129.  Annalisti arabi citati dianzi.

130.  Anonimo.

131.  Amato, lib. V, cap. VIII, IX, X, il quale fa supporre capitano di tutte le genti Goffredo Ridelle, ma lascia trasparire il comando indipendente di Ruggiero. Malaterra dà l’impresa come ordinata e capitanata dal solo Ruggiero.

132.  Censessanta militi, dice Malaterra, il solo che dia il numero. Al solito è da contare tre armati o più per ciascun milite.

133.  Amato.

134.  L’ultima settimana di carnovale del 1060, scrive il Malaterra, contando l’anno dal 25 marzo all’uso di Firenze, Puglia e Sicilia. Però torna al 1061 del conto comune ed agli ultimi di febbraio, sendo occorsa la Pasqua a’ 15 aprile. Malaterra chiama il luogo Praroli e Tre Laghi, e aggiugne che v’erano le tegolaie. Similmente l’Anonimo dice tre Laghi. È senza dubbio la punta del Faro, ond’errava il Fazzello supponendo lo sbarco a Furno o Furnari tra Tindaro e Milazzo, perchè gli parea di trovare la versione del nome topografico nel clibana tegularum del Malaterra.

135.  Malaterra.

136.  Amato.

137.  Amato e Malaterra.

138.  Malaterra.

139.  Amato.

140.  Anonymi Chronicon Siculum.

141.  La narrazione si cava da Amato, lib. V, cap. X; Malaterra, lib. II, cap. IV, V, VI, e Anonymi Chronicon Siculum, lib. I, cap. XIII, presso Caruso, op. cit., p. 837, e nella traduzione francese, p. 279. Come si vede dalle note precedenti, i particolari differiscono nei due primi cronisti, e scarseggiano nel terzo, ma non sono contraddittorii.

142.  Amato.

143.  Amato. Il Malaterra dice vagamente: «cum maximo exercitu

144.  Amato. Secondo il Malaterra il campo sarebbe stato a Reggio.

145.  Malaterra scrive Germundos et galeas. La prima di queste voci, che che ne disputi il Ducange, par lezione erronea di Dermudos che è alla sua volta corruzione di Dromone.

146.  Amato dà il numero, Malaterra le dominazioni «Cattos, Golafros et Dormundos;» se non che il primo aggiugne «lo artifice liquel se clamoit Gath.» La voce Gatto con lo stesso significato di nave, si trova anche nella Chronica Varia Pisana, presso Muratori, Rerum Italic., tomo VI, p. 112, e in Caffari, Annales Genuenses presso Muratori Rerum Ital. tomo VI, p. 254. Forse quella nota appellazione dell’ordegno di guerra passò alla nave che lo portava: parendomi meno naturale l’etimologia dall’arabico Kula’a, nome generico, nel significato che noi diamo a «legni» o «vele.» La voce Golafros, che altrove si legge (V. Ducange) Golabros e Golabos, e nella Chronica Varia Pisana presso Muratori, Rerum Italic., VI, 112. Garabi, è l’arabico nome di legno Ghorâb (corvo), donde la nostra voce «Corvetta.»

147.  Malaterra lo chiama Belcamuer, ch’è una delle tante lezioni in che i Mss. guastano il nome d’Ibn-Hawwasci; l’Amato scrive invece Sausane, e sembra corruzione di Simsam-ed-dawla. Forse i raccontatori normanni dai quali egli attinse i fatti, confondeano il capo dei Musulmani di Sicilia al 1061, con l’ultimo principe Kelbita di cui abbiam detto nel Libro IV, capitolo XII, p. 419 segg. del 2º volume, sembrando inverosimile che Ibn-Hawwasci avesse preso appunto il medesimo titolo.

148.  Amato.

149.  Si vegga il Libro IV, capitolo X, XI, p. 393, 396, del 2º volume.

150.  Malaterra.

151.  Amato.

152.  Malaterra.

153.  Il nome di Calcare si legge in Amato; un Ms. di Malaterra dice Trium Monasterium. E Tremestieri è corruzione di tal voce; Edrisi nel cenno su questo luogo ha «tre Chiese».

154.  Amato.

155.  Conf. Amato e Malaterra.

156.  Di questo non fanno parola i cronisti normanni: si veggano qui sopra le pag. 56 a 60.

157.  Amato.

158.  Malaterra.

159.  Conf. Amato e Malaterra.

160.  Malaterra dice mandate le chiavi; Amato, che significarono a Roberto la vittoria que de Dieu avoient reçue par Goffrède Ridelle, et lui prierent qu’il vinst prendre la cité. Il cronista scordava aver detto poco innanzi che la schiera passata in Sicilia fosse capitanata da Ruggiero, senza far motto di Goffredo Ridelle, il quale al più potrebbe supporsi condottiere dei 170 cavalieri che venner dopo. Coteste discrepanze mostrano la gelosia che s’era accesa verso la fine dell’XI secolo tra i Normanni di Puglia e di Sicilia, dei quali i primi metteano da canto a tutta possa Ruggiero, e i secondi Roberto.

161.  Diverse manière de navie et de mariniers.... et particulierement devissent aler les nez.

162.  Amato. La presa di Messina è narrata da Amato, libro V, capitolo XII a XVIII; e Malaterra, libro II, capitolo VIII a XII; ne fan cenno Leone d’Ostia, libro III, capitolo XVI, e XLV, e l’Anonimo, presso Caruso p. 837, e traduzione francese, libro I, capitolo XIV.

163.  Conf. Amato, libro V, capitolo XIX, e Malaterra, libro II, capitolo XIII. Il primo scrive qui le parole che Roberto trovò Messina vota di abitatori, le quali, com’abbiam detto, si debbono prendere in senso figurato, se pur è fedele la traduzione. Malaterra afferma che i due fratelli lasciassero in città la cavalleria, il che deve intendersi di parte, non del tutto.

164.  Conf. Amato, libro V, capitolo XX; Malaterra l. c., tra i quali è il solito divario che il primo riferisce la dedizione al solo Roberto, il secondo ad ambo i fratelli. La tradizione d’Amato è la più verosimile in questi principii della guerra siciliana. D’altronde non è provato da cosifatte testimonianze che i Musulmani di Rametta prestassero omaggio feudale. Non poteva esser altro che un accordo temporaneo e propriamente l’amân. Leone d’Ostia, libro III, capitolo XLV, dice fatta tributaria Rametta.

165.  Scabatripolis nel Malaterra. Scaba o Scava, voce della bassa latinità che suona fosso, è premessa evidentemente al nome di Trabilis che si legge in due diplomi latini del 1134 e 1408. Edrisi ha, per trasposizione dei punti diacritici nel testo arabico, B-r-b-l-s e Bub-l-s che va corretto T-r-b-l-s e risponde esattamente all’odierno comune di Tripi. Dall’itinerario del detto geografo, Biblioteca Arabo-Sicula p. 66, si vede che da Rametta a Monteforte correva (alla metà del XII secolo) una strada di 4 e da Monteforte a Tripi di 20 miglia. Amato tralascia questa prima stazione.

166.  Fraxinetum in Malaterra, Lo False in Amato; l’uno e l’altro si riconoscono agevolmente nel Fraynit d’un diploma del 1188, Frazzanò, come or si chiama; dal qual comune muove un sentiero che riesce a Maniace. Edrisi nota la strada da Tripi a Montalbano, e Galati, terra vicinissima a Frazzanò. La traduzione d’Amato confonde Lo False con la pianura di Maniace, che indica chiaramente senza nominarla: a lo piè de lo grant mount et menachant moult de Gilbert (corr. Gibel).

167.  Conf. Amato, libro V, capit. XXI; e Malaterra libro II, capit. XIV. I Cristiani di Val-Demone scrive Malaterra; più correttamente Amato quei qui estoient là entor, e parla dei Cristiani di tutto il Val-Demone quando i vincitori tornarono dall’assedio di Castrogiovanni a San Marco e Messina.

168.  Amato, lib. V, capitolo XXI e XXII. Malaterra, lib. II capitolo XV. Emmelesio, di cui si ignora il sito nè se ne trova cenno in altro scrittore cristiano o musulmano, è nominata da Amato.

169.  Malaterra, libro II, capitolo XVI.

170.  Amato, lib. V, capitolo XXII.

171.  Malaterra, libro II, capitolo XVI, Guedeta, dice il cronista, e aggiugne che significhi flumen paludis. Il nome arabico Wadi-el-tin il quale si trova scritto Lo dictaino in un privilegio del conte Ruggiero, dato il 1004 presso Pirro, Sicilia Sacra, pag. 1011, precisamente suona: il fiume del Fango. S’ignora il sito di queste grotte di San Felice, le quali potrebbero per avventura esser le «Quaranta Grotte» espugnate dai Musulmani nell’841, le quali sembran parimenti vicine a Castrogiovanni, abitate e difendevoli. Si vegga il nostro Libro II, capitolo V, pag. 310 del 1º volume.

172.  Malaterra, libro II, capitolo XVII, si contenta di dare ai Normanni 700 uomini, ed ai nemici 13,000; e l’Anonimo presso Caruso p. 838 e nella traduzione francese, libro I, capitolo XIV, copia tali cifre aggiugnendo che nell’una come nell’altra si comprendessero i fanti. Amato, libro V, capitolo XXIII, copiato da Leone d’Ostia, libro III, capitolo XLV, scocca l’iperbole dei 13,000 cavalli e 100,000 fanti Musulmani; ma lascia a Roberto i 1000 cavalli e 1000 fanti ch’avea rassegnati in Messina. È notevole che Ibn-Khaldûn, traduzione francese di M. Des Vergers, p. 183, trascrivendo quasi da Ibn-el-Athir il brevissimo cenno di questa battaglia, vi aggiugne che Ruggiero avesse 700 uomini: e potrebbe essere appunto la tradizione normanna, intesa in Palermo nel XII secolo da Ibn-Sceddâd, la cui compilazione ci manca. Per altro non sembra inverosimile che le mille lance noverate da Roberto a Messina, fossero ridotte dinanzi Castrogiovanni a 700, per malattie, morti e presidii, lasciati di certo per assicurare la ritirata sopra cento e più miglia da Castrogiovanni a Paternò, Maniace, Frazzanò e Messina. I 700 poi potrebbero essere i soli militi senza contarvi gli uomini d’arme di ciascuno. In ultimo la critica ci conduce a rigettare con le altre fole le schiere affricane dell’esercito. L’Affrica propria a quel tempo si travagliava nella irruzione degli Arabi d’oltre Nilo. E forse i narratori cristiani riportavano indietro al 1061, gli aiuti dei principi Ziriti del 1063, o contavano come «aiuti d’Affrica» qualche drappello di schiavi negri, di Berberi ec. al servigio dei Musulmani di Sicilia.

173.  S. Matteo, XVII. 20.

174.  Conf. Amato, libro V, capitolo XXIII; Malaterra, libro II, capitolo XVII; Anonimo presso Caruso p. 838 e nella traduzione francese, libro I, capitolo XIV, Leone d’Ostia, libro III, capitolo XLV, Fra Corrado presso Caruso, tomo I, p. 47. Ibn-al-Athir nella Biblioteca Arabo Sicula p. 276; Nowairi, presso Di Gregorio, Rerum Arabicarum, p. 25; Ibn-Khaldûn, traduzione di M. de Vergers, p. 183. I quali annalisti arabi fan cenno appena della sconfitta.

175.  Conf. Malaterra e l’Anonimo, l. c.

176.  Amato, l. c.

177.  Conf. Malaterra e l’Anonimo, l. c.

178.  O les bras ploies et la teste enclinée de toutes pars venent li Cayte et aportent domps et ferment pais avec lo duc et se soumetent à lui et lor cités. Amato, l. c. Questo fatto che non si legge punto in Malaterra, va ridotto ai termini di tregue chieste per una stagione ed accordate a prezzo. A creder pienamente il cronista, la Sicilia si sarebbe arresa a Roberto, nè allor si comprenderebbe perch’egli se ne tornasse in Calabria lasciando presidio appena a San Marco ed a Messina.

179.  C’est paille copertez à ovre d’Espaigne ec. Forse ricamati. In ogni modo mi sembra doversi intendere piuttosto lavorali a modo spagnuolo, che fabbricati proprio in Ispagna. La voce tarin indica al certo non il dirhem arabo, ma i tarì d’oro dei quali abbiamo fatto parola nel Libro IV, capitolo XIII, p. 439, del 2º volume; onde la somma tornerebbe a più di 300,000 lire italiane.

180.  Et lo duc pensa une grant soutillesce.

181.  Amato, libro V, capitolo XXIV, dicendo mandato il messaggio dallo amirail de Palerme. Secondo lo stesso autore, libro V, capitolo VIII, il ribelle che cacciò Ibn-Thimna di Palermo e se ne fece emiro, avea nome Belcho (Ibn-Hawwasci). Poi al capitolo XIII, chiama l’emir di Palermo, in maggio 1061, Sausane. Balchaot (Ibn-Hawwasci) ricomparisce alla testa dell’esercito a Castrogiovanni nel capitolo XXIII, e nel XXIV l’emir di Palermo non ha nome. Da un’altra mano Malaterra, com’abbiamo notato alla p. 66, dà emir di Palermo, in maggio 1061, Belcamuer, cioè lo stesso Ibn-Hawwasci.

182.  Malaterra, l. c.

183.  Amato, libro V, capitolo XXIII, narrato il principio dell’assedio di Castrogiovanni continua: «Et puis dui mois le victorious duc s’en torna a Messine.» E in vero dallo sbarco alla battaglia sotto Castrogiovanni era corso un mese incirca, come si argomenta dalla narrazione del Malaterra.

184.  Malaterra, l. c. Si ricordi che l’esercito si adunò su lo Stretto nei primi di maggio. Messina fu presa verso la metà dello stesso mese.

185.  Amato, libro V, capitolo XXV. È da notare che Malaterra fa menzione soltanto de’ Cristiani venuti al campo di Maniace; e Amato nel capitolo XXI accenna il medesimo fatto parlando dei soli Cristiani de’ contorni e della sicurtà lor conceduta da Roberto, poi nel capitolo XXV dice venuti al duca sotto Castrogiovanni, ovvero nella ritirata di lì a San Marco, quei del Val de Manne.... por estre aidié de lo duc et que desirroient de non estre subjette a li païen lui firent tribut de or et habondance de cose de vivre.

186.  Si veggano Fazzello, Cluverio, Amico Dizionario topografico ec. Sono state trovate a San Marco iscrizioni latine di Alunzio. Edrisi nella Bibl. Arabo-Sic., testo p. 32, e presso di Gregorio Rerum Arabicarum, p. 115, fa cenno delle antichità che si notavano in San Marco e ci descrive la importanza della città, centro d’industria agricola e navale.

187.  Amato, libro V, capitolo XXV. Ancorchè il cronista narri la fondazione del castel di San Marco dopo avere accennato nel capitolo XXIII il ritorno di Roberto a Messina, replica pure questo ritorno nel capitolo XXV, nè può rimaner dubbio che lo esercito si fosse fermato a San Marco durante la ritirata. Si conf. l’Anonimo presso Caruso, p. 838, e la traduzione francese, libro I, capitolo XIV, e Leone d’Ostia, libro III, capitolo XLV.

188.  Conf. Malaterra, libro II, capitolo XVIII; e Anonimo, l. c.

189.  «Mandato Bettumeno, in sua fidelitate, a Catania, che gli apparteneva ec.» scrive Malaterra, l. c. Con Catania andava di certo Siracusa, antico stato d’Ibn-Thimna, e i distretti.

190.  Amato, libro V, capitolo XXV, lo dice espressamente. Sembra mero patto di difesa da una parte e tributo dall’altra; patto fors’anco temporaneo senza indole nè forma di omaggio feudale.

191.  Veggasi il Libro IV, capitolo XII, p. 419, del 2º volume.

192.  Si vegga il nostro Lib. IV, cap. XV, p. 547, 548, del 2º volume. I fatti qui accennati si ritraggono da Ibn-el-Athir, testo, anni 442, 448, 453, 455, 457, tomo IX e X, della edizione di Tornberg; Baiân-el-Moghrib, testo, tomo I, p. 308 a 312; Nowairi, Storia d’Affrica, MS. arabo di Parigi, ancien fonds 702, fol. 39, verso a 42 verso; Tigiani, Rehela, traduzione di M. Alph. Rousseau, nel Journal Asiatique d’agosto 1852, p. 109, febbraio 1853, p. 185 segg.

193.  Ecco le parole d’Ibn-el-Athir, Biblioteca Arabo-Sicula, testo, p. 276, copiate con poco divario da Abulfeda, anno 484, Nowairi e Ibn-Abi-Dinâr, op. cit., p. 414, 447, 534. «Assediato in Castrogiovanni, Ibn-Hawwasci uscì a combattere; ma rotto dai Franchi si ritrasse nella fortezza: quelli cavalcarono per la Sicilia e s’impadronirono di molti luoghi. Allora lasciavan l’isola non pochi dotti e onesti uomini. Alcuni dei quali andarono appo Moezz-ibn-Badis esponendogli la condizione del paese, le discordie del popolo musulmano, il territorio in parte occupato dai Franchi; onde Moezz allestita una grossa armata e imbarcati fanti e munizioni, la fece salpare ch’era d’inverno. Alla Pantellaria, surta una tempesta, la più parte annegò; pochissimi si salvarono; la perdita del quale navilio indebolì molto Moezz, e rincorò gli Arabi sì che gli tolsero l’Affrica.» Sendo morto Moezz il 24 sciàban 454 (Bayan el Maghrib, tomo I, p. 308) ossia il 31 agosto 1062, la spedizione va posta nell’inverno precedente, cioè pochi mesi dopo la battaglia di Castrogiovanni della quale sappiamo la data dagli scrittori cristiani, sì che possiamo così correggere i musulmani citati di sopra a p. 74, i quali la pongono nel 444 (1053). Gli autori arabi, per effetto dell’anacronismo loro di otto anni, noverano questo naufragio tra le cause del facile conquisto degli Arabi d’oltre Nilo sopra l’Affrica, il quale era compiuto innanzi il 1061, come s’è notato in altro luogo.

194.  Cristiani vero provinciarum, sibi cum maxima lætitia occurrentes in multis obsecuti sunt. Malaterra. La designazione geografica è vaga quanto la misura dell’obbedienza, e l’una e l’altra torna al concetto ch’io esprimo nel testo. Si tenga anco a mente che provincia nella latinità del medio evo spesso ha il mero significato di campagna o contado.

195.  Veggasi il lib. III, cap. III. e lib. V, cap. XI, vol. II, pag. 255 e 397.

196.  Conf. Malaterra, lib. II, cap. XVIII, e l’Anonimo presso Caruso, Bibliotheca Sicula, p. 838 e lib. I, cap. XV, della versione francese. Ho tolto dal primo il numero dei militi di Ruggiero. Il testo latino dell’anonimo ha 50, e la versione francese 200.

Il Fazzello, deca I, lib. X, cap. 1, scrive che il contado di Traina fosse popolato di cristiani, tenendo la città i Saraceni; che Ruggiero si fosse consigliato coi primi ed avesse ai conforti loro espugnata la città e fondata nei dintorni la badia di Sant’Elia, la quale addimandò d’Eubulo dal buon consiglio che gli venne in quel luogo. Ei cita in principio un privilegio greco del conte, senza indicarne la data; ma evidentemente gli è quello del 6602 (1094 dell’èra volgare) di cui Rocco Pirro, pag. 1011, dà una pessima versione latina, nella quale il nome è scritto De Ambula, nè si fa allusione a consiglio di sorta de’ Cristiani, nè a voto del conte, anzi questi non esercita altra liberalità che di concedere al Logoteta Giovanni il terreno per fondare un monastero. La citazione dunque del Fazzello va ristretta al fatto del contado abitato da cristiani, ed in questi limiti bene sta, occorrendo nomi greci e latini tra i villani donati dal conte al monastero. Il rimanente della tradizione non ha documento che il provi, nè se ne scorge vestigio nelle cronache. Donde sembra che il Fazzello l’abbia supposto dalla significazione ch’egli credea trovar nel nome d’Ambola, Embula, Eboli, e secondo lui Eubulo, e dal sapere vicine alcune popolazioni musulmane, come si vedrà nel seguito di questo capitolo. L’espressa testimonianza del Malaterra non permette così fatto supposto.

Nè ha origine contemporanea la favola (Pirro l. c.; De Ciocchis, Sacrae Regiae Visitationis, tom. II, p 642) che il Profeta Elia, comparso a Ruggiero, con una spada in mano, lo confortasse all’impresa.

197.  Conf. Malaterra, lib. II, cap. XIX, XX, il quale dà alla sposa il nome di Delicia; e l’Anonimo, l. c., che la chiama Iucta (Iudicta). I fatti anteriori all’arrivo di costei in Calabria si ricavano da Odorico Vitale e Guglielmo di Gembloux, citati da M. Gaultier d’Arc. Histoire des Conquétes des Normands en Italie ec., p. 228 segg. L’autore a p. 236 in nota, sostiene che la donzella uscendo del chiostro, mutò nome in Eremberga, supposta da altri seconda moglie di Ruggiero. Si vegga anche un estratto del trattato di Ducange su le famiglie normanne, in appendice all’Ystoire de li Normant, p. 354.

198.  In oggi due comuni distanti un miglio l’un dall’altro si addomandano Petralia Soprana, e Petralia Sottana. Secondo il D’Amico, Dizionario Topografico, questo è più recente; ma Edrisi dà una sola Petralia con la qualità di Hisn, ossia fortezza in pianura.

199.  Conf. Malaterra, lib. II, cap. XX; ed Anonimo, l. c.

200.  Malaterra, lib. II, cap. XX e XXII.

201.  Antulium presso Malaterra, con la variante Antelium e Antileon nell’Anonimo; la cronaca di fra Corrado, presso Caruso, Bibliotheca Sicula, tom. I, p. 47, ha: «Antellæ quod castrum erat in Sicilia juxta Corleonum.» Però non è dubbia la identità con Entella, il cui nome si trova in altri ricordi da me citati nella Carte comparée de la Sicile ec., index topographique. Il Fazzello, deca I., lib. I, cap. 6, dà un cenno topografico su l’antica città e sul castello, dove si difesero ostinatamente gli ultimi Musulmani di Sicilia contro Federigo imperatore. Un dotto amico mio che visitava questo castello nel 1858, mi ha gentilmente comunicate le note e la pianta ch’egli abbozzò, dalle quali si vede la maravigliosa fortezza del sito, la estensione della città antica, provveduta di cisterne e fosse da grano, e la postura di quello che a ragione si crede il castello saracenico; gli avanzi del quale al par che quelli della città, scompariscono a poco a poco, rubati per adoperarli da materiali di costruzione ne’ paesi all’intorno. Il sito, a cavaliere del fiume Belici sinistro, è notato nella mia carta comparata.

202.  Nikl, o Nicl, che sarebbero soprannomi (stivale vecchio, ovvero ceppo, ritorta, guerriero valoroso), o Nakhli nome etnico.

203.  Conf. Malaterra, lib. II, cap. XXII; Anonimo presso Caruso, Bibl. Sic., tomo II, p. 839 e nella traduzione francese lib. I, cap. XV; ed Epistola di fra Corrado, l. c. Il Malaterra narra l’uccisione d’Ibn-Thimna tra la dichiarazione di guerra di Ruggiero a Roberto e l’assedio di Mileto che seguì, al suo dire, al principio (25 marzo) dell’anno 1062. Con queste scorte ho fissata a un di presso la data.

204.  Malaterra, lib. II, cap. XXI; Anonimo presso Caruso, Bibl. Sicula, tomo II, p. 838, 839, e lib. I, cap. XV della versione francese.

205.  Conf. Malaterra, lib. II, cap. XXIII a XXVIII; Anonimo presso Caruso, Bibl. Sic., tom. II, p. 839 ad 841; e nella versione francese, lib. I, cap. XV, XVI. L’Anonimo suppone, con manifesto errore, l’imprigionamento di Roberto in Geraci di Sicilia; ed è questa tra le prove che la compilazione fu scritta nel secolo appresso e nell’isola.

206.  Malaterra. Forse si deve intendere di militi, o diremmo lance, ed accrescere il numero de’ cavalli a mille in circa. La data si ritrae da ciò che Ruggiero liberavasi da’ suoi nemici in Traina, nel cuor dell’inverno, dopo quattro mesi d’assedio. Vanno dedotte inoltre due o più settimane corse dall’arrivo al principio della sollevazione.

207.  Malaterra.

208.  L’Anonimo, il quale ancorchè compilasse da ottant’anni dopo il fatto, par abbia attinto ad altre memorie oltre quelle di Malaterra, e potea per avventura conoscere il titolo preso da Ruggiero in quei primi tempi del conquisto.

209.  Conf. Malaterra, lib. II, cap. XXIX e XXXI; Anonimo presso Caruso, Bibl. Sic., tomo II, p. 841; e nella traduz. francese, lib. I, cap. XVI. Il nome di Plotino è scritto Glotino nel testo latino dell’Anonimo, e Porino o Polarino in quel di Malaterra. È da avvertire che, secondo il Malaterra, i Trainesi bevvero tanto in quel freddissimo inverno perchè la state soleano patire intollerabili calori per la vicinanza dell’Etna(!!) donde balnearum æstuationibus æstuari assueti etc. Mi par chiaro qui il significato di “avvezzi ad un caldo da stufa,” e che queste parole non attestino l’uso dei bagni a Traina nel 1062, ma piuttosto in Palermo verso la fine del secolo, quando scrivea Malaterra. La testimonianza di questo scrittore che le campagne di Traina fossero abitate anco da Musulmani, si conferma per un diploma del 1085 presso Di Chiara, Opuscoli ec., Palermo, 1855, in-8, pag. 167. I nomi dei villani conceduti alla Chiesa di Traina nei dintorni della città son tutti musulmani.

210.  Si vegga qui sopra la pag. 80.

211.  La morte di Moezz è recata nel 453 da Ibn-el-Athir, testo, anno 484, nella Biblioteca arabo-sicula, p. 277, e dal Nowairi, op. cit. fol. 40 recto. Ibn-es-Scerf, citato nel Baiân, p. 308, la riferisce al 453, ma Abu-s-Salt, ibid., porta la data del 24 sciaban 454; e Tigiani, l. c., conferma l’anno, al pari che Ibn-Abbâr, nell’Hollet-es-Siarâ, MS. della Società Asiatica di Parigi, fol. 108 verso. Mi attengo a questi tre ultimi scrittori, come autorevoli sopra ogni altro nelle cose dell’Affrica.

La condizione di Tamîm al principio del regno è così definita da Tigiani, MS. di Parigi, sup. 911 bis, fol. 135 recto, e trad. di Mr Rousseau: «E gli Arabi gli tolsero ogni cosa, non rimanendogli se non che il perimetro delle mura di Mehdia. Ma talvolta, confederandosi con alcuna tribù d’Arabi, trovò modo d’uscire in campo contro cui veniva ad assalirlo, e di assediare alcuna delle città ribellatesi da lui.»

212.  «Comperto quod Arabici et Africani, qui Arabia et Africa, quasi auxilium laturi Siciliensibus, causa lucrandi advenerant etc.» Malaterra. Gli Affricani son forse quegli schiavi ziriti dei quali fa menzione Ibn-el-Athîr.

213.  Ibn-el-Athîr, anno 484, testo, nella Biblioteca arabo-sicula, p. 277; e Nowairi, op. cit., p. 447, e presso Di Gregorio, p. 26. Entrambi recano il fatto, senz’altra data, dopo la esaltazione di Tamîm, e seguono a raccontare, con la transizione d’un indi, il passaggio d’Aiûb a Girgenti ed altri gravi successi infino al 461 (1068-69). L’indi mi par che qui valga dopo tre o quattro anni. Si avverta che il nome Aiûb è la forma arabica di Giobbe.

214.  Questi particolari si traggono dal seguito della storia. Credo venuta prima la schiera di Castrogiovanni per induzione della parola con che Malaterra incomincia il cap. XXXIII del lib. II. I limiti che ho immaginati alla regione in cui comandò Aiûb, sono da un canto lo stato di Girgenti tenuto da Ibn-Hawwasci, dall’altro il castel di San Marco che suppongo in man dei Normanni. A qual principe musulmano ubbidisse la parte dell’isola tra Licata e Taormina, non si può argomentare da alcun dato certo nè dubbio.

215.  Le fonti latine non danno alcun nome che si possa ridurre ad Anattor; e la variante di Malaterra, Avator, è da escludersi come quella che riporterebbe a Caltavuturo, terra troppo lontana. Ma la Geografia d’Edrisi nota, senza vocali, un A. n. t. r. N. s. t. ri sul Simeto, a mezzogiorno di Adernò. Come il sito accennato qui dal cronista giace poco lungi da San Felice, ove si narra che la gualdana riposò per avere perduti assai cavalli; e come noi troviamo nella impresa del 1061, San Felice vicina a quel tratto del Simeto (veggasi qui innanzi la pag. 72), così è probabilissima l’identità de’ due luoghi citati da Malaterra e da Edrisi.

216.  Conf. Malaterra, lib. II, cap. XXXII, e l’Anonimo presso Caruso, Bibl. sicula, tomo II, pag. 811, e nella traduzione francese, lib. I, cap. XVII.

Il Malaterra racconta questi fatti prima di notare, com’ei suole, il principio del nuovo anno, che, secondo il suo conto, correa dal 25 marzo. L’avvenimento più importante, cioè l’avvisaglia di Castrogiovanni, si dovrebbe dunque porre innanzi il 25 marzo 1063, ma le altre circostanze ci sforzano a differire la correría di Caltavuturo e Butera allo scorcio della primavera, quando in Sicilia si patisce talvolta il gran caldo e la siccità notati da Malaterra. Da un’altra mano gli avvenimenti che seguono non permettono di supporre cotesta scorrería in giugno o luglio. Non è superfluo avvertire che il Malaterra dà soltanto i nomi delle città e castella, e che son aggiunte da me le indicazioni del corso dei fiumi che i Normanni manifestamente seguirono.

217.  «Africani ergo et Arabici cum Siciliensibus plurimo exercitu congregati ut bellum comiti inferant etc.» — Sicilienses non può significare altro che Musulmani di Sicilia. Così anche nei cap. XVII e XXXIII dello stesso lib. II del Malaterra. Non accadde mai in alcuno Stato musulmano che si armassero gli dsimmi. Va errato dunque il Palmieri, Somma della Storia di Sicilia, cap. XVIII, nel supporre, su la dubbia interpretazione d’una variante del Malaterra, che i Cristiani di Sicilia facessero parte dell’oste musulmana a Cerami.

218.  Si argomenta 1º dagli annali arabi che portano andato l’esercito in Palermo; e 2º dalla morte del kaid di Palermo nella giornata di Cerami.

219.  Tal supposto, molto probabile a priori, è rinforzato dal fatto che il bottino fu mandato al papa per un Meledio, di nome greco e però calabrese o siciliano. D’altronde è da considerare che i Musulmani non si sarebbero trattenuti per tre giorni in ordine di battaglia su l’altura opposta a Traina, se non avessero viste forze maggiori di quelle che la cronica normanna attribuisce al conte Ruggero.

220.  Ho posto il nome del paese il quale non si trova in Malaterra.

221.  Questa data non si legge nelle cronache. La deduco da quella precedente scorreria a Butera determinata approssimativamente nella nota 1 a pag. 96 e dalla impresa de’ Pisani in Palermo che seguì poco appresso.

222.  Serlone v’entrò con 30 militi e n’uscì con 36. Del resto Malaterra non parla nè punto nè poco degli abitatori di Cerami.

223.  Anonimo.

224.  «Et splendenti clamucio, quo pro lorica utimur (utuntur?) armatum... et clamucium quo indutus erat nullis armis poterat violari, nisi ab imo in superius impingendo, inter duo ferrea quæ per juncturas cumcatenata sunt, ingenio potius quam vi vitiaretur.» Così Malaterra, il quale par che avesse avuta sotto gli occhi l’armatura conservata forse dal conte Ruggiero. Il Ducange, Glossario, citando questo passo, suppone il vocabolo corruzione di Camicium, chemise de maille. E in vero la descrizione mostra un giaco di maglia orientale col petto e il dorso coperti di laminette a mo’ di squame, come se ne vede ne’ nostri musei.