225. Arcadius. Di certo Kâid non Kâdi, come s’è supposto.
226. Conf. Malaterra, lib. II, cap. XXXII; e l’Anonimo presso Caruso, Bibliotheca Sicula, tomo II, pag. 841-843 e nella traduz. francese, lib. I, cap. XVIII; e l’Epistola di Frà Corrado, presso Caruso, op. cit., tomo I, p. 48.
L’Anonimo ebbe sotto gli occhi di certo il Malaterra ed altre memorie; poichè riferisce alcuni particolari diversi. Il più importante è che Ruggiero avesse mandato Serlone a Cerami due giorni innanzi la grande battaglia; che il dimani dell’arrivo, Serlone fosse uscito a combattere; che Ruggiero fosse ito a trovarlo la sera col grosso della gente e che tutti insieme si fossero avanzati contro il nemico il dì seguente, verso le sette. Il racconto di Malaterra, al contrario, fa supporre avvenuti tutti i combattimenti in un sol giorno.
Forse questa battaglia fu ricordata da alcun cronista musulmano, i cui scritti non sono pervenuti infino a noi, poichè Soiutl nella biografia di Mohammed-ibn-Ali-ibn-Hasan-ibn-Abi-l-Berr (Biblioteca Arabo-Sicula, testo, cap. LXXVI, p. 672) riferisce il conquisto cristiano della Sicilia al 455 dell’egira (1063), la quale data non si trova negli altri ricordi musulmani.
227. Malaterra, l. c. «Comes, Deo et S. Petro cujus patrocinio tantam victoriam se adeptum recognoscebat, de collato sibi beneficio non ingratum existens, in testimonium victoriæ suæ, per quendam suorum...... Apostolicus vero, plus de victoria..... mandat: vexillumque a Romana sede, Apostolica auctoritate consignatum; quo prœmio, de Beati Petri fisi præsidio, tutius in Saracenos debellaturi insurgerent.»
Questo è lo stendardo che il Giannone, lib. X, cap. II, dice mandato da Alessandro II al conte Ruggiero mentre accingeasi all’impresa di Sicilia. L’illustre storico napoletano, il quale cita qui il Baronio, anno 1066, n. 2, non si guardò questa volta dalle insidie del cardinale annalista.
228. Malaterra.
229. Argomento cotesta pratica dal confuso ed erroneo cenno che ne fa Amato, Ystoire de li Normant, lib. V, cap. XXVIII: Roberto, durante l’assedio di Bari (1068-1071), affinchè i Saraceni non potessero munirsi e provvedersi, domandò l’aiuto dei Pisani, i quali apprestate lor navi e compagnie di cavalieri e balestrieri, vennero dritto alla città, spezzarono la catena del porto, e messero a terra parte di loro forze: dopo la vittoria del duca in Puglia ebber da lui grandissimi doni, e se ne tornarono a Pisa. Ognun vede che il racconto di Amato, per vizio di copista o dell’autore, non regge. Si tratta al certo di Palermo, non di Bari dov’erano Greci e non Musulmani; e del fatto del 1063, non della espugnazione di Palermo del 1072, nella quale non compariscono i Pisani. Da ciò argomento una pratica di Roberto nel 1063 rimasta senza effetto, e scontraffatta nella traduzione francese che noi abbiamo. Non posso supporre che l’autore, vivente e adulto in quel tempo, abbia commesso un anacronismo di dieci anni e scambiato il nome della città; nè che i Pisani fossero venuti una seconda volta a spezzar le catene del porto di Palermo, senza che ne facciano parola i loro annali.
230. Iscrizione del Duomo di Pisa nell’Archivio Storico Italiano, tom. VI. Parte II pag. 5.
231. In portu vallis Deminæ, scrive Malaterra. Per antonomasia significherebbe Messina, ma il cronista suol sempre indicare quella famosa città col suo nome, nè è da supporre abbia usata in questo luogo solo una perifrasi. Secondo Edrisi, i porti del Valdemone su la costiera settentrionale erano cominciando di ponente: Caronia in sul confine di quella provincia, Oliveri e Milazzo; e in mezzo a’ due primi si ricorda la spiaggia di San Marco ove si costruivano navi. Nei novant’anni che corsero dal 1063 alla compilazione di Edrisi, non si scavarono di certo novelli porti, e forse non ne fu distrutto alcuno. Dunque dobbiamo ristringerci ai quattro nominati.
232. Iscrizione del Duomo di Pisa.
233. Iscrizione stessa, la quale accenna vagamente alla preda nelle campagne. Noi sappiamo da Ibn-Haukal che lungo l’Oreto giaceano gli orti di delizia dei Palermitani.
234. Conf. Malaterra, lib. II, cap. XXXIV; Marangone, anno MLXIII, nell’Archivio Storico italiano, tomo VI, par. II, p. 5, 6; e la Chronica varia Pisana nel Muratori, Rerum Italic. Script., tomo VI, p. 167. La data precisa che dobbiamo al Marangone, è il giorno di Sant’Agapito, ossia il 20 settembre; ma stando all’ordine cronologico del Malaterra, risalirebbe agli ultimi di giugno o primi di luglio, poich’ei riferisce il fatto innanzi le scorrerie di Collesano, Brucato e Cefalù che seguirono, al dir suo, nei principii della state. Credo meriti maggior fede il Marangone, e sia da supporre qui men rigorosa la successione di fatti notata dal cronista normanno. Notisi che la iscrizione del duomo di Pisa porta qui l’anno comune in vece del pisano: Anno quo Christus de Virgine natus, ab illo Transierant Mille etc.
235. Malaterra tace questa precipua cagione che apparisce dai fatti.
236. Vecchio castello presso la spiaggia da Termini a Cefalù; nella prima metà del XII secolo era terra assai ricca e fortificata, come si scorge da Edrisi e da parecchi diplomi.
237. Conf. Malaterra, lib. II, cap. XXXIV e XXXV; e l’Anonimo presso Caruso, Bibl. Sicula, tomo II, p. 843; e nella versione francese, lib. I, cap. XIX. Il testo di Malaterra ha il nome di Gualtiero de Simula (var. de Simila) l’Anonimo de Cullejo (var. de Simelio) e la versione da Similico.
238. Lib. II, Cap. XXXVI.
239. Malaterra, l. c. Senza ciò sarebbe falso il plurimo exercitu che leggiamo pochi righi innanzi il quingentis tantummodo militibus. Si vede sempre più chiaramente che per milite sia da intendere un cavaliere seguito da due o parecchi uomini d’arme.
240. Tarentula, lycosa tarentula, aranea tarentula ec., abitatrice de’ luoghi aridi e inculti nella Spagna, Francia meridionale, Puglia ec., e vuolsi abbia preso il nome dalla città di Taranto e datolo alla danza tarantella.
241. “Taranta quidem vermis est araneæ speciem habens, sed aculeum veneni feræ punctionis, omnesque quos punxerit multa venefica ventositate replet, in tantumque angustiatur ut ipsam ventositatem quæ per anum inhoneste crepitando emergit, nullo modo restinguere prævaleant et nisi clibanica vel alia quævis ferventior æstuatio citius adhibita fuerit, vitæ periculum incurrere dicuntur.” Malaterra, l. c. Secondo i cronisti delle Crociate il morso portava grande enfiagione e dolori; nè si potea curare se non col fuoco, con la triaca, o, secondo Alberto d’Aix, commettendo un certo peccato.
242. Si vegga la ritirata dell’imperatore Lodovico, andato nell’867 contro il Sultano di Bari (Lib. II, cap. VIII, p. 377 del Iº volume.)
Alberto d’Aix, Gauthier e Vinisauf, citati da Michaud, Histoire des Croisades, tomo I, p. 297 della ediz. del 1825, raccontano somiglianti disastri de’ Crociati a Beirut, Sidone e Tiro nel 1099.
243. Non rimane oggi, nè si trova in alcun diploma. Il buon Di Blasi, Storia di Sicilia, libro VII, cap. 8, si sforza a difendere l’onor dell’agro palermitano da questa grave accusa; e il Palmieri, Somma della Storia di Sicilia, tomo II, p. 44 e 324, si fa beffe del Malaterra, non senza collera.
244. Bugamo presso il Malaterra, Burgamo nella Epistola di fra Corrado, il quale aggiugne che a’ suoi tempi, cioè allo scorcio del XIII secolo, questa terra lontana sei miglia da Girgenti, si chiamasse Buagimo e appartenesse in feudo alla famiglia Montaperto. È in que’ dintorni l’odierno comune di Montaperto. Il soprannome d’uomo che passò al castello, sembra Abu-’l-Giami’, Abu-’l-Gema’, ovvero Abu-el-’Agemi.
245. Malaterra, lib. II, cap. XXXVI, presso Caruso, Bibl. Sic., p. 195, Epistola di Fra Corrado nell’op. cit. p. 48. Si riscontri Lupo Protospatario, an. 1065, ediz. di Pertz, il quale dice che Roberto uccise molti Saraceni e riportò statichi di Palermo. Così i Normanni doveano raccontare il fatto ritornando in Puglia.
246. Libro V, cap. XXVI, p. 150. Nel cap. XXVIII dello stesso lib., p. 164, è da leggere Palermo in vece di Bar, la quale lezione è confermata dal sommario dell’indice che non risponde al testo. Si vegga anco Bar, posta in luogo di Palermo, a p. 293.
Et quant lo duc sapientissime vit la disposition et lo siege de Palerme et que des terres voisines estoit aportee la marchandite, et se alcuns negassent la grace par terre, lui seroit aportee par mer, apareilla soi a prendre altre cite a ce que assemblast autre multitude de navie pour restreindre Palerme.... premerement asseia Otrante etc.
Roberto non s’era avvicinato a Palermo nel 1061 quand’ei venne la prima volta in Sicilia. Il passo che citiamo non si può riferire dunque che al suo ritorno in Calabria dopo l’assedio del 1064, come lo conferma la occupazione d’Otranto che segue immediata. Manca almeno un capitolo tra il XXV e il XXVI, il che non farà meraviglia a niuno che abbia letta attentamente questa traduzione francese di Amato.
247. Ibn-el-Alhir sotto l’anno 481, nella Bibl. ar. sic., testo, p. 278; Nowairi, op. cit. p. 448, e presso il Di Gregorio, Rerum. Arab., p. 26.
248. Il Malaterra porta l’anno di questo combattimento, e Ibn-el-Athir quello del ritorno d’Aiûb in Affrica, i quali coincidono in cinque mesi (31 ottobre 1068 principio del 461 dell’egira, a 24 marzo 1069 fine dell’an. 1068 dell’incarnazione). Sembra dunque che Aiûb fosse tuttavia in Sicilia e forse in Palermo al tempo del combattimento, e che a lui abbia fatta allusione il conte Ruggiero con le parole riferite dal Malaterra: Si ducem mutaverunt, ejusdem nationis, qualitatis et religionis est cujus et cæteri sunt.
Sembra da coteste parole che il nuovo duce non fosse stato vinto per anco da’ Normanni, il che ben s’adatterebbe ad Aiûb. Se poi non si vanta la sconfitta del re d’Affrica e d’Arabia, può spiegarsi in questo modo che Aiûb, quantunque emir de’ Palermitani in quel tempo, non si fosse trovato alla testa della gente che uscì a combattere.
249. Malaterra, lib. II, cap. XXXVII e XXXIX.
250. Malaterra, lib. II, cap. XXXVIII, XLI, XLIII.
251. Cf. Malaterra, lib. II, cap. XLI e XLII presso Caruso, Bibl. Sic., p 197, L’Anonimo, presso Caruso, op. cit., p. 843, e nella traduzione francese, lib. I, cap. XX, p. 291, pone questa battaglia dopo lo scontro del 1063 che abbiamo riferito a p. 104. Manca forse qualche squarcio in cui si trattasse anco dell’assedio di Palermo del 1064.
Il Malaterra descrive con evidente meraviglia il modo che si teneva a mandare dispacci pe’ colombi. Chi voglia saperne più largamente, potrà consultare La Colombe Messagère di Michele Sabbâg, tradotto da S. de Sacy, Paris, 1805, in 8º; Reinaud, Extraits des auteurs arabes etc., relatifs aux Croisades, p. 150, Quatrémère, Hist. des Sultans Mamlouks; par Makrizi, tomo II, parte II, p. 115 e segg.
252. Cf. Amato, lib. V, cap. XXVII, p. 159 a 164; Malaterra, lib. II, cap. 40, 43, presso Caruso, Bibl. Sic., tomo I, p. 198, 199; Guglielmo di Puglia, libro II e III, presso Caruso, op. cit., 112, p. 117, 118; Anonimo, presso Caruso, op. cit., p. 844, 845, e traduzione francese, lib. I. cap. XXII, p. 224; Lupo Protospatario, anni 1069, 1071; Romualdo Salernitano, anno 1070; Cronica Amalfitana, presso Muratori Antiq. Ital., tomo I, p. 213.
Seguo per la data del principiato assedio e della resa, Amato, la cui testimonianza conferma le correzioni cronologiche del Muratori, Annali.
253. Non ne parlano qui i cronisti, ma si vede che Ruggiero ne prese a’suoi stipendii dopo la occupazione di Palermo.
254. Amato, lib. VI, cap. XIII; lib. VII, cap. I e II.
255. Amato, lib. VI, cap. XVI e XIX, parla dei principi che accompagnavano Roberto al cominciare dell’assedio e che, espugnata la città, egli andò alla Chiesa avec la moiller et ses frere et avec lo frere de la moiller et avec ses princes. Si tratta dunque de’ principi di Salerno; nè è possibile che andando in persona non avessero condotte soldatesche di sorta.
256. Guglielmo di Puglia, lib. III, presso Caruso, Bibl. Sic.; p. 122. Amato, lib. VII, cap. II.
257. Cf. Malaterra, Amato e Leone d’Ostia ne’ luoghi indicati qui appresso.
258. Malaterra, lib. II, cap. XLV, p. 200.
259. Amato, lib. VI, cap. XIV, pag. 178. Cf. Leone d’Ostia, lib. III, cap. XVI e XLV.
260. Amato, lib. VI, cap. XV, pag. 178.
261. Si vegga il vol. II, p. 68, 157, 189, 296 e segg.
262. La foce d’Oreto ne’ principii del XII secolo s’apriva più discosto che in oggi dalla città, come il mostra il ponte dell’Ammiraglio, il quale rimane a levante dell’alveo attuale del fiume.
Il mare poi senza dubbio s’è ritirato in questo punto, come nell’antico porto (la Cala).
263. «Castel Iehan mes maintenant se clame lo chaste Saint Iehan etc.» Questo torna senza alcun dubbio all’Ospizio de’ Lebbrosi, poi manicomio ed ora opificio di cuoia. La tradizione ricordava fino al XIV secolo, (Veggasi Anonymi Chronicon Siculum, presso Di Gregorio, Rerum aragonensium, tomo II, p. 124) che Roberto vi avesse fatto stanza durante l’assedio. Ne fa parola anco il Fazello, Deca Iª, lib. VIII, cap. I, allegando un diploma del 1209; ma questo è in vero del febbraio 1219 ed attesta soltanto quel che non è mai caduto in dubbio, cioè essere stato fondato l’ospizio da’ principi normanni della Sicilia. Si vegga presso Mongitore, Mans. S. Trin. Mon. hist., p. 21, e nella Historia Diplomatica Friderici II, tomo I, p. 590.
264. Si veggano i Cap. III, e IV, di questo libro pagine 70, 110, del volume.
265. Et quant li Sarrazin issoient virent novelle chevalerie et li Normant les orent atornoies et let prisrent et vendirent pour vils prison.
266. Et clama li Sarrazin a combatre.
267. Amato. Il palagio occupato alla prima giunta, par quello che nel XII secolo Ibn-Giobair chiama Kasr-Gia’far e gli scrittori cristiani Favara, di che ho fatta parola nel lib. IV, cap. VII, vol. II, p. 350. Fu villa di delizia del re Ruggiero, come innanzi era stata probabilmente degli emiri di Palermo; sia che parte degli edifizii loro fosse stata conservata da’ Normanni, o tutto rinnovato.
268. Una chiesetta diroccata il 1598 quando si fabbricò in quel sito il noviziato de’ Minimi di San Francesco di Paola, si chiamava della Vittoria e vi si leggea questa iscrizione: «Roberto Panormi duce et Siciliæ Rogerio Comite imperantibus, Panormitani cives ob Victoriam habitam, hanc ædem B. Mariæ sub Victoriæ nomine sacrarunt. An. Dom. 1071.» (Inveges, Pal. nob. Er., 7, an. 1071, nº 9; Mongitore, Palermo Divoto di M. V., lib. I, cap. V; Giardina, Le antiche porte di Palermo, (Palermo, 1732) p. 11, 12).
La iscrizione data il 1071 è falsa senza alcun dubbio, come lo provano la latinità, le formole e il titolo di Panormitani Cives, che allor sarebbero stati i Musulmani. Pure questa iscrizione attesta infallibilmente un’antica tradizione, che non v’ha ragione di mettere in forse. Errarono poi gli eruditi Palermitani ponendo all’assedio da quel lato Roberto piuttosto che Ruggiero. Il titolo della Vittoria rimase alla Chiesa e al Convento de’ Paolotti, il quale fu occupato per lunghissimo tempo da uno o due squadroni di cavalleria, ed or v’ha stanza l’artiglieria.
È da ricordare che al tempo d’Ibn-Haukal (veggasi il nostro Libro IV, pag. 297, del II vol.) sorgea da quella parte il Me’sker, ricinto fortificato senza dubbio, che i Normanni appena entrati in Palermo, mutarono in cittadella, come sarà detto largamente alle pag. 137-138 di questo terzo volume. Si dee dunque supporre che il ricinto stesse tuttavia in piedi al tempo dell’assedio. Ma in qual modo allor fosse separato dalla città vecchia, e se compreso nell’àmbito delle sue mura, non si ritrae: e però non possiamo determinare se durante l’assedio il tenessero i Musulmani ovvero i Normanni. De’ quali due supposti credo più verosimile il primo, e che lo alloggiamento del conte Ruggiero fosse posto appunto rimpetto il Ma’skar, alla distanza di sei o settecento metri; poichè il Ma’skar par si stendesse fino all’odierno sito di Porta nuova o un po’ più alto.
269. Si vegga qui innanzi la p. 110.
270. Amato, il quale narra ciò al bel principio dell’assedio, senza poi far parola della battaglia navale dinanzi il porto, che fu combattuta alla fine. Non credo si possa riferire a questa la presura delle due sole navi che cita il cronista.
271. Guglielmo di Puglia e l’Anonimo.
272. Malaterra.
273. Anonimo, testo latino e traduzione francese in parte.
274. Si vegga il vol. II, p. 304.
275. Malaterra.
276. Di questi aiuti tace il Malaterra. Guglielmo ne parla precisamente innanzi la battaglia del porto. Amato ne fa menzione dopo la resa della città (Lib VII, cap. I, p. 103), quando ripiglia a raccontare le ostilità del principe Riccardo in Terraferma... venoient sur la cite de Palermo li Arabi et li Barbare et faisoient empediment a la victoriose bataille de lo duc Robert et pource il requist et chercha l’ajutoire de lo prince Richart etc.
277. Muratori, Annali, 1071.
278. Amato, l. c.
279. Il traduttore francese saltò senza dubbio la voce mura.
280. Amato, lib. VI, cap. XVII, p. 179.
281. Id. id., cap. XVIII, p. 180.
282. Guglielmo di Puglia.
283. Guglielmo di Puglia.
284. Nessuno de’ cronisti ha notata la importanza di questa diversione; Guglielmo, il solo d’altronde che narri il combattimento navale, ripiglia Dat validas animo ducis hæc victoria vires, e dice dell’assalto dalla parte di terra, senza notare nè far supporre il tempo scorso tra l’uno e l’altro. Il Malaterra fa menzione appena del navilio normanno, dicendo che si trovava dal lato di Roberto il giorno dell’assalto.
Ne conchiudo che la vittoria navale non fu piena nè splendida, ma utilissima, come quella che obbligava i Musulmani a difendersi anco nel porto, cioè, a dividere in tre le scarse loro forze, invece di opporle in due sole parti a Ruggiero ed a Roberto.
285. Amato.
286. Malaterra, Machinamentis itaque et scalis ad trascendendos muros artificiosissime compaginatis. Gli è vero che la più parte si ruppe o non servì all’opera. La grande altezza del muro richiedea si desse larga base a coteste scale e però le doveano essere montate su ruote.
287. Amato.
288. Amato dice en la nativite de Jshu Christ (Cap. XXII) e en l’aurore de jor (Cap. XVIII); l’Anonimo Barese, il 10 gennaio, e Romualdo Salernitano, di gennaio. Si noti la festa celebrata nella chiesetta della Vittoria alla Kalsa il 2 gennaio, della quale diremo or ora.
289. Malaterra.
290. Guglielmo.
291. Amato.
292. Malaterra.
293. Amato, Cf. Guglielmo, Malaterra e l’Anonimo. La più parte dei compilatori siciliani ha fatto entrare nella Khalesa Ruggiero.
294. Non fa mestieri notare che questa chiesa della Vittoria sia diversa da quella fuor la Porta Nuova di cui si è detto di sopra. Giace propriamente in un vicolo “chiamato oggi della Salvezza” il quale aprendosi tra la Chiesa della Gancia e il monastero della Pietà, mette capo al bastione dello Spasimo.
Le prime memorie in cui sia scritta la tradizione di questa Porta della Vittoria, tornano alla fine del XV secolo: dalle quali si scorge ch’eravi dipinta una Madonna molto celebre tra i devoti della città; che si ottenne dal governo il permesso di fabbricarvi una chiesa; che questa fu murata nel 1489; e che nel 1497, l’arcivescovo di Palermo, assentendegli il Senato della città, decretò di celebrarvi una festa annuale il 2 gennaio. Nel XVI secolo poi vi fu messa la seguente iscrizione latina, ch’è riferita del Giardina (Le Porte di Palermo, Palermo 1732, pag. 11) e che or si vede dipinta sur un’asse dopo il secondo altare a destra:
“Porta hæc, in quam Rogerius invictissimus Siciliæ comes irrumpens, aditura exercitui christiano ad urbem hanc Panormum ab iniqua Saracenorum servitute emancipandam patefecit, victoria cognomento ab eo devictorum hostium summo cum honore ob insignem reportatam victoriam, Deiparæ Virginis cultu victoris ejusdem principi ardenti ac pio desiderio consecrata est, quintilio mense dom. incarnationis MLXXI.”
Altra iscrizione poi attesta una novella ristorazione delle fabbriche seguita il 1701. Oggidì si veggono: 1º Gli avanzi d’una porta nel posto che ho indicato; 2º Una Madonna col Bambino e una bandiera, immagine ritoccata o ridipinta, il cui stile par non possa riferirsi all’XI secolo. Cotesta dipintura rappresenta senza dubbio la favola raccontata del P. Ottavio Gaetani, cioè che la Madonna comparve lassù a Ruggiero con la bandiera in mano, chiamandolo ad entrare in città. Quanto all’iscrizione di cui ho dato il tenore e ch’è opera di Antonio Veneziano, ognun vede che renda la tradizione qual correa presso gli eruditi nel XVI secolo; poichè vi è nominato Ruggiero in luogo di Roberto e messa la data di luglio 1071 in vece di gennaio 1072. Rimondata de’ miracoli e delle invenzioni degli eruditi, la tradizione torna al mero fatto che i Normanni entrarono da quella porta: e ciò sta benissimo col racconto de’ cronisti contemporanei. Quando poi vi fosse dipinta per la prima volta l’immagine della Madonna, e se fossevi stata fabbricata una cappella nell’XI secolo o nel XII, o dopo, non mi preme ora investigarlo, nè sarebbe agevol cosa. Si vegga il Giardina l. c; Mongitore, Palermo Devoto di Maria Vergine, I, 31 segg., 250 segg.; Inveges, Palermo Nobile, 1071; Di Marzo Ferro, Guida di Palermo, 1858, pag. 360-361. Debbo le notizie locali e il confronto del Mongitore, al dotto giovane, il professore Antonio Salinas, ch’io ne richiesi, non essendomi accaduto mai d’entrare in questa chiesetta della Vittoria.
295. Amato.
296. Anonimo.
297. Amato. Et lo duc, a ceus qui sont remez liquel habitent en la cite a liquet avoit donne mort de li parent et fame il fist garder les tors. Mes pource que Palerme estoit faite plus grant qu elle non fu commende premerement dont de celle part estoit plus forte dont premerement avoit este commencie la cite se clamoit la antique Palerme. Il commencerent contre celle antique Palerme contrester cil de la cite. Et puiz quant la bataille penserent que il devoient faire et en celle nuit se esmurent o tout li ostage et manderent certains messages liquel doient dire coment la terre s’est rendue.
Le parole che ho lasciate in carattere tondo sono al certo sbagliate nella traduzione. Anzi nel primo periodo è saltato evidentemente qualche brano del testo latino, il quale dovea dire che Roberto aspettandosi l’assalto di coloro ec., fece guardar bene dai suoi le torri della Khalesa.
La voce “contre” va corretta di certo, entre, senza che il periodo non darebbe significato. Que’ della città (antica) non poteano contendere con la città antica.
298. Si vegga la nota precedente con la correzione che ho fatta alla voce “contre.”
299. Amato. Et puis quant il fut jor dui Cayte alerent devant loquel avoient l’ofice laquelle avoient li antique avec autres gentilhome liquel prierent lo conte ec.
Credo non si possa interpretare altrimenti di quel che io ho fatto. Gli antique sono senza alcun dubbio gli sceikh, i componenti la gemâ’, di che ho fatto parola nel Lib. IV, cap. XII, vol. II, p. 426, ossia i magistrati della repubblica. I due Kâid, ossia capitani, aveano dunque preso l’oficio della gemâ’, ch’era, nel presente caso, il governo politico. Il magistrato avea risegnato l’uficio, forse la notte stessa, forse con la spada alla gola, forse con spargimento di sangue. I due Kâid eran proprio i capi Palleschi dell’assedio di Firenze.
300. Amato, o grand reverance plorant.
301. Cf. Amato, Guglielmo, Malaterra e l’Anonimo. Si vegga il lib. IV, cap. V di quest’opera, vol. II, p. 301. Il nome di Nicodemo è aggiunto con buona autorità dal Pirro, Sicilia Sacra, p. 53 e segg.
302. Que sans nulle autre condition ne convenance doie recevoir la cite a son commendement.
303. Lib. II, cap. XLV.
304. Presso Caruso, Bibl. Sic., p. 846, e traduz. franc, lib. I, cap. XXII, p. 295, sur certene loy et covenances qui encore sont gardees. Qui i dotti editori hanno aggiunto tra parentesi janvier 1072, epoca della resa. Va corretto, anno 1146, quando fu scritta quella parte di cronica com’io ho provato qui innanzi. Cap. I, p. 24.
305. L’espugnazione di Palermo si ritrae da:
Amato, lib. VI, cap. XII a XXII.
Malaterra, lib. II, cap. XLIII, XLIV, XLV.
Guglielmo di Puglia, lib. III.
Anonimo presso Caruso, op. cit., e la traduzione francese, ll. cc.
Leone d’Ostia, lib. III, cap. XVI, e XLV.
Lupo Protospatario e Anonimo Barese, 1072, presso Pertz, dov’è la necessaria correzione januarii in luogo di junii.
Cronica della Cava, anni 1070, 1072.
Cronica Amalfitana, presso Muratori, Antiq. Ital., tomo I, p. 213.
Romualdo Salernitano, anni 1070 e 1073.
Cron. di Santa Sofia di Benevento, presso Muratori, Antiq. Ital., tomo I, p. 259.
Fra Corrado presso Caruso, Bibl. Sic., p. 48.
Per la data, ho seguìta col Muratori (Annali, 1072), la testimonianza dell’Anonimo barese, la quale si accorda con quella di Amato, che l’assedio cominciasse in agosto e durasse cinque mesi. Il Malaterra attribuisce la stessa data all’assedio e pone la resa nel 1071, poichè egli cominciava il nuovo anno a’ dì 25 marzo.
Il Fazello, Deca IIª, lib. VII, cap. I, contro le testimonianze contemporanee, senza allegare nè anco una tradizione, dice aperta la città da’ prigionieri cristiani. È proprio il caso della occupazione di Tunis successa a’ suoi tempi. D’altronde avendo fatta consegnar Messina da’ Cristiani, il Fazello non seppe negare un onore somigliante alla città di Palermo.
306. Amato, lib. VI, cap. XXI, p. 182. Ibn-Khaldûn pone l’anno 464, (28 settembre 1071-15 settembre 1072), come fine della dominazione musulmana in Sicilia, notandovi la dedizione di Mazara, ed erroneamente quella di Trapani, Bibl. Arabo-Sicula, testo, cap. L, § 19, p. 497, 498.
307. Dux eam (Palermo) in suam proprietatem retinens et vallem Deminæ, cæteramque omnem Siciliam adquisitam et suo adjutorio, ut promittebat, nec falso, adquirendam, fratri de se habendam concessit...... Nam et medietas totius Siciliæ, ex consensu Ducis et Comitis, suæ sorti (di Serlone) Arisgotique de Poteolis inter se dividenda cesserat, eo quod hic consanguineus eorum erat, uterque autem consilio et armis probissimi viri erant. — Malaterra, lib. II, cap. XLV, XLVI.
Dopo questo attestato d’un partigiano sì caldo del conte Ruggiero, d’un vero storiografo di corte (Quoniam ex ædicto principis tempus scribendi imminet. Lib. III, preambolo), non occorre esaminare quello di Amato, lib. VI, cap. XXI, il quale, seguìto da Leone d’Ostia, lib. II, cap. XVI, dice ritenuta da Roberto la sola metà di Palermo e del Valdemone e ceduto il rimanente dell’isola a Ruggiero. In ciò è un anacronismo dal 1072 al 1091, quando Ruggiero duca di Puglia cedette una metà di Palermo a Ruggiero di Sicilia suo zio. Contuttociò non ho esitato di scrivere su la testimonianza del solo Amato l’assentimento dell’esercito alla concessione in favor di Ruggiero. Et lo comanda que vieingue tout lo excercit et loa lo excercit qu’il lo devisse doner a lo frere. Et adont lo duc donna a son frere ec.
308. Il sito, non indicato precisamente dai cronisti, è senza alcun dubbio quello che Edrisi chiama Hagiar-Serlu, “la Pietra di Serlone,” Bibl. Arabo-Sicula, testo p. 60, e presso Di Gregorio, Rerum Arabic., p. 122. Io l’ho notato nella carta comparata della Sicilia.
Il Fazello, Deca Iª, lib. X, cap. I, e Deca IIª lib. VII, cap. I, sbaglia il sito e dà due forme diverse del nome di quella rupe a’ suoi tempi.
309. Malaterra, lib. II, cap. XLVI; Anonimo presso Caruso, Bibl. Sic. p. 846, e nella traduzione francese, lib. I, cap. XXIII.
310. Si vegga il lib. III, cap. IX, e il lib. IV, cap. V, di quest’opera, Vol. II, p. 180 e 297.
311. Degli scrittori contemporanei, Amato, ossia il suo traduttore francese, dice una forte roche, Malaterra, castellum, Guglielmo di Puglia e l’Anonimo della metà del XII secolo, castrum.
Il Falcando, verso la fine dello stesso secolo, chiamava cotesta cittadella Palatium novum, descrivendone il muro, mira ex quadris lapidibus diligentia, miro labore constructum, exterius quidem spaciosis murorum anfractibus circumclusum etc. (presso Caruso, Bibl. Sic., p. 406), e altrove nomina una porta Galculæ, e dice serrate tutte le porte Galculæ, trattando senza il menomo dubbio della medesima cittadella (op. cit. p. 432 e 441).
L’altro Anonimo Siciliano (Muratori, Rer. Ital., tomo X, e Di Gregorio, Rerum Aragon., tomo II), narrando nel cap. IV, secondo le guaste tradizioni del XIV secolo, il conquisto di Palermo e la edificazione della cittadella, aggiugne qui locus dicitur hodie Galea (corr. Galca) in quo nunc est palatium. Il Pirro infine, (Sicilia Sacra, p. 293), citando un diploma del XII secolo ov’è nominata la porta Xalces, aggiugne che ai tempi suoi, cioè nella prima metà del XVII secolo, la regione dov’era stata innalzata la Porta Nuova si chiamava Xalces o Alga.
Nè mancano i diplomi. Uno dell’Arcivescovo di Palermo dato il 1132,(Tabularium regiae ac imperialis capellæ etc. Panormi, 1835, p. 7), chiama questo luogo castellum superius panormitanum; e il dotto editore, con la scorta del Fazello e dei diplomi, accenna il perimetro che movendo a mezzodì dal convento di San Giovanni degli Eremiti, passava a ponente per un giardino dove surse una chiesa di Sant’Andrea, indi a tramontana pel luogo detto il Papireto, ed a levante per la piazza del Palagio Reale il quale rimanea chiuso nel mezzo. Un contratto del 1167 (op. cit., p. 24) riguarda una casa quae est intus Chalca; un altro del 1258 (op cit., p. 68) concerne altro stabile situm in Galcam Panormi prope palacium Caseri; e fino al 1309 (op. cit., p. 94) sappiamo d’altra casa sita in Galca Panormi in ruga (rue, strada) Sanctæ Mariæ Magdalenæ de Galca. Così anche un diploma greco del 6662 (1153) presso Morso, Palermo antico, p. 334, dice della Porta Γάλκας ed il transunto siciliano a p. 342, della “porta di Xalcas”.
Senza il menomo dubbio, ancorchè manchi ogni documento arabico, il nome era El-Halka, trascritto nel modo che ciascun credea più conforme alla pronunzia; il quale vocabolo, passando per bocche non arabiche, perdè a poco a poco la prima lettera aspirata e si ridusse in ultimo ad Alga. Il Fazello, Deca Iª, lib. VIII, cap. I, ritrasse dalle antiche carte il sito, il nome, e fin anco il significato ch’ei dà esattamente, ancorchè trascriva a suo modo Yhalca ed applichi erroneamente questo medesimo nome alla Khalsa o Khalesa. Il Cascini e quindi il Morso, Palermo antico, p. 228, 230, con errore diverso, fecero derivare Chalca ec. dallo aggettivo arabico che significa alto.