Casa di Mènecle. Sala aperta comune (προστάς o παστάσ) che dà sul peristilio; riccamente dipinta e decorata con ricco mobilio. A destra le colonne del peristilio che supponesi aprirsi da questo lato, e immettere per le quinte di destra agli ingressi esterni; a sinistra l'ingresso dal metaulo che immette alle stanze interne del gineceo. Nello sfondo altra porta che mette alla stanza da letto θαλαμος. Nell'angolo a sinistra della sala, il piccolo altare domestico. Una panòplia è appesa alla parete.
Aglae e Tratta.
(Aglae traversa rapidamente la scena, dalla porta laterale di sinistra, quella del gineceo, alla porta di mezzo ch'è nello sfondo: a mezza via si arresta, e chiama forte.)
Agl. Tratta!
Tr. (affacciandosi dalla porta di sinistra) Padrona!
Agl. Appena vien Fània da mio marito, avvertimi. Va! (Tratta rientra). E dunque... Fània, da fratello affettuoso, compiangendomi, pensa a parlare per me; Mènecle, da marito magnanimo, compiangendomi, pensa a liberar me; Cròbilo, da amico leale, compiangendomi, pensa a consolar me. E se Aglae la compianta li burlasse tutt'e tre? (esce per la porta di mezzo).
Mènecle e Blèpo.
(Mènecle leggendo una carta, seguito da Blèpo, entra dal peristilio a destra).
Mèn. (leggendo) «Scegliere fra essere o non essere. O si è marito o non si è. Se essere non volevi, non dovevi diventarlo». Ma bravo, per Giove, mio cognato Fània! Platone non avrebbe ragionato meglio! (si volge a Blèpo) E che t'ha detto Fània nel darti questa?
Bl. Che ripassava.
Mèn. Che ombra fa?
Bl. Un piede[153].
Mèn. Oh, oh! quasi mezzodì! Sarà qui a momenti. Va. (lo richiama) Aspetta. Ed è tornato, n'è vero, in mia assenza, Elèo?
Bl. No.
Mèn. Come no? e queste carte? chi te l'ha date?
(Accennando altre carte che ha in mano).
Bl. Lui.
Mèn. Quando?
Bl. Stamattina.
Mèn. Dove?
Bl. Qui.
Mèn. Dunque è venuto, imbecille!...
Bl. Grazie.
Mèn. (impazientito) È venuto sì o no?
Bl. Venuto sì, tornato no.
Mèn. (lo guarda sorpreso) Eh?...
Bl. (con far grave e sentenzioso) Venire non è lo stesso di tornare. E se uno viene, non torna. E se uno torna, non viene. Però si può dire: In questo suol vengo e ritorno, come Eschilo fa dire ad Oreste esule[154].
Mèn. (guardatolo attonito, se gli appressa, tra serio e canzonatorio) Bravo!... E, dimmi in grazia... dove e quando hai imparato queste belle cose?...
Bl. (con gravità) Ieri, passando dal Liceo, da uno di quei filosofi che ci stanno. E delle altre cose ancora...
Mèn. (ironico) Ah!... sei divenuto un savio... dunque?
Bl. (sentenzioso) No, padrone. Perchè ciò che diviene non è[155], e non può essere nel momento che diviene: altrimenti, se fosse già, non diverrebbe, o, se diviene, diviene un'altra cosa: e quello che è, se potesse divenire, allora l'essere diventerebbe eguale al non essere, mentre il non essere è diverso dall'essere, come dice Ercole in Euripide[156]. E per scegliere quindi fra l'essere...
Mèn. (continuando ironico) ... e il non essere... Ferma un momento. E dimmi un po'... hai scopato le stanze stamane?... e la casa è all'ordine?... è?
Bl. Sicuro che è.
Mèn. (fissandolo) Ma potrebbe anche non essere, visto come impieghi il tempo. Vedi questo? (gli mostra un grosso bastone) Cosa credi che sia? essere o non essere?
Bl. (tirandosi a rispettosa distanza) Vedo. È un bastone... è...
Mèn. Ne convieni? Ebbene, se ti sento fare ancora di queste scoperte, e bazzicar quei galantuomini che mangiano fichi nel Liceo[157], questo, che è un bastone, ti annunzio che può divenire uno spianatoio per le tue spalle, pur non cessando di essere un bastone. M'hai inteso?
Bl. Perfettamente.
Mèn. Vedi che lo sei, un savio!... Va.
(Blèpo esce, facendo comiche smorfie).
Mènecle solo.
Per gli Dei e per i démoni!... L'amico Isocrate ha ben ragione di pigliarsela con que' maledetti sofisti![158] Ancora un po' e questo mariuolo mi rifaceva la lezion di Fània! (passeggia su e giù) Del resto, mio cognato non potea venir in mezzo più a proposito. Tanta fatica di meno. La cosa va più liscia che non avrei sperato... Oh eccolo!...
Mènecle e Fània.
Fàn. Buon dì, Mènecle...
Mèn. Salute, cognato mio... (disinvolto) Sicchè tu vieni a dirmi che hai scoperto che tua sorella non è felice con me, e a rimproverarmi...
Fàn. (impacciato) Non a rimproverarti... Ma se felice ella sia, domandalo a te stesso, alla tua coscienza...
Mèn. (disinvolto) Ben detto!... E dimmi: perchè non l'hai domandato tu prima... alla gran madre... alla natura?
Fàn. Mènecle!
Mèn. Ah tu credevi che il vecchio Mènecle, un cittadino pieno di meriti...
Fàn. Oh certamente...
Mèn. Grazie. Vedi che andiam d'accordo... un cittadino pieno di grandi meriti, noti a tutta Atene (si interrompe sospirando comicamente) — da dieci olimpiadi! — avesse a dare, a una giovinetta di diciott'anni, le emozioni che tu dài alla tua Crìside, ammannendo alla di lei fantasia... i suoi grandi meriti per imbandigione!?... Bel pasto!... e sostanzioso... per una mensa coniugale!
Fàn. Questo io non dissi... ma...
Mèn. Ah! c'è un ma...
Fàn. Ma io sperai che non per nulla, sulla soglia della tua casa, il giorno che Aglae vi entrò, stessero appese, in lieto augurio, le ghirlande di antico alloro intrecciate alla giovane édera: e che in quel dì non fossero indarno comparse le due cornacchie all'altare. Vi hanno premure delicate, cure affettuose, conforti... che anche un uomo...
(Fa pausa come cerchi la parola).
Mèn. Tira via... Di' pure... maturo. Sono stato in Sicilia con tuo padre...
Fàn. Ebbene sì... che anche un uomo... inoltrato sul cammino del tempo...
Men. (Ama le perifrasi!)... Grazie...
Fàn. ... al pari degli altri può, e più degli altri, deve dare ad una giovane compagna; e che potrebbero compensarla...
Mèn. (prosegue ironico la frase) ... di quell'altre che le mancassero. Benissimo. E insomma...
Fàn. (impazientito) Oh insomma io dico che tu trascuri Aglae. Non hai premure per lei. Aglae non è contenta. Aglae non è felice...
Mèn. (a parte sospirando) (Pur troppo!)
Fàn. E non è questo che sperava mio padre, non è questo che speravo io...
Mèn. Già, già! lo so, quello che tu credevi, che tu speravi. Tu speravi che io rinnovassi il miracolo di Jolao, quando nel furor della battaglia ricuperò le forze giovanili[159]. Speravi che Giunone Nuziale non si pappasse i sagrifici a ufo, e bastassero i cestelli di fichi a portar nella casa nostra le gioje, e bastasse la focaccia di sésamo a portarvi la fecondità![160] Speravi che io ti facessi zio di una bella corona di nipotini, di amorini vispi, ricciutelli, paffutelli, per indennizzarti di quelli che ancora aspetti dalla tua Crìside... dopo dieci mesi che l'hai sposata. Uh vergogna! vergogna!...
Fàn. Ma io ti dirò...
Mèn. (interrompendolo) Ma io ti dirò che il padre di Crìside, quando te l'ha data, ha ben pronunciato le parole sacramentali: Ti consegno mia figlia, perchè ne nascano figli legittimi:[161] e tu l'hai promesso e giurato. Aglae, quando io la sposai, era orfana, e quindi io... quella promessa non l'ho fatta a nessuno.
Fàn. (risentito, accorgendosi dell'intonazione comica di Mènecle) Mènecle! ti prego, per Giove! di cessare lo scherzo...
Mèn. Sì, giusto, invoca Giove, ch'è il custode de' giuramenti. Te la darà lui... Ma vedi, bizzarria de' giudizi!... Il buon Mènecle, quell'asino di Mènecle, tra sè e sè, avea pensato: Che cosa mai di bello può fare un marito vecchio in casa di moglie giovane?! Che cosa di bello può mai, se non lasciarle mancare quel meno che è possibile, e starle, quel più che è possibile, fuori dei piedi? O dovrà trastullarsi a provarle indosso la veste color di croco e gli stivaletti regalatile per la festa della Dea? Sarebbe, qui tra noi, amareggiarle il regalo. O farle delle mani arcolaio e reggerle i fili di lana, intrattenendola di quel che s'è discusso nell'assemblea e sotto i portici? Anche Ercole filava per Onfale, ma era giovine, ed era Ercole: e pure Onfale ci si annoiava. Non resterebbe che raccontarle ancora la mia campagna di Sicilia di 36 anni fa, e la battaglia di Catania, e la strage al passaggio del fiume Asinaro, e come innanzi di arrendermi ammazzai quattro nemici, e come fummo rinchiusi nelle Latòmie e come scappai... Ce n'è per tre sere... e poi? a furia di raccontargliela, mia moglie la sa a memoria. Un giorno, per cambiare, mi provai a rifarle la storia, e cominciai: Appena fummo arrivati sulla riva del fiume... lei non mi lascia finire e impazientita tira via: «Appena foste arrivati sulla riva del fiume, le retroguardie avvisarono la presenza di un nugolo di nemici; Nicia passò a cavallo sulla fronte delle schiere, le trombe risonarono...» e patatì... e patatà... la sapeva meglio di me. Ma che stizza, che stizza, ci metteva!... Quando arrivò al punto della fuga dalle Latòmie, ho avuto fin paura che pel dispetto vi appiccicasse una variante e invece di farmi fuggire, la mi facesse prendere e accalappiare!... (pausa, indi sospirando) Eh, forse per lei sarebbe stato meglio!
Fàn. Mènecle, tu sei proprio ingiusto verso Aglae. Io so che ella ti stima... e...
Mèn. (rompendogli la parola in bocca) E gli Dei glie ne daranno merito. Alle corte. (con accento reciso) Tu non puoi dirmi nulla ch'io già non sappia e non vi puoi aggiungere che delle sciocchezze. Io ho fatta una corbelleria, e tu vieni a dirmene cento. Ma io posso disfare la mia, e tu puoi risparmiare le tue. L'arconte pronuncierà il divorzio...
Fàn. (vivissimo, stupefatto) Che?!...
Mèn. Ell'era, per legge, in tua balìa avanti le nozze. Tu sei il guardiano della felicità sua. Aglae da te l'ebbi. Ridomandala tu[162].
Fàn. Io?... mai!
Mèn. E allora... (se gli appressa grave, severo) con che cuore e perchè me la accordasti?
Fàn. (imbarazzato) Perchè tu lo sai... fu l'ultimo desiderio del padre nostro...
Mèn. E perchè Mènecle era ricco e liberava innanzi alla legge te dal peso della custodia e della dote. (moto di Fània che Mènecle calma col gesto) Non siam noi soli vecchi gli egoisti!... E non per nulla i vegliardi ritornan qualche volta fanciulli[163]. Che meraviglia, se anche al povero Mènecle, a cui, con tutta la sua sapienza, passano ancora alle volte, di sotto ai capelli bianchi, certe ubbìe giovanili, che meraviglia se al povero Mènecle un lampo di distrazione... di reminiscenze... in ritardo, abbia offuscato un istante il cervello? Ma tu che fanciullo non sei, tu nella età che sente la voce della natura e i bisogni della gioventù — e ci hai pensato per tuo conto — potevi ben pensarci anche per tua sorella! e difendere lei contro lo sbaglio di tuo padre... e me contro me stesso.
Fàn. Ma ti giuro per gli Dei che se...
Mèn. Non incomodare gli Dei! Aspetta: tu mi giuri che gli Dei vogliono l'obbedienza ai genitori. E per questo, ti sei sposata bravamente la tua Crìside, di cui eri innamorato come un gatto, disobbedendo a tuo padre che voleva accasarti colla figliuola di Eufrànore. Agli Dei certamente ti sei riservato di chiedere della disobbedienza perdono. Poichè, tanto, dovevi domandargliela per una, non disturbavi Giove di più, a far la domanda per due. A questo, allora non ci hai pensato: ora, ti vengono gli scrupoli. E poichè la tua Aglae la vuoi felice, trovi giusto che in premio della sua virtù, ella consumi il caro fiore de' verdi anni con chi felice non la può rendere!...[164]. (con forza) Questo tu trovi giusto... e vai nell'Elièa a far da giudice! Io no! e s'ebbi un torto verso quella fanciulla, saprò ripararlo... per tutti gli Dei! (calmandosi e asciugandosi la fronte) Fai tirar giù dall'Olimpo gli Dei anche a me!
Fàn. (vedendo Mènecle riscaldarsi, impressionato dalle sue parole, gli parla affettuoso e pacato) Mènecle, io sarò stato ingiusto: tu però ora lo sei con te stesso. Se torto vi fu nel passato, in faccia a mia sorella, fu mio: ma tu che di Aglae e della sua felicità ti dai pensiero, pensi tu che ella, così fiera, sarà più felice, il giorno ch'ella vedrassi restituita la sua libertà a prezzo di un affronto al suo amor proprio? e che il divorzio non chiesto da lei avrà dato il suo nome in pasto alla maldicenza della città?...
Mèn. Sì... se non chiesto da lei... Ma e chi... (si appressa a Fània e continua, dopo una pausa, a bassa voce) chi impedisce a lei di chiederlo?... E a te di suggerirglielo?...
Fàn. (esitante e sorpreso, quasi in nube indovinando il pensiero di Mènecle) Che?... e tu credi...
Mèn. Io credo che Giove non m'abbia permesso di salvar Epònimo dal carcere di Siracusa, per far della mia casa un carcere a vita alla sua figliuola. Oh, Fània, la vecchiaia è incresciosa a sè stessa, ma lo è ai giovani doppiamente. Capisco la legge di quei di Ceo[165] che davano ai vecchi la cicuta per fare ai giovani un po' di posto. Io, della cicuta, per ora... faccio anche senza: ma se ai canuti la solitudine è triste, meglio per Mènecle il vivere infelice da solo, senza il rimorso che per sua colpa si viva infelici in due...[166].
(Tanto Mènecle che Fània son commossi).
Fàn. (stringendogli la mano) O Mènecle! Se Aglae sapesse...
Mèn. Aglae non dee saper nulla. Sicchè le consiglierai di andar dall'arconte?[167]. Parlerai ad Aglae?...
Mènecle, Fània e Aglae.
(Aglae si è già affacciata alla soglia verso la fine della scena precedente ed udendo parlar di lei si è ritratta indietro. Si avanza alle ultime parole di Mènecle).
Agl. Di che?...
Mèn. e Fàn. Lei!...
Fàn. Buon dì, Aglae.
Mèn. (imbarazzato, cercando darsi aria disinvolta) Oh, la nostra Aglae!... (a Fània sottovoce) (Zitto ora!)
Agl. La nostra Aglae, a quanto sembra, vi dava materia a discorrere. Cercavate la pesta del lupo...[168] ed è presente.
Mèn. (scherzoso, cercando sviare il discorso) Eh, se tutti i lupi fossero come te, Atene non li perseguiterebbe tanto...[169].
Agl. (fra sè) (Voltan discorso! Soverchiar Aglae! la vedremo!) Sei gentile, Mènecle, stamattina...
Mèn. Eh, ti pare? Sicchè...
Agl. (a Fània) Sicchè di che cosa avevi a parlarmi?...
Fàn. (imbarazzato, mentre Mènecle gli fa gesto di tacere. Aglae finge di non accorgersene) Oh, cose da nulla...
Agl. (volgesi a Mènecle, con accento vibrato, insistente) Di che aveva egli a parlarmi?...
Fàn. Oh nulla!... Avevo espresso qui a Mènecle il desiderio che tu venissi a teatro nelle prossime feste Lenée. Sai, concorreranno, per le tragedie, Sofocle il giovine e il nipote di Eschilo, Astidamante...
Agl. (ironica) Ah...
Mèn. (confermando) Già...
Fàn. Tuo marito mi faceva delle obiezioni: e che forse per quel giorno non avrebbe potuto...
Mèn. Appunto...
Agl. (interrompendo, con accento vibrato) Non è vero!
Mèn. (per cavar l'altro d'imbarazzo) Ma lascia andare! non vedi che scherza!... Se gli avevo già detto di sì! Lo pregavo a chiederti se volevi andare con lui in compagnia di Crìside...
Agl. (con forza) Non è vero! Ah, insomma volete finirla di infilzar bugie?
Mèn. (fra sè) (Non c'è verso! Saltiamo il fosso!) Ebbene, poichè vuoi saperlo a tutti i costi, tuo fratello, qui presente, mi rimproverava che io ti trascuro un po' troppo...
Agl. Ah!... (guardando alternativamente Fània e Mènecle a cui rivolge la parola) È qui tutto?... E... d'altro?
Mèn. Che tu meni, per cagion mia, vita triste... che io non sono un marito adatto per te...
Fàn. Oh questo poi!...
Agl. (a Fània) Questo gli hai detto? E fai di queste scoperte? E il dì che seguisti il mio cocchio di nozze conducendomi qui, non hai ordinato di dar di volta ai cavalli?[170] M'avevi allora in tua autorità e non ci hai pensato: oggi più non mi hai... e te ne occupi?...
Fàn. (sorpreso, fra sè) (Così ora parla? Chi più la capisce?)
Agl. (a Mènecle) E tu... che gli hai risposto?
Mèn. Io... io... gli ho risposto che... veramente... come fratello, non ha tutti i torti... che però... il torto mio...
Agl. (energicamente interrompendo) E chi, per le Dee, e con che diritto, ha pensato a fartene? Mio fratello forse?... (a Fània) E chi t'ha incaricato?
Fàn. (impacciato) Nessuno... ma il mio amor di fratello...
Mèn. (passando vicino a Fània, rapido e sottovoce) Bravo! bravo! dài sotto!...
Agl. Amor di fratello?... Tardi lo senti...
Fàn. Presto o tardi, — è un fatto che non vi vedete quasi mai, peggio che foste due coniugi spartani; che tu stai chiusa, sola, tutto il giorno, lui quasi tutto il giorno fuor di casa...
Agl. E che? è forse mio marito un uomo infermo, un uomo invalido, un uom decrepito...
Mèn. (dà un balzo per sorpresa) (Eh!?... che cosa dice?) (vorrebbe, tra il serio e il comico, objettare qualcosa ad Aglae, che non gliene dà il tempo) Ecco... veramente...
Agl. (rompendogli la parola e proseguendo il parlar con Fània) ... sì... è forse un uom decrepito, che debba serrarsi in casa a far la guardia alla moglie da mattina a sera, come quei mariti imbecilli che rubano ad Argo il mestiere, e trovano così il modo più sicuro di rendersi alle mogli odiosi e insopportabili?[171].
Mèn. (a sè) (Ah! volevo dire! ha gusto ch'io stia via!).
Agl. E credi tu, figlio di Epònimo, che la figlia di Epònimo sarebbe contenta, mentre Atene ha tanto bisogno di lui, di vederselo tutto il dì ai fianchi...
Mèn. (fra sè ribadendo maliziosamente) (Si tradisce!...)
Agl. ... occupato nel gineceo a filar lana o a contar storielle milésie alle fantesche? Credi ch'ella andrebbe superba, mentre i tempi per la città si fan scuri, del vederlo sotto i propri occhi sciupar negli ozî femminili il vigore del braccio e della mente, quel che gli resta del fiore dell'età?
Mèn. (gesto comico di sorpresa) (Eh!) (ad Aglae) Ecco... veramente... puoi dire un fiore... stagionato... Proprio, precisamente, un giovane di primo pelo non sono...
Agl. (interrompendolo) E per questo mi sei caro...
Mèn. (la guarda trasecolato, poi scotendo il capo) (Non capisco più!).
Agl. (rincalzando) Bella cosa, al confronto di costoro, i giovani della giornata! Bella gioventù da innamorar donne libere![172]. Agatòne, Dìnia, Stefano, Dercillo! azzimati, unti, leccati, dinoccolati, cascanti[173], non san far altro che studiar le pose quando camminano e quando stan fermi, e andar in giro con cicale in testa e specchietti indosso e boccettine di Tùrio, che puzzano di profumerìa lontan due stadî; e prendono i bagni caldi e si coprono di pelliccie di Sardi per ripararsi dai primi freddi, e passano tutto il dì e la notte per le bische e nelle case delle danzatrici e suonatrici di flauto; smorti per le lascivie e per le orgie, consunti, fracidi a vent'anni; poi, a sentirli discorrere a teatro o per le vie, impertinenti, presuntuosi, ignoranti come Libétrj, imbecilli più di Margìte che aveva studiato tante cose e non ne sapeva nessuna...[174].
Mèn. (fra sè) (Qui ha ragion da vendere...)
Agl. (proseguendo senza interruzione e con energia) ... E sono i giovani eroi che gloriosamente poi scapparono a Neméa ed a Coronéa! Ma quando Atene fu nel bisogno, e volle salvi i suoi Dei e le sue donne, ci vollero questi (batte sulla spalla di Mènecle) per cacciare i trenta tiranni e gli Spartani, e per liberare la città![175].
Mèn. (fra il comico, il modesto e il commosso) Grazie, grazie! (a sè) (Come parla! proprio figlia di suo padre!... Ed io avere il coraggio di sacrificarla!... Ohibò!).
Agl. (si volge a Fània, parlandogli più calma) Hai visto, o Fània, i nuovi oboli di rame? Son nuovi di conio e biondi, lucidi che sembran d'oro... pur guarda come han pessima la impronta! Osserva invece le vecchie dramme di argento del Làurio: sono usate, ma non adulterate, e serban la impronta stupenda e resistono al suono... La stessa differenza, fa conto, è oggi, in Atene, fra le vostre zazzere bionde... e queste barbe d'argento...[176].
Mèn. (comico, guardando Fània con sussiego d'approvazione) Già!
Fàn. (attonito fra sè) (O sta a vedere che se n'è adesso innamorata!).
Agl. O Mènecle, io ho visto sul tuo petto le tue superbe cicatrici: esse valgono meglio delle bellezze di Antìnoo...
Mèn. (sorpreso, e pur con comica modestia compiacendosi) Eh? questo poi...
Agl. (proseguendo, a Mènecle) Io ho letto il tuo ultimo discorso all'assemblea: quanto cuore, quanto fuoco, quanto slancio giovanile! Chi di quei giovani sarebbe stato capace di farlo?
Mèn. Oh, Elèo, per esempio...
Agl. (nella foga del dire, resta al nome di Elèo improvvisamente interdetta e lì per lì s'interrompe: poi, padroneggiandosi, ripiglia) Sì... forse Elèo... Intanto oggi tutta Atene, o Mènecle, è piena del tuo nome, ed io ne vado superba, come se parte della tua gloria si riflettesse sopra di me. Oh, grazie (con effusione stringendogli la mano che egli commosso si lascia prendere) per questo conforto che mi dai...
Mèn. (sospirando, e come meditando il senso dell'ultime parole di Aglae) (Conforto! Ah sì, ne ha bisogno! povera fanciulla!...).
Agl. (proseguendo affettuosa e tenendo nella sua la mano di Mènecle) Ti ricordi le parole che ti disse mio padre: «Tu sarai l'olmo che proteggerà la giovane édera...»
Mèn. (comicamente sospirando e guardando in aria) Un olmo antico!...
Agl. (ribattendo subito) ... e perciò robusto.
Mèn. (sottovoce a Fània, dandogli di soppiatto un forte pizzicotto) Ma parla un po' anche tu...
Fàn. (strillando) Ahi! ahi!...
Agl. (che s'è accorta, sorridendo a Fània) E se robusto non fosse, ti farebbe strillare in quel modo?...
Fàn. (irritato dal pizzicotto e prorompendo) Sì, strillo, perchè tu ti lamenti in cuor tuo e poi qui adesso, in sua presenza, per generosità lo difendi... e al modo ond'ei ti tratta, non lo merita, non lo merita, non lo merita!... E io sono una bestia a pigliarmela a petto e a perdere il mio tempo per buscarmi in compenso delle ramanzine!... Lamentati ancora! (ad Aglae) e aspetta ch'io me ne occupi un'altra volta!...
Agl. Oh, bravo, per Cerere! farai bene!...
Fàn. (ad Aglae stizzito) Tientelo, godilo il tuo Mènecle!... e amatevi sempre così, che gli Dei vi premieranno!... (a Mènecle passandogli vicino) (Già che andate così bene intesi, sbrigatevela da voi!...).
(Esce concitato, liberandosi da Mènecle che vorrebbe trattenerlo).
Mènecle e Aglae.
Mèn. (a sè) (Bravo!... e lascia me nelle peste!... Pure da qui bisogna uscirne. Animo Mènecle, sii onesto! (guardando Aglae, e parlando sempre fra sè) Dopo tutto quel bene che pensa di me, doppio obbligo di essere con lei galantuomo!).
Agl. (a sè) (Ora a noi! soverchiar Aglae!) (a Mènecle che passeggia borbottando) Mènecle!
Mèn. Che c'è?
Agl. Io ho preso le tue parti...
Mèn. (interrompendo, brusco) Hai fatto male.
Agl. Sarà. — ... e non ho voluto dirti nulla di sgradevole in presenza di mio fratello: ma tu sai che egli ha ragione... (accentando anche più) lo sai.
Mèn. (a sè) (Oh, ci mettiam bene!) Se lo dici, lo saprò...
Agl. (battendo sulle parole) Non saprò: lo sai. Tu fai peggio che trascurarmi...
Mèn. Eh?...
Agl. Tu fai peggio che lasciarmi sola: e il tuo tempo non lo dai tutto alla città.
Mèn. (O sta a sentire!) A chi?
Agl. Ieri fosti con Lisia, l'oratore, e con Neèra, la di lui amica, in casa di Filostrato Colonèo...[177].
Mèn. (È matta!... O sta a vedere, che per distrarsi, la si provasse a far la gelosa!... (fa un gesto vivo, come balenatagli improvvisamente un'idea) Buono!...) (ad Aglae con voce ferma) E che male ci sarebbe!... Può darsi! Si aveva a parlare io e Lisia di affari di Stato...
Agl. Ma Filostrato è scapolo; e Neèra non è uomo di Stato; e con Neèra ci erano due altre di lei compagne...
Mèn. Ah!
Agl. ... venute da Corinto...
Mèn. (casca dalle nuvole, ma cerca far il disinvolto) Può darsi.
Agl. ... e in casa degli scapoli, e in certe compagnie, è difficile trattar bene gli affari dello Stato; e alla sera ci fu banchetto; e i banchetti dove ci son di quelle donne finiscon tardi... (gesti di Mènecle sorpreso) ... e finiscon male...
Mèn. (disinvolto, c. s.) Può darsi...
Agl. (con forza) Ah? Ma può darsi che Aglae non ne sia contenta...
Mèn. (trasecolato, di sorpresa in sorpresa) (O spiriti! che diamine salta a costei?!)
Agl. (incalzando) Può darsi che Aglae se n'abbia a male! (con accento drammatico) Così impieghi, o Mènecle, i doni che gli Dei ti hanno dato?
Mèn. Eh? (Peccato che me li han dati da un pezzo!)
Agl. (proseguendo incalzante) Ah, lo so che la gloria di un nome ha sempre un fascino per le donne; lo so che le forestiere venute da Corinto sono curiose di conoscere questo Mènecle di cui si parla per Grecia; (continui segni di stupor comico di Mènecle, Aglae prosegue con simulata energia) ma io so anche quale fu il giuramento delle nostre nozze, e ti credevo, se non più fedele verso me che lo ebbi, più religioso verso gli Dei che lo hanno ascoltato!
(Va corrucciata a sedersi).
Mèn. (a parte) (Decisamente, è matta. Elleboro ci vuole.[178] (guardandola di sottecchi) Eppure... come è bella mia moglie quando è in collera!)
Agl. Tu non rispondi? Non rispondi?
Mèn. (a sè) (Tanto fa. Le discolpe le farem poi. È la via che se n'esce).
Agl. Il tuo silenzio... è eloquente. Ah, non basta, o Mènecle, andar illustre nella città, col nome scritto su la colonna![179]. Non bastano i meriti in faccia alla patria, quando in faccia ai domestici lari, oblii la santità delle sue leggi!...
Mèn. (Anche questo!) (si volta risentito, come risoluto a difendersi) Oh questo poi... (si reprime) (Se mi difendo, guasto).
Agl. (afferrando la sua interruzione) Questo poi è grave — volevi dire! E mentre io traggo sola le lunghe giornate nel ginecèo, pensando a ciò che farà Mènecle per la Repubblica, — Mènecle divide il tempo fra la Repubblica... e l'altre cure: e quando rientra ha sulla fronte le rughe...
Mèn. (a parte, comicamente) (Lo credo).
Agl. (completando la frase) ... le rughe dei grandi pensieri...
Mèn. (a parte, comicamente) (Un'attenuante...)
Agl. ... per nascondere tra le lor pieghe i rimproveri della coscienza: in casa degli altri, per le altre, i sorrisi, le carezze, i calici...
Mèn. (Cosa mi tocca sentire! Pazienza! siamo alla fine!)
Agl. ... le canzoni, le ghirlande convivali; per la povera Aglae non sorrisi, non ghirlande, non carezze: ma la solitudine, l'abbandono, la noia!... (prorompendo) Ah, no! per le due Dee! io non posso più vivere così...
Mèn. (Meno male. Al divorzio ci siamo).
Agl. No!... (proseguendo con più forza) no... io non posso più adattarmi a questa umiliazione...
Mèn. (Ci siamo! Va dall'arconte!...)
Agl. ... e io finirò con...
Mèn. (sospeso alle labbra di lei, aspettando la risposta ansioso) ... con...?
Agl. ... finirò... con... l'ammalarmi!... (Mènecle resta lì di botto, sconcertato) Oh, quanto sono infelice!...
(Dà in pianto, abbandonandosi sopra una sedia).
Mèn. (sorpreso, comicamente imbarazzato) Questa conclusion non m'aspettavo... Ohimè, che imbroglio!... Aglae!...
Agl. (senza rispondere, continuando a singhiozzare) Quanto sono infelice!...
Mèn. (Adesso fa piangere anche me!...) (seguitando a guardarla e parlando fra sè, le si appressa) No... senti Aglae...
Agl. (seguendo a singhiozzare) Lasciami... ho voglia di piangere...
Mèn. (osservandola) (Eppure... com'è bella mia moglie quando piange!...) (dà un sospiro lungo) (Eh! avessi cinque olimpiadi di meno!) (passeggia, poi si ferma, giungendo le mani al cielo) (O Nettuno marino!... Quale strega di Frigia o di Tessaglia mai, tirando il mio oroscopo, m'avrebbe detto: Mènecle, tu passerai per molte prove; scamperai dai campi di battaglia e dalle tempeste; dalle spade dei nemici, dalle calunnie dei sicofanti e dal morso degli oratori[180]; dai mostri del mare, dalle miniere e dalla schiavitù... e quando avrai il crine inargentato e il corpo stanco... farai piangere una donna... di gelosia!...) (seguita a guardarla di sottecchi) (Com'è bella!... Dopotutto, già... lo ha detto lei: appetto ai giovani della giornata...) (si dà un'occhiata alla persona, una guardatina in uno specchio, lisciandosi con compiacenza la barba) (noi possiamo passare per belli avanzi...) (si appressa ad Aglae e le parla amorevole, insinuante) Eppure, Aglae, se tu leggessi qui dentro, vedresti...
Agl. No... no... non voglio veder nulla...
Mèn. (Ma fa sul serio!) (guardandola affettuosissimo, le prende nelle proprie una mano che essa non ritira) Ma e dunque... sarebbe proprio vero... che vorresti ancora un po' di bene al vecchio Mènecle? (parla esitando) Oh se!... (come via cacciasse un pensier lusinghiero) no.. no..
Agl. (ritirando la mano e levando vivamente il capo) Se... cosa? Prosegui... confessa...
Mèn. Ma che confessare!... Volevo dire che sono meno bugiardo, meno... vizioso di quel che credi... (Stavolta dico la verità). Ma che vuoi, la tua affezione, mi pare un sogno... di quei sogni cari e ingannevoli della sera... Sai che essa sarebbe una troppo grande consolazione per questo povero vecchio!... Che io non potrei augurarmi, in questo triste tramonto, una più alta gioia sulla terra, del sapere, che quel giorno che per me sarà l'ultimo... (Mènecle qui parla lento, interrotto, sinceramente commosso) tu sarai là... al mio capezzale... a dirmi l'ultimo addio: che dalle tue labbra, e non da prefiche bugiarde, udrò la preghiera al conduttore dell'anime;[181] che le tue mani mi comporranno nel domestico sepolcro e la mia povera ombra avrà qualcuno sulla terra che si ricordi di lei!...[182]
Agl. (commossa dalla sincerità dell'accento di Mènecle, si abbandona del capo e della persona sul petto di lui. Mènecle la sorregge amorosamente delle braccia) Oh, Mènecle!
Mèn. (pausa. Mènecle, sorreggendo Aglae, esclama tra 'l mesto e 'l comico) (Cose che capitano ai vecchi!... Qui ci vorrebbe Zeusi a dipingere il quadro!...) E tu Aglae... a questo guerriero cadente...
Agl. (risollevando il capo) Aglae non dimenticherà mai ciò che questo guerriero cadente ha fatto per la sua famiglia, pel padre suo...
Mèn. Ah! (si distacca vivissimamente da Aglae, rabbuiandosi) (L'avevo detto che si sagrificava!... Ed io bestia... stavo per dimenticarlo... Ah, per gli Dei, sarei indegno di aver fatto versare quelle lagrime! Il dado è tratto!)
Agl. Che hai?...
Mèn. (con accento di repentina risolutezza) No, Aglae, la tua gratitudine serbala ad altri. Tra me e tuo padre non ci fu che un ricambio... e il debitore sono ancora io... Tu sei troppo buona e virtuosa... e io... non ti merito... Non ti merito. Avevi ragione. Sono indegno di te. (È fatta!).
Agl. Che? Dunque confessi...
Mèn. (concitato) Sì, sì... confesso... tutto quel che vuoi...
Agl. Ci sei stato...
Mèn. Ci sono stato... (Ora mi mangia...)
Agl. E ci ritornerai...
Mèn. Secondo i casi...
Agl. E tu credi di far subire a me la sorte di Dejanira... la sorte della moglie di Alcibiade... o di quella povera moglie del tuo amico Lisia, con le cui amiche discuti gli affari... Ma io non sono Dejanira; io non sono la moglie di Lisia, che vede, tace e sopporta; io non sono la sposa di Alcibiade che torna indietro dall'arconte insiem con lui...
Mèn. (L'ho detto! Stavolta ci viene!).
Agl. (incalzando) ... io non son nata a tollerare affronti... e io... intendi... (fa una pausa) io...
Mèn. (È fatta!) (vivissimamente, sospeso) E tu...
Agl. E io... farò come fai tu.