510. Sull'elemento antico in Dante ha scritto notevoli pagine il Fauriel (Dante et les origines de la langue et de la litt. ital. II, p. 420 sgg.); ma ei non si è trattenuto a considerare fino a qual punto questo elemento in Dante rappresenti quella stessa cosa che rappresenta in tutto il medio evo. Meglio ciò risulta da quanto intorno a Dante per questo lato ha scritto il Piper nella sua opera Mythologie der christlichen Kunst, I, p. 255 sgg.
511. «Nos autem cui mundus est patria velut piscibus aequor, quamquam Sarnum biberimus ante dentes, et Florentiam adeo diligamus, ut quia dileximus exilium patiamur iniuste etc.» De vulg. eloq. I, c. 6. Al grande esule, ferito nel suo sentimento patrio, è momentaneo conforto ricorrere colla mente all'idea astratta della universale fratellanza umana.
512. «... e tutti questi cotali sono gli abominevoli cattivi d'Italia che hanno a vile questo prezioso volgare, lo quale se è vile in alcuna cosa, non è se non in quanto egli suona nella bocca meretrice di questi adulteri» Convito I, 11.
513. I fatti della saga troiana de' quali parla, non li conosce che dai latini ed anche con mescolanza d'idee medievali, come vedesi nella fantastica fine che fa fare ad Ulisse (Inf. XXVI, 91 sgg.). Neppur pare conosca Ditti e Darete, tanto usati nel medio evo. Anche l'Homerus latinus pare siagli ignoto (cfr. Convito I, 7). Nei pochi luoghi ne' quali cita Omero la sua fonte immediata è Aristotele, una volta Orazio. Cfr. Schück, op. cit. p. 272 sgg.
514. Virgilio gli dice:
«................ e così canta
L'alta mia tragedia in alcun loco;
Ben lo sai tu che la sai tutta quanta.»
Inf. XX, 112.
515. Purg. XXI, 94.
516. Pare incredibile che Heeren abbia potuto scrivere sul serio che Dante conobbe Virgilio solo per autorità altrui! «Selbst die Rolle die Virgil in Dante's Gedichte spielt zeigt wohl dass er ihn mehr aus Nachrichten anderer als aus eigner Einsicht kannte». Gesch. d. klass. Litt. im Mittelalt. I, p. 320.
517. Witte ha voluto riferire queste parole al De Monarchia, ed anche a me è sembrato per un momento che il poeta pensasse qui alle sue prose. Ma oltre ad altre ragioni, il poeta stesso ci vieta di ciò ritenere dicendoci chiaramente che lo stile del suo poetare è quello di cui si gloria; in esso soltanto egli sa di essere, com'è in realtà, novatore. Contro Witte argomenta Wegele (Dante Alighieri p. 348 sg.), il quale però non ha inteso neppur egli il significato di questo luogo dantesco, riferendo lo stile di cui qui parla il poeta alla parola, ed alla imitazione formale di Virgilio.
518. A questo condurrebbe quanto sostiene il Perez nelle pagine (La Beatrice svelata p. 65 sgg.) che ha consecrate alla definizione di questo stil nuovo di Dante. Negare l'allegoria in Dante non si può; ma questa non era che un modo allora naturale ed ovvio di quella dottrina e profondità di pensiero che Dante richiede nel poeta; non è però in essa che Dante fa consistere la poesia in generale, nè la propria poesia in particolare.
519. Il «primo amico» di Dante, Guido Cavalcanti, era anch'egli poeta di stil nuovo, e Dante stesso ci dice quanta armonia fosse fra loro nel concetto della poesia volgare. Questo non avrebbe potuto essere se, come molti interpreti antichi e moderni hanno voluto, quel verso (Inf. X, 23) «Forse cui Guido vostro ebbe a disdegno» dovesse intendersi alla lettera, quasi realmente Guido fosse sprezzatore di Virgilio e degli antichi poeti. Nel luogo ove quel verso ricorre trattasi manifestamente dell'idea più profonda che è incarnata nel viaggio di Dante. È per me chiarissimo che la ragione per cui Dante dice che quel suo amico e compagno prediletto non trovasi con lui per quella via, non può in alcuna maniera riferirsi a differenze che esistessero fra loro nell'idea artistica (poichè nè tali differenze c'erano nè ivi sarebbe stato luogo a parlarne), ma si bene nelle tendenze speculative e nel pensiero filosofico, quali sappiamo che realmente esistettero. Cfr. Perez, op. cit. p. 382 sg. e meglio D'Ovidio nel Propugnatore III, 2 p. 167 sgg. (Saggi critici, Napoli 1879, p. 312 sgg.). Altrimenti intende Finzi (Saggi danteschi, Torino 1888, p. 60 sgg.) riferendo, con assai leggero argomentare, quel verso alla troppo scarsa stima che Guido, secondo Dante, professò pel Mantovano.
520. Ved. Inf. I, 67 sgg. Purg. III, 25 sgg.; VII, 4 sgg.; XVIII, 82 sg.
521. Purg. XVIII, 46 sgg.
522. Si noti quanti luoghi della Divina Comedia ha occasione di citare Guido da Pisa nel narrare i fatti di Enea.
523. Parad. XXV, 7 sgg.
524. Purg. II, 106 sgg.
525. «... in quella parte dove aperse la bocca la divina sentenzia d'Aristotile da lasciare mi pare ogni altrui sentenzia.» Convito IV, 17; ved. sull'autorità d'Aristotele e le sue ragioni principalmente Convito IV, 6.
526. La più curiosa espressione del primato d'Aristotele nel tempo della scolastica, rimpetto al tradizionalismo delle VII arti, è il Fabliau intitolato La bataille des VII ars. Ivi è detto fra le altre cose:
«Aristote, qui fu a piè
Si fist chéoir Gramaire enverse.
Lors i a point mesire Perse,
Dant Juvenal et dant Orasce,
Virgile, Lucain et Etasce,
Et Sédule, Propre, Prudence,
Aratur, Omer et Térence:
Tuit chaplèrent sor Aristote
Qui fu fers com chastel sor mote.»
Ved. Jubinal, Oeuvres compl. de Ruteboeuf, II, p. 426. Propre non è, come vuole Jubinal, Properzio, ma il poeta cristiano Prospero.
527. Ved. Lambertus de Monte, Quid probabilius dici possit de salvatione Aristotelis Stagiritae. Col. 1487. Un tempo Tertulliano chiamava Aristotele «patriarcha haereticorum», e Lutero più tardi lo chiamava «hostis Christi!» Nella poesia francese intitolata: Enseignements d'Aristote, lo Stagirita parla di Cristo e della credenza cristiana, del tutto come cristiano. Ved. Hist. Litt. de la France, XIII p. 115-118. Cfr. Ruth, Studien über Dante Allighieri p. 258 sgg.
528. Dante esprime chiaramente nella Divina Comedia di non aver diretto rapporto co' greci e di conoscerli e intenderli solo per mezzo de' latini. Dinanzi a Diomede ed Ulisse (Inf. XXVI, 73 sgg.) Virgilio gli dice:
«Lascia parlare a me; ch'io ho concetto
Ciò che tu vuoi; ch'e' sarebber schivi,
Perchè ei fur Greci, forse del tuo detto.»
Poi dinanzi a Guido di Montefeltro (Inf. XXVII, 33) gli dice:
«.... parla tu, questi è latino.»
529. Dante ebbe la coscienza della nobilitazione ch'egli effettuava del tipo di Virgilio e del suo vedere in quel poeta più addentro che altri allora non facesse. Ad altro non credo possa riferirsi quel ch'ei dice di Virgilio (Inf. I, 9): «chi per lungo silenzio parea fioco.» Intendere, come molti fanno, che Virgilio fosse stato a lungo dimenticato e negletto non si può, poichè Dante sapeva che ciò non era, e chiama Virgilio «famoso saggio» e dice che la sua «fama ancor nel mondo dura».
530. È tale l'oscitanza di taluni espositori di Dante, che si è voluto trovare un'allusione alla magia di Virgilio in quei versi (Inf. IX, 22):
«Ver'è che altra fiata quaggiù fui
Congiurato da quella Eriton cruda
Che richiamava l'ombre a' corpi sui.»
Quasi che fosse mago chi soggiace alle arti di una maga! Dante come tant'altri grandi uomini del suo tempo crede alle arti magiche, ma le considera come brutte e colpevoli frodi. Finzi (Saggi danteschi p. 157) sostiene nondimeno la vecchia tesi con un argomentare però che lo mostra assai inesperto di ciò ch'ei chiama «la tradizione popolare.» Acute e giuste osservazioni ha su di ciò D'Ovidio, Dante e la Magia in Nuova Antologia 1892, p. 213 sgg.
531. Inf. XX, Virgilio parlando dei maghi, indovini ecc. dice: v. 28 «Qui vive la pietà quand'è ben morta;» v. 117 «Delle magiche frodi seppe il giuoco;» v. 121 «Vedi le triste che.... fecer malie con erbe e con imago.»
D'Ovidio nello scritto sopra citato difendendo questa nostra tesi si spinge troppo in là, quando con ingegnoso artificio vuol provare (p. 216 sgg.) che lo sdegno manifestato da Virgilio in quel canto contro i maghi e gl'indovini è come una protesta indirettamente introdotta da Dante contro la leggenda che facea di lui un mago. Ai maghi, siano diabolici o no, Dante non fa mai speciale attenzione; essi in quel canto non sono ricordati che incidentemente e secondamente; i peccatori ivi contemplati, come si rileva pur dalla natura della punizione ad essi inflitta, sono gl'indovini, e la collera di Virgilio dinanzi a questi non fa che rappresentare la stizza di Dante stesso contro gli astrologhi quali Michele Scoto e simili, influentissimi, e in alte regioni, ai suoi tempi. La leggenda non fece mai di Virgilio un indovino, ed anche facendone un mago non gli attribuiva fin lì nè magiche frodi nè malìe nè fattuccherie, ma opere benefiche prodotte per straordinaria conoscenza dei segreti della natura; ingenuità inoffensive, iperboli popolesche di glorificazione, che potevano meritare un'alzata di spalle o anche una risata, ma non poi tanta collera. I versi, generalmente sì male intesi, «Chi è più scellerato di colui Che al giudizio divin passïon porta?» si riferiscono esclusivamente agli indovini; passione è qui adoperato nel senso filosofico, come contrapposto di azione. Iddio essendo per sua natura essenzialmente azione o atto, inaccessibile a passione ossia all'esser passivo, scelleratissimo è colui che scrutando, come fa l'indovino, il giudizio suo imperscrutabile vi porta passione, ossia lo rende passivo. Quindi Virgilio riprende e tratta di «sciocchi» coloro che, come allora Dante, si commuovono dinanzi al supplizio di quei dannati, non intendendo la profonda gravità della loro colpa, che offende Iddio nella essenza sua stessa, tanto che dinanzi ad essi chi vuol esser pio non può esser pietoso: «Qui vive la pietà (come opposto di empietà) quand'è ben morta» (come pietosità); solo con tal gioco di parola (cosa non insolita in Dante) fondato sui due significati della parola pietà, si può a nostro avviso ben intendere quel verso assai maltrattato dagli espositori.
532. Cfr. Klotz, De verecundia Vergili, in Opuscula varii argumenti p. 242 sgg.
533. Per tal macchia attribuita a Virgilio da biografi e da commentatori, nasceva l'idea anacronistica e leggendaria che quando Cristo nacque morirono tutti i sodomiti e fra questi Virgilio; così Saliceto ap. Emanuel de Maura Lib. de Ensal. sect. 3, c. 4, num. 12; ved. Naudé, Apologie pour tous les grands personnages soupçonnés de magie p. 628 sg.; Herder ha tentato con poco successo di purgare Virgilio da queste accuse, singolarmente dando alla 5.ª ecloga una interpretazione allegorica; Ueber die Schamhaftigkeit Virgil's in Kritische Wälder II, p. 188; cfr. Genthe, Leben und Fortleben des P. Vergilius Maro, p. 28 sgg.
534. «Siccome pare Tullio recitare nel primo di Fine de' beni.» Conv. IV, 6. Il De natura deorum, da cui avrebbe potuto desumere più copiose notizie sull'epicureismo, non lo conosce.
535.
«Questi è Nembrotto per lo cui mal coto
Pure un linguaggio nel mondo non s'usa.»
Inf. XXXI, 78.
536. «se tu ti rechi a mente Lo Genesi» Inf. XI, 106; «La tua Etica» Ib. 80; «la tua Fisica» ib. 102.
537.
«— E disiar vedeste senza frutto
Tai che sarebbe lor disio quetato,
Ch'eternamente è dato lor per lutto.
Io dico d'Aristotele e di Plato,
E di molti altri. — E qui chinò la fronte
E più non disse e rimase turbato.
Purg. III, 43 sgg.
538. Purg. VI, 28 sgg.
539. Bello per mirabile finezza e importante per intendere in qual guisa si presentasse alla mente cristiana di Dante l'antica favola poetica, di cui fa tanto uso, è il luogo del Purgat. XXVIII, 139 sgg. ove Matelda, in presenza di Virgilio e Stazio, finisce di parlare dicendo:
«— Quelli che anticamente poetaro
L'età dell'oro e suo stato felice,
Forse in Parnaso esto loco sognaro.
Qui fu innocente l'umana radice,
Qui primavera sempre, ed ogni frutto;
Nettare è questo di che ciascun dice. —
Io mi rivolsi addietro allora tutto
A' miei Poeti, e vidi che con riso
Udito avevan l'ultimo costrutto.»
540. Cfr. Intorno a ciò Fauriel, Dante et les origines etc. II, p. 435 sgg.; Ozanam (Dante et la philosophie cathol. au treiz. siècle, p. 324 sgg.) ha consecrato un lungo lavoro d'indagine ai precursori di Dante in fatto di visioni o viaggi poetici nel mondo invisibile. Quantunque assai istruttivo, poco serve questo lavoro alla intelligenza della creazione dantesca, che per la natura sua propria è cosa originalissima, e con quei così detti precursori (eccettuato Virgilio) non ha che punti di contatto esterni o fortuiti.
541. Così chiama i poeti coi quali si trova nel limbo (Inf. IV, 110), così spesso Virgilio (Inf. VII, 3; XII, 6; XIII, 47) e Stazio (Purg. XXIII, 8; XXXIII, 15).
542.
«Ei mi parea da sè stesso rimorso:
O dignitosa coscïenza e netta,
Come t'è picciol fallo amaro morso!»
Purg. III, 7 sgg.
543. «Qualche rara e lieve accigliatura pedagogica» crede il D'Ovidio (Saggi critici, p. 326) di riconoscere nel Virgilio dantesco, e cita come esempio le parole «o creature sciocche, Quanta ignoranza è quella che v'offende!» Inf. VII, 70. Ma ivi, benchè parli Virgilio, lo spregio delle idee volgari è di Dante stesso, come la fantastica teoria che poi Virgilio espone sulla Fortuna è cosa prettamente dantesca e medievale, non punto virgiliana.
544. Cfr. Wolff, Cato der jüngere bei Dante in Jahrb. d. deutsch. Dante-gesellschaft II, 225 sgg.
545. È questo l'aspetto principale da cui il Virgilio di Dante è stato studiato dal Ruth nei suoi Studien über Dante Allighieri (Tübing. 1853) p. 203 sgg., al quale rimandiamo per maggiori sviluppi. Ruth ha scritto anche uno speciale articolo sul Virgilio di Dante, Ueber die Bedeutung des Virgil in der Divina Commedia in Heidelberger Jahrbücher, 1850.
546. Prima di Dante, ed anche prima del medio evo di proprio nome, colui che più si è servito di Virgilio come cantore della potenza romana, per uno scopo storico-filosofico, è Agostino. Ma Agostino ed Orosio suo discepolo, che vedevano Roma cadente e persecutrice, e la udivano accusare il cristianesimo del suo cadere, non potevano arrivare a quei concetti che il medio evo suggeriva a Dante. Roma pagana era ancor troppo prossima ad essi cristiani, e d'altro lato essi non videro il cristianesimo di perseguitato divenir persecutore sanguinario alla sua volta, e la storia della chiesa mutarsi in un libro osceno.
547. Li romans de Dolopathos publié pour la première fois en entier par Ch. Brunet et Anat. de Montaiglon, Paris (Jannet) 1856. Esiste in parecchi manoscritti un testo latino del Dolopathos, reso già noto dal prof. Mussafia, che lo considerò come l'originale del monaco Gianni di Hauteseille (Ueber die Quelle des altfranzösischen Dolopathos. Wien, 1865; e Beiträge zur Litteratur der sieben Weisen Meister, Wien, 1868). I dubbi su di ciò da me e da altri espressi furono tolti di mezzo dalla edizione che ne diede l'Oesterley Ioh. de Alta Sylva Dolopathos sive De rege et septem sapientibus, Strassb. u. London 1873 sulla quale veggasi l'eccellente critica di G. Paris in Romania II, 1873, p. 481-503 (per le date ved. p. 501) e Studemund in Zeitschr. f. deutsch. Alterth. N. F. VIII, p. 415-425.
548. Cfr. D'Ancona, Il libro dei Sette savi di Roma, Pisa (Nistri) 1864.
549. La storia e la prima forma di questo libro ho cercato di rintracciare nel mio lavoro, Ricerche intorno al Libro di Sindibâd, Milano, 1869, Researches respecting the Book of Sindibâd (transl. by H. Ch. Coote), London 1882.
550. v. 12369 sgg. (Aen. VIII, 40 sg.).
551. Dolopathos era d'origine troiana:
«De Troie fu ses parentez» v. 162.
552.
«Por ce ot nom Dolopathos
Car il soufri trop en sa vie
De doleur et de tricherie»
v. 164 sgg.
553. v. 12890 sg. (August. De civitat. D. XVIII, 17-18).
554. «Je sais tot le Viez Testament» v. 4780.
555.
«Cesar ot par toute la vile
Commandé que tuit l'ennoraissent
Et seignorie li portaissent.» v. 1652 sgg.
556. v. 1257 sgg.
557. v. 1318 sgg.
558. v. 1396 sgg.
559.
«La VII est Astrenomie
Qui est fins de toute clergie»
Image du monde ap. Jubinal, Oeuvres compl. de Ruteboeuf. II, p. 424.
560. Lo dichiara diffusamente v. 1162 sgg.
561. v. 12530 sgg.