146.  Il Baiân, testo del Dozy, tomo I, pag. 322 e nella Bibl. arabo-sicula, pag. 373, dice che Giorgio “conosceva appunto i lati deboli di Mehdia e degli altri paesi” (dello Stato); il Tigiani nella Bibl. arabo-sicula, testo, a pag. 399, ch’ei “conoscea di Mehdia ogni cosa: l’abitato come la campagna” ed a pag. 398, ch’egli tenea spie in Mehdia.

147.  Si confrontino: Ibn-el-Athîr, anno 536; il Baiân, sotto lo stesso anno; Tigiani; e Ibn-Abi-Dinâr, tutti nella Bibl. arabo-sicula, pag. 286, 372-3, 388-9 e 537. Ancorchè questi compilatori narrino diversamente alcuni particolari e il Tigiani non ponga data, evidentemente trattano tutti dello stesso avvenimento.

148.  Tigiani nell’op. cit., pag. 399. Un altro Mezzo Mondo, carico di merci, fu mandato di Sicilia ad Alessandria d’Egitto, il 1242, dall’imperator Federigo.

149.  Ibn-Abi-Dinâr nell’op. cit., pag. 537-8.

150.  Ibn-Abi-Dinâr, l. c.

151.  Ibn-el-Athîr, anno 537; Baiân nello stesso anno; Abulfeda, idem; Ibn-Khaldûn; e Ibn-Abi-Dinâr, nella Bibl. arabo-sicula, testo, pag. 287, 373, 415, 498, 538.

152.  Le stesse autorità, fuorchè il Baiân e Abulfeda. Gigel rimase mezzo abbandonata e al tutto impoverita fino al tempo in cui scrisse Edrîsi. Veggasi questo autore, nella Bibl. arabo-sicula, pag. 72, e nella edizione de’ sigg. Dozy e De Goeje, Description de l’Afrique, ec., pag. 114, della versione.

153.  Ibn-el-Athîr, e Abulfeda, anno 539, nell’op. cit., pag. 287 e 415.

154.  Ibn-el-Athîr, anno 540, e Ibn-Abi-Dinâr, nella Bibl. arabo-sicula, testo, pag. 288 e 538. Ibn-Abi-Dinâr, porta questo fatto nell’anno 537, ma forse è errore del manoscritto.

155.  Si vegga il Capitolo precedente, pag. 388.

156.  Si ritrae da un aneddoto che Ibn-el-Athîr riferisce sotto l’anno 539, nel capitolo su la occupazione di Edessa per Zengui, nella Bibl. arabo-sicula, testo, pag. 288, e nella edizione del Tornberg, tomo XI, pag. 66.

157.  Confrontinsi: Edrîsi; Ibn-el-Athîr, anno 541; Tigiani; Abulfeda, Nowairi, Ibn-Khaldûn, Ibn-Abi-Dinâr, Ibn-Khallikân, nella Bibl. arabo-sicula, testo, pag. 73, 289, 388, 415, 457, 500, 538, 642. L’Edrîsi e il Tigiani portano il fatto nel 540; ma la differenza sarebbe di pochissimi giorni, poichè le ostilità cominciarono il terzo giorno del 541. Il Tigiani, per manifesto sbaglio, dice presa Tripoli dopo Mehdia e Sfax. Il codice d’Ibn-Khaldûn del quale ho fatta speciale menzione, è quello seguito dal Tornberg, Ibn-Khaldûni, ecc., de Expeditionibus Francorum, Upsal, 1840, pag. 37. L’Anonimo Cassinese, presso Caruso, Bibl. Sicula, pag. 510, registra la presa di Tripoli nel 1145, contando forse l’anno dell’èra volgare sopra la indizione, senza badare al mese. Roberto abate del Monte di San Michele, presso Pertz, Scriptores, tomo VI, pag. 497, la porta il 1146.

158.  Ibn-el-Athîr, anno 542, nella Bibl. arabo-sicula, testo, pag. 292, ed anno 543, testo, del Tornberg, tomo XI, pag. 90. Ho usata la moderna appellazione di Barbarìa, come quella che meglio rende, in questo caso, il Maghreb de’ testi. L’Affrica propria non n’era che la parte orientale.

159.  Ibn-el-Athîr, loc. cit., e tutte le altre autorità arabiche che noi citeremo or ora pei fatti di Kâbes e di Mehdia.

160.  Nel Capitolo precedente, pag. 369.

161.  Cotesto abituro degli Arabi, ch’era nella parte più alta dell’antica città, fu chiamato la Moa’llaka, che vuol dir la “sospesa in alto.” Si vegga Edrîsi, edizione de’ sigg. Dozy e De Goeje, Description de l’Afrique, ec., pag. 112 del testo, e 131 della versione.

162.  Si confrontino: Ibn-el-Athir, anno 542, Tigiani; Ibn-Khaldûn e Ibn-Abi-Dinâr, nella Bibl. arabo-sicula, testo, pag. 290 segg. 384, 489, 500 e 538.

163.  Citerò gli scrittori contemporanei nel capitolo seguente dove occorrerà dare un cenno della guerra di Ruggiero contro Emmanuele Comneno. Basti qui ricordare che la cronologia degli avvenimenti, incerta presso gli annalisti bizantini, è bene determinata da Le Beau, Histoire du Bas Empire, lib. LXXXVII, § 22 a 39, e dal Muratori, Annali, 1146 a 1149. La cronaca della Cava, presso Pertz, Scriptores, tom. III, pag. 192 e presso Muratori, Rer. Ital. Script., tom. VII, porta appunto nel 1147, le prime ostilità contro l’impero bizantino.

164.  Tigiani, loc. cit.

165.  Non occorrono citazioni pei fatti notissimi della Crociata. Le pratiche de’ Gesuiti di quel tempo con re Ruggiero si rivelano in una epistola che scrivea a questo principe Pietro il Venerabile, abate di Cluny, la quale è stata ristampata dal Caruso, Bibl. Sicula, pag. 980.

166.  Tigiani.

167.  Ibn-el-Athir, anno 513, nella Bibl. arabo-sicula, pag. 205.

168.  Il Tigiani dice seguito lo sbarco sette ore dopo l’arrivo dell’armata. Secondo Ibn-el-Athir, eran corsi due terzi della giornata. Or, nel giugno, il sole spunta in Mehdia verso le cinque del mattino e tramonta poco dopo le sette della sera: onde la giornata dura 14 ore. Ambo le relazioni si accordano, dunque, a porre lo sbarco tra le 2 e le 3 dopo mezzogiorno, se noi contiamo le sette ore del Tigiani, non dall’alba quando si videro i primi legni, ma dalla riunione di tutto il navilio, per la quale dovettero passar due o tre ore.

169.  I Cristiani di Mehdia in questo tempo erano, com’e’ mi sembra, in parte indigeni dell’Affrica propria e in parte stranieri. Chi voglia notizie più particolari su’ Cristiani dell’Affrica settentrionale nell’XI e XII secolo, potrà consultare la introduzione storica dell’opera del signor Mas-Latrie, intitolata Traités de paix, ecc., pag. 7 ed 11 e 67 segg. Ancorchè io ritenga lontani dal vero alcuni particolari, quivi narrati, delle guerre che seguirono tra gli italiani e i Musulmani d’Affrica nell’XI secolo, (pag. 7, 8, 9,) ed ancorchè l’autore, per troppa tenerezza, esageri qui i meriti della Corte romana, mi piace pur di attestare la diligenza delle ricerche, la copia della erudizione e il bell’ordine di tutto il lavoro.

Oltre i fatti citati dal signor Mas-Latrie su quel favorito argomento, va ricordata una testimonianza di cronisti arabi su le chiese dell’Affrica propria nel 955. (Storia de’ Musulmani di Sicilia, tomo II, pag. 248, lib. IV, cap. II) e il detto del continuatore di Sigiberto da Gembloux: che Ruggiero, nel 1148, rimandò libero alla sua sede il vescovo di Affrica, il quale era ito da servo a consecrarsi in Roma, (presso Caruso, Bibl. Sicula, pag. 950). Ci occorrerà anco nei capitoli seguenti di aggiugnere qualche altro particolare su questo subietto.

170.  Quelle del sabato e del venerdì, il 558, e il 573, dell’egira, secondo il Baiân, ediz. del Dozy, tomo I, pag. 326, e nella Bibl. arabo-sicula, testo, pag. 374. Edrîsi descrive cotesto piano che dividea le due città e chiamavasi Er-Ramla, ossia “La Sabbia;” presso Dozy et De Goeje, Description, ec., pag. 128.

171.  In linguaggio legale sono chiamate Omm-walid, ossia “madre di figlio.”

172.  Confrontinsi: Ibn-el-Athîr, anno 543; Baiân, stesso anno; Tigiani; Abulfeda, stesso anno; Ibn-Khaldûn; Ibn-Abi-Dinâr, nella Bibl. arabo-sicula, pag. 292 segg. 373, 399, 416, 500 segg. 539. Abulfeda, per errore, com’ei pare, avendo del resto compendiato o piuttosto mutilato il racconto d’Ibn-el-Athîr, dice che la fuga fu consigliata ad Hasan dagli ottimati. Negli scrittori cristiani si fa un cenno appena della occupazione di questa città, alla quale è dato, al solito, il nome d’Affrica. Così Romualdo Salernitano e il Dandolo, anno 1148, presso Muratori, Rer. Ital., tomo VII, pag. 191, e XII, pag. 283. Si veggan anco: Continuazione di Sigeberto da Gembloux, anno 1148; Appendice al Malaterra, luglio 1149; Ugo Falcando, presso Caruso, Bibl. Sicula, pag. 950, 250, 410. La continuazione di Sigeberto è stata ultimamente ristampata dal Pertz, Scriptores, tomo VI, pag. 453-4, dove i nomi delle città prese sono scritti: Africa, Suilla, Asfax, Clippea.

173.  Stesse autorità citate nella nota precedente. Edrîsi dice anco presa Sfax il 543, nella Bibl. arabo-sicula, testo, pag. 72, e nella Description, ecc. di Dozy e De Goeje, traduzione, pag. 126.

174.  Ibn-el-Athîr, loc. cit.

175.  Il capitolo d’Ibn-el-Athîr citato dianzi a questo proposito (Bibl. arabo-sicula, testo, pag. 297) ha un passo che va corretto secondo la copia litterale che ne fece il Nowairi (Bibl. arabo-sicula, testo, pag. 458, nota 1): “Il dominio de’ Franchi si stese da Tripoli del Garbo fin presso Tunisi, e dai deserti del Maghreb a quelli di Kairewâu.” Deserto del Maghreb pare che qui significhi quello di Barca.

176.  Si confrontino gli stessi autori citati per l’occupazione di Mehdia nella pag. 418, nota 3. I Cristiani, dicendo dei conquisti di Ruggiero in Affrica, danno, oltre il nome di Mehdia, que’ di Susa, Bona, Cafsa, Sfax e Tripoli.

Chi legga gli Annali Musulmani del Rampoldi, crederà ch’io qui defraudi il pubblico d’un tesoro di fatti storici. Il Rampoldi, portata nel 1149 la presa di Mehdia, aggiunge di capo suo che 60 mila crociati francesi e italiani sbarcarono in Libia; che Ruggiero li seguì per visitare i recenti acquisti delle sue armi; ch’ei volea varcare il deserto per andare in Egitto; che Hasan signore di Bugia si oppose (!!), ma che costui fu sconfitto e i Cristiani, lasciato presidio a Bugia, passarono veramente in Egitto, ecc.

177.  Ibn-el-Athîr, anno 544, nella Bibl. arabo-sicula, pag. 297; Sefedi, nella Bibl. arabo-sicula, testo, pag. 657. Il proverbio ch’è nel testo di Sefedi, si legge con poche varianti nel Meidani, ediz. di Freytag, tomo II, pag. 588, ed anco nel Dizionario dello stesso dotto orientalista, tomo II, pag. 517.

178.  Ibn-el-Athîr, anno 543, nella Bibl. arabo-sicula, pag. 295, 296.

179.  Il Kartâs, pag. 126 del testo e 169 della traduzione latina, ha ch’ei fosse andato a Genova. Nella Storia de’ Berberi, per Ibn-Khaldûn, testo arabico, tomo I, pag. 231, e versione francese, tomo II, pag. 58, è un luogo che M. De Slane ba tradotto: “Yahya s’embarqua pour la Sicile, afin de se rendre, de là, à Baghdad. Au lieu de pousser jusqu’à cette île, il alla débarquer à Bòne, etc.” Or l’autore, nella sua concisione, spesso frettolosa ed oscura, ha qui litteralmente: “Jehia s’imbarcò per la Sicilia, proponendosi di passare indi a Baghdad; poi si volse a Bona,” ecc. in guisa da far capire più tosto, che, arrivato in Palermo ei fosse ito a Bona, in vece di Baghdad; il qual significato ed esce più spontaneo dalle parole dell’autore, e s’adatta meglio agli altri fatti che noi conosciamo, cioè i fratelli di Jehia venuti in Sicilia; la lega proposta da Ruggiero agli emiri arabi, ecc. L’andata a Genova, nè la sembra inverosimile, nè incompatibile col viaggio in Sicilia; poichè gli Hammaditi, a Bugia a Bona e in altri loro porti, praticavano co’ Liguri, sì come co’ Siciliani, e conosceano per prova la potenza navale degli uni e degli altri nel XII secolo.

Il Marrekosci, testo arabico, pag. 147, raccontando alla grossa, dice che Abd-el-Mumen, il 540, assediò Bugia e che Jehia, vedendo non potersi difendere, fuggì sin ch’ei venne a Bona e di là a Costantina.

180.  Ibn-el-Athîr e Ibn-Khaldûn, ll. cc. Il soggiorno di questo Abd-Allah in Sicilia è attestato anco da Ibn-Bescirûn, il quale dà alcuni versi di Abu-Hafs-Omar-Ibn-Fulfûl, recitatigli dall’Hammadita quando s’incontrarono in Sicilia. Veggasi la Kharîda di Imâd-Eddîn, nella Bibl. arabo-sicula, pag. 599, 600.

181.  Gli Arabi correvano quasi sino ai limiti occidentali dell’odierna provincia di Costantina. Si vegga Edrîsi, Description de l’Afrique, ec., traduz. de’ sigg. Dozy e De Goeje, pag. 92 a 97 del testo, e 107 a 114 della versione.

182.  Ibn-el-Athîr, anni 547, 548, nella Bibl. arabo-sicula, pag. 297, segg. e nel testo del Tornberg, tomo XI, pag. 103, 122.

183.  Ibn-el-Athir, anno 548, e Ibn-Khaldûn, nella Bibl. arabo-sicula, testo, pag. 299, 502. Ne fa un cenno l’Anonimo Cassinese, anno 1151, presso Caruso, Bibl. sicula, pag. 510.

184.  Edrîsi, nella Bibl. arabo-sicula, testo, pag. 73 e nella Description de l’Afrique ecc. traduzione de’ sigg. Dozy e De Goeje, pag. 136. Il prudente geografo, che pubblicò il suo libro poco appresso il supplizio di Filippo, si limita a dire che Bona fu conquistata “da uno degli uomini del gran Re.” Si vegga anco Ibn-Khaldûn, op. cit., pag. 491.

185.  Confrontinsi: Edrîsi, Tigiani e Ibn-Khaldûn, nella Bibl. arabo-sicula, pag. 74, 384, 385 e 496; il primo anco nella citata versione de’ sigg. Dozy e De Goeje, pag. 151, e l’ultimo nella versione del baron De Slane, Histoire des Berbères, tomo III, pag. 64.

La verosimiglianza e il positivo attestato del Tigiani, portano a riconoscer buona nell’Edrîsi la lezione medinat, che torna a Palermo, ed esclude il dubbio espresso dall’erudito traduttore di Edrîsi nella nota 2.

Del rimanente si vegga qui sopra la nota a pag. 400.

186.  Edrîsi, nella Bibl. arabo-sicula, pag. 73, e nella Description ecc., pag. 150, della versione.

187.  Ibn-el-Athîr, anno 548, nella Bibl. arabo-sicula, testo, pag. 300, e nella edizione del Tornberg, tomo XI, pag. 125. Abulfeda lo copia.

188.  Presso Muratori, Rer. ital. script., tomo VII, pag. 191.

189.  Kitâb-el-Mowâ’iz, testo di Bulâk, tomo I, pag. 214, 215, nel capitolo di Damiata. Si riscontri il capitolo di Tinnis, a pag. 179-180, dello stesso volume. Egli è da notare che il Makrizi, a pag. 180, registra un assalto dell’armata di Sicilia a Tinnis l’anno 348; e che non è da supporre sbaglio di cifra nelle centinaia, poichè dopo quel fatto di cronica municipale, il Makrizi ne porta altri del quarto e del quinto secolo dell’egira e poi, venendo al sesto secolo, descrive l’assalto dato a tutta la costiera il 571, del quale diremo a suo luogo.

190.  Nella Bibl. ar. sicula, testo, pag. 72 e nella Description, ecc., dei sigg. Dozy e De Goeje, pag. 114, 120.

È da avvertire che nel Ms. B dell’Edrîsi si attribuisce a Marsa-ez-Zeitûna ciò che il Ms. A dice più correttamente di Koll. Seguasi pertanto il testo della Description, pag. 102, ultimi due righi e primo della pag. 103, che rispondono alla pag. 120 della versione francese.

191.  Tunetam urbem maximam in Africa, si legge senza varianti nella edizione del Pertz, Scriptores, tomo VI, pag. 503. Questo passo, copiato con gran parte della cronica di Roberto, si trova a pag. 977 della Chronica Normanniæ, pubblicata dal Duchesne, Historia Normannorum Scriptores, con la variante Tonisam in luogo di Tunetam. Evidentemente è questo il frammento stesso della Chronica Normanniæ, ristampato dal Caruso, Bibl. sicula, pag. 921. Or la variante Tonisam, ch’era senza dubbio in uno de’ manoscritti di Roberto, ben si adatterebbe a Tenes: e l’urbem maximam in Africa, potrebbe essere supposizione di Roberto, o anco aggiunta del copista. D’altronde Tenes era città importante pel suo commercio, come afferma Edrîsi, edizione del Dozy e De Goeje, Description de l’Afrique, ec. pag. 96 della versione.

192.  Nel testo di Dozy, pag. 162 segg. e nella Bibl. arabo-sicula, testo, pag. 318 segg. L’autore qui nota ch’ei scrive il 621 (1224).

193.  Presso il Muratori, Rer. Ital. Script., tomo XII, pag. 283.

194.  Si confrontino: Baiân, testo del Dozy, tomo I, pag. 323 a 326, del quale io ho ristampato uno squarcio nella Bibl. arabo-sicula, testo, pag. 373; Ibn-Khaldûn, Histoire des Berbères, traduzione del baron de Slane, tomo II, pag. 29 segg. Sembra errore del Tigiani, Bibl. arabo-sicula, testo, pag. 399, che Tunis fosse tenuta da un Ibn-abi-Khorasân quando l’assediavano le milizie di Mehdia, mandate da Hasan poco avanti la occupazione de’ Siciliani. La vittoria sopra gli Almohadi fu significata da Abd-Allah ai Pisani, per una carta bilingue del 10 luglio 1157, ch’io ho pubblicata ne’ Diplomi Arabi dell’Archivio Fiorentino, Nº I, della prima serie e VI della seconda. Si vegga l’Introduzione a quella raccolta, § XXII, dove io ho corretto il casato di questi principi secondo il testo del diploma.

195.  Questo fatto si ritrae da Romualdo Salernitano, il quale sotto l’anno 1146, da correggersi 1149, nota la conceduta consacrazione, presso Muratori, Rer. Italic., VII, 193. Non occorrono citazioni per gli altri avvenimenti notissimi ai quali io accenno.

196.  Lo suppongo dall’accordo che poi fu fatto, secondo Ottone di Frisingen, di che alla nota 3 di questa pagina.

197.  I sussidii al duca Guelfo sono attestati da Goffredo di Viterbo, presso Muratori, op. cit., VII, 460. Quelli ad altri feudatarii tedeschi si leggono nella epistola di Giovanni notaio a Wibaldo, abate di Stavelot e di Corvey, data del 1151, presso Martene e Durand, Veterum Scriptorum, Parigi, 1724, tomo II, pag. 422.

198.  Epistola, presso Ottone di Frisingen, Gesta Frider., lib. I, cap. 28.

199.  Epistola citata di Giovanni Notaio.

200.  Ibid.

201.  Si vegga, per questo Abate di Cluny, l’Histoire littéraire de la France, tomo XIII, pag. 241 segg.

202.  Epistole del 1139, 1145, 1150, ristampate dal Caruso, nella Bibl. sicula, pag. 977 a 980.

203.  Si vegga Guglielmo di Tiro, lib. XIV, cap. 9 e 20, su coteste pratiche, alle quali ho voluto accennare perchè le veggo trascurate dagli storici di Sicilia.

204.  Ottone di Frisingen, Gesta Frider., lib. I, cap. 63.

205.  Si vegga il capitolo precedente, pag. 421 di questo volume.

206.  Si confrontino: Niceta Coniate e Cinnamo, presso il Caruso, Bibl. sicula, pag. 1159, segg. 1174 segg.; Ottone di Frisingen, op. cit., lib. I, cap. 33; Continuazione della Cronica di Sigeberto, presso Pertz, Scriptores, VI, 453, 454 (anni 1147 a 1149); Cronica della Cava, anno 1147, presso Pertz, Scriptores, III, 192; Romualdo Salernitano e Dandolo, presso Muratori, Rer. Italic., VII, 191; XII, 282 segg.

Di cotesti scrittori i bizantini e Ottone non portan data. Gli altri pongono i fatti nel 1147. Io credo incominciate le ostilità nel mese di settembre, perchè i due scrittori bizantini le fanno coincidere col passaggio de’ Crociati; e Niceta aggiugne che allora in Costantinopoli si sospettò un accordo tra’ Siciliani e i Tedeschi. Or noi sappiamo da Ottone, op. cit., lib. I, cap. 45, che questi ultimi si trovarono presso Costantinopoli nel mese di settembre. La critica del Muratori e del Le Beau, i quali ho citati nel capitolo precedente, pag. 413, nota 2, accerta del resto le date delle due imprese dell’armata siciliana in Levante, quella cioè del 1147, segnalata per la occupazione di Corfù e le scorrerie nel golfo di Corinto e quella condotta dal 1149 in poi, più gloriosa quantunque men felice. Credo sia da riferire alla prima il guasto dato a Modone del quale il Brompton, nell’Historiae Anglicanae Scriptores, tomo I, pag. 1218.

Quanto alla prigionia e liberazione di Lodovico VIII, si vegga il Muratori, Annali, 1149, e il Di Blasi, Storia di Sicilia, lib. VIII, cap. xxj. Si aggiunga la testimonianza del continuatore di Sigeberto, loc. cit., e la epistola di Lodovico VII a Guglielmo il Buono, data del 1169, pubblicata il 1839, nella Collection de Documents inédits sur l’Histoire de France, tomo I, pag. 3. Non so come l’erudito editore, Champollion-Figeac, seguendo i pregiudizii di molti compilatori francesi, abbia allegate le parole di Lodovico per oppugnare l’opinione del Muratori, che anzi me ne pare confermata.

207.  Considerazioni, lib. II, cap. ij, alla nota 34.

208.  Confrontinsi: Ibn-el-Athîr, anno 548, e Ibn-Khaldûn, testo, nella Bibl. ar. sicula, pag. 299, 300, 503, e Romualdo Salernitano, presso Muratori, Rerum Italic., VII, 194, 195, e presso Pertz, Scriptores, XIX, 426.

Il dottor Arndt, editore di Romualdo nella raccolta del Pertz, ha eliminato dalla cronica il presente capitolo, non trovandolo nel testo del codice vaticano. Ei confessa, per altro, non saper conghietturare l’origine di questa interpolazione; mentre di tutte le altre l’ha ritrovata o supposta con fondamento. E che il capitolo sia stato aggiunto dopo il primo dettato del cronista, ognun lo vede leggendo la fine di quello che precede nella edizione del Muratori e il principio di quel che segue, tra i quali due luoghi non si può supporre interruzione. Ciò mal si scorge nella edizione del Pertz, poichè il dott. Arndt, non badando alla data dell’impresa di Bona, riferì il capitolo al tempo di quelle d’Affrica, notate tutte insieme, per un’altra inavvertenza, con l’anno 1146. Il capitolo a me pare estratto dalla originale sentenza della corte de’ Pari, e però non oserei dir che non l’avesse inserito lì lo stesso arcivescovo di Salerno; ancorchè di certo non vi si scorga il suo stile, nè la tiepidezza religiosa d’un uom di Stato par suo, il quale nelle gare della corte di Palermo pendè pur troppo a parte musulmana. Ma cosifatti ostacoli vengon meno ove si consideri che l’autore avrebbe copiata qui una sentenza, dove l’ampollosità delle parole corrisponde all’atrocità del fatto. Che che sia, opera di Romualdo o di altro statista contemporaneo, o foss’anco più moderno che avesse avuta alle mani la sentenza, il ricordo è da tenere genuino e preziosissimo, trapelandone perfino i dubbii che correano su l’ortodossia del re.

209.  Romualdo Salernitano, presso Muratori, vol. citato, pag. 193, 194.

210.  Si riscontri Romualdo Salernitano, presso Muratori, Rer. Italic., VII, 196, e l’obituario di Monte Cassino, pubblicato dal Caruso, Bibl. sicula, pag. 523.

211.  Non occorre ch’io replichi i titoli delle sorgenti cristiane citate in questo capitolo e nel precedente. Le sorgenti musulmane contemporanee, sono Edrîsi ed un cronista seguito da’ compilatori i quali io nomino nel testo. Forse egli è quell’Ibn-Sceddâd, di cui feci parola nella Introduzione, vol. I, pag. xxxviij, N. VII. Edrîsi dice di re Ruggiero in due luoghi della Prefazione della sua geografia, i quali si leggono nella Bibl. ar. sicula, testo, pag. 15, 16. Gli squarci de’ compilatori si trovano nella stessa mia raccolta, cioè Ibn-el-Athîr, a pag. 278, 279, 300; Scehâb-ed-dîn Omari, a pag. 152; Abulfeda, pag. 114; Nowairi, pag. 448; Ibn-Khaldûn, pag. 498, 503; Ibn-Abi-Dinâr, pag. 534; Sefedi, pag. 657, 658.

212.  Presso Caruso, Bibl. sicula, pag. 410.

213.  Letteralmente: “e i sonni suoi (eran come le) veglie della gente.” Nella Bibl. ar. sicula, testo pag. 16.

214.  Romualdo Salernitano, Falcando, ec.

215.  Alessandro di Telese, lib. IV, presso Caruso, op. cit., pag. 294.

216.  Alessandro di Telese; Pietro il Venerabile, nelle epistole che abbiam citate in questo capitolo.

217.  Nella Bibl. ar. sicula, testo, pag. 15.

218.  Op. cit., pag. 27. Ho tradotto regoli il plurale Molûk, che propriamente significa re. Gli Arabi dell’XI e XII secolo lo dissero anco dei grandi baroni cristiani, ed inoltre fu titolo dato a grandi personaggi musulmani che non vantavan punto diritti di sovranità.

219.  Falcando, l’Abate di Telese e tutti gli altri contemporanei.

220.  Falcando, presso il Caruso, Bibl. sicula, pag. 410.

221.  Ibn-el-Athîr, anno 484, nella Bibl. ar. sicula, testo, pag. 278.

222.  Alessandro di Telese, lib. I, presso Caruso, op. cit., pag. 266.

223.  Gregorio, Considerazioni, lib. II, cap. ij.

Il Wenrich, Rerum ab Arabibus, etc., pag. 309, scorge in questo titolo il wâli arabico. Non è mestieri ch’io ricorra alle leggi di permutazione per provare l’error di cotesta etimologia. La voce Βαίουλος e bajulus è usata dagli scrittori greci e latini molto innanzi l’XI secolo; tra gli altri da Ammiano Marcellino. Veggasi il Ducange, Glossario latino. Io feci già questa osservazione nel Journal Asiatique del marzo 1846, pag. 230, nelle note a Ibn-Giobair.

224.  Gregorio, loc. cit. Su la circoscrizione provinciale si vegga il nostro libro V, cap. X, pag. 313, 314 del presente volume.

225.  Quantunque l’ufizio della corte suprema di giustizia preseduta dall’imperatore, fosse di dettar secondo i casi novelle norme di diritto, essa pure giudicava cause speciali. Si vegga Mortreuil, Histoire du droit byzantin, tomo III, pag. 83, 84.

226.  Si vegga il nostro libro III, cap. primo, pag. 7, 8 del 2º vol.

227.  Ibn-el-Athîr, nell’anno 484, testo, nella Bibl. ar. sicula, pag. 278, è il più antico che noi conosciamo de’ copisti di quella tradizione. Il Gregorio la cavò, come ognun sa, dal Nowairi, Rerum Arabicarum, pag. 26, e Considerazioni, lib. II, cap. ij, nota 30.

228.  Considerazioni, cap. cit.

229.  Qui innanzi a pag. 437.

230.  Nelle Costituzioni del Regno di Sicilia, promulgate da Federigo II imperatore, alcune leggi portano il nome di re Ruggiero; ma non è indizio certo. Si vegga a questo proposito il Gregorio, Considerazioni, lib. II, cap. viij.

Son usciti alla luce, in questi ultimi tempi, i frammenti delle Assise dei re di Sicilia (Hall, 1856, in 4to) che il Merkel trovò in un codice vaticano; i quali sono stati riferiti da alcuno a re Ruggiero, da altri a Guglielmo II. Si vegga la Storia della Sicilia sotto Guglielmo il Buono, per Isidoro la Lumia; la critica di Otto Hartwig, nell’Archivio storico del Sybel, band xx, e la risposta del La Lumia nella Rivista Sicula di febbraio 1869 (Palermo, 1869). Quanto a me, il preambolo di que’ frammenti mi conduce più tosto a riferirli a Guglielmo I, alla quale opinione pendeva il Merkel.

231.  Gregorio, Considerazioni, lib. Il, cap. ij.

232.  Si vegga il cap. I del presente libro, pag. 351 segg. del volume.

233.  Libro V, cap. ix e lib. VI, cap. primo, pag. 262. seg. e 365 di questo volume.

234.  Pag. 443, 444. Si noti che il Gregorio, non comprendendo coteste denominazioni, ch’ei trovava nel Nowairi e che Mr. Caussin avea saltate per la stessa cagione nella traduzione francese, suppose che le fossero predicati dei principi Musulmani presi ad esempio da Ruggiero; onde tradusse come gli parve “comitate, benevolentia et patrociniis insignium,” Rer. Arabic., pag. 26.

235.  Ne fa parola Ibn-Giobair, testo arabico del Wright, pag. 328 e nella Bibl. ar. sicula, pag. 83. Ho data la traduzione francese di questo squarcio nel Journal Asiatique di dicembre 1845, pag. 539, e l’italiana nell’Archivio Storico, Appendice N. 16 (1847), pag. 26.

L’hâgib, primo servitore a corte degli Abbasidi, fu primo ministro degli Omeiadi di Spagna; fu primo dopo il nâib appo i Sultani di Egitto e via dicendo; poichè l’autorità degli ufiziali così chiamati variò di molto secondo le dinastie e i tempi. Ne tratta Ibn-Khaldûn, nei Prolegomeni (testo di Parigi, parte II, pag. 14, e traduz. francese, pag. 17); De Sacy nella Chrestomathie arabe, tomo II, pag. 157, 159; Gayangos nella versione di Makkari, Mohammedan dynasties in Spain, tomo I, pag. 102, seg. 397 e XXIX.

236.  Significa literalmente chi sta allato. Si dice anco de’ cavalli di ricambio, menati a guinzaglio. Risponderebbero i giânib, per avventura, ai protospatarii della corte bizantina. Un Niccolò protonotaro, camerlingo e protospatario, è citato in un diploma greco di Ruggiero il vecchio, dato del 1090, ch’è trascritto in uno di Ruggiero, secondo conte, dato del 1147, presso Spata, Pergamene, pag. 247.

237.  Altrimenti detti selâhdâr, ossia “porta armatura,” dall’arabico selâh armi e dal persiano dâr, portatore. Si vegga Quatremère, nella versione di Makrizi, Sultans Mamlouks, tomo I, parte I, pag. 159.

238.  Il testo ha giandâr, voce composta di due, persiane entrambe, che significherebbe carnefice, o, per eufemismo, littore. Si vegga del resto una nota del Sacy, op. cit., tomo II, pag. 178, 179, e Ibn-Khaldûn, loc. cit.

Giamdâr, con una m, composta dello stesso vocabolo dâr e di giameh anche persiano, suona tenitore degli abiti, come dice il Quatremère, op. cit., tomo I, parte I, pag. 11. Può darsi che, col noto scambio di consonanti, sia stato usato il primo di questi vocaboli per indicare i vestiarii.

239.  Al Cairo e in Oriente era il dewadâr “porta-calamaio” ossia primo segretario; l’ostadâr, “maggiordomo;” il tabardâr “porta scure;” il giukandâr, “porta-racchetta” pel gioco della palla a cavallo, ec. Si vegga la citata opera del Sacy, II, 178, 179, 268, 269 e la citata del Quatremère, I, I, pag. 25 segg, 121 segg.

240.  Il diploma del 1167, che abbiano citato nel lib V, cap. ix, pag. 263. In nota, ha la soscrizione di un Gaytus Maranus, domini regis magister et familiaris.

Il Gregorio, Considerazioni, lib. II, cap. ij, non cita documenti del tempo di Ruggiero pel gran siniscalco; nè trovonne il laborioso Di Biasi, il quale scrisse lungamente de’ grandi ufizi della corona. Si vegga la sua Storia di Sicilia, libro VI, capo xxiij, articolo 3º. Ma il primo conte Ruggiero ebbe un siniscalco.