CAPITOLO QUARTO

XXVI.

A notte fitta, mentre tutto era quiete, si udì improvisamente un battere concitato al portone del castello, come se alcuno chiedesse in fretta e in furia l'entrata. I cani vaganti facevano eco alla dimanda con urla e latrati.

Il portinajo, sceso a vedere che fosse, spedì un raggio di luce della sua lanterna attraverso ad un uscialetto praticato nell'imposta, e vide che un pellegrino, ravvolto in una vestaccia nera, con un mantelletto cosparso di conchiglie, ed un cappello a tesa larga ed arricciata, picchiava alla più bella col bordone stretto fra le due mani, imprecando e bestemmiando contro i malcreati, che non accorrevano ad aprire.

Il portinajo era uomo abbastanza sollecito; ma l'aspetto dell'arrivato questa volta lo rendeva non a caso meno lesto del solito. Passava egli in esame quell'incognito dal cucuzzolo alle calcagna; vedevagli un viso arcigno e torbido, due occhi che sotto ciglia aggrottate brillavano di una luce infida; rilevava una barba inculta che pareva posticcia; poi un fare misterioso, che gli dava l'aria d'un poco di buono. Tutto ciò, e quel furioso arietare contro la porta, i mille cancri e i cento mila diavoli spediti al suo indirizzo, gli ponevano in cuore qualche incertezza su ciò che dovesse fare. — Ma vinse il dover suo, e diè risposta al chiedente:

“Ohe, ohe, non gettate abbasso la porta — Chi è, chi batte a quest'ora?„

“Che ti pappi il diàscolo, portinajo dell'inferno, urlò il pellegrino; è un secolo che grido ai sordi — Apri.„

“A quest'ora si apre soltanto a chi dice il suo nome e le sue intenzioni — Come vi chiamate, e che volete?„

L'incognito invece di rispondere, interrogò:

“Dimmi, o cerbero sdentato, il signor di Pavia non è forse qui?„

“È qui.„

“Malato, a quanto si dice.„

“Presto guarito, la Dio mercè.„

“Ho bisogno di parlare a lui. — Fa l'ambasciata, e presto e súbito, che non ho tempo da perdere.„

“L'ambasciata? soggiunse il portinajo con nuova esitanza, e in nome di chi?...„

“In nome mio. — Va alla malora, seccafistole.„

“Ditemi chi vi manda, o vi lascio la buona notte, e torno a pollajo.„

Il pellegrino pronunciò fra' denti non so che bestemmia, ma dovette arrendersi. — Avvicinatosi, quanto era possibile, allo sportello, disse a voce bassa:

“Fa che il Conte di Virtù sappia sùbito, che un tale venuto da Milano, e ch'egli ben conosce, desidera parlargli. — Se vuol sapere chi è, digli, che si chiama...„ e pronunciò il suo nome. “Ma tieni fra i denti questa parola, finchè lo puoi. — Va difilato, e intanto lasciami entrare, e prestami da sedere, che ho le gambe aggranchiate dalia stanchezza.„

Il portinajo aperse la porta, e mostrò una panca al pellegrino: poi andò per l'ambasciata, affidando la custodia del forestiero a due grossi alani, che gli si aggiravano intorno ringhiando.

Intanto che il portinajo va pe' fatti suoi (cosa non troppo spiccia perchè tutti dormivano a quell'ora) noi diremo chi fosse quel personaggio. — Poichè il lettore dovrà incontrarlo molte volte nel séguito del racconto, tanto fa ch'ei lo conosca a dirittura.

V'ha degli uomini che nascono così tristi da lasciar credere che niuna legge, nessuna educazione, nemmanco l'interesse, varrebbero a rinsavirli ed a migliorarli. Essi sono nell'ordine morale quello che nella natura fisica sogliono essere certe costituzioni orribilmente deformi, che la scienza oppignora ancor vivi, per esporli a suo tempo in un museo di patologia.

Il nostr'uomo, quanto all'animo suo, era di questo numero. — L'egoismo, la doppiezza, la perversità fuse insieme, facevano di lui il tipo dell'uom malvagio; l'astuzia vi aggiungeva l'arte di usare a proposito e con certa parsimonia i suoi mezzi, onde in caso di mala fortuna poter sempre, com'egli diceva, cascare in piedi.

La sua nascita era un mistero. Nelle vicinanze di Medicina, terra del Bolognese, una povera donna, nello spazzare la neve che ostruiva la porta del suo casolare, vide un bambino appena nato, ravvolto in luridi cenci e deposto in un tegolo, che gli serviva di cuna. — Lo raccolse, lo riscaldò, lo nutrì; e poichè essa aveva una nidiata di figliuoli, ve lo aggiunse, imponendogli il nome di Benvenuto e dicendo: — “che tu lo sii davvero: è un atto di carità, che facciamo: il Signore ce ne terrà conto„.

In quella famigliuola egli era infatti riguardato come un figlio; nè più, nè meno. — Ottenne le più solerti cure durante la fanciullezza; ed una congrua misura di pane e di lavoro nell'adolescenza. — Solo non in egual proporzione gli spettavano le bravate della massaja, e gli scappellotti del castaldo. Perocchè il lupacchino mostrava già i primi istinti della sua natura malvagia, e morsecchiava senza pietà quella mano, che lo aveva beneficato.

Un bel dì (aveva egli dieci anni, ed era incaricato della sorveglianza del porcile) spingendo davanti a sè i due più tondi e più luccianti tra' suoi allievi, diè le spalle alla capanna coll'animo risoluto di non ritornarvi più. Viaggiò tutto il giorno finchè credette d'essersi tanto allontanato da rendere vana ogni ricerca. — Sulla sera si nascose in una foresta; e vi trovò un placido sonno, come se quel giorno fosse del tutto simile agli altri. Il dì vegnente licenziò i suoi due allievi, cedendoli a taluno, che passava: e questa volta non fu indifferente, come nel dividersi da' suoi benefattori; ma tripudiò, poichè intascava non so quante monete.

Da questo momento, egli credette esser libero e ricco: con quello scarso peculio pensò poterla durare tutta la vita. — Miserabile! quel denaro che non valeva ad assicurargli l'indimani, bastava a sviluppare nell'animo suo il germe del male, che ancora vi stava latente. Di là i primi colpevoli desiderj, le voglie imperiose, le indeclinabili necessità.

Esaurite quelle poche monete, e ciò avvenne assai presto, era mestieri procurarsene delle nuove: con ogni mezzo però all'infuori che col lavoro. — Egli sapeva mettere la mano sulla roba d'altri: ma alla arrischiata violenza della rapina preferiva l'arte più sicura di uccellare la buona fede altrui. Possedeva il tetro talento dell'intrigo e il freddo calcolo, che lo circonda d'infallibili mezzi. Tentò le prime prove; vi riuscì, e fe' baldoria: ritentò, fu scoperto e tradutto davanti alla giustizia.

XXVII.

La pena non deve essere vendetta; è il rimedio che la società amministra a' suoi membri infermi, affine di guarirli, o di migliorarli. — Ma come poteva raggiungere sì nobile scopo la legge d'allora, se poco vi si accosta l'odierna? Il carcere nasconde il reo, non lo guarisce; è il palliativo che tempera il sintomo, e lascia vivere nella sua interezza la cagione che lo riproduce. Che anzi in quella fogna, in cui s'ammonticchiano colpe e misfatti, errori della mente e perversità di cuore, la miseria ed il vizio, il germe del male si feconda e vegeta come il seme d'erba cattiva in un letamajo. I più scelerati, che non hanno nulla ad imparare, insegnano; i meno colpevoli, docili alla lezione, a poco a poco ricingono il triplice bronzo, che fa tacere ogni sinderesi; tutti infine, immersi nel contagio, contraggono quella pandemia, che sostituisce all'elemento vitale un'aria satura di veleni.

Benvenuto entrò in carcere cattivo; ne uscì pessimo. — Nella vergognosa scioperataggine della prigione fece dell'abituale tendenza all'ozio una seconda natura; prelibò le lubriche teorie del libertinaggio, vagheggiando il momento di tradurle in pratica; conchiuse infine che il vizio è tale idolo, che ben merita un culto arrischiato. — Con queste idee riguardò nella legge non tanto il nemico che si combatte, quanto l'avversario leale, che facilmente si elude. Alle minacce delle gride e dei bandi oppose il raggiro, la menzogna, lo spergiuro. — Una volta con tai mezzi ingannò i giudici: si sottrasse un'altra all'ergastolo colla fuga: ruppe il bando, mentendo nome ed aspetto: scampò al patibolo vendendo alla giustizia i nomi dei suoi complici.

Saltando a piè pari una gioventù piena d'avventure e d'ignominie, arrestiamoci ad esaminare i primi anni della sua maturità, in cui egli comincia ad essere attore del nostro racconto. Quando si conosce il luogo da cui si parte e quello a cui si arriva, riesce facile l'indovinare la strada intermedia che si è percorsa.

Nell'anno 1369 Benvenuto trovavasi a Pavia. Da qualche tempo egli viveva in pace colla giustizia, non che fosse divenuto migliore, ma perchè si era messo all'ombra di un potente, e sapeva contenersi entro i limiti di quella cauta malvagità, che la legge non giunge a colpire.

Colla giovinezza, passò in lui la sfrenata prodigalità. Voleva essere economo, avendo, com'egli diceva, una numerosa covata di bamboli a nutrire, e ne' suoi bamboli affamati egli raffigurava i suoi viziacci.

Egli era d'alta statura, di forme robuste, di movimenti più rigidi che franchi. Aveva un star ritto della persona, che pareva rialzarlo fra gli eguali, ma che indicava arroganza, non coraggio. Il volto era improntato da certo maschio vigore, che faceva dire a chi lo vedesse per la prima volta: il bell'uomo! ma non vi era chi lo rivedesse, senza apporre una riserva al suo giudizio. Tutti in fine concludevano che il bell'uomo doveva essere un gran furfante. Le tinte floride del viso prevenivano in suo favore; una certa fronte alta e libera lo qualificava uom d'ingegno, ma il suo sguardo era sinistro. Invano avresti cercato discernere il nero delle sue pupille incavate nell'orbita, e sepolte sotto una folta gronda di peli. Guardandolo a poca distanza, le due occhiaje, ravvolte in un'ombra tetra, parevano le luride cavità di un teschio. Le sopraciglia, scendenti nel mezzo del viso e quasi congiunte tra loro, sembravano le misteriose insegne di satana vestito di forma d'uomo. — I capelli, radi a' due lati sulle tempie e scendenti ad angolo acuto nel mezzo della fronte, crescevano rilievo a questa apparenza. — La voce era non più simpatica dello sguardo: cupa, misteriosa, alquanto nasale. Egli or gridava, or parlava sì basso, da non essere inteso; sempre però senza inflessione de' suoni e senz'armonia.

Sulla piazza più frequentata della città, da una impalcatura di legno abbellita all'ingiro delle più stravaganti pitture, Benvenuto, in abito da cantambanco, dispensava alla stupida plebaglia i tesori delle scienze occulte; polveri e boli d'infallibile effetto, di meravigliosa potenza, rimedj per guarire ogni male fino la gelosia de' mariti, filtri per avere degli amanti o mantenerli fedeli, l'arte di rendere sonniloqui i dormienti, e di scoprire i segreti della propria ganza. — Distribuiva a dozzine, a centinaja, amorosi strambotti ed oscene figure. — Leggeva l'avvenire, la buona e la mala fortuna, a chi, stendendo la mano per dargli una moneta qualunque, gli porgeva il palmo da esaminare. — Offriva poi su di una immensa cartaccia, stranamente delineata, il grande spettacolo de' cieli, diviso nelle sue dodici case; mostrava quali erano le potenti, le medie, le infime; e come e quale influsso avessero sulla vita e sulla felicità dei mortali. Il suo uditorio era sempre affollatissimo; e fu allora, che cessò d'essere chiamato Benvenuto, pigliando dalla patria e dalla professione il sopranome di Medicina.

Le sue predizioni erano sempre spacciate con un linguaggio ad arte ambiguo e misterioso; onde, checchè avvenisse, il profeta avesse sempre ragione; il torto era di colui che lo aveva franteso. Sapeva d'altronde che è gran diletto del vulgo l'assistere a ciò che non comprende. Gli bastano le parole tuonanti, la voce stentorea, e i bisticci insensati. — Ei gliene prodigava a bizzeffe.

Intanto spremeva gli spiccioli dalle tasche de' poverelli che accorrevano a lui per sapere, per scoprire, per risanare. Oggi piativano il pane per conoscere se dimani, o l'anno appresso, o prima di morire, sarebbero ricchi; e, confortati dai lieti presagi del ciurmatore, calmavano la fame odierna colle ridenti illusioni dell'avvenire. A questo modo le vili monete, ammucchiate nella soffitta di Benvenuto, formarono ben presto somme considerevoli. A suo tempo egli le cangiava in bei ducati d'argento e in scudi d'oro; ed avviava con essi un altro ben più pingue commercio.

Consisteva questo nel dare a mutuo somme più o meno rilevanti, a chi stretto da urgente bisogno glielo chiedeva colle preghiere, colla importunità. Guai a chi avesse tentato sedurlo con promesse; egli diceva di non voler stringere negozioni con alcuno, ma si compiaceva ad ajutare chicchessia, appena il potesse. — E questo “appena il potesse„ era la chiave de' suoi secreti, la posta del suo illecito gioco.

Non cercava mutuatarj, perchè la gente accorreva da lui, preferendo lasciarsi dar la corda da un tristo, anzichè, togliendo a prestito con tutte le regole del foro, mettere a nudo le proprie vergogne.

Medicina al primo invito, non rispondeva; ad una preghiera, rimetteva la cosa a tempo; e, quando alla fin fine assentiva, non dava adito a parlare di condizioni, dicendo che ve ne doveva essere una sola e semplicissima: quella cioè che i patti del mutuo fossero stesi da lui.

L'usura soleva essere una e modica per tutti: dimodochè il chirografo, irreprensibile sotto ogni aspetto, sembrava un atto scritto davanti a notajo. — Ma la mangeria stava per tutti in un punto; vale a dire nella cifra del capitale mutuato, che subiva una addizione più o meno importante a norma dei casi; e nella data fittizia del mutuo, che, allo stringere del contratto, stabiliva un credito precedente, in favore del mutuante; credito che di fatto non poteva esistere.

A tali durissime leggi piegavano la fronte con più o meno cruccio, ma colla rassegnazione della necessità, coloro che, avvolti in negozii spallati, chiamavano fortuna il ritardare, fosse anche di un giorno, l'inevitabile ruina. — Vi si adattavano di buon grado, quasi senza nemmanco curarne le conseguenze, i giovinastri scioperati, che, occhieggiando un'eredità, non attraversata che da un fil di vita di qualche vecchio parente, amavano darsi buon tempo, e far de' brindisi alle future grandezze. — Vi accorrevano infine altri imbroglioni, suoi pari, falliti od affamati a segno, che tutto che offrisse loro da vivere un giorno, era un gran favore della providenza.

Oltre ciò, Medicina col suo genio negli intrighi, col suo essere con tutti e dapertutto, col fiutar sempre egli interessi degli altri, sapeva fornirsi a dovizia di una merce, che egli poi rivendeva a peso d'oro. Era questa la promessa del secreto.

Fervevano a que' tempi in Pavia le ire di parte suscitate dal mal governo di Galeazzo Visconti e dalla memoria rinverdita del più tollerabile dominio de' Beccaria. In varie città dello stato, a Voghera anzitutto, già si manifestavano i prodromi della rivolta; e varie famiglie pavesi, legate coi malcontenti, ne favorivano lo sviluppo. — La trama de' vogheresi fu scoperta e soffocata ne' supplicj. Il castellano di Voghera e suo figlio, erano mandati alle forche, e sessanta cittadini creduti rei di quella congiura non fallivano alla delira investigazione de' giudici, confessando la loro complicità fra gli strazii della tortura. — Tremavano gli scontenti di Pavia; ed avevano il capo basso e l'aria compunta, per non dar nell'occhio agli inquisitori. — Ma l'avveduto Medicina, che sapeva dar di naso dapertutto, li conosceva ad uno ad uno; e quando incontrava questo o quello, a quattr'occhi e con un'aria di mistero, come se fosse tutto cuore, chiedeva conto de' fatti loro, dei pericoli scampati, di quelli che ancora li minacciavano: e, per tal modo, finiva d'impadronirsi d'un secreto, il cui deposito doveva costar gli occhi del capo agli incauti.

Eppure colui, che in cima ad ogni pensiero poneva il culto de' suoi più vili interessi, in qualche rarissima circostanza ed in via di semplice eccezione, aveva saputo transigere colla insaziabile sua voracità di denaro. — Forse che egli provasse alcuna volta gli inviti della coscienza, o che cedesse alle attrattive della virtù? Mai no. Ciò avveniva quando un'altra passione, più imperiosa ma non più nobile, lo inebriava colle visioni d'altri lusinghieri allettamenti. — Eccone un esempio.

XXVIII.

Medicina era tra gli accreditati clienti di un certo Bertolino de' Sisti pavese, che teneva osteria in una delle più deserte strade della città. Ancorchè la professione costringesse l'oste a praticar sempre con abbietti furfanti, egli s'era serbato onesto, servizievole, discreto: insomma era una perla d'uomo.

Il ciurmatore, sparecchiato il suo palco ed insaccati i suoi terzuolini, accorreva ogni sera a quella bettola, e vi faceva buon fianco, gustando gli intingoli più ghiotti regalatigli da Messer Bertolino, ed ingolando la sua posca, che gli sembrava fino siroppo, quando gli era versata da Maria, la figlia dell'oste.

Le sue fermate colà s'andavano prolungando per più ragioni. — Dimezzava ogni boccone per far tempo; perchè intanto, vigile sempre sugli interessi altrui, provedeva ai proprj. A questo fine, teneva conto d'ognuno che andasse o venisse; ammiccava le facce nuove con quella penetrazione che di colpo indovina; e dalle vecchie conoscenze succhiava novità e commenti. — Ma cadeva in un nuovo mondo quando era al cospetto della bellissima Maria; per lei, obliata la sua bieca taciturnità, veniva a paroline inzuccherate, con lei lodava perfino la bevanda inacetita della sua cantina, e nel pagare lo scotto non rivedeva il conto, anche quando v'era somma d'avanzo.

Quale fosse la cagione di questo repentino mutamento, ognuno l'indovina; ed ognuno forse avrà già preveduto, che il germe di un sentimento educatore caduto in animo tanto abbietto non doveva recar buoni frutti. Anche il liquore più generoso e l'acqua più pura, deposti in vaso immondo, s'intorbidano, si guastano, sanno di muffa.

Bertolino faceva il suo mestiero con zelo e con coscienza. — Sempre attento a che nessuno osasse fare oltraggio alla sua cara figliuola, non guardava poi tanto pel minuto agli svagati dileggini, se alcuna volta si permettevano di esternare con parole, condite di un'equivoca galanteria, la loro ammirazione. — “Fin qui, egli diceva, quelle frasche non ripetono che una troppo chiara verità„. Maria, egualmente bella che savia, viveva in quella tresca, senza che la sua bellezza, e l'ingenuità del suo cuore, ne venissero meno. — Pareva che ella evitasse il contatto d'ognuno; che quell'aria pregna di miasmi inverecondi non ascendesse fino a lei. Accorreva sollecita a chiunque la dimandasse; accudiva a tutto; tutti rendeva paghi; ma non alzava mai gli occhi, e non diceva parola, che non fosse strettamente richiesta dal suo mestiere.

Se fosse possibile rappresentare il demonio in atto d'adorare un angelo, converrebbe ricorrere a questa imagine per dare un'idea precisa della pietà tenera e compunta, che il ciurmatore provava ogni volta s'incontrasse in Maria. Quello stesso contegno asciutto e riservato, che la rendeva severa ad ogni parola dubia, fuggevole ad ogni superflua chiamata, lo incapricciavano tanto più, in quanto che di solito in que' convegni incontrava una loquacità, libera e sfrontata, sollecita sempre, e troppo, a prevenire ogni suo desiderio.

Quel malvagio era dunque forzato ad inchinarsi davanti alla virtù modesta, che non provoca per vincere, ma disarma per non combattere. — Più e più volte egli era venuto colà col fermo proposito di smettere tante insipide monellerie, tanti vuoti sospiri, e di andar per la via più dritta: ed altretante volte aveva dovuto confessare a sè stesso la propria impotenza. Fuori dell'osteria egli intavolava progetti infallibili, nutriva fermi propositi, per la giornata, pel momento stesso del suo arrivo; dentro di essa e sotto l'influenza di due occhi, che non si volgevano su lui se non a caso, rimetteva tutto ad un dimani, che non arrivava mai.

Ma a lungo andare, il genio del male doveva nutrire la speranza di un trionfo. Gli eletti profumi della virtù, che comanda riverenza, languivano inavvertiti, quelli della voluttà facevansi ogni dì più acri ed inebrianti.

Per uscire alla fine da quella puerile riservatezza, che lo conteneva sempre alle stesso posto, egli ripudiò l'improvida temperanza, che da qualche tempo, in ossequio alla sua nuova passione, aveva adottata. — Da frequenti e più laute libazioni aspettò ed ottenne la rabida petulanza necessaria a spianargli la via. Chiese a Bertolino, e pagò pronti contanti e senza stiracchiature, quanto aveva di meglio nella sua cantina. Il dabben uomo, non vedendo in ciò che il lecito suo guadagno, accorreva a servirlo; egli stesso toglieva la polvere alle più venerande bottiglie, le sturava e mesceva al suo avventore l'oblío d'ogni rispetto, preparando a sè ed alla sua casa una fatale esazione d'attentati e di oltraggi.

Ben s'avvide Maria di quanto accadeva in suo danno. Ella aveva scoperto già da tempo che le occhiate del ciurmatore non erano casuali ed innocenti; aveva raccolto alla sfuggita le parole di lui, e benchè non ne comprendesse bene il senso, perchè velate da plateali eufemismi, non pertanto ignorava le procaci intenzioni di chi osava pronunciarle.

Dir tutto a suo padre fu il primo, il più spontaneo partito che le si parò alla mente: e fu sul punto di farlo. — Ma la ragione, coll'esempio d'altre simili procelle scongiurate dalla sola prudenza, ne la sconsigliò; mostrandole l'inopportunità di muovere querela per vaghe supposizioni, ed il pericolo di produrre uno scandalo, i cui effetti ricadrebbero per intiero su lei e sulla sua casa.

Forte della propria virtù, certa che nè promessa nè minaccia avrebbero mai potuto smoverla da' suoi propositi, vigorosa così di nervi come d'animo, pensava di poter sfidare le indirette provocazioni di un uomo rotto dalla crapula e destituito d'ogni attrattiva. Se le fosse stato meno spregevole, avrebbe dubitato di sè; l'odio, in questo caso, era il talismano della sua salvezza. — Nella sorda guerra, che le si moveva, prese il partito di evitare gli scontri, e di lasciarsi vedere il meno possibile.

Tacque pertanto, e riescì qualche tempo a meraviglia ne' suoi piani. Solo, per maggior cautela, indusse suo padre ad associarle, negli officii di famiglio, un garzoncello; dicendogli, che il suo negozio andava prosperando, che ella non bastava alle chiamate di tanti avventori, che dalle sue lentezze forse taluno avrebbe potuto pigliar disgusto e sviarsi, e cose simili. Il padre, cieco d'amore per sua figlia, benchè non vedesse altra novità nella sua taverna fuor quella che messer Medicina beveva vernaccia e non più vin da torchio, aderì di buon grado alla dimanda; assoldò un vivace giovinetto, e lo pose sotto gli ordini di sua figlia.

Medicina, che ormai non aveva più alcun dubio sui sentimenti di lei, indovinò sùbito che fosse quella novità; e, se da principio l'accolse con stizza mal repressa, l'accarezzò più tardi come una tacita sfida, come un insulto, che dimandava vendetta.

Da quel giorno non aspettò che Maria s'avvicinasse al suo deschetto per affrontarla co' suoi motti svergognati. Egli stesso, ogni volta che ne ebbe occasione, sopratutto se il padre era lontano od occupato d'altre faccende, moveva in traccia di lei, talora cercando impietosirla colla preghiera, tal altra investendola col sarcasmo e colla minaccia.

Quanto durasse questa vergognosa lotta, non lo sapremmo dire. Certo è che dei due contendenti, il più saldo era Maria. — Ferma sempre ne' buoni propositi, ella non aveva d'uopo di fare appello alle sue forze, per trovare armi a custodire le proprie virtù. — Medicina invece, infiacchito da una passione brutale, non sapeva rendersi conto se più valesse l'odio o l'amore per lei. Avrebbe voluto vederla morta; ma prima saperla disonorata. — E se egli non giungeva ad essere l'assassino del suo onore, ch'altri almanco lo fosse; purchè ella cessasse di portare in trionfo una virtù balda ed invulnerata. — Nelle sue notti insonni egli accarezzava visioni di sangue. Il pugnale, immancabile ministro delle sue vendette, riposava da gran tempo nella guaina; perchè da gran tempo non aveva provato un inferno simile a quello, in che era sospinto da una donnicciuola. “Ucciderla, egli pensava tra sè, e poi uccidermi... Ma a qual pro?„ gli gridava in cuore una voce codarda, per avvertirlo che i patti di una simile vittoria erano troppo gravi.

Spaventato del suo stesso furore, rinveniva a più mite consiglio; ma solo perchè il suo cuore riposasse quanto era d'uopo a riaver lena e ad erompere nei suoi vagheggiati delirj.

“Ucciderla sì, urlava poco dopo, scannarla; ma io vivere per maledire la memoria della sua vantata virtù; vivere non più per lei, ma contro di lei, perchè la vendetta non si estingua colla debole vita di una feminetta, ma continui su quanti l'hanno amata...„

Col riapparire del giorno, quegli accessi di follia si acquetavano alquanto. Medicina non disconosceva l'importanza e la probabile necessità de' suoi progetti di sangue; ma avrebbe voluto tentare di giungere, per altra via e con minori pericoli, allo stesso scopo.

“Non hai mai veduto, diceva egli a sè stesso una mattina dopo una veglia d'inferno, una bella parete, su cui sia steso di fresco un bianchissimo getto lisciato colla nettatoja? Il più meschino furfantello, a cui quel liscio e quel pulito non garba, dà egli fuoco alla casa per sì poco? — Mai no; ei lo sfregia e lo deforma in men che io non lo dica. Imita il baroncio, o Medicina; insudicia quel biancore, che ti fa specchietto, e metti in disparte il pugnale.„

XXIX.

In mezzo a tante e sì opposte passioni, che avevano per altro comune la sorgente da cui scaturivano, i progetti di Medicina, elaborati tra le angosce delle sue veglie, rassomigliavano alle discussioni di certe adunanze turbolente, in cui la tesi primitiva fatta a brani, per così dire, dagli agitati oratori, devía dal suo punto di partenza, e, dopo aver errato su di un terreno ignoto, decide alla fine ciò che non si era nemmanco pensato di proporre.

La prima idea del ciurmatore era rivolta al possesso di Maria, ad averla ad ogni patto, non escluso quello di farla sua per tutta la vita, ne' modi onesti, dando cuore per cuore. Ma la conclusione, a cui arrivava, dopo una lunga vicenda di tentativi e di sconfitte, dopo mille progetti ed altretanti pentimenti, era affatto diversa, era opposta. — Egli deliberava di ferirla nell'onore, di far strazio del suo nome: il tramite, che congiungeva questi due disegni così disparati fra loro, non deve essere un mistero per chi sa, come il delirio dell'amore lo avesse condotto a quello della vendetta.

Ora lo scelerato poteva giungere al suo scopo per due vie. La prima, che sodisfaceva in parte alle antiche idee, gli presentava qualche difficoltà, ma gli prometteva un doppio compenso. Bisognava aspettare il momento opportuno d'esserle vicino, affrettarlo, prepararlo coll'astuzia, se era d'uopo; la brutale passione avrebbe poi fatto il resto. — L'altra era più facile e sicura, tanto che la sfrontata arditezza di quel malvagio quasi si vergognava di seguirla. Un racconto qualunque, fosse pur fondato su di una lieve apparenza, o su di una menzogna, bastava a dar vita alla più micidiale calunnia. — Spettava a lui l'ordirla, a lui il fidarla alla loquace maldicenza delle comari; ed in un sol giorno il vitupero di Maria sarebbe sparso a mille e mille esemplari nel mondo. Ravviata la fiammella, non avrebbe poi mancato di soffiarvi dentro, per tener vivo l'incendio. — Medicina ebbe ricorso al primo dei due partiti, perchè in esso vi erano per di più tutti gli elementi alla buona riuscita del secondo.

Un dì o, diremo meglio, una sera, perchè era bujo fitto, il ciurmatore s'avviava, come di solito, alla taverna, giurando solennemente entrò sè di mostrarsi altr'uomo da quello che era stato fino allora. — A caso, in quel momento le due camere terrene, che formavano la sala e la credenza del taverniere, erano stivate di gente. S'adombrò sulle prime come alla vista d'altretanti testimoni della sua ribalderia; se ne rallegrò poco dopo, vedendo che tutti avevano gli occhi sul proprio desco; tutti erano infervorati ne' discorsi.

Quel ridotto aveva il più squallido aspetto. — Si discendeva in esso per quattro gradini di mattoni collocati a coltello. Le muraglie cosparse di macchie e di strisce, riflettevano qua e là le tracce ora fosche or lucenti di un'umidità abituale. Il pavimento, coperto di un pattume fangoso, era ingombro de' nauseanti rilievi delle mense. Sfilavano all'ingiro i rozzi deschetti coperti da grossolane tovaglie, su cui erano impresse le glorie dei pasti di una settimana. Dalle lucerne rade e bisunte pioveva una luce sinistra più intensa al basso, nella parte superiore offuscata da una nuvola di fumo, che si svolgeva dai lucignoli negletti. — Era la più bella scena per un pennello fiammingo; ma sarebbe stato ben più serio e svariato tema per un filosofo, che volesse entrare nelle midolle di quella riunione scioperata, e definirne uno per uno i sentimenti, i gusti, il linguaggio.

Medicina al suo entrare, salutò le vecchie conoscenze, e senza accostarsi ad alcuno, andò a sedere in un angolo della credenza, a fianco della porta che metteva ad un corridojo ed alla cantina. — Scelse quel posto, il meno ambito d'ogni altro, per isfuggire agli occhi di tutti, e perchè o presto o tardi per quella porta sarebbe passata Maria.

Per mettere in perfetta quiete ogni possibile apprensione di Bertolino, comandò che gli fosse recato quanto aveva di più squisito, e chiese non uno ma due fiaschetti; non la solita vernaccia, ma la più spumante delle sue malvagíe.

Bertolino, a quell'ordine, metteva sossopra tutta la casa; perchè avventori così splendidi gli fioccavano di rado. Spediva il garzone in cantina, la figlia a cercare biancheria di bucato; ed egli accorreva ai fornelli, dove in una pentolina di terra fumava un intingolo, che non poteva temere confronti, perchè era l'unico.

Il ciurmatore non mangiò; aveva una gravezza sullo stomaco che gli toglieva ogni appettito; ma pur, non volendo dare a conoscere che qualcosa gli frullava pel capo, si finse a meraviglia il diluvione delle altre sere, facendo scorrere a terra quanto aveva sul piatto, ed invitando il cagnuolo della casa a cenare in sua vece. — Fe' miglior viso ai due fiaschi. Il primo bicchiere gli aperse la via agli altri; e con un po' di proposito, se non colla voglia consueta, diede fondo ad entrambi. Però quella malvagía gli sembrava insipida; e se non l'avesse riconosciuta agli effetti, quanto al gorguzzolo non sapeva giudicarla migliore del solito agresto.

Brillava sul volto di lui il fuoco sinistro di quella mezza ebrietà, che centuplica le forze, e lascia sopravivere quanto senno è necessario a guidare un'impresa arrischiata e ribalda. Le sue guance, già di solito colorite, erano ardenti come quelle di un febricitante; l'occhio lucido ed injettato guizzava per ogni dove, codiando tutti e tutto. Le labra imporporate dal vino, sciogliendosi di tratto in tratto dalle strette, cui venivano assoggettate da un convulso digrignare dei denti, mostravano il livido delle morsecchiature, e si atteggiavano in modo da lasciar dubio se preparassero un sorriso od una bestemmia.

L'interno della bettola aveva intanto ripreso un aspetto più tranquillo. Alle grida degli avventori succedevano le calme discussioni. — Un gruppo s'occupava d'una importante sfida coi dadi. I giocatori circondavano il tavoliere, muti se scuotevasi il bossolo, vivi e loquaci al gittare le sorti. Chi non era della partita, arrischiava di traverso una moneta, scommettendo per la fortuna di questo o di quel dadajuolo. Bertolino era del numero; e, per distoglierlo in quel momento dalla sua occupazione, non avrebbe forse bastato un comando di Medicina. — Questi vedeva, e taceva aspettando soltanto che la partita fosse ben bene impegnata.

Il garzone sedato sur una banca, abbandonate le braccia al tavolo ed il capo tra le braccia, dormiva placidamente. — Solo Maria, che pure avrebbe potuto starsene un po' tranquilla, attendeva a riordinare il salotto, a rimettere gli utensili nell'armadio, ad ammucchiare le stoviglie, a ripiegare le biancherie. — Quel darsi moto la faceva essere più sicura; ella sfuggiva con quest'arte all'insistente persecuzione di uno sguardo odioso. — Correva quindi dalla sala alla credenza, da questa al corridojo, e ritornava sollecita per ricominciare la stessa corsa; tutto ciò senza dir parola, senza far strepito.

L'androne era perfettamente oscuro. — Quando Medicina pensò che fosse venuto il momento di mandare ad affetto i suoi disegni, visto che Maria vi si era inoltrata, le tenne dietro a passo leggiero coll'intendimento di raggiungerla in capo ad esso. Quella febre fittizia, che commove la volontà e rinvigorisce la mano, se l'era procurata ad arte, per aver fermezza e coraggio all'opera; ma i piani di questa erano stati concetti e maturati nel completo possesso della sua ragione.

Visitò giorni prima la stanza, l'uscio, l'andito attiguo, e non risolvette di metter mano all'impresa se non quando ebbe la certezza d'uscirne trionfante ed impunito. Entrando quindi nel corridojo, fu sua prima cura di chiudere dietro a sè la porta che lo separava dalla credenza. — Sapendo che il chiavaccio era unto, lo fece scorrere nelle anella; certo che non avrebbero mandato cigolío. — Due passi più avanti all'altezza di un uomo v'era una finestruola sguernita di grata, e protetta solo da un'imposta sconnessa. Ei salì mettendo il piede al sicuro, l'aperse, protese il capo all'infuori, e riconobbe, alla luce delle stelle, che all'intorno non v'era anima viva.

Questa doppia precauzione aveva per iscopo di impedire che le grida di Maria, ove questa gli usasse il mal garbo di alzar la voce, giungessero fino alle orecchie della gente che era al di fuori. La finestra era stata aperta allo stesso fine, perchè l'aria libera si portasse via con sè ogni parola un po' calda, ogni gemito mal represso; ma più ch'altro aveva avuto di mira di schiudersi alle spalle una ritirata in caso di sorpresa. — Medicina conosceva perfettamente la situazione della casipola; sapeva che quella finestra guardava in un orto; che quell'orto, cinto da una siepaglia disfatta, metteva ad una delle più deserte vie della città.

Tutto ciò non fu che l'affar di un momento: ma quel momento bastò alla fanciulla perchè s'accorgesse di tutto. — Nella fitta oscurità, che regnava in fonde dell'androne, ella aveva acquistato tanta sensibilità delle pupille, che, alla fioca luce della finestruola, potè riconoscere chi l'inseguiva. — Comprese e inorridì: comprese che la fuga era impossibile, e che le grida erano vane. — Raccomandò a Dio non la sua vita, ma l'onor suo; e rincantucciata in un angolo, più indignata della sceleraggine altrui, che intimidita dal proprio pericolo, attese gli eventi.

“Maria, prese a dire il ribaldo con un tuono sommesso ed ipocrito, che vi ho mai fatto io perchè mi vogliate tanto male?„

“Vi giuro o Messere, soggiunse la fanciulla con calma dignitosa, che io non risponderò ad alcuna delle vostre dimande, se non dopo che avrete aperta quella porta.„

“Non volete che questo? l'aprirò quella porta a piacer vostro, fra un istante, subito; ma ad un patto....„

“Aprite dunque;„ l'interruppe la fanciulla rafforzando la voce su quel dunque quanto illogico, altretanto solenne ed imperioso.

“Piano, piano; un momento, prese a dire Medicina, mutando stile, — se l'ho chiusa non lo feci a casaccio....„

“Aprite, vi ripeto per l'ultima volta.... se no....„

“Minacce: e a chi e perchè?.. ben sapete che io non sono un fanciullo, e che prima di operare ci penso due volte.... Se la pillola vi sembra amara, meglio è per voi ingojarla di un tratto.... Ma che? soggiunse in tuono di scherno, mi volete far credere che sulla gruccia della civetta stia appollajata una colomba? — La modestina, la beatina! oh vè, la fenice delle fantesche da cánova! Vergogna! Vi debbo apprendere io a fare il vostro mestiere?.. Ah, ah.... ma avete anche voi i grilli..., li abbiam tutti; anch'io ho i miei; non fosse altro quello di basire dalla passione. In grazia vostra, vedete, me ne vo, tutto sciolto in lacrimuzze, pel buco dell'acquajo.„

La povera fanciulla fremeva, all'udir quelle parole svergognate, ma non fiatava. Il pericolo si faceva più grave, più imminente; ed ella non aveva ancor trovato nè scampo nè ripiego. — Ma il coraggio non le era per ciò venuto meno.

Quel tacere crebbe la parlantina e l'ardire del ribaldo. Egli, che s'aspettava una salva d'ingiurie, credette leggere in quel silenzio il principio di una rassegnazione mansueta.

“Non hai niente a ridire, o fanciulla. — Meglio così. — Già un giorno o l'altro ti bisognerebbe cascare nelle unghie di qualche nibbiaccio. — V'ha nella tua taverna d'assai peggio di me.„

E in dire queste ed altre parole, della cui impudenza la nostra penna da qui in avanti non si vuol far complice, egli tentò avvicinarsi a Maria. — Stendeva le braccia a caso, e le agitava a guisa di un nuotatore inesperto. Mezzo brillo com'era, a quella luce semispenta egli non giungeva a scorgere che cosa avvenisse davanti a sè. Ma il luogo era ristretto, e Maria non poteva sfuggirgli. — Alla fine, dopo una serie di tentativi inutili, alternando svenevolezze ed imprecazioni, giunse a ghermirla per un braccio, e, tiratala a sè di viva forza, la strinse alla cintura fra i suoi artigli di ferro.

Ma se l'uno impiegava membra maschie, rinvigorite in quel punto da una passione selvaggia, l'altra, povera e debole donna, aveva per sè l'agilità della prima gioventù, la prontezza dei movimenti, l'uso completo di tutto il suo senno.

Con un moto inatteso e rapido, ruppe Maria la cerchia che la stringeva, e, spinto lontano da sè lo sciagurato, corse a rimpiattarsi presso alcuni ordigni accatastati nell'angolo del corridojo, perfettamente dicontro ad una porta semichiusa, che mascherava la scala della cantina.

Il candido fazzoletto, che le copriva le spalle, ripercosse la scarsa luce di riflesso, che si effondeva dalla finestra, e svelò al ciurmatore il posto, in cui s'era ricoverata la sua vittima. — Tanto bastò perchè egli tornasse all'assalto. Inferocito nel vedersi respinto, ed a quel modo e da una debole donnicciuola, corse a lei, spiccando un salto simile a quello di una fiera, che assale la preda al varco. — Covava egli nell'animo i più neri propositi; agitava in pugno uno stiletto risoluto di far sangue e di ucciderla, dopo averla straziata in ogni maniera.

Non sapremmo dire quanto durasse quest'ultima lotta; ogni minuto doveva sembrare un secolo. Non ci è dato nemmanco di poter riferire esattamente fin dove giungesse la temerità di quell'assassino. Ci affretteremo però a rassicurare i nostri lettori, che Dio diede in quel punto ad una povera creatura quanti mezzi bastarono a rimovere l'instante pericolo, ed a farla vindice dell'oltraggio ricevuto.

Quando Medicina ritornava a' suoi tentativi, ormai sicuro del trionfo, quando Maria era ridotta a tal stremo di forze da sentir dubio di sè, l'assalitore agitavasi e combatteva sull'orlo di un precipizio. — Bastò alla fanciulla, in quel momento, il men vigoroso de' suoi sforzi; Medicina, malfermo sulle gambe e costretto ad indietreggiare, cercò invano un punto stabile su cui riavere l'equilibrio. — Le sue calcagna, scorrendo sullo spigolo del primo scaglione, scivolarono al basso; tutto il corpo, deviato dal suo centro di gravità, cadde all'indietro; la testa, urtando fortemente nelle imposte dell'uscio, le spalancò e si aperse di sotto un precipizio. — Entr'esso ruzzolò capolevato quell'immane corpaccio, battendo la nuca sulle soglie di pietra, e lacerando le spalle e le membra sugli orli de' gradini; nè s'arrestò che quando, con orrendo tonfo, giunse sul pavimento della cantina.

Maria era salva.

XXX.

Il ciurmatore fu tratto a stento da quel trabocchetto, e ne usci più morto che vivo. Quanti erano accorsi ad ajutarlo, attribuivano l'accaduto ai fumi del vino: nè allora nè poi nacque sospetto sulla vera sua cagione.

Medicina, certo che la fanciulla non avrebbe toccata quella corda, avvalorò della sua asserzione la comune diceria; e confessando d'avere a fare una grossa penitenza, sopportò rassegnato alcuni giorni di malattia, che gli lasciarono tutta la libertà di provedere ai casi suoi. Quando tornò alle sue abitudini, egli era ancora l'uomo di prima; se non che, mostrando d'avere imparato ad essere sobrio, s'accontentava di beverne qualche rara volta una mezzetta, e giurava che non avrebbe passato i termini nè pure a nozze. — Del resto, egli era sempre grande amico di Bertolino; e pareva che gli si mostrasse ancora più affezionato, dopo le sollecite cure che gli si prodigarono in casa sua.

Il contegno di lui con Maria era irreprensibile, — Non cercava di incontrarla nè da solo nè in faccia ad altri; ma se il caso gliela conduceva dinanzi, e se il fuggirla poteva sembrare villania, egli era sempre l'uomo socievole, e non mancava di salutarla e di indirizzarle qualche parola cortese: di quelle però, che si attagliano a tutto, e che, sotto il velo d'un complimento comunale, possono, fra persone che s'intendono, nascondere il veleno dell'ironia.

La fanciulla ben s'avvedeva di ciò; ma perdonando al suo seduttore un po' di stizza per lo smacco ricevuto, persuasa che il tempo vi avrebbe posto rimedio, finiva per chiamarsi sodisfatta di lui, dicendo tra sè: che quella crollata gli aveva rotto il capo, ma racconcio il cervello.

Ella s'ingannava. — Medicina si ritraeva solo quanto era necessario per ricominciare da capo. Faceva come il pilota, che per trarsi dagli scogli, che gli impediscono il passo, indietreggia, e scandaglia con prudenza, finchè trova la via sicura, a cui abbandonare tutte le vele. — Il caso gli presentò ben presto questa via; e la perversità dell'animo suo ve lo sospinse fino alla meta.

A Bertolino de' Sisti veniva un giorno presentato un ordine sovrano, in forza del quale la signoria pigliava possesso di un suo poderetto confinante col parco de' Visconti. — Quest'atto era del tutto arbitrario; il modo con cui veniva messo ad esecuzione non aveva ragione legale. Nondimeno bisognava piegare la fronte. L'insaziabile cupidigia del potente signore, traeva seco tutte le conseguenze della necessità che non ha legge.

Figuratevi il dolore del dabben uomo, che in quelle poche zolle aveva ogni ben suo, e se le teneva care perchè erano la sorgente della sua modesta agiatezza, e l'orgoglio avito della sua famiglia, illustrata già pel corso di un secolo da quel possesso allodiale. Figuratevi la sua disperazione quando s'accorse che quella non era nè vendita nè permuta; ma una cessione a tutta perdita, perocchè, come egli diceva, non gli veniva fatta nè dimanda nè proposta, ma gli si portava via la roba sua, senza dire “guarda„; e dovea chiamarsi fortunato se gli si dava un cencio di carta che almeno salvasse a' suoi figli il nome, se non il possesso, di quel poco ben di Dio; anzi bisognava dir grazie se il fisco non mandava alle forche e lui e la figlia, e tutto il parentado, per divenire l'erede dei Sisti, e tenersi il fatto loro in buona coscienza.

Però di questo bolli bolli non faceva parola con tutti, sapendo, che la giustizia (quale giustizia!) gli teneva gli occhi addosso. Il consigliere, il testimonio della sua passione, il depositario de' suoi secreti era Medicina; egli, che previde forse un tale momento, se pur non l'affrettò co' suoi maneggi, alimentava in lui qualche debole speranza, impiegando le più belle frasi, che dir possa un amico.

Ma non era soltanto il balsamo delle parole, che egli versava con affettata sollecitudine sulla piaga del povero taverniere: a tempo e luogo dava libero corso agli sdegni, che, a dir suo, gli invelenivano la vita; assumeva la parte dell'offeso, mandando imprecazioni contro l'autore di quelle ribalderie; ripeteva, che era tempo di mettere fine a tanti soprusi; che la giustizia, quando non si può ottenerla, bisogna farsela da sè, e chiudeva il suo dire con una reticenza, che aveva tutta l'aria di una minaccia.

Bertolino che, a quel poco che n'abbiam detto, ognuno riconosce per l'uomo il più mansueto del mondo, all'udire quelle parole risorgeva alquanto dal suo abbattimento, e si sentiva nascere in cuore un non so quale ardore guerriero fino allora sconosciuto. — In que' colloquj, tenuti in istrettissima confidenza, egli concludeva sempre, essere nelle disgrazie che si riconoscono gli amici; — e stringeva la mano a Medicina!

Un giorno costui, dopo le solite tirate, gli lasciò travedere, che la cosa non era poi affatto disperata, — che non si lasciasse andar tanto di spirito. Il giorno seguente fece un passo avanti, insistette sulla necessità di ottenere giustizia; disse che, per ottenerla, bisognava cercarla. Al terzo dì, entrando nella taverna con un viso più accigliato del solito e mettendo maggior riserbo nelle parole, gli si fece vicino, e gli disse piano all'orecchio: “ho a dirvi cosa importante; ma che nemmeno l'aria ci ascolti.„

Bertolino meravigliato di questo invito, e nello stesso tempo confortato dalla speranza di potere finalmente udire qualcosa di decisivo, avrebbe voluto chiarir sùbito il mistero. — Medicina nol volle. Si stabilì che il colloquio avrebbe avuto luogo dopo la chiusura dell'osteria: e così fu.

“Amico mio, — gli disse il ciurmatore, poichè furono soli, versando da bere a Bertolino, che in quel momento sembrava l'avventore e non l'oste, — cosa servono tanti accoramenti, tanti piati? che ve ne viene in scarsella? Quando avrete pianto gli occhi, a conti fatti, restate ancora il poveretto di prima, e peggio.„

“Avete ragione, disse l'altro, e intanto sospirava, ma.... l'è grossa, vedete, e non la mi vuol passare....„

“Non la vuol passare? — soggiunse con una certa leggerezza disinvolta il falso amico, quasi volesse fargli scendere nell'animo inavvertitamente la cosa che stava per dirgli. — Io ne' panni vostri non mi starei lì da quasi un mese a rodermi inutilmente le viscere. Ma non capite, che vi vogliono far crepare; per ridere poscia di voi?„

“Cosa fareste voi che la sapete lunga? sentiamo...„ disse l'oste, a cui non erasi data invano l'imbeccata....

La cosa che stava per aggiungere il ciurmatore era assai grave, e voleva essere amministrata a piccole dosi, onde non producesse un effetto contrario a quello che se ne aspettava. — Egli dunque la pigliò alla lontana.

“Vi sono de' nostri che pensano fare grandi cose a pro di noi tutti — gente, che ha sangue nelle vene e ducati in scarsella. Quell'affare di Voghera, voi lo credete finito? ed a quel modo? Finito, perchè nè in piazza nè qui nella vostra bettola udite parlarne. — Le zucche, Bertolino mio! Ne vedremo delle belle, se Dio ci dà la vita. Guardate — e in dir questo colmò la caraffa del compagno e poi la sua — io ho tanta fede in quella buona gente, che voglio bere alla salute di loro ed alla nostra, poi alle vendette di Voghera, e infine alla vostra fortuna„.... E in dir ciò, Medicina di proposito, l'altro macchinalmente, vuotarono le tazze.

L'oste, soprafatto ma non istrutto da quelle parole, non vedeva più chiaro; ma cominciava a provar diletto di quella mezza oscurità, che gli poneva dinanzi agli occhi qualche visione lusinghiera.

“Alle corte — continuò a dire Medicina quando vide che le sue parole non cadevano in fallo — bisogna venir fuori da questo viluppo, poichè vi ci siamo cacciati. Già il cielo ne dice: ajutati che ti ajuterò.„

“Dunque?„

“Non mi fate il broncio, figliuol mio, se per oggi vi lascio tutta la vostra curiosità. Risponderò dimani, quando anch'io avrò chiesto a chi si deve, e fiutato ben bene, dove.... il dove lo so io.... Andate intanto a dormire; ed a rivederci dimani, alla istessa ora, e davanti a un fiasco simile a questo.„

Detto ciò, se ne andava, dandosi una fregatína di mano e dicendo: “gli è una buona pasta d'uomo costui; un po' testardo; ma non monta. Tanto torna la gatta al lardo, che ella vi lascia la zampa.„

XXXI.

Il piano di una vasta cospirazione, meditata da un pezzo e ormai matura, che Medicina svelò il giorno dopo all'oste, era accompagnato da quel corredo di circostanze minute e verosimili, che aggiungono fede al più strano racconto. V'era più che bastasse per convincere Bertolino. Inetto a penetrare da sè nel midollo di queste faccende per lui del tutto nuove, egli accettava checchè gli venisse detto coll'ingordigia di un affamato, che ingoja il cibo senza masticarlo. — Ascoltava attonito, ma non incredulo; prometteva ciecamente di fare quanto gli venisse ingiunto, non mirando ad altro che a rivendicare il fatto suo; e non pensava, l'incauto, che quelle promesse lo legavano ad un patto terribile, che gli poteva costare la vita al solo sognarne.

È inutile il tener dietro alle ciance dilungate di Medicina. La cospirazione non esisteva che nella fantasia di lui. Quel metterne a parte un uomo, che aveva grande interesse a prestarvi fede e braccio, era il tranello, in cui sperava cogliere il padre di Maria, per quel perchè già noto a tutti.

A creare un delitto, e sopra tutto un crimenlese, non era necessario nè un grande apparato di indizii, nè il concorso di molte circostanze, nè l'esecuzione materiale d'un atto aggressivo. Bastavano delle apparenze; bastava un'accusa indeterminata, financo la calunnia. Chi sa d'aver meritato l'odio altrui, non a torto ne sospetta e ne teme la conseguenza. — Che ciò potesse accadere sotto la dominazione dei più esecrati fra i vecchi tiranni, noi certo non ne dobbiamo far meraviglia, e molto meno oseremo dubitarne; imperocchè, senza punto interrogare le cronache di quel secolo, troviamo registrato, a lettere di sangue nelle memorie di jeri, non pochi fatti che comprovano questa terribile verità.

Bertolino, dal momento che aveva ascoltato le parole del ciurmatore senza correre a farne denunzia, era reo di morte. Tutt'al più era a disputarsi quale supplizio, dallo spedito capestro all'eterna quaresima, gli verrebbe inflitto. — Ed egli mesceva al suo assassino!

Costui, con arte diabolica, aveva cominciato dal sollevare nell'uomo il più mansueto l'ira che gli bolliva secretamente nel cuore senz'altra manifestazione che rimpianti e sospiri innocui. Il cruccio convertì poscia in livore. Abituò il suo animo alle idee del sangue; gli parlò in nome de' suoi doveri di cittadino e di padre; lo fece sicuro dell'ajuto di innumerevoli compagni; gli rammentò infine la cacciata de' Beccaria, ed il supplizio di frate Jacopo Bussolari, perchè si convincesse aver egli a rifar ciò, che era stato operato da quelli stessi, che ora parlavano dal trono in nome della giustizia, mentre la calpestavano. A questo modo dall'una all'altra parola, da questo a quel proposito, spianando la via ad ogni difficoltà, lo condusse all'estremo di quell'ebrezza, che altro non chiede se non un ferro di cui armare la mano ed un petto in cui immergerlo.

Se alcuno dubita, che Bertolino osasse tanto, gli dirò che quanto ei si dispone ad udire è confermato da tutti gli storici.[10] Solo avrei a confessare di non aver saputo svolgere convenientemente tutto l'apparato delle seduzioni, che tolsero ad un uomo onesto la coscienza de' proprii doveri, e ne pervertirono il senno ed il cuore. Ciò che deve far meraviglia non è tanto l'improviso coraggio di Bertolino, quanto la profonda e sapiente perversità del suo falso amico. — Se l'assassino compie il delitto con un'arma spuntata, il nostro stupore non si arresta alla insufficienza dello strumento, ma risale all'audacia del braccio che se ne valse.

Il dì seguente, verso il cader del sole, dopo un più lauto pranzo, in cui Bertolino bevve a chiusi occhi la sua completa demenza, i due compagni s'avviarono fuor di Pavia, e penetrarono nel parco dei Visconti da quel lato, in cui il ricinto interrotto mostrava dalle sue morse il progetto di un ampliamento.

Ivi esisteva il poderetto del taverniere. — Costui vedeva levarsi sul bruno velo dell'aria i contorni maestosi degli alberi, che egli stesso aveva piantati; vedeva le tracce dell'ultima messe da lui raccolta e le recenti stoppie che aspettavano il nuovo mietitore. Distingueva, ancorchè già fosse bujo, i tralci carichi d'uve, che egli ne' suoi sogni aveva pigiate ed imbottate cento volte. — L'umidità acre e velenosa, che si levava dai campi, gli inzuppava le vesti e gli intirizziva le membra; ma il sangue, rifluendo al cuore ed accelerandone i battiti, rinfocolava i propositi e l'ardimento.

Medicina sapeva che a quell'ora per una di quelle stradicciuole doveva passare il Signor di Pavia di ritorno al castello.

“Animo,„ disse al compagno, accorgendosi che questo era assiderato, e batteva i denti.

Bertolino non gli rispose.

“Animo, dunque, non mi fate il fanciullo.... Ma che avete?„

Il povero uomo non si trovava in istato di dir parola, tante erano le emozioni, che lo assalivano in quel punto. Ben se ne avvide il compagno, e, temendo che il coraggio gli venisse meno in sul più buono, si trasse di sotto alla guarnacca un fiaschetto vestito, e glielo porse, dicendogli:

“Bevetene una buona tirata: qui regna la mal'aria, bisogna cacciare il freddo; chè se vi piglia il granchio allo stomaco, dimani comincereste a piatire colla quartana, e Dio sa fin quando.„

La bevanda, che Medicina teneva in serbo, era un liquore da lui preparato secondo il recipe di Guido Bonatto, il più celebre professore di scienze occulte del secolo. — L'ingrediente principale era l'umor vitreo estratto dall'occhio del gallo; piccolissima dose di esso, quando fosse bene elaborata, bastava ad infondere il coraggio della disperazione nel cuore dell'uomo il più pusillanime. — La sostanza eroica, è bene saperlo, era sciolta nello spirito delle vinacce con aggiunta di ginepro e di genziana. Povera scienza occulta!

L'oste, in mezzo a tanto sbalordimento, e sotto l'azione del doppio veleno propinatogli nelle istigazioni e nella bevanda del ciurmatore, era ridotto ad uno stato di completa ubriachezza. In quel momento egli non aveva ombra di senno: forse avrebbe ucciso la sua diletta Maria, perchè non era in grado di riconoscerla. Di tutta la vita, egli non ricordava che una cosa sola; la sua ingiusta povertà. Un solo pensiero gli regnava nella mente; la ricerca del mezzo più acconcio per ottenere pronta giustizia. — Egli si sarebbe gittato ai piedi del suo nemico implorando grazia in nome di Dio, e per l'amore di sua figlia, colla stessa commozione, con cui lo avrebbe colpito nel petto; purchè ottenesse il suo intento.

Aveva tra le mani un pugnale, senza sapere chi ve lo avesse posto. Aspettava una persona, senza pure conoscerla. La prima creatura, che gli si fosse messa davanti, sarebbe stata la vittima designata. Ma Medicina colle sue infernali ciurmerie aveva scambiate le parti; la vera vittima era l'infelice a cui egli aveva tolto la ragione, e nelle cui mani affidava insidiosamente il ferro dell'assassino.

Medicina, che aveva udito lo scalpitare di una cavalcatura, abbandonò il suo compagno, e si ritirò. A pochi passi alcuni uomini armati lo aspettavano. — Costoro, vistolo e scambiato un segnale per farsi conoscere, s'appiattarono con lui dietro il tronco di un albero.

Il cavaliero avanzava; Bertolino non si curava neppure di nascondersi.

Quando furono di contro l'uno all'altro, questi si scagliò furiosamente contro chi gli passava dinanzi, e, levando la destra, vibrò a caso il pugnale.

Ma la punta, che non poteva far danno perchè ottusa e mal temprata, non giunse pure a toccare le anella della finissima maglia d'acciajo che indossava il principe. Un branco di sgherri piombò sul feritore, e, strappatagli di mano l'arma, l'aggratigliò strettamente. Medicina era il primo e il più zelante tra quelli. Per buona sorte l'infelice prigioniero trovavasi in tale stato di demenza, che non potè riconoscere il suo giuda.

XXXII.

L'indimani di quel fatto fu uno di que' giorni che la storia consegna alla sua più luttuosa pagina, perchè sia feconda di un grande insegnamento.

Quando l'uomo insuperbisce di sè, e s'inebria dello spirito sovrumano che riscalda la sua creta, si specchii in quella: egli troverà di che stupire, di che piangere.

La leggano i posteri finchè l'abbiano scolpita nella memoria; imperocchè se dai fatti gloriosi egli apprende ad amare gli eroi; dalla storia de' suoi traviamenti imparerà assai più: a superare, a vincere sè stesso.

Ecco in poche parole il tristo séguito di quel fatto.

La città, allo spargersi la notizia dell'attentato, assunse un aspetto di lutto generale. Da ciò s'apprende che fin d'allora esisteva quella falsa civiltà, che insegna a mentire publicamente. — Nel cuore di molti, forse in quello de' più, la mestizia non era altro che l'amara delusione di un colpo fallito. Il secolo permetteva queste aspirazioni scelerate. I mali erano estremi; pareva lecito il ricorrere agli estremi rimedj.

Il vero e profondo sgomento esisteva; ma in quali individui? nel servidorame sfaccendato e leccone che aveva associata alla vita del principe la propria fortuna; ne' devoti, che stavano per raccogliere il frutto di lunghe adulazioni; ne' mozzorecchi largamente stipendiati a puntellare il trono colle sceleraggini. — V'erano pure di quelli che deploravano l'acciecamento di Bertolino, che si dolevano di cuore nel vedere messe le sorti del paese nella mano di un farnetico, che si fa interprete di un voto inconsulto. — Questi erano gli uomini illuminati; quindi la minoranza.

Il pericolo del principe fu da tutti creduto gravissimo. Chi ha seguito con noi i disegni ed i maneggi di Medicina saprà che pericolo non vi fu; perchè tutto era preveduto. Il delatore aveva creato un delitto, per assecondare i suoi sentimenti d'odio e di vendetta, per buscarsi il pingue proveccio della denuncia secreta.

Si celebrò la salvezza di Galeazzo con feste religiose e civili. Fu chi la chiamò un miracolo. Il popolo cantò l'A Dio lodiamo; come avrebbe cantato il miserere. — Dimenticò i suoi rimpianti, i suoi sdegni nelle gazzarre. Corse in folla al torneo ordinato dal principe; vi si satollò di stupore e d'allegrezze; e ne ritornò cantando osanna a colui contro il quale, un giorno prima, aveva in secreto scagliato bestemmie e maledizioni.

E la giustizia? decretò la più grave delle pene al povero demente; e, perchè giovasse l'esempio, lo raccomandò alla perizia del più famoso carnefice. Questo ne fece sfoggio; trascinò il reo per le strade di Pavia a coda di cavallo, mentre, zelante come il medico che sorveglia ogni sintomo dell'infermo aggravato, sogguardava il moribondo, e ne consultava i polsi, temendo che la vita di lui gli sfuggisse troppo presto. La natura del condannato non potè reggere a lungo; fu necessario affrettare l'estremo supplizio. — Legato per ciascuna delle gambe al fornimento di due barberi sboccati, venne fatto a quarti da quegli ammali, sospinti furiosamente, a colpi di nervo, in direzione opposta.

La sua agonia fu benedetta da un monaco: le esequie furono celebrate sopra una catasta di legna, entro cui si raccolsero e s'abbruciarono le membra stracciate. La sua tomba fu l'aria, che disperse le ceneri.

La morte del povero demente destò profonda impressione. Egli era reo, e la colpa davanti ai giudizii umani non poteva essere perdonata: ma la pena, perchè intemperante, risvegliava nell'animo dello spettatore qualcosa di pietoso, che ne falsava lo scopo. Il supplizio diveniva la caparra del perdono del cielo; l'uomo, tradito al carnefice come un colpevole, usciva dalle sue mani riabilitato dal martirio.

Qui non hanno fine gli orrori di quella giornata; v'ha assai di peggio. La giustizia umana, dopo aver messo a morte un pazzo, colmava la misura della iniquità, premiando l'omicida. Il vero autore del doppio misfatto, colui che aveva creato l'assassinio e l'assassino, riscuoteva una vistosa somma di denaro, e si meritava la fiducia e la protezione di colui, che fu salvo unicamente dall'apparenza di un pericolo inventato per affrettare l'altrui ruina.

Ma la più laida mercede di tanto delitto non gli fu data da alcuno; gli uscì spontanea dal fondo dell'animo, in cui fermentava da tempo il lievito corrotto della vendetta. — Quando, due giorni dopo la morte di Bertolino, egli incontrò Maria sola, incadaverita, coperta di un sajo bruno, esultò più assai di quella sera, in cui sognava di trionfare della sua virtù. Nè il commovente aspetto del dolore, nè quello ancora più solenne dell'innocenza, bastarono a porre un freno alla sua instancabile persecuzione. Studiò ogni passo di lei per attraversarlo colla sua presenza; giunse alcuna volta a susurrarle all'orecchio qualche parola. — Un dì, in cui ella usciva di chiesa, le disse piano e con un sogghigno infernale “a poco a poco i gruppi verranno al pettine.„ Quelle parole erano un insulto ed una minaccia. Ne tremò Maria; ma l'infelice non aveva altro rimedio che il piangere ed il pregare.

Povera fanciulla! la perdita del poderetto le aveva cagionata la morte del padre, questa la conduceva alla più squallida miseria. La taverna fu chiusa, e l'orfana, portando seco il tenuissimo avanzo del suo patrimonio, trovò un rifugio mal sicuro in una lurida soffitta. Coloro, che tante volte l'avevano festeggiata, e che conoscendola sì bella e sì ben proveduta posero gli occhi su lei, e se l'augurarono in isposa, scomparvero tutti, quando della sua doppia dote le restava soltanto la più caduca. Il destino che sembrava averla condannata al più terribile isolamento, non riempiva l'eterno vuoto della sua esistenza che coll'imagine spaventevole del ciurmatore. Fosse caso o studio, ella doveva sempre incontrarlo.

Circa un mese dopo, ritornando sull'imbrunire alla sua stanza, trovò l'uscio mal rabbattuto. Lo scosse spaventata, entrò, e si vide dicontro Medicina.

Stremata dai lunghi patimenti, e certa dell'impossibilità d'avere soccorso, non ebbe nè la forza per resistere, nè la destrezza per fuggire. Mise un debole grido, e cadde svenuta sul pavimento.

Il ribaldo si dolse di quest'accidente perchè dinanzi ad un corpo inanimato non poteva vomitare quel veleno di vituperj e d'oltraggi, che da lungo tempo gli pesava sul petto. — Pel resto!..

Ma la providenza vegliò ancora su Maria.

Mentre lo scelerato, alla luce sinistra di un lumino da lui acceso, ritto della persona, coll'occhio torvo e le labra atteggiate all'insulto, stava contemplando la vittima, ormai tutta sua, che non gli chiedeva più nulla, che tutto abbandonava indifeso, s'udì al di fuori un alternare concitato di passi, come d'alcuno che s'affrettava ad arrivare.

Medicina si pose in ascolto, sospettò, comprese. — Trasse dal fodero un coltellaccio, spense il lumino, e si mise in guardia.

Un giovinetto, tenendo in una mano una lanterna cieca, nell'altra un pugnale, passò la soglia della stanzetta, e drizzò un raggio sul volto di Medicina. Non gli fu mestiero di guardarlo a lungo, perchè l'aveva veduto entrare pochi istanti prima. Ma quella luce era il giudizio del colpevole; al giudizio tenevano dietro la sentenza e la pena.

Le lame de' due armati s'incrociarono in una lotta breve, ma decisiva. Pareva che il coltello dell'assassino non avesse nè filo, nè punta; strisciava di piatto sulle carni del giovine, senza recargli alcun danno. L'altr'arma invece, guidata da più che disperato ardimento, s'aperse strada nel petto dell'assassino e lo ricacciò, come morto, sul suolo.

Il liberatore prestò a Maria i soccorsi necessarii per richiamarla ai sensi. — Quando la fanciulla rinvenne, si trovò sdrajata sul letto, e vide al suo fianco il giovine che la vegliava. I tratti di quel volto non le erano ignoti; ma un piglio franco e pago di sè dava a quelle sembianze un rilievo di vita affatto nuovo. Lo guardò meglio, lo riconobbe — era il garzone della taverna. Il poveretto non s'era avveduto della bellezza di Maria, e non aveva neppure sognata la felicità di poterla amare. Ma quando, separato da lei, si trovò d'esserle eguale almeno nella povertà, la trovò bellissima, e l'adorò in secreto. In faccia alla figlia del suo padrone egli non aveva mai osato levare lo sguardo; dinanzi all'orfana infelice, derelitta, trovò un ardimento tutto nuovo, e volle e seppe essere il suo angelo tutelare. Ricco le avrebbe offerto gli agi della vita, un compenso almeno ai molti rovesci della fortuna; inetto a tanto, s'accontentò di vegliare alla sicurezza di lei, pensando, nella sua giovanile sagacia, che la bellezza accompagnata dall'inopia è spesso troppo difficile carico alla virtù. — Il garzone rimase, quanto era necessario, vicino alla sua antica padrona, ma al momento di separarsi, non ne provarono dolore, giacchè entrambi spontaneamente ad una voce si dissero; a rivederci. — Maria volle compensare il suo liberatore accordandogli la mano ed il cuore. Questi disse che il premio era troppo grande, ma l'accettò con tal gioja, che non si può descrivere.

Fra l'uno e l'altro non si allentò mai il legame reciproco del beneficio e della gratitudine. A poco a poco, coll'assiduo lavoro, ridonarono alla propria famigliola qualche agio, e furono felici, “Per riconoscere la sola felicità possibile al mondo, diceva Maria, bisogna cercarla fra chi ha patito; il confronto la fa scorgere; e in ciò, concludeva ella con un sospiro, io non ho che a ritornare in me stessa.„