Toutes les iaves, quanques dix fait en a,

U qu'eles soient par ichi pasera[387].

Il monte ignivomo di San Brandano è certamente l'Hecla.

Da ultimo è da ricordare che la leggenda marinaresca fiorì già in Grecia in antico e riappar frequente nella letteratura tedesca del medio evo[388].

L'isola paradisiaca visitata da San Brandano lasciò di sè lungo ricordo e vivissimo desiderio. Durante tutto il medio evo, e per buon tratto di tempo anche dopo, si credette generalmente e fermamente alla sua esistenza. Nelle carte essa fu molte volte indicata, sebbene con differenze grandi, e naturali, di luogo. Quelle più antiche le assegnano presso a poco la latitudine dell'Irlanda, o una latitudine anche più settentrionale; nelle più moderne l'isola scende verso Mezzodì, e appare a ponente delle Canarie, o Isole Fortunate, e con queste, facendosene d'una parecchie, è confusa talvolta, o col gruppo di Madera. Così nella mappa dei Pizzigani, ove si vedono nel mare occidentale le ysole dicte Fortunate S. Brandany, e San Brandano in atto di stendere le braccia verso di esse; così in quella di Grazioso Benincasa, ove pur compajono le Insule fortunate sancti Brandani, e in quella del Genovese Beccaria. Il Maurolico nel Martyrologium, e Onorio Filopono nella Navigatio in Novum Mundum, affermano che San Brandano approdò alle Canarie. Nel globo di Martino Behaira, del 1492, l'isola meravigliosa è situata assai più verso Occidente e in prossimità dell'equatore[389]. Gli abitanti delle isole di Madera, di Palma, di Gomera e del Ferro, ingannati da nubi, o dagli spettri della Fata Morgana, credevano talora di scorgerla dalla parte di Occidente, come perduta fra l'acqua e il cielo. E già essa aveva preso il nome d'isola Perduta, Insula Perdita, e dicevasi, con qualche reminiscenza forse dell'ἀπρόσιτον νῆσον degli antichi[390], che quando si cercava non si trovava. Nella Image du monde si legge:

Une autre ille est que on ne puet

Veoir comme on aler se veult,

Et aucune fois est veue:

Si l'appelle on l'Ille Perdue.

Celle ille trouva sains Brandains,

Qui mainte merveille vit ains[391].

Ma quest'isola Perduta, visitata da San Brandano, non si diceva poi che fosse il Paradiso terrestre. Onorio d'Autun l'aveva descritta come la più amena e la più fertile di quante ne sono in terra: «Est quaedam Oceani insula dicta Perdita, amoenitate et fertilitate omnium rerum prae cunctis terris praestantissima, hominibus ignota. Quae aliquando casu inventa, postea quaesita non est in venta, et ideo dicitur Perdita»[392]. Rodolfo da Ems dice che l'Isola Perduta è il più bel paese del mondo, dopo il Paradiso terrestre, e che San Brandano v'andò,

der vil wunderliche gotes degen;

ma a nessun altr'uomo fu più conceduto di ritrovarla[393]. Pietro Bersuire riferisce questa stessa immaginazione alle Isole Fortunate, così dette da alcuni «quia casu et fortuna quandoque reperiuntur; si autem a proposito quaerantur, raro aut nunquam inveniuntur»[394]. In un trattato dell'arte di navigare di Pietro di Medina, autore spagnuolo del secolo XVI, l'Isola Perduta si confonde con la famosa Antilia, da cui venne il nome alle Antille[395].

L'Isola Perduta e introvabile fu cercata da molti, specie dopo che la scoperta del Capo di Buona Speranza e dell'America, ebbe acceso negli animi la febbre delle remote esplorazioni; e qualcuno pretese anche di averla trovata[396]. Ad ogni modo era comune speranza che dovesse, un dì o l'altro ritrovarsi; e quando, il 4 di giugno del 1519, Emanuele di Portogallo rinunziò alla Spagna, col trattato d'Evora, ogni suo diritto sull'Isole Canarie, l'Isola Perduta, o Nascosta, fu espressamente compresa nella rinunzia[397]. Nel 1569 Gerardo Mercator segnava ancora sulla sua mappa l'isola misteriosa, e nel 1721 partivano in traccia di essa gli ultimi esploratori.

La leggenda di San Brandano n'ebbe poche pari in celebrità. Essa fu introdotta, in forma più o meno svolta, secondo le redazioni, nella Image du monde, che diffusissima essa stessa, ajutò a diffonderla sempre più[398]. Un frate Filippo di Cork la inserì, non so se per disteso o in ristretto, in un suo trattato provenzale delle meraviglie dell'Ibernia, che si conserva tra' manoscritti del Museo Britannico; Pietro de Natalibus nel suo Catalogus Sanctorum; Wynkyn de Worde nella sua Golden Legend, ecc. Ricordi se ne trovano nel Lohengrin, nel Wartburgkrieg, e in altri poemi tedeschi. Essa era divenuta un tema consueto di narrazione e di recitazione, e in un luogo della prima rama del Renard si trova ricordata insieme con istorie romanzesche del ciclo brettone. Inni di religiosi sonarono in onore del santo che aveva corsi i mari, e preghiere si recitarono, che dissero composte da lui fra i perigli della temeraria navigazione[399]. Giovanni di Hese ebbe fantasia di emularlo, e accrebbe con brandelli della leggenda di lui l'ingegnoso tessuto delle sue innocenti bugie. Nel presente secolo poeti inglesi si ricordarono del santo morto da dodici secoli, e presi d'ammirazione, ne ricantarono in vario modo le meravigliose avventure.

Di queste avventure pochissimi si mostrarono disdegnosi nel medio evo, e di questi pochissimi fu Vincenzo Bellovacense. Egli dice d'avere escluso affatto dall'opera sua la storia della peregrinazione di San Brandano a cagione dei vaneggiamenti ond'essa è piena, propter apocripha quaedam deliramenta que in ea videntur contineri[400]. Ora, sì fatto rigore ha alquanto dello strano, perchè se la fama onde Vincenzo gode presso i posteri è, per più rispetti, onorevole, non però è fama di uomo in cui abbondi lo spirito critico e naturalmente avverso a raccontar fanfaluche. E più sembra strano quando si vede ch'egli, mentre ricusa di narrare la storia di San Brandano, narra poi la storia non molto meno miracolosa di San Maclovio[401].

San Maclovio o Macute, o Macuto (il Saint Malo dei Francesi) fu irlandese ancor egli; ma ottenne poca celebrità in patria, e divenne per contro un santo famoso tra gli Armoricani, i quali si studiarono di allargarne e adornarne quanto più poterono la leggenda, e l'allargarono e l'adornarono, sembra, a spese di San Brandano; e dico sembra, perchè la cronologia, in tutte queste storie di santi, è assai oscura ed incerta, e può dar luogo a opinioni contraddittorie. Nei ricordi più antichi San Maclovio è soltanto uno dei monaci di San Brandano, e un compagno de' suoi viaggi, i quali sono ricordati solamente di volo[402]; ma poi usurpa il luogo del suo superiore e diventa il capo della spedizione, e San Brandano diventa uno dei seguaci. San Maclovio imprende due viaggi per ritrovare l'isola d'Ima, la quale non è il Paradiso, ma ha col Paradiso moltissima somiglianza. Nel secondo ha compagno San Brandano, e chiede a un gigante da lui risuscitato notizie dell'isola di cui va in traccia. Il gigante ricorda d'aver visitato una volta un'isola, la quale, cinta di un aureo muro, splendeva come uno specchio, ed era vuota di abitatori. Pregatone, egli, ch'è di smisurata altezza, entra nell'oceano profondo, e si trae dietro la nave dei monaci, per andare alla scoperta dell'isola beata; ma insorge una furiosa burrasca, e debbon tutti tornarsene onde sono venuti. Poco dopo il gigante, che ha ricevuto il battesimo, si muore[403]. Sigeberto Gemblacense narra anch'egli il viaggio di San Maclovio; ma dice che questi fu sollecitato, oltrechè dal desiderio proprio, dall'esempio del suo maestro ed abate Brandano, il quale ardeva non men di lui della brama di trovar l'isola felice, e fu il promotore della peregrinazione, ut scriptura vitae ejus demonstrat. Mette in dubbio che l'isola da essi cercata sia il Paradiso terrestre, e dice che, stando alla fama, è un'isola copiosa di tutti i beni e abitata da cittadini del cielo, che menan quivi santa e gioconda vita[404]. Anche San Maclovio scese co' suoi compagni sopra il dorso di una balena, credendola un'isola, e vi celebrò una messa. Quanto al gigante risuscitato e battezzato da lui, sarà opportuno avvertire che nel racconto gaelico della navigazione di San Brandano, questi risuscita e battezza una gigantesca fanciulla bionda, la quale misura ben cento piedi d'altezza, e che richiesta, dopo il battesimo, se voglia tornare fra' suoi, o andarne subito in Paradiso, elegge la sorte più felice, e ricevuto il viatico, incontanente rimuore[405].

Gli esempii di San Barinto e di San Mernoc, di San Brandano e di San Maclovio, dovettero scaldare la fantasia e turbare i sonni a molti monaci di buona volontà, non meno provveduti di fede che di coraggio. Gotofredo da Viterbo, che parla della esploratrice curiosità di certi monaci dell'Armorica,

Qui marium fines scrutantur et ultima terrae,

Ut valeant populis post tempora longa referre

Quas ibi materies, quae loca mundus habet,

narra, fondandosi su certo Libro d'Enoch ed Elia, a noi sconosciuto, una storia, che reca novella prova di quei desiderii irrequieti. Cento frati in una volta si cacciano a navigar per l'Oceano:

Vela vehunt validis erecta per aequora ventis.

His super alta maris per tempora longa retentis,

Sola poli facies, aequora sola patent.

Corrono fra cielo ed acqua tre anni, poi si scontrano in certe statue emergenti dai flutti, le quali col braccio teso additano loro la via. Arrivano finalmente a una montagna odorosissima, tutta d'oro, sulla cui vetta è una città aurea, e una chiesa, d'oro essa pure, tempestata di gemme sfolgoranti, e nella chiesa, sopra un altare prezioso, un'immagine di Maria col bambino. È quello il Paradiso terrestre. I naviganti, pieni di meraviglia, cercano da ogni banda se non vi sia persona viva, e da ultimo scoprono, in una celletta splendida e riposta, due vecchioni con barbe e chiome lunghe e candidissime, Enoch ed Elia.

Inclyta barba senum fuerat, longique capilli,

Candida caesaries; nautisque petentibus illis,

Surgentes pariter verba dedere senes.

I due santi dicono loro come in quel luogo sia variata la ragione del tempo; come, al tornare che faranno in patria, troverannosi vecchi, e vedranno mutate le generazioni, e tutt'altra la condizion delle cose. Per ingiunzione di quei due si celebra allora una messa, alla quale séguita una general comunione. I naviganti si partono, e rifanno in cinque giorni la via in cui prima consumaron più anni; ma tornati in patria non trovan più nulla di quanto già vi lasciarono. Sparita è la loro chiesa, sparita è ancor la città, e ad un popolo nuovo nuovo re dà legge novella. L'assenza loro durò trecent'anni[406].

Quelle statue che mostran la via hanno qualche riscontro; ma è più frequente il caso di statue, o di colonne, che avvertono altrui di non passare più oltre. Esse si moltiplicano sulle rive, o nelle men remote isole di quel formidabile Atlantico, che fu teatro alle audaci imprese dei nostri esploratori. Già le famose Colonne d'Ercole vietavano il passo gaditano[407]. I geografi arabici, Ibn-al-Vardi Yakut, Edrîsi, Masûdi, il Geografo Nubiense, parlano di statue colossali poste in Cadice e nelle Canarie, o anche nelle Isole del Capo Verde, le quali facevan cenno di non passare più oltre; e quella di Cadice è ricordata anche nella Cronaca detta di Turpino. Nel Mare amoroso, attribuito a Brunetto Latini, si fa cenno di un passo di mare

Che fie chiamato il braccio di Saufi,

Ch'à scritto in sulla man: niuno ci passi,

Per ciò che mai non torna chi vi passa[408];

e nella mappa dei Pizzigani è una figura in atto di respingere i naviganti che vorrebbero inoltrarsi sull'oceano[409]. Il Camoens ebbe a ricordarsi di queste fantasie quando immaginò il suo gigantesco Adamastore, che tenta di far tornare indietro Vasco di Gama. Ma fu pur detto che nell'isola di Corvo, la più settentrionale dell'Azore, fosse la statua di un cavaliere che con la destra indicava l'Occidente, quasi per additare il cammino agli scopritori del Nuovo Mondo.

Dalle spiagge dell'Irlanda e dell'Armorica passiamo ora in Asia, o, se meglio piace, in Ispagna per incontrarvi l'ultimo di questi santi esploratori, Sant'Amaro, di cui narra le avventure una leggenda spagnuola. Chi fu Sant'Amaro? in che tempo viss'egli? Confesso schiettamente di non saperlo, e dubito forte non appartenga ancor egli a quella abbastanza numerosa famiglia di santi, che vivissimi nella fantasia popolare, non furono mai vivi al mondo. Un santo Amaro d'ossa e di polpe ci fu, nativo, credesi, di Francia, fermatosi poi in Burgos, e già venerato in Ispagna nel secolo XV[410]; ma egli, che attese tutto il tempo di vita sua a curar gli ammalati e servir i poveri di quella città, nulla ha da spartire col nostro. Sia come si voglia, la leggenda di questo è assai moderna, e forse di poco anteriore al 1558, del quale anno se ne ha una stampa, col titolo: La vida del bienaventurado sant Amaro y de los peligros que posò hasta que llegò al Parayso terrenal. Nelle altre letterature non se ne ha traccia; ma in Ispagna essa entrò a far parte della letteratura popolare, e leggesi tuttavia. Io la riferisco di su un pliego suelto stampato in Madrid, senz'anno, ma recentissimo[411].

Amaro fu d'Asia (non si dice di quale città o provincia) uomo devotissimo, caritativo, e tutto preso dal desiderio di vedere una volta il Paradiso terrestre, di cui sempre chiedeva novelle, ma inutilmente, ai molti pellegrini che gli capitavano in casa. Una notte, stando in orazione, udì una voce che gli disse: «Amaro, abbandona la tua casa, va al porto, entra in una nave, lasciala andare dove la Provvidenza la condurrà, e vedrai ciò che desideri». La dimane il santo distribuì ai poveri le sue ricchezze, solo quel tanto ritenendone che poteva bastare alla sua navigazione, e il terzo dì, accompagnato da due servitori, e da quattro amici che non vollero andasse solo a quell'impresa, si recò al porto più vicino, comperò una buona nave, la fornì del necessario, e spiegò le vele, lasciandosi menare dai venti. Trovò da prima un'isola, chiamata Deserta, ma subito se ne dilungò, avvertito da una voce del cielo che quella era terra di peccatori. Attraversò il Mar Rosso, e giunse a una seconda isola, detta Fuen-Clara, fertilissima e deliziosa, abitata da uomini di bonissima indole, i quali vivevano centocinquant'anni, senza conoscere infermità o disagio alcuno. Non si sa come, i naviganti, dopo lungo tempo, si trovarono nei mari polari, e per poco non rimasero prigionieri dei ghiacci, dai quali venne loro fatto di scampare per un buon suggerimento che diede a Santo Amaro la Vergine Maria. Approdarono ad altre due isole, nell'una delle quali vivevano tredici monaci in una badia murata, difendendosi a gran pena da innumerevoli e formidabili fiere, e nell'altra era un sant'uomo, chiamato Leonita, perchè viveva in compagnia di sei leoni, mansueti come agnelli. Giunsero finalmente a una spiaggia deliziosa, ove nè caldo si pativa nè freddo, e quivi Sant'Amaro ebbe finalmente notizia della terra beata di cui andava in traccia, prima da due eremiti, poi da una santa donna per nome Baralides, la quale era badessa di un chiostro ivi presso, e l'aveva veduta una volta di lontano. Guidato da costei per un tratto di via, Sant'Amaro, i cui compagni erano rimasti addietro, nel luogo ove avevano preso terra, risalì una valle, superò alti e dirupati monti, e giunse da ultimo in vista di un meraviglioso palazzo, munito di altissime torri, cerchiato di saldissimo muro, formato il tutto di gemme d'ogni colore, le quali ardevano di luce incomparabile. Fuor del palazzo, alla cui porta vegliava un gagliardo giovane con una spada in pugno, correvano quattro fiumi. Era quello il Paradiso terrestre. Accostatosi alla porta magnifica, Sant'Amaro chiese al guardiano se gli fosse lecito d'entrar dentro; ma quegli rispose che no, e che si contentasse di ciò che poteva vedere standosi sulla soglia. Obbedendo al precetto, Sant'Amaro vide gli alberi pieni di frutti, e quello, fra gli altri, del cui frutto mangiarono Adamo ed Eva; e vide cori di bellissime donzelle, coronate di fiori, le quali cantavano dolcissimamente, e sonavano varii strumenti, e servivano con somma riverenza e vivissimo amore la Vergine. Sant'Amaro credette di aver fruito di quel divino spettacolo un'ora, ed erano passati dugent'anni. Tornato al luogo dove aveva lasciato i compagni, trovò una bella città, che essi avevan fondata, e finì i suoi giorni in un monastero che gli abitatori di quella edificarono appositamente per lui.

Ma lasciamo oramai i santi, co' quali ci siam trattenuti così a lungo, e accostiamoci a un'altra schiera, formata di conquistatori e di venturieri, i quali, o deliberatamente muovono in traccia del Paradiso terrestre, con animo, talvolta di assoggettarlo al loro dominio, o, quasi senza pensarvi, a forza di girare il mondo, lo trovano, e riescono, o non riescono, secondo i casi, a penetrarvi. E come ragion vuole cominciamo da colui che la leggenda consacrò principe e modello dei venturieri e degli eroi, da Alessandro Magno.

In un racconto latino, intitolato De itinere ad Paradisum, si legge quanto segue. Alessandro, di ritorno dalla conquista dell'Indie, si ferma sulle rive del Gange, il quale è qui tutt'uno col Fison, e contemplando alcune foglie mirabili venute dal Paradiso, esce in tale lamento: «Nulla io feci nel mondo, e nulla stimo la gloria mia, se di tali delizie non godo». E subito, raccolti cinquecento seguaci, salita una gran nave, si mette a navigare su per il fiume. In capo di trentaquattro giorni ecco appar loro una gran città, le cui mura, tutte coperte di musco non lasciano scorgere adito alcuno, e sembrano essere di grandissima antichità. Per tre giorni cercano gli esploratori tutto all'ingiro, e finalmente scoprono una postierla angusta e sbarrata. Alessandro manda suoi messi a intimar l'obbedienza ed a chieder tributo, essendo egli signore del mondo. Al picchiar di coloro, uno di dentro apre l'usciolo, e alle parole minacciose e superbe risponde con voce blanda e tranquilla l'aspettino alquanto fin ch'ei ritorni. Va e torna, recando una gemma di singolare qualità e bellezza, e dice loro la dieno al lor re, perchè conosciutane la natura, tosto smetterà ogni ambizioso pensiero. Alessandro, veduta la gemma, udita la risposta, incontanente si parte, e raggiunge le sue genti, insieme con le quali se ne va poscia a Susa. Quivi un vecchio Ebreo gli fa conoscere la virtù della gemma, e gliene svela il misterioso, simbolico significato. La gemma, messa nel piatto di una bilancia, vince di peso ogni maggior copia d'oro che le si contrapponga, ma, coperta di un pizzico di polvere, diventa più leggiera di una piuma. Stupisce Alessandro, e l'Ebreo gli dice: «Questa gemma è immagine dell'occhio umano, che vivo di nessuna cosa si appaga, morto e coperto di terra più nulla vagheggia». Alessandro intende l'ammaestramento, e represso ogni ambizioso affetto, e licenziati i compagni d'arme, si ritrae in Babilonia, dove dal tradimento è troncata la gloriosa sua vita. La città murata e chiusa è la dimora dei giusti, ove soggiorneranno sino al dì del Giudizio[412].

Questo racconto, pervenuto sino a noi in una redazione che probabilmente appartiene al XII secolo, è, senza dubbio, di origine molto più antica, e scaturisce da fonte giudaica. Nel trattato Tamid del Talmud di Babilonia se ne legge uno che ha con esso colleganza strettissima, anzi si può dir quel medesimo, salvo che il latino deriva da una redazione più larga e più antica. Nel racconto talmudico, l'andata di Alessandro al Paradiso si rannoda con l'avventura della fontana di giovinezza, e l'eroe riceve dagli abitatori del Paradiso, non una gemma simbolica, ma un vero occhio umano, il quale si comporta del resto come la gemma[413]. La leggenda passò nell'Alexander del Tedesco Lamprecht, ma con alcune particolarità diverse da quelle pur ora vedute, e ch'egli, o poneva di suo, o toglieva da scrittura a noi incognita. Alessandro e i compagni suoi risalgono l'Eufrate (non il Fison) sostenendo grandi fatiche, e terribili procelle, che mettono a dura prova il loro coraggio e la loro perseveranza. Alessandro ha fermo nell'animo di conquistare il Paradiso, e infiamma i commilitoni alla gloriosa impresa. Dopo lunga navigazione giungono a un muro altissimo, tutto costruito di pietre preziose, del quale non viene lor fatto di vedere la fine. Trovano da ultimo la porta, fanno la intimazione a quei di dentro, ricevono la gemma. I più giovani contendono co' più vecchi e savii: questi consigliano ad Alessandro di tornare; quelli di seguitar l'impresa incominciata. Prevale il consiglio dei primi. Tornato in Grecia, Alessandro fa vedere la gemma a molti che non sanno conoscerne la virtù, finchè un vecchio Ebreo, da lui fatto venire appositamente, gliela scopre, servendolo per giunta di una lunga ammonizione. Con quest'avventura finisce il poema[414].

L'avventura fu pure narrata da Tommaso di Kent nel Roman de toute chevalerie, e introdotta da un interpolatore nel poema di Lambert li Tors e Alessandro da Bernay, e ripetuta nella compilazione intitolata Faits des Romains[415], nei Fatti di Cesare nostri[416], dal Mandeville[417], da Pietro Paludano nel suo Thesaurus novus. Giovanni di Hese dice che vicino al Paradiso terrestre è un monte, sul quale fu Alessandro, che soggiogato tutto il mondo, dallo stesso Paradiso volle avere tributo[418]. La novella dell'occhio umano, o della gemma che lo simboleggia, si trova anche separatamente dal racconto del viaggio di Alessandro al Paradiso[419].

Gli Arabi e i Persiani, che tante favole meravigliose narrano del Macedone, parlano bensì di una spedizione ch'ei fece in cerca della fontana di giovinezza, ma ignorano la sua andata al Paradiso. Solo Nizâmi, il quale fa compiere all'eroe un viaggio nell'Oceano Atlantico, dice ch'ei seppe, da certi selvaggi abitatori d'un deserto posto di là dal mare, come fosse, nella regione dove più non brilla il sole, una città magnifica, abitata da uomini di santa vita, i quali, senza mai invecchiare, vivevano cinquecent'anni; e il poeta conduce l'eroe a una terra felice, posta verso Settentrione, popolata da genti scevre di ogni malizia[420]. A questo proposito non parrà superfluo ricordare come Firdusi narri dell'andata di Rustem all'Alburz.

Di Alessandro Magno, che presunse di assoggettare persino il Paradiso terrestre, ebbe forse a ricordarsi l'Ariosto, quando attribuì il pensiero temerario di così gran conquista al suo Senapo, che ne fu punito con la cecità e con le Arpie. Il Senapo

Inteso avea che su quel monte alpestre,

Ch'oltre alle nubi e presso al ciel si leva,

Era quel Paradiso che terrestre

Si dice, ove abitò già Adamo ed Eva.

Con cammelli, elefanti, e con pedestre

Esercito, orgoglioso si moveva,

Con gran desir, se v'abitava gente

Di farla alla sua legge ubbidiente[421].

Un autore spagnuolo del secolo XVI, Giovanni Gonzalez di Mendoza, narra, traendola non so d'onde, la storia di un re del Bengala, il quale mandò gente, con molte barche, su per il Gange, ordinando loro d'andarne alla scoperta del Paradiso terrestre. Gli esploratori navigarono più mesi a ritroso del fiume, e giunsero finalmente a un luogo ove era mitissima la corrente, e già molti segni apparivano della prossimità della felice dimora; ma per quanti sforzi facessero non poterono passar più oltre, sebbene non ci si vedesse impedimento alcuno[422].

Tornando per un istante ancora ad Alessandro Magno, ricorderò, per opportunità di riscontro, come nello Pseudo-Callistene si racconti l'andata di lui, attraverso a un paese tenebroso, ov'è la fontana di giovinezza, sin presso alle sedi dei beati, dalle quali lo fanno allontanare due uccelli parlanti; e come nel racconto di Giulio Valerio, sia dato il nome di Paradiso al luogo dove gli Alberi del Sole e della Luna diedero all'eroe il famoso responso[423]. Nel Titurel, due principi indiani, che si vantano discendenti da Alessandro, descrivono il loro paese, che si chiama Paradiso, senza però esser quello dei primi parenti.

Ecco ora farcisi innanzi parecchi eroi della leggenda cavalleresca medievale. Di Merlino si narra che movesse con una nave di cristallo in traccia dell'isole beate[424]. Di Ugone da Bordeaux si può dire che, se non fu nel Paradiso terrestre, fu in luogo molto a quello somigliante. Un grifone lo trasportò sopra una montagna che non conosce le tempeste, e dove sono alberi bellissimi e tutti i frutti della terra, e la fontana di giovinezza. Gesù Cristo vi si riposò e la benedisse. Per comando di un angelo, il cavaliere tolse tre pomi, che avevano virtù di far ringiovanire[425]. Ma ben giunse al Paradiso terrestre un altro eroe, Baldovino da Sebourg. Spinti da una furiosa procella, Baldovino e Poliban passarono il mar d'Inghilterra, passarono il mare d'Irlanda, e corsero oltre finchè si offerse loro agli sguardi un giardino meraviglioso, murato tutto intorno di cristallo, splendente come l'oro. Era quello il Paradiso terrestre. Approdarono i naviganti, e sulla porta trovarono Enoch ed Elia, i quali, non vecchi già, ma parevano essere nel fiore della giovinezza, e accolsero i cavalieri molto benevolmente, e li misero dentro. Qui le solite meraviglie: uccelli che cantano dolcissimamente, tra' quali alcuni che nascono da un raggio di sole e sono detti salamandre; serenità perpetua; alberi sempre verdi e carichi di frutti; l'albero del peccato, tutto secco. Elia fece tornare il re Poliban di trent'anni, dandogli a mangiare di certo pomo. Baldovino, ch'era giovane, avendo voluto far ancor egli l'esperimento, contrariamente all'ammonizion del profeta, divenne in un momento vecchissimo, e pien d'acciacchi, e non racquistò la gioventù perduta se non quando Enoch gli ebbe dato a mangiare di un altro pomo del giardino. I cavalieri seppero dai profeti che nel Paradiso avverrà il Giudizio universale. Quando se ne partirono, sembrava loro di esserci stati due giorni, e c'erano invece rimasti due mesi[426].

Un eroe più illustre di Baldovino, e anche di Ugone, fu Uggeri il Danese, del quale pure si narra che andasse al Paradiso terrestre. In uno dei poemi francesi cui la sua storia porge argomento, il poeta lo conduce, non nel Paradiso propriamente, ma in quelle vicinanze:

Car le Danois s'en va ou chastel d'aimant,

Qui siet par faerie les Avalon le grant,

Et Paradiz terrestre est un petit avant,

Dont Enoc et Elie vont le saint lieu gardant,

Et y furent ravy en char de feu ardant,

Et la sont tous en vie, et sont jusqu'à tant

Qu'Antecrist regnera, et cil deux dieu sergant

Le meteront a fin: on le treuve lisant

En la sainte escripture qui pas ne va mentant.

Segue poi il racconto del lungo soggiorno che fece l'eroe in quel paradiso dei cavalieri che fu l'isola di Avalon[427]. Il medesimo si ha nel romanzo in prosa, calcato sul poema[428]; ma moltiplicando e affastellandosi sempre più le avventure dell'eroe, gli era naturale che venisse a cacciarsi tra queste anche un vero e proprio viaggio al Paradiso. Di tale viaggio è ricordo nei Fioretti dei paladini[429]. Giovanni d'Outremeuse narra che Uggeri volle conquistare il Paradiso terrestre, e con un esercito di ventimila uomini passò regioni popolate di serpenti, attraversò la valle tenebrosa, vide molte isole, molti strani e spaventosi animali, mangiò dei frutti degli Alberi del Sole e della Luna, e giunse al Paradiso, il quale è tutto cinto di monti altissimi, ed ha un'unica entrata, guardata da fiamme, che non lasciano passare nessuno[430].

Uggeri non pare che sia penetrato nel luogo vietato, ma bene vi penetrò un altro cavaliere, il quale ebbe anche la ventura di visitare l'Inferno, Ugo d'Alvernia. Dopo molte e molte avventure, le une più strane delle altre, Ugo giunge al Paradiso terrestre, vede la fonte da cui nascono i quattro fiumi, e presso a quella l'albero disseccato, che pare tocchi con la vetta il cielo, e tra i rami dell'albero la Vergine, con in braccio il bambino; poi trova Enoch ed Elia, i quali si comunicano con cert'ostie ch'egli ebbe dal papa, e portò seco nel viaggio. Così nel testo italiano del poema, che manoscritto si conserva nella Nazionale di Torino, e così ancora, secondo ho ragion di credere, nel franco-italiano della Biblioteca Regia di Berlino[431]. Nel romanzo in prosa di Andrea da Barberino il racconto corre alquanto diverso. Ugo risalì, cavalcando, verso le sorgenti del Nilo, accompagnato da alcuni grifoni, suoi fedeli ajutatori: «trovò una nugola, come tenebra scura, ed era come un muro, e alta, e tagliata insino all'aria, e divideva la luce». Quivi presso era un pilastro, con una scritta, la quale avvertiva chiunque non fosse mondo di peccato di non andare più oltre. Ugo penò tre giorni ad attraversar quelle tenebre, dopo di che giunse a un bel prato fiorito, pieno d'alberi, ch'era la Terra Santa di Promissione: Vide Enoch ed Elia, e un luogo cerchiato di muro, ch'era più propriamente il Paradiso terrestre, dove i santi dissero che nessun uomo vivo poteva entrare; e non ben s'intende se all'eroe sia conceduto d'entrarvi[432].

Molta somiglianza morale ha con Ugo d'Alvernia Guerino il Meschino, e molta somiglianza spesso è tra le loro avventure. Guerino giunge al Paradiso terrestre scendendo nel Pozzo di San Patrizio. Uscito dall'Inferno, il cavaliere perviene, in compagnia di molti spiriti vestiti di bianco, davanti a un muro, che gli sembra d'oro massiccio, tempestato di gemme, ed è alto sino al cielo, e splende a guisa di fuoco ardente. S'apre una porta, e n'esce un soavissimo odore, e uno di quegli spiriti porge al cavaliere un pomo molto odorifero, da cui questi si sente tutto riconfortare. Soppraggiungono Enoch ed Elia, i quali menano il cavaliere in giro per una felice campagna che si stende tutto all'intorno. Nel Paradiso stesso nessun uomo mortale può entrare. Più oltre Guerino vede una città risplendente, cinta di un muro di fuoco, e ode il canto degli angeli, ond'è rallegrata, ed ha, attraverso una porta, un'assai strana visione della Trinità. Non s'intende bene se questo sia il Paradiso terrestre o il celeste; ma è probabile sia il celeste[433]. Tullia di Aragona rinarra tutto ciò, con alcune differenze, nel suo poema, e pone ad abitare nel Paradiso terrestre, insieme con Enoch ed Elia, anche San Giovanni[434].

Con la storia di Ugo d'Alvernia e di Guerino ha molta affinità la storia di un Fortunato, che non ha nulla di comune con quello celebre della leggenda popolare, al quale la Fortuna aveva fatto dono della borsa che mai non si votava. Tale istoria porge materia a un ponderoso romanzo in prosa, che si conserva fra i manoscritti palatini di Firenze[435]. Come Guerino, il nostro Fortunato va in cerca del padre, che non conosce; compie il solito viaggio in remote regioni; vede le solite meraviglie; e giunge, con alcuni compagni alle falde del monte del Paradiso, il quale è «tanto altissimo, che la fine dell'altezza» non si può vedere, e nemmeno il mezzo; e così erto, che non ci si può salire da quella parte. I viaggiatori son venuti su per il Fison, e si trovano nella provincia d'Etiopia, confusa spesso, come s'è già notato, con l'India. Dopo molt'altri giorni di viaggio, confessatisi e comunicatisi a una badia, salgono il monte dalla parte opposta, e trovano «molte ville e abitanti,» da' quali sono ricevuti con onore, finchè, a un certo punto, vedono il monte «cerchiato di fuoco infino all'aria,» e un angelo «tutto focoso, con una spada in mano,» dice loro che a nessun uomo mortale è lecito salir più su, e li invita a mandare un sacerdote che battezzi le genti da essi convertite alla fede cristiana.

Gli è strano che l'altro Fortunato, quello la cui storia compare in tutte quasi le letterature d'Europa, non esclusa l'italiana, non giunga ancor egli al Paradiso terrestre, dappoichè la leggenda lo fa scendere nel pozzo di San Patrizio, visitare il paese del Prete Gianni, e correre tutto il mondo.

Gli ultimi cavalieri da noi incontrati ci hanno quasi ricondotti nel mondo monacale ed ascetico, tanto è spiccato in essi il carattere religioso, tanta la devozione con cui lungo tutto il corso degli strani lor viaggi, e in mezzo a mille avventure e a mille pericoli, si raccomandano a Dio, gridano i loro peccati, digiunano, si macerano, e si confessano ogni qual volta è data loro occasione di poterlo fare. Perciò sarà da ricordare qui la saga di Eirek, figlio di Thrand, re di Drontheim, saga che manifestamente intende alla edificazione. Partitosi dalla sua terra, Eirek giunge, in compagnia di un suo amico, a Costantinopoli; ha con quell'imperatore un colloquio di argomento religioso; attraversa la Siria, entra in mare, giunge in India, e a un ponte guardato da un drago. Di là dal ponte è il Paradiso. Eirek vi penetra, gettandosi nella bocca spalancata, passando attraverso il corpo del mostro. Trova una campagna fiorita, corsa da rivi di miele, e una torre sospesa in aria, a cui sale su per una scala leggiera, e dove gli si offre una tavola apparecchiata. Tornato in patria dopo sette anni di assenza, narra, a confusion dei pagani, le sue avventure, poi sparisce, rapito miracolosamente, e di lui non si ha più notizia[436].

Ricorderò ancora Hélias, o il Cavalier dal Cigno, dei poemi francesi, la figliuola della Reina d'Oriente, e il buon Astolfo. Del primo fu detto che venisse dal Paradiso terrestre quando comparve sulla navicella incantata, cui traeva per l'onde il candido uccello[437]. La seconda ci fu fatta andare dal Pucci[438]. Il terzo ci fu condotto dall'Ariosto[439]. Astolfo, chiusa la bocca dell'Inferno, e imprigionate per sempre le tetre Arpie, si lava da capo a piè:

Poi monta il volatore, e in aria s'alza,

Per giunger di quel monte in su la cima,

Che non lontan con la superba balza

Dal cerchio della luna esser si stima.

Tanto è il desir che di veder lo 'ncalza,

Ch'al cielo aspira e la terra non stima.

Dell'aria più e più sempre guadagna,

Tanto ch'al giogo va della montagna.

Quivi fiori che pajon gemme, alberi sempre fecondi, uccelletti di tutti i colori che cantano dolcemente, ruscelli e laghi che vincono di limpidezza il cristallo, un'aura soave che va predando ai fiori il profumo, uno smisurato palazzo

in mezzo alla pianura,

Ch'acceso esser parea di fiamma viva:

Tanto splendore intorno e tanto lume

Raggiava, fuor d'ogni mortal costume.

Enoch, Elia, San Giovanni accolgono amorevolmente il cavaliere, lo alloggiano in una stanza, gli dànno di quelle frutta che non hanno simili in terra, provvedono buona biada all'ippogrifo. Il dì seguente l'eroe si leva, e dopo aver discorso con San Giovanni

Di molte cose di silenzio degne,

venuta la sera, entra con l'apostolo in un carro, tratto da quattro destrieri più rossi che fiamma, e sale al mondo della luna per ricuperare il senno d'Orlando.

Astolfo fu l'ultimo visitatore del Paradiso terrestre. Fausto, l'inquieto ed insaziabile scrutator delle cose, figura e simbolo di una nuova età, dopo aver corso in compagnia di Satana tutta la faccia della terra, e penetrato gli abissi, pervenne, secondo il popolare racconto, alle fatali giogaje del Caucaso, e vide, da lungi, fiammeggiare la spada ardente del cherubino; ma, come tratto da nuova cura, non si fermò e passò oltre[440]. E dopo di lui nessuno più vide la porta meravigliosa sognata da tanti, e da così pochi varcata; la porta d'oro e di gemme ormai chiusa per sempre.