LETTURA SEDICESIMA. VISHNU.

Si è voluto ricercare la Trinità brâhmanica nell'Olimpo vedico; io non nego punto l'esistenza di una trinità fisica, ma, salvo l'accenno fatto, nel ragionar di Kâma e Prag'âpati, a tre Dei nominati insieme, aggruppamento che potrebbe pur essere avvenuto per caso, o per amore del numero tre, non trovo espressa una trinità teologica negli antichi Inni vedici. Il concepimento di una trinità nel cielo è ovvio e naturale; il cielo si compone apparentemente di tre persone, il cielo stesso, che, quando sta immobile, inanimato, è cielo padre, è padre eterno, è Brahman, e, quando si muove a tonare e fulminare nelle tempeste, è Indra nella sua qualità battagliera di pluvio e tonante; il sole e la luna. Cielo, sole, luna formano tre persone in una, strette intimamente fra loro con vincoli necessarii. Talora, invece, con altro concepimento, il cielo si rappresenta come un vasto antichissimo oceano; il Padre Eterno, il Dio primevo esce dalle acque, e con lui si agitano il vento ed il fuoco; ecco un'altra trinità, con carattere specialmente cosmogonico, nella quale il Padre, il Figlio e lo Spirito si trovano rappresentati. L'aria o vento, il fuoco e l'acqua, formano una trinità. Ma, io lo ripeto, se gli antichi Inni vedici ci riducono essenzialmente la sostanza divina a quella di queste tre persone fisiche, o, per dir meglio, a questi tre fisici elementi, se gli antichi Dei vedici non si possono, sottoposti ad una rigorosa analisi, ritrovare e spiegare al di fuori di questi elementi essenziali e costitutivi, sarebbe cosa vana il supporre che gli antichi poeti dell'India vedica abbiano già concepita la divinità come una suprema astrazione una e triplice, secondo il concetto brâhmanico e cristiano. Dallo studio che abbiamo fatto fin qui, mi sembra che risulti abbastanza chiaro come fosse ancora piena presso que' poeti la coscienza del fenomeno fisico che il nome divino rappresentava; un principio di astrazione si disegna con l'apparire dei nomi di Brahman, di Vishnu e di Rudra Çiva; ma, come abbiamo dimostrato, ci sembra, con qualche sicurezza, che i poeti vedici più antichi, nominando Brahman, sapevano di nominare il cielo; così spero di potervi ancora provare come, sotto i nomi di Vishnu e Çiva, si nascondevano per i poeti vedici, non di rado, il sole e la luna.

La lingua sanscrita conosce mille appellativi di Vishnu, come mille appellativi del sole; e parecchi di questi appellativi sono fra loro comuni. Ma non è dalla letteratura sanscrita, sì bene dalla vedica che noi dobbiamo cercare le prove del nostro asserto, poichè Vishnu e Çiva nel periodo brâhmanico subirono tali trasformazioni, che rendono spesso troppo malagevole il rintracciarne il primitivo carattere; non già perchè tra loro vengono talora a confondersi; chè il mito stesso ci spiega e giustifica una simile confusione, mostrandoci frequente lo scambio fra il sole e la luna, come due forme gemelle che si alternano, si succedono e creano talora nel cielo l'illusione che si tratti sempre del medesimo astro; ma perchè le sètte religiose indiane hanno sovraccaricato la leggenda de' due numi di qualità particolari arbitrarie, che loro non appartengono in proprio.

Noi abbiamo già veduto che gli Dei si producono solamente nel cielo luminoso; ossia un Dio, un luminoso, mena seco gli altri luminosi o gli altri Dei. Conosciamo quindi già l'appellativo dato agli Dei come risvegliantisi con l'aurora; coll'aurora mattutina si svegliano gli Dei solari del giorno, coll'aurora vespertina gli Dei lunari della notte. A questa duplice generazione di Dei solari o diurni, lunari o notturni, si riferisce e ci richiama pure la duplice generazione di Eroi nella tradizione indiana, risalendo gli uni ad una dinastia solare, gli altri ad una dinastia lunare, secondo che le gesta mitiche degli antichi Eroi ci riproducono sulla terra fenomeni celesti del cielo notturno o diurno; Soma, la luna, e Savitar, il sole, sono entrambi due generatori. Qual è ora, secondo la nozione vedica, il cielo proprio di Vishnu? è esso un essere diurno o notturno? Io oserei dire che egli non è esclusivamente nè l'uno nè l'altro, ma, per lo più, il sole e, talora, la luna; Vishnu è più spesso certamente il sole, ma egli, all'accostarsi della notte, invece di morire, si trasforma, s'incarna in nuove forme mitiche, assume aspetti particolarmente lunari, erra nella notte, pigliando quel carattere di salvatore, che, nel mito, si attribuisce frequentemente al vecchio Luno, alla vecchia Luna, alla vecchia Madonna, alla buona Fata celeste. La natura di Vishnu è per lo più solare; quand'egli trionfa, è il sole; secondo il Çatapatha Brahmana, tagliata la testa a Vishnu, questa testa passa nel sole; il che vuol dire che, dalla sua forma notturna lunare, Vishnu ritorna alla sua propria natura solare. L'astronomia indiana chiama col nome di Vishnutithi o fase, costellazione di Vishnu, il giorno 11º o 12º lunare, onde si spiega pure il nome di sposa di Vishnu dato nell'Atharvaveda alla Sinîvalî, ossia alla vigilia del novilunio; nel Yag'urveda nero, invece, il nome di Vishnupatnî o sposa di Vishnu, è dato alla Dea Aditi, la vôlta celeste; Aditi è pure chiamata madre di Vishnu nano presso il Mahâbhârata e presso il Bhâgavata Purâna, e, in un altro passo citato dal Muir,[87] essa trovasi rappresentata come madre del sole Vivasvant; Vishnu sarebbe, secondo il Mahâbhârata, il dodicesimo Âditya, e il più potente e virtuoso di tutti (sarveshâm âdityânâm gunâdhikah); secondo il Nirukta, Vishnu è l'Âditya per eccellenza. Vishnu è ancora rappresentato come compagno, seguace, fratello minore d'Indra, col quale va a bere il soma, col quale combatte, presso il Rigveda, il demonio serpente Ahi, onde si rappresenta poi sopra il demonio serpente Çesha, e a cavallo dell'uccello solare, dell'uccello di rapina Garuda, il più formidabile nemico dei serpenti; ed ancora, per la sua somiglianza con Çiva, sposo della Venere e madre d'amore indiana. I suoi dieci Avatâri sono famosi nella tradizione brâhmanica; se ne contano fino a ventidue; ma le sue trasformazioni hanno già incominciato negli Inni vedici; la nozione di Vishnu nano è già una nozione vedica; anzi l'impresa eroica di Vishnu nel Rigveda è precisamente l'avere in tre soli passi misurato l'intiero spazio del cielo con grande meraviglia de' Celesti, Devi e Demonii. È certamente ancora in una forma gemella vishnuitica che il Dio Indra, passando in tre tempi, in tre volte, in tre luoghi sopra il corpo della brutta fanciulla, di brutta e scura ch'ella era la fa ritornar bella; è questo un miracolo che si fa tutte le notti e tutti gli inverni sopra il cielo e sopra la terra, che dalla tenebra ritornano alla luce; ma il Dio nano, percorrendo lo spazio del cielo in tre tempi, compie questo prodigio nel giorno come nella notte, e gli Dei, canta il Rigveda (VIII, 29), si rallegrano inebbriati (madanti), dove Vishnu dai lunghi passi percorse i tre stadii. In un altro inno del Rigveda (IV 18), si dice: «Allora Indra per uccidere Vr'itra (disse): O compagno Vishnu, estenditi.» In una leggenda del Çatapatha Brâhmana, che abbiamo già ricordata, il più impaziente d'uccidere Vr'itra appare Vishnu, nella sua qualità di seguace, o compagno strettamente congiunto d'Indra (Indrasya yug'yo sakhâ; Rigv., I, 22); nell'inno 89º dell'ottavo libro del Rigveda Indra dice all'amico Vishnu di estendersi, e quindi si aggiunge: «o cielo Dyaus, dà spazio al fulmine perchè discenda.» Parrebbe di qui che dal sole Vishnu Indra tolga i suoi fulmini e quindi li lanci pel cielo. Nel cielo tenebroso e notturno il sole appare chiuso; in esso il cielo, ossia il luminoso, si chiude: Indra estende l'uno e l'altro. In un altro passo vedico il Dio si distende sopra la terra e nel distendersi segnala agli uomini la terra come loro campo di conquista, il che fa veramente ogni mattino ed ogni primavera il sole, illuminando la terra e ridestando gli uomini al lavoro dei campi. Presso il Mahâbhârata (V, 2560) spiegandosi da Sang'aya alcuni de' più illustri nomi mitici assunti da Vishnu, si dice chiamarsi G'ishnu da g'ayana, la vittoria, quasi il vittorioso, Ananta come eterno, infinito, Govinda dal vedâna gavâm, il ritrovamento e possesso delle vacche (l'appellativo di Kr'ishna, «pastore»), e Vishnu dal Vikramana, ossia dalla sua facoltà di estendersi; l'etimologia è, senza dubbio, falsa, e pure essa conserva la coscienza del vero e proprio significato di Vishnu, che è il penetrante, il pervadente, e forse pure il vestiente il cielo di luce. Questo penetrante, questo pervadente può essere la luna, come per lo più appare il sole, e la polvere, nella quale, coi suoi tre passi, Vishnu involge il mondo, secondo il 22º inno del primo libro del Rigveda, può essere tanto l'ambrosia luminosa del raggio lunare, quanto la polvere d'oro dei raggi solari. I tre passi, secondo il commentatore vedico Aurnavâbha, citato dal Nirukta, sono fatti nel cielo, cioè, com'esso si esprime, «nel luogo in cui nasce, nell'altezza meridiana o zenith (Vishnupada per eccellenza) e nel luogo in cui si corica.» Secondo Çâkapûni, altro commentatore vedico, i tre luoghi, invece, sarebbero la terra, l'aria, il cielo. Si comprende facilmente come, in questa sua qualità di penetrante tutto l'universo, e specialmente di saliente allo zenith, all'altezza suprema de' cieli o al Vishnupada, il Dio Vishnu abbia pur potuto identificarsi con Brahman, che è salito all'alto de' cieli e che lo occupa tutto, e come Vishnu occupante l'antariksha siasi congiunto intimamente con l'antara o Indra, e come, finalmente, in qualità di moribondo che si corica alla montagna, Vishnu s'identifichi specialmente con Çiva e si ritrovi con l'astro lunare. Vishnu compie forse pure tre passi nella notte come luna, ma, certamente, opera, presso il Rigveda, questo miracolo nel giorno come sole: ossia si parte dalla montagna, dalla terra, e, per la regione intermedia, il cielo d'Indra, l'antariksha sale nell'alto de' cieli, nel cielo di Brahman, per ritornar quindi a coricarsi alla montagna. Il genio solare che fa ogni giorno questo bel miracolo fu particolarmente celebrato col nome di Vishnu, e, secondo le regioni che esso visita, gli spazii che percorre, gli Dei che incontra nel suo viaggio celeste, assume pure una parte della loro natura. Si capisce tuttavia che la qualità eminente di Vishnu, il suo momento trionfale dev'essere quello, in cui arriva nell'alto cielo, che si considera come la sede propria non solo di Brahman, ma ancora di Sûrya il sole; motivo per cui Vishnu fu poi considerato specialmente come una splendida figura solare, e come tale spiegato particolarmente dai commentatori indiani ed europei e venerato nell'India dai devoti. Il commentatore del Yag'urveda bianco, citato dal Muir,[88] identifica il Dio Vishnu nel suo primo stadio con Agni il fuoco, come quello che esce dalla terra; nel secondo, come quello che vola per l'aria, con Vâyu il vento; nel terzo, con Sûrya il sole. Torna qui la forma embrionale d'una trinità. Così Vishnu che, nell'inno 61º del primo libro del Rigveda, ferisce il cinghiale, appare una manifestazione dell'astro solare, che attraversa la scura montagna celeste della notte e ne vien fuori luminoso; nella tradizione brâhmanica poi, nella sua qualità di penetrante, Vishnu stesso si personifica col cinghiale dalle acute zanne, a motivo degli sporgenti suoi raggi o denti che sbranano il demonio della tenebra. Così, quando Agni, nel Rigveda, dice di sè ch'egli è l'arkas tridhâtu,[89] misuratore del mondo, s'identifica al tempo stesso con Vishnu e col sole Arkas, che in tre tempi misura il mondo; lo stesso appellativo di misuratore de' mondi vien dato, presso il Rigveda, al sole Savitar. L'inno 156º del primo libro del Rigveda ci presenta il Dio Vishnu con qualità così rassomiglianti a quelle del Dio Indra, che si direbbe con esso una sola persona; e ciò non deve far meraviglia dopo quello che abbiamo detto intorno alla diversità delle sedi di Vishnu corrispondenti alle varie sedi solari, ossia alle varie stanze celesti. Nell'atmosfera, nel cielo nuvoloso, e nel cielo notturno, Vishnu s'incontra necessariamente con Indra, una proprietà del quale è pur quella di estendere, ossia di estendersi. Perciò troviamo ancora Vishnu onorato da Varuna e dagli Açvin, e circondato dai Marut; abbiamo già detto, che, secondo la interpretazione indiana, Vishnu, nel suo secondo stadio, ossia nell'atmosfera, la regione de' Venti, s'identifica pure col Dio del vento, ossia con Vâyu, e necessariamente con Indra che ha per principali compagni eroici i Venti. Così Vishnu s'identifica con Brahman creatore, ossia con Prag'âpati come signore che appare, nell'inno 164º dello stesso libro, dei sette piccoli germi che contengono in sè il seme del mondo, ossia di tutte le cose. Chi fu questo primo generatore? Fu il sole? Fu la luna? Il sole e la luna sembrano generarsi a vicenda l'un l'altro; presso l'inno 22º del secondo libro del Rigveda ci appaiono Vishnu che genera il Soma (l'ambrosia lunare) e Indra che lo beve; in un altro inno vedico, invece (Rigveda, II, 40), Soma appare come produttore, creatore di tutti i mondi (l'inno 96º del IX libro fa di Soma il generatore del sole e di Vishnu); e il sole Pûshan, invece, va proteggendo, ossia osservando e conservando il mondo. Si direbbe qui già accennato in germe il carattere di conservatore del mondo che Vishnu dovrà assumere più tardi nella brâhmanica Trimûrtti; così nell'inno 36º del VII libro del Rigveda si celebra Vishnu come Nishiktapâs o guardiano de' semi; nel 55º del terzo libro Vishnu è chiamato col nome di Gopâs, «signore o guardiano, o protettore,» il quale custodisce, difende, ossia regge la suprema regione celeste, guardiano delle care regioni immortali, ed ecco un nuovo carattere, per cui il conservatore del mondo parrebbe congiungersi col Çiva paradisiaco. Il carattere del vedico Vishnu è dunque evidentemente tutto benefico, oltre che singolarmente modesto; Vishnu si presta per gli altri Dei e specialmente per Indra, di cui assicura la vittoria, e non raccoglie verun profitto. Questo carattere di particolare generosità, che ci presenta nel solare Vishnu il solito Dio che si sacrifica, dovea essere così sentito nell'età vedica, che, perduto il senso etimologico dell'appellativo vedico Tridhâtu, ossia quello de' tre elementi dato a Vishnu, la Taittiriya Samhitâ compone già una leggenda etimologica, secondo la quale il nome Tridhâtu varrebbe quello che si è dato tre volte. Si narra cioè che Indra, volendo uccidere Vr'itra, ordinò al fabbro Tvashtar di preparargli il fulmine; Tvashtar si mise all'opera, e, per mezzo del tapas (parola che [si noti bene, per spiegare l'equivoco mitico della generazione per mezzo della penitenza, che vuol dire, per mezzo del calore; senza il calore non si genera] vale calore e penitenza), riuscì a farne uno; Indra si provò ad alzarlo, ma come avviene spesso agli eroi poco destri delle novelline popolari russe, i quali non possono alzare il bastone di ferro preparato dal mago nella fucina, Indra non può alzare il fulmine forse troppo massiccio ed ardente preparatogli da Tvashtar. Noi abbiamo già veduto Vishnu identificarsi, secondo la sede che egli occupa, con Agni il fuoco, con Vâyu il vento, e con Sûrya il sole. Il fuoco deve aver la forza di bruciare, il vento quella di volare, il sole co' suoi raggi quella di penetrare. Vishnu, per compiacere Indra, che ha bisogno d'un fulmine formidabile, ma che si possa lanciare a traverso gli spazii, consente a farsi in tre pezzi, coi quali tre pezzi di sè stesso il fulmine d'Indra si crea, e il Dio fulminante consegue la vittoria, per merito singolare di Vishnu, che ha dato al fulmine il potere di volare, trovandosi, come già abbiamo avvertito, nella sua seconda sede, il sole circondato dai Marut, coi quali trovasi anzi invocato nell'inno 87º del quinto libro del Rigveda. Un'altra delle qualità peculiari di Vishnu, che, oltre al rivelarne la sua speciale natura solare, ardente, alla sua potenza nel tapas, ne rivelano l'indole benigna e servizievole, è quella di cuoco celeste. Egli, in unione con Pûshan, cuoce per Indra cento bufali, certamente per mezzo del suo fuoco solare; nel vero, in un altro inno (V, 29), è detto che Agni, ossia il fuoco, ha cotto trecento bufali per Indra, il quale, dopo averli mangiati, e aver bevuto tre laghi di soma, ossia d'ambrosia, combattè con Vr'itra e l'uccise. Secondo un inno del Rigveda (VI, 69), una parte di quel soma sarebbe stato pure bevuto da Vishnu, invocato insieme con Indra, Vishnu vi fa il solito miracolo di estendersi pel cielo, ossia di estendere il cielo. Secondo l'Aitareya Brâhmana, in quello spazio disteso da Vishnu gli Dei fabbricano i mondi luminosi, i Vedi e la parola, che rimangono loro proprietà. Quello che rimane fuori di tale spazio appartiene agli Asurâs, il che val quanto a dire che tutto ciò ch'è fuori della luce è del dominio dei demonii.

Tutto il regno luminoso percorso da Vishnu è sede, ossia dominio degli Dei; e della regione percorsa da Vishnu, ossia della sua grandezza, dice un inno vedico (Rigveda, VII, 99), nessuno conosce il confine; in questo inno di composizione probabilmente moderna, ove Vishnu ed Indra tendono evidentemente già ad astrarsi, un versetto, col dirci ch'essi producono il sole, l'aurora ed il fuoco, sembra già distinguere Vishnu dal sole; ma la natura solare di esso ci pare tuttavia scolpita nel versetto che precede, il quale ci dice che Vishnu, da ogni parte, involge la terra co' suoi raggi di luce.

L'inno seguente attribuisce a Vishnu parecchi degli attributi solari; esso ha cento raggi, è rapido, fornito di cavalli, ricco, benefico. Nello stesso inno Vishnu è ancora chiamato col nome di Çipivishta, parola che vale propriamente fornito di raggi; ma sopra la quale, frantesa, nacque ben presto un equivoco grossolano, che i commentatori s'ingegnarono di spiegare con le più strane leggende. Vishnu chiama nell'inno sè stesso Çipivishta; ma la parola, che vale propriamente il fornito di raggi, può ancora interpretarsi coperto di raggi, ossia i cui raggi lo nascondono; ma, fatto del sole una persona, i suoi raggi divennero i suoi capelli; il sole con la sua chioma, il sole capelluto (Sansone), è chiamato Çipivishta, appellativo dato non solo a Vishnu, ma a Çiva nel suo carattere di sole moribondo, rappresentato sempre con una vasta chioma. Ora pare che il nome di Çipivishta siasi pure dato per tempo al phallos, come coperto di peli, e quindi oscurato, nascosto. Il poeta vedico allude certamente a quel senso ignominioso che deve avere avuto la parola çipivishta, quando, scambiando il senso nobile col senso ignobile della parola, domanda a Vishnu: «Che cosa avevi tu da rimproverarti, o Vishnu, quando hai detto: Io sono Çipivishta? non celare a noi questa tua forma assunta, quando nella battaglia ti sei trasformato.» Noi sappiamo come Çiva divenne quindi il Dio fallico per eccellenza, anzi che il fallo stesso lo rappresentava; il nome di Çipivishta, che vien pure dato a Çiva, basta ad assicurarci che, nell'inno vedico, ove appare Vishnu come Çipivistha, si è preso equivoco tra il sole chiomato ed il fallo coperto di peli, e che Vishnu usurpa anticipatamente uno degli attributi, che saranno quindi proprii del Dio Çiva. E che non vi sia dubbio sopra la interpretazione che propongo al passo vedico, ce lo dichiara apertamente l'antico commentatore Yâska, il quale, parlando del nome di Çipivishta dato a Vishnu, come di un mistero da non rivelarsi, fa che Vishnu si confronti da sè stesso al fallo; se non che, interpretandosi ancora altrimenti la parola çipivishta, con uno strano e capriccioso sforzo etimologico, Vishnu dice di sè stesso ch'egli è un çepa o fallo svestito (che può interpretarsi come sprepuziato, o come privo di peli), e Yâska, accettando, senza dubbio, la seconda interpretazione, aggiunse, interpretando il mito: privo di raggi. Ma questo errore de' commentatori indiani e quindi, se non erro io, degli interpreti europei, è nato dall'aver ammesso che il nirveshtita di Yâska equivalga al vishta del Rigveda, il che non mi pare possibile in alcuna maniera; chè non solo sono sinonimi, ma contrarii, çipivishta valendo fornito, vestito di raggi (e poi vestito di capelli, capelluto, e infine fornito, vestito di peli); mentre invece il çepah nirveshtita non vale altro se non il membro spogliato, qualità, con la quale si potè quindi raffigurare il Dio fallico Luno, come privo di raggi o di peli, o calvo, od anche eunuco. Ecco in qual probabile maniera un appellativo poetico semplicissimo del Dio, male interpretato fin dall'età vedica, introdusse nel mito di Vishnu un mistero, al quale il primo poeta, che aveva salutato il sole con quel nome, non avea sicuramente pensato; chè il nome di vish-ta deve essere stato piuttosto suggerito all'antichissimo rishi vedico dall'analogia che gli offriva la stessa voce vish-nu, la quale non aveva sicuramente nessun significato vergognoso nell'età vedica. Vishnu, lo ripeto, negli Inni vedici, non ha il posto primario, anzi figura più tosto come un servitore che come un amico d'Indra, ma la sua vita è pura, la sua storia vedica è priva di scandali; il mescolarlo come il suo compagno Indra, anch'esso chiamato çipivishta che appare come un sinonimo di çiprin, in un mistero fallico, è una calunnia nata da un antico malizioso equivoco, quantunque appaia ancor esso nella qualità di generatore primevo, anteriore a Prag'âpati: l'inno 184º del decimo libro del Rigveda canta che Vishnu foggiò la vulva dell'universo, Tvashtar ne apprestò le forme, Prag'âpati versò il seme genitale, Dhâtar posò è costituì il germe. Perciò vedemmo sopra Vishnu come signore de' sette germi cosmici, e, presso l'inno 154º del primo libro del Rigveda, non solo quello che pervade tutto l'universo, ma quello che lo contiene tutto in sè. Il viç-va e il vish-nu provengono dalla stessa radice viç. Quando pertanto dal culto del Dio concreto specifico si passò a venerare particolarmente il Dio astratto generico; quando Indra come Divaspati cedette il campo a' suoi antichi originarii equivalenti Brahman e Brahmanaspati, esprimenti il cielo; si sostituì pure ad Indra grandeggiante nel cielo, distendente il cielo, sopra gli altari del sacrificio, Vishnu il collega d'Indra, che pervade ed occupa tutto l'universo, col quale evidentemente s'identifica. Quando poi si divulgarono le leggende brâhmaniche, nelle quali apparivano forme strane, divine, eroiche, umane, bestiali, sotto le quali il Dio compieva miracoli, i settarii di Vishnu supposero che ciascuna di quelle forme antiche, moderne o rinnovate, fosse una incarnazione panteistica del loro Iddio prediletto; e così, dopo avere creato, sopra il sole Vishnu, un Dio metafisico analogo a Brahman, tornarono a decomporlo in numerose sacre particole, ciascuna delle quali conteneva intiero il loro Dio; sotto questo rispetto, Vishnu si poteva dunque, nell'età brâhmanica, considerare come un vero Dio universale, poichè in tutte le antiche manifestazioni degli Dei, raccontate con nuove varianti brâhmaniche della setta vishnuitica, egli appariva come l'inevitabile Deus ex machina.