SOSTA DI AQUILOTTI. (LA GIOVENTÙ).

I speak not of men's creeds.

(Byron — XLV).

I.

Nebbia fitta bassa e gelida; la natura, ridivenuta per progressione a rovescio informe abbozzo, arrischia poche chiazze di colore sull'immenso caos grigio che l'avviluppa e che ha divorato tutte le cose che esistevano al mondo. Allora, per la risonanza delle cose vuote, il mare vicino e invisibile sembra sforzare la sua gran voce per intonare una selvaggia e perpetua canzone, nella quale il cupo scroscio delle onde interpone in ritmo le note basse, espressione di una eterna minaccia.

Passa un marinaio incappucciato e, per mancanza di sfondo e di qualsiasi dimensione di confronto, apparisce enorme. Passa e canta, finchè un grido che non si sa da dove venga non gli impone di tacere: e la nebbia lo inghiotte, lasciandogli soltanto il rumore del passo.

Dà fastidio anche questo.

— Fermo! — gli gridano di nuovo. E si riode il tumulto dell'acqua infranta dall'invincibile serenità della sabbia.

Ed ecco che da lassù verso lo zenit, da una distanza che è impossibile precisare, e che può essere smisurata e minima, giunge a noi come l'indistinto ronzìo d'un coleottero sconosciuto, grosso, forte, rapidissimo. Sembra che questa creatura, scaturita dal cielo, abbia fretta di raggiunger la terra, contro la quale certo tra poco precipiterà, non avendo mai finora esperimentata la legge della gravità che attira verso il pianeta tutto ciò che sfiora la sua orbita.

Ma in pochi momenti l'immagine dell'insetto diviene meschina ed assurda. Un rombo netto, sonoro, quasi musicale, che trova in sè una progressione di intensità via via più frenetica, una voce irrompente di dominatore, ci rivela che ciò che si approssima a noi è un essere fatto per traversare spazi di Creato.

— Un idroplano! — grida una delle vedette dei forti nascosti dalla nebbia; ed altri invisibili corpi che popolano il grigio ripetono qua e là il suo grido.

Eccolo: e nello sfondo cinereo, sul nostro capo balza fuori e trasvola inclinata una grande forma dalle linee dure che mantiene ferme due ali chiare e allunga una coda opaca, mentre dal suo muso rincagnato di triglia sfugge un anelito rabbioso e fischiante.

È un solo attimo di sbiaditi colori, di fremiti di nebbia, di confusi turbinii; e subito dopo, laggiù, in direzione d'uno specchio d'acqua tranquillo, udiamo gli starnazzamenti ultimi dell'arrivo, rantoli di motore frammezzati da pause nette: poi, silenzio.

E mentre nel cielo invisibile apparisce bianco e senza raggi il disco spento del sole, avviene nella nebbia una corsa d'ombre verso il punto dove il messaggero ora giace con le ali rimaste rigidamente aperte e senza più un palpito, come uccello colpito nel volo: una cosa divenuta d'un tratto talmente inerte che occorre per ogni suo spostamento il lavoro di una fila di uomini che essa segue legata, ficcando il muso basso nell'acqua e «guardando in su» con aria di rancore, dai cerchi tricolori dipinti sulla sua prora e che han la pupilla rossa e le palpebre verdi.

* * *

— E da dove viene lei?

Il ragazzo disse le ultime parole a centinaia di chilometri di distanza, forse in una molto più alta latitudine, e adesso che deve parlar di nuovo e rispondere, sembra stentar a ritrovar le sillabe.

Tutti uguali questi figli del cielo e della benzina! Tra l'orlo del grosso cappuccio di lana grigia ricalato sulla fronte e quello del bavero di pelliccia rialzato sulle gote e chiuso, i loro occhi continuano anche in terra a guardare al di sopra delle cose non riuscendo più a raccorciar le distanze e a riformare le prospettive orizzontali. I loro movimenti sono frenati dall'involucro di cuoio che li stringe e l'ingoffa, e sembrano anche in terra economizzare ogni loro forza per nulla sperdere della loro energia vitale, come lassù. Perciò camminano lentamente e con un passo che pesa; e stentano a rispondere alle domande degli uomini, perchè appena giunti dal cielo dove non v'è altra legge che quella del vento, del fulmine e della morte, altro spettacolo che i cataclismi delle nuvole e l'imperio sfrenato della luce, il piccolo uomo e le sue misere questioni ripugnano.

— Vengo da X... — questo mi risponde come trasognato. — Ma vorrei un po' di cognac perchè il mio l'ho finito... — aggiunge, mentre si tira su il cappuccio, giù il bavero e scopre dei foltissimi capelli biondi, e una bocca rasata e ridente, tagliata dritta sotto la linea dritta del naso.

Oh, grammatica dell'Ollendorff! Quanti dei tuoi grotteschi esempi si ritrovano nella vita! «Queste rose sono belle, ma il cavallo del colonnello (colonel) ha una macchia (spot) bianca sul petto...».

Glielo dico. — Comprende subito: ride e s'asciuga col fazzoletto il volto che ha tutto bagnato come per pioggia.

— È che ho molto freddo.

Allora avviamoci a prendere questo cognac nel padiglione che la guerra mi ha assegnato: due centinaia di metri di percorso lungo un viale erboso, argentato dalla nebbia e fiancheggiato da scheletri d'alberi umidi.

— Vuole anche un po' di thé ben caldo?

— Grazie, sì.

— Con qualche biscotto?

— Perchè no?

— Con un po' di carne fredda?

— Pure.

E siccome lo guardo di fianco...,

— È che ho moltissimo appetito — mi dice con un sorriso di mortificazione. — A proposito, — continua, con una connessione che da principio non mi spiego — gli altri due devono avere «amarrato» in mare. — Che belle «piastrellate»!...

— Che?

— Sì, «piastrellano»... Gli altri due che dovevano arrivar con me «piastrellano». Sente che c'è un po' di mare mosso...? — dice soffermandosi e tendendo per un istante l'orecchio alla gran voce delle onde. — Noi diciamo così — prosegue — quando l'apparecchio «in velocità» sfiora le creste delle onde e prende panciate col «redan» che è una bellezza: sembra che la testa s'insacchi nelle spalle... e ciò mette molto appetito.

Ecco: questo è il nesso; una volta che questo monello lo dice... E poi l'idea dei due suoi compagni che a quest'ora stanno insaccandosi la testa nelle spalle per le panciate sul «redan», gli riempie di schietta gioia il celeste degli occhi, sicchè ride, ed è giusto. Ma ritorna serio per dirmi:

— «Redan» vuol dire spigolo: spigolo inferiore... quello che si sfonda sempre quando si piastrella troppo...

— Ah! si sfonda sempre... E allora?

— Allora? — ripete come sorpreso dalla mia corta antiveggenza. — Allora non si «flotta» più e... — E senza finir la frase fa un gesto con l'indice in giù verso uno sprofondamento immaginario. — Auff! che caldo! — aggiunge sganciandosi il pesante cappotto di cuoio impellicciato; e nell'aprirselo sul davanti appariscono sul suo petto due nastri azzurri di medaglie al valore.

— Dunque — riprende — si va giù. L'altro giorno, vede, volavo su Parenzo insieme a molti altri apparecchi, secondo della fila. Ci tenevamo bassi di quota perchè gli Austriaci ci tiravano addosso un diluvio di cannonate ma malissimo e ci facevano proprio ridere. Però il mio apparecchio correva troppo sicchè ero obbligato a far giri continui, stando attendo a non «avvitarmi».

— Cioè?

— Sì: così... — E col dito descrive una specie di spirale conica col vertice in basso. — Intanto, con le granate fumigene, dopo due o tre salve gli austriaci ci avevano aggiustato il tiro sopra, e tutti gli altri salirono di quota, mentre io restavo basso, avanti a tutti e isolato, perchè quando si gira non si può guadagnar quota. Allora tutte le artiglierie se la presero con me. Guardando in giù vedevo vampe di qua, vampe di là, dappertutto. Nel volo traversavo zone annerite dai gas delle esplosioni e che bisognava respirare. Lasciai andar giù una bomba: e stavo per lasciar la seconda, quando sentii come un colpo metallico che non ha niente del fragore della detonazione e che somiglia piuttosto a un forte tocco di campana. L'osservatore che aveva la testa sporta in fuori del «boat» e guardava il fumo della bomba sorgere laggiù dal bersaglio, la ritirò istintivamente come colpito da uno schiaffo d'aria. Uno shrapnel c'era scoppiato così vicino che per qualche minuto non sentimmo più nemmeno il rumore del motore. Eravamo a 2200 metri... Giù l'altra bomba... Lei sa che non arrivano mai...

— Che cosa?

— Le bombe.

— No: io non so che le bombe non arrivano mai.

— Bene — dice il monello considerandomi con una attenzione allarmata. — Le spiego io: quando si lancia una bomba, la si vede sfuggire subito all'indietro e uno si dà immediatamente della bestia e forse peggio; poi si vede andar giù, giù, impiegando un tempo enorme perchè pare che la terra le sfugga di sotto; e si proietta ben in rilievo sullo sfondo appiattito della città, come un chicco di caffè verdastro che scorra su un quadro di paesaggio messo orizzontalmente su un tavolo: ma non arriva mai; poi, ad un certo momento, sembra mettersi a correre presto presto nella stessa direzione dell'apparecchio, ma laggiù, sui tetti e sulle vie, finchè sparisce in una macchia che s'apre come un fiore nero sul bersaglio. Esplosione, niente; non si sente niente; e quando da questa macchia nera comincia a levarsi una colonna di fumo, si ha l'impressione di essere del tutto estranei all'avvenimento. Uno non c'entra per nulla. Mi spiego?

— Altro che!

— Dunque, mentre guardavamo in giù per seguire questa seconda bomba che non arrivava mai, la pressione dell'olio al motore venne, chi sa perchè, a mancare e il motore fece «panne» e dovetti mettermi a «picchiare» e a «planare» girando la prora verso l'Italia. Sotto c'erano dei cacciatorpediniere nemici che pareva guardassero in su aspettando la nostra caduta: quattro foglioline d'ulivo, circondate d'azzurro e coronate anch'esse di brave vampette rosse, dedicate a noi. «Plana» e «picchia»... «plana» e «picchia», facevo dentro di me il calcolo 2200 x 7 = 15.400 e quelli, vampette, vampette... Pare impossibile: dove arriviamo noi, tutti si mettono a tirar fuori vampette più che possono.

— Aspetti un po': che cos'è questa moltiplicazione?

— Oh bella! Il numero dei metri che lei può percorrere a motore spento, «planando»: sette volte l'altezza...

— E su che cosa «picchiava»?

Questa volta è lui che proprio non capisce. E mi guarda sbalordito.

— Ma su niente — dice alla fine e rimanendo con gli occhi benevolmente spalancati, come un maestro che allo strafalcione fondamentale d'un allievo s'avveda d'esser di fronte ad una mentalità irrimediabile. — «Picchiare» si dice d'un apparecchio che s'inclina in basso per perdere quota, come «cabrare» significa il contrario — e il suo tono di voce è precisamente quello di: «la lettera A, mio caro bambino, e l'ho detto tante volte, è la prima dell'alfabeto; la seconda è B, la terza è C...» — Dunque, «plana» e «picchia», 2000 x 7 = 14.000, 1500 x 7 = 10.500, 1000 x 7 = 7000, giù, giù, lasciai molto indietro i cacciatorpediniere. Sotto di me cominciai a scorgere i soliti puntini bianchi sulle iridescenze azzurre e «verticali» del mare, cosa che vuol dire mare mosso: sì, proprio come le stelle su un cielo rovesciato, ma più fitte e più uguali. Giù, giù: 800 metri: i primi gabbiani — i gabbiani si vedono soltanto da 800 metri, lo sa?... — Ed ecco che mare, puntini, gabbiani, tutto ci salì addosso come per una esplosione della terra: poi il «solito» tonfo, schiuma, sapore d'acqua salata, e quella sensazione calda sulla pelle che vuol dire che ci si è...

— Dove?

— Dentro l'acqua...

— È calda?

— Sicuro: quando si scende da lassù, lassù, l'acqua è sempre calda... Tre o quattro piastrellate sulla cresta delle onde ci avevano sfondato il «boat» e ce ne andavamo giù... Per fortuna accorse un cacciatorpediniere nostro e... Eccoli! eccoli! — esclama il ragazzo, fermandosi e tendendo l'orecchio.

— Chi?

— Gli altri due...

Io non sento null'altro che le fragorose cateratte delle onde, sul cui rumore si sovrappone ad un tratto la risata gioconda di costui che per un motivo che assolutamente mi sfugge, si diverte un mondo.

— Ah! ah! — grida. — Ma non sente come «piastrellano!». — Lo dicevo io, che «amarravano» in mare! Come due spugne, arriveranno!

Ed è tale la sua gioia che si toglie con un gesto vivace i grossi occhiali orlati di pelliccia che teneva sollevati sul cappuccio di lana, come se questi due occhi da batrace fissati da un elastico attorno al suo capo, comprimessero anche la sua felicità...

E ride, e ride...

II.

Siamo in cinque, attorno ad una improvvisata colazione, in una stanza dove la guerra ha lasciato qualche traccia di cannonate e poche altre cose; tre aviatori che per ora parlano poco: un'altro che non lo è, ed ammira il robusto appetito dei cieli, e Pick, un giovane fox-terrier, nato a bordo di una nave da guerra, vissuto in guerra e che porta con modestia incise sul collare alcune date memorabili, cosa che non gl'impedisce ora di raspare a turno le ginocchia dei commensali per chiedere la parte di cibo che l'uomo gli deve.

Larga, insperata messe, oggi, per lui!

Il grado di considerazione accordata a un cane si riflette sull'uomo e lo classifica. Gli ambiziosi, gli egoisti, i malvagi, oltre i loro speciali caratteri, hanno per attributo comune e costante l'incomprensione del cane e lo ripudiano. Uno sguardo a un cane definisce una mentalità assai meglio che un discorso, perchè è sicuramente scevro di menzogna. Ora dalla maniera con la quale questi tre ragazzi festeggiano la snella bestiola che gratta loro le ginocchia, dalla premura con cui accondiscendono ai suoi desideri ossei, mugolati e sottolineati dall'implorazione gialla degli occhi, si comprende subito che il cane occupa un posto importante nella loro vita terrena. E specialmente questo: in modo particolare perchè...

— Perchè somiglia a Digdish — afferma uno dei due ultimi arrivati... — È un giovanotto alto, biondo anche lui, squadrato, dai piccoli occhi rintanati e roventi, la mascella volontaria, le labbra assottigliate da una stretta nervosa della bocca, e che nel complesso dei movimenti ricorda quei cuccioli di grossa razza, ancora mal torniti e poco elastici, che sembrano avere troppe membra e la carne mal distribuita. Ma ha tre medaglie al valore, l'uomo cucciolo: e le porta come se le avesse sempre avute dalla nascita.

— Digdish era più macchiato! — sentenzia il terzo, il «puer italicus»; «puer» repentinamente allungato da una macchina trattrice per fargli raggiungere la statura degli uomini, ma rimasto «puer» in tutto, anche nella voce timida e dolce e nel sorriso incorrotto con cui accompagna le parole.

Il monello primo arrivato conferma: — Digdish era più macchiato.

— E chi era Digdish? — azzardo io.

— Parla tu.

— No, tu.

— Racconta tu.

La forchetta del monello cade e una specie di sospiro ne accompagna la caduta.

— Chi era Digdish? Era il fox-terrier di Voujois, l'aviatore francese che fu abbattuto a Capo d'Istria dall'austriaco Bamfield, mentre volava proprio accanto al mio apparecchio — dice il monello col tono di voce che s'usa prendere in prima tecnica per recitare una faticosa lezione.

— C'ero pure io: a 2200 — sorride il «puer italicus» blandamente.

— E pure io: a 1500 — aggiunge l'uomo-cucciolo, con uno scatto che gli dev'essere abituale, come se parlando rispondesse sempre ad un'ingiuria.

— Era venuto dalla Francia, Digdish, e se ne vantava coi suoi colleghi d'hangar, ai quali accordava pochissima confidenza; appena un'annusatina mattinale ed alla svelta, quando tutti gli aviatori venivano alla visita degli apparecchi, accompagnati dai loro cani. L'odore della benzina e dell'olio giovava alla sua salute; e siccome la prima distrugge l'altro, così strofinandosi di qua, di là, tra bidoni e botti, riusciva press'a poco ad avere un colore uniforme, il quale era giallo. Se Voujois lo cercava, sapeva dove trovarlo: o accovacciato sul sedile d'un «boat» o accucciato su un'ala, o in alto a leccare un motore o a far l'equilibrista su un «gauchissement». Abbaiava di gioia soltanto quando udiva il rombo di prova d'un motore rotativo che era il tipo al quale apparteneva quello dell'apparecchio del suo padrone: gli altri lo lasciavano indifferente. La sua vita era l'hangar e si nutriva di qualche grosso topo che vi acchiappava e che sapendo d'olio di motore gli sembrava ben cucinato ed eccellente. Quando il padrone lo portava in volo, il suo posto era tra la mitragliera e la leva di distacco delle bombe; e fissava anche lui ora l'altimetro, ora in giù il gran baratro azzurrognolo dove sotto la corsa delle nubi roteava la terra, lasciandosi drizzar le orecchie dal turbine dell'aria freneticamente aperta. Allora se per troppo lungo volo aveva fame, rosicchiava il cuoio del sedile o leccava la pompetta ed era beato... Un giorno in un volo tempestoso, con l'apparecchio reso convulso dal vento, quando tutto, cervelli, mani, muscoli, fili d'acciaio, olio, benzina, legno lottavano insieme per la vita e per la morte, Digdish che ingombrava troppo nel «boat» e poteva ostacolare qualche manovra, fu sospeso dall'osservatore pel collo e tenuto lungamente fuori a tremila metri dalla terra. E il suo corpicino sibilò al vento negli spazi, povera cosa...

— Bene!

— Che?

— Niente... — Le gote del monello si sono accese e i suoi occhi scintillano. — Niente, gli ripeto, perchè dopo l'interruzione ammirativa per la sua frase e che non ha compreso, cessi di guardarmi stupito e si decida a riprendere la narrazione.

— ... povera cosa pronta alla grande caduta verso l'impassibile attrattrice della sua vita, di tutte le nostre vite... Quando l'apparecchio, finalmente salvo, amarrò, Digdish ritornato sulle sue gambe si diede una grande scossa per ravviare il pelo, si leccò due lagrimotti umani che il vento violentissimo gli aveva tirati fuori dagli occhi, scodinzolò e fu tutto...

— Perchè ha detto «lagrimotti umani»?

— Non so — dice il monello soprapensiero. — Perchè a me, che lo vidi saltar giù, fece l'effetto che lassù, sospeso nel vuoto, avesse pianto come un uomo...

— E lei ne ha conservata l'immagine...

Una stretta di spalle e una pausa.

— Forse... Ma mi lasci finire la storia, se no questi due qui — dice indicando i colleghi — mentre io parlo, mi si mangiano tutto... Dunque, quando Voujois non lo portava in volo, Digdish si gettava in acqua nuotando dietro l'apparecchio, finchè questo non «decollava»; allora veniva a terra e continuava a correre come un cane impazzito, saltando ogni ostacolo e guardando sempre in su dove già alto, già punto nero nel cielo, il suo padrone svaniva dentro le nuvole. Venne la volta che la sua corsa durò fino a sera e dal cielo non scese più nulla che avesse motore rotativo. Digdish ritornò all'hangar, solo, col muso basso, come covasse in sè una troppa cupa angoscia e non volesse mai più guardare in alto. Per giorni errò guaendo da un apparecchio all'altro, annusando «redan», interrogando ali, motori, timoni, scattando via per improvvise corse fuori dell'hangar e ritornando dentro a lento passo. Dimagrì, fece gli occhi rossi e...

— ... morì? Sa, abbrevio io per la sua colazione...

— Sì, morì; ma da aviatore: di bomba.

— Eh?

— Sì, di bomba. Una ne scoppiò per inavvertenza dentro l'hangar. Morirono degli uomini e morì anche lui insieme a loro... C'ero anch'io e me la cavai...

Non potrebbe farmi portare un altro poco di «roast-beef»?

* * *

— Sigarette?

— Grazie, no.

— Lei?

— Io? Non fumo — s'irrita l'uomo-cucciolo.

— Lei?

— Nemmeno io, grazie — sorride il «puer» pacatamente.

Ed ecco che la mia sigaretta sa di vergogna e dura troppo tempo.

— Fino a pochi giorni fa fumavo — riprende quest'ultimo con accento soave, mentre s'alliscia un ciuffo di capelli che la stretta del cappuccio gli ha incollato sulla fronte. — Ma dopo il tuffo della Gaiola mi è rimasto un po' di mal gola e ho dovuto... Ma voi due, vi prego, non ricominciate! — esclama ai suoi compagni che si son messi improvvisamente a ridere, con quell'irruenza di riso che il ricordo d'una buona storia provoca nei ragazzi. — Sa, ho dovuto smettere... E basta, per Bacco! finitela!

E sì: i due tentano di finirla, infatti: ma per lo sforzo lagrimano e mugolano.

— È che lei non può immaginare che cosa buffa sia stata questa storia della Gaiola! — dice il monello stentando a far seguire le parole. — Si figuri che mentre ritornavamo verso l'Italia, si mise una di quelle ventate improvvise che sono la dannazione dell'aviazione. Il primo a precipitar giù fu il nostro capo-squadriglia. Questo qua, che era n. 2 — ed accenna al «puer» — da ottimo subordinato, ne imita l'esempio, «cappotta» pure lui e giù. Io, che ero il terzo, «picchio» giù per vedere che cosa c'era da fare per ripescarli. L'apparecchio del capo-squadriglia stava abbastanza bene; nel «boat» c'era molt'acqua, ma «flottava». L'altro, quello di questo signore, stava molto peggio: aveva la sola coda fuori e le ali erano quasi sparite sott'acqua: e su quello che restava si vedeva un uomo aggrappato...

— Questo signore?

— No, lui: il pilota... Questo qui era sotto...

— ... alle prese coi fili e già mezzo annegato — dice con un placido sorriso «questo qui».

— Ed ecco — riprende il monello, frenando per quanto può la nuova risata che sta per erompergli dalla gola — che vidi ad un tratto sbucare dal mare un affare giallo che sbuffava come un tricheco...

— Questo signore?

— Proprio lui... e il pilota lo acchiappò, lo adagiò sul «boat», cominciò a slacciarlo, a strofinarlo...

— Mi credeva finito e mi chiamava coi più dolci nomi... — insinua il «puer italicus» tranquillamente, mentre accarezza il fox-terrier che gli chiede di saltargli sulle ginocchia.

— Non ho mai riso tanto da che volo, creda, — conclude il monello.

— E intanto io non posso più fumare — sospira il «puer» sollevando il cane.

L'uomo-cucciolo, che ha già ripresa la sua aria truce, sta considerando in silenzio gli sprazzi di topazio che un pallidissimo raggio di sole, refratto da una caraffa di Capri, irradia sulla tovaglia.

— E lei — gli chiedo — ha preso parte a diverse di queste spedizioni?

Bisogna certo interpretare come sì il suo piccolo ringhio di risposta.

— E dove?

— Sedici volte su Pola... tre su Parenzo... due su Cittanova... due su Trieste... una sulla Gaiola... una su Rovigno...

Per qualche istante nessun rumore rompe il mio silenzio sbalordito.

— Ho preso soltanto qualche giorno di riposo dopo un'incursione sui cantieri del Lloyd a Trieste perchè ritornai con l'apparecchio tutto bucato e col timone di profondità sconquassato — brontola a scatti l'uomo-cucciolo, continuando a fissare gli sprazzi di luce gialla.

— E come?

— Le mitragliatrici... Dopo fatta la festa all'hangar, ai depositi di legname e ai serbatoi della nafta, fummo attaccati da sette apparecchi austriaci...

— Bellissimo spettacolo! — postilla il monello.

— Roulier, l'aviatore francese che volava poco lontano da me, fu abbattuto ed ucciso insieme all'osservatore. Duclos, pilota di un altro apparecchio francese, dovette «picchiar» giù e «amarrare» perchè ebbe il serbatoio della benzina forato dai proiettili: e il suo osservatore morì affogato; ma lui e il suo apparecchio vennero salvati. Mi trovai solo e attaccai il più vicino degli apparecchi nemici andandogli incontro e sotto a cinquanta metri. Vedevo benissimo l'amico austriaco suonarmi l'organetto addosso, girando il manubrio della mitragliatrice presto presto. Anche gli altri sei, chi sopra, chi sotto, mi ruotavano attorno aggiungendosi all'orchestra... Eravamo a circa 3000 metri di quota. Laggiù fumavano i cantieri di Trieste incendiati, opera delle mie mani... — dice l'uomo-cucciolo, cambiando repentinamente il secco tono della sua voce per una vampata calda che gli si è sprigionata dentro ad un tratto e che ha fuso la sua freddezza apparente, mentre gli occhi gli si accendono di faville e la testa, levata fieramente in alto, trasfigurata, riproduce per un attimo la mossa di lassù, quando volava nello sciame della morte, avventandosi solo contro sette nemici.

— .... vedevo le colonne di fumo nero salire alte nel cielo e fondersi in una unica nuvola, densa come cortina d'uragano. La mia missione era compiuta e morire era niente. Sotto: sotto: sotto; sentivo ogni poco sobbalzare l'apparecchio come per una scudisciata invisibile: toccato da un proiettile, l'aeroplano rabbrividisce come un corpo. La cinghia della nostra mitragliatrice era già consumata a metà, quando, «maledetto il demonio!» l'arma traditrice chiuse le mascelle e non ci fu verso di farla mangiar più. Che cosa dovevo fare? Mi toccò a «picchiar» giù e via, via, verso il ritorno, inseguito per un poco, poi abbandonato, salvo, ma tutto bucato e pronto a precipitare giù se quel filo di solidità che era rimasto al timone orizzontale fosse venuto a rompersi...

Gli altri due colleghi gli battono le mani: io m'unisco a loro; Pick abbaia.

— Che vi prende? — brontola l'uomo-cucciolo, ridisceso immediatamente a terra, coll'anima, con la voce e con l'espressione.

— Bravo! — gli ribattono i due.

— Non mi state a seccare!... — E riabbassa la testa: e si mette di nuovo a considerare gli sprazzi di topazio.

Silenzio.

III.

Qualcuno ha picchiato — nel senso terrestre — alla porta.

— Avanti.

È la posta: e il ragazzo sussulta e si agita, indagando con gli occhi ansiosi nel mucchio di lettere che il marinaio, fumido di nebbia, stringe nella mano callosa.

— Telegrafai due giorni fa che indirizzassero qui — dice. — Postino: c'è niente per me?

— Lei è il signor...?

— Sì.

Ecco: due lettere. — E l'uomo le porge alla sua mano impaziente.

Riconosciute e rigirate, le due lettere sono oggetto di una lotta intima troppo evidente. Ecco la terra che ritorna con tutti i suoi legami umani, con i suoi mille artigli tesi verso ogni anima: ecco quella cosa che striscia alla superficie del mondo, la carta, la fissatrice di dolore, di gioia e di menzogna, che insegue l'uomo dovunque e spinge anche qui una sua branca... Di che? L'ansia che ora trasfigura il volto del ragazzo, dice che è di dolore: dice che il figlio dell'aria non vive abbastanza distaccato dalla terra e che i suoi tremila metri d'altezza non gli servono a spezzare le catene di sofferenza che avvinghiano l'uomo al basso, dov'è nato: checchè si dica, l'anima non ha altre ali che quelle che il cervello gli presta.

— Ma apra pure, — gli dico.

Obbedisce sveltamente: straccia, legge, si fissa.

— E mi dica — continuo rivolto verso l'uomo-cucciolo perchè il ragazzo non si senta osservato nella sua lettura. — Il cadavere di Roullier venne ricuperato?

Si ripete il brontolìo dell'uomo-cucciolo che significa che afferma.

— Ebbe solenni funerali a Venezia — interviene il «puer» tranquillamente. — La gondola funeraria solcò i principali canali e passò tra miriadi d'imbarcazioni accorse dai rii, dalle sacche e dalle darsene...

— Però, com'è difficile gettar fiori! — esclama il suo collega, col solito accento d'ira che il distacco dal silenzio pare dia sempre alla sua voce.

— Come sarebbe a dire?

— Dall'apparecchio — brontola.

— Quel giorno, neanche uno sei riuscito a mettergliene sulla bara — insinua agro-dolcemente il «puer».

«Mettere su»; locuzione che gli aviatori usano per le bombe lanciate con successo su un bersaglio.

— Già: e sì che volai basso più che potevo: ma proprio nemmeno uno ce ne misi! È difficilissimo: la remora d'aria fa così — (un fischio prima e poi il gesto natatorio delle braccia) — e li allontana.

Con la coda dell'occhio seguo il ragazzo.

È pallido: le sue sopracciglia inarcate a metà si riuniscono all'origine del naso: rilegge con più concentrata attenzione, come per discutere ogni parola e inciderla nella ragione. Le due buste sono lì sul tavolo, stracciate, per aver già partorito il loro segreto e ormai inutili all'uomo.

Esse appartennero alla stessa scatola: si vede; ma furono vergate da due caratteri differenti, entrambi femminili; e l'una, nell'ampiezza delle lettere, la regolata sicurezza del tracciato, la svelta eleganza della forma dice una gioventù compassata e altera; l'altra, scompigliata e impicciolita dalla raffica dell'esistenza che piega e rimpicciolisce tutto, dice la maturità.

Madre e figlia... forse... e per sapere subito che cosa esse scrivano venne anche fatto un telegramma. Dunque... Dunque, pessima cosa indagar nelle cose altrui e fantasticarci sopra com'è nostra, latina abitudine.

Ma intanto il ragazzo che ha finito di leggere, continua a tacere fissando a sua volta gli sprazzi di topazio sulla tovaglia, ma senza battiti d'occhi.

— Se almeno durasse la nebbia!... — mormora come conclusione d'una lunga, interna riflessione.

Il «perchè?» che gli dirigo sembra dapprima non scuotere il corso dei suoi pensieri, avviato — lo si comprende — verso un vortice doloroso della sua vita. Ma poi gli fa schiudere la bocca con quella mossa circolare delle labbra che hanno i fanciulli perplessi ad una confidenza.

— Perchè se fossi sicuro che la nebbia durasse qualche giorno e c'impedisse il volo, dovrei correre a Firenze... subito... subito — e i due «subito» vibrano e tremano... — È una cosa per me molto grave...

Gli altri due lo guardano con lo sguardo di chi sa. Io taccio: e comprendo benissimo che costituisco proprio io un imbarazzo alle loro domande.

Cane! Risorsa dell'uomo, vieni qua: lascia che mi chini ad aggiustarti la rossa collarina dove l'incisa targa d'argento proclama che sei ottimo animale.

E ottimo e ingenuo veramente sei, che non t'avvedi che l'occhio del «puer» e la piccola pupilla dell'uomo-cucciolo si avvampano di amichevole ansia per il loro amico che stringe nel pugno le due buste ora riempite, come ne volesse spremere tutto il veleno che esse gli recarono da lontano.

E non odi ora il «No?» col quale al di sopra del mio capo, il «puer» lo interroga? E la risposta, gonfia di tutte le amarezze: — No, finito: perchè sono aviatore... — sibilata da labbra sbianchite e contratte, non ti dice nulla?

Tu non le capisci, ottimo cane, queste cose: e allora lasciami rialzare il capo, come non avessi ascoltato niente: vattene; abbandona noi uomini al nostro destino di bestie, dette, ma dette da noi, ragionevoli. Se sapessi quanto questa parola ci pesa!

Ora gli sprazzi di topazio irradiati dal Capri sulla tovaglia s'accendono e fervono. È una raggiera mobile che si agita, s'insegue, lancia elementi guizzanti alla ricerca delle cose lucide, li ritira, inietta giallo e rosso qua e là, si contrae, riscintilla, fervida o smorta secondo il capriccio d'un raggio che un Dio lontano c'invia.

Perchè fuori c'è il sole. E, avanti a lui, l'orda maledetta della nebbia s'acquatta, si disperde e fugge, bassa come le cose vili. E l'azzurro eterno trionfa, nel cielo e nel mare. Niente è più oscuro nel Creato: salvo che nel cuore di questo ragazzo che dalla finestra, ora spalancata, fissa il cielo terso e sembra inghiottir sorsi di pena.

* * *

Vanno.

La loro missione è terribile. Devono traversare un mare, poi sfidare decine di cannoni e far scorrere i loro chicchi verdastri sul quadro orizzontale d'una grande fortezza nemica. In tre ore il loro destino dovrà compiersi. La terra è ormai cosa che non li trattiene più e per recarsi ai loro apparecchi che già starnazzano impazienti e fissano coi cerchi tricolori degli occhi l'acqua avanti a loro, essi camminano con la testa rovesciata in alto scrutando il cielo.

Vanno, i tre aquilotti che han sostato da me. Il loro aspetto è ritornato da volo: lana e cuoio li ingoffano e del loro essere non apparisce più che lo spiraglio degli occhi dove s'è riformata subito l'anima che fissa la morte da smisurate altezze. Sono calmissimi, perchè cade in ogni agonia l'interesse per qualsiasi cosa, e non parlano quasi più perchè al momento dell'elevazione, quando l'ostia è lentamente protesa in alto, anche il sacerdote tace...

Che uno di questi sanguini al di dentro, e porti indosso il proprio cilicio non si vede: e quando i grossi occhiali da batrace si fissano al di sopra dei baveri rialzati, i tre aquilotti sono identici, assolutamente identici, trigemine creature d'ibridi accoppiamenti nell'aria, partoriti in nome della Patria. Chi è dei tre che accarezza il fox-terrier, che ci saltella intorno e ci accompagna? Quello che è leggermente più basso; il ragazzo dunque: e la sua carezza si prolunga come quelle carezze dei muti che mettono nell'indugio del gesto tutto ciò che la parola non può esprimere.

«... Perchè è aviatore...» Perchè la sua esistenza è cosa irrisoria, qualcuno oppone la gelida lama del senso pratico della vita al palpito caldo della sua anima, che s'abbandona in terra agli slanci e agli affetti di tutte le creature umane, secondo la legge universale degli uomini della terra.

Al cielo, lui! E il cielo è per la morte e per gli spiriti.

Ed ecco che egli sale goffamente al suo posto nel «boat», il fragile sostegno del suo corpo contro la grande caduta. Il turbinìo dell'elica pone nell'aria, dietro il suo capo, come una grande lente di ghiaccio opaco, aureola dei martiri del cielo: fremono le ali come per una malata agitazione dei muscoli e tutte le nervature di acciaio tintinnano. Gli occhi, quegli occhi tricolori dell'apparecchio, sembrano spalancarsi, troppo tersi e avidi di vertigine, esprimendo lo stupore di non sentirsi ancora nelle pupille l'urto frenetico del vento che li annebbierà tra poco. E di qua e di là oscillano lievemente su ganci le bombe grigie, come si destassero da un lungo letargo e nel fremito vitale di tutti gli organi riacquistassero subito la loro anima bieca, la loro parola sibilante, troncata dall'ultimo urlo dell'esplosione.

Un gesto, uno sbuffo, un balzo e l'acqua s'apre bianca, schiumeggiando negli occhi dell'apparecchio che sembra tendere ancora più le ali per avventarsi meglio. Al loro urto pare che l'aria si solidifichi e si disponga a piano inclinato per la salita al cielo. Su: cessa la schiuma; il distacco dalla terra è avvenuto: cade dolore e rimpianto e comincia la morte. Il sole accoglie questa nobile cosa che s'alza, che s'alza verso di lui, e la copre di scintille d'oro contro una nuvola grigia di nebbia in fuga.

Ora gli altri due apparecchi l'inseguono, formano stormo: sembrano collocarsi nell'aria rotta dal primo, con l'acume di alcuni uccelli migratori che tutto sanno delle astuzie dell'aria.

Su: sono tre piccole croci latine, che il passaggio di uno stormo di corvi molto più basso e vicino soffoca nelle proporzioni. Bisogna ricordare d'averle viste qui nelle loro dimensioni vere, quelle tre croci, per non ubbidire alle strane allucinazioni della vista.

Dieci minuti? Son già dieci minuti di volo? Si trovano già a più di 30 chilometri da noi? Allora tra quaranta minuti, traversato un mare, essi saranno tra le vampette rosse, che ogni terra, ogni nave partorisce per accoglierli... Ah! Aquilotti d'Italia! Son certo gli occhi dell'anima che ci permettono di vedervi ancora, piccoli punti che la nebbia offusca. Questa cosa grigia e piatta che voi forse rigirandovi vedete ancora come una cornice scura del grande baratro azzurro, siamo noi, l'Italia, l'ansia, l'angoscia, la vista inumidita... E quell'altra cornice che voi forse già scorgete avanti a voi è l'odio, lo sguardo micidiale, l'Austria, la morte...

Tra qualche minuto il fato vostro è deciso, aquilotti d'Italia. Possa l'anima nostra sostenervi con mille mani invisibili quando, tra poco, intorno a voi, risuoneranno i rintocchi metallici degli shrapnel ed aprirvi sicura la via nelle sfere brucianti delle esplosioni...

Non vediamo più nulla, noi: ma è restato nell'aria come un triplice solco luminoso che si figge nelle nuvole; ed esso persiste anche nel nostro spirito contro la grande nebbia dell'attesa.

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Sapremo tra quattr'ore, da un'altra città, del loro ritorno. Uno dei tre ce lo telegraferà subito, come ha promesso. Aspettiamo e mentre per le immutabili leggi dell'esistenza noi continuiamo ad occuparci delle minute faccende giornaliere, lassù, intanto, la tragedia si svolge...

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Eccolo il telegramma. Quando il sistema nervoso è in tensione, ogni involucro che racchiude pensiero umano ne lascia sfuggire un poco, tanto quanto basti al presentimento. Da questo foglietto giallo ingommato di fresco emana qualche cosa d'indefinibile e che somiglia al senso di diffidenza che ispirano alcuni fiori contenenti tra i petali chiusi un polline avvelenato.

La censura ha costretto a poche parole ambigue spoglie di ogni accenno di precisione. Ma il loro significato s'erge per noi inciso e nitido nell'angoscia, come un albero morto solitario nella neve:

«Due bene altro disceso troppo basso perduto».

Disceso troppo basso... L'eroismo supremo degli aviatori... Venir giù, diritti sulla fornace per colpire meglio...

O per esser...