CAPITOLO TERZO

XVII.

Dicesi che la Venere di Cleomene non sia il ritratto di un'unica bellezza, ma il riassunto di quante esistevano a' suoi dì in tutta la Grecia. La natura ci negò dunque un tipo vivente di ciò che lo spirito umano sa concepire di più bello e sublime; ma nell'offrirci all'incontro qualche esemplare di quanto vi può essere di più sozzo e ributtante, eguagliò, se non vinse, le creazioni della più bizzarra fantasia.

La bellezza sta nell'armonia e nell'equilibrio delle parti; cosa più presto detta che compresa, e in ogni caso più facilmente compresa che trovata. L'esclusivo predominio di un'odiosa prerogativa, e l'assoluta mancanza d'ogni buona e bella dote generano quella privilegiata turpitudine, che con parola un po' ardita si potrebbe chiamare la perfezione della deformità.

È questo il momento di porre sott'occhio al lettore uno di questi esemplari; ma c'è d'uopo che la fantasia di lui ci soccorra, perchè, da soli e col solo mezzo delle nostre povere parole, dubitiam forte d'essere da meno all'assunto.

La ferocia tetra e frenetica, che nei bruti non è per solito disgiunta da venustà di proporzioni e da tratti di maschio vigore, in Egeone, come in tutta la sua razza, s'accoppiava ad uno speciale rilassamento di forme, ad una laidezza tanto più mostruosa, quanto meno decisa. Nulla invero di più ributtante che quell'immane corpo in cui tutto il meccanismo del moto e della forza era nascosto da uno strato fluttuante d'adipe senza contorni e senza costrutto — espressione infallibile di cupa ed insaziabile voracità. Dicasi lo stesso del colore; era nè bigio nè bruno, ma fosco ed ambiguo. La pelle cosparsa di macchie e piazzette era qua coperta di setole irte, là spelazzata a segno da mostrare, in tutta la sua stomachevole nudità, una cotenna floscia, da cui gemeva un untume nauseabondo. L'occhio, che nella maggior parte degli animali è tracciato orizzontalmente, in questo, come nella serpe, scendeva lungo la direzione del teschio, segnato da una piccola fessura a fior di pelle, entro le rughe delle palpebre gonfie e molli come i margini fistolosi di una ferita. Uno sguardo bieco, guizzando tratto tratto dalla pupilla injettata di sangue, rassomigliava al corruscare intermittente di un insetto fosforico. La bocca smisurata, composta sovente ad uno sbadiglio ferino, lasciava travedere due curve difese tarlate e giallognole, ma formidabili, dietro cui si schierava un doppio rango di molari che presidiavano le fauci. La lingua bavosa e cosparsa di papille aspre spaziava in quella voragine ora lambendo le zanne, ora lisciando le labra, quasi prelibasse la voluttà di un pasto insanguinato. Un ringhio non alto come il ruggito del leone, ma selvaggio al par di quello, gli usciva dal petto rimbombando cupamente nella cavità di un torace ampio e riquadrato. Il collo era corto e sepolto, ma l'innata voracità e l'istinto di fiutar checchessia, gli facevano sporgere il grugno di modo che il dorso, la cervice, e la nuca descrivevano una linea sola. Più ispidi su quella gli si arruffavano i peli in segno d'impazienza e di furore, e le zampe irrigidite straziavano il suolo, sciupando le erbe e sollevando il polverío dello sterrato.

Ai tempi di cui parliamo, una gran parte del suolo che costituisce la nostra ubertosa pianura era occupata da lande e selve vergini, in mezzo alle quali gli animali selvatici vivevano, e si moltiplicavano al riparo d'ogni offesa. Il cinghiale però, che in altre terre a pari condizione di clima e di terreno cresceva a segno da divenire lo spavento delle popolazioni, non fu mai indigeno di questo paese.

Nelle foreste montane degli Abruzzi ne esistono tuttodì; e sono l'oggetto delle più avide ricerche: ma degeneri dalla natía ferocia, confinati dalla crescente cultura dei terreni in pochi recessi, ed ivi pure perseguitati, costituiscono una preda ghiotta, e nulla più.

Il cinghiale è onnivoro. Famelico, e lo è spesso, gradisce ogni prodotto de' boschi e de' terreni selvaggi. Ma la sua delizia è la carne. — Irritato, si difende contro l'uomo, lo assale, lo lacera, lo uccide. In balía a sè, e sicuro d'ogni molestia, s'accosta di buon grado a chi s'espone inanzi a lui senza difesa, morde le membra di un uomo dormente, ed a preferenza si pasce delle carni tenere e palpitanti dei bambini.

XVIII.

La povera donna, non avendo conoscenza di simili animali, non sapeva render conto a sè degli istinti e nemmanco del nome di quello, che le stava di fronte: ma l'aspetto suo sì strano ed orribile le incuteva un indicibile terrore.

Eppure il coraggio, che aveva poco prima vacillato alla minaccia d'un pericolo, rinacque in lei dinanzi alla certezza di esso. L'amore materno centuplicò le sue forze. Ricomporsi, rialzarsi e stendere il corpo quanto era necessario per raccogliere il suo bambino nelle braccia, fu un atto solo.

Ma il cinghiale vedendo, accostarglisi alcuno, addentò i panni del bambino, e lo sollevò da terra; poi si rivolse indietro, e di buon passo rientrò nella foresta.

Imaginatevi il cuore della infelice contadina[9].

Il cinghiale non rendeva la sua preda, nè si apprestava a difenderla; ma fuggiva dinanzi ai passi della donna, eludendo i suoi tentativi, col piegare ora a destra ora a sinistra, come meglio gli tornava conto.

Il bambino, squassato brutalmente ad ogni moto subitaneo di chi lo portava, vagiva a far pietà. La madre all'udire que' lagni, raddoppiava d'ardore, di coraggio, di proposito: tentava per vie indirette di raggiungere e di sorprendere l'avversario: di tratto in tratto, e come glielo consentiva l'ansia mortale di quella corsa, metteva strida, per spaventare la fiera, o per chiamar soccorso. — Ma la fiera le trottava sempre davanti, e non si lasciava avvicinare, — Il bosco era o sembrava deserto; nessuno rispondeva alle grida della desolata.

Ad un certo punto, s'apriva tra gli alberi uno spiazzato, cui mettevano capo varii sentieri. Per uno di essi il cinghiale vi giunse tutto trafelato; ma vistosi allo scoperto e meno sicuro di sè, s'arrestò, quasi volesse retrocedere e rintanarsi nel più fitto della foresta.

D'improviso un nitrito alto e penetrante ruppe quell'angoscioso silenzio. — Il cinghiale vi rispose con un grugnito profondo; la donna con un battere più libero del cuore, con un respirare più largo, che le annunciava il ritorno della speranza.

Ma incerti l'uno e l'altra non movevano passo. A quel primo avviso altri ne seguivano, e meno dubj, dell'avvicinarsi di un cavallo. La sua zampa ferrata risuonava anche sul terren disfatticcio; e le intricate viuzze del bosco non gli facevano sospendere un passo ritmico e veloce.

La donna spingeva lo sguardo verso quella parte del bosco, da cui arrivava l'annuncio di un probabile soccorso.

Non era illusione. — Il calpestío continuava, e si faceva sempre più distinto. L'occhio non tardò a farsi garante di ciò che l'udito aveva scoperto. Cominciò ella infatti a discernere da lontano fra i fusti e le foglie, un non so che di colorito e di mobile, che a tratto a tratto si mostrava e spariva. Quello screzio andava di mano in mano assumendo forma, finchè apparvero in tutta evidenza i colori vivaci di un'assisa da cavaliero, il muso bigio del leardo, il bagliore de' fibbiagli e delle armi.

“Oh Vergine santa! sclamò ad alta voce la donna, facendosi incontro al ben arrivato, e stendendo verso lui le braccia in atto di chiedere soccorso. — Accorrete o messere, presto, accorrete. Per pietà, per le anime de' poveri morti, abbiate compassione di noi...„

Non fa d'uopo che si dica chi fosse quel cavaliero; ognuno l'ha già riconosciuto.

Smarrito nel bosco e condotto, per caso od in balía de' suoi pensieri, lungi dai cortigiani, il Conte di Virtù andava in traccia di un sentiero per ricongiungersi a' suoi, quando le grida lo fecero avvertito di un vicino pericolo.

Fantasticando nella ricerca della cagione più probabile di quell'allarme, gli balenò súbito alla mente il sospetto, che alcuno fosse alle prese col cinghiale. — Diè di sprone al cavallo verso quella parte, attraversando il bosco con quanta celerità gli era consentita dalla sua foltezza, e non curando il continuo flagello dei rami che gli sbarravano la via. Giunto sullo spiazzato, vide che non s'era male apposto, e d'un salto fu a terra.

Il leardo, avute le redini sul collo, non abusò della libertà accordatagli; s'arrestò, e levato alto il capo, parve cercare collo sguardo il suo padrone e richiamarlo a sè con un nitrito.

XIX.

Volgere le offese contro il cinghiale, tenergli dietro, assalirlo, ucciderlo, erano cose facili a chi aveva prontezza d'armi e di coraggio. — Ma nel caso presente, perchè la vittoria non venisse sfruttata, o perchè non costasse troppo cara, ci voleva assai più tattica che valore. — Il nemico traeva seco nella ritirata un prezioso ostaggio.

Il conte, a tale considerazione, moderò il passo, ed accennò colla mano alla donna che facesse sosta, prevedendo che la fiera, riavutasi dal momentaneo turbamento di un'aggressione, avrebbe obedito alla sua inerzia naturale. — E infatti, al cessare d'ogni movimento, s'avviò dessa colla sua ordinaria lentezza nel bosco, trascinando seco e sempre allo stesso modo, la preda. — Il cavaliere, tenendo fisso lo sguardo a quel punto in cui il fruscío de' rami e l'ondulazione degli arbusti accusavano il passaggio del cinghiale, legò in un attimo il cavallo ad un albero, impugnò l'asta, ed avvicinatosi alla donna, le disse sommessamente: “coraggio.„ — Poscia lesto, in punta de' piedi, evitando ogni strepito, diede una giravolta; e, per una via più lunga, si diresse verso quella parte del bosco, dove, a suo intendimento, erasi nascosta la fiera.

Con arte finissima si era questa collocata in una posizione quasi inespugnabile, acquattandosi ai piedi di una quercia due volte secolare, entro un covo formato da una siepe di radici contorte e scalzate. Il principe, poichè l'ebbe veduta, non l'affrontò, essendovi troppo grave pericolo per la vita del bambino, che giaceva a terra presso le zampe dell'animale; ma valendosi di quella teoria, che abbiamo udita dalla bocca del guardacaccia ad istruzione di un male esperto, studiava il modo di costringere l'avversario ad un movimento di fianco, che gli permettesse d'impadronirsi anzitutto della preda.

L'asta che egli impugnava, come tutte le armi che servivano a tal genere di caccia, aveva una lama acutissima fatta a zagaglia; tagliente cioè da un lato, dall'altro fornita di spine lunghe e ricurve, a guisa delle frecce de' selvaggi, che, penetrate nel corpo, non possono ritrarsi dalla ferita senza squarciarne orribilmente i margini. Con ciò e col mezzo di uno spuntone più lungo e del pari ricurvo, che esciva dal collo della lama dove la cocca bipartita in due branche si stringeva al troncone, diveniva cosa meno difficile il ferire l'avversario nella parte opposta a quella in cui si trovava il feritore, e trarlo nell'inganno di cercare il nemico dov'egli non era. Tale maneggio, inutile forse colle altre fiere d'ordinario più snelle, dava tempo a preparare nuove offese contro questa, sempre tarda ed impacciata ne' suoi movimenti.

Il conte vedeva adunque il cinghiale; ma questo non si accorgeva di essere veduto. — Il primo, s'avanzava pian piano, guardandosi dal tentare offesa, che non fosse un colpo sicuro. L'altro, interamente ricomposto dalla fiducia di trovarsi solo, vagheggiava in uno spensierato riposo la squisitezza della rara ghiottornía che s'aveva dinanzi; fiutava cupidamente il bambino, e ne leccava i panni e le carni. La creatura, appena fu deposta a terra, riavutasi dagli squassi sofferti, cessò dal piangere.

Poco lungi, sulle pedate del suo difensore, levavasi la madre in punta de' piedi, drizzando, fin dove era possibile, lo sguardo per indovinare che avvenisse. — Lo sgomento d'alcuni istanti prima erasi cangiato in un'angoscia più profonda ma meno disperata.

Quando il conte fu discosto dal cinghiale non più che la lunghezza dell'asta, si arrestò. Prima che il cinghiale levasse il capo, egli stese il braccio, drizzò l'asta, la fece scorrere sopra il dorso della fiera senza punto toccarla, poi, inclinatala con prontezza, la percosse ai lombi collo spuntone; ma il fece sì leggermente che potè ritirar l'arma all'istante.

Scoppiò a quell'atto la mal repressa rabbia della belva. — Al sordo grugnito fece succedere uno strido furibondo, che echeggiò nella foresta. Spalancò le fauci, corrugando il labro superiore e componendolo ad una smorfia, che pareva il sogghigno di un demonio; poscia, poggiandosi fortemente sulle zampe anteriori, e curvando il dorso colla scorrevole pieghevolezza di un verme, si voltò verso quella parte da cui credeva venirle l'offesa.

Approfittò il conte di quel movimento per far due passi in avanti, stendere una mano e sollevar da terra il bambino. — Impadronitosi della preda, retrocesse fino ad incontrare la madre; la quale tosto raccolse nelle braccia la cara creatura: con qual gioja, con quante benedizioni lo pensi il lettore.

Il cinghiale, non appena s'accorse dell'inganno, meditò la vendetta. Quatto quatto, a passi misurati, strisciando il ventre a terra, si fece incontro al suo nemico; e quando gli fu vicino, sostò di bel nuovo, accosciandosi un istante in atto di misurare un salto. Il furore aveva dato a quel pigro colosso una precaria agilità: un momento ancora, ed esso avrebbe investito con tutte le forze delle sue membra, e coperto con quanta era la sua mole, il corpo dell'avversario.

Ma il conte che lo dominava per l'altezza della statura, per l'agilità delle membra e per l'imperturbato impero dello sguardo, non pose tempo di mezzo, e, côlto il destro in cui la belva alzando il muso gli presentava indifeso il petto, vibrò di bel nuovo l'asta, e tentò colpirlo nella regione del cuore. — I muscoli di ferro di una tigre sarebbero stati squarciati da quella lama egregiamente temprata, scossa da un braccio robusto ed intelligente; ma la cotenna di quella belva estinse il colpo, opponendovi la resistenza tutta propria, ad una sostanza molliccia e sfibrata. — Il ferro rimase quasi innocuo nelle cellule della pinguedine, ed il cinghiale, irritato ancor più dal dolore della ferita, si preparò a slanciarsi, con maggior impeto e con ira indicibile, contro il suo feritore.

Importava al conte d'aver libera l'arma, e non poteva ritrarla; gli uncini, ond'era sparsa la costa della lama, si piantavano ne' margini adiposi ed escrescenti della ferita.

La forma e la tempra velenosa di quell'arma rendevano certa la morte di chiunque ne fosse tocco a sangue; ma l'effetto de' suoi colpi non era immediato. — Il conte non ripetè più che una volta il tentativo di ritirare la zagaglia. Vedendo che a quelle scosse il cinghiale si contorceva orribilmente, e mandava strida spaventevoli, senza punto scemare le minacce, pensò che fosse più saggia cosa l'abbandonare il troncone e metter mano al pugnale. — Egli previde, ciò che infatti avvenne.

Consisteva quel pugnale in una lunga lama fina e forbita, di sezione triangolare, tagliente sul filo ed acutissima. Una guardia di acciajo lavorata a trafori proteggeva l'impugnatura, coperta d'una guaina di cuojo granito, che ne rendeva più fermo e facile il maneggio. — Esciva essa dalla più famosa officina degli spadari, e portava l'impronta della maestranza sul principio della lama. Più avanti, in mezzo a' bizzarri ghirigori tracciati a niello, erano scolpite in caratteri greci le parole: in te vincam. Quell'arma aveva la sua storia. — Era stata l'indivisibile compagna di Galeazzo, padre del Conte di Virtù, allorchè militò in terra santa; e la portava al fianco quando nel 1343 fu insignito del cingolo militare in Gerusalemme. — Ad essa, in più occasioni, egli fu debitore della vita. — È fama, che tiepida del sangue di un infedele, fosse dal novello cavaliere deposta sui gradini del santo sepolcro, e che da quell'atto di pietà ritraesse il privilegio di rendere incolume chi la portava. Reduce dalla Palestina, Galeazzo l'affidava ad un artefice di Damasco, perchè v'incidesse quelle parole di buon augurio.

Il conte indietreggiò alcuni passi per calcolare la portata degli strani e convulsi movimenti della fiera. — Questa ora s'ergeva sulle zampe posteriori, ora s'appiattava, ora balzava di un tratto da un posto all'altro, soffiando, grugnendo e mordendo il troncone dell'asta. Anzi in quella foga, cui la spingeva un improvido istinto di liberarsi da quella puntura, non faceva che inacerbirne gli strazii; e con essi crescevano, se pur era possibile, i furori. — L'asta, abbandonata dalla mano del cavaliere, strisciava a terra dalla parte dell'impugnatura. Ad ogni movimento retrogrado della fiera, essa scorreva indietro radendo il suolo, e ad ogni sua spinta in avanti, trovando nel terreno una resistenza invincibile, si configgeva nelle carni, approfondiva e lacerava la ferita. Imaginate quale strazio; quanto furore!

L'estremità del male sospinse la belva ad un estremo tentativo. Aveva gli occhi fuori dalle orbite, le membra convulse e palpitanti, le zanne atteggiate a mordere, ed insozzate da una bava cruenta. — Non potendo correre di fronte, per non rinovare le trafitture, spiccò con una agilità felina un salto, e vi impresse tal impeto, che dominò d'un tratto la posizione del suo avversario. — Il peso della sua mole e il movimento impresso dal furore compivano involontariamente l'atto aggressivo.

Il cinghiale si gettò, o meglio cadde come corpo morto, sulla persona del conte, e lo stramazzò. Ma cadendo costui, volle fortuna che il braccio dritto gli restasse libero. Strinse egli allora il pugnale, e vibrandolo di tutta forza, glielo ringuainò fino all'elsa tra te coste. Ben s'avvide quanto gli costasse cara la vittoria; ma non si perdette d'animo. Stretto fra le branche della sua vittima, cui i spasimi dell'agonia davano un vigore fittizio, sentiva lacerarsi a brani il giaco di cuojo, le sottovesti e i lini; gemeva sotto un peso insopportabile che gli toglieva il respiro; soffocava dalla nausea di un alito fetente; sentiva effundersi sulla nuda carne delle spalle e del viso la sanie sanguinosa, che la fiera eruttava: ei vinceva, e moriva ad un tempo d'ansietà, di schifo, di terrore. E non era tutto; l'animale boccheggiante non aveva compiute le sue vendette.

Alla mostruosa ampiezza della sua bocca, la spalla denudata di un uomo era un nonnulla. Egli la coprì delle sue labra, la strinse tra le zanne come in una morsa di ferro; squarciò la pelle, s'addentrò nelle carni, trafisse i muscoli, fino a far scricchiolare le ossa. Dopo ciò, bevve un largo sorso di sangue, diè i tratti, e spirò.

Il conte, che fino allora non aveva abbandonata l'elsa del pugnale, e lo scuoteva per inacerbire la piaga del suo avversario, dovette alla fine cedere agli insopportabili spasimi della sua ferita. Oppresso da un peso enorme, che gli toglieva il respiro, indebolito dalla perdita del sangue e dallo strazio delle carni, si sentì venir meno le forze. Una nube gli velò la mente; un pallore mortale gli si effuse sul volto: tentò invano di chiamare soccorso; chiuse gli occhi, e svenne.

XX.

La donna, riavuto il suo bambino, non mise il cuore in pace, prevedendo che il modo con cui esso le veniva restituito, era il principio, non lo scioglimento della questione.

Non aveva essa armi o forza, nè possedendone, avrebbe saputo impiegarle. Ma la sua mente, poichè ebbe diretto a Dio un atto fervidissimo di ringraziamento, scese alla realtà delle cose che le si paravano dinanzi, e si agitò dolorosamente vedendo il suo liberatore caduto in quello stesso pericolo, dal quale egli aveva poco prima, con tanto coraggio, sottratto un'altra vittima. — Pregava quindi il cielo, che la illuminasse sul modo più acconcio a soccorrerlo.

Con occhio fisso ed attonito aveva assistito a quella scena di calma provocante, che precedeva la lotta. Dalla fermezza del conte aveva tratto buon augurio per lui; quando vide scorrere un rivo di sangue dal petto del cinghiale, credette confermato il suo presagio. — Ma non tardò ad accorgersi dell'inganno. Allorchè la fiera con quel furore, che abbiam tentato descrivere, si scagliò moribonda sul suo avversario e lo stese a terra, la povera donna mise un grido, e, volte le spalle ad uno spettacolo cui non le durava la vista, corse, come disennata, nel bosco chiamando ajuto.

Un branco di que' cavalieri che, come si è detto, errava in traccia del suo padrone, udì quelle grida, ed entrò in sospetto di qualche serio avvenimento. Ognuno di essi, libero di sè o chiamato a dare il suo parere a quattr'occhi, avrebbe deciso di non badare a tanto; ma nessuno osava proporlo: quanto a coraggio, mancava loro fin quello della viltà francamente e publicamente professata. Il perchè, tutti proseguirono la via battuta; attratti, per dir così, dalla voce della sventura; ma silenziosi, col broncio sul viso e colla paura nel cuore.

Quando alla fine, dopo breve corso, comparve dinanzi a loro la donna, l'animo di que' prudenti, scorgendole in volto i tratti di un'angoscia mortale, non si rasserenò. — Una serie di domande piovve su lei; “Che è? che avvenne? a che quelle grida? parlate in nome di Dio...„

La donna, come meglio seppe e come glielo permetteva il turbamento dell'animo, raccontò il fatto. E benchè la sua narrazione fosse talvolta prolissa, tal altra insufficiente ed interrotta, l'essenziale d'un grave pericolo per un cavaliero, apparve come una verità incontrastabile, alla quale non era lecito rispondere in altro modo che coll'accorrere prontamente al soccorso.

Giunti sul luogo del combattimento, videro quello che già sappiamo. È inutile descrivere le impressioni cagionate da quello spettacolo sull'animo di ciascuno. — Il timore non era svanito del tutto; in molti rimaneva il sospetto che la morte del cinghiale fosse apparente. Anche sulla sorte del conte s'arrestava il pensiero de' cortigiani, e si mesceva a un doloroso dubio. La sua disgrazia reclamava il rimpianto di tutti quelli, che credevano impossibile trovar un ozio più beato e più pingue. — Tutti facevano corona al corpo esamine; e ciascuno, affettando un'aria mesta e compunta, voleva farsi credere il più fido ed affezionato de' suoi servitori.

Due canattieri si fecero avanti per liberare il conte dall'enorme peso che lo schiacciava. Vi si avvicinarono cautamente, coi coltelli impugnati, pronti a ferire se la belva avesse dato segno di vita.

Ma non vi fu bisogno d'altro che di braccia vigorose per levare da terra il cinghiale, e sciogliere le strette, con cui s'era avvinghiato alla sua vittima negli ultimi momenti della lotta — Le branche della fiera ancora tiepide, conservavano l'inflessibilità che loro era stata impressa dal furore convulso, che precedette la sua morte.

Sciolto il nodo e gittata in disparte la fiera, i cortigiani, dando ancora più rilievo al loro aspetto pietoso e commosso, si avvicinarono al conte per prestargli soccorso, se pur non era troppo tardi.

Lacero, insanguinato, colla testa cadente all'indietro, giaceva egli in una fanghiglia rosseggiante. Il volto avea livido, l'occhio socchiuso, le guance infossate da una magrezza improvisata dagli spasimi. — Da un ampio straccio praticato nelle vesti, vedevasi a nudo la ferita, contornata da grumi, in mezzo ai quali gemevano stille di sangue ancor rosso e tiepido.

Era quello l'unico sintomo di vita. — Uno de' suoi, inginocchiatoglisi a' fianchi, gli pose una mano sul petto e gli cercò il cuore. I compagni, collo sguardo fisso nel volto dell'esploratore, aspettavano una decisione suprema, e dalla faccia di lui sparuta, mesta, solcata da rughe, che esprimevano nel modo il più solenne la gravezza di quell'istante, s'atteggiavano ad un aspetto di dolore, che forse era troppo uniforme per sembrare del tutto veritiero.

Ad un tratto, il viso di colui si rasserenò, le labra dianzi spenzolate si rialzarono, le profonde rughe della fronte sparirono; il suo aspetto sembrò porre una riserva alla sentenza pronunciata poco prima con una taciturnità troppo eloquente. — Levò lo sguardo, e con ippocratica gravità disse agli astanti. “Il cuore batte: sì leggiermente però, che sembra vicino ad arrestarsi del tutto; presto, togliamolo da questo luogo, ed affrettiamogli i soccorsi dell'arte.„

XXI.

Mezz'ora dopo, un convoglio di cavalieri preceduto da una bara, formata da rami d'albero spiccati di fresco, entrava nella corte del Castello di Campomorto. Era steso su di essa il Conte di Virtù. Dal suo volto era sparito quel lividore cagionato dal peso, sotto cui dianzi soffocava. Una pallidezza trasparente annunciava il ritorno alla vita ed il ravviato corso del sangue.

Un cavaliere gli reggeva la testa; un altro, premendogli leggermente i polsi, li consultava ad ogni tratto, assicurando i compagni, essere ormai rimosso ogni sospetto di morte. — Quanto alla ferita non era lecito pronunciare; certo ella doveva essere gravissima. Le pedate della comitiva erano distinte da continue stille di sangue, che dopo avere inzuppati i lini, in cui era avvolta la ferita, piovevano dalle foglie, onde, era tessuta la bara.

La notizia della dolorosa avventura precedette al castello l'arrivo dell'ospite. — Agnesina, compresa da pietà e da ammirazione verso chi aveva esposta la sua vita con tanto coraggio e con sì prodigioso successo, si chiamò fortunata di potere essere utile ad uomo che soffre. Il cuore della fanciulla era troppo franco e sicuro di sè, perchè, anche in faccia ad un impegno sì nuovo ed improviso, potesse nutrire il più lieve imbarazzo, la più piccola timidezza. — Ella medesima, ajutata da Canziana, allestì con ogni sollecitudine un letto nel migliore appartamento; poi andò incontro al Principe, che, ancora fuori de' sensi, veniva trasportato sulle braccia de' suoi, nell'interno del Castello.

Intanto che lo si poneva a giacere, uomini a cavallo correvano a spron battuto sulla strada di Pavia e di Binasco in cerca di medici e di persone dell'arte — Fra la gente del séguito era un arrabbattarsi continuo, una foga di correre e di chiedere, una gara di servigi, quanto solleciti altretanto inopportuni. — Gli uomini del contado strabiliavano ad udire il fatto; e si dolevano di non essere accorsi in aiuto dell'eroe. — Le comari proponevano rimedj d'ogni specie, erbe, bibite, balsami d'effetto sicuro, il tocca e sana d'ogni male: e ciascuna di esse aveva una serie di prodigi da raccontare a rinforzo della proposta: peccato che in quel parapiglia non si trovasse un orecchio che avesse pazienza d'ascoltarle.

Agnesina e la sua governante (ma più quella che questa) conservavano in mezzo al trambusto un contegno alieno da ogni smargiasseria — Volevano essere operose, e perciò cominciavano dal mostrarsi calme. La nobile presenza della donzella impose silenzio ai garriti delle donne, alle vanterie dei contadini, alle verbose sollecitudini de' cortigiani. Vedendo che costoro s'inchinavano dinanzi alla sua dignitosa bellezza, credette poter giovarsi di quest'atto di riverenza per chiedere loro d'essere introdotta nella camera dell'infermo, proponendosi di vegliarlo fino all'arrivo dei medici.

Agnesina (lo abbiamo detto nel parlare della sua infanzia) era, pe' suoi tempi e fra le donzelle sue pari, un prodigio di sapere e di cultura. — A quei dì l'arte salutare, studiata e praticata in grande nelle scuole e nelle corsìe degli spedali allora nascenti, era ne' luoghi lontani dalla città interamente abbandonata agli empirici, che, con nessun'altra dottrina fuor quella di una pratica grossolana, riescivano non infrequentemente a strappare qualche vittima ad inevitabile morte.

La necessità pertanto di giovare a sè ed a' suoi, quando e dove non era facile l'aver soccorso dagli altri, impegnava ognuno a farsi pratico nella cura de' mali ordinarii e di più facile guarigione. — L'ignoranza ed i pregiudizii del popolo furono sempre favorevoli a questo contrabando della scienza; ed anche in oggi il vulgo, pronto a deridere i serii dettami della dottrina, perchè non v'intende nulla, accoglie di buon grado le più assurde e le non meno misteriose prescrizioni di un cerretano o d'una femminetta; forse perchè l'ignoranza è dote comune fra loro. — E siccome l'empirismo, nella maggior parte de' casi, si giova di sostanze semplici ed innocue, così ogni suo prodigioso successo non è altro che un tributo di lodi alla natura, che, abbandonata alle proprie forze è, soventi volte, medica esperta di sè stessa.

Anche Agnesina aveva studiato i semplici, e dalla applicazione di essi otteneva spesso i più felici risultamenti. Vivendo gran parte dell'anno in mezzo ai poveri campagnoli, conosceva quale suol essere la causa principale de' loro malanni; e alcuna volta seppe rimoverla e prevenirne le conseguenze; più spesso giunse ad arrestarne il corso. La carità era il suo sovrano rimedio, la panacea infallibile che rilevando il povero dal suo languore, distruggeva il germe di malattie insanabili e di morti premature.

Quando poi o per la propria insufficienza o per quel mistero in che si cela la più squallida miseria, non giungeva in tempo ad impedire il male, ella sapeva mitigarne la gravezza, somministrando con sano criterio que' rimedj, che richiamano le forze ristoratrici della natura.

Se la sua scienza era limitata e il novero de' suoi farmaci ristretto, lo zelo e la pietà, con cui li amministrava, non avean confine, e ne centuplicavano il valore. Ne' casi di qualche importanza ella stessa preparava e porgeva le pozioni; nè s'allontanava dall'infermo finchè non avesse veduto gli effetti del rimedio: esperta fino d'allora della necessità di attraversare la falsa compassione della gente vulgare, che crede rendere la salute ad un malato, accontentandone ogni strana voglia, o rimpinzandolo a suo dispetto.

Nel medicare e fasciare le ferite, arte più pratica che induttiva, poteva chiamarsi abilissima; perocchè le continue guerre de' Milanesi contro gli Imperiali, e i Firentini, quando Bologna era il pomo della discordia fra Barnabò Visconti e Giovanni da Oleggio, riempiendo la città nostra di feriti, che per solito s'abbandonavano alla cura ed alla pietà de' cittadini, le avevano offerta l'occasione di fare una vasta esperienza.

Agnesina, recatasi al letto del principe, si sentì commossa fino al pianto nel mirare quel volto sì nobile e leggiadro, su cui la vita fuggente aveva impresso le tracce di una lotta eroica, chiusa dagli spasimi di una terribile agonia. — Predominata da una pietà imperiosa, non pensò chi ella era, nè chi fosse l'uomo, che le stava davanti; vinto il naturale riserbo d'una fanciulla, e risoluta di mettere in opera quanto era in lei per alleviare i dolori dell'infermo, respinse quella sensibilità morbosa ed inerte che guida alle lacrime, e rifugge dalla vista del sangue.

Gli si avvicinò quindi senza esitanza; con una mano lieve ed esperta staccò ad uno ad uno i panni, che aderivano cruenti alla ferita; ed ajutata da Canziana, che le reggeva una sottocoppa piena d'acqua tiepida, lavò diligentemente la piaga, facendovi scorrere sopra un lino umido e finissimo. Allora solo potè rilevare quanto fosse vasta e profonda la piaga; quanto acuti dovevano essere stati i dolori; come sarebbe lunga e penosa la cura: ma in cuor suo si rallegrò pensando che la guarigione era certa.

Ripetuta più volte la lavatura, che poneva a contatto della viva carne un umido lenitivo e refrigerante, il volto del malato sembrò rianimarsi alcun poco. — Ma Agnesina (le faremo noi torto di questa debolezza?) che augurava in cuor suo ogni bene a colui, temeva di vederlo troppo presto ritornare all'uso de' sensi. — Dinanzi ad un corpo inanimato ella si sentiva più sicura di sè; ove gli occhi del cavaliere si fissassero ne' suoi, dubitava della propria fermezza. — Se poi avesse udita la sua voce, chi sa? avrebbe forse arrossito: ma di che?... del bene forse che ella operava?

Nessuno oserà condannare la fanciulla se chiedeva di non essere disturbata nella sua operazione. Anche il chirurgo de' nostri giorni addormenta coll'ètere l'infermo, per non sentire una pietà che potrebbe essere fatale agli interessi dell'arte e del cliente.

Compiuta la prima parte della medicatura e ripulite diligentemente le incisioni profonde, che attestavano la formidabile potenza delle zanne d'un cinghiale, Agnesina si fece dare dalla governante il bisognevole per la fasciatura. Sopra uno strato di faldella morbidissima stese un unguento composto con sugo di dittamo, riputatissimo a sanare le piaghe ed a calmarne i dolori; e, rinversatolo sulla ferita, lo fece aderire, appoggiandovi lievemente la mano.

L'infermo allora si scosse di bel nuovo; e con un brusco corrugare delle ciglia accusò un dolore più intenso. Ma quel sintomo fu passaggero. La fronte gli si spianò ben tosto, e il volto riprese la sua consueta immobilità. — Una circostanza però dava già credito al rimedio. Dopo quella doglia momentanea, l'immobilità dell'infermo non rassomigliava, come prima, all'inerzia, di un cadavere, ma alla calma di chi dorme.

Con una perizia, che farebbe invidia ad un maestro dell'arte, e che è spontanea alla donna, istintivamente abile a tutto ciò che giova alla umanità sofferente, la fanciulla fasciò in una lunga benda l'omero dell'infermo, e vi assicurò la medicatura. — Rimessa poscia ogni cosa in ordine, si ritrasse dietro i drappelloni che piovevano dal sopracielo del letto; aspettando con impazienza il risultato delle sue cure. — Canziana era con lei; operosa, compassionevole, esperta essa pure, la buona donna; ma dobbiam dirlo? la pietà della fanciulla era altra e ben più nobile cosa.

XXII.

Il sole era già scomparso dall'orizzonte.

L'Esculapio, fatto chiamare da Pavia, lottava fra due opposti principii: la fretta dell'invito e la sua flemma abituale. Ma dopo maturo esame cedeva all'aforismo festina lenter, tanto a lui prediletto e merendava in tutta pace, intanto che un famiglio poneva il basto al suo ronzino, da lui per vezzo chiamato Bucefalo. Levatosi dalla mensa, colla stessa pace visitava uno per uno i suoi ferri, e li chiudeva in un astuccio. Calzava poscia un paro d'enormi stivali, e ben bene imbaccuccato scendeva in corte; dove, abbracciata la moglie e non so quanti figli, raccomandò la casa ai famigliari, fece il segno della croce, inforcò Bucefalo e partì a un piccolo ambio, nella beata illusione di correre veloce come il pensiero.

I cortigiani raccolti in una gran sala, ristauravano le forze con una sontuosa cena, libando alla salute del conte, a cui predicevano la guarigione per l'indimani, onde torsi dall'impaccio di durare nel cerimoniale del dolore. — Il malato, a parer loro, non aveva altro bisogno che di riposo, ed essi, dimenticatolo tra le allegrie della mensa, servivano a' suoi interessi con tutto lo zelo del mestier loro. Cacciatori, canattieri, valletti trincavano intanto nel tinello, gridando a testa, e buffoneggiando. Anche Canziana era ita a dare gli ordini opportuni: a provedere cioè il bisognevole per ospitare tanta gente.

Nella camera dell'infermo, accanto alla proda del letto, trattenendo quasi il respiro per non turbare la calma dell'assopito, stava Agnesina immemore di sè e d'ogni cosa sua; profondamente ma non dolorosamente commossa, da che ogni sintomo le faceva sperare prossimo il buon successo delle sue prime cure. Quell'essere sola non le era grave: anzi compiacevasi di non avere a dividere con altri la sodisfazione de' suoi pietosi officii. Avrebbe bramato di poter chiamar inutili e tardivi i servigi del chirurgo che si attendeva; perchè ogni merito fosse suo. L'aspetto del Conte, ben lungi dall'inspirarle peritanza, le infondeva una sicurezza affatto insolita: era come se l'avesse incontrato altra volta, come se al suo destarsi fosse certa d'essere riconosciuta da lui. — Ma desiderava e temeva ad un tempo che egli si risvegliasse; affrettava col pensiero il momento di mirarlo negli occhi, di udirne la voce; eppure era ancora dubiosa se avrebbe avuto il coraggio d'affrontare tutta sola i suoi sguardi, e di rispondere senza tremare ad una sua dimanda. — Mistero del cuore umano, che non m'arresto a spiegare, poichè ognuno dirà di saperlo meglio comprendere che definire. Lotta di sentimenti ovvii e spontanei, onde si genera in noi quel dualismo di forze, che la filosofia degli antichi attribuì con troppo facile soluzione ai principii del bene e del male, che si contendono l'impero della nostra volontà.

Ma dove poteva esservi male in quanto operava Agnesina? Libera da ogni affetto che non fosse santo, nuova alle passioni che intorbidano la vita, ignara delle arti che insidiano la verginità della mente, accudiva al più nobile, al più santo dei doveri. Quell'interna commozione non poteva dunque essere un'avviso della coscienza fin allora incolpevole; era e doveva essere il presentimento del pericolo ancora lontano; l'istintivo e geloso amore della propria spirituale conservazione.

Un ultimo raggio di luce entrava dalla finestra socchiusa, e diradava debolmente le tenebre, in cui era immersa tutta la camera. Non bisogna omettere una circostanza, che vale, meglio che altro, a far conoscere lo stato del cuore della fanciulla. Al crescere della oscurità, l'animo di lei, che in tutt'altro ordine di cose si sarebbe affievolito, sembrava rinfiammarsi. Di pieno giorno, o sotto l'influsso di una luce artificiale, avrebbe durato in quella indecisione, che la stringeva all'inerzia: la solitudine ed il bujo le diedero animo ad un tentativo.

Il letargo dell'infermo era troppo protratto. Ella che credeva d'avere i mezzi per scioglierlo, rimproverò sè stessa di dappocaggine, se fino a quel momento le era mancato il coraggio d'adoperarli; ponendo ogni suo scrupolo sotto la salvaguardia della responsabilità che pesava su lei sola, tutrice in quel punto della vita e della salute d'un uomo.

Tolse quindi da un armadio una fiala di aceto medicato, atto a dare una scossa energica a' sensi intorpiditi; e versandone alcune goccie sul lembo di un pannolino, bagnò le tempie del malato, indi glielo porse sotto le nari. L'infermo, riscosso di colpo, aperse gli occhi, li girò intorno ed articolò alcune voci confuse. — Incoraggiata da quel successo, la fanciulla ripetè la bagnatura. L'occhio del malato parve riavere la facoltà visiva; il suo labro riacquistò la parola. Guardò, e vide: parlò, e chiese dove fosse. Ma la sua dimanda rimase ad un tratto sospesa. Colpito da un'estasi improvisa, egli fissava lo sguardo sulla donna di angelica bellezza, che si vedeva allato, di cui non sapeva spiegare la meravigliosa apparizione. Conscio d'aver la mente confusa e trovando nel séguito delle sue avventure un vuoto inesplicabile, ei dubitò di sè, de' suoi sensi; e credette sognare. — Con un movimento inavvertito levò allora un braccio, e corse colla mano agli occhi, per rimoverne la nebbia. Quel atto gli ridestò una puntura acutissima all'omero; il dolore della ferita gli fece trovare il filo degli avvenimenti; per esso gli tornarono alla memoria ad uno ad uno i terribili istanti, che avevano preceduto una densa notte piena d'inesplicabili sogni.

Quel dolore, per quanto aspro, lo confortò; poichè gli dava certezza d'essere vivo e sveglio. Stese la mano per assicurarsi della presenza di colei, che gli stava allato — Ah quanto fu lieto in accorgersi che non era un sogno! Egli toccò, egli strinse la mano d'Agnesina.

Se alcuna volta ci accade di vedere un incendio, che investa quanto ha vicino, e consumi quanto investe, la prima e la più ovvia delle domande è: — quale ne sarà stata la cagione? E per solito ci sentiamo dire che la più perdonabile delle trascuranze, la più lieve delle imprudenze generò quello spettacolo di desolazione. — Or bene: prima di entrare nella storia di un lungo ed infelice amore, torna a conto l'accennare il piccolo fatto che lo cagionò. Quando ci saremo arrestati un momento su di esso, e ne avremo calcolato la potenza e seguito il primo sviluppo, non accadrà che una passione, perchè nata per prodigio, sia accolta come un'invenzione da novelliere.

Quella stretta di mano a cui il conte ebbe ricorso per riaver fede ne' suoi sensi, e che la fanciulla gradì, perchè il rifiutarla era atto di scortesia discorde dall'innata gentilezza dell'animo suo, fu il primo e solenne pegno di un legame indissolubile.

Ma se l'estrema conseguenza di quell'atto fu una sola per entrambi, non doveva essere identica la prima impressione che esso preduceva su due cuori d'indole omogenea, ma ben diversi tra loro.

La sensazione d'Agnesina era un misto di rammarico e di dolcezza: questa vinceva quello solo perchè il bene, che ella provava, era inatteso. Le balenò nel cuore la speranza d'aver trovato ciò, che rassoda e completa un'esistenza già esperta di mancare d'alcuna cosa, senza sapere che domandare, ed a chi. — Quella momentanea gioja era però attraversata da una vertigine, che ravvolgeva il tutto nel mistero; e quel mistero le era penoso. — Provava ella l'ansia di colui che si accosta ad un pendío rapidissimo, su cui l'arrestarsi è difficile, più difficile il governare la corsa, impossibile il retrocedere; e cercava d'essere giustificata se, per legge di un destino ineluttabile, ella fosse discesa.

Ammirava sui nobili lineamenti dell'uomo, che le stava davanti, l'eroismo della carità spinto fino al sacrificio della vita; vi leggeva il valore temprato dalla mitezza, la sapienza congiunta alla semplicità, la bellezza rilevata dalla gagliardia. — Il caso, che lo aveva condotto nella sua casa, ed affidato alle sue sollecitudini, fu da lei interpretato come un decreto della providenza. Le parve infine che le cure, prodigate a lui sì felicemente, le accordassero, qual premio, il diritto di vegliar anche per l'avvenire alla sua incolumità.

Pensieri sì varii, sì nuovi, sì disparati s'incrociavano nella sua mente con una rapidità che rifugge alla più minuta suddivisione di tempo. — Ogni sentimento non si sviluppava solo e distinto, ma rimescolato cogli altri in un tutto, d'onde emergeva quello stato indefinibile, che è ad un tempo desiderio ed angoscia, gioja ed amarezza.

Ma non una parola escì da quel labro, non uno sguardo tradì l'interna lotta dei sentimenti. — Soltanto un lievissimo rossore le accese involontariamente le gote, ed anche quello svanì inosservato all'occhio discreto del cavaliero.

Costui, anche in altro momento e nella pienezza delle sue forze, avrebbe riconosciuta ed ammirata la beltà d'Agnesina. Il suo occhio penetrante avrebbe distinto sull'angelico volto di lei quel raro e sublime pregio dell'avvenenza, che, sotto diafani lineamenti, lascia trasparire le doti ancor più belle dell'anima. — Egli dunque l'avrebbe ammirata e compresa; ma tra le gravi sue preoccupazioni, in mezzo a tante cure, la memoria di una fanciulla non sarebbe stato il suo unico pensiero, nè avrebbe a lungo sopravissuto.

Riavendosi da una terribile scossa, rinasceva, direm quasi, ad una esistenza vergine e nuova; gustava il pieno uso de' sensi, il facile respiro, il ritorno delle forze come un dono lungamente desiderato. E colla vita non ricomparivano tosto le cure accigliate, i disinganni, le pene, che ne erano in addietro compagne inseparabili. Simile a chi ricupera la vista, vedeva la luce non le ombre, il bello non il deforme della natura.

Agnesina dunque appariva dinanzi a lui, come ad un adolescente, cui tutto sorride. La sua bellezza esercitava sovra sensi ringioviniti un impero assoluto. Lo stesso languore cagionato dal dissanguamento, quanto aveva tolto alle facoltà riflessive ed alla memoria aggiungeva alla fantasia, la quale, dopo una momentanea sosta, sembrava ripigliare maggior slancio e calore. All'occhio dell'infermo la fanciulla era la bellezza incarnata, alla mente di lui era la vigile providenza; la viva ed incontrastabile apparizione dell'angelo, che veglia alla nostra salute.

XXIII.

“Dove sono io?„ disse il conte, con più chiara parola, come se la dimanda fosse rivolta a sè stesso.

“Signore, voi siete a Campomorto, rispose Agnesina con voce debole ma soave; siete nella casa di un vostro servo. Poichè il cielo vi condusse qui, permettete che qui si compia il miracolo della vostra salvezza.„

“Sento, o madonna, che il cielo mi è propizio e lo benedico. Per quanto sia stato grande il pericolo, che ho corso, questo momento di calma me ne compensa ad usura. — È bello il potere smarrire un momento la vita, quando ci è dato riprenderne una nuova, che cancelli la prima, o solo la rammenti per convincerci che il cambio è tutto a nostro vantaggio.„

Queste parole, sotto cui si velava una condanna del passato ed un confronto colla situazione attuale, non ebbero risposta. — Ma il tacere di Agnesina non era assoluto silenzio. — Col capo chino, cogli occhi abbassati, sembrava invitare quella voce a ripeterle suoni tanto graditi. — E ciò avvenne ben presto.

“Non vi chiederò, o madonna, ripigliò il conte, di narrarmi che è accaduto. Sarebbe far violenza alla vostra virtù. — Voi mi direste il vero; ma non tutto il vero....„

“Come, o signore?„ proruppe attonita la fanciulla.

“Tacereste la più nobile, la più bella avventura di questa giornata.„

“Io non tacerò che il più potente signore è ad un tempo il più valoroso fra i cavalieri.„

Non si vuole passare sotto silenzio che in dire queste parole, l'occhio di Agnesina incontrò uno sguardo del conte, e che invano tentò sfuggirlo. — Un leggiero rossore le si effuse di nuovo sul viso; — la sua voce tremante svelò l'interna commozione. — Agnesina si pentì d'aver parlato.

Il conte, accortosi di quell'imbarazzo, ben lontano d'approfittarne, avrebbe volentieri troncato il discorso, se avesse saputo come e dove trovarne un altro. Ma un sentimento di modestia, non ripugnante ad un carattere virile e guerriero, non gli permetteva di accogliere, senza restrizioni, le lodi di una fanciulla. Il silenzio che teneva dietro alle parole di lei, aveva l'aria di una accettazione incondizionata. — Egli dunque così l'interruppe:

“Ricordandovi una nobile azione, io intendeva svelar quella che voi inconsapevolmente compite al letto dell'infermo.„

Agnesina, vedendo esserle ormai impossibile di sfuggire alla riconoscenza del conte, pensò di prendersi quella parte di essa che le era strettamente dovuta, raccontando per filo e per segno quanto accadde. — Solo una cosa ella disse di meno vero: e noi le perdoneremo. — Lasciò credere che i personaggi della corte si fossero allontanati dalla stanza solo un momento prima del suo risvegliarsi. Fece anzi di più, ed insistette, perchè le fosse permesso di correre a narrare a tutti la buona novella, e ad invitare i suoi intimi a ritornare presso il loro principe. Ma costui che leggeva nel cuore della fanciulla, e conosceva che timidezza soltanto e non timore le consigliavano quella proposta, gradì la gentile offerta, e nello stesso tempo ripigliò il filo del discorso, per impedirne l'esecuzione.

“Voi, madonna, pensate che que' messeri esulteranno all'udire che il loro signore sta meglio?„

“Credete, che il loro volto attestava il più grave cordoglio?„

“Non il cuore, o fanciulla;„ e pronunciò queste parole con un tuono così severo e deciso, che sembrava voler dire: non mi si parli oltre di ciò.

Anche avuto riguardo ai tempi, cui risale questo racconto, ci sembra di dovere affermare, che in queste poche parole vi era un'amarezza alquanto esagerata. — Ma il conte in faccia ad Agnesina cedeva, involontariamente forse, ad un consiglio del cuore, che gli apprendeva a mostrarsi dinanzi a lei sotto il punto di vista il meno lieto, poichè esso era il più favorevole alle sue speranze.

Si rimonti all'origine d'ogni forte passione. Il tratto di esistenza che precede il suo nascere suol essere colorito di tinte opache affinchè acquisti brio ed incanto, ciò che vi si sovrapone. — Un affetto che ponga radice in mezzo alle gioje della vita, è di solito un appetito de' sensi, ed è, come ogni appetito, fuggevole. E allora e poi importava al conte il far conoscere ad Agnesina, che le grandezze del mondo non rendono pago il cuore; che sebbene ogni volere altrui sembrasse piegarsi inanzi ad un suo cenno, egli, il principe, nutriva in larga copia, come il più misero de' suoi vassalli, desiderj incompiuti, ed amare delusioni. — Avrebbe voluto lanciare lungi da sè la maschera lusinghiera della potenza e dello splendore per mostrarle un cuore immiserito e desolato.

Tutto ciò era verità, ma era verità stata sempre nascosta agli occhi di tutti; perchè il conte sdegnava di mendicare la compassione altrui. — Se Agnesina, senz'arte alcuna, giunse poscia a raddolcire il suo orgoglio, gli è che dessa, senza pure saperlo, aveva già trionfato del suo cuore.

Sulla sera Canziana, a passo misurato trattenendo quasi il respiro, e portando una lucerna, cui faceva vèntola colla mano, entrava nella camera dell'infermo, ed accostandosi al letto di lui, diceva sommessamente ad Agnesina:

“E così?...

“Buona nuova, rispondeva l'altra....

“Tanto meglio, mille volte meglio. In questo punto è arrivato il medico di Pavia. — Magari ei fosse venuto qui a mettere polvere sullo scritto!„

Canziana, convien dirlo, non aveva gran concetto degli uomini della scienza, e soleva ripetere che le bestie sanno curarsi bene senza bisogno di medici e di argomenti. — Ella però voleva, diciamo anche questo, medicare co' suoi empiastri tutto il mondo, non eccettuata la gente sana.

Preceduto da' cavalieri e da' servi, l'archiatro entrava poco dopo nella camera del malato. E, per vero, egli aveva un fare sì tronfio ed insipido, da rendere scusabile la sfavorevole prevenzione della governante.

Buon per l'infermo, che la prima medicatura aveva già ottenuto il migliore risultato. Il medico si limitò dunque a regalargli qualche consiglio condito delle sue più gonfie parolone. — Volle sfasciar la ferita, esaminò, palpeggiò, soffiò e concluse che non v'era nulla a fare: ma si dolse in cuor suo, che gli fosse sfuggita di mano una bella occasione di far parlare di sè: “Peccato, mormorava tra' i denti, che non siavi nemmeno una vena rotta: io vi avrei applicato il mio diaspro, infallibile nell'arrestare le emorrogie. Peccato che i dolori sian calmi: sarebbe stato mirabile l'acquetarli di un tratto, ungendo lo stromento feritore con sangue di volpe.„ E simili altre corbellerie, che allora erano pigliate sul serio, anche dagli uomini serj. Ma rassegnandosi nel pensiero d'essere, anche malgrado ciò, compensato generosamente, augurò la buona notte a tutti, e si ritirò nella sua cella. Prima di addormentarsi però lesse una pagina di quel gran filosofo d'Avicenna, dove insegna che quanto si opera al mondo esiste già fuori di esso ne' moti e nelle idee degli astri. — “Tutto sta, aggiungeva egli, nell'aprir l'occhio a segno da veder fino lassù.„ Egli intanto li chiudeva entrambi ad un beatissimo sonno.

Ne' giorni seguenti la salute del conte progrediva di bene in meglio. I cavalieri erano licenziati, e se ne ritornavano a Pavia. Se ne andava pure il medico colla coscienza d'aver fatto molto, per la salvezza del principe e pel bene della patria. Due valletti soltanto dividevano colla castellana e colla governante le cure del convalescente.

XXIV.

Il conte ebbe altre occasioni di parlare da solo a sola ad Agnesina. Egli si valse di tali colloquii per ringraziarla dell'ospitalità ricevuta, per benedire la sorte che lo aveva condotto presso di lei, per esporle nel modo il più schietto qualche episodio della sua vita. — Ma in ogni parola stava l'anima sua. Lodasse la calma presente, o rimpiangesse il funesto passato, Agnese era sempre la mistica eroina de' suoi concetti.

“La più bella virtù di una donna, le diceva un giorno, è la pietà; il più bel pregio della virtù è l'ignorare sè stessa. — Perdonate, o fanciulla, se parlando io oso distruggere questa incantevole inscienza de' vostri meriti; perdonatemi, perchè io non ho il coraggio di tacere e di sembrare un ingrato.„

Un'altra volta, rammentandole il modo un po' brusco col quale aveva interrotte le sue parole a proposito de' cortigiani, — “Agnesina, le diceva, vi parrà strano che, in mezzo a tanta dovizia, io sia solo ed abbandonato come il più misero de' mortali. — Eppure la cosa è così. — Non prestate fede al commovente cerimoniale, con cui fu festeggiata la mia salvezza.„

Agnesina commossa non dissimulava un amaro cruccio nell'udire tali parole. La comprese il conte, e ripigliò:

“Non crediate già, che io metta tutto in un fascio. Il porre in evidenza il male è rendere omaggio al bene — Dei buoni parleremo poscia; ma per trovarli bisognerà escire dalla cerchia di coloro, che mi strisciano intorno.„

“Ma perchè vi circondate di tali persone, quando altre ve ne sono, che vi amano davvero?„, soggiunse la donzella con calore.

“Chiedetelo a vostro padre, all'integerrimo Maffiolo. Egli fu sulla soglia della casa Visconti, ma se ne ritrasse; e perchè il fece a tempo, portò seco quanto aveva di più prezioso: la sua onestà.„

“Allora permettetemi che io dica che voi siete bene a compiangere.„

“Fatelo che ne avete donde. Ogni mia arte è riposta nel saper trarre partito da quella greggia, perchè non sia del tutto improduttiva. Coloro possono diventare le nostre armi, i fili arcani de' nostri negozj; amici non mai. — Ad essi confidiamo un secreto quando ne torna conto che tutto il mondo lo conosca. Accarezziamo con affettata parzialità colui sul quale si vuol far cadere la sfiducia de' compagni. Siamo lieti o mesti in faccia a loro non come lo richiede lo stato dell'animo, ma come c'importa che il mondo ne giudichi. Accogliamo i tristi senza esame e senza paura; ma se ci si presenta un uomo onesto, diciamo tosto fra noi: questo non è il suo posto.„

Agnesina ascoltava con grande interesse e con pari accoramento le parole del conte: ma non ne indovinava la cagione e lo scopo. Lungi dal riconoscere il sentimento che ella aveva destato nel cuore di lui, appena s'accorgeva di ciò che passava nel suo. Era grandemente commossa nel vedere un uomo sì potente e sì mal giudicato, invocare con umile parola la pietà di un'umile fanciulla. — E poichè di pietà il cuor suo non era povero, ella ne era larga fino alla prodigalità; senza pensare, l'incauta, che questo affetto faceva velo ad altro meno innocuo sentimento.

Canziana vedeva, sorvegliava, dirigeva ogni cosa senza giungere a colpire nel segno. Quando in ossequio ai doveri, che le erano imposti dalla sua età e dalla fiducia di messer Maffiolo, seguiva più da vicino i passi della fanciulla, e ne sindacava con feminile sottigliezza ogni atto, ogni sguardo, ogni parola, rinveniva dei dubii (se pur v'era dubio), e si consolava dentro di se ripetendo, che Agnesina era un angelo. Avrebbe però voluto che il padre affrettasse il suo ritorno, e si meravigliava della troppo lunga assenza. Al cadere d'ogni giorno, si pentiva di non avere inviato a Milano un messo per informarlo di ciò che era avvenuto al castello; ed ogni mattina si destava nella certezza che quel dì non sarebbe passato senza rivederlo. Anzi, come talvolta Agnesina erasi mostrata inquieta sul conto di suo padre, ella s'affrettava a consolarla, numerando i molti casi di un'assenza eguale o più lunga; e le parlava de' molti suoi negozj, della sollecitudine, con cui soleva mettersi a discrezione degli amici; e cercava di sollevarla dalla molestia del sospetto.

XXV.

Una volta Agnesina, per rallegrare la mesta solitudine del convalescente, dava mano ad un volume, ed apertolo a caso leggeva una ballata provenzale. Raccontavasi in essa la storia di un grande e generoso principe, che reggendo i suoi vassalli con mitezza e liberalità, aveva guadagnato l'amore di tutti, e s'era meritato il nome di padre de' suoi soggetti. Pure egli era sempre mesto, e dentro sè invidiava la serenità dell'ultimo di essi. E d'onde ciò? Egli amava una donzella ricca d'ogni virtù e bellissima; ma umile per natali e per fortuna. — Quell'amore era inoltre consentito dalla rispettosa vassalla. — Due cuori battevano di un sol palpito; ma un abisso s'apriva fra quelle due esistenze, nè umana sapienza trovava modo di colmarlo. — Che fece il principe?

“Un momento, disse il conte interrompendo la leggitrice, qual consiglio dareste voi a quello sventurato?„

Agnesina, che infervorata nel racconto non aveva conosciuto quanto fosse pericoloso, avvezza alle poetiche fole de' tempi, e a quel perpetuo inneggiare d'amore, che, a forza d'abuso, pareva rendersi innocuo, proruppe con insolita franchezza:

“Io direi al principe: — fra quel trono, che vi circonda di splendore, e quell'affetto, che vi promette felicità, scegliete.... Fortunato chi ha la scelta libera fra due tesori.„

“Ma ben più fortunato colui, ripigliò il conte con accento ancor più vivo, che può posseder l'uno senza perder l'altro: non è vero?... Continuate la vostra lettura, essa è molto interessante: vediamo come il vostro poeta scioglie la questione.„

Agnesina, che aveva pigliato a caso quel libro, che a caso lo aveva aperto, sentì dentro di sè una dolorosa incertezza nell'affidarsi alla decisione di esso. Il che vuol dire che, nella sorte di quella vassalla, ella forse già travedeva la sua. — Ma il chiudere il libro le pareva cosa troppo ardita; un tal atto l'avrebbe accusata assai più che non il proseguire in essa. — Ella dunque continuò; ma la sua voce era tremante, il suo volto rassomigliava ad un amico di buon cuore, che, per soverchia schiettezza, tradisce il secreto.

“Il principe, proseguì ella, non ebbe il coraggio di abbandonare la famiglia de' suoi soggetti. Visse lontano dall'amica sua, fu infelice: ma non mancò ai proprii doveri...„

“Egli era un eroe, colui, soggiunse con qualche amarezza il conte. — Credete però che esempii di sì prodigiosa virtù non li udrete mai che dal labro dei menestrelli. — Se il fatto fosse vero, ogni uomo esperto del mondo vi direbbe, che la virtù di quel principe nasce soltanto da freddezza di cuore — Ai poeti è permessa qualche licenza; il vostro autore se ne pigliò una, chiamando amore ciò che era soltanto una velleità passaggera.„

“Eppure, quel principe a me pare grande; ed io l'amo e l'ammiro.„

“La schiettezza avrà pure il suo merito ai vostri occhi. Ed io, confessandovi tutto che penso, guadagnerò su voi quello che una diversa opinione forse mi toglie. — Io non mi sentirei da tanto; e se amassi come colui, vorrei collocare la donna de' miei pensieri al di sopra di me; felice di sedere sui gradini del suo trono.„

Il conte rimbeccava colle stesse armi le eroiche spavalderie del provenzale. E la fanciulla ne era commossa; ma non si diede ancora per vinta.

“Io, ripigliò per ultimo Agnese, stendendo inavvertitamente la mano, che il conte raccolse nella sua, e baciò con rispettosa cortesia: io non accetterei quel seggio. — Udite le ultime parole della ballata=La donna regna nella sua soggezione quando possiede il cuore di colui, a cui donò il suo.=„

In quel momento entrò l'affaccendata Canziana. Essa non raccolse che il suono di quelle ultime parole; non vide che un libro, il libro consueto ed innocente, su cui erano rivolti gli occhi della leggitrice — Suppose qual che era infatti; che Agnesina tentasse con quella lettura di rallegrare le noje del malato. — Contenta quindi della fanciulla e di sè, si sentiva tôrre giù dal cuore un gran peso. — Povera donna!