1. Si vegga il Libro IV, cap. VI, pag. 311, del vol. II.
2. Chronicon Pisanum, presso Muratori, Rerum Italicarum Scriptores, tomo VI, p. 101, e Breviarium pisanæ historiæ a p. 167; e Marangone, nell’Archivio Storico Italiano, tomo VI, parte II, pag. 4, tutti nell’anno pisano 1005. Il Breviarium, compilato alla fine del XIII secolo, aggiugne che i Saraceni avevano minacciato Roma, fatto poco probabile, finto com’io credo per vantare i meriti dei Pisani appo la corte papale e rincalzare la supposta concessione della Sardegna. I compilatori pisani più moderni mano mano confusero la narrazione, ponendo questo assalto lo stesso anno della battaglia di Reggio, e proprio nell’assenza dell’armata; poi la scena si ravvivò con Mogêhid (Musetto), con la Chinzica eroina, con le esortazioni del Papa, le arringhe dei consoli pisani, i quali furono supposti con date, nomi e cognomi ec. Si veggano cotesti romanzi nel Sardo, Cronaca Pisana; e nel Roncioni, Storie Pisane, nell’Archivio Storico Italiano, tomo VI, parte II, pag. 76, e parte I, pag. 49, 51, e si riscontri il Muratori, Annali d’Italia, 1005, il quale con sana critica rigetta tutti quegli episodii. Quanto all’origine arabica del nome Chinzica, supposta dal Muratori, mi accordo col Wenrich che la mette in forse. Rerum ab Arabibus ec., lib. I, cap. XIII, § 115. In ogni modo quella voce non ha che fare coll’avvenimento del 1004, poichè le carte pisane innanzi il mille fanno menzione d’un quartiere di tal nome. Si vegga l’avvertenza dei dotti editori del Roncioni, op. cit., pag. 63, nota 1.
3. Quel che si sa della battaglia di Reggio è stato riferito da noi nel Libro IV, cap. VII, pag. 341, del vol. II. La supposizione della pia gesta dei Pisani è nata in questo modo. I Benedettini della congregazione di Saint Maur pubblicarono tra le epistole di Gerberto (Recueil des Historiens des Gaules, tomo X, pag. 426, nº. CVII) una del 999, indirizzata non si sa a chi e molto oscura, nella quale il Papa, lamentando Gerusalemme profanata dai Pagani, esorta lo sconosciuto cristiano: «Enitere ergo, miles Christi, esto signifer et compugnator, et quod armis nequis, consilii et opum auxilio subveni;» nelle quali parole in vero si trova l’idea immatura d’una crociata e la domanda di oblazioni per la santa impresa. I dotti editori aggiungono in nota che i Pisani subito si messero in mare e andarono a combattere. Si cita per questo, Muratori, Rerum Italicarum Scriptores, III, 400, ma in fondo non si trova altra fonte che un moderno panegirico municipale dei più avventati, voglio dir le lunghissime note di Costantino Gaietani alle vite dei papi di Pandolfo Pisano, pubblicate a Roma il 1638, e ristampate dal Muratori nel detto volume. Torniamo dunque al Tronci e peggio, e si spezza il legame tra l’epistola di Gerberto del 999 e la battaglia di Reggio del 1005, si dilegua la crociata, e resta ai Pisani la industria, la civil prudenza, e la virtù di guerra navale.
4. Chronicon Pisanum; e Marangone, II. cc., anno 1012.
5. Ne’ Mss. d’Ibn-el-Athîr si legge erroneamente Abu-Hosein, per uno scambio di lettere e punti diacritici molto facile ad avvenire nelle copie. Abu-l-Geisc (Padre dell’esercito) significa il soldato per antonomasia.
6. Rumi. Così il chiama Marrekosci, The history of the Almohades, testo arabico, pag. 52. Può significare schiavo greco o italiano, e, in Spagna, uom delle schiatte sottomesse dai Musulmani.
7. Almansor si chiamava Ibn-abi-Amir.
8. Dhobbi, Ms. della Soc. Asiat. di Parigi e Ibn-Bassâm, Ms. della Bibl. di Gotha, entrambi all’articolo Mogêhid. Debbo questi estratti alla cortesia, l’uno del Prof. Dozy di Leyda, e l’altro del Dottor Weil di Heidelberg. Ibn-el-Athîr dice che Mogêhid e il figliuolo Alì, suo successore, furono entrambi «uomini di dottrina, amicissimi e benefici verso i dotti, cui ricercavano nei paesi vicini e lontani.» Marrekosci fa le stesse lodi del solo figlio. La voce ch’essi usano (’ilm) è in generale, scienza, ma più specialmente il diritto con sue vaste ramificazioni. Dell’articolo di Dhobbi ho data una versione italiana nella Nuova Antologia di Firenze, maggio 1866, vol. II, p. 61. Si vegga anco Ibn-Khaldûn, Prolegomeni, testo arabico, Parte II, nelle Notices et Extraits, tomo XVIII, p. 389, e Makkari, Analectes de l’histoire de l’Espagne, testo arabico stampato a Leyda, Vol. I, p. 280, 523, 524 e vol. II, 117, 129, 415, 433, 511, 526, dove sono narrati alcuni aneddoti, della generosità di Mogêhid verso illustri filologi.
9. Ibn-el-Athir, ediz. Tornberg, tomo IX, p. 205, anno 407, nel cenno su i piccioli Stati che nacquero in Spagna. Ho data la traduzione italiana nella Nuova Antologia di Firenze, vol. II, p. 60, maggio 1866. Uno squarcio del testo si legge nella mia Biblioteca Arabo-Sicula, pag. 271. Questo Capitolo con poche varianti è trascritto da Nowairi, Ms. di Parigi, A. F., 647, fog. 108 recto; il quale chiama Mo’aiti Abu-Mohammed-Abd-Allah. Quanto ai principii della signoria di Mogêhid a Denia, seguo piuttosto il racconto verosimile dell’annalista musulmano, che quello del Conde, Dominacion de los Arabes en España, cap. CIX, il quale del nome proprio Mogêhid, fece un titolo Mogêhid-ed-din “Guerrier della Fede:” ma ciò non si adatta alle usanze di Spagna in quel tempo. Marrekosci, loc. cit., dà appena il nome e pochissimi cenni di Mogêhid. Egli attribuisce al costui figlio Alì, successore suo nel principato di Denia e Majorca, il titolo di Mowaffek “Favorito (da Dio)” che Ibn-el-Athîr, Dhobbi, Nowairi e Conde danno a Mogêhid stesso, e ch’egli forse prese quando restò solo signore, dopo la morte di Mo’aiti.
10. Si vegga il Libro I, cap. VII, e X, nel vol. I, pag. 170, 175, 227 e il Libro III, cap. VIII, vol. II, pag. 180. Le scorrerie dell’816, e 817, si ritraggono da Ibn-el-Athîr nella Bibl. Arabo-Sicula, pag. 221, 228, del testo. Entrambe mossero d’Affrica. Nella prima non pochi Musulmani, dopo aver fatto preda, si perdettero per fortuna di mare. Quegli andati alla seconda impresa «or vinsero, or furono vinti, e se ne tornarono.»
11. Così leggiamo in Edrisi, autore del XII secolo, nella Biblioteca Arabo-Sicula, testo, pag. 20 e 21, e presso Di Gregorio, Rerum Arabic., p. 112. Il passo relativo ai Sardi, ch’è mutilato nella Geographia Nubiensis, seguita dal Di Gregorio, corre così: «Gli abitatori della Sardegna sono di origine Rûm-Afarika, berberizzati, nemici di ogni altro ramo della schiatta dei Rûm: uomini prodi e di saldo proponimento che non lascian mai l’armi.» L’appellazione Rûm, nota ai nostri lettori, qui significa evidentemente gente italiana. Gli Afarika erano le popolazioni cristiane dell’Affrica, di schiatta fenicia, come accennammo nel Libro I, cap. V, tomo I, pag. 105. Berberizzati non può qui significar altro che misti coi Berberi; e ci ricorda i notissimi Barbaricini dei tempi di San Gregorio in Sardegna.
12. Ibn-el-Athîr sotto l’anno 92 (710-11) raccoglie la storia di tutte le scorrerie dei Musulmani in Sardegna, in unico capitolo, del quale io ho pubblicato il testo nella Biblioteca Arabo-Sicula. Quivi si legge a pag. 217 «L’anno 135 (752-3) osteggiò quest’isola Abd-er-Rahmân-ibn-Habib-ibn-abi-’Obeida-el-Fihri, il quale vi fe’ grande strage. Ma poi fermò pace con gli abitatori, a patto che pagassero la gezia; la quale fu riscossa e durò. Nè altri dopo Abd-er-Rahmân molestò quest’isola; talchè i Rûm ristorarono le cose di quella.» Accennato poi alla scorreria del 935 e in ultimo all’impresa di Mogêhid del 1016, avverte in fine: «nè fu mai più combattuta la Sardegna (dai Musulmani) dopo questo tempo.» In questo capitolo Ibn-el-Athîr dimentica le fazioni dell’816 e 817 ch’ei narra altrove come si è accennato. La menzione che si fa dei Giudici di Sardegna nell’865 (veggasi Muratori, Dissertat. Antiq. Ital. medii ævi, II, p. 1077, Diss. XXXII) si attaglia, come dicemmo, alla testimonianza d’Ibn-el-Athîr. Si vegga anco Manno, Storia di Sardegna, lib. VII, pag. 333 e seg. dell’ediz. di Capolago, 1840, vol. I, e Wenrich, Rerum ab Arabibus etc., lib. I, cap. XIII, § 112, 113. Questi due diligenti compilatori avrebbero smesso ogni dubbio, leggendo il citato capitolo d’Ibn-el-Athîr.
13. Breviarum, ec., presso Muratori, Rerum Italicarum Scriptores, tomo VI, pag. 167, anno pisano 1002. Marangone nè l’altra cronica non ne fanno menzione, e la data mal si accorda con quella, sì precisa, degli autori arabi.
14. Si riscontrino: Ibn-el-Athîr nei citati due capitoli del 92, e del 407, nella Biblioteca Arabo-Sicula, pag. 218, e 271; Ibn-Khaldûn, Prolegomeni, testo, nella Biblioteca Arabo-Sicula, pag. 461, e nelle Notices et Extraits des MSS., tomo XVII, parte I, pag. 36; Makkari, Mohammedan Dynasties in Spain, versione inglese del prof. Gayangos, tomo II, pag. 258; Conde, l. c.
15. Si riscontrino: Ditmar, Chronicon, lib. VII, cap. 31, presso Pertz; Scriptores, tomo III, pag. 830; Marangone, nell’Archivio Storico Italiano, tomo VI, parte II, pag. 4; Chronicon Pisanum e Breviarium presso Muratori, R. I. S., tomo VI, pag. 107, 167, sotto l’anno pisano 1016; e il poema di Lorenzo Vernese, presso Muratori, stesso volume, pag. 124, dove si accenna che Mugeto l’anno innanzi la sconfitta finale (cioè 1016, del conto comune) s’era dato alla fuga vedendo venire l’armata pisana. Le croniche pisane laconicamente portano che i Pisani e Genovesi, fatta guerra in Sardegna con Mugeto, il vinsero. Ditmar vescovo di Mersebourg, morto il 1018, scrisse in fin della sua cronica in luogo che risponde al 1016, come i Saraceni venuti con l’armata in Longobardia occupavano «Lunam civitatem;» cacciatone il vescovo s’impadronivano delle case e mogli de’ terrazzani; come papa Benedetto chiamava alle armi i rettori e difensori della Chiesa; come il grande navilio ch’egli adunò stringeva i Saraceni nel porto. Il re allor fugge in barchetta; i suoi assaliti da’ Cristiani, per tre dì hanno l’avvantaggio; poi sono rotti e passati a fil di spade; presa la regina e troncatole il capo, il papa vuol per sè la di lei corona d’oro gemmato, e manda all’imperatore mille libbre d’oro per parte del bottino. Ma il re saraceno facea dono al papa d’un sacco di castagne minacciando di tornare con altrettanti uomini; Benedetto gli rimandava il sacco pieno di miglio aggiungendo: tanti uomini e più troverai vestiti di corazze per accoglierti. E il cronista, come scandalezzato di così fatta risposta, conchiude: Iddio giudica gli uomini; e noi preghiamolo che allontani tal flagello da quel paese, e gli accordi la pace.
Or ognun vede che si tratti d’unico fatto, di cui Ditmar scrisse le novelle che correano in Germania, cioè l’insulto degli Infedeli sopra una città imperiale, e la vendetta che n’avean presa i sudditi dell’imperatore; e i cronisti pisani notarono quel che loro premea, cioè la vittoria del navilio italiano. E però il primo ristringe il fatto a Luni; i secondi lo pongono in Sardegna; ai quali dobbiam credere come meglio informati, ancorchè non contemporanei. Tanto più che Ditmar, con quella fuga del re, prigionia della moglie, e data del 1016, ci mostra aver confuso le fazioni di questo e del 1015, come or or si vedrà nei racconto della fuga secondo gli autori arabi. Da un’altra mano non si può supporre che Ditmar abbia sbagliato il nome della città e provincia assalita. Dunque i Musulmani al tempo dell’impresa di Sardegna fecero una scorreria a Luni, prima o dopo la vittoria sopra Malôt, credo piuttosto prima che dopo; i Pisani e Genovesi gli diedero una rotta navale nello stesso anno 1015 e un’altra nella state del 1016.
16. Marangone e le altre Croniche Pisane, dicono «homines Sardos vivos in cruce murare.» Lo spiega Lorenzo Vernese, narrando che Mogêhid, nel fabbricare una sua fortezza, adoperava i Sardi da manovali, e poi li facea seppellir vivi dentro le mura.
17. Marangone e Croniche Pisane. Dhobbi nella biografia citata di sopra dice che Mogêhid “occupò la maggior parte della Sardegna ed espugnò le fortezze.”
18. Dhobbi, Conde.
19. Conde e le Croniche Pisane.
20. La data si ritrae da Ibn-el-Athîr, che nota Mogêhid scacciato dalla Sardegna in su la fine del quattrocentosei (8 giugno 1016). Lo stesso autore in altro luogo lo dice combattuto e sconfitto. Le croniche Pisane accennan solo alla fuga, ma Lorenzo Vernese afferma: «Rex fugisse (fugæ sese?) datur, multis jam marte peremptis; Barbarus abscessit, capto cum coniuge nato»
21. Dhobbi, loc. cit. e Conde, il quale lo copia inesattamente.
22. Ibn-el-Athîr.
23. Lorenzo Vernese, il quale aggiunge un lungo racconto sul riscatto del figliuolo.
24. Si riscontrino i due citati capitoli d’Ibn-el-Athîr, anni 92 e 407, nella Biblioteca Arabo-Sicula, pag. 218 e 271; Dhobbi, l. c. il quale narra alcuni particolari della sconfitta con le parole di un testimonio oculare; Nowairi, Storia di Spagna, l. c.; Ibn-Khaldûn, loc. cit., il quale dice che i Cristiani «ripigliarono immantinenti la Sardegna;» Conde, Dominacion ec., parte II, cap. 110; Marangone nell’Archivio Storico, vol. cit., p. 4; e il Chronicon Pisanum, e il Breviarium ec. presso Muratori, Rerum Ital., tomo VI, pag. 107 e 167, sotto l’anno pisano 1017. Lorenzo Vernese, autore del XII secolo, nel poema su la impresa di Majorca del 1114, presso Muratori, Rer. Ital. S. VI, 124, racconta in versi la guerra di Sardegna come l’avea intesa da’ vecchi della sua città, e s’accorda bene con gli annalisti arabi. «Mugelus rex Baleæ et Dianæ» (Denia e le Baleari; gli altri Pisani, anche Marangone, lo suppongono Africano) occupa la Sardegna. Vengono i Pisani con l’armata ed egli fugge (probabilmente nelle parti occidentali dell’isola). Torna l’anno appresso nel regno Calaritano con suoi Mori e fabbrica una fortezza. Incrudelisce nei Cristiani. Assalito dalle armi di Pisa, fugge di nuovo lasciando prigioni il figlio e la moglie; e i principi dell’isola rimangon sudditi dei Pisani.
25. Marangone, Chronicon Pisanum, e Breviarium ec., ll. cc.
26. A tal concetto mi portano i pochi fatti che abbiamo della Storia di Sardegna nell’XI e XII secolo, i quali si leggono nel Manno, op. cit., lib. VII. Lorenzo Vernese nel luogo citato del suo poema scrive:
Erepti Sardi jugulis, tutique fuerunt;
Indeque tota manent Pisanis subdita regno.
Sardiniæ: docuere senet quæcumque retexo;
Quæsitis Sardis, non hæc tibi vera negabunt.
Le quali parole, con le testimonianze non richieste che allega il poeta, mostrano che nella prima metà del XII secolo i Pisani non pretendeano per anco la piena signoria della Sardegna, ma un protettorato con gli abusi che ne seguitano. D’altronde non si comprenderebbe in qual altro modo avrebbero potuto signoreggiare in Sardegna i nobili e mercatanti che non governavano per anco Pisa. E si veggono molto più antichi della fuga di Mogêhid, i giudici che Benvenuto da Imola, presso Muratori, Antiq. Ital. Medii Ævi, tomo I, p. 1089, secondo le idee del XIV secolo, supponeva istituiti dai Pisani. La concessione dell’isola per Benedetto VIII è invenzione del XIII secolo, quando la corte di Roma avea dato lo scandalo di infeudare a questo ed a quello la Sicilia e la Sardegna stessa; nè alcuno ha prodotto mai il testo di quel privilegio; nè lo si allegò mai nelle contese fra i Genovesi e i Pisani presso Federigo Barbarossa, le quali si leggono distintamente nella continuazione di Caffari, anno 1164, presso Muratori, Rerum Italicarum Scriptores, tomo VI, p. 294, 295.
È da avvertire che il Saint Marc, Abrégé chronologique de l’histoire d’Italie, anni 1017 e 1021, tenendo per guida il Muratori, nega la concessione papale e la dominazione pisana, senza particolareggiare gli argomenti.
Il Manno (tomo I, p. 381, dell’edizione di Capolago) non osa troncare la difficoltà nè rigettare apertamente la narrazione riferita dal Gaietani nelle annotazioni alle vite dei Papi (Muratori, Rerum Italicarum Scriptores, tomo III, p. 401); il quale, nel 1638, affermava averla tolto da Lorenzo Bonincontro da San Miniato che scrisse, dice egli, più di dugent’anni addietro. Bonincontro o Gaietani, dava con nomi e cognomi, la divisione della Sardegna tra Pisani, Genovesi e Spagnuoli dopo la sconfitta e prigionia di Musetto. Basterebbe la menzione delli Spagnuoli, per dimostrarla fattura del XV secolo.
27. Caffari, Annales Januenses; e continuazione presso Muratori, Rerum Italicarum Scriptores, tomo VI, anni 1162 e 1164; Marangone nell’Archivio Storico Italiano, tomo VI, Parte II, p. 38, anno 1165. Su le guerre tra quelle due città si vegga Marangone, op. cit., p. 8 e segg., fin dal 1119 (1118). Si vegga anche il Manno, Storia di Sardegna, lib. VII.
28. Cotesta falsa tradizione nacque nel XIII secolo, trovandosi nel Breviarium ec., presso Muratori, Rerum Italicarum Scriptores, tomo VI, p. 167, anni 1017, 1020, 1050, non già nelle due croniche del XII secolo, cioè l’anonima del Muratori e quella di Marangone. I Genovesi a lor volta nella lite del 1164 affermavano audacemente dinanzi il Barbarossa che i lor maggiori avessero preso il Muzaito e il vescovo di Genova lo avesse mandato all’imperatore.
29. Ibn-el-Athîr, capitolo dell’anno 92, nella Biblioteca Arabo-Sicula, testo, p. 218. Ibn-Khaldûn riferisce altre scorrerie degli Ziriti d’Affrica nel regno di Iehia-ibn-Temîm (1108 a 1116), Biblioteca Arabo-Sicula, testo, p. 482, e Histoire des Berbères, versione di M. de Slane, tomo II, p. 25.
30. Ibn-el-Athîr, ediz. Tornberg, tomo IX, p. 205, anno 407.
31. Ademari Cabanensis Chr., nel Rec. des Hist. des Gaules, X, 156.
32. Gayangos, The Moham. dynasties in Spain, tomo II, p. LXXXVIII. Dozy, Hist. des Musulmans d’Espagne, tomo IV, p. 290, 304, Cf. p. 21 della stessa opera e Dozy medesimo, Recherches, 2ª ediz. I, 245.
33. Così nell’impresa del 1035 che si ritrae da Rodolfo Glabro e che or si narrerà. Si è veduto che i Genovesi nel 1164 davano lo stesso vanto ai lor maggiori. Le supposte imprese del 1019 e 1049 nella compilazione pisana del XIII secolo provano che durasse la terribile leggenda di Mogêhid. È da notare che, all’infuori del poeta Lorenzo Vernese, tutti supponeano Mugeto re d’Affrica. Quest’errore è durato fino al Manno. Il Wernich, Rerum ab Arabibus in Italia ec., lib. I, cap. XIII, § 113 a 119, rattoppa col supposto che Mogêhid fosse il principale dei regoli musulmani di Sardegna e che avesse chiesto aiuti in Affrica. Del resto ei segue la tradizione pisana; se non che riconosce l’identità del fatto di Luni e della prima vittoria dei Pisani e Genovesi.
34. Si vegga il Libro IV, cap. VIII, pag. 364 del vol. II.
35. Marangone, nell’Archivio Storico Italiano, vol. cit., p. 5, anno pisano 1035; Chronicon Pisanum, stesso anno, presso Muratori, Rerum Italicarum Scriptores, tomo VI, p. 108. Il Breviarium, nello stesso volume del Muratori, p. 167, finge la occupazione di Cartagine e le corone dei due re, di Bona e Cartagine, mandate in dono dai Pisani all’imperatore.
36. Rodolfo Glabro, Historiarum, lib. I, cap. VII, nel Recueil des Historiens des Gaules ec., tomo X, p. 52, narra che i Saraceni d’Affrica perseguitavano i Cristiani per terra e per mare; che entrambi si accordarono di combattere giuste battaglie; che i Cristiani vinsero con grande strage, dicendosi anche ucciso il principe saraceno Motget; e che ragunate le preziose armadure nemiche del prezzo di parecchi talenti d’argento, le dettero per voto a Odilone abate di Cluny, il quale investì il valsente in arredi sacri e limosine. Rodolfo era contemporaneo e famigliare degli abati di Cluny; ma testa bislacca e gran contatore di favole. L’offerta votiva al monastero mi fece pensare dapprima a un’impresa di Provenzali, ma fattone parola al savio autore delle Invasions des Sarrazins en France, mi ha convinto che questa fazione, di certo navale, non potè compiersi se non che da armate italiane. Però suppongo il voto di qualche ausiliare provenzale ed una delle solite esagerazioni di Rodolfo Glabro. Si tratta probabilmente dell’assalto di Bona, e vi risponde la data, poichè Rodolfo non osservando l’ordine cronologico, pone questo fatto tra la morte di Roberto duca di Normandia (22 luglio 1035) e la ecclissi solare del 29 giugno 1033. Nelle Invasions des Sarrazins en France, p. 221, il dotto autore, M. Reinaud, accettò che Mogêhid fosse il condottiero dell’armata vinta; ma so ch’egli sarà per considerare il fatto altrimenti sulla nuova edizione che apparecchia.
37. Par che la prima denominazione indicasse particolarmente gli uomini di Norvegia, e la seconda quei di Danimarca. Ma spesso si confondeano gli uni con gli altri. Come ognun sa, in Francia si chiamarono Normanni, e in Inghilterra Dani, tutti gli occupatori scandinavi.
38. Questa impresa intessuta di moltissime favole si legge in Dudone di Saint Quentin, De Moribus Normannorum, cap. I, presso Duchesne, Historiæ Normannorum Scriptores, p. 64, 65; Guglielmo di Jumièges, Historia Normandiæ, lib. I, cap. X, XI, ib., p. 220, 221; Benoit, Chroniques des ducs de Normandie, in versi francesi, tomo I, p. 47 a 69; Wace, Roman du Rou, versi 472 a 732. Si vegga anche Muratori, Antiquitates Ital. Medii Ævi, tomo I, p. 25, e si riscontri la critica del fatto in Depping, Histoire des Expéditions maritimes des Normands, edizione del 1843, p. 140, segg.
39. Non occorrendo citazioni distinte dei luoghi d’opere moderne dai quali ho cavati i primordii dei Normanni, indicherò quelle che mi sono riuscite più utili. Nel sentimento storico ho avuto a sicura guida la Conquête de l’Angleterre par les Normands, di Augustin Thierry, alla cui memoria debbo d’altronde amore, riverenza e gratitudine. Le minuzie dei fatti sono fornite in abbondanza dalla citata opera di Depping; e molte critiche avvertenze si rinvengono in Lappenberg, A history of England under the Norman kings, versione inglese con aggiunte del traduttore Benjamin Thorpe. Importanti e novelli fatti su la società primitiva degli Scandinavi si ritraggono dalla prefazione di Samuele Laing alla Heimskringla di Snorro Sturleson, versione inglese.
40. Gli storici francesi pongono vagamente la data tra l’896 e l’898, non trovandola precisa nei cronisti, e dovendo tenere questa occupazione come diversa da quella che i cronisti riferiscono al 17 novembre 876, cioè avanti l’assedio di Parigi. Si riscontrino le opere citate di Depping, lib. III, cap. III; di Thierry, lib. II; e di Lappenberg, versione inglese, p. 7, segg. I cronisti normanni in prosa e in versi confusero le tradizioni, volendo dare a Roll, nello assedio di Parigi e nella prima occupazione di Rouen, la parte principale che di certo non v’ebbe.
41. Al messaggero di Carlo il Semplice, che innanzi la battaglia dell’898 domandava il capo loro, i Normanni risposero: «Non n’abbiamo; siam tutti eguali».
42. Hrôlfr, con le mutazioni eufoniche di Rolf, Roll, Rou.
43. Rispondeva, secondo Depping, all’odierno dipartimento della Bassa Senna e parte di quello dell’Eure.
44. Wace, Roman du Rou, passim. I Francesi vendicavansi con un calembourg, più antico al certo del XII secolo quando visse l’autore: Francheis dient ke Normandie Ço est la gent de North mendie, versi 119, 120.
45. Si vegga il Libro IV della presente Storia, cap. X, p. 580 del secondo volume.
46. Wace, op. cit., verso 2108, accenna le tradizioni ritmiche, le quali in sua fanciullezza avea inteso cantare a’ giullari (jugléors, oggi jongleurs).
47. Dudonis super Congregationem Sancti Quintini decani, De Moribus Normannorum, presso Duchesne, Historiæ Normannorum Scriptores, p. 56 a 59. Si vegga la critica di Lappenberg, A history of England under the Norman Kings, versione del Thorpe, p. XX.
48. Guglielmo di Jumièges (Wilelmus Gemmeticensis), detto Calculus (1137); Odorico Vitalis (1141); Wace di Jersey, Roman du Rou (1184), e molti altri che si veggano in Lappenberg, op. cit., p. XXI a XXVIII.
49. L’Ystoire de li Normant et la Chronique de Robert Viscard par Aimé moine du Mont-Cassin, pubblicata da M. Champollion-Figeac, Paris, 1835. L’editore con molta sagacità ha provato irrefragabilmente il nome e nazionalità dell’autore e la data dell’opera. Prolégomènes, p. XXXIII, segg. M. Gauttier d’Arc aveva usato fino dal 1830 un MS. imperfetto di Amato nella Histoire des Conquêtes des Normands en Italie ec.
50. Le interpolazioni che non cadono in dubbio furon messe tra parentesi dal dotto editore. Se ne può supporre delle altre, come parmi; ed anche qua e là qualche taglio, per esempio nell’infelice fine di Dato, lib. I, cap. XXV. Nella Cronica di Roberto Guiscardo, della quale abbiamo il testo latino, il traduttore frantende alcune frasi, fin dai primi righi, dove leggendo d’una dama nec minus facie quam vitæ integritate formosa, squadernò: belle de face et de touts membres entière. Similmente parmi che nella battaglia di Canne del 1019 Amato abbia messo il nome del luogo, là dove il traduttore scrive: et sont veues les lances estroites come les canes sont en lo lieu où il croissent.
51. Urbano secondo, francese, fu papa dal 1088 al 1099; Ruggiero, figlio di Roberto Guiscardo, regnò in Puglia dal 1085 al 1111.
52. L’incontro fortuito di Melo e dei Normanni al Monte Gargano mi pare episodio classico posto a capo del poema. I fendenti di Roberto Guiscardo alla battaglia di Civitella, vengono a dirittura dalla Tavola Rotonda. Lo stratagemma di Roberto, infintosi morto e messosi nella bara per occupare un castello in Calabria del quale non si dà il nome, è copia della fazione di Hastings a Luni, favola scandinava ripetuta da Dadone di San Quintino alla fine del X secolo (presso Duchesne, op. cit., p. 64, 65) e replicata nella saga di Aroldo il Severo, come accennammo nel Libro IV, cap. X, p. 385, 386 del secondo volume.
53. Tiraboschi, Storia della Letteratura Italiana, lib. IV, cap. III, § 8, si voltò con gran collera contro i Benedettini di Saint-Maur, i quali nella Histoire Littéraire de la France, tomo VIII, p. 488, ci rapivano questo Guglielmo di Puglia. Il signor Ruggiero Wilmans, tedesco, fa opera a rendercelo per varie ragioni accennate nella prefazione alla detta cronaca presso Pertz, Scriptores, tomo IX, p. 239, e più largamente discorse nell’Archivio Storico di Pertz, tomo X, p. 93, segg. Contuttociò Guglielmo, al nome ed alla parzialità sua contro i Longobardi, i Greci e gli abitatori della Puglia, mi sembra chierico venuto di Francia o nato in Italia in casa francese. Quel che parrebbe in bocca sua biasimo de’ Normanni, si trova a tanti doppii nel francese Malaterra, e suonava lode a usanza loro.
54. Il Malaterra, lib. I, cap. XXV, nota che in Calabria una volta il conte Ruggiero con quaranta suoi fedeli masnadieri plurimum penuriarum passus est, sed latrocinio armigerorum suorum in multis sustentabatur; quod quidem ad ejus ignominiam non dicimus, sed ipso ita præcipiente, adhuc viliora et reprehensibiliora de ipso scripturi sumus, ut pluribus patescat quam laboriose et cum quanta angustia a profunda paupertate ad summum culmen divitiarum vel honoris attingerit. In fondo dunque il vecchio conte Ruggiero se ne vantava.
55. Questa è la cronica che il Caruso pubblicò nella Bibliotheca Sicula, p. 827, segg., col titolo di Anonymi Historia Sicula; indi il Muratori, Rerum Italicarum Scriptores, tomo VIII, p. 740, segg., col titolo di Anonymi Vaticani Historia Sicula. La versione in antico francese che se ne trovava nello stesso MS. di Amato, è stata data alla luce da M. Champollion, op. cit., col titolo di Chronique de Robert Viscard. Non si può affatto assentire al dotto editor francese che l’autore sia Amato stesso. Se ne dee togliere in vero, come notava M. Champollion, tutta la parte che corre dal 1101 al 1283. Ma ciò che precede è compilazione scritta verso il 1146, come lo mostran le parole (presso Caruso, p. 856) Huic successit ille hominum maximus.... Rogerius.... rex Siciliæ, Tripolis Africæ.... le cui lodi l’autore, com’ei dice, non osava intraprendere. La continuazione comincia immediatamente dopo questo passo con le parole: Post mortem comitis Rogerii, prout confitetur in chronica, successit Rogerius ec.
Pongo la data del 1146, poichè vi si accenna il conquisto di Tripoli, non quel di Mehdia e di tutta la costiera che seguì il 1149. La diversità degli autori ch’io sostengo, è provata anche dalla incompatibilità di alcuni racconti, per esempio la diserzione di Ardoino, il tempo in cui Guglielmo Braccio di Ferro ebbe il comando di tutta la banda a Melfi ec.
56. Si vegga il Libro IV, cap. VII, p. 343, segg., del secondo volume.
57. Tale Gilberto Drengot, o Buatère, coi fratelli Rainolfo, Rodolfo, Anquetil ed Ormondo, su i quali si veggano: Amato, op. cit., lib. I, cap. XX; Rodolfo Glabro, Historiarum, lib. III, cap. I, nel Recueil des Historiens de la Gaule, tomo X, p. 25; e Guglielmo di Jumièges, lib. VII, cap. 30, presso Duchesne, Historiæ Normannorum Scriptores, p. 284. Gilberto aveva ucciso un Guglielmo Repostel che si vantava d’avergli sedotta una figliuola. I nomi son dati diversamente dai tre cronisti. Debbo avvertire che Amato qui dice regnante il duca Roberto di Normandia, onde il fatto andrebbe posposto al decennio 1026-35. Ma è da supporre sbagliato il nome anzichè il tempo.
58. Si vegga il Libro IV, cap. VII, p. 340 e 342 del secondo volume.
59. Secondo il biografo di Arrigo II, Acta Sanctorum, 14 luglio, p. 760, l’imperatore elesse Melo duca di Puglia, il quale morì a Bamberg. Lupo Protospatario, anno 1020, fa ricordo di Melo col titolo di duca di Puglia, che probabilmente gli era stato dato dai popoli o da’ suoi partigiani in Italia. Il monaco Ademaro della nobile casa di Chabanois, nella cronaca terminata verso il 1029, scrive che al tempo di Riccardo II duca di Normandia un Rodolfo con molti altri Normanni andavano armati a Roma, e, connivente papa Benedetto, assaltavano e guastavan la Puglia, vincean tre battaglie; poi sconfitti dai Russi e altri soldati dell’impero bizantino, molti n’erano condotti prigioni a Costantinopoli; e che per tre anni i Bizantini, per rancore o sospetto de’ Normanni, vietarono ai pellegrini occidentali il passaggio di Gerusalemme, senza dubbio per l’Italia meridionale. Nel Recueil des Historiens des Gaules, ec., tomo X, p. 156, Rodolfo Glabro, che scrisse verso il 1044, narra le prime imprese dei Normanni in Italia in questo modo: che il guerriero Rodolfo perseguitato da Riccardo di Normandia, andava a Roma; si appresentava a papa Benedetto; era confortato da lui a combattere i Greci nell’Italia meridionale; cominciava gli assalti; era rinforzato di innumerevoli Normanni vegnenti alla spicciolata con piacere del conte Riccardo; guadagnava due battaglie; ma dopo la terza, vedendo scemati i suoi, andava a chiedere aiuti all’imperatore ch’indi passò in Italia (1022). Dunque in Francia, una ventina d’anni dopo, si attribuiva al papa l’origine di questa guerra. Si vegga la storia di Glabro, lib. III, cap. I, nel Recueil des Historiens des Gaules ec., tomo X, p. 25, 26. Il guerriero Rodolfo è un de’ fratelli di Gilberto, di cui dicono Amato e Leone d’Ostia.
60. I cronisti non dicono espressamente di due fazioni a Bari, se non che nella guerra del 1051 e nell’assedio del 1071, quando l’occuparono i Normanni. Ma i casi di Melo, seguito dai Baresi, poi abbandonato, costretto a fuggire, e la moglie e il figliuolo di lui mandati dai cittadini a Costantinopoli, mostrano incominciate fin dal principio del secolo quelle fazioni che pur erano inevitabili. La plebe doveva essere amica dei Bizantini, e i nobili nemici.
61. Amato, lib. I, cap. XX, e Leone d’Ostia che lo copia, lib. II, cap. 37, dicono con molta brevità che i Normanni, invitati già a venire in Italia dal principe di Salerno, incontraron Melo a Capua, e che les coses necessaires de mengier el de boire lor furent données, de li seignor et bone gent de Ytalie. Il velo è molto trasparente. Guglielmo di Puglia, sia per render omaggio alle Muse, sia perchè la corte di Guiscardo dopo la iniqua occupazione di Salerno non amava a sentirsi ripetere che i principi di Salerno avessero chiamato i primi Normanni, esordisce dall’incontro fortuito dei pellegrini al santuario di Monte Gargano con uno straniero vestito di strane fogge, il quale scopre sè esser Melo, e agevolmente li persuade a far venire lor compatriotti ai suoi stipendii. Questo par di tutto punto un episodio poetico, contrario alla tradizione di Amato.
62. Leon d’Ostia, lib. II, cap. 37.
63. Si riscontrino: Amato, lib. I, cap. XXI, segg.; Guglielmo di Puglia, lib. I; Lupo Protospatario, anni 1017 a 1019; Annales Beneventani, 1017, presso Pertz, Scriptores, tomo III, p. 178; Leone d’Ostia, lib,. II, cap. 37, 38. I cronisti non si accordano sul numero delle battaglie vinte dai Normanni, e Amato solo narra la seconda sconfitta. Il traduttore di Amato, non comprendendo bene il testo, nel cap. XXII, suppone che tremila Normanni fossero venuti di Salerno dopo la battaglia di Canne; ma parmi inverosimile, e da correggersi come ho fatto.
64. Si riscontrino: Amato, lib. I, cap. XXIV, segg., e lib. II, cap. I a VII; Guglielmo di Puglia, lib. I; Lupo Protospatario, anno 1021, segg. Il Malaterra, tacendo le imprese dei Normanni prima della venuta di Guglielmo di Hauteville, spiega pur molto precisamente nel lib. I, cap. VI, l’indole delle compagnie normanne innanzi il 1040.
65. Dopo la battaglia di Canne (1019) scrive Amato: Et de li Normant non remainstrent se non cinc cent et vj grant home de li Normant remainstrent, de liquel ij remainstrent avec Athenulfe ec., lib. I, cap. XXII. L’Imperatore Arrigo I, nel 1022, avea lasciato in un castello dei nipoti di Melo ventiquattro cavalieri normanni capitanati da un Trostaino. Amato, lib. I, cap. XXIX e XXXII. Nel 1040 i 300 Normanni venuti d’Aversa in aiuto d’Ardoino, ubbidivano come innanzi diremo a dodici condottieri uguali tra loro. Dunque nel primo caso una compagnia somma ad 80 cavalli, e nei due secondi a 25.
66. Libro IV, cap. X, p. 380 e 389, segg., del secondo volume.
67. Si ricordino le fazioni di Rayca accennate da noi nel Libro IV, cap. VII, p. 345 del secondo volume.
68. Si veggano gli Annali di Bari, e Lupo Protospatario, anni 1039, 1040 e 1041, in Pertz, Scriptores, tomo V, p. 56, 57.
69. Et vous i habitez comme la sorice qui est en lo pertus.... que sachiez que je vous menerai à homes feminines, c’est à homes comme fames, liquel demorent en moult riche et espaciouse terre. Amato, lib. II, cap. XVII, p. 43.
Cum terra sit utilitatis,
Fœmineis Græcis cur permittatur haberi?
Guglielmo di Puglia, lib. I.