CAPITOLO SECONDO

VII.

Vuoi tu scoprire la virtù vera, ed imparare a conoscerne le gradazioni infinite? Studia l'uomo colpito dalla sventura: il campo, fatalmente, non sarà sterile alle tue ricerche. — La sventura rassomiglia al crogiuolo sottoposto all'azione del fuoco: questo scompone la materia, respinge le particelle vili o superflue, ritiene le nobili: quella, scuotendo ogni fibra, ed elaborando i più nascosi sentimenti, fa che brilli in piena evidenza, libero e scevro da pregiudizj, ogni riposto àtomo di tolleranza, di generosità, di rassegnazione. — Dietro un tale procedimento, quante volte la più gretta esistenza si rialza bella di un sublime eroismo? quant'altre volte per esso troviamo l'orpello in cambio dell'oro, e la virtù dei tempi felici ridotta a ciurmeria da scena? — Il dolore è quaggiù l'aureola del giusto; e, mercè la sua proprietà depuratrice, diviene spesso la redenzione dell'uomo colpevole.

Maffiolo subì una terribile prova; più terribile per lui, perocchè la sventura si versava sul suo capo, mentre sognava allegrezze. — Pure ne uscì degno della sua antica virtù; quel dì, in cui esultò al dolcissimo annunzio che era divenuto padre, segnava l'ultimo periodo di vita dell'amata sua donna. Un malore violento ed indomabile la riduceva in pochi giorni alla tomba.

Dipingere gli spasimi di Maffiolo sarebbe impresa più che ardua, temeraria. — Non creder sempre a quel dolore, che erompe in istrida e contorcimenti. La ferita da cui geme il sangue in abbondanza non è di solito la più dolorosa; quella invece, che non mostra nè cicatrice nè grumo, sanguina nelle cavità, e cagiona strazii senza misura. — Maffiolo, dopo un primo istante di gioja, previde a qual patto il cielo aveva appagato le sue brame. L'avvenire era oscuro; la speranza in vero vi mesceva qualche conforto; ma colla speranza era il dubio, col dubio l'angoscia.

Lo stato di Gabriella si fece tosto assai grave; e l'infelice sposo, che non l'ignorava, sapeva mostrarsi calmo e confidente in faccia all'inferma, per non aggravarla del suo dolore. — Preparato ad una probabile separazione, fece tesoro di quegli ultimi giorni; non si staccò mai dal letto dell'ammalata; e le prodigò cure e conforti coll'intelligente solerzia delle donne, che hanno il privilegio della pietà operosa verso chi soffre. Le ore passavano lente; ma i progressi del male erano rapidissimi. — Al quindicesimo giorno Gabriella era in fin di vita. — Consapevole del doloroso sacrificio ma rassegnata al volere di Dio, ella invocava, spirando, ogni benedizione sul capo delle amate creature, che era costretta ad abbandonare.

Un cupo e disperato dolore pingevasi sul volto di quanti le stavano intorno; quello della morta era calmo e sorridente. Il pallore diafano delle sue carni e le candide pieghe dei lini circostanti la rassomigliavano ad una statua di marmo coricata leggiadramente sopra un sarcofago.

Maffiolo non abbandonò la spoglia della sua cara donna alla pietà venale dei piagnoni. Egli volle ornarla degli abiti di sposa e cingerla sulle tempia di una corona di sempiterni; egli stesso la depose nella bara; poi la seguì alla chiesa, e l'accompagnò alla terra di Campomorto, dove scese con lei a visitare la stanza mortuaria de' suoi maggiori. Muto, affranto, privo del conforto di una lacrima, volle compiere fino all'ultimo il doloroso officio: e gli bastarono le forze. — Quando vide scendere il feretro allato a quello di suo padre, ruppe il silenzio per comandare, che fra le due bare si lasciasse uno spazio capace di una terza. Poveretto! egli sperava di raggiunger presto i suoi cari.

Ma non appena rivide la sua diletta creatura, ripudiò ogni idea funesta, e si pentì d'aver disamata la vita. Le sembianze della bambina, per una privilegiata intuizione dell'amore, gli ricordavano quelle della perduta compagna. Davanti ad esse il suo dolore aveva finalmente ottenuto uno sfogo; per vederla bisognava vivere: egli tornò ad amare la vita.

L'infanzia d'Agnesina (tale era il nome della fanciulla) fu, come spesso, una serie di giorni sereni colle rade vicende di lievi rabbuffi, inseparabili da una educazione amorosa e severa ad un tempo. — Suo padre, benchè inclinato all'indulgenza, non spingeva la tenerezza fino al punto di divenir cieco sui difetti della bambina. Egli poneva tutto il suo amore a svolgere nel cuore e nella mente di lei le virtù materne.

Agnesina era bellissima; guardandola pel minuto rassomigliava molto alla madre; gli occhi avevano la stessa forma, la stessa tinta; era simile il contorno del volto, pari la soavità del sorriso. — Ma la bellezza di costei aveva qualcosa d'essenzialmente proprio. — Le gote assai colorite e lo sguardo sicuro e penetrante le davano un'aria alcun poco maschile. Un non so che d'avventato e di fiero rivelava un carattere forte ed una volontà decisa. — Non mentivano gli amici di Maffiolo quando gli dicevano, che Agnese riuniva in sè i pregi dei due sessi. E infatti il presagio s'andava ogni anno confermando. La fanciulla aggiungeva ad una beltà sempre crescente una prontezza di spirito ed una vigoria di membra non comuni al suo sesso. Sfuggiva volontieri alla vigilanza della sua governante: ne' giochi non isdegnava associarsi ai fanciulli coetanei; onde, spregiate le bambole, sovente pigliava spasso alle infantili finzioni di opere vigorose ed ardite. In ogni esercizio del corpo, essa non era meno snella nè meno audace de' suoi compagni. Le gonne non le davano impaccio a correre ed a saltare; seguiva sempre i più audaci, e faceva coraggio ai più timidi. Se qualche volta la sua storditaggine le fruttava una caduta, oppure qualche graffiatura o ferita, sapeva nascondere a tutti l'inconsideratezza e il castigo, e dissimulava il dolore ed il sangue con una forza d'animo superiore alla sua età.

Quando poi era sola o rifinita di forze, piuttosto che rimettersi in balía della governante, amava introdursi nello studio del padre ed assistere alle sue letture. Ci è lecito dubitare che ne comprendesse per intero il senso: forse le bastava di connetterlo a modo suo dietro qualche frase o parola meglio intesa; forse anche si compiaceva soltanto di gustare la tuonante magniloquenza de' dialettici, o l'armonia dei poeti provenzali.

Ma quando poi udiva ripetere in iscorrevole vulgare le storie di magnanime gesta, d'imprese generose, oh con quant'anima ella vi pigliava parte! Come era commossa al sentir narrare le sciagure della gente virtuosa; come s'irritava alla consueta tirannia de' potenti; con quanta sospensione d'animo attendeva lo scioglimento del racconto; e se vedeva premiato il buono, e punito il malvagio, oh come le sgorgavano libere e soavi le lacrime!..

Questo ritorno alla squisitezza de' sentimenti muliebri non era frutto soltanto di una fantasia fervida e subitanea. — Le impressioni ricevute dalla lettura o dai racconti duravano in lei il tempo necessario a toglierle il riposo, ad interdirle le solite ricreazioni, a renderla, lunghe ore, intieri giorni, impensierita e silenziosa. Gli accessi di sensibilità non si restringevano ad un cruccio intimo ed infecondo di buone opere; poichè a temprare lo strazio, cagionatole dal male altrui, usava dell'unico ed infallibile rimedio: quello d'alleviarli con quanti mezzi fossero in poter suo. E siccome non sempre giungeva a recar consolazione a chi le aveva cagionato dolore, pagava il suo debito di carità verso la sventura ovunque ella fosse, dove prima l'incontrasse. — La fanciulletta aveva, nell'ingenuo suo linguaggio, parole di conforto per tutti: la sua era l'eloquenza, che conosce le vie del cuore; quella che tempera i mali altrui col dar certezza d'averli almanco compresi, col ridestare la speranza in chi soffre; alla peggio, coll'associarsi a lui nella preghiera e nel pianto. Alla miseria positiva e materiale soleva offrire più facile ed adequato soccorso; si spogliava con spensierata prodigalità di quanto era suo proprio, per fino de' più cari oggetti, de' più vagheggiati giojelli; taciamo delle molte volte, che divideva col povero, non veduta da alcuno, la refezione ed il pane.

Queste erano le sue gioje delle ore tranquille. — La solita pompa di trastulli, d'ornamenti, di vezzi, le tante inezie, sì care all'età sua ed al suo sesso, non erano cose per lei. — Ristorato l'animo con una buona azione, Agnesina tornava ad essere la storditella di prima.

Poco o nulla aveva ad operare l'educazione sul suo cuore, poichè esso era ottimo; ed ogni studio doveva riporsi a conservarlo tale. Quanto a domare alcun poco l'inconsideratezza del suo carattere, meglio ch'altro, valeva il crescere nell'età. Sui dieci anni, infatti, ella aveva perduto pressochè interamente quel fare baldo ed irrequieto, sì disdicevole ad una fanciulla; ai dodici, era divenuta tanto composta e riservata da essere modello alle compagne. — Ma il suo cuore era sempre lo stesso: anzi quell'imbrigliare ogni sua libera manifestazione, non faceva che infervorarne vieppiù i sentimenti, e renderne più validi e durevoli gli slanci.

Meno facilmente essa giungeva a contenere, entro gli angusti confini della feminile cultura di que' poveri tempi, la sua sete di cognizioni; la quale era in lei fatta più imperiosa dal non comune accoppiamento di un intelletto maschio, e di una fantasia vaporosa ed effrenata. — La smania di vivere fuori del mondo reale, nelle vicende vere o sognate degli eroi e de' cavalieri, aveva fino ad una certa età trovato pascolo nelle narrative delle fantesche; ma ben presto il loro corredo di panzane s'era esaurito, ed i racconti riescivano stucchevoli e scolorate ripetizioni.

Per servire al suo ardente desiderio, con una rara prontezza si fece esperta nel leggere, dote rara a que' tempi, nelle donne sopratutto; l'intelletto suo, senza gravi studj, le aperse la via a comprendere le fatte letture, e la feminile astuzia le insegnò l'arte di procurarsi un pascolo allo spirito, anche fuor di quello che il padre con rigida parsimonia, dopo aver scelto e vagliato, le concedeva per passatempo.

VIII.

Fra i libri (per non parlar de' classici greci e latini, che s'andavano moltiplicando nelle biblioteche de' monasteri, e tacendo de' pochi che per ridonar vita alle scienze, raccoglievano i briccioli sconnessi dell'antica filosofia) fra i libri, dico, non v'era gran cosa a scegliere: ancorchè la lingua vulgare avesse già raggiunto la pienezza della sua vita, e fosse divenuta, come ne dice l'Alighieri, la favella “non esclusiva d'alcun paese, propria di tutti i dotti d'Italia„[2].

Già esistevano la divina commedia, e il canzoniere; ma queste sublimi creazioni, che gittavano le basi tanto solide e benaugurate della nostra letteratura, mancavano di mezzi per diffondersi e rendersi popolari. Le scarse e scorrette copie bastavano ai pochi educati a comprenderle: anzi l'alimento spirituale soverchiava lo svogliato appetito degli intelletti. Tanto è ciò vero, che del poema di Dante, per buon numero d'anni, non si conobbe che la prima parte: il resto aspettava chiosatori, copisti, e, più che altro, menti idonee alla lettura, capaci di interpretarne il senso.

Anche prima di quest'epoca però, la parola, se non esercitava tutto il suo impero sulle menti e sul cuore d'un popolo inselvatichito, lo conservava almanco sui sensi; perocchè dove il cielo è splendido e la natura ridente, l'uomo, anche fuor d'ogni educazione, apprende a gustare il bello, e s'avvia grado grado, quasi per istinto, al culto delle arti. La soavità del provenzale e del rustico romano, l'intercalato ricorrere delle rime; la temprata misura del verso lasciavano freddo il cuore, ma allettavano l'orecchio. Le attonite plebi, adescate da melodie incomprese, accerchiavano volonterose i reduci di Francia o di terra santa, che cantavano nelle trovate gli amori e le imprese de' cavalieri.

I legami sociali, in que' secoli, erano allentati in ragione appunto della poca civiltà; (se pure è vero, che la civiltà giunga sempre al suo scopo di unificare la famiglia umana, stringendone i rapporti ed accomunandone gli interessi). Ben più certo si è che in niun'epoca come in quella, si vide l'arte della parola, divenir l'opera di lavori associati, come avviene delle industrie della mano.

I primi poeti, che creavano una favella ed una letteratura senza pure saperlo, non elaboravano frasi e parole nel secreto del loro telonio, curvi ad uno stipo, col capo nel palmo di una mano, carteggiando coll'altra i codici della lingua; ma sfringuellavano per lo più all'aperto, inspirati dall'aria libera e dal sole, e in mezzo ad una folla di emuli; quasi che gli sforzi de' singoli, raccolti in uno, riuscissero a dare un miglior sviluppo all'impresa.

Questo accomunarsi aveva un'altra ragione. — Quando si vede uno stormo di passeri piombiare all'improviso sul piano, ognuno asserisce, che là vi deve essere l'aja o il seminato. — Per una pari induzione, ne' secoli scorsi, l'assembrarsi de' trovatori lasciava indovinar vicina una corte bandita. Il giullare, se ha fame, canta; ma ben pasciuto gorgheggia a ricisa; egli non è mai avaro di sè. — Infatti, allorchè Raimondo principe di Linguadoca si mostrò liberale verso i trovatori, questi convennero in folla alla sua corte, e lo pagarono a mille doppii della lena, che la regale munificenza loro aveva ridonata. Riuscirono pertanto a fondare presso di lui la prima academia di dotti, ove i discepoli della gaja scienza gareggiarono nell'illustrare con soavissimi canti un eterno paradiso d'amori, di feste, d'imbandigioni.

Farà meraviglia il sapere che le poetiche fole non riescissero a noja dello stesso Federico Barbarossa, allorchè si dava gran pensiero d'assestare, come ognun sa, le cose d'Italia. Poteva allora ripetersi ciò che Orazio disse della Grecia, “che la terra vinta domò il suo feroce vincitore„.

Giovati dalla loro mitezza, e più benemeriti delle lettere italiane, furono i re di Sicilia Federico e Manfredi. Questi incoraggiarono le palestre erudite, e tennero splendide corti d'amore; talora ricreandosi allo sfoggio de' più carezzevoli concettini, tal altra tentando essi pure l'arduo sentiero d'Elicona. Sull'esempio dei grandi principi gli stessi tirannelli si diedero a blandire la genía de' trovatori, per esserne alla loro volta blanditi. Nominiamo fra questi gli Estensi, e per non parlar d'altri, quella fiera insaziabile di Ezzelino, che mentre decimava col patibolo le popolazioni, rinveniva dal suo furore, e sorrideva al patetico canto di Sordello, come Saulle all'udir l'arpa di Davide.

Per tal modo, le aule de' principi erano, se ci è lecito il dirlo, le grandi officine, ove si perfezionava quella lingua perciò detta aulica o cortigiana[3] ed i trovatori gli operai, che la elaboravano; mentre i menestrelli, più degeneri adepti delle muse, la spacciavano al minuto pel popolo. Il cantar versi era dunque un mestiere; e qual mestiere! giacchè, per dir tutto, scese ad essere non altro che una squallida forma della mendicità. Sulle soglie de' palagi o tutt'al più nel tinello, sui mercati o nel trivio, si vedevano rapsodi cenciosi ed affamati, che strimpellando note sulle tremule corde, cantavano questo o quel brano di poesia, movendo a pietà i passaggeri, e accattando il pane. — Povere lettere, la lira d'Euterpe, in mano a costoro, era divenuta l'ignobile colascione del paltoniere! Ma intanto i primi vagiti della nostra letteratura mercè loro si diffondevano per tutta Italia: e i poveri cultori di essa, che per aggiungere qualcosa del proprio alla merce altrui, s'ingegnavano di spiegarne il senso con chiose e racconti, e d'imprimerli nella memoria degli uditori, sposando la parola al ritmo delle melodie popolari, erano i più solerti propagatori di quella soavissima favella, che allora nasceva a tante splendide glorie. — La fame che aguzza l'ingegno, faceva per tal modo anticipatamente i buoni officii della stampa.

IX.

Agnesina, sempre pietosa verso i poverelli, poteva forse non esserla con questi miseri rivenduglioli di dotte inezie, ogni qual volta, a caso od attirati dalla fama delle sue beneficenze, si presentavano al castello di Campomorto, preludiando qualche canto d'amore? La fanciulla invero li prediligeva; ma la sua pietà non era scevra affatto d'interesse; da loro aveva conosciuto ed appreso molte canzoni provenzali; e, siccome l'ospitalità di Campomorto era passata in proverbio, i menestrelli s'ingegnavano di rendersi sempre più accetti alla bella protettrice, facendo raccolta di cose nuove per poi cantarle al suo cospetto, o traducendo in iscritto le vecchie e più celebri canzoni, ed offrendole, ginocchio a terra, alla nobile castellana.

A questo modo Agnesina aveva conosciuto le poesie di Piero delle Vigne, edite alla corte di Sicilia un secolo avanti quelle dell'Alighieri, e condite di così soave dolcezza, che non sembran primizie, per solito agresti, ma frutti colti a perfetta maturanza. Conosceva per tal mezzo le flebili querimonie di Nina poetessa sicula e di Dante da Majano, che amoreggiarono sconosciuti di persona; quella dimorando in Palermo, questi a Firenze; d'altro non nutrendo i loro affetti, che di rime e d'aspirazioni. Possedeva a memoria i versi di Guido Guinicelli bolognese, che fu padre e maestro di quanti

“Rime d'amore usâr dolci e leggiadre„[4]

e le amorose canzoni di Cino da Pistoja, indirizzate alla bellissima Selvaggia, e quelle più ancora gentili del Petrarca alla tanto celebre Avignonese.

Ma troppo non si dilettava di quella poesia leziosa e ciarliera, che ha soltanto per iscopo di far vibrare le corde sonore di una lingua armonica, non lasciando del resto in fondo al cuore di chi legge, che un senso di mesta vacuità, che toglie ogni nerbo, ed esala in inutili sospiri. — Aveva letto il Dittamondo di Fazio

degli Uberti, non tanto per ammirare l'ingegno dell'autore, quanto per accusarlo di plagio e di fallito scopo; e più ancora per deplorare la bassa adulazione, con che lisciava le nequizie de' grandi, vendendo la sua penna alla vigliacca protezione di un mecenate. Piacevale all'incontro Fra Guittone d'Arezzo, l'inventore della scala diatonica, ancorchè dai critici fosse tassato d'aver fatto uso d'uno stile barbaro, perchè ravvisava in lui l'uom dotto, cui la poesia non è gioco di parole, ma espressione libera ed ardita di nobili sentimenti; e ricordando come egli deponesse il pacifico sajo per imbrandire la spada, ammirava più che altro quelle franche parole, colle quali il frate guerriero commendava una disciplina, che non vuol digiuni, cilicii e povertà, ma impone a' suoi discepoli di “odiare e fuggire il vizio, di amare e seguire la virtù; e di rendersi degno di quella nobiltà nemica del far villania ad alcuno, amica del valore, della verità e della sapienza[5]„.

Le opere di questi eletti ingegni la ricreavano; ma la trilogia dell'Alighieri la riempiva d'una ammirazione e d'un estasi, che a quando a quando assumeva la forza di un terrore grave e religioso. Sollevandosi collo spirito nelle regioni sconosciute, dove si svolge il gran mistero della vita futura, trovava il più gradito alimento alla fantasia ed al cuore: quella ardentissima di cose meravigliose e terribili, questo temprato a' vigorosi sentimenti, a gentili corrispondenze d'affetto, al più nobile sdegno d'ogni vile azione. — In quel mistico pellegrinaggio correva una via d'orrori e di dolcezze sempre ed egualmente sublimi. Fremeva alla terribile vista delle bolge: s'inteneriva alle patetiche note di Francesca, d'Ugolino, di Sordello; e si sentiva inondata da un'ineffabile serenità, levandosi fra i cori delle anime elette, che beveano l'immortale beatitudine in un oceano di luce, fino a vedere il sorriso di Beatrice,

.... che si facea corona

Riflettendo da sè gli eterni rai.[6]

Agnesina, non estranea alle dotte chiose de' contemporanei, esperta dei dolori e delle speranze onde fu tessuta la esistenza dell'altissimo poeta, potè in parte penetrare e comprendere il mistico senso delle sue parole. — Sentiva pertanto come fossero nobili e giusti i suoi sdegni, e trovava nella storia della sua vita la ragione evidente d'ogni sua querela. — Porgeva quindi un tributo d'ammirazione al grande poeta italiano; ma non ammirava meno in lui il soldato di Campaldino e di Pisa, l'orrevole ambasciatore di Firenze, e l'esule minacciato del rogo, che, dopo aver provato come sa di sale il pane altrui, muore lontano dalla sua città, ucciso ma non vinto dalle sciagure. Di fanciulle però, che come Agnesina giungessero a tanto, non ve n'erano molte. — Abbiamo noi ragione di credere, che oggidì coll'attuale civiltà, ve ne sia un numero maggiore?

Quale differenza fra l'educazione intellettuale d'allora, e l'odierna? Quella sì arida interdiceva spesso ai meno vulgari ogni famigliarità colle lettere; questa troppo frondosa vorrebbe convertire le più deboli intelligenze in altretante enciclopedie. Eppure (diciamolo, non per cieca ammirazione di quanto è antico, meno ancora per vaghezza di professare opinioni strane), anche il vecchio sistema aveva il suo lato buono. — Tutta la scienza d'allora racchiudevasi in pochi libri; il campo delle ricerche era ristretto; facile riesciva il percorrerlo, e l'acquistarne una meno imperfetta conoscenza. — Oggi la mente di chi studia erra sbalordita fra una miriade di dotti esemplari; li guarda, li sfiora, ma, come l'uomo in mezzo alla folla, di rado giunge a scoprirvi un'amico. Affrettata dalla moltiplicità delle sue operazioni, spesso è costretta a giudicare coi giudizj altrui, accettando le apoteosi dei sommi, come un fatto, senza aggiungervi la convinzione del proprio ossequio. Tacciasi poi di quella falsa cultura de' mezzani ingegni, che spinge i più arditi a far guerra a quello appunto che men si conosce. — L'educazione è pertanto una corsa alla sfuggita. Si può conoscere un paese, poichè se ne attraversarono colla rapidità del fulmine i campi, i fiumi, le terre? Quando si pellegrinava col bordone e colla sporta, si giungeva a vedere poco; ma quel poco era almanco visitato a dovere.

Dio mi scampi dall'accusa di volere con queste parole giustificare l'ignoranza de' nostri buoni padri, e peggio ancora di raccomandarla alla nostra generazione, quasi fonte di moralità, come pretendesi da alcuni. Ancorchè tale argomento sia del tutto estraneo al proposito, poichè vi ci sono ingolfato senza saperlo, dirò che ogni uomo ha il dovere di educare il proprio intelletto, ed il corrispondente diritto di averne i mezzi, e che l'umana famiglia, prescindendo dall'obligo di offrire a tutti i suoi membri un congruo alimento dello spirito, ha il suo più alto interesse di rifrugare fin nell'infimo vulgo, perchè il genio vi può essere nascosto, ed una scoperta fortunata può pagare mille e mille inutili ricerche. L'oro ed il diamante s'occulterebbero eternamente nel suolo, se la mano dell'uomo temesse d'insozzarsi, rimovendo il limo e la terra. — Solo mi pare, che in quest'epoca, in cui le più profonde ricerche dei dotti sono rivolte all'economia d'ogni forza motrice e produttiva, si dovrebbe pure cercar modo d'impedire, che molte belle intelligenze lussureggino di una vana pompa di foglie, a danno de' frutti, che con più savia cultura potrebbero offrire a tempo opportuno ed a vantaggio universale.

X.

La saggezza sparsa nelle parole o negli scritti è simile ad una merce preziosa più o meno gradevolmente messa in mostra, onde altri s'invogli di farla sua. Chi ascolta o legge con profitto la riconosce, l'ammira, la desidera; per possederla fa quindi di buon grado de' sacrificj, e spende per essa, quasi fosse moneta, il corredo delle sue vecchie idee, e dei pregiudizj i più accarezzati. — Ma v'ha un'altra saggezza più solida e vantaggiosa; quella che si svolge spontanea col lungo uso della vita, quando si è attore o testimonio de' suoi guai, delle sue illusioni, delle inevitabili amarezze, che le vanno congiunte. — Questa, che nasce in noi, e resta tutta per noi, chiamasi esperienza.

Agnesina possedeva la prima, ma non poteva aver fatto rilevante acquisto dell'altra; perchè giovine troppo, e troppo lontana dal mondo, non vedeva l'umano consorzio che da un lato solo. L'epoca in cui essa nasceva fu tra le più disgraziate della storia nostra. Era un continuo stare in armi per compiacere alle velleità ambiziose della Signoria, mentre l'improntitudine de' capitani, sfruttando ogni valore cittadino, registrava un pari numero di guerre e di sconfitte. Per giunta di mali, Milano entro il periodo di pochi anni veniva più volte travagliata dalla pestilenza; la cui comparsa, dovuta alla rilasciata osservanza delle leggi emanate ne' tempi anteriori, era un si salvi chi può per la parte più agiata della popolazione; un terrore ed una strage pei tanti infelici, che venivano abbandonati ad affrontarla, quasi vittime espiatorie dell'ira divina. Nelle sventure publiche pertanto aveva la nostra fanciulla vieppiù rinvigorita quella tempra robusta che le era innata. Giungeva essa a riconoscere la vera origine di tanti mali; gemeva sulle sorti della sua misera patria, non con una pietà lamentevole ed infeconda, sibbene collo slancio di un'anima ardente, apparecchiata a dar tutto, anche la vita, per ricomprare, almeno in parte, le lacrime di tanti suoi cari.

Ma queste belle disposizioni, questa efficace scuola di sventure, che risvegliavano in lei il santo desiderio di rendersi utile a' suoi simili, posponendo in ogni caso le sue alle pene altrui, non valevano a premunirla contro i pericoli proprii alla sua età, ed al suo sesso. — Anzi quello stesso oblio di sè, quel nobile abbandono, con che imprendeva ogni opera sua, non facevano che moltiplicarli e renderli più gravi. Ella ingenua ed inconsapevole delle arti turpissime, con che il mondo menzognero suole farsi gioco dell'onore muliebre, troppo facilmente attribuiva agli altri quella lealtà e quel candore, che erano privilegio dell'animo suo.

A metterla in guardia contro tali pericoli, le mancava l'egida materna. Tolta alla nutrice, era stata consegnata ad una governante, per nome Canziana, la miglior pasta di donna, che invecchiata nella casa dei Mantegazzi, serbava per ogni individuo di essa una gratitudine ed una devozione senza pari. Quanto costei amasse la sua piccola allieva è impossibile dirlo. — È legge del cuore umano, che la nostra più sviscerata tenerezza ricada di preferenza su coloro, la cui età è, per così dire, il complemento della nostra. Fanciulli amiamo quindi i nostri maggiori; adolescenti i coetanei; adulti i figli; vecchi i figli dei figli. — Canziana, che aveva portato in collo il padre d'Agnesina, ebbe la consolazione di reggere i primi passi della figlia di lui. E non venne meno al suo incarico; nè mai, per quanto fosse grave la custodia del tesoro d'altri, cadde nella solita crudezza delle persone mercenarie. Vegliavala con amore ad ogni ora del giorno; la compiaceva in ogni onesto passatempo, le raccorciava in quanto potesse i piccoli accoramenti naturali all'età sua, e imbietoliva all'udirne commendare la bellezza e l'ingegno; volendo per sè la sua parte di gloria d'averla, come ella diceva, tirata su cotanto vistosa.

Ma chi mai tien luogo della madre? quale cura può supplire alla provida tutela di colei, che ne diede la vita, e ne guida al pieno godimento di essa, scortandola di un'amore vigile, operoso, sapiente? Qual'è il cuore, per quanto dolce ed affettuoso, che abbia l'arte divinatrice di leggere i nostri bisogni e di sodisfarli prima che sieno tradotti in preghiera? Dove è quell'assiduo ed instancabile zelo di far lieta la nostra esistenza, preparandoci da lunga mano, senza misura di sacrificii, tutta la possibile felicità? Dove infine (la più sublime delle prove d'amore) quella saggia severità che ammaestra la madre educatrice a sopportare le nostre lacrime; a provocarle, se fia d'uopo; ad esigerle, onde l'animo nostro s'avvii sul cammino della vita forte de' proprii trionfi, e preparato alla annegazione e al disinganno?...

Agnesina era giunta ad uno di quei momenti più solenni della vita, in cui l'affetto materno può colla sua azione immediata cangiare indirizzo ad un'intiera esistenza. Ma Agnesina era orfana: e tra l'orfana e l'angelo che la vegliava dal cielo, non esisteva che un mistico legame d'amore. Nella derelitta era vivo e santo il culto delle materne virtù, da cui emanavano tante e sì care memorie, ed a cui risalivano altretante benedizioni. — L'amore invece della creatura celeste, sorvolando gli interessi terreni e servendo ai fini imperscrutabili di Dio, permetteva che la povera fanciulla fosse posta a dura prova, onde ne escisse rabbellita dalla più umile e perciò la più sublime delle virtù, la rassegnazione.

XI.

In una bella giornata sul principiar del settembre 1382, Agnesina trovavasi al castello di suo padre, dove le frescure anticipate dell'autunno e la cara libertà della campagna la facevano àrbitra di consacrare tutto il suo tempo alle più gradite occupazioni.

Suo padre in quel giorno era assente. Egli accorreva non di rado a Milano per accudire a' suoi interessi o per vedere e consultare amici. — In tali occasioni, la donzella soleva comandare che non s'aprissero i battenti del castello a chicchessia; e, più per naturale riserbatezza, che per avviso del padre o della indulgente Canziana, non metteva piedi fuori di esso; supplendo il vasto giardino al suo istintivo bisogno di respirar aria libera e di darsi moto.

La più gran parte della mattina aveva ella divisa fra le sue consuete occupazioni; un po' coi libri, il resto coll'ago. — Scendeva poscia a percorrere in lungo e in largo l'ampiezza della sua volontaria clausura, a visitare il colombajo, l'ovile, le arnie, e dopo aver governato ed innaffiato i suoi fiori, pieno il grembiale di una fresca raccolta, si ritirava sulla bassa ora, per tesserne una ghirlanda, nelle sue camere situate nella parte più alta del castello.

Ivi da un terrazzino a poggiuolo assai sporgente godeva ella tutto il largo di un'amena veduta, spingendosi collo sguardo, dove non lo impedivano le macchie d'alberi disseminati nelle vicine campagne, fino all'orizzonte conterminato dalle montagne liguri. — Aveva sott'occhi il suo bel giardino; a prati ed ajuole simmetricamente disposte e assiepate da mortella; i primi lussureggianti di una verdura opaca, le altre screziate di mille colori. — Nel mezzo, ove le viuzze imbianchite da fina arena s'incrocicchiavano, eravi un'ampia vasca, dominata da un gruppo di tritoni e di nereidi assai poveramente scolpiti, e ammantati di musco e d'alghe spontanee, in mezzo alle quali sgorgava un misterioso velo d'acqua, agitando la superficie crassa e verdognola della piscina. Fuori del ricinto, nell'aperta campagna vedeva i contadini affaccendati nello stendere, sovvolgere, ammontare il fien grumereccio; udiva cantare a tutta gola le giovani villanelle, che in un male arnese, proprio a dar rilievo a forme tonde e robuste, s'affaticavano nella ricolta; non belle, non vispe come ci vengono dipinte negli idillj, ma dimentiche di sè e prodighe di una lena che vince gli stenti e la fatica.

Agnesina, a tal vista, faceva anch'essa quel confronto, sì spontaneo a chiunque viva alla campagna, tra l'allegria operosa del povero, che non pensa al dimani, e l'accigliata taciturnità del ricco, che non vive per l'oggi, e si agita e spende ogni sua forza nel tentare di sciogliere il problema dell'avvenire; pensava come sieno felici coloro, cui un lavoro adequato alle forze offre una mercede adequata ai bisogni. — Meditava, come ognuno di noi avrà fatto mille volte, che bene e male, ricchezza e povertà, gioja e dolore non sono sempre cose assolute: onde la casuale strettezza di un ricco sarebbe dovizia sfondolata per chi provò la fame; e infine concludeva, che la vera ricchezza è in noi, se lungi dal voler costringere il destino a piegarsi ai nostri desideri, sappiamo piegar i desideri all'impero di quello. — Cose tutte, che da che è il mondo, sembrano ovvie e piane a chi le dice o le consiglia; e che diventano dure ed incomprensibili per chi ha la mala sorte di doverle ascoltare e mettere in pratica.

Vagando così colla mente da cosa a cosa, da pensiero a pensiero, la fanciulla aveva condotto a termine un'odorosa e leggiadra ghirlanda: stesala sul parapetto del terrazzino, e scossi dal vestito e dal grembiale i ritagli di fogliuzze e di steli, chiamava a sè Canziana, onde que' fiori fossero, come al solito, deposti nella chiesuola sulla lapide venerata; quando in alzar gli occhi un'ultima volta sul bel quadro, che le stava davanti, vide levarsi lontan lontano un denso polverío, in mezzo al quale si agitava una turba indistinta, che sembrava avviata verso il castello. — Per veder meglio si fè visiera colla destra, ed aguzzando lo sguardo ravvisò, che era una numerosa comitiva di cavalieri e di pedoni.

Se Agnesina fosse stata timida, un certo quale sgomento doveva essere il primo e più naturale effetto di una comparsa così strana ed inattesa. — L'aspetto di quella turba era tutto guerriero: sebbene lontana e ravvolta nella polvere, le punte scintillanti delle aste l'attestavano fuor d'ogni dubio. — Nè quelli erano tempi, in cui il passaggio, o l'arrivo d'armati movessero soltanto la tranquilla curiosità della gente. Le milizie serbavano la disciplina finchè erano sotto gli occhi de' loro signori; lungi da questi, fuori delle città o sviate dalle strade principali, esse dimenticavano ogni legge, e quando pure non fossero dirette ad operare in nome de' capi qualche ribalderia, approfittavano d'ogni occasione per scorazzare e far guerra al minuto. — Per ciò le ville de' conti e dei feudatarii, munite di quanto potesse renderle deliziose al di dentro, possedevano il corredo esterno d'agguerrite castella; avevano fosse, ponti, torri, vedette e tutti quegli argomenti che bastassero a togliere il ruzzo del capo alle bande temerarie: ed i vassalli, al martellare della campana feudale, smettevano le marre, e s'armavano di lance e stocchi a difesa del loro padrone.

Senza arrestarci ad esaminare quanto la donzella fosse piacevolmente sorpresa da quella apparizione, e perchè invece Canziana se ne adombrasse a segno da porre in esame l'opportunità di chiudere e sbarrare le porte, effetti opposti procedenti da troppo chiare ragioni, diciamo che fosse quella comitiva, d'onde ed a quale scopo venisse da quelle parti.

XII.

Nella divisione dello stato di Milano fra' tre fratelli figli di Stefano Visconti, e nipoti dell'arcivescovo Giovanni, era toccata a Galeazzo II Pavia col suo territorio e le città del dominio poste a mezzodì ed a ponente. — Milano, proprietà comune fra lui, Barnabò e Matteo, ripartivasi in tre quartieri, ognuno dei quali aveva un signore proprio ed un palazzo di sua speciale residenza.

Poichè fu morto Matteo (di veleno, s'intende, per essersi lasciato sfuggire di bocca, che quel condominio non gli andava a sangue) il fratello Galeazzo, reso cauto dalla lezione, pensò d'abbandonare la sua mezza Milano alla insaziabile ingordigia di Barnabò, e ritirossi a Pavia, dove fece costruire quel castello che ancora si vede, e che fu a' suoi tempi la più magnifica e la più forte reggia di un principe: onde il Petrarca, abilissimo lodatore, ebbe a dire che, se Galeazzo con altre opere aveva superato i più potenti principi d'Europa, con questo incomparabile edificio aveva vinto se stesso. Dominava esso verso mezzodì la città, e dal lato di levante accedeva ad un grandioso parco ricinto, che stendevasi lungo la riva sinistra del Ticino e del Po, ed occupava un'ampia zona di terreno per venticinque miglia quadrati tra Mirabello e Belgiojoso[7]. Il castello di questo borgo, già delizia de' Visconti, ove sì spesso accorreva Luchino a nascondere le sue vergognose tresche, faceva parte di quella signoria. Il suolo non del tutto spoglio di qualche naturale amenità, perchè reso variamente declive dalle sponde dei due fiumi, era coltivato a praterie ed a boschi, a quando a quando interrotto da casolari di un'apparenza rustica, ma non priva di eleganza. E dove la natura era stata più avara suppliva l'arte, coltivando poggi e macchie, aprendo stagni è canali, fingendo delizie ed orrori, che parevano opera del caso.

Nell'artificioso assetto di quel podere, s'ebbe riguardo a favorire specialmente la custodia e l'incremento della selvaggina; essendo la caccia, come prima e poi fu sempre, il più gradito spasso de' prìncipi. Niente infatto meglio di essa traduceva in un leggier passatempo le gravi difficoltà della guerra: per essa la codarda prepotenza godeva di aver vittorie sempre facili e certe; e la sete di sangue si sbramava in un numero indefinito di vittime più o meno mansuete.

Nel parco de' Visconti, raccoglievasi dunque gran copia di selvaggina, ed a seconda della stagione si davano cacce d'ogni maniera. — Venivano a ciò con gran cura allevati levrieri e bracchi, incrociandone le razze, educandoli ad uno ad uno a puntare, ad inseguire, a rendere la preda. Si nutrivano falchi ed astori di Norvegia, di Germania, d'Africa. A luoghi opportuni tese e paretai uccellavano i volatili nostrali o quei di passo. Si custodivano in ricinti cervi e daini: ne' serragli cinghiali. Ed a determinate epoche dell'anno i canattieri e i boscajuoli mettevano alle prove i loro allievi, e davan conto de' fatti loro.

Buon per essi se i signori ritornavano dalla partita, paghi di una lunga carneficina e ringalluzziti dalla vanità di tante più o meno facili conquiste, abilmente apprestate dai cortigiani. Guai, se accadeva il contrario. Guai a colui che osasse turbare in qualsiasi modo il divertimento de' prìncipi, o se di nascosto avesse ardito, per ghiottoneria o per naturale difesa, usufruttarne i rilievi. — Le leggi contro costoro erano severissime e senza misura brutali. Chi non ha letto od udito, come un contadino convinto d'aver colto un lepre, fosse costretto da Barnabò a mangiarlo crudo e non scuojato? che un giovine fu messo a morte perchè narrò d'aver sognato d'uccidere un cinghiale? E quando al signor di Milano venne in pensiero di distribuire in custodia ai vassalli i suoi 25 mila cani, quanti furono puniti con battiture e con taglie gravissime, perchè quegli animali nelle rassegne erano giudicati troppo asciutti o pingui troppo, o non abbastanza tersi di pelo!

La caccia, il primo esercizio dell'uomo, la sua prima fonte di alimento e di vita, era qui ed altrove fatta privilegio de' signori ed elevata al grado di diritto regio ed esclusivo. Gli emblemi di quest'arte venivano considerati come segni di grande onore; per ciò non di rado gli alti personaggi erano effigiati sulle medaglie e sui tumuli con un falco in pugno. Di questa mondana grandezza erano vaghi gli stessi monaci. Gli abati di Francia ne facevano il più gradito passatempo; ond'è fama che per consuetudine o per privilegio, posassero il loro falco allato dell'altare, mentre vi celebravano i divini officii. Federico II quello stesso che fu re di Sicilia, soleva trar seco alla guerra gran corteggio di falconieri, affine di avvicendare i pericoli delle battaglie colle piacevoli emozioni della caccia. Essendo egli letterato compose un libro sugli usi di essa, e suo figlio Manfredo vi aggiunse delle note. — Carlo Magno proibì la caccia ai servi sotto pena di morte. — Celebre è la legge dei re di Borgogna che condannava il possessore furtivo di un falco a dover prestare all'animale rubato sei once della propria carne; e, se crediamo a Froissard, il sultano Bajazet, irritato dalla lentezza d'uno de' suoi sparvieri, condannò a morte tutti i suoi guardacaccia — due mila persone all'incirca.

Per tal modo tradivasi il voto della natura in una delle sue primitive e più semplici leggi, facendo scopo della vita quanto non dovrebbe esserne che mezzo. Il potente dilettavasi di questo fittizio travaglio, quasi volesse fuggire la noia degli agi consueti. La preda, caduta nella ragna o tra gli artigli o contro un'arma, era per sè cosa vile, ma valeva il sangue di un uomo come occasione di mostrare un effimera valentía, e di dar pascolo all'innata voluttà di tutto ciò che sa di violento.

XIII.

Sull'albeggiare di quel dì, in cui Agnesina trovavasi sola a Campomorto, una sfucinata di falconieri, di canattieri, di paratori muniti d'aste, di schidoni o di randelli, tenendo falchi montati sulle grucce o cani a lassa, stavano aspettando il signor di Pavia alla porta del castello. Nella corte d'onore scudieri e valletti divisati s'affaccendavano ad insellare i palafreni, ad allestire e a caricare sulle bestie da soma il bisognevole per una numerosa e splendida comitiva, che, per invito del principe, disponevasi ad una giornata di caccia nel vicino parco.

Giangaleazzo, figlio ed erede di quel Visconti, che aveva eretto il castello di Pavia, e vedovo di Isabella di Francia, che il fece conte di Virtù, non era fra i cavalieri de' suoi tempi il più amante di tale esercizio. — Di carattere mite e pensieroso, egli non soleva compiacersi di mostrare, più che non conviene, il lusso e lo spreco che tanto offende la miseria del popolo, e che tanto lo abbaglia. — Preferiva starsene tranquillo nel suo palazzo fingendo di leggere negli astri, o meglio studiando nella storia e ne' consigli de' saggi; l'arte di governare. — L'opinione publica, giudicando i procedimenti de' suoi tre primi anni di regno, non vi aveva ravvisato alcun tratto che la guidasse a pronunciare un giudizio netto sul conto di lui. Chi lo diceva pio e mitissimo; chi quella stessa mansuetudine tassava di pochezza ed insipienza. — Nessuno avrebbe osato chiamarlo un genio, un novatore, un guerriero. Il conte, ne' suoi interessi, favoriva l'opinione dei più; e ben di buon grado frenava le improntitudini giovanili, ogni qualvolta il far mostra di una studiata apatìa lo faceva padrone di spender tutta la vita ne' suoi progetti, lentamente avviati ad una gran meta.

Quando poi un troppo lungo silenzio cresceva fede a qualche ciarla grossolana, quasi che il principe fosse fuggito o infermo, o consumasse tutto il dì in preghiere, ei dava una smentita a tutti cavalcando in publico a qualche rassegna d'armati o ad una splendida caccia. — Ma non andava tant'oltre da vincere affatto l'errore universale. — Esciva circondato sempre da una poderosa scorta di cortigiani e d'uomini d'armi, non tanto per impaurire la plebe e temerla in rispetto, quanto per mantenere credito alla generale convinzione, ch'ei fosse timido e malfidente, e che, ben lungi dall'occhieggiare il fatto altrui, si tenesse pago di conservare, quanto meglio potesse, il fatto proprio.

V'erano taluni, pochissimi però, che, vivendo da anni alla corte, ed avendolo conosciuto fanciullo e giovinetto, non dividevano il comune pregiudizio. Costoro avviluppando il loro pensamento in una reticenza, spesso giudicata come espressione di una servilità che ammutisce quando non può in niun conto adulare, s'accontentavano di crollare il capo, dicendo “vedrete a suo tempo:„ e costretti a spiegarsi più chiaramente soggiungevano: “colui sa pelar la gazza senza farla stridere.„ Questa sentenza s'appoggiava a poche ma abbastanza valide ragioni antecedenti.

All'anno cui risale il nostro racconto, Giangaleazzo varcava il quinto lustro. Solo poco tempo prima, quando viveva suo padre, essendo da lui rivestito dei diritti sovrani sopra una parte dello stato, si era mostrato generoso e sprezzante d'ogni pericolo, armeggiando contro Ottone marchese di Monferrato e contro gli Inglesi capitanati da Hawkwood; ma la fortuna, negandogli la meritata, vittoria, aveva cancellato dalla mente del popolo, che giudica sempre dal successo, la ricordanza delle sue prove di valore. Quelli, che non s'erano dimenticati come fino dall'adolescenza si mostrasse amicissimo dei dotti e fautore de' buoni studj, asserivano non potersi chiamare uomo da poco colui che dettava di ragione civile con Baldo e Fulgoso, che discuteva di filosofia con Ugo Sanese, d'astrologia giudiziaria con Biagio Pelacane, di belle lettere con quel Piero Filargo, da Candia, grecista riputatissimo, che s'acquistò più tardi la tiara sotto il nome di Alessandro V. — Ma vantar studii e cultura con un popolo ignorante era, ed è, come parlare di bei colori a un cieco nato.

I pochi suoi ammiratori, salendo a ritroso il corso della sua vita, vi rilevavano fino dai primi anni alcuno di que' tratti che non lascian dubio d'ingegno svegliato e di ferma volontà. Fra i molti che non sfuggirono alla penna de' cronisti, trascrivo il primo, che richiamò l'attenzione di tutti sulla puerizia di lui, e fece concepire a suo riguardo le più belle speranze.

Dicesi che essendo egli fanciullo di soli cinque anni, si spingesse un dì per curiosità nella gran sala ove sedevano a consiglio i ministri di suo padre. Interrogato da costui quale fra que' grandi riputasse il più saggio, il fanciullo, girato lo sguardo, ed esaminato il viso d'ognuno, additò il Petrarca. Della qual scelta essendo grandemente lodato dal padre e dai cortigiani, prese coraggio, e, fattosi incontro al poeta con molto garbo e con fanciullesca ingenuità, gli stese la mano e lo condusse a sedere sul trono del principe.[8]

Questo ed altri simili fatti, il suo amore agli studj ed il suo valore sul campo, non avevano perduto ogni prestigio sull'animo di alcuni; ma i più, dimentichi de' vecchi racconti, o non curandoli, o valutandoli col proverbio, che i frutti primaticci uccidono la pianta, guardavano al presente sbiadito e vuoto, e giudicavano il conte colla più ovvia delle ragioni — l'attualità de' fatti.

Giangaleazzo, l'abbiam detto, aveva il suo perchè nel lasciar che il mondo non s'occupasse di lui.

XIV.

La comitiva dileguossi a briglia sciolta pe' campi. I più abili cavalieri facevano prodezze sulle loro cavalcature, ora reprimendone i salti e le corvette colle trinciate, ora lanciandoli, colla voce e collo sprone, a saltar fossi e sbarre, ed a raggiungere pei primi e di tutta carriera una meta fissa. — Più tranquilli dietro loro procedevano in ragione d'anni e di prudenza i personaggi gravi e i vecchi cortigiani. Montati su mansuete chinee, e più o meno bene seduti in arcione, si tenevano all'ambio, e s'avanzavano di conserva ragionando fra loro del tempo e dei tempi, plaudendo alle nobili gare della gioventù, deplorando la mancanza delle dame, e facendo eco alle parole del principe ogni qual volta accorreva in mezzo a loro, e risvegliava le morose cavalcature collo scalpitare del suo destriero. — Non s'era mai veduto Giangaleazzo tanto ilare come in quel dì. La sua fronte era spianata; aveva il sorriso sulle labra; motti e cortesie per tutti.

Giunto il principe nel luogo più opportuno alla caccia, si suonò a raccolta; ed i drappelli dispersi risposero alla chiamata in un istante. — Scavalcarono i più, affidando le briglie a' scudieri, poi ruppero in brigatelle, camminando per ischiere lungo la campagna. — Tolti i guinzagli ai cani, si distribuirono i falchi. Se vi fossero state dame, nulla di più cortese e di più conforme all'uso dei tempi che il presentare ad esso i migliori. Tra' cavalieri, ognuno a caso o secondo il proprio gusto scieglievasi il suo. Que' di Norvegia bianchi come colombe, ed adorni di giojelli al collo ed agli sproni, erano serbati pei personaggi più distinti: gli spennacchiati e dormigliosi, poco più destri degli allocchi, si regalavano ai giovialoni, per farne argomento di risa. — I superbi animali ergevano la testa, sparnazzando e battendo il becco di sotto al cappuccio, che si faceva scender loro sugli occhi onde renderli più avidi di luce e di preda. — Chi voleva dar prova d'intendersi di caccia, pigliava il falco sull'indice della destra, e lo rivolgeva contro il corso dell'aria; se esso, rialzandosi forte sul petto, sapeva star saldo al posto, v'era ogni ragione per crederlo ottimo predatore.

I cani erravano qua e là pel piano, per le fratte, cercando, frugando, seguendo al fiuto le peste del selvaggiume. Quando s'arrestavano d'improviso coll'occhio fisso, e coll'orecchio teso dando indizio di vicina preda, “in guardia, — sclamavano i più vicini — Atteone punta, Diana dimena la coda, mira come que' bravi distendono il corpo, come fissano ed accennano il covo„. Allora era un leva leva tra' cacciatori; il dar comando ai cani di scovar la preda, il togliere cappuccio e correggiuolo a un falco, erano un punto solo. Questo, in men che io nol dica, pigliava il volo, raggiungeva il selvaggiume, e ghermitolo piombava, o cadeva con esso a terra, “Bravo, bene, che superbo colpo!„ gridavasi da ogni parte, se il predatore era stato pronto a ghermire ed a rendere la preda, e sopratutto se la cedeva intatta. Quando, compito il dover suo, ritornava alla mano del padrone, e rassegnavasi al cappuccio ed al geto, lo si regalava d'una imbeccata; se era stato indocile o vorace, lo si puniva, con un tuffo nell'acqua fredda.

Tali vicende, con un corredo di mille episodi serii e burlevoli, durarono tutto il mattino. I carnajuoli dei cacciatori erano il più bel trofeo della giornata. Di tratto in tratto si vuotavano per appendere su di un carro costrutto all'uopo starne, beccacce, gallinelle, pernici, lepri e lontre ed altri animali, che favoriti dalla legge e dalla natura del suolo, non emigravano dai nostri paesi come oggidì.

Ma la lena de' cacciatori pel caldo e pel lungo camminare erasi rallentata non poco. I cani marciavano raccolti, col muso basso, colle lingue arse e penzoloni; qua e là i cacciatori, ove appena lo permettesse l'ordine della marcia, sedevano all'ombra, ad aspettare i compagni.

Al varcar la proda di un bosco, tornò gradito a tutti il vedere levata in mezzo ai campi una tenda, sotto cui era imbandita una sontuosa mensa. I paggi destinarono i posti, e diedero l'acqua odorosa alle mani de' cavalieri; questi poi s'affrettarono a far onore alla tavola, sparecchiando. — Il rapido succedersi di ghiottornie, d'intingoli, di frutti d'ogni paese, d'ogni genere, la vaghezza delle vivande o sparse di sapori colorati o ricoperte di foglie d'oro e d'argento, e più ch'altro la copia e la generosità de' vini, che, con frase consacrata, potevano chiamarsi topazi o rubini fusi in coppe di cristallo, ridonarono ben presto ai commensali la perduta vigoria, e ristabilirono il primiero buon umore.

Intanto i valletti ed i cacciatori, ritirati i falchi ed appajate le mute stanche, apprestavano cani ed armi proprie ad altra caccia più importante. Era ordine del Conte, che il dì inanzi si aprisse lo steccato delle fiere, e si mettessero in libertà i due più grossi e feroci cinghiali. — I boscajuoli armati di puntoni dovevano aizzarli, e metterli in fuga; studiarne poscia le peste e riferire al mattino, dove press'a poco, si fossero annidati.

Ciò fu eseguito appuntino — Tolte le mense, ogni cavaliere riprese la propria cavalcatura, al cui pettorale era stato affibbiato un mantello svolazzante, cautela di uso onde difenderne le gambe dai morsi della fiera. I cani destinati a scovarle ed a metterle al corso, fossero segugi o bracchi da séguito, portavano collare a sonagli; gli alani, istrutti ad arrestarla ed a combatterla, l'avevano ferrato e guernito di punte acute.

“Da qual parte?„ — chiesero i cavalieri poichè furono in sella ed ebbero impugnato un'asta colla cocca di finissimo acciajo.

“Dal lato della fornace,„ — rispondevano i valletti, segnandone colla mano la direzione. — I più esperti sfilavano di trotto; i prudenti si dimenavano in sella cercandovi l'appiombo, e pigliando pretesto d'ogni cosa per lasciare ad altri il vanto ed i pericoli dell'antiguardo.

“I signori si tengano vicini gli uni agli altri; disse loro il capo della caccia, — perchè i vecchi scaltri fanno talora il sornione, se ne stanno appiattati, e rimontano cheti cheti la via.„

All'apparato, alle armi, alle parole de' cacciatori, che vantando le gesta del mestiere non ne dissimulavano i pericoli e le difficoltà, alcuno tra que' signori, quelli precisamente che avevano spiegato il maggior valore a tavola, sentirono inagrirsi sullo stomaco le delizie di essa.

Partirono essi pure per ischiera, ma alla retroguardia; solo uno, il più prudente, uno di coloro che nella folla de' cortigiani sogliono essere tollerati quando giovano a riempire una lacuna, chiamato a sè un cacciatore, quello che gli aveva mostrato un poco di pietà nell'ajutarlo a salire in sella, gli disse:

“Informatemi ben bene di quanto è a fare, perchè io di simili cose, non m'intendo... e, a quel che pare, non è affar tanto netto... cotesto.„

“Non temete, o messere, quando sappiate maneggiar l'arma da quel cavaliero che siete, Egeone ed Atalanta...

“Egeone ed Atalanta?„ interruppe l'altro, meravigliato all'udire questi nomi.

“Sono costoro i due più badiali, i due più feroci grugni del serraglio: ma non temete, vi replico: avranno di grazia il chinar la gnucca sotto la punta del vostro spiedo — Un tantino di destrezza, un poco di sangue freddo, occhio al ceffo dell'animale, e poi a tempo giusto... taffe, una stoccata solenne sul ceppo delle corna e buona notte.„ L'istruttore stava per andarsene, parendogli d'aver svelato tutti i misteri dell'arte sua; ma poi, fatto accorto di aver dimenticato un salutare avviso, ripigliò:

“Sopratutto badate, o Messere, a non ferir mai un cinghiale da quella parte ove siete voi stesso. — La fiera volta il grugno dove sente il dolore, e se non può morder l'assalitore, strazia e morde ogni cosa vicina. — Ecco dunque che cosa vi convien fare; date di sprone al cavallo, o sciogliete la briglia perchè non s'impenni; poi, supposto che abbiate la fiera a sinistra, appoggiate tutto il corpo sulla staffa manca, e stendetevi tanto all'infuori che possiate percuoterla pure alla sua sinistra parte. Vibrato il colpo, rilevate l'asta e avanti; l'animale non vi seguirà, ne do parola; cercherà chi lo ha ferito al lato opposto, dove voi non siete, e digrignerà invano il dente. — I cani faranno il resto, se pur non vi garba d'avere tutto il vanto della vittoria, e di ritornare alle prese. — Il cinghiale ferito soffia e grugnisce a far paura; se non può fuggire, si difende colle zampe, si getta a terra, si vòltola nella polvere, si rialza, e spicca salti come un capriuolo. — Giù da cavallo, date di piglio al coltello pugnale, e fatelo finito con un colpo nel collo o tra le costole; e se si avventa contro di voi, tanto meglio, ei vi mostrerà una golaccia svivagnata; vibrate il pugnale là dentro piegando l'arma all'insù. Ferito al cielo della bocca, egli è bello e spacciato.„

La lezione era semplice e presto compresa, ma racchiudeva una evidente petizione di principio; perchè infin de' conti voleva dire: abbiate coraggio, e la vostra paura si dileguerà. — È dunque ben naturale che colui se ne restasse indietro a coglier pratelline.

XV.

Dopo tre ore di un errare affannoso ed incerto, dopo aver cento volte data la traccia ai cacciatori, ed altretante avergliela fatta smarrire, Atalanta scovata ed inseguita da un subisso di cani, cadde in un gruppo di armati, che le si precipitarono a dosso e l'uccisero. Ognuno di quei prodi, che ritrasse il ferro sanguinoso e lardato, credette avere il merito dell'impresa: ma i colpi erano troppi, l'onore della vittoria, divisa fra tanti ed ottenuta a troppo tenue prezzo, riducevasi ad una gloriuzza di niun conto.

Ben più diede a pensare Egeone. — All'estremo settentrionale del parco esisteva un bosco di querce vetuste fasciate di musco e di edera, i cui rami consociati gittavano un'ombra fitta sur una grillaja soda ed arsiccia, lasciando tra fusto e fusto lo spazio sufficiente a potervi circolare uomini e cavalli. Ivi si fece alto, e si suonò a raccolta: quella doveva essere l'ultima prova, non potendosi credere, che la fiera uscisse di là, stretta per un lato dai cacciatori, per l'altra dal ricinto.

La foresta era attraversata da un fosso, che serviva di scolatojo alla vicina campagna. Nella stagione piovosa travolgeva esso fuori del parco, per un ampio squarcio protetto da una grata di ferro, la piena delle acque; ne' mesi asciutti mostrava il suo alveo brecciato di bigi ciottoloni, interrotto di tratto in tratto da pozze verdognole e da fanghiglia. Le sponde ora erte e ristrette, ora espanse e corrose, qua e là guernite di pruni e scopeti, offrivano alla fiera inseguita un momentaneo nascondiglio, un punto di difesa e di resistenza.

Il conte erasi collocato sulla riva destra di quel rigagnolo: gli altri distribuiti a' suoi fianchi in una schiera semicircolare, discosti tra loro non più che un mezzo trarre di balestra, dovevano ad un segnale convenuto avanzarsi, battendo la via diritta e stringendosi gli uni agli altri fino all'angolo del ricinto, ove il bosco era più folto, ed il rigagnolo usciva dal parco. I cani intanto guidati da boscajuoli avrebbero stanata la fiera, cercando di ridurla al centro della selva ed all'agguato.

Un frastuono indescrivibile prodotto dal succedersi di pedate sorde e concitate, che pestavano fruscoli e foglie, dal latrare o dal guajre de' cani, dal rantolo asmatico del cinghiale, pose in avviso la brigata; e rapido come un lampo fu il commuoversi de' cacciatori, l'accorrere de' boscajuoli, l'apprestar l'armi e il battere de' cuori. — Ma chi l'avrebbe mai preveduto? Egeone, dopo aver stancato i cani con un correre vago, tortuoso e talora perfino retrogrado, scese nel cavo, e percorrendolo in tutta la sua lunghezza con una celerità prodigiosa, si lanciò, con quanta era la forza del suo grugno, contro l'inferriata, la fracassò ed usci all'aperta; intanto che i cacciatori, vedendo allontanarsi troppo i cani e credendoli sbandati, davano il segnale del richiamo.

La maggior parte rispose al comando, e si raccolse; tre soli meno docili o più coraggiosi, correndo sulle orme della fiera, uscirono fuori con essa. Il cinghiale, fatto accorto del vantaggio ottenuto, riprese lena, e, volgendosi ai pochi che l'inseguivano, col sangue freddo di un gigante che castiga una mano di ragazzacci temerarii, fe' capitombolare il primo con un colpo di zanne, diè un morso all'altro, e soffocò sotto il peso delle sue enormi zampe il terzo più avventato, che osò porre il dente nelle sue carni. — Libero dai nemici, cercò con più calma un nascondiglio.

Ma il guajolare prolungato degli alani porse avviso dell'accaduto; e il conte, licenziando chi non avesse animo di seguirlo, ripigliò la marcia, risoluto d'escire dal parco, di scorrere i campi e di non arrestarsi finchè avesse rintracciata ed uccisa la fiera.

Una parte della comitiva accettò di buon grado la proposta, e si rimase; l'altra, punta dal desiderio di vedere la fine della partita ed animata dall'esempio del principe, mosse con lui alla più vicina escita del parco, e di là si sparse nella campagna. I valletti intanto colla voce rabbonivano i cani; ed i capi della caccia meditavano un nuovo piano di attacco.

Dall'uno all'altro campo, da questa a quella foresta corse la comitiva per molte miglia, lasciando dietro a sè casali, borghi, castella, senza venir a capo di nulla, finchè toccò la terra di Campomorto, nel luogo, ove, come si è detto, fu veduta dalla bella castellana.

La cavalcata, docile da principio ai comandi nella speranza di un incontro, e nell'interesse di un buon esito, percorreva poscia quelle vaste e verdeggianti praterie sciolta, sbandata, divisa per gruppi a due a tre, che ragionavano di tutt'altro, che di caccia. Discorsi leggieri e piccanti, su questo o su quel argomento, tenevano luogo dei frustrati diletti: ma non andò molto che frasi languide e comunali, un dialogare frammezzato da lunghi silenzii, o meglio un silenzio assoluto appena interrotto da parole insignificanti, davano a vedere, che la lena era sfiancata, e che in sua vece andava crescendo la noja del correre senza scopo e senza frutto.

Anche le grida de' canattieri e l'abbajare de' cani, e i lazzi buffoneschi del servidorame, cedevano una seconda volta al generale silenzio: l'unica protesta possibile a quella turba; perocchè nessuno avrebbe in altro modo osato dire al suo signore essere tempo di smettere un'impresa, ormai riconosciuta vana. — Ed anche tale protesta veniva sfruttata dalla momentanea lontananza del conte, che a caso o ad arte, per capriccio o per dimenticanza di sè, errava chi sa dove, lontano da' suoi, in balía de' suoi pensieri e dell'instancabile suo leardo.

“E il conte? dove è il conte?.... è avanti? è rimasto indietro? se n'è ito? ci ha piantato?„. — Tali erano le parole che corsero sulle labra di tutti, appena fu avvertita la mancanza di lui. Era questa per taluni una semplice interrogazione, per altri un logico argomento a conchiudere, non esservi più nulla a tare, e potersene ognuno ritornare pe' fatti proprii.

“Sarebbe bella, prese a dire un tale, a cui la docilità cortigianesca non aveva fatto dimenticare l'abitudine tanto accarezzata degli agi consueti: sarebbe bella che, dopo aver corso invano sulle peste del selvaggiume, ora dovessimo affannarci a cercare i cacciatori.„

“Sua Signoria, soggiunse un altro, ponendo prontamente un correttivo su quelle parole, che racchiudevano un confronto poco rispettoso, non può essere lontana da noi: e la fosse, è dover nostro di stargli ai fianchi.„

“Si suoni a raccolta, interruppe il primo per tagliar la questione; Sua Signoria ritroverà sùbito il cammino smarrito.„

“Che Dio ci guardi da una simile sconvenienza! volete che egli si disturbi a cercare de' suoi servi? tocca a noi ad andargli incontro. Non più indugi, che l'ora è già tarda. — Voi (ed indicava un gruppo di cacciatori) pigliate la destra; voi (e ne accennava un altro) battete a manca: il rimanente pel bosco; animo, messeri, si tratta del principe.„

E la comitiva, scomposta a brigatelle, s'avviò senza aggiungere parola, sulle vie designate.

Il cortigiano poltrone trovò il da fare anche per se: “È necessario, osservò egli, che qualcuno s'arresti sul luogo, caso mai, il principe passasse di qua.„ Ed egli e qualche altro fannullone pari suo si tolsero il difficile incarico di rimaner al rezzo, aspettando l'occasione poco probabile d'avere qualcosa a fare.

“Vedete, cavalier mio, soggiunse uno de' cortigiani al suo vicino, correndogli sulle orme e pronunciando a spizzico le parole come lo comandava il sussulto dell'ambiadura, quel messer Santagio se ne sta colle mani in mano; e poi gli udremo dire, che senza di lui...„

“Pur troppo, ripetè l'altro non senza un po' di stizza, sempre il primo a farsi avanti per accattare; sempre l'ultimo quando vien l'ora di snighittirsi...„

“Dio gli perdoni la sua sfacciata poltroneria: quel che mi rode è il vedere come egli giunga a farsi credere il più zelante, il più destro tra noi — egli, che quando ha il corpo satollo, ha l'anima consolata. — Oh vorrei vederlo pentito d'essere rimasto colà! — Spenderei un occhio, perchè mentre noi andiamo in traccia del conte, il cinghiale venisse a cercar di lui.„

“Ah, ah, interruppe l'altro gavazzando, che bel spettacolo il vederlo, messer Santagio, appollajato su un albero!.. „

Ma non appena ebbe dette queste parole, egli si pentì di godere del male altrui. Represse quella risata come una bestemmia escitagli in fallo, e soffermandosi di colpo, fissando in viso il compagno, riprese con un tuono sommesso e piagnoloso:

“Ma se quel brutto incontro toccasse invece a noi: a noi sì scarsi e sì sprovisti....„

“Impossibile....„

“Impossibile! non vi comprendo.„

“Il conte ci precede, n'è vero? state certo che fin dove si spinge il conte non vi è, nè vi può essere nemmanco il più lontano sospetto di un pericolo.„

“Manco male, conchiuse l'altro rasserenandosi. Il conte è uomo prudente „ — ed, appoggiando sulla parola, amiccò il compagno con un fare, che voleva dire: se egli non ha paura la dobbiamo aver noi?

Queste parole insulse scambiate fra due insulsi individui, non dovevano sfuggirci, perchè feconde di una doppia osservazione.

La prima affatto generale ci fa conoscere, che la greggia de' parassiti, cresciuta all'ombra delle sommità sociali, fu, è, e probabilmente sarà in ogni tempo, eguale a sè stessa. — Mansueta fino alla pecoraggine in faccia ad un padrone, ha artigli e zanne per dilaniare un suo pari. — Vile dicontro al pericolo, trova nel fondo dell'anima tutto il coraggio del livore e dell'odio nei momenti di tregua. — Trista ed astiosa, essa fa guerra agli inferiori colla superbia, agli eguali colla maldicenza, a chi le sta al di sopra coll'ingratitudine.

L'altra tutta speciale al caso nostro ci guida a conchiudere che Giangaleazzo era riescito a meraviglia a trarre in inganno sul suo conto coloro che lo spiavano da vicino. Il giudizio sfavorevole pronunciato da quelli stessi, che strisciando nella polvere gli giuravano sul viso ossequio, per poi metterlo in canzone dietro le spalle, varcava indiscretamente le soglie della corte, e addormentava i prìncipi emuli o rivali nella placida confidenza, che nulla avevasi a paventare da lui, tutto da lui si poteva ottenere.

XVI.

Al lato opposto della foresta, lontano dal luogo su cui si separavano que' gentiluomini, il terreno presentava un profondo avvallamento, vecchio lavoro delle acque che, nello imperversare delle stagioni, ivi affluivano copiose ed irrompenti.

Non erano radi in allora gli esempi d'inondazioni parziali e disastrose; perocchè le acque dell'alto piano non defluivano dapertutto, come oggi, con sistemata misura e per numerosi canali; nè si usufruttavano con tanta economia a fecondare le nostre campagne.

Tal fiata in quel burrone travolgevano esse con tremendo rovinío alberi poderosi, frantumi d'abituri o suppellettili; ma, non appena il cielo si faceva sereno, tornavano a correre pure e placide sul fondo dell'alveo. — Ne' tempi calmi non rimaneva altro testimonio della potenza loro, fuorchè la riva scoscesa, dimagrita dalle corrosioni, fin sul vivo della ghiaja, qua e là collegata da una rete di radici, che ne facevano una diga inespugnabile. Contr'esse si sfogava tutta l'ira del torrente squassandole e torcendole talvolta come fuscelli; gli sterpi, invece, ed i fruttici, cresciuti su più dolce pendio, sopravivevano alla burrasca, rilevati quasi ed inorgogliti dalla superata fortuna.

A conti fatti, era quel rigagnolo un gran beneficio per gli abitanti del contado, che perciò solevano chiamarlo la providenza. Infatti, dove era rapido, per mezzo di gore, metteva in moto le macine; dove l'alveo era più espanso, serviva ad abbeverare i bestiami, a trarre acque per gli usi domestici, a spurgar lini o masserizie.

Un giorno, quel giorno della caccia, sulla bassa ora scendeva una contadina da un sentiero a scaglioni al guazzatojo per lavarvi le sue misere biancherie. — Camminava essa lentamente, come glielo consentivano il peso del paniere che reggeva da una parte, e l'agitarsi d'una vispa e paffuta creatura, che si portava in collo dall'altra.

La poveretta non aveva altro bene al mondo, che quel suo bambino; nè l'indulgenza materna la rendeva cieca, poichè per verità egli era sì bello e vivace da far superba a buon dritto una donna più di lei fortunata. — Ma quella esistenza parassita e già sì robusta logorava le forze della buona madre. La faccia sbattuta di costei portava nelle rughe premature le tracce non dubie del suo diuturno deperimento; una serietà languida e macilenta teneva quel posto, su cui, solo pochi anni addietro, brillava il franco sorriso della gioventù. Una certa quale avvenenza traspariva sotto quei guasti, come i pregi di un dipinto attraverso le ingiurie del tarlo e dei corrosivi.

Vero è che gli affetti non la rendevano accorta di quegli stenti: vero è che non s'era mai fissata nello specchio, e che l'unico specchio della sua materna felicità era la faccia rubiconda e sorridente del suo bimbo. — Ma il sacrificio non cessa d'aver merito, perchè la virtù sa cangiarlo in diletto — non è meno apprezzabile la forza, quando è sostenuta e raddoppiata dal coraggio.

Povera donna! povere sopratutto le madri del contado!

Avrete ben veduto le cento volte i loro mariti godersi in pace un'ora di requie, e dormire placidamente all'aria e all'ombra? Avrete osservato, che l'opera loro non subisce sindacato o censura; che in seno alla famiglia essi godono ogni preferenza, ed hanno posto d'onore al desco e accanto al fuoco. I dì festivi sono, a rigor di parola, giorni di riposo per essi: anche i più sobrj si danno buon tempo; e l'allegria, o nata spontanea dalle forze ristorate, o nutrita da qualche insolita libazione, non è straniera a' loro crocchj. — Provida spensieratezza in vero, che facendoli per brev'ora liberi di sè e dimentichi degli stenti abituali, prepara alle fatiche del dimani un braccio più vigoroso.

Ma alle donne di solito e alle madri sempre è interdetto ogni ricreamento. Dopo d'aver diviso cogli operai d'altro sesso, non in ragione delle forze, i lavori della campagna, esse ritornano al casolare per ritrovarvi nuove e non men penose fatiche. Il governo di fatto della famiglia è esclusivamente affar loro; esse provedono al nutrimento di tutti; a tutti rattoppano i logori panni; sono le infermiere de' vecchi, le governanti de' bambini, le serve della casa. I lavori dell'ago e del fuso sono ozio e riposo per esse. — Fortunate se non sono costrette a vegliare la notte al giaciglio dell'infermo, ed alla culla del bimbo insonne. — In chiesa soltanto le poverette riposano davvero; perchè ivi la fede ricorda loro, che ogni sofferenza, per quanto grave, è il seme invisibile, che, a suo tempo, le farà ricche di inestimabili frutti.

Eppure (sarò io peritoso nel dire ciò che ho veduto?) non è infrequente il caso che anche quest'unico e supremo conforto del povero venga amareggiato dall'incauta severità di chi ha il mandato da Dio di rialzare i pusilli e di consolare gli afflitti. — Vidi, più di una volta, anime elette, sotto il martello di troppo austere dottrine, smarrire nella ricerca d'una impossibile perfezione la coscienza della propria rettitudine; e dubiose di lasciare i più sacri doveri insodisfatti, e sconfortate nel non avere forza a troppo difficile cómpito, dimenticare ogni affetto, ogni legame domestico e divenire gravi a sè, alla famiglia ed alla società. — Oh se a queste timide creature s'insegnasse che il giogo del Signore è soave, rinascerebbero a nuova vita, forti abbastanza per operare miracoli di carità!

La nostra donna non era di questo numero; essa amava la vita, perchè amava il suo caro angioletto. — Giunta che fu al margine del ruscello depose il paniero; poi, colla mano resa libera, accarezzò la testa e le spalle del bimbo, e se lo strinse amorevolmente sul seno, intanto che coll'occhio cercava dove collocarlo vicino a sè, al sicuro d'ogni pericolo.