293.  Inf., XXI, 39-40. Innumerevoli sono le leggende in cui si narra di sceleratissimi uomini le cui anime, e spesso anche i corpi, sono portati via a furia dai diavoli. Vedi Cesario di Heisterbach, Dial. Mirac., dist. XII, cc. 7, 8, 9, 13; Passavanti, Sp. d. vera penit., dist. II, c. 6; Giacomo da Voragine, Leg. aurea, ed. cit., c. CXIX, p. 516; Pietro il Venerabile, De miraculis, l. I, c. 14; Fra Filippo da Siena, Op. cit., passim. Morto l'imperatore Enrico II, un eremita vide una turba di diavoli portarne l'anima, sotto forma di un orso, al giudizio, che le riuscì per altro favorevole (Acta SS., Giugno, t. II, p. 1003).

294.  Inf., III, 111.

295.  Ma, pel vestibolo, bisogna tener conto dei mosconi e delle vespe, che ai vigliacchi rigano di sangue il volto, e che potrebbero essere diavoli trasformati.

296.  Inf., VI, 18.

297.  Inf., VII, 25-30.

298.  Inf., VIII, 58-60.

299.  Inf., XXXII, 130-2; XXXIII, 76-8.

300.  L'anima è già in preda a tutti i tormenti dell'arsura e del gelo che si avvicendano:

Staganto en quel tormento, sovra ge ven un cogo,

Ço è Baçabù, de li peçor del logo,

Ke lo meto a rostir, com'un bel porco, al fogo,

En un gran spe de fer, per farlo tosto cosro.

E po prendo aqua e sal e caluçen e vin

E fel e fort aseo, tosego e venin,

E si ne faso un solso ke tant è bon e fin,

Ca ognunca Cristian sì guarda el Re divin.

De Bab. civ. inf., ediz. cit., vv. 117-24. Veggansi le pene descritte nella Visione di Tundalo, le più spaventose forse e le più strane che mai siensi immaginate da mente in delirio. Se è vero ciò che San Gregorio Magno afferma, essere i tormenti dei dannati gradito spettacolo agli eletti, Dante mostrò di avere del gusto dei santi miglior concetto che non i contemporanei suoi.

301.  Inf., XII, 73-5.

302.  Inf., XI, 76-90.

303.  Inf., XIII, 124-9.

304.  Inf., XXIV, 82 sgg.; XXV, 1 sgg.

305.  Inf., XIII, 101-2.

306.  Inf., XVIII, 35-6.

307.  Inf., XXI, 52-7; XXII, 34-6.

308.  Inf., XXVIII, 37-8.

309.  Inf., XXXIV, 52-7. Cfr. quanto dei demonii, quali tormentatori dei dannati, dice S. Tommaso, Suppl. qu. LXXXIX, art. 4. L'idea di porre nelle bocche, o fra gli artigli di Lucifero, o più prossimi a lui i peccatori massimi, era una idea ragionevole e ovvia. Già un monaco, di cui Beda narra la Visione (Hist. eccl., l. V, c. 14), vide Satana immerso nel più profondo dell'Inferno, e vicino a lui Caifa e gli altri che uccisero Cristo.

310.  Inf., XXXIV, 53-4.

311.  Parad., XXVII, 22-7.

312.  Inf., XXI, 137-9.

313.  Inf., XXII, 97-123.

314.  Inf., XXII, 133-51.

315.  Nella leggenda di S. Caradoc si vede il diavolo far lazzi e capriole da saltimbanco e da buffone (Acta SS., Apr., t. II, p. 151). San Gerolamo racconta che un sant'uomo vide una volta un diavolo ridere sgangheratamente. Chiestagli il santo la cagion del suo riso, quegli rispose che un suo compagno diavolo stava seduto sullo strascico di una donna, e ch'egli lo vide tombolare per terra, quando la donna, dovendo passare un luogo fangoso, alzò la veste. Una volta il diavolo tenta con una gran sete S. Lupo, mentre sta in orazione. Il santo si fa recare un vaso d'acqua fresca, e il diavolo subito ci si caccia dentro, sperando di poter così entrare in corpo al buon servo di Dio; ma il buon servo di Dio, che ha conosciuto l'inganno, pone sul vaso il guanciale del letto, e tiene prigioniero il diavolo sino alla mattina, lasciandolo strillare a sua posta (Giacomo da Voragine, Legenda aurea, ediz. cit., c. CXXVIII, p. 580). Esempii sì fatti si potrebbero moltiplicare all'infinito. Il diavolo appar ridicolo anche in alcuni fableaux e contes dévots, e ridicolissimo spesso lo rappresentano le arti.

316.  Vedi Collier, The history of english dramatic poetry, Londra, 1831, vol. II, p. 262; Roskoff, Op. cit., vol. I, pp. 359 sgg.

317.  Adam, drame anglo-normand du XIIe siècle, pubblicato la prima volta da V. Luzarche, Tours, 1854, pp. 16, 18, 43. Una nuova edizione, critica, pubblicò L. Palustre, Parigi, 1877. Cfr. Petit de Julleville, Les Mystères, Parigi, 1880, vol. I, p. 83. Una delle didascalie del dramma (ediz., Luzarche, p. 43) dice così: Tunc veniet diabolus, et tres vel quatuor diaboli cum eo, deferentes in manibus chatenas et vinctos ferreos, quos ponent in collo Ade ed Eve. Et quidam eos impellunt, alii eos trahunt ad infernum. Alii vero diaboli erunt juxta infernum obviam venientibus, et magnum tripudium inter se faciunt de eorum perdicione; et singuli alii diaboli illos venientes monstrabunt, et eos suscipient et in infernum mittent, et in eo facient fumum magnum exurgere, et vociferabuntur inter se in inferno gaudentes, et collident caldaria et lebetes suos, ut exterius audiantur. Et facta aliquantula mora, exibunt diaboli discurientes per plateas; quidam vero remanebunt in infernum. Di che natura avessero ad essere quei tripudii e a quali scene dovessero dar luogo quelle corse per la piazza, tra il popolo, possiamo immaginare facilmente.

318.  Origini del teatro in Italia, vol. II, p. 13; 2ª ediz., vol. I, p. 534.

319.  Cronica, l. VIII, c. 70.

320.  Questi nomi sono: Malebranche, nome collettivo, Malacoda, Scarmiglione, Alichino, Calcabrina, Cagnazzo, Barbariccia, Libicocco, Draghignazzo, Ciriatto, Graffiacane, Farfarello, Rubicante. Parecchi di essi diedero da arzigogolare ai commentatori; e su che cosa non arzigogolarono i commentatori? Io non imiterò il loro esempio; noterò solo che Alichino, anzichè derivare dal chinar le ali, come piacque ad alcuno, potrebbe essere l'Hellequin dei Francesi, che già si trova ricordato da Elinando e da Vincenzo Bellovacense.