XIV. La rivoluzione del 1848.
Il battaglione della Principessa.

Partenza della principessa da Napoli con 200 volontarii e festoso arrivo a Milano. — Il podestà conte Gabrio Casati e gli articoli politici della principessa sulla Revue des Deux Mondes. — Carattere della rivoluzione del 1848. — Incontro della Belgiojoso col poeta Mickievicz. — Lettera di lei a re Carlo Alberto. — Le risposte del conte di Castagneto. — Stizze di Cesare Balbo. — Il Crociato e altre pubblicazioni politiche della Belgiojoso. — Il Circolo albertista della principessa in via Borgonuovo a Milano. — Assistenze ai feriti.

Scoppia la rivoluzione del '48, — ed eccoci nel momento più clamoroso, al gesto più epico della principessa. Ella forma, d'improvviso, una colonna di volontarii napoletani per combattere la guerra dell'indipendenza. Lasciamo a lei descrivere la scena:

“Ero a Napoli, quando scoppiò la rivoluzione a Milano. Non potei resistere al prepotente desiderio di raggiungere i miei concittadini: presi a nolo un piroscafo che mi conducesse a Genova. Sparsasi appena la voce della mia partenza, mi accorsi quanta e viva simpatia avesse destata in Napoli la causa lombarda. Volontarii d'ogni ceto vennero a supplicarmi che li volessi condurre con me in Lombardia. Nelle quarantotto ore che precedettero la mia partenza, la mia casa non fu mai vuota: diecimila napoletani volevano seguirmi; ma il mio piroscafo non portava che dugento persone. Acconsentii quindi a condurre dugento volontarii: la piccola colonna fu subito completa. S'era visto raramente tutta una popolazione uscir sì d'improvviso da un lungo riposo, spinta da un solo pensiero di guerra e di devozione. Fra i volontarii che domandavano di seguirmi in Lombardia, gli uni appartenevano alle primarie famiglie di Napoli: abbandonato furtivamente il tetto paterno, vollero seguirmi, non portando con sè che pochi carlini; gli altri, modesti impiegati, cambiavano senza rammarico il posto che li faceva vivere, per la vita del campo. Alcuni ufficiali si esponevano al castigo del disertore, per portare le armi contro l'austriaco; alcuni padri di famiglia lasciavano mogli e figli; e un giovane il cui matrimonio, lungo tempo atteso, doveva essere celebrato il giorno dopo a quello della mia partenza, pospose i più cari doveri al desiderio di difendere la patria.

“Non dimenticherò mai il momento della mia partenza. Il cielo era mirabile. Dovevamo imbarcarci alle cinque della sera. Quando io arrivai al piroscafo, il mare era coperto da leggere barchette accorse da ogni parte per augurarci il buon viaggio. Fra i tanti navigli ancorati nel porto, avresti distinto facilmente il nostro al balenìo delle armi che coprivano tutta quanta la coperta. I miei volontarii m'attendevano. Nei brevi istanti, occupati per gli ultimi preparativi, fummo ancora assaliti da innumerabili domande: da tutte le barche che circondavano il nostro piroscafo, s'innalzavano voci supplicanti per scongiurarci di scrivere un nome di più sulla nostra lista già completa. Non potevamo, disgraziatamente, che opporre iterati rifiuti a quelle istanze sì incalzanti; e quando il nostro piroscafo si staccò dalla riva, un solo grido uscì da centomila bocche; tutti ci lasciavano per addio queste parole: Noi vi seguiremo!

Era affatto nuovo il vedere una bella signora patrizia, sola, che, a sue spese, armava e assoldava, per generoso patriottico impulso, una colonna di militi e partiva con loro in alto mare, come un Giasone femmineo seguìto dagli Argonauti, come una Giovanna d'Arco marittima! Ella, donna, sola, ancor giovane, ancor bella, in mezzo a tanti giovanotti, in una nave!... Non vi era là neppur l'ombra d'un regolamento di disciplina. Non vi erano gradi, allora; tutti erano eguali davanti alla dea fascinatrice, dinanzi al cielo, al mare. Essi passavano i giorni, e talvolta le sere e le notti stellate, cantando le canzoni natie. Il piroscafo portava un nome poetico: Virgilio.

“La traversata fu rapida (continua a raccontare la principessa nel suo rilevante lavoro L'Italie et la révolution italienne en 1848, pubblicato nella “Revue des Deux Mondes„ di quell'anno fortunoso e sfortunato). “A Genova, trovammo accoglienza veramente cordiale.„ E da Genova, la Belgiojoso passò co' suoi militi nella sospirata Milano.... Ma qui è meglio riportare le stesse parole francesi della principessa, che sentiva allora più che mai scorrere nelle sue vene il sangue del maresciallo Trivulzio:

“La population milanaise s'était préparée également à saluer notre arrivée par des témoignages de sympathie auxquels le gouvernement provisoire jugea prudent de s'associer. Mes deux cents volontaires étaient, après les soldats piémontais, les premiers Italiens venus en Lombardie pour prendre part à ce que l'on appelait alors la croisade et la guerre sainte. La présence à Milan du premier corps de volontaires napolitains semblait garantir que la guerre contre l'Autriche allait devenir une guerre italienne, au lieu d'être une guerre lombardo-piémontaise. Les départs consécutifs de quatre autres légions napolitaines vinrent bientôt ajouter au sentiment de confiance que l'arrivée de ces premiers volontaires avait déjà inspiré. Quelques-uns de nos gouvernants se refusèrent pourtant à le partager. Appelée en quelque sorte à répondre du sort des jeunes gens qui m'avaient suivie de Naples à Milan, je cherchai plus d'une fois à appeler sur eux l'intérêt du gouvernement provisoire, et je me heurtai trop souvent contre une mauvaise volonté qui ne se déguisait guère. Il m'arriva, par exemple, de présenter mes volontaires napolitains comme l'avant-garde d'une armée de cent mille hommes, composée de toute la jeunesse italienne, qui n'hésiterait pas à accourir au moindre appel. — Dieu nous garde, s'écriait-on, d'un pareil secours! — Je jugeai inutile de prolonger la discussion. Pourtant ce sont des volontaires napolitains qui ont concouru à la défense de Trévise et de Vicence, et aujourd'hui encore Venise renferme dans ses murs attaqués des défenseurs qui ont quitté pour la secourir les beaux rivages de Sorrente et les gorges sauvages de la Calabre.

“Quand j'arrivai à Milan, les Autrichiens n'avaient quitté la ville que depuis huit jours, et les barricades encombraient encore les rues. C'était la première fois que je voyais les couleurs italiennes flotter sur les murs de la capitale lombarde. J'éprouvais une joie profonde et sans mélange. Tout m'annonçait que l'enthousiasme politique n'était pas refroidi, mais tout aussi ne tarda pas à me prouver que la situation du pays n'était pas comprise par ceux à qui était échue la difficile mission de la dominer et de la diriger.„

Il battaglione della principessa Belgiojoso entrò in Milano per Porta Romana verso le tre ore pomeridiane del 6 aprile 1848; entrò nello stesso giorno che nel Duomo, parato a lutto e fregiato d'iscrizioni d'Achille Mauri, era stato celebrato fra le lagrime del popolo un ufficio funebre pei caduti delle Cinque giornate; solenne ufficio, coll'intervento di tutte le autorità; funzione patriottica e popolare, nella quale primeggiava un drappello della Compagnia della Morte, comandata da Filippo Anfossi, fratello d'Augusto, eroicamente caduto nella lotta memoranda. Giulio Carcano scrisse per quella cerimonia il Canto del popolo in omaggio ai morti della patria, musicato da Stefano Ronchetti:

Per la Patria il sangue han dato,

Esclamando: Italia e Pio!

L'alme pure han rese a Dio,

Benedetti nel morir:

Hanno vinto e consumato

Il santissimo martir.

Di que' forti — per noi morti

Sacro è il grido, e non morrà.

Noi per essi alfin redenti

Salutiamo i dì novelli:

Sovra il sangue de' fratelli

Noi giuriamo libertà!

E sul capo de' potenti

L'alto giuro tuonerà.

Di que' forti — per noi morti

Sacro è il grido, e non morrà.

Il giornale Il 22 marzo nello stesso giorno descrisse quell'ingresso colle seguenti linee, nelle quali scorgo la penna dell'austero Carlo Tenca, poi direttore del patriottico Crepuscolo:

“Le commozioni si succedono senza tregua. Dopo la funebre cerimonia, ecco giungere in Milano, in sulle tre ore, la schiera de' volontari calabresi (così!) condotta dalla principessa Belgiojoso. Entrò per Porta Romana in ordinanza marziale, e sfilò accompagnata dalle nostre guardie civiche sotto le finestre del palazzo del Marino. La schiera è di circa 200: bella gioventù, ardente, già addestrata alle armi e vestita di divisa militare italiana. Il popolo l'accompagnava festoso per le vie, plaudiva all'ajuto fraterno, all'amor patrio, all'eroismo che spirava dai volti di quella generosa legione. Sotto le finestre del palazzo, salutò con clamorosi evviva il Governo Provvisorio: esso rispose, per bocca del presidente Casati, parole di simpatia, di fiducia e d'amore. Quel concorso d'Italiani, che dall'estremo confine della Penisola portano il loro tributo alla causa comune, è augurio di vicino scioglimento alla gran lotta; e il Casati l'annunziò sperando che presto possa il paese, libero affatto e ricomposto, provvedere ai proprii destini. Preluse all'italica unità, meta di tutt'i desiderj, dicendo che il Sebeto e l'Olona ormai non irrigavano più che una medesima terra. Il popolo accolse con giubilo questa solenne espressione de' suoi voti, e, plaudendo, chiese di salutare l'intrepida condottrice di quella schiera, che col coraggio del soldato e colla carità della donna, si consacra alla santa impresa dell'emancipazione della patria. Il saluto fu lungo e clamoroso, e la principessa si ritrasse commossa senza poter proferire una parola. Il fremito durò a lungo nella moltitudine tripudiante, prima che questa si sciogliesse; e tutti partirono benedicendo a quella parola potente che armonizza tra noi tutti i cuori e tutte le braccia.„

Un testimonio oculare mi descrive con eguale accento quell'accoglienza. La principessa entrò in carrozza scoperta, a capo del suo battaglione: in pugno stringeva una bandiera tricolore, e portava un cappello piumato alla calabrese, come i suoi militi, i quali rispondevano alle acclamazioni del popolo strappandosi dal cappello le penne e distribuendole alle avide mani che s'alzavano per afferrarle in mezzo a un delirio di gioja e fra le grida: Viva l'Italia! Viva Pio IX!

Ma il podestà, conte Gabrio Casati, non vedeva di buon occhio il battaglione della principessa. Nel poscritto d'una lettera sua al conte Cesare Trabucco di Castagneto, il Casati scriveva:

“È arrivata la Principessa Belgiojoso con una truppa di 150 avventurieri. Temo che m'abbia fatto un cattivo regalo. Tuttavia ho dovuto rappresentare la scena di arringare questa truppa....„[110]

S'accorse la principessa del malcontento del conte Casati?... Fatto sta ch'ella travolse il suo concittadino nell'onda de' giudizii severi, da lei espressi nella Revue des Deux Mondes.

Oggi, desta stupore il leggere d'una donna comandante d'un proprio battaglione di militi, ai quali distribuiva i brevetti di nomina colle parole: Noi Principessa Cristina di Belgiojoso.... nominiamo.... Si pensa a Giovanna d'Arco; si pensa alle sultane dell'Indostan, dette Begum, che guidavano eserciti in guerra.... Ma bisogna riportarsi al Quarantotto, a tutta quell'epoca di esaltazioni, di fantasmagorie, congiunte ad immortali atti di valore. Era l'epoca, nella quale gli uomini portavano i piumati cappelli all'Ernani, alla Puritana (imitati dalle opere popolari del Verdi e del Bellini), e andavano baldanzosi per via coi pugnali dei tenori e dei baritoni nella cintura, collo schioppo in spalla; uno schioppo ch'era stato forse in pugno a Benvenuto Cellini nel sacco di Roma. Infatti, la galleria d'armi antiche Poldi-Pezzoli a Milano era stata spogliata dagl'insorti; che aveano eretto le barricate (quest'architettura de la libertaa, come le definiva il poeta Rajberti) coi confessionali, coi pianoforti, coi pollaj, colle carrozze stemmate, coi letti matrimoniali, colle scranne dei teatri.... In quei giorni, la marchesa Arconati-Visconti, fervida amica del Berchet, gentildonna assennata, non arringò forse la folla da un balcone in piazza San Fedele?... Il tragico si mescolava al comico, come nei drammi dello Shakespeare, come nei drammi della vita; e qual dramma una rivoluzione, nella quale un popolo vilipeso per tanti secoli come imbelle, sorge d'un tratto vindice, eroe, e inerme scaccia dalla città, a suono allegro di campane come nei Vespri Siciliani, un mezzo esercito armato, con un generale Radetzky alla testa!... Qual dramma il veder giovanetti patrizii inginocchiarsi davanti alle madri perchè li benedicano prima di lasciarli accorrere al combattimento, forse alla morte; donne che bendano pietose le teste degli austriaci feriti, poc'anzi maledetti dalle loro labbra frementi; sacerdoti che impartiscono l'assoluzione a popolani agonizzanti a piè delle barricate e, subito dopo, sparano contro il nemico i fucili tolti da quelle mani irrigidite nella morte. Dio lo vuole! gridavan gli uni come i crociati alla liberazione di Gerusalemme; Viva Pio IX! rispondevano gli altri. Ed era magnifica quella figura di pontefice che sorrideva ai martiri della patria, fra i canti di guerra e le preghiere; era consolante quell'improvviso affratellamento di patrizii con plebei, quell'accordo nell'olocausto giocondo di sè stessi a una idea; idea che si sentiva ardere nei cuori e che parea di vedere là, dinanzi, incarnata in una figura di giovane donna turrita, raggiante: l'Italia!


Cristina Belgiojoso si trovò, a Milano, dinanzi a un grande poeta: all'autore del fatidico Libro della nazione e degli esiliati polacchi, al lituano Adamo Mickievicz, gloria e simbolo della Polonia. Egli era venuto con altri dieci compagni a offrire anch'esso il braccio e l'anima per la redenzione del nostro paese. La principessa aveva conosciuto il Mickievicz a Parigi, dove, in quel Collegio di Francia, era stata instituita una cattedra di storia e di letteratura slava per lui, apostolo possente e gentile, che univa nel suo canto, nella sua parola, nell'anima sua, due ideali: la fede in Dio e la libertà della patria; l'una gl'inspirava le due sublimi preghiere che chiudono il Libro degli esiliati; l'altra gl'inspirava Conrad Wallenrod, il fremebondo poema.

Nella “preghiera dei pellegrini„ il gran poeta della Polonia supplicava “Iddio Signore onnipotente„ così:

“I nostri vecchi, le nostre donne, i nostri fanciulli non possono se non pregarti nel silenzio delle loro anime

“E spargendo lagrime.... Abbi pietà della nostra patria e di noi!

“Concedi che di nuovo possiamo volgere preghiera a te, come ti pregavano gli avi nostri, sul campo di battaglia, con le armi in mano, dinanzi ad un altare costruito di tamburi e di cannoni, sotto il baldacchino fatto delle nostre aquile e de' nostri vessilli.

“Concedi alle nostre famiglie di pregarti nelle chiese delle nostre città e delle nostre campagne. Concedi ai nostri figliuoli di pregare sui nostri sepolcri. Sia fatta peraltro non la nostra, ma la tua volontà, o Signore!„

Ma la principessa voleva incontrarsi in un'altra augusta figura, in Carlo Alberto, l'unico principe italiano che avesse snudata la spada per la libertà: Carlo Alberto, nel quale Cristina Belgiojoso fidava sempre più. Ed ella gli scrisse. È una lettera franca, datata dal paesello di Belgiojoso dove ella s'era ritirata, in attesa degli avvenimenti:

13 Aprile, Belgiojoso.

Sire,

Perdoni la Maestà Vostra il parlar schietto di persona non usa alle formalità della Corte, ed avvezza ad esprimere senza velo nè reticenza le proprie opinioni.

La M. V. sa con quanto ardore io desiderassi il di Lei intervento in Lombardia. Sfortunatamente le mie istanti preghiere non furono esaudite se non molto tardi, quando i Milanesi credevano di aver compìto da essi soli il più difficile dell'impresa. Questo ritardo rende ora dubbio ciò che sarebbe stato certo, qualora la M. V. avesse passato il Ticino qualche giorno prima dell'insurrezione di Milano.

L'opinione mia è sempre la medesima, cioè desidero di tatto cuore la unione della Lombardia al Piemonte e sono incombenzata da persone influenti di Napoli di unire al partito Piemontese di Napoli il partito Piemontese di Lombardia. Dalla risoluzione che prenderanno i Lombardi dipende la sorte di tutta Italia. O noi ci congiungiamo al Piemonte, e non passeranno forse due anni che l'Italia intieramente sarà raccolta sotto la Casa di Savoja; o noi ci erigiamo in repubblica, e Genova ci imita, la forza militare d'Italia, il Piemonte, è ridotta a poco: l'Italia si divide in infiniti Stati e ricadiamo nel Medio Evo. La M. V. può facilmente comprendere quanto io desideri la prima di queste soluzioni.

Ebbi questa mattina un pressante invito dal rappresentante di una potenza forte ed amica, di mettermi alla testa del partito della unione col Piemonte. A questa persona io feci le seguenti obbiezioni che la M. V. potrà, volendo, solvere. Due partiti sono ora in presenza, in Milano, il Piemontese ed il Repubblicano; il Piemontese è composto della aristocrazia Milanese, cioè di coloro che erano un anno fa amici dell'Austria, del Governo Provvisorio e di quelle persone che sono mosse dal timore di perdere i titoli o i denari. Questi sono e divengono di giorno in giorno invisi al popolo; commettono errori madornali; introdussero disordine in tutte le amministrazioni; saranno fra non molto rovesciati dal popolo, ed in qualunque caso la opinione loro indisporrà la parte sana della popolazione.

Il partito della Repubblica si compone del ceto medio, della gioventù e del popolo.

Io non posso accordarmi coi primi e, d'altronde, quand'anche lo facessi, non produrrei nessun vantaggio al partito medesimo; imperocchè non passeranno quindici giorni che l'avere quei signori proposta una cosa, basterà perchè sia respinta dal popolo.

Le mie simpatie sono invece non colla repubblica, ma cogli individui che compongono il partito repubblicano.

Una cosa io posso fare e farò volentieri, se la M. V. me ne facilita la esecuzione. Io mi studierò di formare, nel ceto medio stesso, un partito della unione della Lombardia col Piemonte, nè dispero di riescirvi. Ma questo partito non sarà mosso da mire aristocratiche, ed io non perverrò a formarlo se non posso rispondere che la M. V. accoglierà le domande che da esso venissero formate. Non consentirà per certo ad unirsi al Piemonte, quale il Piemonte è oggi, accettando le istituzioni, le leggi, ecc., di esso. Ma potrà accordarsi di sottoporsi al medesimo principe, quando questo conceda alla Lombardia le istituzioni che ad essa si confanno.

Se mi vien fatto di formare questo partito, la M. V. potrà fare conto di avere dei veri partigiani in Lombardia fra le persone chiare, distinte ed influenti. Ma, per amore della salute d'Italia, V. M. non si illuda di avere un vero partito sino a tanto che con lei staranno soltanto i nobili e gli impiegati di Milano. Dessi cadranno presto, e, rimanessero ancora, come stanno oggi, non sarebbero punto nè poco ascoltati dalla popolazione.

Al rappresentante della estera potenza io non diedi risposta definitiva, imperocchè prima di assumere un impegno come quello di dirigere un partito, voglio accertarmi che codesto partito può esistere ed avere qualche forza; il che non sarà mai se la M. V. non si prende cura di formarsi un partito nella classe media.

Scusi la M. V. il franco parlare e consideri soltanto il sentimento da cui sono le mie parole dettate.

Aspetto la risposta che la M. V. piacerà farmi trasmettere, e depongo ai piedi di lei l'omaggio della mia rispettosa devozione.

Della Maestà Vostra,

la umil.ma ed obb.ma serva

Cristina Trivulzio di Belgiojoso.„

E re Carlo Alberto fece rispondere dal conte di Castagneto non alla principessa Belgiojoso direttamente, ma al cavaliere Maurizio Farina così:

“Volta, 21 aprile 1848.

Mio caro Farina,

“.... Le mando in tutta confidenza una lettera della P.ssa Belgiojoso. Non ne parli con anima al mondo, tale essendo il desiderio di S. M., ma se ne valga per informarsi, poi mi scriva. Procuri però di vedere la stessa Principessa, e senza far mostra di nulla sapere, le dica solamente che tiene incarico da me di ossequiarla e di farle sapere che per l'affare di cui scrisse converrebbe conoscere le condizioni; ma che si calcola molto più su lei che su qualunque altra persona.

Di Castagneto.„[111]

Le condizioni, infatti, le condizioni!... Quali erano?

I Milanesi desideravano che la capitale dell'alta Italia da Torino si trasferisse a Milano. E così bramava pure la principessa. “Quindi un grido (scrive Angelo Brofferio) un grido di turbamento si levò dalle Alpi alla Sesia e gli animi ne furono scossi profondamente.„[112]

Il conte di Castagneto scriveva di nuovo, il 15 giugno, da Valeggio a Maurizio Farina:

“.... Se vede la Belgiojoso mi faccia servo, e ritenga che una dichiarazione di fusione semplice, con un Ministero misto, che subito si metta alla direzione degli affari, è la sola àncora di salute possibile.„[113]

Ciò che importava prima di tutto era la fusione (come dicevano) della Lombardia col Piemonte. Era già un bel passo verso l'unità!... E la principessa centuplicò le sue forze con attività più che mai febbrile, perchè la fusione avvenisse al più presto. Fin dal 1847, nel proemio del suo Ausonio, ella aveva scritto queste parole: “Lo spirito anti-austriaco mostrato da Carlo Alberto nelle differenze doganali del Piemonte coll'Austria, e la sua fermezza provarono all'Italia che v'ha un principe italiano, che questo principe non è mancipio dell'Austria e che all'uopo saprebbe rinverdire le antiche glorie della casa di Savoja.„ E dire che parecchi primarii patrioti piemontesi le si mostravano avversi: fra essi, l'irritabilissimo Cesare Balbo; il quale, a proposito d'un giudizio poco benevolo espresso sulle sue Speranze d'Italia nel Journal des Débats, si sfogava con Gino Capponi così: “.... Mi pena perchè questa cattiva, o almeno piccola opinione di me è sparsa dalle ignoranti parole dei Débats o della principessa Belgiojoso, e dalle inqualificabili del Gioberti....„[114]

La principessa, è vero, inspirava, o, meglio, componeva ella stessa, articoli sui giornali di Parigi intorno alle speranze d'Italia, ma non sulle speranze stampate di Cesare Balbo, ch'ella anzi lodava assai: ella scriveva nel Constitutionnel, nella Liberté de penser, nella Démocratie pacifique, nel National; ma questi giornali di Parigi non bastavano alla sua prodigiosa attività di propaganda patriottica. Per raggiungere la fusione della Lombardia col Piemonte, ecco, ella fonda a Milano, a sue spese, un nuovo giornale battagliero, Il Crociato; era scritto quasi tutto da lei, nella casa di via Borgonuovo numero 20, dov'era andata ad abitare e precisamente nelle stesse sale abbandonate dalla bizzarra, voluttuosissima contessa moscovita Giulia Samoyloff; la quale era scomparsa da Milano fin dai primi sintomi della rivoluzione.

E non credendo bastante Il Crociato per la sua crociata, la principessa pubblicò anche alcuni numeri d'un altro giornale, La Croce di Savoja, oggi introvabile; e due opuscoli: Ai suoi concittadini: parole. Nel primo dimostra l'unità italiana preferibile alla federazione propugnata da Carlo Cattaneo; nel secondo, dimostra la forma monarchica preferibile alla repubblicana.

Nelle sale della Belgiojoso in via Borgonuovo, dove poche settimane prima gli ufficiali austriaci devoti alla contessa Samoyloff trascinavano le sciabole, s'adunavano parecchi liberali, caldeggianti l'unione della Lombardia col Piemonte. Vi andavano il conte Vitaliano Borromeo, che aveva rimandato all'imperatore d'Austria le insegne del Toson d'oro, dicendo che non potea portare più ordini d'un governo che s'era imbrattato del sangue innocente de' suoi concittadini. Vi andava il roseo conte Enrico Martini, il quale (ahimè!) troppo conosceva le sale della contessa Samoyloff, onde, per il passato, alcuni amici ne lo avevano punito togliendogli il saluto. Il Martini, bello e seducente, dagl'impeti baldi, mentre tutte le porte di Milano eran tenute dagli Austriaci, vi era arditamente penetrato, in modo abbastanza comico. Fuori di Porta Comasina s'incontrò in un certo Angelo Cattaneo, che avea ottenuto il permesso specialissimo di uscire e di rientrare in città per provvederla di sale. Il Cattaneo gli fece indossare un suo abito ben noto alle guardie; lo caricò d'un sacchetto del sale della sapienza, e il Martini entrò franco in città per unirsi, in casa Taverna, agli uomini del Governo Provvisorio. Nello stesso tempo che pensava alla politica, la principessa pensava ai malati della rivoluzione, ai feriti, e spesso scendeva dal suo palazzo per andare in via San Paolo nelle sale da ballo della Società del Giardino, dove molte signore d'ogni ceto si raccoglievano giorno e notte a preparare lini e filaccie, col pensiero ai fratelli combattenti, ai destini d'Italia.

E la colonna Belgiojoso?... Che ne avvenne veramente?...