(Sbalzo di sorpresa di Mènecle. Aglae è corsa verso l'uscio che mette alle di lei stanze).

Mèn. Eh?... (correndole dietro per richiamarla) Aglae! Aglae!...

Agl. (dall'uscio, ribattendo con forza sulle parole e sillabandole) Io farò come fai tu... e quello che fai tu!

(Entra rapidamente nelle sue stanze e gli serra a chiave l'uscio in faccia).

Mèn. No... senti...

(Aglae è già sparita. Mènecle resta lì trasecolato. Quadro).

SCENA VII.

Mènecle solo.

Mèn. Oh santissimi Numi! (passeggia, poi si ferma tentennando il capo) Destini umani! (torna a passeggiare, di tratto in tratto fermandosi) Vi han mariti che si attaccano alle mogli come l'ostriche allo scoglio e se le vedono guizzar via di mano come anguille di Copàide. Provatevi invece a liberarle... ed ecco in che maniera vi rispondono!... Farò come fai tu!... e quello che fai tu!... Peuh! se facesse proprio come me... non sarebbe gran male. (riflettendo torna a passeggiare) Ma pare che colei l'abbia intesa diverso... Pensa di me certe cose!.. Chi diamine gliele ha messe in testa!.. Quello che fai tu! Adagio! e se a me, fin che son suo marito, non convenisse un bel niente che ella faccia... quel ch'ella crede faccia io?... Se non garbasse a Mènecle di diventar la favola d'Atene? Eppure già, se le resto insieme... Non si manda a ritroso nè l'acqua dei fiumi[183], nè l'istinto di donna di vent'anni!... (torna a passeggiare, poi si ferma) Però, quel dirmelo sulla faccia... Generalmente, le donne, quando lo fanno, hanno la delicatezza di non dirlo... E tutte le smanie son venute adesso... perchè sì, fino a ieri, non glien'era importato mai... E tutta quella foga d'accusarmi!... non potrebbe esser maggiore se fosse una giustificazione ch'ella cercasse alla coscienza!... E allora... la filosofia di prima... la sfuriata d'oggi... (di improvviso riscotendosi) Ma qui, per Minerva, c'è sotto qualcosa!

SCENA VIII.

Mènecle ed Elèo.

El. (entra affrettato) Buon dì, Mènecle!... Arrivo tardi?

Mèn. (lo saluta distratto) Oh no... anzi...

El. Ho fatto tutto. Sono stato da Pelopida, da Lisia e da Iseo... Iseo e Lisia parleranno all'assemblea per appoggiarti, i fuorusciti di Tebe confidano in te. Pur troppo la intimazione di Sparta, di espellere i fuorusciti, incontra favore tra gli amici della pace... La lotta nell'assemblea sarà viva...[184].

Mèn. (distratto, seguita a borbottare fra sè) (Farò come fai tu...).

El. ... e per battere gli avversarî non ci vorrà meno dell'autorità della tua parola. Per Giove! da Teseo in poi i diritti della ospitalità furon sempre sacri ad Atene; e questo ingrandirsi minaccioso di Sparta alle nostre porte, e la sventura stessa de' fuorusciti reclama che Atene dia lor soccorso... n'è vero?

Mèn. (distratto, soprapensiero) E dunque bisogna darlo.

El. Pure son tanti che ti parlano dello stato misero della flotta, delle perdite recenti, dell'imprudenza del tirarci addosso una guerra, se diamo ai profughi aiuto... ti pare?...

Mèn. (distratto sempre e assorto ne' suoi pensieri) Allora non bisogna darlo.

El. (risentito e sorpreso) Mènecle!

Mèn. (riscotendosi all'apostrofe di Elèo) Cioè... volevo dire... perdona... non avevo sentito bene. (borbotta fra i denti) «Farò come fai tu...» Dunque dicevi...

El. Dicevo che il soccorrere i fuorusciti, che vennero a noi col ramoscello de' supplici e si sedettero presso le nostre are[185], mi pare un dover sacro...

Mèn. (riscotendosi) Sicuro, mio bravo Elèo!... (gli stringe forte la mano) Per il trofeo di Maratona![186] sicuro ch'è dover sacrosanto...

El. Grazie! La tua parola nell'assemblea deciderà. Oh sì, dopo il voto dell'integro, del virtuoso Mènecle, vedrai che la maggioranza verrà dietro... e tutta Atene farà quel che fai tu...

Mèn. Eh? (con movimento vivissimo, fra comico e irritato) (Non bastava lei! anche quest'altro!... Anche tutta Atene vuol fare quel che faccio io! È un contagio!) Ma dunque...

El. Dunque l'ora scorre e gli amici tebani m'aspettano. Corro a portar loro le parole tue.

Mèn. E non passi a salutare Aglae?...

El. (si fa in volto serio e scuro) No... sono atteso... è tardi...

Mèn. È tanto di cattivo umore stamattina, che...

El. Ragione di più per lasciarla tranquilla. Falle tu i miei saluti. (tra serio e mesto) Passando per la tua bocca, le giungeran meno discari...

Mèn. (Bravo! Se tu sapessi!...) Basta: come vuoi. Siamo intesi. Salutami Pelopida.

El. Addio (esce).

SCENA IX.

Mènecle solo.

Mèn. (seguendo dell'occhio Elèo che allontanasi) Bravo giovine!... valoroso e leale! Contrasti bizzarri! Costui nell'età degli svaghi pensa alle cose serie: e Mènecle nell'età... dei raffreddori, trascura gli affari serî, per... per... (non finisce la frase, tornando al corso insistente dei suoi pensieri) Ma colei m'ha messo una pulce qui nell'orecchio... Per Ercole! ne va del mio onore!... Ah, se arrivo a cogliere quel tale... oh, quello, parola di Mènecle, non mangia più aglio nè fave nere...[187].

SCENA X.

Mènecle, Mìrtala e Blèpo.

Bl. Padrone. C'è qui Mìrtala, la moglie di Cròbilo Colonèo.

Mèn. Uh, quella seccatura! Anche oggi! Di me o di Aglae cerca?...

Blèpo. Non so.

Mèn. Bravo asino!...

Bl. (dalla soglia, impassibile) Padrone!...

Mèn. Eh?...

Bl. Poco fa m'hai detto savio.

Mèn. Ho sbagliato. Falla entrare.

Bl. (nell'uscire per introdur Mìrtala, borbotta sentenziosamente fra sè) Essere l'uno... o essere l'altro!...

Mèn. Cosa vuole questa vecchia chiacchierona!

Mìrt. (entra affannata, frettolosa) Buon dì, Mènecle!...

Mèn. (andandole incontro) Giove ti salvi! (Mìrt. è imbarazzata: getta attorno occhiate inquiete, sembra aver qualcosa sull'animo) Della mia Aglae cercavi? Neh, (a Blèpo ch'è rimasto sulla soglia) Blèpo, conducila. (a Mìrtala) Ti vedrà tanto volentieri. È là nelle sue stanze...

Mìrt. Sola?

Mèn. Soletta.

Mìrt. E non l'hai ancora visto... stamattina...?

Mèn. Chi?...

Mìrt. Lui... mio marito...

Mèn. Da ieri non l'ho visto...

Mìrt. Credevo fosse qui...

Mèn. T'aveva detto che veniva?

Mìrt. No... ma...

(Rimane colla parola sospesa: è visibilmente imbarazzata, agitatissima).

Mèn. Che c'è?

Mìrt. Oh Mènecle!

(Rompe in uno scoppio di pianto e gli casca abbandonata nelle braccia).

Mèn. (trasecolato) (Anche questa! Preferivo l'altra!... Però adesso il quadro è... più intonato).

Bl. (avanzandosi, serio, impassibile, a fianco di Mènecle che non l'ha veduto, e che sostiene nelle braccia la vecchia piagnucolante) Padrone... consolala!

Mèn. (collerico, voltandosi, in vederlo) Tu qui ancora?...

Bl. Vado, vado... (avanti andarsene, gli ripete con accento comico di preghiera) Consolala! (declamando) «Soave è amor, ma troppo acerba cosa!» lo dice Euripide nell'Ippolito[188].

Mèn. (minaccioso, con la vecchia piangente sempre su le braccia) Te lo do io ora l'Euripide.

Bl. (tranquillo, grave) Vado, vado.

Mìrt. (singhiozzando) Ah, Mènecle, quanto sono infelice!...

Mèn. (Anche lei! Sono il consolatore universale!...)

Bl. (dalla soglia, guardando i due, con far sentenzioso) Ha ragione Eschilo:

Empie i letti di pianto amor di sposa

E fa che dolor aspro il cor le stringa,

Poichè il marito la moglie bramosa

Ahi, disertando, la lasciò solinga[189].

(Mènecle voltandosi, lo vede lì ancora, gli getta un'occhiata minacciosa. Blèpo dall'uscio, sempre tranquillo e grave) Vado! vado!

(Esce, seguitando a declamare, con aria drammatica «Ahi, disertando, la lasciò solinga...»).

SCENA XI.

Mènecle e Mìrtala.

Mèn. Via, Mìrtala, calmati...

Mìrt. O Mènecle, io perderò la pazienza con colui...

Mèn. Ed egli dice che tu metti alla prova la sua...

Mìrt. (levando il capo irritata) Questo ha detto? Per Venere, la pagherà!...

Mèn. No, no, lascia star Venere! (Se ti sentisse!) Avrà commesso qualche leggerezza, ma poi... (Via, si difende anche il lupo.)[190].

Mìrt. Leggerezza, dici? Se in due giorni non ha passato due ore nel gineceo?

Mèn. (guardandola, fra sè) (Veramente, basterebbero!) Via...

Mìrt. Ma dove credi sarà andato?...

Mèn. Mah!... al suo tribunale!...

Mìrt. Ohibò! ci sono stata!... oggi è chiuso...

Mèn. All'adunanza della fratria per le iscrizioni delle nascite...[191].

Mìrt. Ci sono stata!... Oggi adunanza non ce n'è....

Mèn. Alla banca di Pasione, là al Pireo...

Mìrt. Ne vengo ora...

Mèn. (fra sè comicamente) (Fa un giro di ispezione nella Grecia!)

Mìrt. Pasione oggi celebra la festa dei Lari, e non tien banco.

Mèn. E allora... nessun può dir cosa ne fu di Edipo![192].

Mìrt. (piagnucolosa) Oh Mènecle! ho paura che Cròbilo mi tradisca...

Mèn. Ma se è più casto di Melanione... e non può veder l'altre donne!

Mìrt. Oh anche Timone odiava gli uomini, ma le donne di soppiatto le cercava!...[193].

Mèn. (di sottecchi squadrandola) (Non tutte!)

Mìrt. Ma qui proprio non è venuto...?

Mèn. E dàlli!... Doveva venire?...

Mìrt. No... ma... perchè... vedi... io parlo poco...

Mèn. Sappiamo!...

Mìrt. Ma sai... le donne, quando si fissano... (Mìrtala parla esitante; dopo una pausa prende Mènecle a parte e gli parla con far misterioso) Mènecle, Venere mi guardi del pensar male di nessuno. Tu hai, grazie a Giove, una moglie virtuosa. Ma sai, anche a Penelope, quando Ulisse non c'era, i Proci le andavan dietro. Tu non sei Ulisse, ma tua moglie la trascuri... e hai torto...[194].

Mèn. (si è fatto d'improvviso serio e scuro, attentissimo) Va pure avanti...

Mìrt. E il pensarci, fin ch'è tempo, mi par meglio per te... per lei... e per me...

Mèn. (di scatto) Cròbilo?...

SCENA XII.

Detti e Blèpo sulla porta.

Bl. Cròbilo!

Mìrt. Ah!

Mèn. Furfante, mi fai l'eco?

Bl. No, padrone.

Mèn. Lui qui?...

Bl. (imitando l'eco) Qui.

Mìrt. (smaniosa) L'ho detto io! Oh il perfido! Non son Mìrtala se...

Mèn. (serio) Calmati. E lascia fare a me. È meglio tu vada.

Bl. (a parte, declamando sentenziosamente) «Meglio è l'andar quando il restar non giova!»

Mìrt. Oh Mènecle, ma tu...

Mèn. Fidati a me... Va, va presto...

Mìrt. Oh, mi raccomando... il mio Cròbilo...

Mèn. Sta sicura. Te lo renderò... Da questa parte... Addio.

(Mìrtala esce dalla parte del gineceo, non dall'ingresso del peristilio).

SCENA XIII.

Mènecle, Cròbilo.

Mèn. (dopo accompagnata Mìrt. e messala fuori, risalendo la scena). Altro se te lo renderò, bella Elena, il tuo Paride... Lui!... Ma il bel Paride stavolta discorrerà col re di Sparta... (a Blèpo) Fallo entrare.

(Blèpo esce ed entra Cròbilo dal peristilio).

Cròb. (entra assai espansivo) Oh Mènecle! salute!...

Mèn. (Mènecle lo riceve padroneggiandosi, con cortesia forzata, velatamente ironica) Buon dì, Cròbilo.

Cròb. Passavo di qua, venendo dai Portici, e ricordatomi che posdomani c'è assemblea, ho detto: Oh, entriamo dal nostro Mènecle, che sa tutto, a saper che c'è di nuovo...

Mèn. (lo scruta di soppiatto) E a me, ora, il mio démone m'aveva detto: Ecco Cròbilo che passa e che entra...

Cròb. Già, l'amico sente sempre l'odor della pesta dell'amico...

Mèn. (con intenzione ironica, scrutandolo) E un amico come te...

Cròb. Per tutti e dodici gli Dei! Voglio credere!...

Mèn. (proseguendo, suggestivo, velatamente ironico) ... val più d'un tesoro. Grazie[195].

Cròb. E non faccio per dire, sai, ma quando per via mi sento alle spalle: To' quello che passa è Cròbilo Colonèo, l'amico di Mènecle... dell'inclito Mènecle... mi pare di essere più alto un cubito. Cròbilo, l'amico di quel Mènecle che operò tanti prodigi in campo, che fece passar tante leggi nell'assemblea, che governò le isole... per Ercole, sai che tutto ciò empie la bocca!... E dà una certa autorità... certi vantaggi...

Mèn. (con intenzione, ironica) Ah già! molti!...

Cròb. Vedi, iersera ho fin questionato per te. Tu sai che io ho molte idee mie, ma infine, con le tue van d'accordo. È così bello aver sempre coi grandi uomini qualche cosa in comune...

Mèn. Già, già. (Bello e... comodo).

Cròb. Bene, si discorreva degli affari di Tebe e de' profughi. Quell'asino di Eucare pretendeva che Atene faria bene a levarseli da' piedi: e dalla sua eran parecchi. Io gli rispondo come va, e gli espongo... così in breve... giusto le stesse riflessioni che tu mi facevi l'altra sera... il pericolo di una guarnigione spartana qui a due passi, nella Cadmea, l'urgenza di ristabilir in Grecia l'equilibrio compromesso dalla pace di Antalcida, e far di Tebe un antemurale per chiudere a Sparta gli sbocchi del settentrione... eccetera, eccetera... insomma tutti quanti gli astanti si arresero alle riflessioni nostre...

Mèn. (correggendo) Alle mie...

Cròb. Sì, le mie, le nostre!... Ma Eucare, quell'asino, duro: e io «Ti prego a credere che quando io e il mio amico Mènecle esponiamo un parere, ci abbiamo prima studiato sopra...» Ohibò! come soffiar in una rete[196]. Allora mi scappa la pazienza: Senti, gli dico, ci vuole un bel coraggio ad ostinarsi, quando io e il mio amico Mènecle dichiariamo che è così e così: e per aver questo coraggio, bisogna prima aver guadagnate due corone come noi...

Mèn. (correggendolo) Come me...

Cròb. Sì... come te... come noi...

Mèn. (ironico) Ah!...

Cròb. Aver fatto tante leggi come noi...

Mèn. (correggendo ancora) ... Come me...

Cròb. (senza più badargli) ... presieduto giudizii come noi, governate le isole come noi... (Mènecle accompagna i noi, con gesti del capo, di adesione ironica) Ma se ti dicevo che quel poter parlare dei grandi uomini come di noi stessi, aver con essi tutto in comune...

Mèn. Sicuro... sicuro... (Ora capisco...)

Cròb. (terminando la frase) ... è una gran bella cosa!...

Mèn. Fino a un certo punto.

Cròb. (a mo' di conclusione del suo dire, abbraccia forte Mènecle) Qua un abbraccio.

Mèn. (liberandosi) Più adagio. Le costole non sono in comune. Del resto, dici bene, dal momento che l'amicizia è il mettere in comune tutte le cose...[197] (parla velatamente ironico) come dice il proverbio, comune la nave, comune il pericolo...[198].

Cròb. Precisamente.

Mèn. (a parte) (E perciò imbarca sulla nave anche le mogli).

Cròb. Oh, e Aglae come sta? la nostra cara Aglae...

Mèn. (a parte) (L'ho detto!) La mia cara Aglae sta bene... (Bisogna insegnargli il singolare degli aggettivi possessivi!) Sicchè anche tu sei del parere delle Aringatrici di Aristofane! Sai, quella scena dove Prassàgora inaugura il governo delle donne e fa il suo discorso-programma: «Prima di tutto noi donne metteremo in comune la terra, il danaro e ciò che ciascuno ha; tutti possiederanno pani, pesci, focaccie, tonache, vino, corone e lenticchie...»

Cròb. (facendo vivi segni di adesione e proseguendo la citazione a memoria) «se alcuno vede una fanciulla, e gli va a genio, può pigliarsela dalla Comune, senza spesa...

Mèn. (proseguendo) «le donne faran figli per chi ne vuole...»[199].

Cròb. (con ripetuti e vivi segni di adesione) Benissimo! Benissimo!... Oh per me, al sistema di Prassàgora ci sto subito... (maliziosamente a Mènecle) Queste son massime da mettere nell'arche insiem coi pomi!...[200]. E senti: se noi governassimo ancora le isole...

Mèn. (suggestivo) Tu cederesti la tua Mìrtala a chi la vuole...

Cròb. (approvando sempre con calore) Benissimo!

Mèn. (c. s.) Io cedo a chi la vuole la mia Aglae...

Cròb. Benissimo!... Per la compagnia che le fai...

Mèn. (frenandosi, e proseguendo l'ironia suggestiva) Per Mìrtala mi presento io...

Cròb. Benissimo! E io faccio come fai tu.

(Gesto vivissimo di collera in Mènecle).

Mèn. (Anche lui!) (piantandosi in faccia a Cròbilo, — e fattosi d'improvviso scuro in volto e minaccioso) Ma... e se io... non dividessi le teorie di Prassàgora? E se a noi che abbiamo governato le isole, non piacessero queste teorie di governo?

Cròb. (lo guarda tra attonito e spaventato) Eh? (Che diamine gli è saltato in mente?...)

Mèn. (rifacendosi calmo d'un tratto) Vieni qua.

(Lo conduce a uno scrittoio, tira fuori alcune carte, e le scorre leggendole, con accento pacato e bonario, mentre Cròbilo lo guarda trasecolato, senza comprendere).

Cròb. Che cosa sono?

Mèn. (ritornato calmissimo) Sono carte firmate da me. Alcuni ricordi del nostro governo dell'isole, quand'ero in Lesbo e vi applicavo le leggi di Atene. Guarda qui. (piglia una carta e poi ne spiega, discorrendo bonariamente, a Cròb. il contenuto) Sentenza nella causa di Lisicle. Un bel giovanotto — come te — certo Lisicle, che abitava in Metinna, avea tresca con la moglie di Stefano. Stefano il marito lo seppe e un bel giorno, sul fatto te li colse, là presso la marina, in un bel luogo verde, ombroso, sacro alle ninfe e agli amori: il quadretto era poetico molto, ma a Stefano pare piacesse poco: perchè ricorse a te... cioè a me... cioè a noi. E noi abbiamo condannato Lisicle in via di clemenza alla pena esemplare del rafano[201]. (sbalzo di spavento di Cròbilo: Mènecle finge non accorgersene, e prosegue tranquillissimo) Stette a letto soltanto cinque mesi...

Cròb. (spaventato) Ohimè!...

Mèn. Il medico Dionda, anima pia, lo curò: ed io ho curato il medico con una multa di mille dramme[202]. (Mènecle passa tranquillamente a un'altra carta fingendo non accorgersi delle esclamazioni di spavento di Cròbilo) Altra come sopra. Sentenza per la morte di Eutemòne. Certo vecchio, Nicarco, trascurava la moglie, e il leggiadro Eutemòne se ne approfittava. La notte il marito dormiva al pian di sopra, la moglie al pian terreno, col pretesto di far la pappa al bimbo: quando, una notte, a cucinar la pappa del bimbo, il marito sorprese Eutemòne: e, senza complimenti, te lo ammazzò. Fu processato per omicidio[203] — ed ecco la sentenza di assoluzione, con parole di lode, da me firmata, a incoraggiamento e sprone dei mariti futuri...

Cròb. (spaventato giungendo le mani) O santo Giove, rettor delle stelle!... e tu hai fatto...

Mèn. (correggendolo, ironico)... non io... noi, noi.

Cròb. Che maniera di governare!

Mèn. Questo abbiam fatto noi (accenna sè e Cròbilo, beffardamente appoggiando sul noi) quando governavamo le isole... (battendogli sulla spalla — e con accento minaccioso, vibratissimo) Tieni il ricordo in serbo... E metti anche questo nell'arca, insiem coi pomi!

CALA LA TELA.