79. Inf., XXIII, 142-4.
80. Non so che il tema da me preso a trattare in questo scritto sia stato già trattato da altri, ordinatamente e in modo compiuto. I commentatori non troppo se ne impacciarono, e nel toccarlo errarono spesso. Coloro che di proposito discorsero della teologia di Dante, come Gian Lorenzo Berti, Melchiorre Missirini, A. F. Ozanam, Antonio Fischer, Ferdinando Piper, Fr. Hettinger, altri, nemmeno essi se ne curarono gran che, quasi fosse argomento di poca importanza trattandosi del poeta che descrive fondo a tutto l'universo. Fr. Hettinger, l'ultimo venuto, se ne sbriga in un pajo di pagine. (Die Theologie der göttlichen Komödie des Dante Alighieri in ihren Grundzügen. Erste Vereinschrift der Görres-Gesellschaft für 1879, Colonia, 1879, pp. 37-9). Gli scritti seguenti concernono in particolar modo questo o quello dei demonii danteschi, ma sono per la più parte condotti con criterii puramente letterarii ed estetici, o hanno speciale riguardo alla significazione allegorica, della quale io non mi curo: F. Lanci, Della forma di Gerione e di molti particolari ad esso demone attenenti, in Giornale arcadico, nuova serie, t. VII; L. C. Ferrucci, Sul Cerbero di Dante, in Giornale arcadico, t. XXII; G. Franciosi, Il Satana dantesco in Scritti danteschi, Firenze, 1876; 2ª ediz., Parma, 1889; P. G. Giozza, Iddio e Satana nel poema di Dante, Palermo (s. a.); V. Miagostovich, Lucifero nella Divina Commedia di Dante (Programm der Städtischen Ober-Realschule in Triest), Trieste, 1878; R. Fornaciari, Il mito delle Furie in Dante, in Nuova Antologia, 15 agosto, 1879; inserito poi nel volume Studi su Dante, Milano, 1883, pp. 47-93. V. Duina, L'ira e i mostri dell'Inferno dantesco, Commentarî dell'Ateneo di Brescia per l'anno 1886. Cf. nel vol. VI, pte 1ª, della Storia della letteratura italiana di Adolfo Bartoli, Firenze, 1887, uscito in luce dopo la prima pubblicazione del presente scritto, il capitolo intitolato I Demoni, gli Angeli, le Persone Divine. Senza sapere l'uno degli studii dell'altro sopra questo speciale argomento, il dottissimo mio amico ed io ci trovammo concordi in molte opinioni e conclusioni.
81. Tratt. III, c. 13.
82. V. 83. Cfr. De vulg. el., I, 2.
83. Vv. 46-8.
84. Vv. 11-12.
85. V. 91.
86. Parad., XXIX, 49-51. Cfr. S. Tommaso, Summa theol., P. I, qu. XLIII, art. 6.
87. Conv., III, 12. Punto delicato intorno a cui i teologi annasparono assai.
88. Summa theol., P. I, qu. LXIII, art. 2.
89. Parad., XXIX, 55-7.
90. Parad., XIX, 46.
91. Inf., XXXIV, 35.
92. Conv., II, 6. Cfr. Alberto Magno, Summa theol., P. II, tratt. IV, qu. 20, m. 1; S. Tommaso, Summa theol., P. I, qu. LXIII, art. 7, 9.
93. Purgat., XII, 27. Nell'evangelo di Luca, X, 18, è scritto: Videbam Satanam sicut fulgur de coelo cadentem.
94. Inf., XXXIV, 122-6.
95. Vedi le giuste osservazioni che a questo luogo appunto fa lo Scartazzini nel suo commento.
96. Inf., III, 34-42.
97. Il solo passo delle Scritture che, volendo, si potrebbe in qualche modo adattare alla condizione e al castigo degli angeli neutrali, è nell'Apocalissi, III, 15, 16: Scio opera tua: quia neque frigidus es, neque calidus: utinam frigidus esses, aut calidus: — Sed quia tepidus es, et nec frigidus, nec calidus, incipiam te evomere ex ore meo.
98. Uno di quegli strani uccelli dice a S. Brandano: «Nos sumus de magna illa ruina antiqui hostis; set non peccando aut consentiendo sumus lapsi; set Dei pietate predestinati, nam ubi sumus creati, per lapsum istius cum suis satellitibus contigit nostra ruina. Deus autem omnipotens, qui justus est et verax, suo judicio misit nos in istum locum. Penas non sustinemus. Presentiam Dei ex parte non videre possumus, tantum alienavit nos consorcium illorum, qui steterunt. Vagamur per diversas partes hujus seculi, aeris et firmamenti et terrarum sicut et alii spiritus qui mittuntur. Set in sanctis diebus dominicis, accipimus corpora talia que tu vides, et per Dei dispensacionem commoramur hic et laudamus creatorem nostrum». (Jubinal, La légende latine de S. Brandaines, Parigi, 1836, p. 16). La ragione del cadere, oscura, a dir vero, un po' più del bisogno, non fu troppo bene intesa da rifacitori e da trascrittori, e non è nelle varie redazioni espressa sempre a un modo; ma il concetto fondamentale passa in quasi tutte. Vedi Jubinal, Op. cit., pp. 70-71, 121; Schroeder, Sanct Brandan. Ein lateinischer und drei deutsche Texte, Erlangen, 1871, pp. 12, 78; Francisque Michel, Les voyages merveilleux de Saint Brandan, Parigi, 1878, pp. 26-7; Villari, Alcune leggende e tradizioni che illustrano la Divina Commedia, in Annali delle Università toscane, t. VIII, Pisa, 1866, p. 143; ecc. Nel testo italiano pubblicato dal Villari di su un codice Magliabechiano del secolo XIV, l'uccello dice al santo: «O servo di Dio, noi siamo di quella grande compagnia che caddono di cielo con quello agnolo Lucifero, lo quale è nimico dell'umana generazione. Noi non peccammo per noi, ma per consentimento; e per questo non siamo dove noi fummo creati, anzi siamo cacciati di fuori con quelli che peccarono gravemente». Cfr. Alberto Magno, Summa theol., P. II, tratt. IV, qu. 20, m. 2. Il riscontro fu, del resto, già notato dall'Ozanam, Dante et la philosophie catholique au treizième siècle, nuova ediz., Parigi, 1845, p. 343, e dal D'Ancona, I precursori di Dante, Firenze, 1874, p. 52.
99. Ecco in che modo uno di quegli uccelli informa Ugone di loro caduta e di loro stato. I versi che seguono, e di cui debbo comunicazione alla grande gentilezza del prof. Tobler, sono tolti dalla redazione più antica giunta sino a noi, e contenuta in un codice del Museo Regio di Berlino, già Hamilton, codice finito di scrivere nel 1341, e identificato con quello che si registra nel noto catalogo dei libri posseduti da Federico Gonzaga nel 1407 (Vedi Tobler, Die Berliner Handschrift des Huon d'Auvergne, in Sitzungsb. d. k. preuss. Akad. d. Wiss., phil.-hist. Cl., vol. XXVII, 1884):
Qvant li ber oit soe oraison complie,
Vn des osiaus qe auech soy stesie
En l'auernaus lengaçe le desplie:
Tu as diex del tron feit proierie,
Par qui ci somes de sauoir en partie:
Nos le diron: or met bien en oie.
A yh'u plest qe auqes de ses secrie
Sauome en part, qe autremant non mie.
Conois adonqe qe sons de cel regnie,
Que deualla en l'abis parfondie,
Que enferne mant homes apellie.
De celle entente non somes nemie,
Quant vint le pont de la departie,
Tot environ le ciel avoit scrolie:
Angle et archangle, et tot le monarchie,
Tot de paor auront tuit fremie,
Sol a la voiç deu per, quant ot parllie.
Tot li malfer iluech si demostrie;
Tant defendrent cum auront uigorie:
Quant non porent il plus, aual sont trabuchie;
Autre remis en aer, autre in terre icie,
Autre en abisme trauailient la lor uie.
Vasal, dit li diable en forme d'oiselons,
Nos, qe ci somes, ne bien, ni mal feisons;
Mes pur il ere la nostre entencions
Te tenir sempre cum cil qi uencerons.
Por ce qe deu per conoit nos pensasons,
En guisse de oisel trasfigura cum sons.
D'alor auant uenimes a cis mons,
Maint torment auomes, mais de peior lisons.
Vne uos en diray, les autres taiserons,
Que a uos riens ne fesist, se elle conterons.
En air et en mer façon nos peschesons,
Si cum onde nos maine tot ensinqe alons:
Pescher sauomes et nulle nen prendrons:
Ensi estoit nostre destrucions.
Vn ior de la semaine une remedie auons;
Ce estoit la domenege, qe enei nos demorons:
Ce estoit li nostre paradis, qui clamons;
Ci aurons hosteler, anuit demorerons;
Pues domain al aube apres si partirons,
E sosteromes ce qe destineç nos sons.
Mentre qe nos ci somes auons repoisesons;
Enforçon nostre uoiç al bien dir qe poisons,
Tot a los de deu pere, ce bien sauons.
Par foy, ce dit le cont, bele uertue aues,
Pois qe remedie da deu aues uos troues;
E deu sor tot soie regracies.
D'une autre çouse uoil auoir da uos scoutes:
Si uos riens de ma qeste car rien uos en saves.
J'en sai tant, fit il, cum vos oir pores.
Vestre uoie ert mout longe de ci, uoil qe sachies;
Sanç la deuine puisance la aler non poreç mes.
Mes bien plait a deu, et si moy ert rouelles,
Que en ceste este sia del tot aquites;
Mes auant qe cil auiegne uereç meruoille ases:
Non say plus de ce dir: uostre signor serues:
Si l'ameç de bon quuer, il ert uestre auoes,
Qui en la fin ert chaschun de soe oure loes;
Le merit en atent de tot ce cha oures.
E ge l'en croy trop bien, respond li quuens ades.
Lo stesso si ha, su per giù, nel testo della Nazionale di Torino, cod. N, III, 19, f. 116 r. a 117 r., e nel romanzo in prosa (Andrea da Barberino, Storia di Ugone d'Alvernia, Bologna, 1882, Scelta di cur. lett., disp. 188, 190, vol. II, p. 33). Nel testo della Biblioteca del Seminario in Padova, cod. 82, questa parte manca, come il prof. Crescini mi avverte, e come può anche rilevarsi dall'analisi che egli ne diede (Orlando nella Chanson de Roland e nei poemi del Boiardo e dell'Ariosto. Segue una appendice sul poema franco-veneto Ugo d'Alvernia, estratto dal Propugnatore, vol. XIII, 1880, p. 96).
100. Vedi quanto osserva in proposito il Renier, La discesa di Ugo d'Alvernia allo Inferno, Bologna, 1883 (Scelta di cur. lett., disp. 194), pp. CXLV-CLIV. La imitazione di Dante è del resto già penetrata nella redazione più antica, del codice di Berlino.
101. Ediz. di C. Bartsch, Lipsia, 1870-1, l. IX, vv. 1155-65. Lo stesso Trevrizent, per altro, confessa poi a Parzival che quanto disse in proposito è favola (l. XVI, vv. 341-60). Cfr. Birch-Hirschfeld, Die Sage vom Gral, ihre Entwicklung und dichterische Ausbildung in Frankreich und Deutschland im 12. und 13. Jahrhundert, Lipsia, 1877, p. 250.
102. Satana, Beelzebub, Lucifero, sono per Dante tre nomi dello stesso principe dei demonii.
103. Che Proserpina sia tra i demonii si argomenta, sebbene il poeta non dica altro di lei, dai vv. 43-4 del c. IX dell'Inferno, e da quelle parole di Farinata degli Uberti, X, 79-81:
Ma non cinquanta volte fia raccesa
La faccia della donna che qui regge,
Che tu saprai quanto quell'arte pesa.
104. Per esempio, nell'Hamartigenia di Prudenzio, nei Commentarii in Genesim di Claudio Mario Vittore, in un inno di Rabano Mauro, nel De imagine mundi di Onorio d'Autun, ecc., ecc. Cfr. Maury, La magie et l'astrologie dans l'antiquité et au moyen-âge, Parigi, 1877, pp. 168-9. San Giovanni Crisostomo biasimò (Adv. oppugnat. vitae monasticae, II, 10), quest'assimilazione dell'Inferno cristiano all'Inferno pagano, ma senza frutto.
105. Ediz. di Francisque Michel, Parigi, 1864, vv. 20212-40.
106. Anticlaudianus, VIII, 3.
107. Cfr. Roskoff, Geschichte des Teufels, Lipsia, 1869, vol. II, pp. 2-3.
108. San Gerolamo, De vita S. Pauli eremitae. Nella Vita che di Sant'Antonio scrisse Sant'Atanasio di Alessandria, si dice che quel santo vide una volta un mostro, che, sino al pube, aveva figura d'uomo, il resto d'asino: a un segno di croce sparì.
109. Cfr. Piper, Mythologie der christlichen Kunst, Weimar, 1847-51, vol. I, pp. 405-6.
110. Otia imperialia, in einer Auswahl neu herausgegeben von Felix Liebrecht, Hannover, 1856, prima decis., XVIII; tertia decis., LXXVI. Tale credenza era assai antica: cfr. Giovanni Cassiano, Collationes patrum, collat. VIII, c. 32.
111. Anecdotes historiques, légendes et apologues tirés du recueil inédit d'Etienne de Bourbon, publiés par A. Lecoy de la Marche, Parigi, 1877, p. 327. Satiri e fauni si confondevano coi dusii, ricordati dallo stesso Gervasio e da altri. Vedi Otia imperialia, ed. cit., p. 145, e Giacomo Grimm, Deutsche Mythologie, 4ª ediz., Berlino, 1875-8, vol. I, p. 398.
112. Per la leggenda di Giuliano l'Apostata e per le varie leggende in cui comparisce la Venere diabolica, vedi il mio libro, Roma nella memoria e nelle immaginazioni del medio evo, Torino, 1882-3, vol. II, pp. 121-52, 382-406. Giovanni Nyder (m. 1438) racconta ancora nel suo Formicarius la storia di un cavaliere che, addormentatosi pensando di penetrare nel Monte di Venere, si trovò, allo svegliarsi, in un pantano.
113. Chronographia, ad a. 998.
114. Gervasio da Tilbury, Op. cit., tertia decis., LXI; Tommaso Cantipratense, Bonum universale de apibus, Duaci, 1627, l. II, c. 57, num. 5.
115. Gervasio da Tilbury, Op. cit., tertia decis., LXIV. Anche S. Brandano incontra sirene in certe redazioni della leggenda; Brunetto Latini alle sirene classiche (ricordate con certa frequenza dai lirici nostri delle origini) non crede più, e anche Dante sembra ricordarle solo come un mito (Purg., XIX, 19; XXXI, 45; Parad., XII, 8). Cfr. Berger de Xivrey, Traditions tératologiques, Parigi, 1886, pp. 25-7, 539; Piper, Op. cit., pp. 383 sgg. Il diavolo fu spesso rappresentato in figura di sirena.
116. Giacomo da Voragine, Legenda aurea, ediz. di Th. Grässe, Dresda e Lipsia, 1846; c. III, 5, p. 24; Vincenzo Bellovacense, Speculum historiale, l. XIII, c. 71.
117. Vedi Passio S. Symphoriani in Ruinart, Acta martyrum sincera, Verona, 1731, p. 71, col. 1ª. Circa il diavolo meridiano, vedi Gregorio di Tours, Historia Francorum, l. VIII, c. 33, e De miraculis S. Martini, l. IV, c. 36; Vita S. Rusticulae in Mabillon, Acta sanctorum ordinis S. Benedicti, saec. II, p. 135, n. c.; Cesario di Heisterbach, Dialogus miraculorum, ed. dello Strange, 1851, dist. V, cap. 2. Meridiana (o Marianna) chiamavasi il diavolo succubo con cui, secondo la leggenda, ebbe commercio Gerberto.
118. Du Cange, Glossarium, s. v. Dianum.
119. Libri duo de sinodalibus caussis et disciplinis ecclesiasticis, ediz. di Lipsia, 1840, l. II, c. 37.
120. Libri decretorum collect., l. X, c. 1
121. Decretum, II, 26, quaest. 5, 12, § 1.
122. XIII, De sortilegis et sortiariis, ap. Baluze, Capitularia regum Francorum, t. II, col. 365.
123. Op. cit., pp. 323-4.
124. Sermones discipuli de tempore et de sanctis, serm. 11. Cfr. Soldan, Geschichte der Hexenprozesse, ediz. rifatta da Enrico Heppe, Stoccarda, 1880, vol. I, pp. 130-1.
125. Vedi G. Grimm, Op. cit., vol. II, p. 778, n. 2; vol. III, p. 282.
126. In D'Achery, Spicilegium veterum aliquot scriptorum etc., 1ª ediz., t. V, p. 215. Cfr. Caspari, Eine Augustin fälschlich beilegte Homilia de sacrilegiis, Cristiania, 1886, pp. 18-9.
127. Vedi Liudprando, Liber de rebus gestis Ottonis Magni imperatoris, ap. Pertz, Mon. Germ., Script., t. III, p. 343. Cfr. Vogel, Ratherius von Verona und das zehnte Jahrhundert, Jena, 1854, vol. I, p. 284.
128. Vedi Schroeder, Glaube und Aberglaube in den altfranzösischen Dichtungen, Erlangen, 1886, pp. 63 sgg.
129. Dreyer, Der Teufel in der deutschen Dichtung des Mittelalters, P. 1ª, Rostock, 1884, p. 18.
130. Per es., nel Rhytmus de pugna fontanetica, ap. Duemmler, Poëtae latini aevi Carolini, t. II, Berlino, 1883-84, p. 138; nel Liber de fonte vitae di Andrado Modico, id., t. III, P. 1ª, 1886, p. 78, ecc., ecc.
131. Visio Tnugdali, ediz. Schade, Halis Saxonum, 1869, c. 11; Wagner, Visio Tnugdali, lateinisch und altdeutsch, Erlangen, 1882, p. 31. Così pure nelle versioni.
132. Kaiserchronik, ediz. Massmann, Quedlimburgo e Lipsia, 1849-54, V. 14191.
133. In un luogo del Convivio, II, 5, Dante assimila le divinità dei gentili alle idee di Platone; ma tale assimilazione mal si conviene agli dei falsi e bugiardi ricordati nel I dell'Inferno, i quali non possono essere se non demonii.
134. Inf., XXXI, 12-8, 67-75. Cf. uno studio di M. Scherillo, Accidia, invidia e superbia ed i giganti nella Divina Commedia, Nuova Antologia, serie 3ª, vol. XVIII (1888).
135. Vedi Dillmann, Das Buch Henoch, Lipsia, 1853, p. XLII; Gfroerer, Geschichte des Urchristenthums, Stoccarda, 1838, vol. I, p. 385.
136. Meglio Carlo III: il soprannome di Grosso viene in uso solamente nel XII secolo. Vedi Duemmler, Geschichte des ostfränkischen Reichs, Berlino, 1862-5, vol. II, p. 292.
137. Ap. Pertz, Mon. Germ., Script., t. V, p. 458.
138. Vedi Schroeder, Glaube und Aberglaube, ecc., p. 102.
139. Edizioni citate, c. 7. I due giganti si chiamano Fergusius e Conallus, et suis temporibus in secta ipsorum tam fideles sicut ipsi non sunt inventi: quorum nomina, dice l'angelo a Tundalo, tu bene nosti. Fergusius è probabilmente il Ferracutus, che nella Cronica dello Pseudo Turpino disputa di teologia con Orlando ed è vinto da lui. (Turpini, Historia Karoli Magni et Rotholandi, ediz. Castets, Montpellier e Parigi, 1880, c. XVII, pp. 27 sgg., e nota ivi pp. 27-28). Esso comparisce anche, in condizioni del tutto simili, nell'Entrée de Spagne, dove è detto espressamente che l'anima di lui è portata via dai diavoli. Notisi che Fergusius riproduce, non la forma latina del nome, ma la francese, Fergus. Quel Conallus non so chi sia. I nomi dei due giganti suonano Conallus e Ferguncius nel poema latino (ediz. Wagner, V. 985); ma mancano nel racconto che Vincenzo Bellovacense introduce nel suo Speculum historiale, l. XXVIII, c. 91, e che staccatosene, riappare da sè, come redazione abbreviata, in molti manoscritti. (Non altro è il testo latino ripubblicato dal Villari, Op. cit., pp. 55-74. Vedi Mussafia, Sulla Visione di Tundalo, in Sitzungsb. d. k. Akad. d. Wiss., philos.-hist. Cl., t. LXVII, 1871, p. 162). La redazione italiana riprodotta dal Villari, e che è tutt'uno con quella inserita in alcune stampe antiche delle Vite dei Santi Padri, reca (Op. cit., p. 81) Feragudo e Chinelaco; quella pubblicata da F. Corazzini (Visione di Tugdalo, Bologna, 1872, Sc. di cur. lett., disp. 128, p. 29) ha Fergugi e Conali; ma i nomi mancano nell'altra, pubblicata dal Giuliari (Il libro di Theodolo o vero la Visione di Tantolo, Bologna, 1870, Sc. di cur. lett., disp. 112, p. 25). I nomi mancano del pari nel poema tedesco di Alber (ediz. Wagner, vv. 681-2). Nella versione catalana pubblicata dal Baist (Zeitschrift für romanische Philologie, vol. IV, pp. 313 sgg.) suonano Sergus e Tonalt. Non ho agio di riscontrare la versione francese, la provenzale ecc., nè alcune pubblicazioni, come quelle del Turnbull (The Vision of Tundale, Londra, 1843) e dello Sprenger (Albers Tundalus, Halle, 1875) dove questo punto potrebbe essere esaminato. Nella Passion del Gresban, edita da G. Paris, si ha, V. 33476, un demonio Fergalus.
140. Federigo Frezzi, il quale più di una volta, nel suo poema, si arroga di corregger Dante, restituisce Flegias alla sua prima e naturai condizione (Il Quadriregio, l. II, c. 12).
141. De bello judaico, VII, 6, 3.
142. Vedi Schroeder, Glaube und Aberglaube, ecc., pp. 63 sgg. Per Nerone demonio vedi più particolarmente il già citato mio libro, Roma ecc., vol. II, pp. 356-7.
143. V. 46, in Mussafia, Monumenti di antichi dialetti italiani, Sitz. d. k. Akad. d. Wiss. in Wien, phil.-hist. Cl., vol. XLVI, 1864. Insieme con Maometto, Giacomino ricorda Trifon, Barachin e Sathan. Barachin potrebbe essere il Baratron dei poemi francesi, il quale, ora significa opportunamente l'abisso infernale, ora è nome di demonio: non so che dire di quel Trifon, nome di parecchi santi.
144. Inf., XXX, 117. Il verso non mi pare di dubbia interpretazione.
145. Purgat., XIV, 118. Fra Filippo da Siena racconta (Gli assempri, Siena, 1864, cap. 25) di certo ser Giontino da Monte Luccio, notajo, il quale diventò, dopo morto, notajo dell'Inferno; diventò, cioè, uno degli officiali del regno di Satanasso.
146. Parzival, l. IX, v. 911, ediz. cit.
147. Vedi Roskoff, Op. cit., vol. I, pp. 233, 268, 290, 300-1, e il mio libro Il Diavolo, Milano, 1889, pp. 39 sgg. San Tommaso, nella XVI delle sue Quaestiones disputatae de potentia Dei (De daemonibus, art. 1) recate in mezzo le contrarie opinioni di chi attribuiva un corpo ai demonii e di chi lo negava loro, conclude: Dicendum, quod sive daemones habeant corpora sibi naturaliter unita, sive non habeant, hoc non multum refert ad fidei christianae doctrinam. Cfr. Alberto Magno, Summa theol., P. II, tratt. V, qu. 25, m. 2, art. 1, partic. 1.
148. Dialog., l. IV, c. 29. Il Vida chiama espressamente i demonii rabidum sine corpore vulgus.
149. Oratio contra Graecos, Max. biblioth. vet. pat., t. II, p. 27.
150. Parad., XXIX, 22 sgg.; Conv., II, 5.
151. Purgat., XXV, 79-108.
152. Inf., VIII, 27.
153. Inf., XXXIV, 28 sgg.
154. Parad., XXIX, 57.
155. Purgat., II, 79-81.
156. Purgat., X, 118 sgg.
157. Inf., VI, 34-6.
158. Inf., XXXII, 79.
159. Purgat., III, 16-21.
160. Inf., XXI, 24 sgg.; XXIII, 37 sgg. Notisi che Chirone si meraviglia vedendo Dante muovere ciò che tocca. Egli dice ai compagni (Inf., XII, 80-2):
Siete voi accorti
Che quel di retro move ciò ch'ei tocca?
Così non soglion fare i piè dei morti.
161. Inf., III, 82 sgg. Cfr. Aeneid., VI, 298 sgg.
162. Inf., V, 4 sgg.
163. Inf., VII, 1 sgg.
164. Inf., XVII, 1 sgg.
165. Inf., VI, 13-8, 22-33.
166. Inf., IX, 37-42.
167. Inf., XII, 11-25.
168. Inf., XII, 55 sgg.; XXV, 19-21.
169. Inf., XIII, 10-5.
170. Inf., XXXI, 19 sgg.
171. Inf., XXIII, 131.
172. Inf., XXVII, 113.
173. Secondo narra Palladio nella Historia Lausiaca, c. XXVIII, Sant'Antonio vide una volta il demonio in figura di gigante nero ed altissimo. Nel racconto di Sant'Atanasio questa particolarità del colore non è menzionata. Altra volta Sant'Antonio vide il demonio voltolargli ai piedi in forma di un fanciullo orrido e nero. Cfr. Teodoreto, Historia ecclesiastica, l. V, c. 21. Di un demonio che, sotto forma di fanciullo nero, distoglieva un monaco dalla preghiera, narra San Gregorio, Dialog., l. II, c. 4. Sono innumerevoli le leggende in cui il diavolo comparisce in figura di Etiope; in tal forma ebbe ancora a vederlo S. Tommaso d'Aquino. I diavoli di Giacomino da Verona, non solo sono neri, ma cento volte più neri del carbone, De Babilonia civitate infernali, v. 99, ediz. cit.
174. Vedi Roskoff, Op. cit., vol. I, p. 283.
175. Inf., XVIII, 35.
176. Inf., XXI, 121.
177. Inf., XXII, 106.
178. Inf., XXII, 136-41.