Fra il punto in cui ci troviamo, e quello in cui risaluteremo Agnese nella casipola di Pavia, v'ha di mezzo un intervallo non insignificante di giorni felici. Questo spazio rassomiglia ad una strada comoda e piana, alberata sui fianchi, rallegrata da frescure e da delizie, ma così dritta e simmetrica che, quando si è ad un capo, è impossibile il non vederla fino in fondo. È cosa strana invero che la felicità riprodotta col linguaggio dell'arte perda la vivezza de' suoi colori, e riesca sempre sbiadita e monotona nella sua realtà. Gli è perciò, che il pittore non chiede inspirazioni al cielo in pien meriggio, o all'albero carico di fiori e dì frutta, o al volto eternamente composto al sorriso: ma ritrae più volontieri un mesto tramonto, un'aria nubilosa, od una lacrima, che fa velo a due grand'occhi neri. — Il dolore è, o pare, cosa più eletta che la gioja.
Il tratto di storia, che ci sta davanti, è appunto una di quelle epoche di completo ben essere, che meglio vuolsi raccomandare alla fantasia dei lettori, che non tentare di riprodurre colle parole. — L'uomo nulla meglio sa imaginare che la felicità, quantunque non siavi cosa di cui egli faccia più scarsa prova.
Quel giorno, e quei giorni, passarono pei nostri amanti in un'intimità pura ed ingenua; quale si conviene a due creature che, dopo aver con eroica fermezza serbato un secreto di vita o di morte, vengono ad un tratto prosciolte dal voto, e fatte libere di svelarsi gli arcani affetti. — Entrambi ritornavano addietro colla memoria per rifare passo passo la strada che li aveva guidati al compimento dei loro desiderj. Non vi fu nulla che tacessero; perchè non eravi cosa di cui dovevano arrossire. Correva la loro esistenza come un fiume ingrossato dalla piena; ma le onde di esso, benchè copiose e frementi, non erano meno limpide che la fonte da cui scaturivano. Ciascuno ebbe una lunga storia a raccontare; ciascuno ne ebbe una ad udire. Era essa per entrambi una successione di speranze e di disinganni, di buoni e di tristi presentimenti: era una lotta continua tra la mente ed il cuore, in cui la prima esciva sempre vincitrice, portando lacrime e schianto nel suo stesso trionfo.
Agnese, l'ingenua e pura fanciulla, non fu meno schietta; perocchè dal canto suo credeva di avere smesso le armi, solo quando erano divenute inutili. — Narrò ella, come nascesse il suo amore da una severa pietà, diritto e dovere d'ogni anima gentile. Già in lei ardeva la fiamma di una passione indomabile, che ancora sognava d'essere libera e padrona di sè. Narrò quale fu la sua emozione all'accorgersi di avere ricevuto il battesimo della maturità, accogliendo nel suo cuore il più nobile e gagliardo affetto. Ma quell'emozione era dessa gioja o dolore? Lo chiese mille volte a sè stessa, e il cuore non le seppe rispondere. L'ebrezza dell'amore era combattuta dal dubio di non essere amata; e quando pure lo fosse, altri dubj nascevano in lei dal pensiero, che un uomo potente cede, per solito, alle consentite affezioni il superfluo della sua esistenza affaticata da continui trionfi. Nulla tacque la schietta donzella: nè i contrassegni di una preferenza privilegiata, cui ella dava il nome d'ossequio, ed era amore; nè le sollecite cure a lui prodigate, che ella chiamava pietà, ed era di bel nuovo amore. — Svelò come le ardite sue manifestazioni fossero spesso scontate col rimprovero e col fuggevole pentimento; e come le timide reticenze erano alla loro volta aspreggiate dall'accusa di pusillanimità. Ahi quante volte, avvicinandosi a lui colla speranza di trovare conforto, indietreggiò desolata, leggendo nei suoi sguardi una peritanza fatale ad un cuore già divenuto geloso! Non di rado, sentendosi forte ed apparecchiata, erasi decisa d'affrontare il pericolo di combatterlo, di superarlo; ma poi, non appena ella metteva in gioco le sue armi, cedeva, più affranta e più schiava di prima, all'insuperabile fatalità. Una stessa parola, un atto istesso di che jeri esultava, era oggi la sua tortura: desiderava di parlare e di svelare il cuor suo, e temeva ad un tempo d'essere udita e compresa. — Chi non provò amore, non conosce queste dure battaglie. Un affetto, nato e cresciuto sotto il durevole influsso di circostanze propizie, avrà le sue gioje; ma, com'esso giunge troppo presto all'apogeo della sua esistenza, riescirà insipido e passaggero, al pari d'ogni frutto precoce.
In quelle ingenue confidenze tutta l'anima d'Agnese sgorgava schietta e faconda dalle sue labra, senza quelle lusinghe sfrenate che cangiano l'amore in delirio. La sua virtù, come il velo trasparente in cui s'avvolge la mistica bellezza degli eletti, teneva in rispetto gli sguardi. Sarebbe stato più pericoloso per lei il mostrarsi meno sicura di sè, e più agguerrita; giacchè le armi diventano una provocazione quando sono scarse ed inopportune. — Per le anime generose, l'inscienza del male è un'egida invulnerabile contro la quale si spezzano le più ardite volontà, i più baldi propositi. — E infatti Agnesina, resasi a discrezione del suo signore, ebbe in lui l'amante che brama e, ad un tempo, il fratello che difende.
Per un pezzo, quel soggiorno fu pei nostri innamorati un paradiso di continue delizie, una palestra di nobili virtù, un tempio di amor casto ed illibato. — Vegliate, o angeli, sull'innocente: fatele schermo ai pericoli colle candide vostre ali, affinchè quel fiore non sbucci anzi tempo sotto i torridi raggi della passione. L'eroismo di un momento non è caparra di queta e perseverante virtù. — Vegliate, vegliate.
Fra tanta gioia però non erano infrequenti i sospiri; e non ultima cagione di essi era per Agnese la lontananza dalla sua buona governante. Più e più volte ella ne aveva chiesto conto; instava con amorosa sollecitudine perchè venisse prontamente richiamata; la attendeva ogni dì, ogni ora; sentiva d'avere troppe e grandi cose a dirle; e, in mezzo a tanta festa, aspettava pur da lei qualche conforto. Ad ogni improviso rumore si levava, come per moverle incontro; e al riconoscere l'inganno ritornava al suo posto, non osiam dire mesta, ma per un momento alquanto men lieta.
Il conte aveva la più deliberata intenzione d'aderire alle preghiere d'Agnese; ma l'incarico voleva essere affidato a persona di fiducia ch'ei non potè trovare sì presto. L'invio di costui e l'arrivo di Canziana dovevano essere un mistero, come lo era la presenza di Agnese. Ond'è, che la donzella per molti giorni non potè essere sodisfatta; e che, pur sussistendo la felicità dei primi istanti, i sospiri divennero più frequenti, ed il suo occhio si coperse di qualche lacrima passaggera.
La donna è spesso fatta scherno del mondo perchè pronta al pianto ed al riso. — Ma è legge forse che il riso ed il pianto sieno invariabilmente l'espressione della gioia e del dolore? V'hanno, è vero, lacrime di tristezza, molli ed infeconde come la pioggia d'inverno; lacrime d'ira, improvise e fatali come la gragnuola. Queste e quelle però sono d'ordinario generate da una costituzione morbosa; e quando sembrano sgorgare dall'anima, gli è che questa subisce l'influenza della materia inferma. Ma v'hanno altresì le lacrime del pentimento, ben più belle e soavi che le prime. — Oh benedetta la donna che, avendo errato, sa piangere! — Quel lavacro depura il suo animo, come il corso di un ruscello deterge le pietruzze dell'alveo, dianzi nascoste nel limo. — Che diremo infine delle lacrime d'amore? Un cuore vuoto d'affetto forse le chiamerà insipide. Ma chiedete a chi amò s'egli ebbe mai in altro modo dalla sua donna una più eloquente protesta d'affetto? Quel pianto non è nè gioia nè duolo; è amore tradotto nel più fedele ed efficace suo linguaggio. — Esso rivela che nel cuore di lei si agita un ultimo dubio; che la volontà, non ancor doma del tutto, fa un ultimo sforzo. Ma, non temete, l'estrema lotta non farà che dare maggior rilievo al vostro trionfo. — Il labro è impotente a tradurre il soverchio affetto; il pianto è il complemento della parola. — Non rammentate alla donna le sue promesse; rammentate le lacrime ch'ella versò, cedendo la fronte al vostro primo bacio. A quella memoria si ritempreranno gli affetti omai stanchi ed assueti; voi sentirete il cuore di lei, muto poco prima, rispondere al vostro con un battere fervido e giovanile.
Ad un angolo del castello, la bruna muraglia sopportava un'alta torre coronata di merli e guernita di bertesche e vedette, com'era la moda di quel secolo, in cui anche una cosa di puro spasso doveva portare l'impronta della prepotenza che era nell'indole degli uomini.
Sul terrazzo eminente da cui si godeva una magnifica vista, e dove non arrivava sguardo indiscreto, solevano i due amanti recarsi ogni dì, e passare qualche ora, ricreandosi alla vista del cielo, dei monti lontani e dell'infinita pianura racchiusa tra quelli. Le parole loro erano il soverchio di quella interna commozione che il cuore non può capire. E benchè il senso di esse fosse già noto ad entrambi da lunga mano, pure il ripeterle e il riudirle era sempre una dolcezza nuova. Intanto il superfluo di quei gentili pleonasmi era portato via dall'aria, e si levava al cielo in un coi profumi del suolo e colle preci degli uomini. — In quel mare di felicità, il Visconti ricordava talvolta l'esser suo, ed additava alla sua amica le terre, i colli e le città che obedivano a lui; ma non insuperbiva della sua grandezza, bensì gustava la gioia di un padre che guarda i numerosi suoi figli. — Una volta, parodiando leggiadramente la crudele sentenza dell'imperatore romano, sclamò: “Oh perchè l'umanità non ha un sol capo, chè io vorrei baciarla in fronte, e coronarla di fiori come le antiche baccanti, perchè tutta fosse felice, come io lo sono.„ — E Agnese, la tenera, l'appassionata fanciulla, s'imparadisava a quegli accessi di carità come fossero opera sua; e rinvigoriva, se pur era possibile, il proposito d'amar sempre e sempre più quell'uomo, che doveva render felice e grande la sua patria.
Un dì, al tramonto, stavano entrambi sul terrazzo contemplando e ragionando come di consueto. Mano mano che la luce del giorno scemava, le parole si facevano più rade e più solenni; e gli sguardi, quasi avessero bevuto fino alla sazietà l'ebrezza dei mutui incontri, correvano dagli oggetti circostanti al lontano orizzonte, cercando il primo apparire d'una stella per darle un addio. La luna, pallida come una nuvoletta perduta negli immensi spazii, a poco a poco ripigliava il suo mite splendore, sì funesto ai tristi, sì caro ai buoni. — L'aspetto del mondo era mesto: ma la mestizia, che pioveva da quel cielo sì sgombro e da una natura sì calma, era dolce come il suono di un nome amato ripetuto dall'eco. — Seduti sullo stesso muricciuolo, col dorso appoggiato ad una comune spalliera, i due amanti tenevano le destre congiunte in una stretta piena di affetto e larga di promesse. Così, mentre il labro era muto, l'anima, con un linguaggio ancora più eloquente, parlava d'amore.
Ad un tratto, il conte fissò Agnese negli occhi, e s'accorse che la fanciulla tentava di nascondergli una lacrima.
“Perchè piangi?„ — disse il conte, stringendo con maggior tenerezza la mano della sua amante.
“Piango io forse? — rispose Agnese fingendo meraviglia, e sforzandosi di eludere l'inchiesta con un sorriso. — Ah no....; ma se ciò fosse, vicino a voi, io non piangerei che di gioia.„
“La menzogna è pietosa; ma è menzogna. Una lacrima posava poco fa sulle tue ciglia, come una goccia di rugiada sugli stami di un fiore. Una mia parola, un mio sguardo la scossero; io la vidi scorrere sulle tue vesti, io la sentii scendere sulle mie mani. — Le lacrime di gioia non abbruciano come la tua.„
“Perdonate, e non mi chiedete di più. Neghereste voi che il cielo è sereno, perchè un vapore diafano intorbidò in quest'istante il lume di una stella?„
“Se il cielo fosse mio, come tu la sei, vorrei chiedergli perchè quella nube osa intercettarmi il debole raggio che pur mi è dovuto. — Io sono avaro della mia felicità. Non cederei a un morente il più tiepido de' tuoi sguardi, fosse egli bastante a ridonargli la vita. — Rispondimi dunque, o Agnese, perchè quella lacrima?„
“Perdonate alla miseria del nostro sesso. — Quando noi vagheggiamo da lontano la felicità, abbiamo fede nel destino, e ci abbandoniamo ad esso con spensierata sicurezza. Ma quando la mente riposa nella piena sodisfazione de' suoi desiderii, oh allora incominciano nuovi dolori! Noi diventiamo gelose del bene che possediamo, noi preleviamo sul futuro una trista anticipazione di mali possibili. — Giovanni, quella lacrima che voi scopriste non è un'accusa, è una confessione. — Io sono felice, troppo felice, e piango talora perchè temo e sento di non essere degna di tanto. Alcuna volta la vostra nobile grandezza mi fa terrore. Quando il mio occhio si perde sulla ricca pianura che ne circonda, e dico tra me: questo suolo obedisce a colui che mi ama, la mia mente si perde, e la timida ancella vorrebbe tornare nella polvere, per non scontare col rossore la sua temerità.„
“Ingrata, interruppe amorosamente il conte, tu dunque dubiti dell'amor mio?„
“V'ha qualcosa al disopra di noi. Il destino è legge per tutti. Il mio signore può inalzarmi fino al trono e coprirmi colla stessa sua porpora, ma niuno potrà mai colmare l'abisso che divide la vassalla dal principe. — Lasciate ch'io vi dica tutto: il mio pianto, dopo essere stato la confessione d'un dubio, divenne una preghiera. Oh non deridere, o amico, la stranezza de' miei voti! Quella preghiera, fervida e pietosa quanto la parola di una madre che implora dal cielo la salute del suo bambolo, era vuota ed insensata.„
“Ma perchè parli con un linguaggio che io non comprendo? Perchè ti compiaci di mescere l'amaro nel calice di felicità che la providenza ci porge?„
“O Giovanni, perchè voi non nasceste tra il popolo, come io nacqui? Allora il mio amore, correndo sur una carriera piana, di pari passo col vostro, giungerebbe pieno ed integro sino a voi. — All'altezza di un trono gli affetti di una povera fanciulla arrivano assottigliati e dispersi, come salgono alle nubi i profumi dei fiori.„
“No, mia Agnese, non dir così. — Tu non devi esser confusa fra le donne a cui Dio affidò soltanto l'ignorato governo di una famiglia e il cuore d'uno sposo. Tu sarai, come la Beatrice del Poeta, il mio genio tutelare che, dopo avermi sollevato dagli immondi gironi, mi condurrà nel soggiorno beato della verità e della giustizia. Non rimpianger la fortuna altrui; non scongiurare il destino. — Ricorda le parole di tuo padre; pensa che la felicità compagna d'amore non deve essere la nostra meta, ma il luogo di riposo in cui riavremo lena per correre a più nobile scopo. — Ci si farà guerra: ebbene, prepariamoci ad essa colle alleanze; associamo le forze, e la vittoria sarà nostra. Io ebbi in te la virtù di Maffiolo; in me avrai tu il suo braccio. Quando avrò errato inutilmente cercando uno sguardo leale, un labro sincero, io mi specchierò nei tuoi occhi, o Agnese, interrogherò la tua voce, e tornerò a credere che la virtù non sia bandita dal mondo. Stanco talora, perduto d'animo, nauseato da tante ribalderie, non appena avrò posato la fronte sul tuo seno, troverò ristoro; e alle incalzanti pulsazioni di un cuor muliebre, rinascerò alla vita operosa e alla fiducia nella mia stella.„
Dire che le parole del conte fossero tanto efficaci da convincere lo spirito il più renitente, e offrirne a prova il fatto che esse calmarono le apprensioni di Agnese, sarebbe tradire la storica verità, e dar corpo ad ombre fuggevoli. L'ardore di chi voleva convincere era molto al disotto della docilità di chi bramava essere convinta. Le voglie imperiose, le fervide aspirazioni, i desiderj che hanno la forza di necessità, spesso si vestono ad arte di una diffidenza affatto superficiale, che dimanda spiegazioni per udirsi ripetere una cara verità; che crea degli ostacoli pel piacere di abbatterli. Con questo mezzo si ritorna a quelle usate parole, che tra gli amanti hanno sempre il prestigio di una novella improvisa e gradita. Così sott'altra forma si rischiarano i patti, si rinfrancano le promesse, si ripetono i giuramenti.
Ma quei giorni felici non sfuggivano alla inevitabile legge d'ogni cosa terrena: erano essi fugaci come, e più che il decorrere di una vita placida e consueta. Invano i due amanti, che vedevano con dolore abbreviarsi la misura del tempo accordato a tanta e sì dolce intimità, si studiavano di suddividerlo in ore e minuti per goderlo a bricioli, per bevere a sorsi la felicità. — Ma guai se ci sforziamo di trattenere il tempo che fugge! esso è, o ci sembra immobile, solo quando il desiderio, più rapido di esso, gli vola davanti.
Venne il dì, in cui il conte dovette partire per Pavia: quel dì già designato da lungo tempo, e che, finchè era lontano, pareva non dovesse arrivar mai. Ciascuno avrebbe voluto indugiare ad un dimani indefinito. — Ma pur troppo, spuntò l'oggi inesorabile, e bisognò dividersi: con quante promesse del conte, con quante lacrime d'Agnese, lo imagini il lettore.
Poveretta! ella rimaneva tutta sola; il desiderio di rivedere Canziana si faceva allora assai più urgente; e la delusa aspettativa più dolorosa.
Ma appena il conte fu di ritorno in città, provide a che gli addobbi del casolare, destinato alla dimora della fanciulla, fossero attivamente accelerati. I motivi di un tal mistero non hanno bisogno di spiegazione. Il Conte di Virtù non era uomo da soffrire che il nome della sua amata fosse confuso con quello d'altre, che attraversavano il peristilio del castello, occhieggiando questo o quel cavaliere, e che entrate povere e spoglie, escivano talvolta colla imponente rigidezza delle dame, gareggiando con esse pel lusso delle vesti o per l'arroganza del portamento. — Agnese non dimandò il motivo di questo allontanamento; lo comprese, e l'approvò; perchè anch'ella, sebbene ignara dei costumi della corte, sentiva il peso degli sguardi altrui e paventava i giudizj del mondo, ingegnoso troppo nel cercar pretesti a' suoi severi giudizj, credulo sempre, quando si tratta di prestare fede ad ogni meno onesta apparenza.
La scelta di una casa remota e abbandonata riesciva oltremodo opportuna. A coltivare le superstiziose credenze del vulgo, ordinò il conte che l'esterno dell'edificio conservasse il suo primiero squallore. — Intanto ferveano i lavori all'interno; e gli operai, che attendevano ad assettarla, erano chiamati da paesi lontani, perchè, estranei all'influenza delle superstizioni popolari, alla lor volta non tradissero il secreto dell'incumbenza.
Che fosse quella casipola, come distribuita, ed ornata, l'abbiamo già veduto nelle prime pagine. — Ma perchè fosse meglio allestita, il conte, malfidando ne' suoi gusti e bramando di prevenire quelli d'Agnese, volle rimettere la direzione degli apparecchi a persona amica della fanciulla. Quest'idea gli aperse la via a prepararle una sorpresa. Pensò di proposito a Canziana, spedì in traccia di lei, e la fece venire a Pavia annunciandole che vi avrebbe trovato l'amica sua.
Dopo la catastrofe, l'infelice governante era ritornata a Campomorto. Non v'è parola che valga a dipingere convenientemente il dolore in che era immersa. La sua pietà però non era sterile: alla preghiera e al pianto cedeva quelle ore che le sopravanzavano ad una continua operosità; nè questa, fino ad un certo punto, fu scompagnata dalla fiducia di salvare la sommersa. Ma ogni ora ed ogni minuto seppellivano una speranza. I primi tentativi erano stati vani. Più tardi, ancorchè ormai si disperasse della vita d'Agnese, continuarono le indagini, consigliate da una pietà non del tutto scevra di conforto. A quest'effetto, Canziana prometteva un generoso premio a chi scoprisse la salma della sventurata. — I contadini di Campomorto, che s'ingegnavano di fare il possibile pel meglio della amata padrona e della sua amica, ramingarono più giorni nelle terre che fiancheggiano l'Olona, frugando ogni bosco ed ogni cespuglio, interrogando i mandriani e i boscajuoli, battendo alla porta delle case e delle capanne. — Ma ogni ricerca era sempre vana; gli interrogati si stringevano nelle spalle, e gli esploratori se ne ritornavano la sera, più che stanchi, scorati; e presentandosi a chi li aveva spediti, rispondevano con un crollar del capo, che non aveva bisogno di spiegazioni.
Alla povera donna non rimanevano più nè consolazioni nè speranze. — Piangeva dirottamente pensando che l'amata fanciulla era morta, e morta a quel modo, abbandonata da tutti; senza che alcuno de' suoi cari le fosse vicino a raccoglierne l'estremo respiro. — Dolevasi di non averle prodigato le ultime cure, e spingeva il dolore alla disperazione, pensando che tutti questi fatti erano stati in sua mano; e che ella stessa, co' suoi consigli, aveva data occasione ed impulso a tanta sventura. Scorreva con impazienza il campo delle ipotesi per scegliere la meno crudele, e la più acconcia, a giustificare il misterioso smarrimento. — Forse la sommersa era sepolta nel fondo di un gorgo; e in questo caso non era sperabile il ritrovarla che al ritorno della magra estiva. Forse, giunta fino alla foce dell'Olona, era travolta nel Po e trascinata, Dio sa dove. Forse, gittata sur una riva deserta, era divenuta preda di qualche belva. — Il pensiero che quella, cara spoglia fosse insepolta ed oltraggiata, era peggio che un coltello nel cuore per la desolatissima donna. Nelle ore interminabili dell'aspettativa, nelle due notti vegliate per istudiare nuove pratiche ed intavolare altre ricerche, oh come l'infelice si rammaricava al pensiero, che le sue stesse parole erano state la causa, o l'occasione, di sì grande disgrazia! E intanto, mentre si facevano languide le ricerche, divenivano più pungenti le cure; il cessare delle speranze non la guidava punto alla rassegnazione. — In due soli giorni la povera Canziana si era fatta sparuta, scarna, tabida, come l'infermo che si rialza dal letto, non guarito ma stanco di un disperare inerte. E al par di costui, in preda ad una inquietudine febrile, correva le deserte sale del castello, evocando da ogni oggetto le memorie del passato, per rendere ancor più tetro e spaventevole la realtà del momento. Pareva che si compiacesse di porre la mano sulla piaga, non per difenderla, ma per istraziarla sempre più. I mezzi consigliati dalla ragione erano tutti esauriti: ad una ad una le speranze erano tornate vane; e la povera donna s'infliggeva intanto l'inutile martirio di riandare il passato, per maledire ciò che ella aveva fatto inscientemente, per deplorare quello che avrebbe potuto fare, e non fece. La mente, logorata nelle ricerche, sembrava riposare in questa crudele tortura, come se l'accusare sè stessa di complicità col destino, fosse ormai l'ultimo e l'unico affare che le rimanesse.
In questa sublimazione del dolore, le lacrime dell'infelice s'asciugarono; gli occhi divennero arsi e sgranati come quelli d'un delirante: la febre le prestava una forza fittizia e bugiarda; e, condensando nel suo cervello una vitalità anormale, minacciava di toglierle il senno. — Dopo d'avere errato con tanta incertezza fra mille pensieri, e non aver raccolto che delusioni, ricorse alle più vaghe idee; e, scelta a caso la meno saggia, fissò in essa la mente, e affaticò su di essa quel poco di ragione che il dolore le aveva lasciato. — Povera donna! un giorno ancora simile ai due precedenti, ed avrebbe impazzito.
Noi sappiamo già che Agnese, in mezzo alla sua felicità, non aveva scordato la buona governante. Non imaginando per certo che il suo dolore potesse farsi tanto minaccioso, pensò nondimeno ad affrettarle la consolazione di saperla viva e salva. — Fortuite circostanze obligarono il messo a ritardare la sua spedizione. Ma per buona sorte ei giunse ancora in tempo. — Canziana, sentendo che la sua diletta Agnese era salva, e ricevendo un secreto avviso del conte che le ingiungeva di apparecchiarsi a rivederla fra pochi giorni, fu ad un punto di morir dalla gioja.
Quei dì, che passarono come un lampo per Agnese, furono una vera eternità per Canziana. — A questa però riescirono utili per ristorare alquanto le forze, le quali, al cessar del delirio, erano scomparse del tutto. Ella abbandonò Campomorto con una gioja che non si può descrivere. Giunta a Pavia, s'installò nell'abitazione destinata ad Agnese; e, assecondando le istruzioni del conte, attese a che fosse proveduta di quanto potesse renderla più gradita alla sua nuova abitatrice.
Pensi il lettore come dovesse riescire l'incontro delle due donne. Per verità, ciò che fu ascoltato o detto da ciascuna di essa, a confronto di tanto amore e di tanta ansietà, potè in quel momento sembrar languido e freddo. — Le frasi sonore, le smanie e le strida, soverchiano quasi sempre la passione; ma quando questa è, come nel caso presente, sì valida e sublime da essere àrbitra della vita di chi la nutre, non v'ha parola od atto che sappia esserne interprete fedele. — Perciò appunto le due amiche, al primo rivedersi, rimasero mute; soltanto dopo uno scoppio di pianto, interrotto da abbracciamenti e da esclamazioni, escì libera la parola a chiedere ed a raccontare, a benedir Dio e gli uomini. Canziana narrò le sue pene, Agnese le sue gioje. Le parole dell'una facevano sèguito alla storia dell'altra.
Alle narrazioni tennero dietro i commenti; e in ciò, l'età e l'affezione accordavano a Canziana il diritto d'essere la prima ad interrogare, e di spingere le sue dimande fin dove avrebbe potuto giungere una madre. — La buona donna fu discreta; e con un tuono, che prometteva amorevole indulgenza, toccò i più scabrosi argomenti di modo, che la fanciulla potè rispondere senz'essere tradita dall'infido linguaggio del rossore. Agnese narrò come e quanto fosse amata dal conte; e non nascose di riamarlo con tutte le forze dell'animo. Ma ciò ella diceva con quel candore che, accennando alla gravità del pericolo, offre certa testimonianza della salvezza. Canziana se ne rallegrava di tutto cuore; e benediceva dentro di sè alla providenza, che aveva vegliato sull'innocente. — La inconsapevolezza del male, caparra di una virtù illibata, era per lei una severa ammonizione sul grave cómpito che le spettava da quel momento in poi. Accoglieva però di buon grado l'incarico di vegliare sulla sua cara fanciulla; e si proponeva di trovare in una prima occasione il momento e il coraggio per indurre il conte a porre la virtù di Agnese sotto la salvaguardia di un legame benedetto.
Dall'arrivo di Canziana al momento in cui lasciammo Agnese alquanto melanconica ed abbattuta, trascorsero sei mesi, epoca che vorremmo saltar di piè pari, non perchè sia vuota d'interesse, ma perchè una storia d'amore sarà meglio indovinata da un cuore sensibile, che non esposta dal più diligente raccontatore. Preveniamo soltanto una doppia dimanda, che ci pare inevitabile. — Agnese era dessa ancora la pura donzella di Campomorto? Canziana aveva mantenute le sue promesse, e poteva andar superba della sua vigilanza?
Nella storia s'incontrano inevitabilmente delle scene assai poco maneggevoli. Esse ne ricordano certe vedute pittoresche a cui l'artista s'avvicina coll'occhio appassionato, e davanti alle quali spiega tutto l'apparato dell'arte sua col proposito di trarne un magnifico quadro; ma che poscia, sottoposte a più minuto esame, diventano nelle singole parti meno belle e meno attraenti; onde il primo entusiasmo scema, e nasce la tentazione d'abbandonare o di correggere l'opera della natura, sostituendovi qualcosa del proprio, a rischio di sembrare infedele ed ammanierato. — Anche il novellatore, quando la storia tace, o non giova a' suoi fini, può lanciarsi liberamente nel vasto campo del verosimile, ed ivi raccogliere a discrezione imaginose avventure, che allettano e commovono come i fatti veri e naturali. — Ma il cronista ha la via e la meta segnata; nè può escirne per questa scappatoja. Sincero espositore dei fatti, egli deve narrarli quali sono: tutt'al più, imitando chi copia, potrà lasciar nell'ombra, come obliati, quegli accessorii, che per interessi ben più urgenti di quelli dell'arte, meglio è nascondere. Il disegno generale della scena apparirà, malgrado ciò, nella sua interezza; e per chi vuole aver nozioni sui particolari di essa, rimarrà aperto l'adito ad interpretare ciò appunto che, a bella posta, si è solo leggermente accennato.
Dopo sei mesi di soggiorno a Pavia, Agnese, benchè costretta a condurre una vita da prigioniera, si era fatta ancora più avvenente: ma la bellezza florida, gioviale, che brillava un dì sul volto della giovinetta, cresciuta all'aria aperta e libera d'ogni pensiero, cedeva il posto all'espressione più eloquente di un'anima che ha raggiunto il suo sviluppo, e si è, per così dire, perfezionata nel dolore. — Fra la vispa donzella di Campomorto e la pensosa Agnese di Pavia, passava la differenza che suol essere fra la fanciulla e la donna, fra chi sogna un avvenire tutto rose e speranze, e chi confonde colle sue gioje pur vive e dolcissime, l'invidiato ricordo di un bene, che non tornerà più.
Il suo aspetto aveva subito un mutamento, soverchio pel breve tempo trascorso, anche fatta ragione al rapido progresso di una esistenza giovanile e piena di vigore. — Volendo dar conto di questo prodigio, nulla di più opportuno che rassomigliarlo allo sviluppo repentino e straordinario proprio a chi si rileva da una malattia mortale felicemente superata. Pareva che la sua statura fosse assai più alta, tant'era divenuto maestoso e severo il suo portamento. Tutta la persona aveva acquistato quel lusso di forme, quella copia di grazie, che in una donzella di precoce sviluppo sono doti annunciate, ma non raggiunte; onde si dice essere il bottone di un fiore ancora più bello pel profumo e pei colori che promette, non appena sarà sbucciato. Chi cercasse ora nel suo sguardo la franchezza e la serenità di pochi mesi prima, giurerebbe che quelli non erano gli occhi d'Agnesina; sì grandi, sì neri, e sempre tanto avidi di luce. Ora, sotto il velo delle ciglia ancora più folte, vibravano essi, a quando a quando coll'usata sicurezza, un fuoco vivo del pari e penetrante; ma poi si chinavano a terra languidamente, come se avessero speso una soverchia vitalità, e bramassero riposate nell'ombra. Il viso, non più florido come in passato, si abbelliva di un pallore diafano, che lascia travedere la morbidezza dei tessuti e il decorrere dell'onda vitale. Sotto il doppio arco delle sopraciglia fortemente tracciate, scendeva il naso di attica perfezione; ma alla irreprensibile bellezza delle linee, gli si aggiungeva la mobilità delle rosee narici, che accompagnavano la concitata cardiopalmia. La bocca, disegnata da labra alquanto tumide e colorite da un incarnato simile a quello del corallo smunto, talvolta era socchiusa ed atteggiata a nobile sdegno; tal'altra semiaperta sembrava implorare un'aria più libera od accentare una parola, che esciva dall'anima per correre ad un lontano ascoltatore.
In addietro, la terra di Campomorto era angusta alle sue corse. Da che si trovava in Pavia, le mura della sua volontaria prigione le bastavano; anzi, al fuggir dell'inverno, invece di rifarsi della lunga immobilità cui erasi condannata, restringeva ancor più la cerchia de' suoi passi, e stava le intere giornate chiusa nella sua camera, leggendo davanti allo scrigno, e lavorando all'ago ed al trapunto presso la finestra, che le offriva il più largo campo di cielo, e da cui spiava più da lungi chi si avvicinasse alla sua dimora.
Chi oserà dire che Agnese è felice, se ella è tanto pensosa, se la vediamo ripudiare ad una ad una le dilette abitudini della giovinezza, e trascorrere le ore e i giorni come una derelitta, dimenticando il liuto e le ballate dei trovatori? Ma come potremo convincerci che Agnese è sventurata, se ella giura a Dio ed agli uomini d'essere felice fra i felici della terra!
La era infatti: e lo mostrava in modo da non lasciarne dubio, ogni dì, verso il cader del giorno, quando presentiva il rinnovarsi di un caro convegno, e ne affrettava la gioja cogli ansiosi desiderii. Allora non si doleva che della lentezza del tempo; pigro sempre a confronto della foga de' suoi palpiti. Le sue gote ripigliavano il roseo d'altri tempi; le labra si tingevano del più vivo incarnato; e gli occhi sprigionavano dalle folte palpebre due pupille ancor più nere e brillanti del consueto, cupide di aria e di luce, sempre le prime a ravvisare chi spuntava da lungi sull'estremo della bastía, ferme e sicure nel sostenere l'incontro di un altro sguardo lungamente desiderato. Ma prima che l'occhio facesse questa scoperta, prima che l'udito riconoscesse, fra i varii strepiti, lo strepito noto d'una pedata, il cuore salutava il benvenuto con un battere sì vivo e concitato, che le toglieva il respiro. Oh allora Agnese non mentiva! ella era veramente felice: felice a segno, da credere che un solo istante di quel benessere fosse guadagnato a buon patto con una intera vita di squallore.
Quando la persona aspettata era giunta, dopo un minuto di silenzio e di raccoglimento, ella risurgeva più vivace che mai. La contentezza traboccante dal cuore, angusto alla piena di troppi affetti, effundevasi su tutta la persona e traducevasi in sguardi sereni, in facili sorrisi, in motti arguti, in lacrime di tenerezza. — Ma se fosse possibile analizzare quelle lacrime, le troveremmo composte di ben diversi elementi; poichè tutto ciò che noi chiamiamo dolore e piacere, non è sì nettamente spartito, che l'uno non contenga in sè qualche particella dell'altro. Scopriremmo, che le lacrime dei primi dì non erano simili in tutto a quelle dei giorni susseguenti: un tempo esse erano vaporose, e sottili come l'etere; ora s'erano fatte più dense, e forse già un poco amare.
Da quando un tal mutamento?
Era un giorno d'inverno. — Una bruma spessa e grigiastra pesava sull'aria e copriva il sole; il quale, apparendo a quando a quando attraverso i vortici della nebbia, sembrava la forbita rotella di un eroe d'Omero. Il suolo era coperto di una copiosa fiorita di neve, qua pesta e ridotta a fango, là intatta e pura come un letto di gigli. Da lontano il bianco velo, perduto nella tinta turchiniccia dell'aria, stendevasi in un orizzonte indefinito fino a toccare le nubi, senza che uno screzio meno fosco rallegrasse in alcuna parte il funereo lenzuolo, entro cui dormivano abbracciati il cielo e la terra.
Agnese, di tempra squisita e facile alle emozioni, non potè essere straniera a quella scena di mestizia universale. Ella, per cui la vista del sole e dei monti, gli sconvolgimenti, fossero pur terribili, della natura, erano vita e gaudio, ritorceva stanca e nojata lo sguardo dalla finestra, entro la quale s'incorniciava la monotona nevicata. Pure, mentre il giorno correva pigro e sconsolato, si confortava pensando alle immancabili dolcezze della sera. — Sotto la volta azzurra della sua stanza, alla luce artificiale dei doppieri, calate le cortine del verrone, e chiusa al di fuori ogni men lieta apparenza, ella creava nella sua mente una primavera d'amorose parole e di fervidi affetti.
Canziana, la buona e fedele amica, aveva dal canto suo fatto ogni sforzo per rallegrare quel tetro soggiorno. Quando la padrona taceva, persuasa che quel silenzio fosse doloroso, tentava scuoterla colla memoria delle andate cose; e passava in rassegna le glorie della famiglia dei Mantegazzi e le avventure tante volte udite dall'ottimo messer Maffiolo. Commendava la sapienza di suo padre e la bellezza della madre sua; poi alle lodi del casato innestava con fino accorgimento quelle del Conte di Virtù, celebrandone la generosità e la domestichezza, e facendo i più onorevoli raffronti tra lui ed i tiranni che reggevano altre contrade. Chiudeva, infine, pigliando un acconto sul futuro, ed effondendosi in augurj e voti i più lieti. Ma quando s'accorgeva che le sue parole non erano ascoltate dalla compagna, visibilmente assorta in altre considerazioni, ella (privilegiata fra le femine di buon cuore, che d'ordinario peccano di loquacità) sapeva imporsi la legge d'essere discreta e tacere. In quei momenti non sentivasi altro strepito, fuorchè lo spunto dell'ago, che forava il sciamito teso sul telajo d'Agnese, e il trottolare del fuso, scosso dalle mani di Canziana; oppure, se tali operazioni si allentavano, il respiro affannoso della fanciulla.
Nell'infrequente ricorrere di simili casi, Canziana soleva essere ancora più assidua e più affettuosa verso la sua padrona; e, scambiando pietà per pietà, ometteva perfino le solite sue pratiche nella vicina chiesuola, sostituendo ad esse una più devota e più amorosa sollecitudine per la figlia sua.
Ma proprio in quel dì era arrivato un tale, che recava notizie di Milano e della sua casa, e ripartiva all'indimani. Prima d'andarsene, ei voleva raccogliere le nuove e i comandi delle due donne, per farne parte agli amici: sapendo di rendere con ciò un doppio servigio, a chi lo inviava ed a quelli cui era inviato. Tutto ciò in secreto: perchè la pratica colla famiglia di Maffiolo avrebbe potuto costar cara a chi dimorava in Milano. — Ragioni poi d'egual peso e di pari prudenza consigliavano il messo a non accostarsi al casolare. E perciò Canziana dovette recarsi da lui: ed Agnese ebbe ad aggiungere una sua preghiera per indurre la governante a non rompere questo debole filo che la congiungeva alle domestiche pareti, cui ella inviava, dal profondo del cuore, il più amorevole addio.
Quando la governante esci va per questa bisogna, era già ora tarda; sulla porta della casa, volgendosi indietro per baciare la mano alla padrona, promettevale non l'avrebbe lasciata sola che il tempo necessario per far due volte la via, e per raccogliere e dare nel modo più spedito le opportune notizie. — Forse alla comune mestizia, produtta dalla stessa cagione, dovevasi attribuire la dolorosa peritanza d'entrambe; non era la prima volta che l'una passava qualche ora lontana dall'altra; ma giammai prima d'ora sembrò all'una e all'altra tanto penoso il distacco. — Ciò che avvenne poi, diede a quell'insolita incertezza nome ed autorità di presentimento.
Un'altra persona, sull'animo della quale pesava un cruccio d'egual natura, era il Conte di Virtù. Invano aveva egli cercato di seppellirlo nelle brighe dello stato; invano aveva riunito intorno a se il collegio dei sapienti, per trascinarsi con esso nel vortice delle assidue cure. In quel dì le brame, le speranze, i trionfi, le vanità erano cosa ancor più fredde ed insipide: ogni pensiero, ogni cura, ogni blandizie si specchiava nello squallido aspetto della natura. Un tale stato, tanto grave come insolito ad uomo che sortì una tempra vigorosa, gli faceva desiderare una decisa sofferenza; perchè l'addolorarsi è vivere, mentre l'indeterminato scontento di sè era qualcosa di simile ad una lenta agonia.
Prima dell'ora solita, affastellò le pergamene, rinchiuse i codici, e congedò i suoi fidi. Ritiratosi nei suoi appartamenti, lasciò credere d'aver bisogno di riposo; intanto, elusa la vigilanza dei cortigiani, scese per una scala secreta, aperse una piccola porta, di cui egli custodiva la chiave, ed avvolto in un mantello bruno col cappuccio calato sugli occhi, escì al cadere del giorno sui valli, dirigendosi di buon passo verso la dimora d'Agnese.
Delle cento volte che ebbe a visitarla, questa era la prima che, giunto alla sua casa, la trovasse chiusa; giacchè era solito ad essere atteso e segnalato da lontano. All'improviso ed affrettato bussare, Agnese trasalì; ma non provò sgomento; anzi, cedendo istintivamente alla gradevole sorpresa, che interrompeva la sua fastidiosa aspettativa, senza porre mente che era sola, senza far capolino dalla finestra per vedere chi fosse e che si volesse, s'avviò ad aprire. — Nell'andito che conduceva alla porta, regnava un'oscurità quasi completa. Ella camminava dunque alla cieca, fino in capo ad esso; e là, guidata dalla pratica, cercò e trovò il paletto del catenaccio, lo fece scorrere nelle anella, e schiuse la porta. Allora sul fondo bigio dell'aria, che alla dilatata pupilla d'Agnese fu luce viva, riconobbe le sembianze del conte. Costui non le diede tempo di scambiare un addio: d'un balzo si precipitò nell'andito e, sbattendo indietro la porta, stese le mani per incontrar quelle della fanciulla, che strinse amorosamente, volendola far guida alla sua momentanea cecità. — Camminando al suo fianco, egli teneva la sinistra mano nella destra di lei, e coll'altro braccio faceva cintura al suo agile imbusto. In quei pochi passi, aspirò il profumo de' suoi capelli, numerò i battiti de' suoi polsi, indovinò i soavi contorni di una vita snella, sorretta da un fianco turgido e provocante. — Benchè la scaletta fosse lievemente rischiarata dai raggi del tramonto, egli non rinunciò alla dolcezza d'essere condotto da sì pietosa scorta; ed arrivato al salotto, si allontanò solo da lei quanto era necessario, perchè l'uno sedesse dicontro all'altra.
“O signore, prese a dire la fanciulla, qual caso impreveduto vi conduce qui prima dell'ora solita? Io non vi aspettava sì presto; ed era trista e tapina, pensando che avrei dovuto attendere non meno di un'ora: un'ora!...„
“Ma tu eri rassegnata ad aspettare la notte, — disse il conte con un tuono di scherzevole rimprovero; — io no; non ebbi tanta virtù: il bisogno di vederti fu così imperioso che vinse ogni abitudine, ogni rispetto.„
“Guai se l'umile vassalla non avesse appreso a divorare in secreto le sue impazienze; — soggiunse Agnese. — Guai se stanca di aspettare il suo nobile signore, avesse abbandonato questo ritiro; e, per giungere più presto a lui, osasse varcare la soglia del castello, ed eludere la sospettosa vigilanza de' suoi sergenti!... Siate sincero, e dite, o signore, l'ardita donna sarebbe ella stata bene accolta?„
“Agnese mia, riprese sorridendo il conte, non ti far più bella con quel tuono di dispetto. Io t'amo già troppo; rabbellita ancor più da quella nobile alterezza che ti brilla ora sul volto, come potrei mostrarti che la mia passione per te può ancora rendersi più ardente?„
“Adulatore! — ripigliò Agnese, con un sorriso leggermente marcato; — voi dite sì belle parole, come se mi guardaste di pieno giorno; pochi minuti fa, la luce ora meno incerta, e voi eravate cieco a segno da volermi guida ai vostri passi.„
Il conte sorrise dell'ingenuità d'Agnese; ma non volle trarla d'inganno. — Dopo un istante di silenzio, la fanciulla gli chiese se egli avrebbe bramato che s'accendesse una lucerna.
“No, rispose il conte, la luce morente del giorno mi fa sembrare ancor più soave il tono argentino della tua voce. Non bisogna offrire ai sensi già inebriati tutti i profumi della bellezza in una volta. D'altronde, io vedo i nobili contorni della tua persona, disegnati sul lucido crepuscolo che attraversa l'invetriata del verrone. La mano di Giotto non tracciò mai forme più angeliche delle tue.„
Agnese non aggiunse parola; o meglio non seppe scegliere, fra le molte che le si presentavano alla mente, quella che dicesse il vero; o, se l'avesse trovata, non avrebbe avuto il coraggio di pronunciarla. Quel silenzio intanto non era muto del tutto; nella sospensione d'animo d'entrambi, emergevano più distinti i sospiri, che Agnese cercava invano di comprimere.
“Mia diletta, prese a dire il conte; a quanto vedo, oggi siamo soli.„
“Canziana è fuori; ma rientrerà fra pochi minuti.„
“Quella buona donna non ti abbandona mai, — soggiunse il conte con un leggiero accento di amarezza, che sfuggì alla fanciulla; — ella t'ama assai; quasi io comincio a divenire geloso della tenerezza che tu senti per colei.„
La fanciulla rise a queste parole.
“Avvicinati a me, Agnese, e porgimi la tua mano, perchè stringendola abbia almeno un compenso alla privazione di contemplarti.„
Agnese spinse più avanti la sedia, e stese la mano al conte.
“Sei di poche parole, ripigliò questi; che hai, ben mio? forse sei tu scontenta di me? dimmi tutto.... è egli possibile che il tuo cuore, che batte sì fortemente, neghi al tuo labro una sola parola?„
“O Giovanni, ripigliò Agnese assai commossa, che potrei io dirvi, che non abbia già mille volte ripetuto? — Io vi amo, o signore; vi amo con tutta l'anima; il dirlo, il ripeterlo non è egli un indiscreto rimprovero diretto al destino, che da tre mesi copre una nobile passione col velo del mistero, quasi fosse una colpa?„
“Hai ragione di dolerti, — soggiunse l'amante stringendo la destra della fanciulla tra le due mani, ed accostandola alle sue labra — Ma il tuo rimprovero dovrebbe essere rivolto a me. — Io lotto fra la legge dettata dalla mia condizione, e quella che tu padrona del mio cuore, árbitra della mia felicità, a miglior ragione, hai dritto d'impormi. — Credi, però, Agnese; non è a mio vantaggio che io trascino nel mistero il nostro affetto. Quante e quante volte ho ripetuta quella parola, che tu mi hai detto appena fosti salva; oh perchè non nasceste voi in una condizione pari alla mia? Sì: noi saremmo a quest'ora le due più felici creature della terra!„
“Altra volta voi mi ricordaste le parole di mio padre, ed io n'ebbi pronto e salutare conforto. Ora tocca a me a ripeterle.„
“La dimenticanza, questo sudario delle tombe che consuma i nostri cari che vi riposano, indebolirà le memorie or vivissime di tuo padre: allora, attraverso a quelle, brillerà di una luce più sinistra la storia di un affetto che io ho sacrificato a tiepide prudenze, -quell'affetto che non dovrebbe essere, e non è secondo che all'amore di Dio!„
“No, mio signore; qualunque sarà il mio avvenire, io non attribuirò mai a voi il male che mi affligge. Da voi non spero, e non attendo che il bene.„
“Ti è grave la incertezza a cui ti condanna un rispetto mondano: non negarlo, mia cara Agnese, l'hai detto....„
“Vi è caro il mio lamento? Grazie, o signore; sì, io mi lagno del destino, perchè temo che il vostro amore rassegnato possa condurvi all'oblío.„
“Tu deplori nel destino la prima cagione, l'unica sorgente dei dubii che ti travagliano. Ma il più pietoso e più indulgente amore non ti impedisce di scorgere che fra quella prima causa e l'ultimo suo effetto, v'ha di mezzo la mia libera volontà. Questa, sorretta da una passione ardente, com'è la tua, dovrebbe rovesciare quanti ostacoli si frappongono al vantato desiderio di rendere felice la persona amata. — Tu oggi discacci questo pensiero perchè è un'accusa; e mi ami troppo per accusarmi. Quel pensiero tornerà in campo dimani; lo combatterai di nuovo, esso rivivrà sempre finchè durano le tristi circostanze in cui versiamo. A poco a poco, ciò che nei primi tempi ti parve in me una necessità insurmontabile, diverrà a' tuoi occhi pura e vulgare convenienza; ah, non surga mai quel giorno in cui tu lo chiami arte maliziosa per rallentare un legame, per isfuggire al compimento di una sacra promessa...!„
“Sperda Iddio l'augurio: non mi spaventate con sì funeste visioni.„
Se non sapessimo che l'amore del conte era sincero e sviscerato, avremmo diritto di sospettare che tali parole racchiudessero il maligno disegno di smagliare la rete in cui si era avviluppato, e d'escirne a buon patto. D'ordinario, le scene fra gli amanti riboccano di promesse, di preghiere, di giuramenti; sono questi i mezzi più efficaci a smovere una volontà restía, a decidere una mente travagliata dalle incertezze. Ma il conte, che era troppo leale per destreggiare le felici circostanze in cui il caso lo aveva collocato, non faceva progetti, nè avanzava promesse per conquidere la virtù di colei, ch'egli appunto amava per la sua virtù. Uomo avveduto ch'egli era, in ciò si mostrava il più ingenuo, il più candido cuore che mai; ben sapendo che non era mestieri pregar molto per ottenere tutto.
Eppure egli giungeva inavvertitamente alla stessa meta per una via opposta. La sua diffidenza provocava l'altrui fiducia; i suoi dubii destavano la sicurezza della sua ascoltatrice; ei s'accusava, ella lo assolveva, e gli accordava in premio una confidenza ancor più viva ed illimitata.
In quello scambio d'affetti, le parole diventarono per Agnese imagini troppo pallide degli interni sentimenti. Combattere i detti dell'amante con altri detti d'egual tenore, era per lei quanto mettere in dubio le proprie convinzioni, e profanare la religione del proprio cuore. Meglio le parve lo scongiurare l'infausto presagio, opponendo alla modesta peritanza di colui una luminosa prova di fiducia, un atto di pronta e completa soggezione. L'ardente fanciulla non discusse, come facciamo noi, l'arduo quesito; ma lo sciolse d'un tratto, lanciandosi nelle braccia dell'amante con quell'abbandono, che vuol dire: — invano tu tenti di offuscare le tue virtù, invano tu metti a prova il mio cuore; esso è giù tuo, tuo per sempre, tuo ad ogni patto.
Quando, pochi istanti dopo, s'udì battere alla porta, Agnese rinvenne dal suo delirio, e, senza saperne il perchè, si trovò gli occhi e il volto inondati di pianto. Ma ben comprese che volessero dire quelle lacrime, quando sentì il bisogno di nasconderle all'amica sua. — Fu tosto accesa una lampada. Agnese, facendo violenza a se stessa e studiando di ripigliare la solita compostezza, mosse ad incontrarla. Nel momento in cui ebbe aperto l'uscio e si trovò di faccia a Canziana, il lume che ella teneva a mano vibrò un raggio indiscreto sul suo viso, e lo mostrò sfolgorante di una bellezza affatto nuova. — La buona donna, colpita da quella improvisa visione, non disse parola, perchè aveva tutto indovinato. E Agnese?.... poveretta, se le fosse stato possibile articolare un accento avrebbe ripetuto, colla sposa della Cantica: — “Il mio amico è mio, ed io son sua[27].„
Da quel dì, dopo quel convegno, l'esistenza d'Agnese subì un mutamento assai importante. La vita di quella donna può dividersi in due epoche, e questo giorno ne segna il confine. — Gioje, speranze, dolori ebbero in seguito eguale vicenda nell'animo suo; ma non eguale l'indole e l'intensità. Ella provò nuovi istanti di gaudio inesprimibile; ma le sue dolcezze più profonde, più interne, più nascose, non andavano mai disgiunte da una soavissima mestizia, che le dimandava nuove lacrime. Prima di quel giorno ella soleva riguardare la sua felicità come l'effetto che tien dietro immancabilmente alla sua cagione: l'amore non le dava soltanto la contentezza presente, ma era un pegno sicuro di quella ben più grande e durevole che le veniva promessa per l'avvenire. Da qui innanzi invece, il suo poetico dimani erasi fatto una positiva attualità, ricca di bene, ma pur troppo non scevra di dubii e di apprensioni. — Se il cuor suo non poteva più chiedere nulla al mondo ed agli uomini, la ragione molto doveva chiedere a sè stessa. Vero è, che il cuore era sempre vittorioso; ma la vittoria attestava la lotta; questa il travaglio e l'incertezza. La speranza dei giorni addietro le faceva gradire la promessa di un bene futuro e lontano, quasi che il suo stato presente non potesse capire tutto quello che gli era serbato. La speranza dei giorni successivi all'opposto la guidava ad affrettare con animo impaziente il compimento di un patto, senza il quale crollava in parte il meraviglioso edificio della sua esistenza. — È cosa ben diversa lo sperare l'aggiunta di un bene ad un bene, e l'attendere un fatto che ci guarentisca da un male. Spera sorridendo colui che oggi è felice, ed aspetta un dimani ancora più felice. Ma l'ansietà di chi attende un giudizio è sempre grave e severa, anche quando abbia ragione di crederlo favorevole a' suoi voti.
Torneremo ad Agnese tra breve. — Prima di ripigliare il filo degli avvenimenti che la riguardano, ci è necessario arrestarci alquanto alla corte di Milano, dove si congiura a suo danno. Ma poichè quel luogo e quelle persone ci richiamano alcune memorie storiche, e queste alla lor volta risvegliano in noi qualche idea generale sulle nostre condizioni civili e politiche, così prima ancora di ripigliare la cronaca, registreremo brevemente, come in un sommario, alcuni fatti, aggiungendovi qualche nostra osservazione. — Chi non s'accomoda a digressioni, e preferisce continuare la storia di Agnese, non ha che a lasciar di mezzo il capitolo seguente.
FINE DEL PRIMO VOLUME.