CAPITOLO QUINTO

XXXIII.

Medicina, che era stato creduto mortalmente ferito, guarì e troppo presto, sì che potè ritornare in brev'ora alle antiche abitudini e ripigliare il corso appena interrotto delle sue sceleratezze. — Spiantò la bottega da cantambanco, che gli fruttava meschinissimo guadagno e troppi pericoli; poichè il popolo, che aveva finalmente riconosciuto chi egli fosse, tentò un giorno di scassinare a colpi di pietra la sua baracca. Lo sfavore del publico gli mantenne e gli crebbe la fiducia del signor di Pavia, che aspettandosi da lui altri servigi, lo chiamò presso di sè ad un officio secreto.

Espertissimo nell'arte di impadronirsi de' fatti altrui, destro nel fingere amicizia e nel provocare incaute confidenze, potè talora scovare il vero o creare de' sospetti più o meno fondati: ma quando intorno a lui ogni viso divenne impassibile ed ogni labro muto, ei ricorse alle più strane supposizioni, alle misteriose e generiche accuse: ottimo mezzo a tener viva nell'animo del suo padrone quella paura, a cui stipendii egli traeva una vita dorata. E in ciò il principe assecondava mirabilmente le intenzioni di colui; perocchè ombroso e diffidente per indole, andava accattando tutto ciò che cresceva i suoi sospetti.

L'arte moderna non è povera di veritiere rappresentazioni del vizio nel suo più schifoso aspetto. Sollevato il velo ipocrita che ricopre il lezzo della società, vi si mostrano il furto, l'assassinio, la prostituzione in tutta la pompa della loro deformità. Ma la spia è tale un mostro, che non ha ancora trovato la penna di fuoco che osi ritrarlo.

Egli è peggiore dell'omicida, del ladro, del falsario, perchè tutti i delitti di costoro stipendia ed adopera a' suoi fini. Egli uccide nella vita e nella riputazione quello pria che altri, a cui stese la mano d'amico. Vende la libertà e l'onore altrui, solo perchè non langua il suo mestiero. Machiavelli disse che gli uomini si debbono spegnere o vezzeggiare[11]; il delatore fa l'uno e l'altro, vezzeggia e spegne ad un tempo. Non è egli di solito un'energumeno, ebro dallo spirito di parte, che adoperi ogni suo mezzo ad indebolire una fazione avversa; ma si fa carnefice de' suoi simili senza provar sdegno o passione; nè come il carnefice porta il suo viso sul palco. — Talvolta sfugge la piena luce, ed è invulnerabile perchè anonimo, tal'altra assume l'inviolabilità di chi è rivestito di un publico officio, ed usufrutta il braccio di un potente, di cui diviene l'árbitro. Il tiranno può farvi grazia: la spia non mai. La folla, in mezzo alla quale si nasconde un delatore, prova apprensione ed angoscia, come al dubio che nel suo mezzo s'aggiri un idrofobo. Ognuno s'allontana, l'adunanza si scioglie: meglio è l'essere prigioniero nella propria casa, dice o pensa ciascuno, che affrontare il pericolo di un morso inavvertito, che infonde il veleno, e prepara una morte certa e spaventevole. Vero è che questo mostro, parto ibrido del dispotismo e della legge, vive talvolta all'ombra della stessa materna potenza; ma ciò non lo sottrae al marchio della publica infamia, alla esecrazione di tutti gli uomini, a quella fin anco dei meno onesti.

Medicina continuò ad essere la spia di Galeazzo secondo; morto lui, il Conte di Virtù, che aveva inaugurato il suo governo con leggi più miti, nella certezza di non avere nemici fra' suoi soggetti, bandì dalla sua corte quel sospetto collettore di accuse secrete.

Conobbe allora, che cacciato fuori dal castello e confuso tra la feccia, verrebbe accolto come un verme, su cui corrono a gara i piedi dei passanti per calpestarlo. Chiese, supplicò, in ginocchio, nella polvere; ma il bando non fu revocato.

Siccome però la confidenza nelle proprie forze non si spingeva tant'oltre in Giangaleazzo da fargli credere di non avere nemici o rivali, e temendo anzi che la gelosia gliene creasse ogni giorno tra' suoi vicini, così pensò il conte che la scaltrezza del ciurmatore avrebbe potuto giovargli come un arma secreta a conoscerne le intenzioni, ad isventarne le insidie.

Passò quindi Medicina dalla casa del Conte di Virtù a quella di Barnabò Visconti, e, pel merito di varie commendatizie, vi fu ricevuto come dotto in astrologia e negromanzia; carica in quel momento vacante alla corte. Ivi, supplendo ai diplomi coll'ir tronfio e col largheggiare di buoni augurj, acquistò credito a segno da far dimenticare i troppo mesti responsi di Andalone del Nero, astrologo di Luchino: il più celebre, che mai s'avesse un principe di quel secolo.

Barnabò, che non credeva ad altri fuorchè a se stesso, e non accordava a chicchessia il diritto di volgergli un consiglio, perchè avrebbe temuto di perdere il diritto di scapricciarsi a talento, aggradiva le parole di Medicina come lazzi da buffone; e, vantandosi d'ignorare fino l'alfa della scienza, ne conculcava i principii, e ne derideva le applicazioni. Per tal modo, la vuota dottrina de' suoi soggetti (perchè il nome del principe escisse dalla folla) lo costringeva a proclamare un'ignoranza, che, per caso, era principio di vera saggezza.

Medicina accumulava in sè i mestieri e gli stipendj. Al lucro fisso del suo impiego nominale, Barnabò aggiungevagli qualche straordinaria largizione, quasi a compenso di martoriarlo colla sua incredulità: ed oltre ciò, onorandolo del nome di sollazzevole buffone, gli soleva dire che la sua dottrina gli andava a sangue, perchè un dotto meno geloso della dignità della propria scienza, non avrebbe sperato di trovarlo mai.

Finalmente a giorni determinati, col pretesto di andare in volta per scoprire o raccogliere erbe, per consultar questo o quel collega, egli abbandonava il palazzo, esciva tacitamente dalla città, e correva di volo al castello di Pavia, dove le sue visite, accompagnate da una minuta relazione di quanto si diceva o si faceva alla corte di Milano, venivano bene ricevute e meglio pagate. — Fu in una di queste corse ch'egli dovette recarsi a Campomorto ed al castello dei Mantegazzi, ove noi lo abbiamo lasciato.

XXXIV.

Il Conte di Virtù, che nei rapporti co' suoi soggetti fu il più mite tra i principi del suo tempo, persuaso che sul campo e ad armi eguali sarebbe sempre stato vinto da vicini più forti di lui, ebbe ricorso a quelle arti, che più tardi il secretario fiorentino spiegava ai regnanti dicendo che “loro è necessario saper usare la bestia e l'uomo„, cioè la forza e la legge, e che “essendo a ciò necessitati, debbano di quella pigliar la volpe ed il leone[12]„. Forte di questo principio, che egli praticò prima che altri lo insegnasse, mirava a divenire potente, mostrandosi debole; addormentava i suoi emuli, fingendosi alieno da ogni ambizione; e, intanto che la sua spada era oziosa nel fodero, esercitava una importante influenza sugli stati vicini, sollecitando in secreto i partiti, scoprendo o sventando i disegni de' suoi avversari.

Fu tra i primi ad accreditare, presso le corti dei principi amici, gli inviati della sua corte muniti di lettere patenti piene d'ossequio, e d'istruzioni secrete piene di astuzia. — Medicina, ne duole il dirlo, poteva considerarsi da questo lato come un informe abbozzo d'uomo diplomatico. Non gli mancava l'arte di nascondere i fatti proprii e di scoprire gli altrui; di trattare con apparente leggerezza le cose gravi, e di dar aria di importanza alle lievi. Intanto, servendo ed ingannando entrambi i suoi padroni, costringeva la fortuna a versargli i suoi favori a due mani.

Era ben naturale che il Conte di Virtù accogliesse súbito il suo inviato; poichè s'aspettava qualche importante rivelazione. Ordinò quindi che fosse condotto al suo cospetto; e mentre colui s'inchinava profondamente, traendosi il cappuccio, egli, recatosi a sedere sul letto, aperse con lui il dialogo.

“Notizie?„

“Le solite a un dipresso.„

“E il tuo padrone che fa?„

“Il mio padrone è il Conte di Virtù, che Dio conservi„, soggiunse Medicina con accento ipocrito.

“Hai il solito rapporto in iscritto?„

“Sì illustrissimo„ — e in dir ciò trasse di sotto l'abito un portafogli, che slacciò per cavarvi una carta. Nel porgerla al conte, s'inchinò umilmente verso di lui, poi rialzatosi diè di piglio ad un doppiere, fe' lume sullo scritto, e disse: “perdonerà Vostra Grazia, se le presento degli uncini in cambio di caratteri. — Ma la fretta e la paura...„

Il conte era tutt'occhi e leggeva la relazione seguente, che trascriviamo colle stesse parole di Medicina:

Adì 30 Augusto hujus anni domni al hora XIV el domino Barnabove dixe queste parole al suo famulo et vestro = Messer Johanne Galeacio non se move dil suo palatio de Tesino per tema di noi: verum el prenzipe de Mediolano quando se delectasse de videre et osculare il suo dilectissimo nepote, no harria che a mouere puocchi fidi militi, et currere ad Pavia; et cvm gran festa et clamore saria receputo da i boni Pavesi = Et hoc dixit ridendo quasi ad lacrymas et cum malitiâ mvlta.

Deinde el che duoppo intervenne in Mediolano magna grameza per la sententia de duoi citadini condemnati a la forcha: caussa el hauere cazato nel bosco de Maregnano de proprietate del predicto Domino.

Item el camparo de Lambrate fu inguerzito cum uno spuntirolo roxo nel ochio destero, per hauer passato ultra la stangha de la strada privata del predicto Domino.

Item XII contadini furono mulctati et VII tirannice uerberati per mala custodia de cani.... ad jussum Magistri canateri predicti Domini.

Item....„

Ma qui sarà meglio che tagliam corto col nostro referendario, e che entriamo noi al suo posto a raccontare meno barbaramente, se non con più evidenza, l'ultimo fatto di quella strana relazione. Ma per ben farci intendere, ci conviene tornare un passo indietro.

Barnabò Visconti, che aveva diviso con Giangaleazzo lo stato e l'eredità del fratello Matteo, non tenendo in comune che la città di Milano, ambiva ad accrescere la propria signoria a spese del nipote. — Il carattere di costui sembrava favorire i suoi disegni; e il primo tentativo non avea fallito; perchè Giangaleazzo mostrava di non aver coraggio di metter piedi in Milano, benchè vi avesse una residenza inespugnabile nella rocca di Porta Giovia.

Se non che, Barnabò colla sua politica astiosa e frenetica (o meglio colla sua nessuna politica) pensava tirare una bellissima posta giocando a carte scoperte; e siccome possedeva tutte le città che occupavano la parte settentrionale dello stato, stimò che nulla meglio gioverebbe ad indebolire il suo consorte, quanto il porglisi accanto sul limite meridionale, acquistandovi qualche terra o città, ed impedendogli di riquadrare i suoi possessi coll'aizzarlo ed inquietarlo ad ogni istante.

Trattò a questo fine con Feltrino Gonzaga della cessione di Reggio; e ne stipulò la compera al prezzo di cinquantamila fiorini d'oro. Somma equa riguardo ai tempi, ed all'importanza del territorio ceduto; scelerata se si pensa all'inconsulto assenso del popolo, che fremeva al nome di Barnabò, e che si disperava al solo dubio di doverne sopportare il governo.

Checchè fosse, Reggio ed il suo distretto divennero proprietà della casa Visconti; e Barnabò, per rassodare il suo dominio, non ignorando che in alcune castella del territorio s'aggregavano de' malcontenti pronti ad una riscossa, quando l'intruso signore osasse intimarne la resa, catturò Francesco Fogliarti fratello di Guido, uno de' più caldi nemici de' Visconti e il più potente fra i castellani di quella terra.

Benchè tra il Visconti ed i fratelli Fogliani non vi fosse mai stata alcuna ruggine, Barnabò ritenne Francesco prigioniero di guerra, come una caparra dell'obedienza dei baroni reggiani. Lo fe' chiudere perciò nel più squallido carcere, privandolo di luce, e di cibo, minacciandogli tormenti e patibolo, quando non sapesse indurre il fratello a sottomettersi al nuovo signore. La sola libertà che s'avesse il prigioniero, era quella di scrivere elegie a' suoi, per dipingere loro il suo stato deplorabile e supplicarli ad averne compassione.

Barnabò, che aveva tutti i requisiti del tiranno, fuorchè la finzione, approvava ed incoraggiava queste veritiere pitture della sua ferocia; perchè riponeva sempre il supremo de' suoi diritti nell'incontrastata facoltà di opprimere; e perchè, in questo caso, valevasi della sua vittima come di un mezzo per indurre i nemici a piegarsi a' suoi voleri.

Le querimonie dell'infelice Francesco Fogliano trovarono eco ne' cuori dei Reggiani riboccanti di un insuperabile odio contro la dominazione del Visconti. Il fratello di lui si confortava colla speranza, che Barnabò non avrebbe osato spargere il sangue d'un innocente. — Ma intanto si preparava a farne vendetta, non a liberarlo.

La resistenza dei Reggiani aveva preso dimensioni le più imponenti; l'ingiusta prigionia di un loro concittadino attizzava gli sdegni. Ai baroni ed ai signori, che l'avevano progettata, si unì parte del popolo; a questa, alcuni cittadini d'altre province. In Milano se ne parlava sommessamente, e non a caso; molti cospicui personaggi vi pigliavano parte da lungi col suffragio, col consiglio, col denaro.

Ma Barnabò sfidò il dolore e l'ira dei Reggiani mandando a morte lo sciagurato ostaggio: ed, aggiungendo lo scherno alla crudeltà, volle ch'egli fosse appiccato alle mura della stessa sua patria.

Il giorno in cui Reggio vide il migliore de' suoi figli subire la morte dei malfattori, la città ribelle parve domata. La storia, che riferisce fedelmente le grida disperate di un popolo che impreca contro la propria servitù, sarà sempre un eco debole ed infido di quel dolore cupo ed arcano, che divora dignitosamente l'oltraggio, ed aspetta. — Guai a colui che intollerante degli indugi, divora il seme, e non aspetta ch'egli porti frutto. Nulla v'ha di più sapiente che il frenar l'ira, per farne tesoro ai migliori momenti. — Forse il silenzio a prima giunta può sembrare viltà: ma noi, che per trista sorte ne fummo maestri, potremo insegnare, che esso non è soltanto la difesa del debole, ma diviene vittoria quante volte elude le speranze della tirannide; la quale sovente affretta un primo atto di crudeltà per provocare i risentimenti dell'oppresso ed avere pretesto ad altri e più gravi oltraggi.

Lo sgomento di Reggio si era diffuso fino a Milano. — Prima che vi giungesse la notizia della morte di Francesco Fogliano, correvano per la città voci sinistre sulla sorte di alcuni cittadini. Parlavasi di una grande congiura scoperta, di gente condotta prigione, di un nuovo e terribile processo, che doveva iniziarsi. Il primo annuncio di una sciagura non è per solito al disotto del vero. Ognuno sulla fede di tante crudeltà vedute, traduceva a suo modo, ma sempre con terribili colori, il risultato di quell'avvenimento. Chi ne conosceva il filo taceva; chi era ignaro dei fatti credeva scolparsi dichiarandolo, ma non era perciò più tranquillo; tutti prevedevano nuovi tormenti e nuovi tormentati.

Volgeva su questo argomento la relazione di Medicina, ed il Conte di Virtù, che dallo scritto di lui non sapeva cavare quanto bastasse ad appagare la sua curiosità, gli volgeva ad ogni istante la parola:

“Tu non mi accenni il nome di alcuna tra le vittime?„

“Messer no; la cosa è tanto recente; d'altronde sono parecchi, sono molti, e m'ero serbato l'officio di nominarveli a voce.„

“Ebbene?„ prese a dire il conte con aria d'interrogazione e d'impazienza.

“Le bujose dovrebbero essere già popolate — v'ha posto per un Biglia, per Anselmo Borri, per due degli Osii, un Martin Lanzani, uno de' Mantegazzi....„

“Un Mantegazza, e quale?„ chiese il conte meravigliato.

“Perdoni Vostra Grazia, non ve lo saprei dire — ve n'è più d'uno di questo nome, ed io....„

“Messer Medicina, fate meglio il vostro mestiero, o vi rinunciate del tutto — Questo servirmi a mezzo mi pone in sospetto — pensate ai casi vostri.„

Medicina non sapeva comprendere la ragione di quella minaccia. Egli non rammentava in quel momento d'essere in casa d'un Mantegazza; e molto meno poteva conoscere che quel nome risuonava caro alle orecchie del conte. — Attribuì quindi il rimprovero ad uno di que' ticchii dei grandi signori, cui, per l'essere suo, era abituato da un pezzo. In cuore non se ne curò punto; col viso finse d'essere commosso. Tutto raumiliato si prostrò davanti al suo signore, con quel fare mansueto, che sembra voler dir “batti„, e che perciò disarma.

“Signore, abbiate pietà del vostro più fedele servitore, sclamò l'ipocrita: se non vi manca che una sua prova di zelo per convincervi chi egli sia, comandategli di correre tosto a Milano a pigliar notizia del fatto. Prima che spunti il giorno, Medicina, vivaddio, vi porterà la risposta.„

“Allora partite: ma che nessuno sappia il motivo della vostra corsa; che nessuno al mondo prima di me conosca ciò che voi avete veduto ed udito.„

Medicina, senza aggiungere parola, si pose la destra sul petto in aria di obedienza, e di promessa; fece un inchino ancora più profondo dei consueti; ed escito fuori, chiese una cavalcatura su cui montò di un salto, e partì di galoppo per Milano.

XXXV.

Quella notte parve eterna al conte; più lunga e dolorosa di quelle che dianzi aveva passato fra l'insonnia e la febre. L'annuncio del ciurmatore gli aveva fitto nel cuore una spina, a togliere la quale non valevano ragioni. Il silenzio e la solitudine che lo circondavano, non erano i mezzi più acconci per dissipare un funesto presentimento. Egli conosceva Maffiolo solo per nome e per fama; ma ne apprezzava altamente la virtù. Ora cominciava a venerare in lui il padre d'Agnesina; tremava per esso, e più ancora per la sorte dell'amata donzella.

Riandò colla mente ogni probabilità che Medicina si fosse ingannato nell'udire o nel ripetere quel nome. — Posto anche che il nome fosse vero, molti erano dello stesso casato in Milano; e riposava qualche momento sulla speranza di un errore di persona. — Alla peggio, quando fosse caduto il sospetto di Barnabò su Maffiolo, egli impiegherebbe ogni suo mezzo per dissiparlo; tenterebbe ciò che non aveva mai osato prima, i buoni officii, le speciali raccomandazioni, le preghiere; purchè Agnesina non avesse a soffrire. — Ma gli effetti d'ogni ragione consolante erano passaggieri. Tutto dipendeva dalla esatta conoscenza dei fatti; l'incertezza è per sè sola un tormento, che avvelena anche le cose liete. Se la pigliava quindi colla insufficienza di Medicina, colla sua lentezza, coll'eterna durata di quella notte; implorava il ritorno della luce, e più volte era disceso al balcone per vedere se inalbava.

Medicina intanto, cacciando a viva forza le calcagna nel fianco del cavallo, e flagellandolo ad ogni passo sulla groppa, era volato a Milano. Ivi cercò e rinvenne; interrogò e seppe quanto gli era necessario. La sua missione fu coronata d'un ampio successo. Egli ritornava quindi colla stessa velocità a Campomorto, carico di notizie raccolte dalla testimonianza di chi aveva trovato in casa dei Mantegazzi, e confermato da uno scritto chiuso a sigillo e diretto ad Agnese.

Quando Medicina pose il piede nella stanza del conte, era ancora notte; la piccola lampada che ardeva, mandando una luce vacillante, attestava la veglia del conte. Ma questi aveva abbandonato il letto; e ravvolto in un'ampia guarnacca di velluto bruno, sedeva davanti ad uno scrittojo, col capo tra le mani, fantasticando ed aspettando. Egli aveva distinto ben da lontano il galoppo del cavallo, aveva udito il cigolío dei perni del portone; teneva conto del tempo necessario per scavalcare, per salire, per giungere alle sue stanze. — E quando udì che alcuno bussava alla sua porta, non potè trattenersi dall'andargli incontro.

“Ebbene?„ disse egli colla sua solita formola interrogativa.

“Grandi notizie, o mio signore...?„

“Dì presto: buone o grame...„

“Ciò dipende dagli interessi di chi le ascolta...„

“Parla: dimmi, che avviene di Maffiolo Mantegazza?„

“È al sicuro dalle ire di messer vostro zio: parola d'onore.„

“Fuggito forse?„

“Fuggito appunto, e per non ritornare mai più.„

“Ma dove, ma quando?...„

Medicina in vero esitava, non sapendo se la notizia che egli recava sarebbe bene o male accetta. Ad ogni modo avrebbe voluto, che non andasse sfruttato il merito dell'opera sua. Invano studiava il volto del conte per indovinarne i desideri; su quella fisonomia non leggeva altro che l'impazienza.

“Hai tu paura di dirmi tutta la verità? — ripigliò il Conte colla amorevolezza propria di chi è lieto d'aspettarsi una buona nuova — e che? credi tu forse che io goda del male altrui? Se Maffiolo Mantegazza è fuggito, tanto meglio: Dio vegli su lui... e lo conduca a salvamento.„

“Dio veglierà su lui, non ne dubitate„, soggiunse Medicina, arrestandosi sulla frase, che lasciava sottintendere in certo modo la nuda verità “Messer Maffiolo non è più in balía degli uomini. Egli....„

“Non è più in balía degli uomini!!„

“Si, o Messere, poichè egli è morto.„

“Maffiolo è morto?...„ sclamò il conte con accento di desolazione.

“Maffiolo è morto!...„ ripetè il ciurmatore, scomponendo la frase nelle sue sillabe e pronunciandole con tuono patetico.

“Ma quando, e per mano di chi?„

“Jeri, e per mano propria.„

“Se ne conosce il motivo?„

“Vi è ogni ragione per credere ch'egli pigliasse l'unico disperato partito che lo sottraeva ai fanti di giustizia, pronti a mettergli le ugne addosso.„

Il conte si coperse il volto colle due mani, e con parole soffocate, che niuno avrebbe potuto comprendere, susurrò tra sè. “Che avverrà mai di sua figlia?... e lo amava tanto....! povera Agnesina....!„

Il ciurmatore, meravigliato di una sensibilità così nuova, desiderava mitigare l'asprezza della notizia, e non sapeva come farlo.

“Mi fa male il vedervi tanto afflitto, o signore„; prese egli a dire.

Si scosse a quelle parole il conte, e dimandò:

“Sai tu i particolari di quest'avvenimento?„

“Una lettera dello stesso messer Maffiolo diretta a sua figlia chiarirà l'arcano. Eccola:„; — e la consegnò al principe.

Pensava tra sè il conte, se quello scritto doveva essere posto nelle mani d'Agnesina, perchè fosse resa consapevole della sciagura dalle stesse parole di suo padre. Ma ciò era forse quanto ucciderla. — Assunse pertanto sopra di sè il carico di informarla, sperando che l'amor suo gli avrebbe suggerito le parole più proprie a così doloroso officio. Ripose la lettera di sotto al giustacuore, ed alzando gli occhi su Medicina, gli disse:

“Ora narra, e con tutta chiarezza, quanto è a tua notizia.„

“Vi parlerò per bocca di un testimonio, che vide quanto era possibile vedere — soggiunse Medicina con una voce sì commossa, che non sembrava più quella del cantambanco. — Fino da jeri mattina alcuni ceffi scomunicati, che appestavano di bargello a un miglio, facevano la ronda lungo la via, dov'è la casa dei Mantegazzi. Messer Maffiolo non mise piede fuori della porta. I vicini, che avevano annasato i birri, cominciavano a rallegrarsi nella speranza, che il buon messere l'avesse data a gambe. Così fosse stato! egli invece era rinchiuso nel suo studio, in mezzo a un monte di carte, che, dicesi, ripassava una per una; questa riponendo, quell'altra gittando alle fiamme. I fanti, vogliosi di far preda, senza dar nell'occhio alla plebaglia, che quando vuol giustizia sa farla in via sbrigativa assai meglio che il capitano, attendevano la notte, per fare il colpo. — Dicesi ancora che Messer Maffiolo informato di tutto, aspettasse l'ora opportuna per cavarsela, e che a ciò corressero intelligenze col vicinato: anzi che vi fosse una scala già pronta, perchè potesse discendere da un finestruolo, e per gli orti scantonare alla sorda. — Tutti sogni della buona gente, che vorrebbe liberarsi dalla pena di compatire e di operare. Non v'era nè soccorso, nè scala, nè tampoco un uomo; nessuno volle risicare la propria per la pelle altrui. — Venne infine quella sciagurata notte. Messere non era mai uscito dal suo studio. Alcuno, che lo vide, attestò che egli era sparuto, scarno, quasi contrafatto, che sedeva davanti al suo stipo, scribacchiando come uno che ha più cose a dire, che tempo per enumerarle. — Un servo tentò distoglierlo da quella occupazione, rammentandogli essere l'ora della cena; egli rispose all'invito chiedendo gli venisse portata una lampada, e tirò avanti nel far correre la penna e nel rovistare le carte. — Quando fu bujo fitto, il servo udì scorrere il chiavaccio alla porta dello studio; e quante volte s'accostò ad essa per agguatare dalle fessure, nulla vide nè udì.„

A questo punto il narratore fece una breve pausa, dubitando che non gli fosse prestata attenzione: perocchè il conte, appoggiata la testa nel cavo della mano dritta, sembrava assorto nei proprj pensieri. Ma quell'istantaneo silenzio lo scosse, e gli fe' levare lo sguardo con tale espressione, che non lasciava dubio che egli provava grande interesse nell'udir quel racconto, ed equivaleva ad un comando espresso di continuarlo, senza dimenticarne alcun incidente. Medicina quindi ripigliò:

“Quando io giunsi in Milano doveva essere all'incirca mezzanotte. Entrando per la porta, udii la tabella ferrata di non so quali monaci dar il segno del mattutino. — Faceva bujo come in gola del lupo: il cielo era rannuvolato; le case tutte chiuse. Non vidi un solo lume ad una finestra, non incontrai un lampione per la via; non udii una pedata che battesse il lastrico[13]. La vostra bella Milano, sì vivace e popolosa durante il giorno, sembrava un sepolcro. — Durai fatica a rintracciare la casa dei Mantegazzi, benchè mi fossi proposto di recarmi a quella del signor Maffiolo, che sapeva essere presso la Torre dell'Imperatore, non lungi dal monastero della Vecchiabbia. Quando misi capo nel terraggio, uno splendore di fiaccole mi fece riconoscere la casa che io cercava. La porta era spalancata, e sulla soglia stava un branco di zaffi, allumando all'ingiro con sospetto. — Scavalcai da lontano per non dar nell'occhio, legai la mia rozza trafelata a un pilastrino; e avanti. — Due di quelle guardie, appoggiate agli stipiti della porta l'una rimpetto all'altra, tenevano le alabarde incrociate. Per verità, non era necessario usar tanta precauzione, perchè al di fuori era un deserto. Sul mio passo le alabarde si rialzarono tosto, perchè il cencioso guarnaccone, lo aveva lasciato sul basto della cavalcatura; e mi mostrai ai soldati col giustacuore fregiato del vostro potente biscione. — Nell'interno della casa era un nugolo di fanti: alcuni appostati agli usci, altri radunati nell'androne. Brillava loro sul volto la contentezza del bottino; e preludiavano l'orgia collo schiamazzo e le sorsate.

“Io mi avvicinai ad uno di loro, e chiesi: — Che avviene? — Un affare di nulla, prese egli a dire; un pulcino da condurre a pollajo — Chi è egli? — Messer Maffiolo Mantegazza — E il perchè?... Ne sappiam noi! ci dicono di venir qui, di far la guardia, di catturare.... sanno forse i vostri tomaj dove voi pensate di andare? — E il prigioniero ove trovasi? — In quella camera, rispose il bravaccio additandola; colà il capitano ed un giudice frugano e tasteggiano fra le carte, peggio che se quei cenci fossero aste e pugnali. Ma c'è voluto del buono, vedete, a penetrare là dentro; si dovette abbattere la porta, che messere non volle aprire, ancorchè ne lo pregassimo con tutta civiltà.

“Il bravaccio mezzo brillo continuava a blaterare, quand'io già lontano da lui tentava d'introdurmi nella stanza del prigioniero, — Alla porta nuove difficoltà; il giudice aveva dato ordini severi. Io finsi d'averne de' più severi de' suoi; fatt'è che entrai.

“Vostra Grazia[14] per certo pensa che io m'abbia un cuore di macigno, eh! ella non va lontano dal vero. Ne ho vedute tante a questo mondo, che ci ho fatto il callo. Eppure bisogna dire, che coll'andar avanti negli anni si arrivi al tenerume, perchè questa volta anche senza i soliti piagnistei, m'ebbi una stretta al cuore così nuova, che quasi credetti fosse compassione.

“Vi degnate voi d'ascoltarmi? — Messer Maffiolo sedeva nel fondo della camera col corpo addossato al leggío, e il capo sur un libro, che gli faceva l'officio di capezzale. Io fissai quel volto; gli occhi erano chiusi, ogni tratto rigido ed immobile: vi rimaneva solo un'impronta di dolore, che la vita fuggendo non s'era tolto seco.

“Col consenso del curiale, che mi riconobbe, mi avvicinai a lui, e lo scossi; non diè segno di vita; gli posi una mano sulla fronte, era di marmo; una altra al cuore; mùtolo del tutto. — Constatata la morte, il curiale fece insaccare quante carte credette appartenere alla giustizia, ed il capitano affidò la custodia del cadavere a' suoi sgherri. L'uno e l'altro dopo ciò se ne andarono.

“Io stava per partire con loro, allorchè, non so per qual ragione, dovetti arrestarmi un momento; allora pensai che avrei potuto conoscere, meglio che il curiale, qualcosa di quel garbuglio. — La stanza era stata frugata, tramestata, sconvolta in ogni sua parte; io la frugai di bel nuovo, e non invano; perchè in un canto scopersi una coppa, probabilmente ivi riposta da poche ore. Benchè fosse vuota, le sue pareti erano umide e crasse; e nel fondo stagnavano alcune gocce di un liquido denso e verdognolo, che alla vista ed al fiuto riconobbi subito per uno stillato di tossico. — Il curiale se n'era ito coll'intima convinzione, che messer Mantegazza fosse morto di un colpo: pover'uomo!

“Finalmente era per andarmene anch'io, contento di avere almeno qualcosa di più positivo da aggiungere alle vaghe conclusioni della giustizia, quando vidi a terra un non so che di bianco e riquadrato, che mi sembrò essere ivi dimenticato o perduto. — Mi affrettai a raccogliere quel nonnulla, e per tal modo giunsi a sottrarre alle ugne degli sgherri quella lettera, che v'ho testè rimessa, perchè vi degniate di consegnarla a madonna Agnese. — Quello scritto dirà ciò che noi e la giustizia non giungeremmo mai a sapere.„.

XXXVI.

Il lettore, io spero, non si sarà lasciato cogliere al laccio dalle parole alquanto raddolcite di Medicina. Egli conosce troppo e troppo bene la vita di colui, per aver fede in un subitaneo ritorno a sensi più umani. Volendo però giustificare tal mutamento, diremo che Medicina questa volta cangiò di linguaggio, perchè colui che l'ascoltava aveva cangiato d'aspetto.

Il conte fingeva d'ordinario di porgere una svogliata attenzione ai racconti del suo messaggero: ascoltava come colui che è preoccupato da altri più gravi pensieri; sapeva mostrarsi impassibile a ciò che gli veniva svelato, fosse anche un mistero carpito con grande arte e con pari pericolo da chi lo serviva. — Che l'opera di lui avesse in gran conto, lo mostrava solo dalla liberalità de' suoi compensi: a tal segno, che lo stesso Medicina, non facile di solito a provare sazietà di denaro, soleva dire: che il conte pagava splendidamente la noja d'ascoltarlo.

Ciò era studio in Giangaleazzo, non natura. Col lungo esercizio però, l'abitudine di temperare i suoi intimi sentimenti aveva preso tale consistenza, che a vincerla non bastavano le ordinarie agitazioni della vita.

Ma lo scaltro aveva davanti a sè un tale non meno scaltro di lui. Costretto dal suo difficile mestiere a vendere, non lasciava passare l'occasione, appena gli si presentasse, di comperare. Cedeva a denaro i secreti della corte di Barnabò, quest'era il patto espresso; ma se ne riserbava uno tacito per sè, quello di scovare alla sua volta i secreti del castello di Pavia. Perciò, mentre il conte riannodava le svariate relazioni di Medicina, questi leggeva o pretendeva leggere sul volto di quello pensieri e progetti. E quando i due sguardi, diretti entrambi ad indovinare e scrutare, s'erano incontrati, rimanevano confusi dalla reciproca scoperta, e cercavano di sfuggire col minor scandalo possibile dal comune ritrovo, come due amici che inconsapevolmente s'abbattono a fare la corte ad uno stesso idolo.

Che Medicina non fosse molto addietro in tali arti, lo proverà l'aria patetica con cui aveva intonato la sua relazione: con ciò egli metteva d'accordo le suo parole e i sentimenti di chi l'ascoltava, per spianarsi la via a meritarne confidenza, o per aver la chiave del secreto; e frugarvi dentro e rubacchiarvi a sua posta.

Di costui si è detto più di quanto è necessario per rischiarare i sentieri tenebrosi, che egli soleva percorrere. Pur troppo si dovrà tra breve tornare a lui; ma non ci avverrà mai di dover mutare o correggere il primo giudizio. — Ne incumbe intanto l'obligo di dire qualche parola intorno al conte, di cui fin qui ci siamo occupati solo alla sfuggita. Un'ordinata rassegna delle sue gesta verrà esposta nel séguito: basta per ora un piccolo e fedele abbozzo del suo ritratto morale.

Si è già detto come la sua infanzia fosse accompagnata da felici pronostici: dicemmo che nella sua gioventù egli si mostrò grande amico e protettore degli studiosi; ma, a differenza de' prìncipi della sua epoca, non faceva pompa di trarre dietro a sè un codazzo di piaggiatori saccenti. — Proteggeva l'uomo, per onorare la scienza da lui professata; ed onorava la scienza non perchè fosse una delicatura degna degli agi di un principe; ma perchè da essa aspettava lume e guida per sè. — Onde disse bene, parlando di lui, Paolo Giovio “che presentendo egli tutte le cose, e quelle ancora che erano a venire, pareva che reggesse la fortuna col consiglio[15].„

Splendida era la reggia di suo padre; dal sommo Petrarca all'ultimo giullare, dalle corti d'amore alle facili ghiottorníe de' servi, tutto era principesco e magnifico.

Giangaleazzo sfuggiva a quelle vanità; le giostre e i tornei, per quanto fossero esercizii atti a rassodare la vigoría delle membra, sfruttavano il guadagno nelle tresche e nelle illecebre. Giovinetto abbandonò quindi la corte, e mentre ivi si dilapidava l'erario per iniziare e stringere grandi alleanze spesso fatali a chi è debole, egli impugnava le armi a più nobile scopo; per difendere cioè il retaggio de' suoi, dagli attacchi dell'ambizioso marchese di Monferrato.

La fortuna gli fu alcuna volta propizia, più spesso avversa. Dalla vittoria apprese la scienza delle armi, e contrasse quello spirito guerriero, che doveva un giorno essere l'unico e vero alleato de' suoi grandi disegni. — Ma ben più proficua maestra gli fu la sventura; perocchè niuna lezione è più salutare ai prìncipi, quanto quella che gli vien data dalla fortuna, cieca del pari con tutti. — È bene che l'uomo, dinanzi al quale tutto cede, apprenda che vi ha forza alla quale conviene ch'ei ceda alla sua volta. Da quelle sconfitte dunque imparò egli a vincere: — sul campo alcuna volta; in ogni caso sè stesso.

Benchè non si inebriasse, come gli altri prìncipi della sua casa, al fumo de' grandi parentadi, pure, ossequioso verso suo padre, aderì alla proposta di matrimonio con Isabella figlia di Giovanni il buono: onde illustrò il suo casato col sangue di S. Luigi e colla dote della contea di Virtù. Ma impalmò la sposa e la perdette entro breve tempo; con nozze ed esequie sì splendide, che furono da prima la meraviglia, poi la ruina dei popoli, forzati a pagare quelle prodigalità con insopportabili tributi.

Nei sette anni dopo la morte di suo padre, durante i quali ebbe diviso lo stato con Barnabò, attese a migliorare l'interna condizione dello stato. — Come l'agricoltore, che pone mano ad un terreno derelitto, comincia dallo sbarbicarvi le erbe velenose o parassite, e, ridonando al suolo le sue forze primitive, lo pone in istato d'offrire sùbito e spontaneamente qualche frutto; così il Conte di Virtù, all'intento di migliorare la cosa publica, prima che a fabricar leggi ed a versarle a piene mani, volse ogni sua cura a togliere l'abuso, vera gramigna che impedisce lo sviluppo delle sagge istituzioni.

Cominciò dal principe e dalla corte. — Impose a sè ed alla sua casa una maggior parsimonia nelle spese: distribuì più equamente i vecchi debiti: richiamò, in vigore l'esatta osservanza degli statuti, l'arbitrio dei giudici represse con pene severe; la sua propria volontà sottopose all'impero della legge.

Per tal modo, potè sùbito far gustare al popolo il vantaggio della sua amministrazione. Le prime economie parvero il ritorno alla ricchezza; la cessazione degli atti arbitrarii ebbe aspetto di libertà.

Tornò utile alla buona fama del suo governo la tristissima, che aveva accompagnato quello di suo padre. Galeazzo II succedendo al governo popolare ravvivava in suo danno le recenti memorie della libertà perduta; e il Conte di Virtù, succedendo all'inventore della quaresima, colla sola abolizione di tanti atroci supplizj, appariva il più umano dei prìncipi.

Egli soleva dire che nel maneggio degli affari proprii ed altrui non v'ha miglior cosa dell'ordine[16]. Quest'ordine stabilì meravigliosamente in tutti gli officii del suo stato. E benchè ciascuno di essi fosse diretto ad uno scopo suo proprio, ed avesse spese ed uomini speciali, sicchè poteva agire colla necessaria indipendenza, pure egli, raccogliendo la somma delle cose nelle sue mani, seppe legare in un solo e precipuo interesse le disparate amministrazioni, di modo che tutte convergevano allo scopo supremo, il bene della patria. Se crediamo al citato storico, egli inventò o richiamò in vigore l'uso di affidare allo scritto ogni petizione e reclamo, ogni arbitramento e sentenza. Scomparve per lui quella fatale costumanza di provedere a molte bisogna con giudicati improvisi ed arbitrarii, quasi sempre desunti dalla volontà del principe o maligna per sè, o male interpretata: onde nei rovesci opponevansi rimedj che palliavano il sintomo ma non toglievano il germe del male; e quel po' di bene, se pure poteva chiamarsi con questo nome ogni improvido slancio di generosità, era operato a caso; come vien viene; senza tener conto che il dare all'uno è togliere all'altro.

Le commissioni pertanto, le leggi, le spese erano registrate su grandi libri, per mano di uomini di non dubia fede; e quei registri, a tempo debito, erano riveduti da censori scelti dal principe; ed all'esame del principe venivano sottoposte le operazioni degli stessi censori.

Il Giovio ne dice d'aver veduto quei grossi volumi di pergamena, in cui si registrava l'andamento ordinario d'ogni ramo d'amministrazione. E tale esattezza richiedeva il principe nelle annotazioni, che tutte e partitamente si dovevano registrare le entrate e le spese: particolareggiandole di modo, che, in fin d'anno, non solo si conoscesse quanto erano costate le armi o le opere publiche o la publica beneficenza; ma risultassero altresì le spese fatte pel mantenimento della corte; rendendo stretta ragione degli spettacoli, delle onoranze prestate ai forastieri, e perfino descrivendo minutamente i banchetti e le feste.

Tutto ciò che ai dì nostri è la prima e più ovvia applicazione dei principj economici, era a quei tempi come una mammola colta sotto la neve; perocchè i prìncipi solevano chiamare publica necessità ogni loro individuale desiderio, e, ad appagarli, mettevano la mano nell'erario, riputato inesauribile finchè rimanesse l'ultima moneta all'ultimo dei soggetti.

Ma le istituzioni di Giangaleazzo non miravano soltanto a fondare un sistema di economia; esse preparavano a lui il tesoro della esperienza; ai posteri il materiale per una storia veritiera. Imperocchè solevasi registrare ogni atto publico, ogni importante avvenimento; e si teneva copia di tutte le corrispondenze coi capitani e coi potentati stranieri; onde chi volgesse gli occhi a quelle carte, avesse dinanzi a sè la relazione fedele di quanto era accaduto negli anni antecedenti; e da quella pigliasse norma a deliberare pei successivi.

Da tale procedere, riputato dagli Statisti di quel tempo come un effetto di meschinità e grettezza, nasceva la generale disistima in che era tenuto il suo governo dai signori vicini, e specialmente da quello di Milano. L'esercizio dei diritti eminenti non tolerava il sindacato della publica opinione; quindi la cautela che Giangaleazzo poneva nel prendere ogni deliberazione, il suo rispetto verso la coscienza publica, e infine quel suo dar conto di tutto a tutti, anzichè farlo degno di lode per la sua popolarità, lo accusavano di inettezza e di codardia.

Ben più grave censura si meritò da' suoi emuli, quando negli anni seguenti, con umiltà affatto nuova, abrogò decreti e statuti da lui stesso poco prima emanati; e tali deroghe non pose all'ombra del sovrano suo arbitrio, ma giustificò col peggiore degli scandali, ingenuamente confessando d'essersi ingannato.

Mentre in Milano i più sacri diritti soggiacevano all'incertezza cagionata da un governo pazzamente arbitrario, in Pavia le cose correvano piane; forse troppo piane pei tempi: talmente che la lunga pace, la individuale libertà, la publica sicurezza, mentre tutto il mondo era trambusto ed armi, parevano languore e letargo.

In Milano il clero strillava sotto il continuo flagello di Barnabò. La santa Sede tentò di intimorire il Visconti, scagliando contro lui più volte i fulmini delle censure ecclesiastiche, ed infiammando popoli e prìncipi ad una crociata. È ben noto come Barnabò trattasse i legati del Pontefice, sul ponte di Marignano, quando fè loro scegliere il rinfresco del fiume, o il pasto della bolla pontificia. Altri condannò al rogo, perchè avevano osato muovergli alcun rimprovero.[17] Non rispettò nè amici, nè privilegi; si bruttò d'enormi delitti, di violenze inaudite, ma combattè a oltranza quei pregiudizii, che oggi ancora s'atteggiano minacciosi, e che erano allora tanto formidabili da fiaccare ogni spada, da far chinare ogni testa.

Quanto soffrisse il popolo milanese da quella lotta intestina fra i due poteri, il civile e l'ecclesiastico, non è facile a dirsi. — Un'assoluta neutralità era impossibile dove era in gioco la coscienza; accedendo al clero, temeva esso per la vita minacciata dal tiranno; accostandosi a questo, tremava, a più forte ragione, per la salute dell'anima.

All'incontro in Pavia, le due podestà agivano di buon accordo; per cui il popolo poteva obedire all'una senza incorrere nelle censure dell'altra. — Si dovrà dire per ciò che Giangaleazzo fosse tanto pio, quanto era empio Barnabò? Non torna a conto l'occuparci per ora di tale questione; molto più che bisognerebbe prima chiedere di qual pietà vuol parlarsi. Ve ne ha una che si accoppiò sempre colla più tetra tirannide. Gli atti devoti di Galeazzo II vanno all'infinito; nessun altro principe fu largo, come lui, alla chiesa ed ai poveri: nessuno più di lui fu esatto nell'adempimento dei doveri di pietà. Digiunava una volta alla settimana, e distribuiva in quel giorno l'elemosina di un fiorino a tutti i poverelli in Cristo, per la salute dell'anima sua. In leggere la nota delle sue giornaliere beneficenze, quale ci vien riferita dal Giulini,[18] bisognerebbe dirlo un santo; eppure egli era l'inventore della famosa quaresima.

Il Conte di Virtù, meno pio del padre e assai più ossequioso dello zio, contenevasi tra i due eccessi; ma non si deve perciò fare grande assegnamento su quell'aria contrita ed ascetica, che qualche volta affettava sotto gli occhi del popolo. Per vista di lontani vantaggi egli accarezzava i chierici, perchè nemici del suo vicino e futuri alleati de' suoi progetti. Una brutale schiettezza traeva Barnabò ad inevitabile ruina; era lecito credere che una studiata reverenza avrebbe guidato il suo rivale a miglior meta. Concludiamo che quante volte egli, il più destro politico del suo secolo, confessava la propria pochezza o faceva atto di ossequio dinanzi ad una stola, s'avanzava di un passo verso lo scopo designatogli dalla più efficace delle ambizioni; quella che comanda a sè stessa gli indugi e la temperanza.

XXXVII.

La relazione di Medicina aveva risvegliato nell'animo del Conte ire affatto nuove ed un desiderio ardente d'affrettare le vendette. Ma egli confessava dentro di sè che quella nobile indignazione non era soltanto l'eco di un grido suscitato dalla umanità oppressa. Chiamò il cuore a rendergli stretto conto d'ogni suo riposto sentimento; e, fattosi giudice severo di sè stesso, comprese, che più della sventura di Maffiolo, parlava in lui l'ardentissimo affetto per Agnesina. Cominciò pertanto a diffidare di sè; armò contro le passioni sollevate la vecchia sua prudenza, ed attese da quella lume e consiglio.

“Ciò che ho maturato in secreto, per lungo corso d'anni, diceva egli tra sè, dovrà essere scosso e reso vano da una momentanea passione? Per vendicare Agnesina non bastano le ire; ci vogliono le armi ed il braccio vendicatore. Ora conviene che s'apprestino le prime, che l'altro s'invigorisca.„ — Ritornando poscia a più calmi pensieri, soggiungeva: — “Chi, al posto di Barnabò, avrebbe operato diversamente?... Parliamci franco: io pure coltivo il pensiero d'escire colle mie vittorie dai confini dello Stato, poichè oramai mi sembrano così angusti da soffocarmi. Or bene; se, mentre la fortuna asseconda la mia impresa, sorgesse un uomo od un partito ad attraversarmi la strada, sarei io tanto generoso da perdonare all'uno e all'altro? Ciò che il Visconti di Milano operò per sete di sangue, il Visconte di Pavia non isdegnerebbe operare per mire d'ambizione. I due rivali muovono da punto opposto, ma si appajano sulla via per arrivare forse ad una sola meta. No: la misura non è ancora colma; non si sfrutti il tesoro di una lunga dissimulazione. Il leone torni a rinchiudersi nella sua tana; rida intanto lo stolto che travede in esso un timido cerbiatto. Quando sarà l'ora, a bujo fitto e mentre tutti dormono, uscirà la fiera: i suoi nemici avranno tempo di riconoscerla, non quello di difendersi.„

Con tali pensieri, se non con identiche frasi, il conte di Virtù costringeva al silenzio ed all'obedienza quella passione, che minacciava di condurlo ad un bollore intempestivo. Aggiungeva il nuovo ai vecchi rancori. — Simile ad un uomo avveduto che, meditando da lunga pezza un acquisto importante, ripone nel salvadanajo le economie giornaliere, egli accumulava gli odii, affinchè, compiuta la somma, altro non gli rimanesse che metter mano all'impresa per averne certo successo.

Dopo ciò, le sue indagini, rientrando in un campo più ristretto, lo conducevano a fare a sè medesimo alcune interrogazioni. — Chi mai dovrà informare Agnesina della sua sciagura? con quali parole converrà tessere la tristissima storia di quella notte? quali mezzi infine sarà mestieri adoperare onde mettere al sicuro la donzella dalle conseguenze della disgrazia paterna?...

Erano chiare le dimande ed altretanto urgente il bisogno di rispondere. — Invano invocava egli il ritorno di quelle lunghe ore notturne, consumate in una vuota aspettativa, in cui il tempo soverchiando le cure lo faceva presago di sventure ignote. Era mattino fatto; Agnesina non tarderebbe a venire da lui per la consueta visita. Che dirle? come parlarle?...

Cavò fuori la lettera portata da Medicina, quasi che sperasse da quella un consiglio: come se ne attendesse una inspirazione. Ma lo scritto, nella sua forma esteriore, non diceva nulla: lo guardò, lo riguardò più volte: esso era alquanto pesto e gualcito; ma conservava intatto il sigillo e nitido l'indirizzo.

Gli parve che fosse miglior cosa rimettere nelle mani d'Agnesina la lettera, e lasciare allo scritto la cura d'informarla degli avvenimenti. Erano le parole di suo padre; e chi, meglio di lui, avrebbe saputo trovare il linguaggio atto a scemare il colpo di una sventura sì grande? Chi più di lui, poteva accompagnarla di una pietà efficace e confortante? — Quest'idea però, che a prima giunta pareva l'unica e la più saggia, a poco a poco andava perdendo i suoi pregi, e si spingeva torbida ed ambigua in mezzo ad un mare di incertezze e di sospetti. — Gli parve inoltre che il rimettere nudamente quello scritto alla fanciulla, fosse quanto sostituirsi ad un venale messaggero; operar meno di quello che avrebbe fatto il più negletto conoscente, o l'ultimo servo della casa. S'indispettì con sè medesimo d'avere accolto un'idea che gli poteva fruttare un'aggiunta di mali non meritata; e si pose di nuovo alla ricerca. Non andò guari che gli si affacciò un'altro partito egualmente semplice e per certo più saggio: e il suo volto andò incontro ad esso con un'aria sicura, come al vedere un'amico da cui s'aspetta soccorso.

“Sì: meglio è, pensava, il chiamare Canziana, raccontar tutto a quella buona donna, ed affidare a lei la lettera e l'incarico d'istruire la fanciulla. Colei l'ama come se fosse suo sangue: non si rifiuterà. — È abbastanza destra per guidarla alla conoscenza del vero, senza precipitarvela di colpo; è donna pia, e saprà adoperare quelle parole che rialzano l'anima, e la rendono valida contro le umane sciagure. Alla peggio le aprirà le braccia per accoglierla nel suo seno e piangerà con lei: mentre al mio cospetto forse farebbe violenza a sè, e sentirebbe aggravarsi il peso della sua disgrazia.„

Non è a far meraviglia che anche su ciò il Conte poco dopo trovasse a ridire. — La passione, che per rendersi più autorevole assumeva l'aspetto di prudenza, lo guidava a dubitare della sagacia di Canziana quasi fosse pericoloso il fidare un tanto incarico all'improvida carità di una donna vulgare. Ma pensando alla fonte sospetta, da cui emanavano le sue paure, vergognavasi tosto d'averle concepite. Un sentimento più nobile e disinteressato le combatteva, e riportava su di esso una completa vittoria. — Promise d'affidare tutto alla governante: certo che la donzella, consapevole un giorno di quell'atto di rispetto, gli saprebbe grado d'averle risparmiato la pena di mostrarsi piangente dinanzi a lui. — La donna ama seppellire nel mistero le proprie lacrime, qualunque ne sia la cagione; è questa la più squisita esigenza del pudore muliebre.

Fra tali ed altri simili riflessi, e nel proposito di non avere altro di mira che il bene di Agnesina, concluse con questa saggia verità: colui che negli interessi del proprio affetto, trae partito delle casuali circostanze per avvantaggiarlo, confessa d'esserne indegno.

Ma accadde questa volta ciò che spesso suol essere, quando avvertiti di una vicina difficoltà, ci facciamo ad incontrarla, studiando tutte le combinazioni possibili, e contraponendo a ciascuna di essa i dettami della più scrupolosa prudenza. L'azzardo si compiace di sventare i nostri preparativi; esso ci affretta quell'incontro dove e quando meno vi si pensa; e noi ci troviamo sprovisti e nuovi in faccia agli eventi, come se fossimo stati improvidi e del tutto non curanti.

XXXVIII.

I disegni del Conte si fondavano sulla certezza, che Agnesina, affatto ignara dell'accaduto, gli si presentasse colla calma dei giorni antecedenti. E chi infatti poteva pensare altrimenti?

Ma Agnesina, per un caso fortuito, aveva avuto sentore dell'arrivo di un messo da Milano, e sapeva che egli era stato accolto con grande sollecitudine, e con non minore secreto. Sapeva di più che il medesimo era stato di nuovo spedito a Milano, di tutta fretta, e che se ne attendeva il ritorno prima dello spuntare del sole. Tutto ciò la conduceva a conchiudere, esservi in aria un gran mistero. Ma come poteva ella dubitare che quel mistero racchiudesse una sventura? e perchè quella sventura doveva essere riserbata a lei?

Nulla invero esisteva di positivo che la trascinasse a così mesti pensieri; ma tante piccole cose, che forse in altre circostanze sarebbero rimaste inosservate, per una speciale disposizione d'animo assumevano, in quel momento, l'importanza di un funesto presagio.

Contribuiva a ciò lo stato d'incertezza nel quale il suo cuore si logorava; ora desioso d'aver consiglio e soccorso, or timoroso di chiederlo. Non sapeva definire qual nome meritasse il sentimento che la legava al suo ospite. Era un dolore; eppure ella lo accarezzava: traeva seco il diletto di una piacevolezza fortuita, e non andava disgiunto da un interno rodimento, quasi fosse una colpa. — Due potenze opposte si disputavano l'impero della sua ragione; l'una la consigliava ad allontanarsi da colui, che le aveva tolta la pace: l'altra la riconduceva quasi involontariamente al suo cospetto, giacchè la lontananza pareva costarle un dolore ancor più acuto. Se alcuna volta mosse rimproveri a sè, perchè non sapesse obedire ai fatti proponimenti, non una, ma mille volte si giustificò colla fatalità, che aveva condotto in sua casa un ospite tanto illustre, e che le imponeva di mostrarsi cortese ed onesta. Però quella lotta, per quanto sembrasse grave, diveniva puerile appena vi si frapponesse la memoria di suo padre. Le sembrava che un solo suo sguardo avrebbe sciolta ogni incertezza e ricondotta la calma al suo cuore. Sentiva che la sua inerzia sarebbe vinta facilmente, quando la leva motrice avesse un appoggio fuori della sua volontà. — Era questa come una barca senza remi, che, scendendo in balía di corrente viva ma sincera, può essere trattenuta dal più fragile sterpo.

Agnesina implorava dunque il ritorno del padre, come il rimedio certo a suoi mali. Ma suo padre non tornava; e quella insolita tardanza cominciava ad infonderle dei sospetti.

“Perchè egli m'abbandona qui, tutta sola, in questo momento? — pensava ella; — perchè non mi dà notizia di sè e del suo ritardo, come altre volte? Forse egli sa, che qui trovasi un ospite, e condanna quanto abbiam fatto per lui? Ma se egli disapprovasse la mia, la nostra condotta, tacerebbe egli forse? no: egli non suol essere avaro di franche parole con chi ha meritato i suoi rimproveri.„

Di questo suo vagare fra dolorose incertezze, non fece parola a Canziana; presentendo che una prima dichiarazione l'avrebbe indubiamente condotta ad altre intime confidenze. Solo non faceva mistero della sua profonda mestizia; e la buona governante, lontana dal farne meraviglia, credeva che la fanciulla fosse al par di lei inquieta soltanto per lo strano ritardo di suo padre. E quando Agnesina per rompere un lungo silenzio prese a parlare di lui, ed a deplorarne l'improvida assenza; allora la governante, che non aveva per natura l'animo inclinato a veder torbido, lieta di potersi far forte di un proverbio per consolarla, le diceva:

“Le cattive nuove, o madonna, hanno le ali, e se fosse accaduto qualcosa di sinistro a messer Maffiolo, state certa che non ne sarebbe mancato a quest'ora il messaggero. — Pare che il mondo ci mámmoli, nelle disgrazie.„

Non aveva finito di pronunciare queste parole quando la fante venne di corsa a riferire l'arrivo di Medicina. — Timida per natura, ma abbastanza accorta, aveva traveduto in quell'inaspettato arrivo non il presagio ma l'esordio di un avvenimento sinistro. Credette ella d'aver scoperto sotto quell'abito da pellegrino la maschera di un ribaldo; non dubitò, non discusse; vide cose nere, e corse di volo a darne parte a Canziana.

Con quali colori ella dipingesse la persona arrivata, i suoi portamenti e le balde parole, non è facile ad imaginarsi. Lo sgomento apre la vena dei poetici concetti agli spiriti più vulgari. Canziana, che pur non aveva l'animo inclinato al sospetto, contrasse, in tutta la sua intensità, il contagio della paura; la donzella non ne andò esente. Questa ritornò a' suoi funesti presagi: quella, sulla fede delle sue stesse parole dette poco prima, ripeteva: “ahimè! le brutte nuove trovano presto il loro messaggero.„

Con tali disposizioni d'animo le due donne si coricarono; ma quale riposo potevano sperare? La governante, a cui l'età matura soleva rendere meno facile il sonno, la passò tutta quanta in sospiri e preghiere. Agnesina, dopo aver per qualche ora sofferta una gravezza che le toglieva il respiro, dopo aver tentato con una smania febrile ogni angolo del letto ed ogni postura, finì per addormentarsi. Ma il sonno non fu visitato dalle solite visioni dell'età sua: nè tampoco rassomigliò al muto sopore delle anime trambasciate, alle quali è supremo conforto il momentaneo oblío dei consueti dolori; fu il delirio e l'incubo dell'infermo, fu la vista di una scena orrenda e indescrivibile, dinanzi a cui sentiva d'essere trascinata a viva forza da una mano di ferro, che la stringeva alla gola, e la soffocava. Provò assai più che l'orrore della morte, lo strazio cioè di chi vuol morire, e non lo può. Chiudeva gli occhi; e, suo malgrado, vedeva una danza oscena di spettri, aggomitolati tra loro come un gruppo di serpi; turava le orecchie, ed udiva il sibilo di quegli animali ed un ghigno di demonj e un eco lontano d'imprecazioni e bestemmie. Presiedeva alla treggenda un ceffo orribile colle guance floscie e pallide, la barba cuprea, due occhi infocati, e le labra atteggiate ad un sorriso beffardo. — Quel fantasma sinistro, dinanzi a cui si piegavano riverenti tutte le impure emanazioni dell'inferno, aveva un aspetto non sconosciuto. La mente dell'assopita vagava cercando su qual viso ella incontrò altra volta quel sogghigno infernale. — “Ah! non v'ha più dubio; proruppe ella: è il ceffo di Barnabò Visconti, il tiranno de' milanesi, il paterino, lo scomunicato.... Ma chi è colui, continuò ella delirando, che è fatto ludibrio di quell'orgia?... egli ha volto sereno e tiene alto e tranquillo lo sguardo.... Chi è egli?...„ — Un grido acuto accompagnò la sua fatale scoperta: ella aveva ravvisato l'imagine di suo padre. Quel grido diede una scossa subitanea alla macchina intorpidita, e sciolse di colpo la catalessía. — Agnesina fu subito sveglia, ma non sì presto guarita dalle conseguenze di quella terribile visione.

XXXIX.

V'ha una specie d'incertezza smaniosa, incredula del bene, nemica d'ogni conforto. Invano la ragione tenta stringerla fra' suoi calcoli: essa ne rifugge, quasi fosse suo officio dispensar sempre il massimo dei dolori probabili, non accordar mai che il minimo delle probabili speranze.

Uscire dalle incertezze, checchè si ottenga, è sempre un bene. Il perchè, la povera Agnesina determinò, non appena fosse in grado di reggersi, di andar dal conte e d'interrogarlo. Ma lo voleva; e non sì presto le forze glielo consentivano. La crisi sofferta nella notte l'aveva affranta; era sparuta come chi risorge da malattia mortale; i suoi occhi brillavano di un fuoco febrile; una striscia livida ne accerchiava le orbite e si effundeva sulle sue guance, jeri soltanto sì fresche e color di rosa.

Canziana soffriva con lei, se non al par di lei; ma quale coraggio poteva infundere alla compagna, se non ne aveva punto per sè? L'unico partito ragionevole era il far credere alla fanciulla che ella fosse fisicamente indisposta, e che i fantasmi della notte erano i sintomi di una malattia. Le tastava quindi ad ogni momento i polsi, e li riscontrava più che mai agitati, intermittenti, febrili. La supplicava colle parole le più affettuose a volere coricarsi di nuovo; e non si allontanò se non quando la vide stesa sul letto, e la seppe desiderosa di riposo.

Ma non ci voleva che la semplicità di Canziana per credere che la fanciulla tentasse di chiuder l'occhio. L'espressione di un tale desiderio servì ad Agnesina di pretesto, per essere sola, per raccogliere le proprie forze e correre, appena il potesse, dal conte.

Ora ci si domanderà: perchè la donzella voleva parlare a lui, senza testimonj?

Dubitava che la presenza di altra persona, quella in ispecie della governante, inducesse il conte ad essere meno veritiero. V'ha nel duro officio di annunciare la sventura una pietà che il cuore preparato al male disconosce e chiama crudele. Quelle reticenze e quelle ambagi, che velano la verità, e ritardano lo sfogo completo del dolore, benchè pietose, riescono intolerabili all'anime travagliate. Così pensava Agnesina. Che se tra gli interessi del suo cuore, e la piena conoscenza dei fatti, esisteva un secreto, e per scoprirlo erano necessarie le preghiere, ella voleva essere sola per pregare con tutte le forze del suo cuore, per smovere la volontà, fosse pur inflessibile, del conte.

Da ciò si comprende come il piano di costui venisse rovesciato. Mentre l'affetto, trionfando della passione, gli imponeva di affidare ad altri il suo secreto, il caso lo rimetteva di nuovo nelle sue mani. Non appena ebbe deciso d'inviare persona per cercar di Canziana e pregarla a recarsi immediatamente da lui, vide entrare nella sua camera una donna pallida come uno spettro, e riconobbe in essa l'infelice Agnesina.

Egli aveva dunque preveduto tutte le combinazioni possibili, meno una; e quell'unica si era verificata. Agnesina infatti non era venuta per udire, sì bene per interrogare.

“Signore, esclamò la donzella, avvicinandosi al conte, che non sapeva staccare l'occhio attonito da lei, vi fa pietà il mio aspetto?„

Il conte levandosi da sedere si fece incontro a lei, e pigliandola con rispettosa cortesia per una mano, la condusse vicino a sè, e la fè sedere rimpetto.

“Non so negarvi, o fanciulla, che mi sembrate abbattuta come se una terribile sventura pesasse già sul vostro capo.„

“Oh se sapeste che notte ho passato! Dicesi che nei sogni ci viene talvolta sollevato il velo, che ricopre il futuro.„

“E che perciò? Che temete?„

“È un mistero il mio terrore. Io temo, e non so di che.„

“Un'allucinazione funesta si fa gioco di voi. Tornate alla vostra incredulità; non prestate fede a larve menzognere.„

“Questa larva non è scomparsa alla luce del giorno. La mia visione continua, e s'innesta coi fatti, che qui succedono. — Non è egli vero, che un messo da Milano vi portò notizie assai gravi della città?„

“Come lo sapete voi?„

“Siate generoso o signore, e promettetemi di rispondere ad una sola inchiesta.„

“Dite.„

“Quando quel messo ritornò da Milano non vi riferì cosa alcuna che riguardasse me o la mia casa?...„

“Fanciulla, soggiunse gravemente il conte, non vi affaticate a frugare in ogni recesso della vostra mente, per trovarvi pascolo a dolorosi sospetti. Credete, che la creatura la più felice non rinviene da tale esame, senza avere trovato in sè il germe di un futuro dolore. Guai se lo scopre: gli è come avviarlo ad uno sviluppo....„

“Dunque dovrò io dire a me stessa: rallegrati o insensata....„

“Povera fanciulla!... pensò il conte, chi oserà attraversare i providi disegni di Dio, che volle prepararti ad una sventura? — Poi soggiunse ad alta voce: — Se quel avviso viene di lassù non sarà menzognero. Io rispetterò il vostro dolore, e sarò dove voi siete, per soffrire con voi o per vendicarvi.„

“Ricordatevi, che non avete ancora tenuta la vostra promessa.„

“Solo io posso ripetervi, che voglio essere con voi. Il mio silenzio non è egli abbastanza eloquente?„

“La sventura è dunque certa, disse Agnesina con un accoramento indescrivibile. — Udite il resto del profetico sogno. L'ira del signore di Milano cadde sull'infelice mio genitore. Travolto forse nelle tenebre di una accusa secreta, il povero padre mio langue in un carcere. O signore, — soggiunse ella, levandosi da sedere, ed avvicinandosi al conte quasi volesse inginocchiarsi dinanzi a lui; — voi potete ancora salvarlo; il nemico di mio padre è vostro zio. Una parola vostra....„

“Non mi pregate di ciò.„

“Voi dunque saprete impedire una sciagura„ — chiese Agnesina con ansia mortale.

Non rispose il conte: ma crollò il capo. — Agnesina comprese il significato di quel cenno, s'ascose il volto tra le mani, ed ammutolì. — L'unico sintomo del suo turbamento era un respiro affannoso e convulso.

“Agnesina, disse il conte avvicinandosi a lei e ponendole leggermente la mano su di una spalla per iscuoterla dal suo letargo; vi è ancora un mistero. Voi, che faceste dell'incertezza il vostro martirio, raccogliete le forze per strapparvi dagli occhi la benda, e veder tutto il vero nella sua dolorosa nudità.„

Agnesina rialzò il capo, e stette in attenzione. Il conte proseguì:

“Tutti e due abbiamo bisogno di coraggio — e in dir ciò si tolse sotto l'abito la lettera, e gliela porse — voi per leggere questo scritto; io per assistere alla vostra lettura e per vedervi soffrire.„

Agnesina, nel ricevere quel foglio dalle mani del conte, forse non ne intese le parole, tanta fu repentina e piacevole la commozione che provò alla vista dei caratteri di suo padre. Si ridestò infatti dal suo cupo letargo; una leggiera tinta incarnata le si diffuse sulle gote; e l'occhio già arido ed acceso si velò di una lacrima.

Lesse la soprascritta, e la baciò: rotto poscia il sigillo, dispiegò il foglio. — Forse nel percorrerlo rapidamente, ravvisandolo vergato in tutta la sua lunghezza dalla mano di suo padre, se ne consolò, pensando che il linguaggio della sventura suol essere più breve. Ma quando, chinata sul foglio, stava per incominciarne la lettura, un improviso singhiozzo le si sprigionò dal petto, e le aperse le vie del pianto. — Le fu impossibile il leggere, perchè l'occhio era acciecato dalle lacrime. Smaniosa di ascoltare la voce di suo padre, più volte comandò a sè stessa d'essere forte e di desistere dal pianto. — Ogni buon volere fu vano.

Il conte avrebbe pur voluto trovare una parola per far coraggio alla desolata; ma v'ha parola che eguagli la consolazione del piangere? Ritto sulla persona, egli le stava dinanzi ammirando quella bellissima testa mollemente inclinata, come il fiore sullo stelo percosso dalla gragnuola. Benchè dominato da una commozione profonda e affatto nuova, egli fruiva del libero uso dei sensi, per ammirare le squisite bellezze di quella creatura. Non sfuggiva a' suoi sguardi il tesoro di due brune e ricchissime treccie, che dalla fronte verginale le piovevano alquanto indisciplinate lungo il collo e sulle spalle; velandone in alcuna parte il candore, in altre aggiungendo rilievo alla morbidezza e trasparenza delle carni. Ammirava quel profilo emulo delle opere d'arte, con che lo scalpello pagano tradusse l'ideale perfezione della divinità. Il dolore non aveva involato alcun pregio a quel volto: il pianto era negli occhi e nell'anima, non nelle fattezze. Ma la pietà cangiava l'estasi dei sensi in culto del cuore. Agnesina non era soltanto per chi la guardava la leggiadra donzella, che sparge intorno a sè il profumo della gioventù e della bellezza; era la donna, che si rialza altera ed imponente, come il simulacro del dolore, dinanzi al quale ogni senso ribelle è soggiogato, e si inchina riverente anche un cuore di marmo. — Quella pietà religiosa, che stringeva vieppiù i legami fra il conte e la sua diletta, non era dunque soltanto l'eco fuggevole di un sentimento compreso e diviso; ma diveniva il proposito d'operare a pro di essa, anche a costo d'esserne disconosciuto. — Unica e vera testimonianza d'amore; ogni altra per quanto grande e solenne, può essere nulla più che larvato egoismo. Chi vuol sapere se ama davvero, s'interroghi così: sarei io pronto a divorarmi in secreto, per tutta la vita, i miei affetti, se la felicità di colei che io amo lo richiedesse?... Quando egli senta di poter rispondere affermativamente, vada superbo del proprio cuore.

Fu difatto dietro consigli di un sì nobile disinteresse, che il conte ebbe coraggio di far violenza al pianto d'Agnesina. Egli le tolse di mano lo scritto ormai inzuppato di lacrime; ed a costo di vederla levarsi indispettita contro di lui, volle egli stesso farsene l'interprete e leggerla al suo cospetto. Ciò parrà troppo ardito e, più che ardito, scortese: lo sia pure; ma era saggia cosa l'affrettarle la conoscenza di quelle parole probabilmente gravissime, intantochè la desolata aveva ancora un conforto nel facile pianto. — Quando il dolore giunge a tal grado d'intensità da produrre il delirio, il piangere può dirsi una crisi salutare.

“Agnesina, le disse poi con accento commosso, chiamatemi crudele, ma siate generosa e mi perdonate. Se voi aveste un fratello, ed ei si trovasse al mio posto, non opererebbe altrimenti. Voi non siete in istato di leggere quello scritto; ma è necessario che le parole di vostro padre, che (ed accentuò la frase) forse sono le ultime a voi indirizzate, sieno da voi intese senza ritardo. — Mi concedete la facoltà di leggere questa lettera?„