312. Guglielmo di Puglia e Amato.
313. Verso il 1832 rispianandosi il suolo della Piazza del palazzo reale, furono scoperte tre o quattro fosse da grano spaziose molto e profonde, costruite in forma d’una pera.
314. Lib. VI, cap. XXIII. — Ecco ora le autorità contemporanee risguardanti la costruzione dei due fortilizii dell’Halka e del mare.
Guglielmo di Puglia, lib. III.
Munia castrorum fecit robusta parari,
Tuta quibus contra Siculos sua turba maneret,
Addidit et puteos, alimentaque commoda castris.
Obsidibus sumptis aliquot, castris due paratis.
Malaterra, lib. II. cap. XLV. Amato, lib. VI, cap, XXIII; Anonimo Duo fortissima castra, alterum juxta mare, alterum in loco qui dicitur Galea (corr. Galca), presso Caruso, Bibl. Sic., p. 846. e nella traduzione francese, lib. I, cap. XXII. Amato e il Malaterra dicono d’una sola fortezza, senza dubbio l’Halka che era la più importante.
315. Pirro, Sicilia Sacra, p. 69 e 1369.
Nel primo de’ citati luoghi il Pirro fa menzione anco della chiesa di San Pietro e Paolo accanto il Castellamare di Palermo, fabbricata per ordine di Roberto e compiuta il 6589 (1081) come l’attestava una iscrizione greca. Ecco dunque le due cappelle destinate a’ presidii delle due fortezze.
La citata concessione di beni nel territorio di Mazara fu fatta senza dubbio avanti il partaggio definitivo dell’isola, nella quale Mazara toccò al conte Ruggiero.
316. Fazello, Deca Iª, lib. VIII, cap. I, e Deca IIª, lib. VII, cap. I.
La Cronaca Amalfitana, presso Muratori, Antiq. ital., tomo I, p. 214, e Romualdo Salernitano, anno 1076, dicono finita in quel torno da Roberto la chiesa di Santa Maria Vergine in Palermo.
317. Amato, Malaterra, Guglielmo di Puglia, ll. cc.
318. Guglielmo di Puglia, lib. III.
Reginam remeat Robertus victor ad urbem;
Nominis ejusdem quodam remanente Panormi
Milite, qui Siculis datur Amiratus haberi.
La voce amiratus qui non sembra posta per cattivo scherzo; perchè stanziata in Palermo la Corte normanna, il primo ministro e capitan generale ebbe appunto questo titolo come diremo a suo luogo.
319. Malaterra, lib. III, cap. I.
320. Amato, lib. VI, cap. XXIII, p. 184. Cf. Guglielmo di Puglia, lib. III.
321. Chronic. Amalph., presso Muratori, Antiq. Ital., tomo I, p. 213. Romualdo Salernitano, anno 1071.
322. Leone d’Ostia, lib. III, cap. LIII. Si confronti Amato, lib. VIII, cap. XXXV.
323. Lib. VIII, cap. XIII.
324. Questo fatto è riferito da Amato, lib. VIII, cap. XXIX.
325. Le prime pratiche di Gregorio VII con Roberto si ritraggono da Amato, lib. VII, cap. IX; ancorchè il cronista, che ben potea saperlo, non dica il soggetto delle negoziazioni e le supponga spezzate per una quistione di cerimonia, il che non è niente verosimile. Il papa, dice Amato, andato a Benevento volea che Roberto venisse a trattare in città; il duca amava meglio discorrere all’aria aperta nel suo campo. Amato segna con molta precisione la data, dicendo che all’esaltazione d’Ildebrando, trovandosi Roberto gravemente infermo a Bari, si era sparsa in Roma la sua morte, onde il papa avea mandato a condolersene con la moglie e poi a rallegrarsi con lui della salute ricuperata e che indi si cominciò a negoziare (Libro VII, cap. VII, VIII).
326. Amato, lib. VII, cap. X, XII, XIII.
327. Si confronti particolarmente con le altre autorità contemporanee Landolfo, Histor. Mediol., edizione di Pertz. — Scriptor., tomo VIII, p. 100.
328. Questo particolare è riferito da Malaterra, lib. III, cap. XXXIX.
329. I fatti riportati senza speciale citazione dopo il ritorno di Roberto dalla Sicilia in Terraferma, si ritraggono da Malaterra, lib. III, Guglielmo di Puglia, lib. III, IV, V, Anonimo, presso Caruso, Bibl. Sic., p. 846 e segg. Amato non arriva che alla morte di Riccardo principe di Capua. Si confronti per la Cronologia, Muratori, Annali, dal 1072 al 1085, e Gibbon, Decline and Fall, cap. LVI.
330. Credo se ne debba eccettuare quel tratto di costiera che da Caronìa, confine occidentale del Valdemone, si stende al fiume detto di San Leonardo o di Termini che veggiamo confine orientale del territorio palermitano nel 1093. Perocchè i cronisti ci narrano che Roberto ritenne per sè il Valdemone e Palermo; nè egli è verosimile che Ruggiero abbia ceduto il territorio di Cefalù, e di tutta quella regione la quale, non appartenente al Val Demone nè a Palermo, egli avea corsa per molti anni, irrompendo nella costiera settentrionale per la valle dell’Imera.
331. Malaterra, lib. III, cap. IV, V.
332. Malaterra, lib. III, cap. X.
333. Nella Biblioteca Arabo-Sicula, testo, p. 497.
334. Il Reiske, Annali di Abulfeda, tom. III, nota 260, credè trovare in questa corrotta lezione delle cronache cristiane il nome d’Ibn-el-Wardi; nel che l’ha seguito il Wenrich. Ma la correzione non mi pare niente certa.
335. Si vegga il lib. IV, cap. XIV, pag. 526, 527 del secondo volume.
336. Malaterra, lib. III, cap. I.
337. Malaterra, lib. III, cap. I, scrive ad infestandam Catanam. Ritraendosi ch’egli avesse occupata Catania il 1071 e che la si tenesse per lui il 1076, parmi si debba intendere l’infestagione del contado.
338. Malaterra, lib. III, cap. VII.
339. Malaterra, lib. III, cap. VIII, IX. Si confronti l’Anonimo, presso Caruso, Bibl. Sic., pag. 847; Fra Corrado, anno 1075; Lupo Protospatario, 1076, il quale dice preso a Mazara il nipote del re di Affrica con 150 navi: ma cotesta tradizione ripugna a quella più autorevole del Malaterra.
340. Si vegga qui appresso la fazione marittima del 1085 sopra Nicotra.
341. Malaterra, lib. III, cap. X, e XXX.
342. Malaterra lo chiama Hugo de Gircaea praeclari generis a Cenomanensi provincia; l’Anonimo Hugo de Brachia, presso Caruso, Bibl. Sic. p. 847 e la trad. francese, pag. 298, Hugue de Brechie, e lo dice genero del Conte. Si confronti Ducange, Les familles normandes, nella edizione di Amato, per Champollion, pag. 357. Le parole dell’Anonimo quem dominum Cathaniae praefecerat, fan supporre Ugo feudatario di Catania.
343. Malaterra, lib. III, cap. X; Anonimo presso Caruso, Bibl. Sic., pag. 848; Fra Corrado, anno 1076.
Una tradizione locale, confrontata con una scrittura del XVI secolo, la quale non sappiamo se sia fondata esclusivamente sulla medesima tradizione, porterebbe a credere distrutta la fortezza di Judica o Zotica, dal popolo di Caltagirone, colonia genovese che avesse prestate sue forze al conte Ruggiero. Tratterò a suo luogo della probabile origine genovese di Caltagirone. La tradizione, in vero, e la citata scrittura del secolo XVI la quale è trascritta nel Ms. dei privilegii della città di Caltagirone, fog. 602, a 609, col titolo di Chronica Pheudorum Hamopetri, dicono occupata Judica dagli uomini di Caltagirone al tempo di re Ruggiero, dal quale s’erano ribellati que’ Musulmani; onde il re, non sapendo altrimenti domarli, promise il territorio a chi espugnasse la rôcca. I Caltagironesi vi riuscirono per tradimento di una loro concittadina, tenuta a forza dal signor musulmano; la quale ordinò coi propri fratelli di aprire una notte le porte del castello; talchè andativi gli armati di Caltagirone, entrarono, distrussero ogni cosa e s’ebbero dal re il territorio. Questo fatto, sotto il regno di Ruggiero il re, non può ammettersi; tanto più che il feudo di Judica e quello di Fatanasino che v’era congiunto, compariscono in un diploma del 1160, venduti dal fisco regio al Comune, non già donati. Più verosimile sarebbe che i Caltagironesi, per pratica della donna, avessero occupato il castello com’ausiliarii del Conte Ruggiero nel 1076, e che la tradizione avesse poi confuso il conte e il re dello stesso nome, e guasta la data al par che il titolo d’acquisto del territorio. Ma non registrerò al certo un fatto storico sopra simili supposti. Certo egli è che alla metà del XII secolo la rôcca era distrutta; poichè Edrisi non ne fa parola, mentr’egli pur nota il mensil, o diremmo noi villaggio, di Judica. Della fortezza rimasero spaziose cisterne e pochi ruderi; e l’asprezza del monte mostra il sito inespugnabile. Su queste condizioni topografiche e su le tradizioni, si vegga Amico, Dizionario topografico della Sicilia, articolo Judica: e Aprile, Cronologia Universale della Sicilia, pag. 64 segg., 91 seg. Ne fa cenno anche il Fazello, Deca I, lib. X, cap. II, trattando di Caltagirone.
344. Ab hac eadem urbe strictior sinus terrae ab utroque latere mari urguente, longius in mare porrigitur, pascuis uberrimis abundans. Convien che il sito della città sia mutato alquanto, o piuttosto modificati gli anfratti della spiaggia, per alcuna delle note cagioni.
345. Malaterra, lib. III, cap. XI, XII; Anonimo, presso Caruso, Bibl. Sic., pag. 848.
346. Elias Cartomensis (variante Crotomensis) presso il Malaterra, lib. III, cap. XVIII e XXX. Il nome cristiano fu dato al battesimo, se pur quello che leggiamo ne’ cronisti, non è alterazione di Alì, Eliâs, o Eliseo. L’altro nome, etnico o patronimico, non si può stabilire con certezza su la trascrizione latina. Cartami significherebbe oriundo di Cartama di Spagna, vedi Merâsid-el-Ittila’, tom. II, pag. 399, 400. Si potrebbe anco leggere secondo il Lob-el-Lobâb, pag. 205. Kardami, e Kirtimi o Kortomi (venditore di Zafferanone), o finalmente si potrebbe supporre un’alterazione più grave e ridurre il nome etnico a Kotami, ossia berbero della tribù di Kotama, ch’ebbe tanta parte nella fondazione della dinastia Fatemita e lasciò tante radici in Sicilia, come abbiamo accennato nel libro III, cap. I, V, VI, pag. 35 segg. 122, 157. etc. del II volume.
347. Sepibus et siropibus claudens, Malaterra. Stropus non si trova con questo significato nel Dizionario di Ducange, ma bene il derivato Strupatura e Stropatura.
348. Golafros nel Malaterra. Si vegga il Capitolo II di questo libro pag. 66, nota 5.
Debbo avvertire che nella edizione del Malaterra va corretta Temîm: la parola Tunicii, sì in questo luogo e sì nel lib. IV, cap. 3. Tunis non divenne capitale dell’Africa propria se non che dopo la caduta della dinastia zirita e dopo il conquisto del paese per gli Almohadi, nella seconda metà del XII secolo. Egli è evidente che un copista o forse il primo editore del Malaterra, ignorando questo nome di Temîm, principe zirita, credè buona lezione Tunisii che tanto somiglia a quell’altra nella scrittura. Se prova occorresse di questo, si potrebbe vedere il lib. IV, cap. 3 del Malaterra nella edizione del Caruso, dove è notata due volte la variante Thumin che si avvicina alla vera lezione e pur gli eruditi del XVI, XVII e XVIII secolo, la messero da parte come erronea, perchè lo Stato di Temîm si era fatto pur troppo celebre in Europa dal XIII secolo in poi, sotto il nome di Regno di Tunis.
349. Si noti che Roberto, chiamato dagli Amalfitani, assediava Salerno in questo tempo; che i Pisani ebbero talvolta pratiche con Roberto; come racconta Amato, lib. V. cap. XXVIII, pag. 164, e che Ruggiero, chiamato il 1086 da’ Pisani e da’ Genovesi all’impresa di Mehdia, ricusò, allegando i patti ch’egli avea con gli Ziriti.
350. Malaterra, lib. III, cap. XV a XVIII; Anonimo, presso Caruso. Bibl. Sic., pag. 853, il quale chiama il liberatore di Ruggiero, Casaldus con la variante Ansadus, Anraldus, e Cansaldus e nella traduzione francese, pagina 310, Ansalarde.
351. I diplomi di concessione e la carta topografica dei poderi che ha data, ancorchè poco esattamente, Don Michele del Giudice (Lella) in appendice alla Descrizione del Real tempio ec. di Morreale, Palermo, 1702, in fol., ci abilitano a misurare sopra una buona carta il territorio continuo conceduto intorno a Giato; senza contare gli altri beni che la sciocca pietà di Guglielmo II largì in molti altri luoghi. Il detto territorio, posto la più parte in provincia di Palermo, torna a un triangolo curvilineo il cui vertice settentrionale sia posto a Giardinello, l’orientale tocchi i boschi di Ficuzza, ed un lato, inarcandosi verso mezzogiorno, venga a formare l’angolo di ponente, non lungi da Alcamo in provincia di Trapani. Or in quest’area sono adesso tre soli comuni: Piana de’ Greci, 7270, San Giuseppe li Mortilli, 6412, Camporeale, 3157. Le cagioni di questo gravissimo fatto dello spopolamento della Sicilia dall’XI al XVI secolo, toccate nella Notice che accompagna la mia Carte Comparée de la Sicile, Paris, 1859, saranno da noi trattate nel VI libro.
352. Jacenses (l. Jatenses) natura montis quo habitabant, numerosa multitudine suorum fisi, erant enim usque ad tredecim millia familiarum. È probabile che in questo numero sia compresa la popolazione di molti villaggi tra quelli accennati poc’anzi nel testo. E però ho detto doversi ragionare gli abitatori di tutto il territorio per lo meno a 60,000.
353. Malaterra, lib. III, cap. 20, 21, dove si legge: Statutum servitium et censum persolvere renuntiant. Malaterra non dice da chi fosse stata determinata la quantità del servigio e la somma del censo. Il nome Jacenses va corretto Jatenses. Un altro che va letto senza alcun dubbio Corleone, è stampato Cortitum con la variante Cornilium.
354. Undecumque terrarum artificiosis cæmentariis conductis.
355. Malaterra, lib. III, cap. XXXII.
356. Malaterra, lib. III, cap. XXXVI dice de’ tesori del conte Ruggiero guardati strettamente a Troina del 1082.
357. Il testo ha la variante Betchumne. Si veggano le strane lezioni del nome d’Ibn-Thimna nel lib. IV di questa istoria, cap. XV, pag. 552 del vol. II. La somiglianza della t con la c ne’ Mss. latini del XII e XIII secolo mi farebbe leggere volentieri Bentimino, ossia Ibn-Thimna.
358. Il vescovado di Catania fu ristorato il 1091.
359. Malaterra, lib. III. cap. XXX; Anonimo, presso Caruso, Bibl. Sic., pag. 853, 854 e traduzione francese pag. 310, 311, dove Roberto di Sordavalle è detto de Quinteval.
360. Malaterra, lib. III, cap. XXXVI.
361. Notisi che il Conte Ruggiero cominciò il primo ottobre ad allestire l’armata che dovea vendicare questo atroce insulto. È da supporre ch’ei battesse il ferro mentre gli era caldo.
362. Così il solo Anonimo.
363. Si vegga lo squarcio di una Kasida d’Ibn-Hamdts, che ho riportato nel lib. IV, cap. XIV a pag. 532 del II volume. Quivi il poeta, contemporaneo e siracusano, si vanta de’ “nemici della fede percossi ne’ loro focolari, delle navi piene di leoni e lancianti nafta, che vengono a saccheggiare le città de’ Barbari, de’ guerrieri dalle luccicanti maglie di ferro, i quali se ne tornan con l’armadure squarciate dalle sciabole musulmane ec.” Cotesti particolari si adattano a capello alla fazione di cui trattiamo; nè alcun’altra ne ritroviamo negli annali del tempo, alla quale convengano.
364. Malaterra, lib. IV, cap. 2.
365. Resesalix nel Malaterra per errore al certo de’ Mss. dove si dovea trovare la trascrizione del nome Arabico Ras-es-saliba, ossia Capo della Crocifissa, che leggiamo in Edrisi.
366. Turonem. Edrisi nella Bibl. Arabo-Sicula, testo, pag. 34, fa menzione del monte Tur o Taur a Taormina, celebre per le divozioni che vi si praticavano e pei miracoli.
367. Il porto di Lognina è designato in Edrisi con lo stesso nome.
368. Malaterra. Variante: di Giorgio.
369. La superiorità de’ balestrieri cristiani è notata dal solo Anonimo.
370. Così il Malaterra. L’Anonimo dà al Conte l’onore di aver ferito l’emiro.
371. Conf. Malaterra, lib. IV, cap. I, II; Anonimo, presso Caruso, Bibl. Sic., pag. 854, 855; Lupo Protospatario, anno 1088; Romualdo Salernitano, anno 1088, il quale dice che gli assediati per la fame arrivarono a mangiare i bambini. Ancorchè questi due cronisti pongano la dedizione di Siracusa nel 1088 e il Malaterra nel 1085, non è dubbia la data dell’ottobre 1086, poichè il Malaterra dice incominciati gli appresti del navilio cristiano nell’ottobre 1085, l’assedio nel maggio seguente e finito nell’ottobre. Una nota ms. contemporanea, citata dal Pagi, Annali di Baronio 1087, N. II, porta questo anno la occupazione di Siracusa per Ruggiero e il guasto d’Africa (Mehdia) pei Pisani. E ciò ben torna contando l’anno dal settembre all’agosto.
372. Malaterra, lib. IV. cap. III.
Il primo errore, volontario o no, di questo autore o di chi gli dettava lo scritto, sta nella cronologia. Posto l’assedio di Siracusa nel 1086, i Pisani non gli poteano offrir allora la città di Mehdia, la quale fu presa nel 1087. Si trattava dunque della lega e de’ preparamenti alla spedizione.
373. Veggansi i libri III, cap. VI; IV, cap. IX; V, cap. III, vol. II, p. 139-367; vol. III, pag. 80, 81.
374. Si vegga la Introduzione ai Diplomi Arabi dell’Archivio fiorentino § XVI, pag. XXVI
375. Ibn-el-Athir dice per quattro anni; Guido per tre mesi. Mi accosto anzi al primo che al secondo.
376. Oltre i Pisani e i Genovesi, Guido cita un Pantaleo Amalfitanus, inter Graecos, Sipantus. Gli Arabi dicono Pisani, Genovesi e tutti gli altri Rûm ossia, qui, Italiani.
377. Così tutti gli scrittori arabi.
378. Guido.
379. A un di presso 435,000, ovvero 1,160,000 o infine 1,450,000 di lire nostre. La prima cifra si legge in Ibn-el-Athir, la seconda in Nowairi e la terza in Ibn Khaldûn. E questa è la più verosimile, posto il poco valore dell’oro nell’Affrica propria nell’XI secolo, di che ho toccato nel lib. IV, cap. VIII, pag. 362 del Vol. II, ed anco nella Introduzione ai Diplomi arabi dell’Archivio fiorentino, § XII, pag. XVI e seguenti. Guido dice vagamente “prezzo infinito d’oro e di argento.”
380. Questi due altri patti si leggono nel solo poema di Guido e mi sembrano verosimili. Non così l’ultimo che egli aggiugne, cioè di tenere come suoi signori i Pisani e i Genovesi, di riconoscere l’alto dominio del Papa e pagargli tributo annuale.
381. Marangone, nell’Archivio storico italiano, tom. VI. parte II, pag. 6; Chronica Pisana, presso Muratori Rerum Italic., tom. VI, pag. 109 e 168; Caffaro, nello stesso vol. del Muratori, pag. 253: Anno 1088, In exercitu Africæ; Chronic. Mon. S. Sophiae Beneventi, presso Muratori, Antiq. Ital., tom. I, pag. 259; Chronica Fussenavæ Anno 1087, presso Muratori, Rer. Ital., tom. VII; Poesia latina di Guido, nel Bulletin de l’Académie de Bruxelles, tom. X, parte I. pag. 524 segg. ripubblicata da M. Du Méril, Poesies populaires latines de Moyen-âge, Paris, 1847, in-8, pag. 239 segg.; Chronica di Leone d’Ostia, continuata da Pietro Diacono, Lib. III, cap. 71, presso Muratori, Rer. Ital. tom. IV, la quale dà tutto il merito dell’impresa al papa e vi fa perire centomila Saraceni; Bernoldi, Cronic., presso Pertz, Script., tom. V, pag. 447. Si vegga un’altra autorità contemporanea citata dal Pagi, Annali del Baronio, anno 1087, N. II (§ VIII del Baronio.)
El-Bayân-el-Moghrib, testo arabico, edizione Dozy, tom I, pag. 309, 310; Ibn-el-Athir, anno 481.,ediz. Tornberg, tom. X, pag. 109, 110; Nowairi, nella Bibl. Arabo-Sicula, testo, pag. 434; Tigiani, nella Bibl. Arabo-Sicula, testo, pag. 390, 391 e traduzione francese di M. Rousseau nel Journal Asiatique di febbrajo 1853, pag. 72, leggendosi per manifesto errore del Ms. il riscatto di 1000 dinar; Ibn-Khaldûn, Histoire des Berbères, traduzione di M. De Slane, tom. II, pag. 24,; infine Ibn-Abi-Dinâr (El Kaireuani) testo, nella Bibl. Arabo-Sicula, pag. 530 e traduzione francese, pag. 146, dove i traduttori han letto Veneziani in luogo di Pisani. Secondo Ibn-el-Athir e Nowairi fu pattuita la restituzione dei prigioni Musulmani. Tigiani dice positivamente il contrario. I versi che ci rimangono dell’elegia arabica sono stati tradotti nella Nuova Antologia di Firenze, vol. II, fasc. V, pag. 62, maggio 1866.
La data esatta, che si legge nel Bayân, e ch’è seguita da Tigiani e da Ibn-Khaldûn, torna al 480 dell’egira (8 aprile 1087-26 marzo 1088). La conferma la ecclisse solare del 1 agosto 1087; poichè Abu-s-Salt, citato dal Tigiani, dice seguìto il caso di Mehdia immediatamente dopo la ecclisse totale del sole nella costellazione del Lione, sotto la quale erano state gittate le fondamenta di quella città. Ibn-el-Athîr, Nowairi e Ibn-Abi-Dinâr riferiscono il fatto al 481. Marangone dà il giorno di San Sisto del 1088 (1087 dell’anno comune), e la cronica di Santa Sofia il 1089. Ricordisi che, se si dovesse credere al Malaterra, sarebbe stata presa Mehdia il 1086.
Su la citata poesia latina è da notare la esattezza de’ nomi geografici e di molti fatti che si ritraggono da fonti musulmane. Per esempio veggiamo Madia (Mehdia) mirabile e vasto porto e Sibilia (Zawila) città attigua a quella; Pantalorea (Pantellaria) Timimus (Temîm) gli Arrabites (Arabi) nemici di Temîm, macris equis insidentes, corporibus ductiles ec. In generale si può dire che, tagliando un paio di zeri nelle cifre numerali, la narrazione corra esattissima.
Si riscontri il Muratori, Annali, 1088, il quale, non avendo alle mani le memorie arabiche, nè il poema di Guido, cammina con troppo sospetto; suppone esagerata troppo la importanza del fatto; si adombra di quella espugnazione contemporanea di due città, Almadia e Siviglia (El-Mehdia e Zawila) la seconda delle quali gli pare la nota città di Spagna; e conchiude erroneamente “che lo sforzo de’ Pisani fu contro Tunisi.” A cotesto sbaglio lo condusse per avventura la lezione del Malaterra: urbem regiam regis Tunicii, dove, senza dubbio, è da leggere regis Temimi, sì come ho notato in questo medesimo capitolo pag. 158, nota 1.
382. L’ha, sesta lettera dell’alfabeto arabico, fu resa per lo più, sino ad uno o due secoli addietro, con le lettere latine ch; e il dal, ottava lettera, più spesso con una t che con una d. L’Anonimo ha Hamus.
Sapendosi dalla storia che Chamut, fatto cristiano con tutta la famiglia, rimase sotto il dominio del conquistatore, possiamo ben identificare il casato con quello del Ruggiero Hamutus, già proprietario di certi beni che Federico II concedea nel 1216 alla chiesa di Palermo (Diploma presso Pirro, Sicilia Sacra, p. 142) e dell’Ibu-Hamûd, ricchissimo signore che Ibn-Giobair vide in Sicilia nel 1185. Questo nobil uomo poteva esser figliuolo o nipote del regolo di Castrogiovanni. Sapendosi ch’ei portasse il soprannome d’Abul-I-Kâsim, sembra anco il Bulcassimus, celebre per brighe alla corte di Palermo, ne’ primordii del regno di Guglielmo il Buono; l’Abu-I-Kâsim al quale Ibn-Kalakis intitolava il suo Ez-Zahr-el-Basim; e l’Ibn-Abi-I-Kâsim, al quale Ibn-Zafer, venuto in Palermo, dedicava, una diecina di anni innanzi, l’Asalib-el-Gaiah, il Mosanni, il Dorer-el-Ghorer, e la seconda edizione del Solwân-el-Motha’, sì come io ho notato nella Introduzione al Solwân (Firenze, 1851) pag. XXIV a XXVII. Si avverta che il nome di Kâsim e il soprannome di Abu-I-Kâsim tornano assai frequenti tra i Beni-Hamûd. Le genealogie di costoro si rinvengono nel Ms. di Parigi, intitolato Ansâb-el-Arab, Supplem. Arabe, 467, fog. 90, verso, e in quello della stessa Biblioteca intitolato ’Omdet-et-Talib, Ancien Fonds, 636 fog. 93, verso e segg. nelle quali opere non si fa parola dei Beni-Hamûd di Sicilia. Della casa spagnuola di questo nome dicono tutte le istorie di Spagna e d’Affrica dell’XI secolo; per esempio Marrekosci, testo, pag. 30 segg., 43 segg.; il Bayân, tom. I, pag. 308; Ibn-Khaldûn, Storia de’ Berberi, traduzione francese, tom. II, p. 152 segg.; Dozy, Histoire des Musulmans d’Espagne, tom. III, p. 316 segg. e passim, tom. IV, p. 13 e segg.
Non merita alcuna fede il libro di Nicasio di Burgio, conte palatino XXIII, intitolato La Discendenza di Achmet, ec. Trapani 1786, in-fol., nel quale si sostiene che la famiglia Burgio discenda da questo Hamudita.
383. Malaterra, lib. IV, cap. 5; Anonimo, presso Caruso, Bibl. Sic., pag. 855; Fra Corrado, op. cit., pag. 48.
Il Malaterra pone questo fatto nel 1086; ma al certo sbaglia d’un anno, com’è manifesto dalla correzione che abbiam fatta alla sua testimonianza su la espugnazione di Siracusa e di Mehdia, qui innanzi pag. 168 e 172, in nota. Ibn-el-Athir, Abulfeda, Nowairi, Ibn-Abi-Dinâr, nella Bibl. Arabo-Sicula, pag. 278, 414, 448, 534 portan la data del 481 (1088-89).
I nomi delle castella prese nella provincia di Girgenti, sono tolti dal Malaterra, correggendo alcun evidente errore del testo. Rimane dubbio il suo Racel, che ho trascritto sicuramente Rahl (stazione), ma vi manca il nome che dee seguire per determinare quella appellazione generica, il qual nome io non saprei indovinare tra i moltissimi Rahl di quella provincia. Credo avere ben letto Ravanusa il Remise, (variante Remunisse) del testo, poichè Micolufa sorgea presso Ravanusa. Del resto Simone da Lentini, autore del XIV secolo, il quale copiò Malaterra, nel suo libro “La conquista di Sicilia” recentemente uscito alla luce (Collezione d’opere inedite o rare, Bologna, 1865, in-8) dà otto soli nomi degli undici, dicendo non avere ritrovati gli altri ne’ testi; ed un Ms. della stessa opera, appartenente alla Bibliothèque de l’Arsenal in Parigi (Ital. N. 68) ne dà sette soltanto: Platani, Musan, Guastanella, Catalanixetta, Bosolbi, Mocofe, Cyaxo “e li altri, aggiugne, non so chi si fussiru e nun si canuxirianu, ec.”
Intorno i nomi che non si trovano nella lista odierna de’ Comuni di Sicilia, si vegga il Dizionario Topografico del D’Amico e l’Indice che io ho messo in fine della Carte comparée de la Sicile, Notice.
384. Malaterra, lib. IV, cap. 6; Anonimo, presso Caruso, Bibl. Sic., p. 855. Secondo Fra Corrado, op. cit., pag. 48, Castrogiovanni e Girgenti furono occupate nello stesso anno. Ma ciò non è detto precisamente da Malaterra; nè citato l’anno dell’avvenimento, il quale, secondo la serie dei fatti narrati dallo stesso cronista, tornerebbe al 1087, ovvero ai primi mesi del 1088. Gli Arabi pongono la resa di Castrogiovanni nel 484, tre anni dopo quella di Girgenti (1088-89) e le fanno cedere entrambe agli orrori della fame: Ibn-el-Athir, Abulfeda, Nowairi e Ibn-Abi-Dinar, nella Bibl. Arabo-Sicula, testo, p. 278, 414, 448, 534.
A Sciacca si crede, o almeno si credeva un tempo di possedere proprio il fonte battesimale nel quale fu reso cristiano il degenere nipote d’Alì. Si vegga una Memoria di Vincenzo Venuti, con corredo di diplomi che puzzano di falso, negli Opuscoli di Autori siciliani, Tom. VII, pag. 16. (Palermo, 1762).
385. Malaterra lib. IV, cap. XII, XIII, XV; Anonimo presso Caruso, Bibl. Sicula, p. 855; Fra Corrado, op. cit., p. 48. Per la venuta di Urbano II in Sicilia e l’assedio di Butera, seguo la cronologia del Pagi, Annali di Baronio, 1089, § IX. Gli annalisti Musulmani, citati di sopra, differiscono dai cristiani; tacendo di Noto e Butera e ponendo ultima città occupata Castrogiovanni, ma concordano nel designare il 484 (22 febbraio 1091 a 11 febbrajo 1092) come l’anno in cui fu compiuto il conquisto normanno.
386. Resacrambam, Malaterra.
387. Malaterra, lib. IV, cap. XVI. Il tempo che durò la guerra di conquisto è confermato da Edrisi, il quale lo dice appunto trent’anni, contando dal 453 (26 genn. 1061 a 14 genn. 1062). Testo nella Biblioteca Arabo-Sicula, pag. 26.
388. Di questo sito han trattato Fazello, Deca 1, lib. 4, cap. I; Amico, Dizionario topografico, traduzione italiana, tom. II, Appendice, alla voce Pantalica; Massa, Sicilia in prospettiva, tom. II, pag. 126; Ferrara, Guida di Sicilia, pag. 151; Bourquelot, Voyage en Sicile, Paris, 1848, pag. 491 segg.
L’importanza di Pantalica nel 1093 si scorge dal diploma trascritto dal Pirro, Sicilia Sacra, pag. 618, dove il nome è scritto Pantegra, mentre si legge Pantargo in altro diploma del 1151, op. cit. p. 993; e l’Edrisi, testo, nella Biblioteca Arabo-Sicula, pag. 56, 57 lo dà Bentarga. Ei chiama l’Anapo Nahr-Bentargha, ossia fiume di Pantalica.
389. Malaterra, lib. IV, cap. XVIII; Cf. Anonymi Chronicon Siculum, presso il Caruso, pag. 856 e nella traduzione francese, p. 312. Ancorchè il testo del Malaterra porti questi fatti nel 1092, mi è parso di seguire più tosto la data notata dal Pirro, Sicilia Sacra, pag. XI e 612, secondo una inscrizione sepolcrale oggi, a quanto e’ pare, perduta.
390. Oltre che questo risulta chiaramente dai fatti, sel sapeano ben Ruggiero e i suoi contemporanei. «Comes ergo totius progeniei suæ sustentator, citra Romam versus Siciliam, sicuti maria ab undique cingunt, abundantia rerum et industria callentis, sapientis consilii præcellebat; unde et omnes sua negotia ad ipsum conferebant.» Malaterra lib. IV, cap. XXVI Cf. cap. XVII, XX ec.
391. Lib. III, cap. XLI.
392. Così espressamente nel lib. IV, cap. XXIV, trattando di quella ch’ei chiama ribellione d’Amalfi, del 1096.
393. Si veggano i cap. I e V del presente libro, pag. 31, 37 segg. e 141 del volume.
394. «Maxime quia Apuli, expeditionibus aliquo annorum curriculo desueti, corpus nullis plagis et diutinis laboribus fatigando, quin recreando sibi potius indulgere, quam expeditionibus iterum assuescendo, insudare nitebantur.» Malaterra lib. IV, cap. XXVI.
395. Malaterra, lib. III, cap. XLI.
396. Malaterra, lib. IV, cap. XXIV.
397.
«Simon fonte, pictus fronte inunctione chrismatis,
Heredatur: solidatur Dux futurus Siculus:
Calabrenses suos enses sibi optant adjici:
Pater totum implet votum: Dux concessit fieri.»
Malaterra, lib. IV, cap. XIX.
398. Malaterra, lib. III, cap. XLI. Sul primo partaggio si vegga il cap. I del presente libro, pag. 51 del volume.
399. Malaterra, lib. IV, cap. IX segg.
400. Si vegga il capitolo VI, pag. 156, dove si dice delle soldatesche capitanate da Elia Cartomi, le quali sembrano di certo musulmane.