La nuova forma di famiglia ci si offre in tutta la sua durezza presso i Greci. Mentre, come osserva Marx, la posizione delle dee nella mitologia ci presenta un periodo anteriore, nel quale le donne avevano ancora una posizione più libera e più stimata, noi troviamo ai tempi eroici la donna già degradata dal predominio dell'uomo e dalla concorrenza delle schiave. Si legge nell'Odissea come Telemaco rimprovera sua madre e la costringe a tacere. In Omero, le giovani conquistate sono abbandonate alla sensualità dei vincitori; i capi, a turno e a norma del grado, si scelgono le più belle; tutta l'Iliade, com'è noto, si aggira sulla contesa tra Achille ed Agamennone per una di tali schiave. Per ogni eroe omerico di qualche importanza è menzionata la fanciulla prigioniera di guerra, con la quale egli divide la tenda ed il letto. Queste fanciulle sono anche condotte in patria e nella casa conjugale, come Cassandra da Agamennone in Eschilo; i figli procreati con siffatte schiave ricevono una piccola parte dell'eredità paterna e sono considerati come uomini liberi; così Teucro è un figlio di Telamone nato fuori di matrimonio, eppure può portare il nome del padre. Dalla sposa si esige che tolleri tutto questo, e serbi la più rigorosa castità e fedeltà coniugale. La donna greca dei tempi eroici è, ben vero, più stimata di quella del periodo incivilito, ma essa non è altro, alla fine, per l'uomo che la madre dei suoi figli ed eredi legittimi, la governante della sua casa e la direttrice delle schiave, che egli può fare, e fa, a piacere, sue concubine. È l'esistenza della schiavitù allato alla monogamia, è la presenza di schiave giovani e belle che appartengono corpo ed anima all'uomo, ciò che sin dall'origine imprime alla monogamia il suo carattere specifico: essa è monogamia soltanto per la donna, non già per l'uomo. Questo carattere lo serba anche oggi.
Pei Greci del periodo posteriore, giova distinguere tra Dori ed Jonî. I primi, il cui esempio classico è Sparta, conservano, per molti riguardi, rapporti conjugali ancora più antichi di quelli che ci mostra lo stesso Omero. A Sparta vige un connubio sindiasmico, modificato secondo i concetti locali dello Stato, che offre ancora molte reminiscenze del connubio per gruppi. I connubii senza prole vengono sciolti; il re Anassandrida (verso il 650 avanti la nostra èra) alla sua moglie sterile ne aggiunse una seconda e aveva così due famiglie[16]; nella stessa epoca il re Aristone, avendo due mogli sterili, ne ripudiò una e gliene sostituì una terza. D'altra parte, più fratelli potevano avere una moglie comune; l'amico, cui piacesse la moglie dell'amico, poteva dividerla con questo; ed era ritenuto decente porre la moglie a disposizione di un «vigoroso stallone», come direbbe Bismarck, anche se questo non fosse cittadino. Da un passo di Plutarco, secondo il quale una Spartana indirizza a suo marito l'amante che la incalzava con profferte di amore, pare — secondo Schömann — che vi fosse una anche più larga libertà di costume. Non esisteva quindi vero adulterio, o infedeltà della moglie alle spalle del marito. D'altra parte, la schiavitù domestica era sconosciuta a Sparta almeno nel tempo migliore, i servi iloti abitavano separati sui fondi de' padroni, era quindi minore per gli Spartani la tentazione di contaminarne le donne. Per tutte queste ragioni le donne a Sparta non potevano non avere una posizione molto più stimata che nel resto della Grecia. Le donne spartane e la parte eletta delle Etére ateniesi sono le sole donne greche di cui gli antichi parlino con rispetto, e i cui pensieri essi stimassero degni di venir rilevati.
Ben altrimenti fra gli Jonî, la cui città caratteristica è Atene. Ivi le fanciulle non imparavano che a filare, tessere, cucire, tutt'al più qualche poco a leggere e a scrivere. Vivevano come recluse e non praticavano se non con altre donne. La camera delle donne era segregata nel piano superiore o sul di dietro della casa, dove gli uomini, massime se stranieri, difficilmente penetravano e dove esse si ritiravano se capitavano visite maschili. Le donne non uscivano che accompagnate da una schiava; in casa erano strettamente vigilate; Aristofane parla di molossi, educati a spaventare gli adulteri, e, almeno nelle città asiatiche, alla sorveglianza delle donne si impiegavano gli eunuchi, che già al tempo di Erodoto fabbricavansi in Chio per farne commercio, e, secondo Wachsmuth, non servivano ai soli barbari. In Euripide, la donna è qualificata come oikurema, ossia come cosa destinata alla cura della casa (la parola è neutra), e per l'Ateniese essa non era che una macchina per la procreazione e la principale domestica. L'uomo aveva gli esercizi ginnastici e gli affari pubblici, dai quali era esclusa la donna; aveva spesso, inoltre, schiave a sua disposizione, e, nel fiore di Atene, una prostituzione diffusa e che lo Stato, a dire il vero, favoriva. Fu appunto sulla base di questa prostituzione che si svilupparono certi speciali caratteri di donne greche, che per lo spirito e pel gusto artistico si elevavano tanto sul livello comune delle donne antiche, quanto le Spartane pel carattere. Ma che per divenire donne bisognasse prima essere Etére, è questa la più severa condanna della famiglia ateniese.
Questa famiglia ateniese fu, nel corso del tempo, il tipo sul quale sempre più modellarono i loro rapporti domestici non solo gli altri Jonî, ma tutti i Greci dell'interno e delle colonie. Ma, ad onta dell'isolamento e della sorveglianza, le Greche trovavano abbastanza spesso l'occasione d'ingannare i loro mariti. Questi, che si sarebbero vergognati di manifestare amore per le loro mogli, si divertivano amoreggiando colle Etére; ma la degradazione delle donne si vendicò sugli uomini e degradò anch'essi, finchè caddero nel pervertimento degli amori coi fanciulli, e degradarono i loro dei, come sè stessi, col mito di Ganimede.
Tale fu l'origine della monogamia, per quanto, ci è dato rintracciarla nel popolo più incivilito e più altamente evoluto dell'antichità. Essa non fu affatto un frutto dell'amore sessuale individuale, con cui non aveva assolutamente nulla di comune, poichè, dopo come prima, i connubii restarono connubii di convenienza. Essa fu la prima forma di famiglia, non basata su rapporti naturali, ma economici, cioè sulla vittoria della proprietà privata sopra la originaria proprietà comune naturale. Dominio dell'uomo nella famiglia, e procreazione di figli, che non potessero essere che suoi e destinati ad ereditare la sua ricchezza — questi e non altri furono gli scopi del connubio individuale[17], francamente espressi dai Greci. Del resto esso era per loro un peso, un dovere verso gli dei, verso lo Stato e verso i proprii antecessori; un dovere da adempiere e nulla più. In Atene la legge imponeva all'uomo non solo il matrimonio, ma l'adempimento di un minimo dei cosiddetti doveri coniugali.
Il connubio individuale non appare quindi affatto nella storia come una riconciliazione fra l'uomo e la donna, e, meno ancora, come la forma di connubio più alta.
Al contrario. Esso si presenta come l'assoggettamento di un sesso all'altro, come la proclamazione di un conflitto dei sessi, sino allora sconosciuto in tutta la storia primitiva. In un vecchio manoscritto inedito, elaborato da Marx e da me nel 1846, trovo: «La prima divisione del lavoro è quella tra l'uomo e la donna per la procreazione.» Oggi posso aggiungere: Il primo antagonismo di classe, che si presenta nella storia, coincide collo sviluppo dell'antagonismo fra l'uomo e la donna nel connubio individuale, e la prima oppressione di classe con quella del sesso maschile sul femminile. Il connubio individuale fu un grande progresso storico, ma al tempo stesso esso aprì, accanto alla schiavitù e alla ricchezza privata, quell'èra, non ancor chiusa, nella quale ogni progresso è insieme un relativo regresso; nella quale il bene e lo sviluppo degli uni si compie col male e colla oppressione degli altri. Esso è la forma cellulare della società incivilita, la forma nella quale già possiamo studiare la natura degli antagonismi e delle contraddizioni che in questa società completamente si svolgono.
L'antica libertà relativa dei rapporti sessuali non cessò affatto colla vittoria della famiglia sindiasmica, e neppure con quella del connubio individuale. «L'antico sistema coniugale, ridotto a più stretti limiti dalla graduale estinzione dei gruppi punalua, circondò tuttavia la progrediente famiglia e vi lasciò la sua impronta sino all'albeggiare dell'epoca civile.... Esso sparì definitivamente nella nuova forma dell'eterismo, che incalza gli uomini anche in piena civiltà come un'ombra fosca projettata sulla famiglia.» Morgan intende per eterismo il rapporto sessuale extraconiugale di uomini con donne non maritate, esistente allato al connubio individuale; rapporto sessuale che, com'è noto, fiorisce nelle forme più diverse durante tutto il periodo della Civiltà e si muta sempre più in aperta prostituzione. Questo eterismo scaturisce direttamente dal connubio per gruppi, dalle unioni promiscue con le quali le donne acquistavano il diritto alla castità. Il darsi per danaro fu dapprima un atto religioso che compievasi nel tempio della dea dell'amore, e in origine il danaro devolvevasi al tesoro del tempio. Le Ierodule di Anaiti in Armenia, di Afrodite in Corinto, come le danzatrici religiose dei tempii dell'India, le cosiddette Baiadere (la parola è una corruzione dal portoghese bailadeira = ballerina), furono le prime prostitute. Il far copia di sè, in origine dovere di ogni donna, più tardi fu ufficio esclusivo di queste sacerdotesse in rappresentanza di tutte le donne. Presso altri popoli l'eterismo deriva dalla libertà sessuale concessa alle ragazze avanti il matrimonio, avanzo quindi anch'esso del connubio per gruppi, ma trasmessoci per altra via. Col sorgere della disparità delle fortune, cioè nello stadio superiore delle Barbarie, il lavoro salariato nasce sporadicamente accanto al lavoro dello schiavo, e contemporaneamente, come suo correlativo necessario, la prostituzione professionale delle donne libere accanto a quella forzata delle schiave. Così il retaggio lasciato dal connubio per gruppi all'epoca civile è a doppia faccia; come è a doppia faccia, ipocrita, incoerente e contraddittorio tutto ciò che la civiltà produce; qui la monogamia, là l'eterismo fino alla sua ultima forma, la prostituzione. L'eterismo è una istituzione sociale come qualsiasi altra; esso conserva l'antica libertà sessuale a favore degli uomini. Non soltanto tollerato in pratica, ma praticato palesemente, sopratutto dalle classi dominanti, esso è condannato a parole. Ma in realtà questa condanna non colpisce punto gli uomini, che vi partecipano, ma soltanto le donne: queste sono anatomizzate e reiette, proclamandosi così ancora una volta l'incondizionata signoria degli uomini sul sesso femminile come legge fondamentale della società.
Ma con ciò si sviluppa una nuova antitesi nella stessa monogamia. Da un lato il marito che infiora la sua esistenza coll'eterismo; dall'altro la moglie lasciata in un canto. E non si può avere un lato dell'antagonismo senza l'altro, come non si può avere in mano una mela intera quando se n'è mangiata la metà. Sembrò essere tuttavia questa l'opinione dei mariti finchè le loro mogli non li disingannarono. Col connubio individuale nascono due costanti e caratteristiche figure sociali che il passato non conosce: l'amante fisso della moglie e il marito cornuto. Gli uomini avevano ottenuta la vittoria sulle donne, ma la magnanimità delle vinte s'incaricò della incoronazione. Allato al connubio individuale e all'eterismo, l'adulterio divenne una istituzione sociale inevitabile — vietato, duramente punito, ma indistruttibile. La paternità certa del fanciullo si fondò tutt'al più, dopo come prima, sulla convinzione morale, e, per risolvere la insolubile contraddizione, il Codice Napoleone decretava all'art. 312: L'enfant conçu pendant le mariage a pour père le mari; il figlio concepito durante il matrimonio ha per padre.... il marito. È questo l'ultimo risultato di tremila anni di connubio individuale.
Così noi abbiamo nella famiglia individuale — nei casi che rimangono fedeli alla sua origine storica e mettono in chiara luce l'antagonismo tra l'uomo e la donna, espresso nell'esclusivo dominio dell'uomo — un quadro in piccolo degli stessi antagonismi e contraddizioni, fra i quali la società, divisa in classi, si muove fin dagli inizii dell'epoca civile senza poterli risolvere e superare. Io parlo qui naturalmente solo di quei casi del connubio individuale, nei quali la vita conjugale si svolge giusta il carattere originario di tutta l'istituzione, ma nei quali la donna si ribella contro il dominio dell'uomo. Che non tutti i matrimonii trascorrano così, niuno lo sa meglio del filisteo tedesco, il quale nella casa non sa mantenersi meglio il suo dominio che nello Stato, e la cui moglie quindi porta di pien diritto quei pantaloni, dei quali egli non è degno. Con tutto ciò egli si reputa superiore al suo compagno di sventura francese, al quale, più sovente che a lui, accade anche di peggio.
Per altro la famiglia individuale non si presenta dapertutto e in ogni tempo nella forma classicamente dura che essa ebbe presso i Greci. Fra i Romani, che, quali futuri conquistatori del mondo, avevano vedute più ampie, se anche meno perspicaci, la donna era più libera e più stimata. Il Romano credeva la fedeltà coniugale senz'altro guarentita col potere di vita e di morte che aveva sulla moglie. Ivi la donna avea facoltà, come l'uomo, di sciogliere il connubio. Ma il più grande progresso nello sviluppo del connubio individuale avvenne certamente coll'entrata dei Germani nella storia; senza dubbio perchè fra di essi, per effetto della loro povertà, non sembra che la monogamia si fosse ancora completamente disinvolta dal connubio sindiasmico. Lo desumiamo da tre circostanze menzionate da Tacito: In primo luogo, accanto a un religioso rispetto del nodo coniugale — «essi si appagano di una moglie, le donne vivono in una stretta castità» — vigeva tuttavia la poligamia per le persone elevate e pei capi delle tribù, condizione analoga a quella degli Americani, fra i quali dominava la famiglia sindiasmica. In secondo luogo, il passaggio dal diritto materno al paterno doveva essere recente, poichè il fratello della madre — il più prossimo parente gentile maschio, giusta il diritto materno — era ancora considerato un parente quasi più prossimo dello stesso genitore; il che corrisponde anche al punto di vista degl'Indiani americani, fra i quali Marx, com'ei diceva sovente, trovò la chiave per l'intelligenza della nostra storia primitiva. E, in terzo luogo, le donne erano, presso i Germani, altamente stimate e molto influenti anche nei pubblici affari, ciò che sta in diretto contrasto col predominio monogamico degli uomini. Cose, quasi tutte, nelle quali i Germani concordano con gli Spartani, i quali, come vedemmo, non avevano ancor del tutto superato il connubio sindiasmico. Coi Germani quindi, anche per questo rapporto, un elemento affatto nuovo sorgeva a dominare sul mondo. La nuova monogamia, che si sviluppava allora dalla miscela dei popoli sugli avanzi del mondo romano, rivestì il dominio maschile di forme più miti e lasciò alle donne, almeno esteriormente, una posizione molto più stimata e più libera di quella che abbia mai conosciuta la classica antichità. Con ciò solo nacque la possibilità che dalla monogamia — in essa, allato ad essa e contro di essa, secondo i casi — si svolgesse il più grande progresso morale che noi le dobbiamo: l'amore sessuale individuale moderno, ignoto a tutto il mondo passato.
Ma questo progresso si deve certamente al fatto che fra i Germani regnava ancora la famiglia sindiasmica, e la condizione della donna, corrispondente a questa forma di famiglia, fu, in quanto possibile, innestata nella monogamia; non si deve già alla leggenda di un maraviglioso candore morale, naturale ai Germani; la realtà è che il connubio sindiasmico non si aggira fra gli stridenti antagonismi morali dalla monogamia. I Germani, anzi, nelle loro migrazioni, particolarmente verso il Sud-est, tra i nomadi delle steppe del Mar Nero, si erano molto depravati, e, oltre l'abilità nell'equitazione, ne avevano anche appreso dei brutti vizii contro natura, come attestano esplicitamente Ammiano, dei Thaifali, e Procopio, degli Eruli.
Ma se la monogamia, di tutte le forme di famiglia conosciute, fu quella, sotto la quale soltanto potè svilupparsi il moderno amore sessuale, ciò non significa che questo vi si sia sviluppato esclusivamente, o anche solo prevalentemente, come amore reciproco dei coniugi. Ciò, anzi, era escluso dalla natura stessa del connubio individuale stabile sotto il dominio dell'uomo. In tutte le classi storicamente attive, cioè in tutte le classi dominanti, la conclusione delle nozze restò ciò che era stata dal connubio sindiasmico in poi, un affare di convenienza, regolato fra i genitori. E la prima forma storica dell'amore sessuale come passione, come passione attinente ad ogni uomo (almeno delle classi dominanti) e come la più elevata forma dell'istinto sessuale — ciò che ne costituisce appunto il carattere specifico — codesta sua prima forma, l'amore cavalleresco del medio-evo, fu tutt'altro che un amore coniugale. Al contrario. Nel suo aspetto classico, presso i Provenzali, essa naviga a vele spiegate verso l'adulterio, e i loro poeti lo cantano. Il fiore delle poesie amorose provenzali sono le albas, in tedesco Tagelieder (canzoni del mattino). Esse descrivono, con vivi colori, come il cavaliere giace colla sua bella — moglie di altrui — mentre fuori sta la scolta, che lo chiama, appena sorge l'alba, perchè possa spulezzare inosservato; la scena della separazione ne forma il punto culminante. I francesi del Nord ed anche i nostri bravi tedeschi adottarono questa specie di poesia con relativo amore cavalleresco, e il nostro vecchio Wolfram von Eschenbach ha lasciato sul piccante argomento tre meravigliosi Tagelieder, ch'io preferisco di gran lunga alle sue tre lunghe epopee.
Il contratto nuziale borghese, ai nostri giorni, è di due sorta. Nei paesi cattolici, un tempo come ora, i genitori procurano al giovane borghese la sposa che gli conviene, e la conseguenza naturale ne è il più completo sviluppo della contraddizione insita nella monogamia: florido eterismo da parte dell'uomo, rigoglioso adulterio da parte della donna. La chiesa cattolica abolì il divorzio, probabilmente perchè si è convinta che contro l'adulterio, come contro la morte, non cresce erba negli orti. Nei paesi protestanti è regola invece di concedere al figlio del borghese di eleggersi, con più o meno libertà, una donna della propria classe, onde un certo grado di amore può trovarsi alla base del matrimonio, e, per ragion di decoro, vi è sempre presupposto, ciò che è del tutto consono all'ipocrisia protestante. Qui l'eterismo dell'uomo è meno spiccato e l'adulterio della donna è meno la regola. Ma poichè, in ogni forma di connubio, gli uomini rimangono ciò che erano prima delle nozze, e poichè i borghesi dei paesi protestanti sono per lo più filistei, questa monogamia protestante, nella media dei migliori casi, non conduce che alla comunanza conjugale di una plumbea noia, che si qualifica col nome di felicità domestica. Il migliore specchio di questi due metodi di matrimonio è il romanzo, per la maniera cattolica, il francese, per la protestante, il tedesco. In entrambi l'eroe del romanzo conquista qualche cosa: nel tedesco, il giovane, la ragazza; nel francese, il marito, le corna. Non è ancora risoluto quale dei due stia peggio. Perciò al borghese la noia del romanzo tedesco desta lo stesso orrore che la immoralità del romanzo francese al filisteo tedesco; sebbene da poco in quà, dacchè «Berlino divenne città mondiale», il romanzo tedesco si faccia alquanto meno timido nel riprodurre l'eterismo e l'adulterio, da lungo tempo ivi ben noti.
Ma in ambo i casi il matrimonio è subordinato alla classe degli interessati e, per tal riguardo, è quindi sempre un matrimonio di convenienza. In ambo i casi tale matrimonio si converte bene spesso nella più abbietta prostituzione, talvolta delle due parti, più spesso della moglie soltanto, la quale non si distingue dalla cortigiana ordinaria se non in quanto essa non dà a nolo il suo corpo volta per volta come una salariata, ma lo vende una volta per sempre come avviene alle schiave. E per tutti i matrimoni di convenienza vale il motto di Fourier: «Come nella grammatica due negazioni fanno un'affermazione, così nella morale conjugale due prostituzioni formano una virtù.» È solo tra le classi oppresse, cioè oggidì nel proletariato, che l'amore sessuale, nelle relazioni colla donna, può diventare e diventa la regola vera — sia esso o no consacrato ufficialmente. Ma nel proletariato tutte le basi della monogamia classica vengono meno. Esso non ha proprietà, per conservare e trasmettere la quale vennero appunto creati la monogamia e il dominio dell'uomo, e non v'è quindi stimolo alcuno a far valere questo dominio. Di più ne mancano i mezzi; il diritto borghese, che difende quel dominio, non esiste che pei possidenti e per le loro relazioni coi proletarii; esso costa danaro e quindi, stante la loro povertà, non ha influenza nelle relazioni del lavoratore con sua moglie. Qui ciò che decide sono rapporti sociali e personali affatto diversi. Dacchè, inoltre, la grande industria getta la donna dalla casa nel mercato del lavoro e nella fabbrica, e spesso ne fa il sostegno della famiglia, ecco mancato il terreno agli ultimi avanzi del dominio maschile nella casa proletaria — salvo forse ancora qualche tratto di quella brutalità verso la donna, che prese piede appunto col sorgere della monogamia. Così la famiglia del proletario non è più monogamica nello stretto senso, siavi pure l'amore il più appassionato e la più inviolata fedeltà dei conjugi, e malgrado qualsiasi benedizione spirituale o temporale. Onde anche gli eterni compagni della monogamia, l'eterismo e l'adulterio, non sostengono qui che una parte quasi impercettibile; la donna riacquistò effettivamente il diritto al divorzio, e, se i coniugi diventano incompatibili, si separano liberamente. Insomma, il matrimonio proletario è monogamico nel senso etimologico della parola, ma non lo è assolutamente nel senso storico.
I nostri giuristi stimano, senza dubbio, che il progresso della legislazione toglie sempre più alle donne ogni motivo a doglianze, poichè i moderni sistemi legislativi dei paesi civili sempre più riconoscono, in primo luogo, che il matrimonio, perchè sia valido, dev'essere un contratto accettato spontaneamente dalle due parti; e, in secondo luogo, che anche durante il matrimonio i coniugi hanno eguali diritti ed eguali doveri. Supposta la logica applicazione di questi due principii, le nostre donne avrebbero tutto ciò che possono desiderare.
Quest'argomentazione, tutta giuridica, è esattamente quella stessa con la quale i repubblicani borghesi tappano la bocca ai proletarii. Il contratto di lavoro dev'essere accettato spontaneamente da entrambe le parti. Ma esso si ritiene «spontaneamente accettato» non appena la legge ha dichiarate eguali le due parti sulla carta. Il potere che la diversità di classe sociale conferisce ad una parte, la pressione che esso esercita sull'altra — la effettiva condizione economica di entrambe — ciò non riguarda la legge. Nel contratto di lavoro le parti devono avere eguali diritti, se l'una o l'altra non vi abbia espressamente rinunziato; ma la legge non può nulla contro il fatto che la condizione economica costringe l'operaio a rinunziare anche all'ultima parvenza di cotesta eguaglianza.
Per il matrimonio, la legge, anche la più progredita, è pienamente soddisfatta, quando gl'interessati hanno espressa formalmente a verbale la loro spontaneità; quanto a ciò che avviene dietro lo scenario giuridico, là dove si svolge la vita reale, e come cotesto spontaneo consenso si ottenga, di tutto ciò nè il giurista, nè la legge possono curarsi. Eppure una semplice osservazione di diritto comparato mostrerebbe al giurista il valore di cotesta spontaneità. Nei paesi, dove ai figli è legalmente assicurata una parte della fortuna paterna, dove cioè non li si può diseredare — in Germania, nei paesi di diritto francese, ecc. — si esige, per contrarre matrimonio, il consenso dei genitori. Nei paesi di diritto inglese, dove il consenso dei genitori non è legalmente necessario, i genitori hanno piena libertà di disporre della loro fortuna, e possono a piacere diseredare i loro figli. Ciò malgrado, o meglio appunto per ciò, in Inghilterra ed in America, la libertà di contrarre matrimonio, nelle classi nelle quali c'è qualcosa da ereditare, non è di un pelo più grande (ciò è ben chiaro) che in Francia ed in Germania.
Così è pure dell'eguaglianza giuridica del marito e della moglie nel matrimonio. La loro ineguaglianza giuridica, trasmessaci dalle passate istituzioni sociali, non è la causa, ma l'effetto della soggezione economica della donna. Nell'antica economia domestica comunistica, che abbracciava più coppie di coniugi coi loro figli, l'amministrazione domestica, lasciata alle donne, era un'industria altrettanto pubblica e socialmente necessaria, quanto il procacciare gli alimenti, che era di spettanza degli uomini. Con la famiglia patriarcale, e ancora più con la famiglia monogamica isolata, le cose cangiarono. La direzione delle faccende domestiche perdette il suo carattere pubblico. Essa non riguardò più la società; si mutò in un servizio privato; e la donna diventò la prima servente, esclusa dal partecipare alla produzione sociale. Solo la grande industria moderna riaperse alla donna — e soltanto alla donna proletaria — l'adito alla produzione sociale, ma in tal guisa che, quando essa adempie ai suoi doveri nel servizio privato della famiglia, rimane esclusa dalla produzione pubblica e non può guadagnar nulla, mentre poi, se vuol partecipare all'industria pubblica e procacciarsi un guadagno autonomo, non è più in grado di adempiere ai suoi doveri di famiglia. E come nella fabbrica, così avviene alla donna in qualsiasi ramo di attività; anche nella medicina, o nell'avvocatura. La moderna famiglia individuale è fondata sulla palese o velata schiavitù domestica della donna, e la moderna società è una massa le cui molecole sono le famiglie isolate. Oggi, nella grande maggioranza dei casi, è l'uomo che alimenta la famiglia, almeno nelle classi possidenti, e ciò gli conferisce una posizione di dominatore che non ha bisogno di altro privilegio giuridico. Nella famiglia egli è il borghese; la donna il proletario. Ma nel mondo industriale il carattere specifico della oppressione economica che pesa sul proletariato non spicca in tutto il suo rilievo, se non dopo eliminati tutti i privilegi legali della classe capitalistica e raggiunta l'eguaglianza giuridica delle due classi; la repubblica democratica non elimina l'antagonismo di queste, essa offre anzi ad esse il terreno pel combattimento decisivo. Parimente il carattere specifico del dominio dell'uomo sulla donna nella famiglia moderna, la necessità della loro vera eguaglianza sociale e la via di pervenirvi, non appariranno in piena luce se non quando essi saranno pienamente eguali in diritto. Allora si parrà che la emancipazione della donna ha per condizione prima il ritorno di tutto il sesso femminile alla industria pubblica, e che ciò richiede a sua volta che la proprietà della famiglia isolata cessi di essere l'unità economica della società.
Noi abbiamo quindi tre forme principali di connubio, che corrispondono, all'ingrosso, ai tre principali stadii dell'evoluzione umana. Allo stato selvaggio il connubio per gruppi; alla Barbarie il connubio sindiasmico; all'epoca civile la monogamia, che ha per complementi l'adulterio e la prostituzione. Tra il connubio sindiasmico e la monogamia s'insinuano, nel periodo superiore della barbarie, il dominio degli uomini sulle schiave e la poligamia.
Come lo dimostra quanto abbiamo esposto, il progresso che si rivela in questa serie è connesso al fatto singolare, che la libertà sessuale del connubio per gruppi è sempre più sottratta alle donne, ma non agli uomini, pei quali in realtà il connubio per gruppi perdura. Ciò che per la donna è un delitto e si trae dietro gravi conseguenze legali e sociali, passa come onorevole per l'uomo, o, nel peggior caso, come una lieve macula morale, che si porta con soddisfazione. Ma quanto più l'eterismo tradizionale è modificato, ai tempi nostri, dalla produzione capitalistica e ad essa si adatta, quanto più esso si trasforma in aperta prostituzione, tanto più esso diventa demoralizzante, e demoralizza gli uomini assai più delle donne. Delle donne la prostituzione degrada — e ancora non nel senso che comunemente si crede — soltanto le infelici che ne sono vittime; essa degrada invece il carattere di tutto quanto il sesso maschile. Così specialmente un fidanzamento prolungato è, in nove casi su dieci, una vera scuola preparatoria d'infedeltà coniugale.
Noi moviamo ora a una trasformazione sociale, che demolirà le basi economiche della monogamia, altrettanto certamente quanto quelle del suo complemento: la prostituzione. La monogamia nacque dal concentrarsi di grandi ricchezze in una stessa mano, cioè in quella di un uomo, e dal bisogno di trasmettere queste ricchezze ai figli di quest'uomo, ad esclusione di ogni altro. Perciò era necessaria la monogamia non dell'uomo, ma della donna, ed essa non impedì punto l'aperta o dissimulata poligamia dell'uomo. Ma la futura rivoluzione sociale, col trasformare almeno la massima parte della ricchezza stabile ereditaria — i mezzi di produzione — in proprietà sociale, ridurrà al minimo tutta questa smania per le eredità. Ora, poichè la monogamia è nata da cause economiche, sparirà essa collo sparire di queste?
Non senza ragione si potrebbe rispondere: non solo essa non sparirà, ma comincerà anzi a veramente esistere per la prima volta; perciocchè, con la trasformazione dei mezzi di produzione in proprietà sociale, cessa il lavoro salariato, cessa il proletariato, e quindi anche la necessità per un certo numero di donne, che si può statisticamente calcolare, di prestarsi ad altri per denaro. La prostituzione è soppressa, e la monogamia, scambio di sparire, diverrà alfine una realtà.... anche per gli uomini.
La condizione degli uomini sarà dunque, in ogni caso, assai modificata; ma anche quella delle donne, di tutte le donne, subirà importanti cangiamenti. Col passaggio dei mezzi di produzione in proprietà comune, la famiglia isolata cessa di essere l'unità economica della società. L'economia domestica privata si trasforma in una industria sociale. La cura e l'educazione dei figli diventa affare pubblico; la società provvede ugualmente per i figli di tutti, legittimi o naturali, e cessa con ciò la preoccupazione delle «conseguenze», che forma oggi il più essenziale motivo sociale — morale ed economico — che impedisce a una fanciulla di darsi francamente all'uomo che ama.
Ma non sarà questa una ragione sufficiente perchè sorga a poco a poco una certa libertà dei rapporti sessuali e con essa un'opinione pubblica meno rigorosa sull'onore verginale e sul pudore della donna? E finalmente, non abbiamo noi veduto che, nel mondo moderno, monogamia e prostituzione sono, è vero, un'antitesi, ma un'antitesi inscindibile, due poli del medesimo stato speciale? Può la prostituzione cessare senza trascinar seco nell'abisso la monogamia?
Qui entra efficacemente in gioco un nuovo fattore, un fattore, che esisteva tutt'al più in germe allorchè la monogamia si venne formando: l'amore sessuale individuale.
Prima del medio-evo non può parlarsi di amore sessuale individuale. Certo, la bellezza personale, la familiarità, l'affinità di tendenze, ecc., dovettero sempre destare in persone di diverso sesso il desiderio di rapporti sessuali, nè, agli uomini come alle donne, potè essere affatto indifferente con quale persona essi entrassero in tanta intimità di relazioni. Ma da ciò al nostro amore sessuale v'è di mezzo un abisso. In tutta l'antichità i connubii sono conchiusi dai genitori per gl'interessati, che vi si acconciano tranquillamente. Quel briciolo di amore coniugale, che l'antichità conobbe, non è già un'inclinazione subiettiva, ma un dovere obiettivo, non la causa, ma il correlativo del matrimonio. L'antichità non ci offre l'amore, nel senso moderno, se non al difuori della società ufficiale. I pastori, di cui Teocrito e Mosco ci cantano le gioie e le pene d'amore, il Dafni e la Cloe di Longo, sono semplici schiavi, che non hanno parte veruna nello Stato, la sfera d'azione del cittadino libero. Ma, al difuori degli schiavi, non troviamo l'amore se non come prodotto di decomposizione del vecchio mondo in isfacelo, e con donne estranee alla società ufficiale, con Etére, ossia con straniere o con affrancate; in Atene alla vigilia del suo tramonto, in Roma al tempo dell'Impero. Se veri amoreggiamenti avvenivano tra cittadini e cittadine libere, eran sempre degli adulterii. E al poeta classico dell'amore nell'antichità, al vecchio Anacreonte, l'amore sessuale nel nostro senso era così indifferente, che neanche gli importava il sesso della persona amata.
Il nostro amore sessuale è essenzialmente diverso dal semplice desiderio sessuale, dall'Eros degli antichi. In primo luogo, esso presuppone il ricambio, e in ciò la donna è eguale all'uomo, mentre essa, nell'antico Eros, non era neppur sempre interrogata. In secondo luogo, l'amore sessuale ha un'intensità e una durata, per le quali il non possedersi reciprocamente e la separazione appaiono ad entrambe le parti come una grande, se non anche come la suprema sventura; per darsi l'uno all'altro, ogni audacia è ben accetta, anche il rischio della vita, ciò che nell'antichità non avveniva, tutt'al più, che in caso d'adulterio. E finalmente, ai rapporti sessuali si applica una nuova norma morale; non si chiede soltanto se siano legittimi o illegittimi, ma ancora se sian generati da scambievole amore. Beninteso, anche questa nuova norma morale, nella pratica feudale o borghese, subisce il destino di tutte le altre: esser trasgredita. Ma non le avviene di peggio. Come tutte le altre è riconosciuta in teoria — sulla carta. E per ora non può pretender di più.
Il medioevo ripiglia l'amore sessuale a quel punto in cui l'ha lasciato l'antichità; all'adulterio. Già descrivemmo l'amore cavalleresco che inventò i Tagelieder: le canzoni del mattino. Da questo amore, che tende a violare il matrimonio, sino a quello che deve fondarlo, c'è un bel tratto che la cavalleria non correrà mai tutto intiero. Se anche dai frivoli Provenzali passiamo ai virtuosi Tedeschi, troviamo nel poema dei Nibelungi che, benchè Krimhilda nel suo segreto sia innamorata di Sigifredo quanto questi di lei, basta che Gunther le accenni di averla giurata a un cavaliero, che neppure le nomina, perchè essa risponda: «Non occorre pregarmi; io sarò sempre ciò che voi comandate; e a quell'uomo, che Voi, Signore, mi darete per marito, mi fidanzerò volontieri.» Neanche le balena che il suo amore possa in alcun modo meritare considerazione. Gunther chiede la mano di Brunechilde, Etzel di Krimhilda, senz'averle mai viste; del pari, nella Gutrun, Sigibante di Irlanda chiede sposa la norvegese Uta, Hetel di Hegelingen chiede Ilda d'Irlanda, e finalmente Sigifredo di Morland, Hartmut di Ormania e Herwing di Zelanda chiedono la mano di Gutrun; e qui solo avviene che questa si decida spontaneamente per l'ultimo. Di regola, la sposa del giovane principe è scelta dai suoi genitori, se viventi, se no da lui stesso ma dietro il parere dei grandi feudatari, che ha sempre un gran peso. Nè può essere altrimenti, dacchè pel cavaliere o pel barone, come per lo stesso principe, le nozze sono un atto politico, un occasione d'ingrandirsi il potere con nuove alleanze; l'interesse della casa, non il capriccio dell'individuo, è ciò che decide. E come mai dunque spetterebbe all'amore di dire l'ultima parola?
Non diverso era il destino dei cittadini stretti in corporazione nelle città medioevali. I privilegi stessi che li proteggevano, quei regolamenti corporativi pieni di clausole, le barriere artificiali che li dividevano legalmente, quà dalle altre corporazioni, là dai compagni della stessa corporazione, altrove dai garzoni e dagli apprendisti, limitavano ancor più la cerchia già abbastanza angusta, entro la quale essi potevano cercarsi una sposa conveniente. E quale fosse fra tutte la più conveniente, decideva inappellabilmente, in cotesto complicato sistema, non già il loro gusto individuale, ma l'interesse della famiglia.
Così le nozze, dalla loro origine sino alla fine del medio evo, rimasero sottratte, nella immensa maggioranza dei casi, alla decisione degl'interessati. Da principio si veniva al mondo già conjugati con un intero gruppo dell'altro sesso. Nelle forme successive del connubio per gruppi, probabilmente il sistema rimase quello, ma i gruppi andarono sempre restringendosi. Nel connubio sindiasmico è regola che le madri negoziino i maritaggi dei figli; anche allora il criterio è la ricerca di vincoli di parentela, che procaccino alla giovane coppia una posizione più forte nella gente e nella tribù. E allorchè, col prevalere della proprietà privata sulla proprietà comune e cogli interessi successorii, trionfarono il diritto paterno e la monogamia, allora per la prima volta le nozze subirono l'imperio assoluto delle preoccupazioni economiche. Cessò la forma del matrimonio per compra, ma la cosa rimase sempre più quella stessa, talchè non la sola donna, ma anche l'uomo ebbe un prezzo — non in ragione delle qualità personali, ma in ragione de' suoi beni. In pratica e sin dalle origini, era cosa affatto inaudita fra le classi dominanti che la simpatia mutua degli interessati potesse essere il motivo prevalente delle nozze: ciò non avveniva che nei romanzi, oppure fra le classi oppresse che non contavano affatto.
Tali le condizioni che trovò la produzione capitalistica, allorchè questa, dall'epoca delle scoperte geografiche, si apparecchiò, col commercio internazionale e con la manifattura, a conquistare il dominio del mondo. Si dovette pensare che questa maniera di connubii le fosse la più conveniente, e realmente lo fu. E tuttavia — oh! imperscrutabile ironia della storia! — era essa medesima che doveva aprirvi la breccia decisiva. Tutto trasformando in merci, essa dissolvette tutti i vecchi rapporti tradizionali, e al costume ereditato, al diritto storico, sostituì la compra e la vendita, il «libero» contratto. È questa la constatazione che, credendo d'aver fatta una grande scoperta, annunciava il giurista inglese H. S. Maine, dicendo che tutto il nostro progresso sulle epoche passate consiste nell'esserci elevati from status to contract, quanto dire da istituzioni ereditarie a uno stato di cose liberamente consentito; ma essa, in quanto è vera, si trovava già nel Manifesto dei comunisti.
Senonchè, per contrattare, converrebbe poter disporre liberamente di sè, delle proprie azioni e de' proprii beni, e godere uguaglianza di diritto cogli altri contraenti. Creare persone «libere» ed «eguali», fu appunto uno dei cómpiti principali della produzione capitalistica. Benchè da principio ciò avvenisse in modo semicosciente e per giunta sotto un involucro religioso, pure la riforma luterana e calvinista fissò la massima, che l'uomo non è del tutto responsabile dei suoi fatti se non li compie con piena libertà di volere, e che è dovere morale resistere contro qualsiasi coazione ad azioni immorali. Ma come porre ciò d'accordo con la pratica delle nozze invalsa fino allora? Le nozze, nel concetto borghese, erano un contratto, un negozio giuridico, e il più importante di tutti, perchè disponeva, per tutta la vita, del corpo e dello spirito di due esseri umani. Formalmente esse erano libere, esigendosi il consenso degl'interessati; ma si sapeva troppo bene come questo consenso si otteneva, e quali erano i veri contraenti. Or se, ad ogni altro contratto, richiedevasi una reale libertà di decisione, perchè non la si richiedeva per le nozze? Non avevano dunque i due giovani fidanzati il diritto di disporre liberamente di sè, del loro corpo e dei suoi organi? Non era forse venuto di moda l'amore sessuale, grazie alla cavalleria, e, di fronte agli adulteri amori di questa, non era l'amore coniugale la sua vera forma borghese? Ma, se il dovere dei coniugi era di amarsi, non era forse con altrettanta ragione il dovere degli amanti quello di sposarsi fra loro e non con altri? Non era superiore, questo diritto degli amanti, a quello dei genitori, dei parenti e degli altri tradizionali paraninfi e mezzani di nozze? Se il libero esame personale era francamente ammesso come diritto individuale nella Chiesa e nella religione, come poteva esso venir meno innanzi all'intollerabile pretesa della vecchia generazione di disporre del corpo, dell'anima, della fortuna, della felicità e dell'infelicità della generazione più giovane?
Tali questioni ben dovevano venir poste in un tempo che rallentava tutti i vecchi vincoli sociali e scuoteva tutti i concetti tradizionali. Il mondo si era, d'un colpo, decuplicato; non più un quarto di emisfero, ma l'intero globo terraqueo si spiegava davanti agli europei occidentali, che si affrettavano a prendere possesso degli altri sette quarti. E come i vecchi angusti limiti della patria, così cadevano le frontiere millennarie imposte al pensiero dal medio evo. All'occhio esterno come all'occhio interno dell'uomo si apriva un orizzonte infinitamente più vasto. Che importavano il decoro e l'onorevole privilegio corporativo, trasmesso di generazione in generazione, al giovane cui allettavano le ricchezze delle Indie, le miniere d'oro e d'argento del Messico e di Potosi? Fu questo il tempo dei cavalieri erranti della borghesia; ebbe ancor essa il suo romanticismo e i suoi delirii amorosi, ma su piede borghese e con fini essenzialmente borghesi.
Così avvenne che la nascente borghesia, massime dei paesi protestanti, nei quali fu più scossa la tradizione, riconobbe sempre più anche pel matrimonio la libertà del contratto, applicandola come si è detto. Il matrimonio restò matrimonio di classe, ma entro la classe fu concesso agli interessati un certo grado di libertà di scelta. E sulla carta, nelle teorie morali come nelle descrizioni poetiche, nulla fu più inconcusso della tesi, che è immorale ogni matrimonio non fondato sull'amore sessuale reciproco e sull'accordo veramente libero degli sposi. Insomma il matrimonio d'amore fu proclamato un diritto umano, e non solo un droit de l'homme, ma anche, per eccezione, un droit de la femme.
Ma v'era un punto nel quale questo diritto umano distinguevasi da tutti gli altri cosiddetti diritti umani. Mentre questi, in pratica, erano limitati alla classe dominante, alla borghesia, e direttamente o indirettamente sequestravansi al proletariato, qui sogghigna un'altra volta l'ironia della storia. La classe dominante rimane dominata dalle note influenze economiche e solo in casi eccezionali contrae matrimonii veramente liberi, mentre questi nella classe soggetta sono, come vedemmo, la regola.
La completa libertà delle nozze non può quindi, in generale, aver luogo se non quando l'abolizione della produzione capitalistica e dei rapporti di proprietà da essa creati, abbia tolte di mezzo tutte le preoccupazioni economiche che ancor dominano così potentemente la scelta degli sposi. Solo allora rimarrà, unico motivo, la mutua simpatia.
Or, poichè l'amore sessuale è di sua natura, esclusivo — sebbene oggidì questo esclusivismo non si avveri frattanto che nella donna — il connubio fondato sull'amore sessuale è, di sua natura, connubio individuale. Vedemmo quanta ragione aveva Bachofen di considerare il progresso dal connubio per gruppi al connubio individuale come l'opera sopratutto delle donne; solo il passaggio dal connubio sindiasmico alla monogamia è dovuto agli uomini; e, storicamente, esso sopratutto peggiorò la condizione delle donne e agevolò la infedeltà degli uomini. Se ora cesseranno anche le preoccupazioni economiche, per le quali le donne devono tollerare quest'abituale infedeltà degli uomini — la preoccupazione per la propria esistenza e, più ancora, per l'avvenire dei figli — la conseguente eguaglianza della donna spingerà assai più, se dobbiamo affidarci a tutta l'esperienza del passato, gli uomini a diventare realmente monogami, che non le donne a diventare poliandre.
Ma ciò che decisamente sparirà dalla monogamia saranno tutti quei caratteri che le impresse l'origine ch'essa ebbe dai rapporti di proprietà, e cioè, in primo luogo, il predominio dell'uomo, e, in secondo luogo, l'indissolubilità. Il predominio dell'uomo nel matrimonio non è che la conseguenza del suo predominio economico, e cade con questo. L'indissolubilità del matrimonio è in parte effetto della condizione economica onde nacque la monogamia, in parte tradizione del tempo in cui il nesso di questa condizione economica con la monogamia era ancora mal compreso e spinto all'estremo dalla religione. Già oggi essa subì mille strappi. Se è morale soltanto il matrimonio fondato sull'amore, sarà del pari morale soltanto quello in cui l'amore persiste. La durata dell'amore sessuale individuale è molto diversa secondo gli individui, massime negli uomini, e se esso positivamente vien meno, o una nuova passione gli subentra, il divorziare diventa un benefizio per entrambe le parti come per la società. A che prò impantanarsi per questo in un processo di separazione?
Ciò che noi dunque possiamo oggi congetturare sull'ordinamento dei rapporti sessuali, che seguirà al non lontano tramonto della produzione capitalistica, è sopratutto d'indole negativa, e si limita principalmente a ciò che sarà eliminato. Ma e quello che verrà in appresso? Ciò sarà deciso dopochè una nuova generazione sarà cresciuta; una generazione di uomini che mai nella vita non si siano trovati nel caso di acquistare i favori di una donna per danaro o con altri mezzi di coazione sociale; e una generazione di donne che mai non si siano trovate in condizione nè di doversi dare ad un uomo per altri motivi che di un vero amore, nè di doversi ricusare a colui che amano, per timore delle conseguenze economiche. E quando tal gente sarà nata, certo sarà l'ultima delle sue inquietudini quella di sapere che cosa noi almanaccammo ch'essa avesse da fare; essa si creerà da sè la propria condotta e un'opinione pubblica foggiata sopra questa per giudicare la condotta dei singoli. E basti di ciò.
Ritorniamo ora a Morgan, dal quale ci siamo un bel po' dilungati. L'indagine storica delle istituzioni sociali, sviluppatesi durante l'epoca civile, esorbita dal quadro del suo libro. Le sorti, quindi, della monogamia durante questo periodo poco lo preoccupano. Anch'egli, nell'ulteriore sviluppo della famiglia monogamica, vede un progresso, un'approssimazione alla completa eguaglianza di diritto dei sessi; tale scopo non gli sembra raggiunto. Ma, egli dice, «se si riconosce il fatto che la famiglia ha percorso successivamente quattro forme, e trovasi ora in una quinta, nasce il problema se questa forma durerà anche in avvenire. L'unica risposta possibile è questa, che essa deve progredire come progredisce la società, modificarsi a misura che questa si modifica, il tutto come sinora. Essa è la figlia del sistema sociale e deve rifletterne lo stato di civiltà. Poichè la famiglia monogamica si è migliorata dal principio dell'epoca civile, e sopratutto nei tempi moderni, si può almeno presumere che essa sia capace di ulteriore perfezionamento, sino a raggiungere l'eguaglianza dei sessi. Se in un lontano avvenire la famiglia monogamica non dovesse più corrispondere alle esigenze della società, è impossibile predire la natura di quella che verrà in sua vece.»