cominciarono a imporla tropp'alto e a far da padroni. — D'armi non avevano difetto: v'erano le nostre. Noi eravamo sì pochi, e quei pochi erano stremi di forze a segno, che donne e bimbi avrebbero potuto compire la nostra disfatta. — Eccovi, messer Capitano, la brutta storia dei casi nostri. Abbiamo perduto un bel bottino e offuscata la nostra riputazione; ma la colpa, credete, non è nostra. Ove ci mette mano il demonio, sfido tutte le armi della Signoria a tener sodo[26]„.
Medicina, pel solito incredulo di tutto, piegò la fronte davanti all'ineluttabile potenza dell'inferno, ed assolse i suoi soldati da ogni imputazione, preparandosi a dividere con essi la mala fortuna del carcere. Ma di dentro arrovellava al pensiero di tornarsene a casa a mani vuote, dopo d'aver avute in pugno un tesero, “Tornare? — ei chiedeva a sè medesimo — quando e come tornerò? come finirà questo negozio? che penseranno fare i soldati del Conte di Virtù? che dirà il signor di Milano?„ Così da un dubio passava all'altro, da questo a quel cruccio, e si sentiva rimescolare la bile, e se la pigliava con tutto il mondo, non osando e non potendo pigliarsela coll'invincibile autore di quella ciurmeria. — Il solo tesoro che portò seco da Campomorto, quando il giorno dopo venne posto in libertà, fu un cumulo d'ire, che nutrì e coltivò perchè portasse frutto a suo tempo.