70.  Amato: Et estut li conte (il conte) xij pare à liquel ec. Cap. XVIII, p. 43. Guglielmo di Puglia... comitatus nomen honoris Quo donantur erat.

71.  Amato, lib. II, cap. XIX, p. 44.

72.  Et quant il oïrent ensi parler Arduyne, se consentirent à lui et font sacrement de fidelité de chascune part de paiz se la terre non avoit autre seignor que ou à cui face tribut se clame tributaire. Et en ceste regne se clame terre de demainne et se a autre seignorie se clame colonie come sont en ceste regne la terre qui a autre seignorie. Et sanz lo roy estoit seignor Arduyne et en celle part se clament colone. Amato, lib. II, cap. XIX, p. 44, 45. Il passo che ho notato in caratteri tondi è guasto al certo, e ciò che segue è nota interpolata dal traduttore, spiegando a suo modo il diritto pubblico napoletano del XIII secolo; poichè Amato non potea scrivere nell’XI le voci regno e re. Leone d’Ostia tralascia questo importantissimo fatto, e però non possiamo ristabilire il testo d’Amato. Ma il significato necessariamente è che i Melfitani non ubbidissero a feudatario e non prestassero servigi feudali, nè pagassero tributo se non che allo stato: il che dopo il conquisto normanno si chiamò in Sicilia e in Puglia: stare in demanio.

73.  Gli avvenimenti che ristringo in questo paragrafo, dal ritorno di Ardoino in terraferma sino all’occupazione di Melfi, son tratti da Amato, lib. II, cap. XIV, segg.; Guglielmo di Puglia, lib. I, Aversam subito venit Hardoinus; Malaterra, lib. I, cap. VIII; Leone d’Ostia, lib. II, cap. LXVI; Cedreno, tomo II, p. 545 della edizione di Bonn; Annali (ossia anonimo) di Bari e Lupo Protospatario, anni 1040, 1041. Oltre le discrepanze di minor momento, se ne scorge una che occorre di notare. Amato, seguendolo Leone d’Ostia, dice che Ardoino dopo l’ingiuria di Maniace rimase al servigio bizantino, suscitò occultamente i Pugliesi, e andò ad Aversa pretestando un viaggio di devozione a Roma. Guglielmo di Puglia lo fa insultare e rivoltare a Reggio, e correr di lì dritto ad Aversa. Malaterra, con poco divario, reca l’ingiuria in Sicilia, l’aperta ribellione appena ripassato il Faro, e non parla punto degli aiuti d’Aversa. Nelle due tradizioni dunque, la prima d’Amato e Leone, la seconda di Guglielmo e Malaterra, si dà essenzialmente diverso il modo e tempo dell’ammutinamento di Ardoino con la banda normanna. Or covaron essi l’onta parecchi giorni, o parecchi mesi? Chiarironsi disertori nel novembre 1040 in Calabria, ovvero nei principii del 1041 a Melfi? Guglielmo di Puglia fin dà il numero di cinquanta soldati uccisi dai Normanni alla schiera bizantina mandata a inseguirli, quando lasciarono il campo a Reggio. Amato, all’incontro, particolareggia la dissimulazione di Ardoino: com’ei corruppe Doceano con molt’oro; come fu preposto al governo di parecchie terre in Puglia; come incominciò ad accarezzare e convitare i maggiori cittadini, a compiangere gli aggravii della dominazione greca, a promettere che farebbe opera a liberarli; come infine tolse commiato, sotto specie d’andare alle perdonanze a Roma, e andò ad Aversa.

Or dovendosi necessariamente tacciare di bugia l’una o l’altra tradizione, ammettendo anche la sincerità di chi la scrivea, le condizioni dei due cronisti e l’indole di loro opere accusano Guglielmo, anzi che Amato. Del Malaterra non parlo, il quale in questo periodo ripeteva un romanzo di casa Hauteville, tacea gli aiuti di Aversa, facea capitano dei Normanni Guglielmo Braccio di Ferro, che lo fu tre anni dopo. Quella fuga inoltre con le armi alla mano dal centro della Sicilia secondo Malaterra, e da Reggio secondo Guglielmo di Puglia, infino a Melfi, è molto men credibile che la prolungata simulazione dei Normanni e che il favor di Doceano ad Ardoino, non disertore ma guerriero ingiuriato ingiustamente da Maniace. Infine il fatto riferito da Lupo e dagli Annali Baresi, che Doceano tornava di Sicilia di novembre 1040 per domare i sollevati di Puglia, dà luogo al supposto che i Normanni passassero con le forze di Doceano e fossero da lui posti a presidio in qualche terra non lontana da Melfi. Qual maraviglia che a capo di cinquanta o sessant’anni questo cambiamento di guarnigione, com’or diremmo, si raffazzonò nelle brigate dei principi e nobili normanni alla foggia che ci rappresentano Guglielmo di Puglia, e Malaterra, esagerando il valore ed attenuando la perfidia della passata generazione?

Pertanto mi appiglio alla tradizione d’Amato e cancello quel che scrissi in contrario nel Libro IV, cap. X, p. 389 del secondo volume, seguendo Guglielmo e Malaterra e tutti gli istorici moderni che loro credettero, i quali non aveano sotto gli occhi Amato. Che se altri mi tacci di leggerezza per questo, mi spiacerà meno del ricusar testimonianza al vero una volta ch’io ne sia convinto.

74.  Gli Annali di Bari col privilegio del «si dice» fanno montare i Greci a 18,000 e portano poco più di 2000 i Normanni; Lupo Protospatario li dice 3000. Senza esitare accetto cotesti numeri anzichè quelli dei due cronisti normanni, cioè Guglielmo di Puglia che dà 700 cavalli e 500 fanti, e Malaterra che dice tondo 500 militi da una parte e 60,000 Greci dall’altra. Al par che nelle guerre di Sicilia, convien dividere per sei la cifra dell’esercito nemico, e moltiplicare per sei quella del Normanno, quando si legga il Malaterra.

Quanto alla data, la più parte degli storici, annalisti, compilatori ed eruditi editori, non esclusi il Muratori e il De Meo, han messo l’occupazione di Melfi e la prima battaglia nel 1040. Il riscontro con fatti vicini e di data certa nella storia bizantina, ci mostra che si debba seguire piuttosto gli Annali di Bari e il Protospatario, i quali scrivono 1041. Leone d’Ostia ne fa anche espresso attestato, dicendo occupata Melfi anno Dominicæ Nativitatis MLXI, quo videlicet anno dies paschalis Sabbati ipso die festivitatis Sancti Benedicti (21 marzo) venit: e in vero la Pasqua cadde il 22 marzo nel 1041, non già nel 1040. Il Chronicon Breve Northmannicum, presso Muratori, Rerum Italicarum Scriptores, tomo V, p. 871, porta anche nel 1041 la prima occupazione della Puglia pei Normanni capitanati da Ardoino, e in marzo e maggio 1042 (dalla Incarnazione, ossia 1041 del conto comune) le due prime vittorie sopra i Greci.

75.  Si riscontrino: Amato, lib. II, cap. XXI, segg.; Guglielmo di Puglia, lib. I, Audito reditu Michælis, sino alla fine del Libro; Malaterra, cap. IX, X; Lupo Protospatario, ed Annali di Bari, anni 1041, 1042; Leone d’Ostia, lib. II, cap. LXVI. L’ordine degli avvenimenti è uguale in tutti; le date si trovan solo in Lupo e negli Annali di Bari. Contandosi da Lupo gli anni dell’èra volgare, talvolta al modo salernitano dal 25 dicembre (Vedi Pertz, Scriptores, tomo V, p. 51), ma più sovente col periodo costantinopolitano, cioè dal 1º settembre dell’anno precedente, il settembre 1042 risponde al nostro settembre 1041, e così fino a decembre. Che in questa epoca Lupo segua tal cronologia lo provano le esaltazioni degli imperatori di Costantinopoli, le quali noi possiamo riscontrare con le date di Cedreno e degli altri Bizantini.

76.  

Pro numero comitum bit sex statuere plateas,

Atque domus comitum totidem fabricantur in urbe.

Guglielmo di Puglia, Lib. I.

77.  Cedreno dice espressamente: Italiani delle province tra il Po e le Alpi; Amato: Et li Normant d’autre part non cessoient de querre li confin de principal pour home fort et soffisant de combatre ec. Lib. II, cap. XXIII, p. 50.

78.  Amato, ricordata l’occupazione di Melfi nel lib. II, cap. XIX, narra nel cap. XXX il partaggio dei conquisti al conte d’Aversa e dodici altri capi normanni dei quali dà i nomi ed i territorii assegnati a ciascuno, aggiugnendo: et (à) Arduyne secont lo sacrement donnerent sa part c’est la moitié de toutes choses si come fa la covenance; il qual fatto torna al 1043. Leone d’Ostia copia Amato nel lib. II, cap. 67, con le parole: Arduino autem juxta quod sibi juraverant parte sua contradita. I nomi dei dodici oltre il conte d’Aversa son tutti normanni. I territorii assegnati son quasi tutte città vescovili in un triangolo curvilineo dal Gargano a Frigento e di lì a Monopoli, nel quale spazio rimane in vero un’altra metà di luoghi importanti da potersi supporre assegnati ad Ardoino se si conoscesse che i Normanni li aveano occupati in quel tempo.

Ma l’illustre capo non è nominato da nessun altro cronista dopo il patto di Melfi; non da Amato nè da Leone dopo quel partaggio, nè alcuno dice che gli altri territorii di Puglia, caduti poi tutti in potere dei Normanni, fossero stati tolti sia ad Ardoino sia a feudatarii italiani della sua compagnia. Il modo più plausibile di spiegar cotesto silenzio mi par di supporre la immatura morte di Ardoino e la incorporazione de’ suoi nelle compagnie normanne. Guglielmo Braccio di Ferro che veniva di Sicilia con Ardoino, è il primo dei dodici nominati nel partaggio, e nello stesso anno fu creato conte di Puglia, come or si vedrà.

79.  Guglielmo di Puglia, Lib. I, appone questa scelta d’uno straniero a corruzione e invidia dei Normanni: Sed quia terrigenis, terreni semper honores, Invidiam pariunt ec.; ma Amato, italiano ancorchè monaco, dice: Et à ce qu’il donassent ferme cuer à li colone de la terre lo prince de Bonivent ec.

80.  Si riscontrino: Amato, lib. II, cap. XXVII; Guglielmo di Puglia, lib. I, Nam reliqui Galli ec.; Lupo Protospatario anno 1042. Secondo Guglielmo, vi fu un principio di divisione tra i Normanni dopo la deposizione di Atenolfo, volendo alcuni ubbidire a Guaimario principe di Salerno, ed altri ad Argiro. Ei narra la esaltazione di Argiro in Bari, richiesto dal popolo, ricusante questa dignità innanzi i primarii cittadini che avea convocati nella chiesa di Sant’Apollinare, sforzato dal comun voto ed eletto principe. Sembra che il poeta voglia descrivere in qual modo fosse stato fatto duca di Puglia il cittadino al quale i Normanni aggiunsero l’autorità di capo o protettore di lor banda. Ad una elezione simultanea e comune dei Baresi e dei Normanni, ci sarebbero gravi difficoltà.

Lupo scrive: et mense februarii factus est Argyrus Barensis princeps et dux Italiæ; ma non dice da chi. Il certo è che Bari in questo tempo era ribelle, nè tornò all’ubbidienza dei Greci se non che il 1043.

81.  Amato, lib. II, cap. XXVII. Secondo il Protospatario questo assedio cominciò in agosto 1042, e durò un mese.

82.  Si riscontrino: Amato, lib. II, cap. XXVII, XXVIII; Guglielmo di Puglia in fine del primo e in principio del secondo libro; Leone d’Ostia, lib. II, cap. 66; Lupo Protospatario, anni 1042, 1043 e 1046, nell’ultimo dei quali si nota che Argiro andò a Costantinopoli e quella corte richiamò a Bari tutti gli esuli. Non potendo dunque strappare la Puglia ai Normanni con la forza, gli imperatori d’Oriente cedeano ai voti dei popoli, salvo ad aggravar di nuovo la mano quando lo potessero.

83.  Si riscontrino: Amato, lib. II, cap. XXVII, segg.; Guglielmo di Puglia, lib. II dal principio; Lupo Protospatario, anni 1042 a 1053; Leone d’Ostia, lib. II, cap. 66.

84.  Guglielmo di Puglia, lib. I: Multa per hoc tempus sibi promittente Salerni, e segg.

85.  Amato, lib. II, cap. XXVIII a XXX; Leone d’Ostia, lib. II, cap. 66. Le tredici città assegnate, in Capitanata, Terra di Bari e Principato ulteriore, son oggi tutte vescovili, e metà l’era anche avanti l’XI secolo. Si ricordi ciò che avvertii su questo partaggio nella nota 2, p. 34.

86.  Così dovea seguire necessariamente, ancorchè poche vestigia rimangano di quel primo abbozzo della feudalità normanna. Di certo si vede che nei principii alcune terre furono soggiogate per forza o per accordi; altre, quasi confederate, ritennero governo municipale pagando soltanto un tributo o contribuzione federale, che forse rimase in comune per supplire al mantenimento dell’esercito. In fatti Guglielmo di Puglia, supponendo bene o male un partaggio avanti la occupazione di Melfi, scrive, lib. I:

...... undique terras

Divisere sibi ni sors inimica repugnet.

Singula proponunt loca quæ contingere sorte

Cuique duci debent et quæque tributa locorum.

Amato accenna in questo modo, lib. II, cap. XXVII, gli acquisti dei Normanni sotto la condotta di Argiro, cioè nel 1042: et toutes les cités d’eluec entor constreigneient qui estoient al lo commandement et à la rayson et statute que estoient; ensi alcun voluntairement se soumettoient et alcun de force et alcun paioient tribut de denaviers chascun an.

87.  Così le concessioni del conte Unfredo a’ fratelli germani Roberto, Maugerio e Guglielmo, e infine di Roberto a Ruggiero.

88.  Si vegga qui sopra, p. 18.

89.  Il luogo è determinato da Gauttier d’Arc, Histoire des conquêtes des Normands en Italie ec., Paris 1830, lib. I, cap. IV, p. 64, segg.

90.  Su le condizioni di Tancredi di Hauteville si riscontrino: Malaterra, lib. I, cap. IV e XL: Cronica di Roberto Guiscardo, traduzione francese, lib. I, cap. I, p. 263; e testo latino presso Caruso, p. 829; Cronica di San Massenzio, detta Chronicon Malleacense, nel Recueil des Historiens des Gaules etc., tomo XI, p. 644; Guglielmo di Malmesbury, lib. III, nella stessa raccolta, tomo IX, p. 187; Odorico Vitale, lib. V, presso Duchesne, Historiæ Normannorum Scriptores, p. 584.

La cronica di San Massenzio dice la famiglia poco nota e povera; Guglielmo di Malmesbury, Mediocri parentela ortus ec. Il Malaterra e la cronica di Roberto Guiscardo rincalzano la nobiltà di Tancredi: præclari admodum generis — genere nobilis.

La parentela coi duchi di Normandia, affermata per lo primo da sbadati compilatori del XIII e XIV secolo, non è ammessa ormai da alcun critico. Si vegga un’apposita dissertazione di E. F. Mooyer stampata a Minden nel 1830 in-4, secondo la quale il supposto si riduce a due fila debolissime, 1º che il padre di Tancredi fosse stato un dei figli di Riccardo I, dei quali non si conoscono i nomi; 2º ovvero che Muriel figliuola bastarda di esso Riccardo fosse la Moriella prima moglie di Tancredi. Questa opinione par che corresse a corte di Palermo nel 1140, perchè la cronica di Roberto Guiscardo scrive uxor nobilissima Muriella nomine.

Inaspettatamente ci verrebbe un lume dagli autori arabi, se potessimo fidarci a loro scrittura ed erudizione. Ibn-Kaldûn in due luoghi della storia (Biblioteca Arabo-Sicula, testo, p. 484 e 497) dà il nome del primo conte di Sicilia, Rogiar-ibn-Tankred-ibn-Khaira, o secondo alcuni MSS. ibn-H»w»h, che par nome di donna e indicherebbe che la casa di Hauteville vantasse la nobiltà della madre di Tancredi. Supponendo maschile tal nome, com’anche si può, si leggerebbe Hugo, o anche Geir (chè la prima lettera mutando il punto diacritico suona kh, h, ovvero g), e sarebbero nomi usati in Norvegia e in Francia. Debbo questa conghiettura all’erudito orientalista norvegio signor Broch; il quale crede suscettivo quel vocabolo della terza lezione Haby (o forse Habwu) che rappresenterebbe, con errore facile a supporre, il nome del feudo Hauteville.

91.  Wilhelm, Drogo, Humfried, e secondo la pronunzia francese Guillaume, Dreux, Humfroy.

92.  Amato, Malaterra e Leone d’Ostia, lo dicono condottiero della compagnia; ma parmi errore volontario dei principi di casa Hauteville. Si vegga a questo proposito il Libro IV, cap. X della presente opera, volume secondo, p. 380, nota 3, e 389, nota 1.

93.  Si riscontrino Amato, Guglielmo di Puglia e gli altri contemporanei citati di sopra. M. Gauttier d’Arc, op. cit., lib. I, cap. V, p. 141, sostiene che Drogone ebbe da Arrigo III titol di duca; ma il passo ch’egli allega di Ermanno Contratto è dubbio, e il diploma a nome di Drogone per lo meno è erroneo, come dato il 1053. Drogone era stato pugnalato in agosto 1051.

94.  Si veggano le autorità citate da Augustin Thierry, Hist. de la Conquéte d’Angleterre, lib. III, anni 1048 a 1065.

95.  Si riscontri Ermanno Contratto presso Pertz, Scriptores, tomo V, p. 132: Indigentes bello premere, injustum dominatum invadere, hæredibus legitimis castella, prædia, villas, domus, uxores etiam quibus libuit vi auferre, res ecclesiasticas diripere ec. Arnolfo, Gesta episcoporum Mediolan., presso Pertz, Scriptores, tomo X, p. 10, 11, similmente dice i Normanni a poco a poco ingrossati in Puglia, divenuti più crudeli dei Greci e più feroci dei Saraceni. Anche ad Amato scappa di bocca qualche lagnanza quando si tratta di Monte Cassino, lib. II, cap. XLI. E lo stesso Guglielmo di Puglia, accennando alle pratiche con papa Leone, accerta che Argiro Veris commiscens fallacia mittit ec. Tralascio tante altre testimonianze, perchè superflue, ovvero sospette, come per esempio quella d’Anna Comnena.

Ferrari nostro, nella Histoire des Révolutions d’Italie, tomo I, p. 344, segg., crede calunniati i Normanni dall’umor di reazione unitaria che allor si scatenò contro la rivoluzione federale dei vescovi. Ancorchè io non osi, senza più lungo studio, negar nè accettare le nuove spiegazioni della storia patria che vien proponendo quell’alto ingegno, parmi pure di prestar fede alle precise affermazioni dei cronisti, che d’altronde si accordano con lo esempio di tutti i conquistatori o dominatori stranieri. Il fatto dei soprusi e quel della reazione non sono per altro incompatibili; e certo è che i Normanni, se servirono una rivoluzione italiana, la voltarono ad utile e comodo proprio.

96.  Epistola di Leone IX a Costantino Monomaco, presso Labbe, Concilia, tomo IX, p. 983. Il papa dice a chiare note voler recuperare il patrimonio della Chiesa romana, voler porre accordo tra i due imperatori che son le due braccia della Chiesa ec. Non occorrono citazioni per gli altri fatti che sono notissimi, e dei miei giudizii può giudicare il lettore senza altre autorità. Ho tolto il pretesto della difesa dei poveri da Amato, il quale, lib. III, cap. XVI, XVII, tra le rimostranze di Leone IX ai Normanni, scrive: Et quant cil de Bonivent oïrent tant de perfetion et de sanctitè de lo pape, chacerent lo prince et soumistrent soi à la fidelitè soe, eaux et la citè. Come ognun sa, Leone avea già scroccata Benevento al devoto Arrigo II, in cambio dei diritti su la Chiesa di Bamberg.

97.  Chronicon Breve Northmannicum, presso Muratori, Rerum Italicarum Scriptores, tomo V, p. 278, anni 1045 a 1052.

98.  Amato, lib. II, cap. XLV; e III, cap. VII. Si confronti con gli altri cronisti ch’è inutile citare partitamente. Secondo Malaterra il castello fu quel di Scrible in Val di Crati.

99.  Si confrontino: Amato, lib. III; Guglielmo di Puglia, lib. II; Lupo Protospatario, anno 1053; Malaterra, lib. I, cap. XII a XV; Leone d’Ostia, lib. II, cap. 84; Ermanno Contratto presso Pertz, Scriptores, tomo V, p. 132.

100.  Nè Amato, nè Guglielmo di Puglia, nè Leone d’Ostia, nè alcun altro cronista narrano questa concessione, fuorchè il Malaterra nel quale leggiamo: Quorum (Normannorum) legitimam benevolentiam Apostolicus gratanter suscipiens, de offensis indulgentiam et benedictionem contulit et omnem terram quam pervaserant et quam ulterius versus Calabriam et Siciliam lucrari possent, de Sancto Petro hæreditati feudo sibi et hæredibus suis possidendam concessit, circa annos 1052. È anacronismo col 1059, e sbaglio di nome di Leone IX con Niccolò II; o il conte Ruggiero, autor vero della tradizione, sapendo dai fratelli le proposizioni che fecero allora i Normanni e qualche vaga promessa del papa prigione, le costruiva dopo mezzo secolo, a disegno o per incerta memoria, in espresso atto d’investitura. Si avverta che Amato, lib. III, cap. XXXVI, fa menzione della profferta dei Normanni avanti la battaglia di ricevere l’investitura e pagar censo: come avrebbe dunque passato sotto silenzio che il papa prigione l’assentiva? Non fo caso qui della Cronica di Roberto Guiscardo, ch’è opera della metà del XII secolo. E mi par che la epistola di Leone IX che citerò nella nota seguente distrugga al tutto il racconto di Malaterra.

101.  Epistola di Leone IX a Costantino Monomaco presso Labbe, Concilia, tomo IX, p. 981, segg. Ancorchè non vi sia data, si dee porre tra il 18 giugno 1053 e il 19 aprile 1054, giorno della morte del papa; perchè la battaglia di Civita vi è indicata in modo non equivoco; nè si può ammettere l’opinione del Saint-Marc, Abrégé chronologique, tomo III, Parte I, p. 170, segg., che riferisce questo scritto al 1051, supponendo gratuitamente un’altra zuffa dei Normanni con soldatesche del papa. Tronca ogni dubbio Wiberto arcidiacono di Toul, il quale nell’agiografia di Leone IX, lib. II, cap. VI, presso i Bollandisti, 19 aprile, tomo II di quel mese, p. 663, inserisce uno squarcio della stessa epistola per narrare, com’egli dice, con le propie parole del papa, lo scontro di Civitatula. Aggiugne del suo i fatti che conosciamo dopo la battaglia: l’andata a Benevento e indi a Roma, fino alla morte di Leone. Amato, lib. III, cap. XXXIX, scrive: Et o la favor de li Normant torna à Rome à li X mois puis que avoit esté la bataille.

102.  Amato, lib. III, cap. XLVI e XLVII. Stefano IX esaltato il 2 agosto 1057, morì il 29 marzo 1058. Amato narra ch’egli avea gettato le mani sul tesoro di Monte Cassino, per far guerra ai Normanni.

103.  Guglielmo di Puglia, lib. II; Malaterra, lib. I, cap. XV. Da un altro canto Amato, lib. III, cap. XLII, segg., racconta le molestie che recavano nel principato di Salerno Unfredo, il fratello Guglielmo e Riccardo d’Aversa.

104.  Malaterra, l. c. Amato, che in questo periodo tocca più brevemente le cose di Puglia, accenna verso il 1054 la venuta di Malgerio, Goffredo, Guglielmo e Ruggiero fratelli del conte Unfredo. Questo Guglielmo era figliuolo di Tancredi per la seconda moglie Fredesenda.

105.  I contemporanei riferiscon questo fatto a pezzi; ciascuno il suo. Amato, lib. IV, cap. II, scrive che alla morte d’Unfredo: Robert son frere rechut l’onor de la conté et la cure de estre conte. Guglielmo di Puglia, lib. II, accenna l’oficio lasciato a Roberto come tutore del figliuolo coi versi: Rector terrarum sit eo moriente ec. Malaterra non parla di tutela, ma precisamente dice, lib. I, cap. XVIII, che Roberto susceptusque a patria primatibus, omnium dominus et comes in loco fratris efficitur.

106.  I due fatti della mutazione del titolo di conte in duca e dell’omaggio feudale a Roma si cavano da queste autorità:

Amato, lib. IV, cap. III, narrata la occupazione di Reggio, continua: Et pour ce Robert sailli en plus grand estat qu’il non se clame plus conte, més se clamoit duc. Non fa motto del concilio di Melfi nè dell’investitura.

Malaterra che attribuì, come dicemmo, p. 43 in nota, la concessione feudale a Leone IX in favor di Unfredo, non tocca nè punto nè poco l’abboccamento di Melfi, ma nel lib. I, cap. XXXV, dopo la occupazione di Reggio il 1060, aggiugne: Igitur Robertus Guiscardus, accepta urbe, diuturni sui desiderii compos effectus, cum triumphali gloria dux efficitur.

Lupo Protospatario confonde i due fatti nel 1056 scrivendo: Et Unfredo obiit et Robertus frater ejus factus est dux; sul qual passo notava l’erudito Camillo Pellegrino che anche Drogone e Unfredo s’erano intitolati in lor diplomi or comes or dux.

La Cronica di Roberto Wiscardo (Anonimo del Caruso e Anonimo Vaticano del Muratori) tace i patti di Melfi e l’assunzione al ducato, riferendosi come Malaterra alla concessione di Leone IX che limita e particolareggia così: Discrete ac subtiliter utilitati Sanctæ Ecclesiæ prævidens, totam Apuliam atque Calabriam a finibus Guarnerii usque ad Farum comiti Humfredo et suis successoribus, nequaquam coactus in aliquo sed sola spontanea voluntate et suorum consilio Cardinalium, regendas semperque possidendas permisit. Si confronti la traduzione francese nello stesso volume di Amato, pag. 275, 276.

Guglielmo di Puglia, lib. II, narrato il Concilio di Melfi, ripiglia:

Finita Synodo, multorum Papa rogatu

Robertum donat Nicolaus honore ducali.

Hic comitum solus concesso jure ducatus

Est Papa factus jurando jure fidelis;

Unde sibi Calaber concessus et Appulus omnis

Est, locus et Latio, patriæ dominatio gentis.

La Cronica breve normanna presso Muratori, Rerum Italicarum Scriptores, tomo V, p. 278 (V) ha sotto il 1059:

Robertus Comes Apuliæ factus est Dux Apuliæ, Calabriæ et Siciliæ a papa Nicolao in civitate Melphis, et fecit ei homintum de omni terra.

Leone d’Ostia, lib. III, cap. 15 (ovvero 16), scostandosi questa volta da Amato, scrive: Eisdem quoque diebus et Richardo principatum capuanum et Robberto ducatum Apuliæ, Calabriæ atque Siciliæ (Nicolaus II) confirmavit cum sacramento; et fidelitate Romanæ Ecclesiæ ab eis primo recepta, nec non investitione census totius terræ ipsorum, singulis videlicet annis per singula boum paria denarios duodecim. Poscia torna alla tradizione di Amato e alla presa di Reggio, conchiudendo che Roberto ex tunc cæpit dux appellari. Dunque abbiamo quattro diverse tradizioni:

1ª Investitura di Leone IX ad Unfredo il 1053. La sostengono il cronista e il compilatore di parte siciliana. Il primo con oscurità studiata aggiugne le terre che si acquistassero alla volta di Calabria e di Sicilia. Il secondo, cinquant’anni dopo Malaterra, vi cancella la Sicilia e muta la concessione feudale in mera donazione.

2ª Investitura di Niccolò II a Roberto per la Puglia e Calabria, con titol di duca. Dal solo Guglielmo di Puglia, amico delle due dinastie normanne d’Aversa e di Puglia.

3ª Lo stesso aggiuntavi la Sicilia. In Leone d’Ostia e nel Chronicon Breve, entrambi dei principii del XII secolo. Leone era cardinale.

4ª Silenzio su l’investitura nei due contemporanei, Amato e Protospatario, i quali non ignorano il preso titolo di duca.

Dal silenzio degli uni e dalla discrepanza degli altri è da argomentare che la investitura non fosse stata mai promulgata nel paese. E veramente era tal atto d’usurpazione della potestà imperiale, tal preparamento di guerra contro l’impero, da occultarsi con ogni studio. Ma dell’atto non v’ha luogo a dubitare. Di tutti i ricordi che ne abbiamo, quel che più par s’avvicini al tenor dell’originale è l’obbligazione scritta di Roberto, copiata non sappiam quando nel Liber censuum della corte di Roma, pubblicata dal Baronio, Annales ecclesiastici, 1059, § 70, e data il 1059 stesso.

Ego Robertus Dei gratia et Sancti Petri Dux Apuliæ et Calabriæ et utroque subveniente futurus Siciliæ, ad confirmationem traditionis et ad recognitionem fidelitatis, de omni terra quam ego proprie sub dominio meo teneo et quam adhuc ulli Ultramuntanorum unquam concessi ut teneat, promitto me annualiter pro unoquoque jugo boum pensionem scilicet duodecim denarios papiensis monetæ persoluturum Beato Petro ec.

Quest’atto, tenuto forse segreto per molti anni, mi par genuino, e limita, come ognun vede, a poche terre in Puglia e in Calabria il novello tributo da pagarsi al papa.

Di più se ne scorge la natura della concessione della Sicilia, cioè di atto non compiuto, anzi di mera promessa. Guglielmo di Puglia tacque la promessa appunto perchè il signor della più parte della Sicilia, che non era mica Roberto ma Ruggiero, avea schivato l’investitura. Leone d’Ostia affermò la concessione della Sicilia e la ragguagliò a quella di Puglia e Calabria, perchè era cardinale e scrivea dopo quel terribile pontificato d’Ildebrando. Malaterra ne uscì con l’equivoco: alla volta di Calabria e di Sicilia, e con l’anacronismo del 1033. Del resto l’assentimento dei successori di Roberto, la ricusa dei successori di Ruggiero e i termini della Cronica di Roberto Wiscardo, compilazione storica della corte di re Ruggiero, provano la diversità del dritto riconosciuto al principio dell’undecimo secolo, di che riparleremo a suo luogo.

Quanto alla mutazione del titolo di Roberto, si è notato che i predecessori chiamaronsi talvolta duchi; prendendo, come ben riflette il Pellegrino, il titolo che la corte bizantina avea dato ad Argiro, luogotenente nella provincia ormai occupata dai Normanni. Forse Drogone e Unfredo bramavan così distinguersi dai conti subordinati al capo della federazione. In ogni modo è provato dalle testimonianze di Amato, Malaterra, Guglielmo di Puglia e Leone d’Ostia, che Roberto prese definitivamente il novello titolo all’occupazione di Cariati o di Reggio, cioè il 1059 o 1060; e in ogni modo dopo la concessione di Niccolò II. Ciò non esclude ch’egli richiedesse l’assentimento dei conti normanni, come suppongono a ragione gli storici napoletani e come si legge nell’Anonimo (Recueil des Historiens des Gaules ec., tomo X, p. 210); ma ormai chi gli potea ricusare il suffragio?

107.  Ruggiero alla sua morte (1101) avea 70 anni, al dir del Fazello che non cita autorità. V’hanno tradizioni diverse, delle quali tratterò a suo luogo.

108.  Malaterra, lib. I, cap. XIX, segg. Per la investitura del conte di Aversa si riscontri Leone d’Ostia, lib. III, cap. 15, (16). Per gli altri fatti i medesimi cronisti, Amato e Guglielmo di Puglia passim.

109.  Si vegga il Capitolo precedente, p. 46.

110.  Malaterra, lib. II, cap. I.

111.  Et que la cité estoit vacante des homes liquel i habitoient avant, il (Robèrt) la forni de ses cavaliers. Amato, lib. V, cap. XIX.

112.  Si vegga sopra il Libro II, cap. X, p. 426 del 1º volume, e si ricordino le guerre di Manuele Foca e di Maniace e la difesa di Catacalone.

113.  Tomo VI, p. 174, Parigi 1715. L’editore non dice altro su l’origine della cronica, se non d’esser tolta dai Mss. del Duchesne. Or si può domandare perchè il Baluzio non citò il codice di Messina; e perchè il Duchesne non avea prima stampata la cronica nella raccolta degli scrittori di cose Normanne? Sembra che l’uno e l’altro dubitassero della antichità di quel documento.

114.  Rerum Italic. Script. tomo VI, p. 614. Il Muratori nel breve avvertimento che pone innanzi a questo scritto, lo giudica contemporaneo «multam enim vetustatem sapit.» Ma parmi che i sospetti debbano cominciare dalla lingua e dallo stile.

115.  Ms. della Bibl. Imp. di Parigi segnato: Baluze, armoire 2, paquet 5, nº 2, al fog. 428, segg. Tutto il volume son copie di mano del Duchesne. Questi sotto il titolo della cronica notò: «Ex codice Ms. perantiquo Bibliothecæ Senatus Messanensis, summa fide transcripta». Ma egli, non essendo mai stato in Messina, avea copiato di certo sopra una copia, senza vedere il vantato testo antichissimo.

116.  Di Gregorio, nella Introduzione al dritto pubblico Siciliano toccando le consuetudini delle città, sagacemente notava essere il diploma del 1129, sospetto, ma non tutto. Della cronica ei tratta nelle Considerazioni su la Storia di Sicilia, lib. I, cap. II, e nota 47, e ben si appone che la copia pubblicata dal Baluzio fosse venuta da Messina. Se non che sbaglia il tempo. Sendo la copia di mano d’Andrea Duchesne che morì il 1640; non potea trovarsi, come suppone il Di Gregorio, tra i Mss. recati a Parigi dagli esuli Messinesi del 1675.

117.  Tra le idee moderne è da notarsi la diffidenza contro il papa che non era nata in Sicilia nell’XI secolo, ma fioriva pienamente dal XIII in poi. Nel linguaggio s’incontra la classica denominazione di città Mamertina e quella di Mori adoprata genericamente per dinotare i Musulmani.

118.  Rerum Sicanicarum compendium, lib. III. Quel grande ingegno, in suo stile breve ed un po’ frettoloso, fornito il racconto ripiglia «Alibi lego» ec. e dà senza citar nome d’autore, il racconto del Malaterra. Non dice qual de’ due gli sembri il vero o il più verosimile.

119.  De rebus Siculis, Deca II, lib. VII, cap. I. Il Fazello, ch’era pure stato in Messina ed avea frugato quelle Biblioteche, si riferisce a tradizione orale (ducta per manus fama) pei nomi dei congiurati. Non accenna l’origine della narrazione, e la intreccia, senza citazioni, con quella di Malaterra.

120.  Questo fatto si trova per lo primo nella Ystoire de li Normant pubblicata il 1835, se non che M. Gauttier d’Arc l’avea accennata fin dal 1830 nella sua compilazione, p. 219. Si avverta intanto che Amato parla qui e altrove (p. 148, 153, 159, 194) di un Goffredo Ridelle o Rindelle, mentre M. Gauttier d’Arc, l. c., seguito da M. Champollion (p. 342, nota) suppon che si tratti di un Goffredo fratello di Roberto e soprannominato Ridelle. Ma questa identità dei due Goffredi sembra supposta senza fondamento. Il Malaterra, lib. I, cap. IV, e quel ch’è più Amato stesso p. 94, dicono di Goffredo fratel di Ruggiero, senza far cenno del soprannome; e il Goffredo Rindelle quante fiate comparisce nella storia d’Amato, sembra piuttosto condottiero fidatissimo, che fratello di Roberto, il quale diffidava sopratutto dei fratelli.

121.  Il Malaterra non fa menzione che di due regoli. La divisione della Sicilia musulmana in quattro stati si seppe per lo primo dagli estratti di Nowairi pubblicati il 1790; e di tre stati si facea menzione negli estratti di Abulfeda e Scehab-ed-din-Omari, noti in Sicilia per opera di D’Amico nei principii del XVII secolo, cioè una cinquantina d’anni dopo la pubblicazione della Storia di Maurolico. Pertanto i cinque regoli mori e i confini che loro assegna la cronica si debbono riferire a tradizione genuina in fondo, corrotta nei particolari. Nulla si oppone a ciò che un Raxdis (Rascid) fosse stato governatore di Messina.

122.  Roberto andò all’assedio di Reggio quando si cominciava la mèsse, e se ne tornò a svernare in Puglia con Ruggiero dopo la scorreria in Sicilia. Malaterra, lib. I cap. XXXV; e lib. II, cap. II. Contando circa due mesi per l’assedio di Reggio si viene al settembre. La Breve istoria, facendo cominciar la congiura il 6 agosto, ci conduce alla stessa data.

123.  «Hæc secum animo revolvens, eorum ad quæ animum intendebat, non tardus executor,» scrive il Malaterra. La quale fretta si riscontra bene con la promessa di venire a Messina entro una settimana, che leggiamo nella Breve istoria. Questa, come ognun vede, confonde in uno solo i tre assalti di Ruggiero; il che è naturalissimo in una tradizione orale.

124.  Sessanta militi, scrive il Malaterra. Il numero si dee moltiplicare almeno per tre; poichè ogni cavaliere, nel medio evo avea seco ordinariamente due o più uomini armati e montati a cavallo.

125.  Conf. Malaterra, lib. II, cap. I, e Anonimo, versione francese (Chronique de Robert Viscart), lib. I, cap. XIII, e testo presso il Caruso, Bibliotheca Sicula p. 837.

126.  Malaterra, lib. II, cap. II, il quale, per mancanza di ragguagli precisi o per dissimulazione, parla vagamente di faccende che dovesse compiere il duca in Puglia durante l’inverno 1060-1061. Noi le sappiamo da Amato, lib. IV, cap. III, e lib. V, cap. IV, VI, VII, ed anche un po’ da Guglielmo di Puglia, lib. II, «Morti tradendum ec.» Preso da Roberto il titolo di duca, e cominciato a mutare l’autorità di capo federale in signor feudale, cospirarono contr’esso Balalardo suo nipote, Gazolin de la Blace, Ami figlio d’un Gualtiero, e un Goffredo, sovvenuti di danari dall’imperatore bizantino, al quale prometteano rendere il paese. Roberto tornato da Reggio li oppresse con le armi; indi assediò ed ebbe a patti Troia, municipio bizantino. Amato pone appunto dopo la resa di Troia la pratica del duca con Ibn-Thimna.

127.  I cronisti arabi che citammo nel Libro IV, cap. XV, p. 552 del 2º volume affermano avere Ibn-Thimna condotta la pratica con Ruggiero a Mileto, nè parlan d’altri; Amato lib. V, cap. VIII, dice col solo Roberto a Reggio; Malaterra, lib. II, cap. III, IV, nella stessa città col solo Ruggiero. Parmi evidente che v’ebbero almeno due abboccamenti: Roberto non venne a Reggio che per ultimare la cosa con Ibn-Thimna; ma questi s’era rivolto dapprima a Ruggiero, il quale non soggiornava per certo a Reggio, città del fratello, tra il quale e lui i sospetti non posavano giammai. D’altronde il nome di Mileto dato dai soli Arabi è di moltissimo peso, accennando il fatto più notevole di lor tradizione, sì notevole che diè origine ad un errore retrospettivo che facea Mileto capitale del re franco Baldovino, conquistatore dell’Italia meridionale, cioè Otone II. Si vegga il Libro IV, cap. VI di questa istoria, vol. 2º, p. 328, nota 1. E Mileto appunto è nominata nella Breve istoria della liberazione di Messina che citammo poc’anzi.

128.  Tutta l’isola, dicono gli annalisti arabi.