322. Si confrontino sempre il Falcando e Romualdo.
323. Falcando, op. cit., pag. 440. Ne fa cenno appena Romualdo, op. cit., pag. 868. Si ricordi ciò che abbiam detto di Ruggiero Schiavo e delle popolazioni lombarde nel libro V, cap. viij, pag. 222 seg., 226 segg., di questo volume.
Si noti che Butera fu sempre feudale, e che Piazza era stata tenuta, come qui dice il Falcando, dal padre di Ruggiero Schiavo, cioè il conte Simone, figlio di Arrigo, dei marchesi Aleramidi.
324. Falcando, op. cit., pag. 442.
325. Op. cit., pag. 444-445.
326. Nei principii del regno di Guglielmo il Buono, quand’egli arbitro dello Stato se n’era fuggito in Affrica per paura de’ baroni nemici suoi, il Conte di Gravina lo chiamò dinanzi la regina “servum saracenum qui stolium dudum prodiderat.” Falcando, op. cit., pag. 454.
327. Falcando, op. cit., pag. 448.
328. Abd-el-Mumen fu dei più grandi uomini di Stato de’ suoi tempi; dotto anco nelle scienze filosofiche e nelle matematiche, come il prova una sua compilazione delle vere o supposte lezioni del Mehedi, che fondò primo la potenza almohade; la quale opera si trova manoscritta nella Biblioteca imperiale di Parigi, Supplément arabe, n. 238. Abd-el-Mumen, presa Mehdia, fece fare un catasto dell’Affrica settentrionale, misurar la superficie in parasanghe quadrate, dedurre un terzo pei monti, i fiumi e le paludi, e impose, in ragione della superficie rimanente, una tassa che le tribù dovean pagare in grano o in moneta. Ei cominciò a tramutare in Spagna i feroci Arabi d’Affrica. Fece allestire, dicono, 700 navi; fabbricare 10,000 quintali di saette ogni dì; scrivere 500,000 uomini, ec. Su questi preparamenti si vegga Ibn-el-Athîr, anni 555, 558, edizione del Tornberg, tomo XI, pag. 162 segg., 191 segg. del testo; Marrekosci, testo, pag. 168; Kartâs, edizione del Tornberg, testo pag. 129, 131, 132, e versione, 174, 176, 177; e Ibn-Abi-Dinâr (El-Kairouani) versione francese, pag. 196.
329. Si confrontino: il Baiân, anno 558, e Tigiani, entrambi nella Bibl. ar. sicula, testo, pag. 374 e 378, 379.
Il primo pone la data, dice d’uno sbarco di Rûm in generale, del novello “caso,” com’ei lo chiama, di Mehdia e dell’occupazione di Susa; il secondo fa menzione del governatore che avean messo gli Almohadi a Susa dopo che s’impadronirono di Mehdia, e poi accenna alle stragi, rapine e cattività di que’ di Susa ed a’ prigioni riportati in Sicilia dall’armata. Indi non è dubbia la identità del fatto.
330. Falcando non dà il nome del palagio. Il testo di Romualdo ha Lisam, nelle edizioni antiche; ma quella di Pertz, Scriptores, XIX, 434, dà più correttamente Sisam, con l’avvertenza in nota “Hodie Cisa,” la quale lezione rende forse la pronunzia all’orecchio di qualche straniero, ma io non l’ho mai vista in alcuna scrittura nostrale. Al contrario, i diplomi latini del XIII e XIV secolo ed una cronaca anch’essa del XIV, hanno Zisa, e Asisia, ed un diploma del 1238, presso Mongitore, Sacrae domus Mansionis.... Monumenta, contien la concessione d’un terreno in regione Assisii, al mascolino. Finalmente avverto che l’aggettivo El-’Azîz, anche al mascolino, poichè si sottintende El-Kasr (il palagio), occorre in fin della iscrizione arabica della sala terrena, pubblicata dal Morso, Palermo Antico, 2ª edizione, pag. 184. Ma di ciò mi propongo di trattar più lungamente nel Cap. xj del presente libro. Notisi intanto che la lezione Sisa, risponde precisamente alla trascrizione del nome Abd-el-’Azîz, il quale in un diploma del 1239, nel registro dell’imperator Federigo II, ediz. del Carcani, pag. 398, è scritto Abdellasis.
331. Si confrontino sempre Falcando e Romualdo, nell’op. cit., pag. 448, 449 e 870, 871. Anche nelle piccole cose si dimostra la nimistà dell’uno e lo studio cortigiano dell’altro. Falcando, per esempio, si compiace a notare che Guglielmo non arrivò a veder finita l’opera della Zisa; Romualdo la fa credere compiuta, e parla più largamente delle acque e de’ giardini di quel sito reale, de’ mosaici aggiunti da Guglielmo nella Cappella palatina, ec.
332. Ho corretto il giorno della morte secondo la Cronica Cassinese e il libro mortuario dello stesso monastero, presso Caruso, op. cit., pag. 512 e 522.
333. La parte presa dalle donne, secondo il Falcando, nelle esequie di Guglielmo I, somiglia perfettamente a quella che è attribuita loro nei funerali di Malek Salih al Cairo (1249) in un luogo d’Abu-l-Mehasin, del quale M. Quatremère ha dato testo e traduzione nella Histoire des Sultans Mamlouks, tomo I, parte II, pag. 164. Per parecchi giorni le schiave andavano per le strade battendo i cembali, e le gentil donne le seguian senza velo, piangendo e picchiandosi il volto.
334. Si veggano i fatti nel Falcando, presso Caruso, Bibl. sic., pag. 451 a 453.
Non mi pare inverosimile che alcuno di cotesti provvedimenti sia stato comandato nel testamento di Guglielmo I. Almeno un passo del Falcando, op. cit., pag. 454, prova che l’eunuco Pietro era stato emancipato nel testamento e che fu confermata la manomissione dai reggenti.
335. Si vegga il cap. III di questo medesimo libro, pag. 432, 433, 439 del volume.
336. I diplomi arabi e greci di Sicilia che stamperà il prof. Cusa di Palermo, daranno larga materia ad osservazioni di questa natura. Intanto io voglio notare un esempio, tolto dal diploma arabico di Morreale del 1182, del quale mandommi copia il lodato professore, e la traduzione latina si trova nel Lello (Michele del Giudice) Descrizione del real Tempio.... di Morreale, Appendice dei Privilegii e Bolle, pag. 8 e segg. In questo diploma la voce hârik, ordinariamente usata in Sicilia col significato di collina, è tradotta “terterum”, voce francese latinizzata; il nome di luogo Descîsc è trascritto “Dichichi”; el-Andalusin (gli Spagnuoli) “Hendulcini”; Giabkalîn, “Chapkalinos”, ec.
337. Quello che or si dice dell’Albergaria.
338. Presso Caruso, Bibl. sicula, pag. 454 e 872. L’arcivescovo, ch’era partigiano dell’eunuco, confessa che costui insieme con altri, fuggì “et ad regem de Maroccho veniens, multam secum pecuniam transportavit.” Si vede dal Falcando che l’accusavan anco di aver portato seco le insegne reali, ma la regina affermò non essere stato tocco il tesoro regio.
339. Ibn-Khaldûn, Prolegomeni, testo arabico di Parigi, parte II, pag. 37, 38 e nella Bibl. arabo-sicula, pag. 462, e versione francese del baron De Slane, parte II, pag. 43. Lo stesso autore, nella Storia dei Berberi, testo arabico di Algeri, tom. I, pag. 326 e versione del baron De Slane, II, 208, dice che il 581 (1185-6) il califo almohade Jakûb, sapendo la mossa d’Ibn-Ghania sopra Costantina, mandò contro di lui l’armata capitanata da Mohammed-ibn-Abi-Ishak-ibn-Giâmi’, insieme con Abu-Mohammed-ibn-’Atusc, e con Ahmed-Sikilli, e che quest’ultimo kaid, con la sua squadra prese Bugia.
340. Applicato il diritto de’ tempi al racconto d’Ibn-Khaldûn, ognun vede che il giovanetto Ahmed era venuto schiavo in Sicilia. Ora il Falcando attesta precisamente ch’egli fosse tenuto tale a corte, dicendo che il conte di Gravina, saputa la sua fuga, rimproverò alla regina vedova la stoltezza d’avere innalzato a tanta potenza un servo saraceno che aveva già tradita l’armata; ed aggiunse esser anzi maraviglia ch’ei non avesse fatti entrare occultamente i Masmudi nella reggia, per portar via il re con tutto il tesoro. Il conte di Molise partigiano di Pietro, negava che costui fosse servo, quando Guglielmo I l’aveva emancipato nel testamento e il nuovo re e la regina aveano confermata l’emancipazione. Presso Caruso, Bibl. sic., pag. 454.
341. Si vegga su questa nobile famiglia, Gilles Bry, Histoire du pays et comté du Perche, Paris, 1620, in-4. Il territorio della contea di Perche rispondea quasi a quello degli odierni dipartimenti di Orne ed Eure et Loir.
342. Si leggano: Petri Blesensis Epistolæ;, ni 10, 46, 66, 90, 93, alcune delle quali ristampò il Caruso, op. cit., pag. 489, 501; Thomæ Canterburiensis Epistolæ, lib. I, ep. 56, 57, 58, della edizione di Bruxelles, 1682; Epistole di Giovanni da Salisbury, dal Codice Vaticano, lib. II, epistola 61 e lib. III, ep. 80, presso Baronio, Annales, anno 1168, §62, e si confronti anno 1169, §2; Epistola nº 2 di Lodovico VII di Francia a Guglielmo II di Sicilia, anno 1169, nella Collection de Documents inédits sur l’histoire de France, Série 1. Lettres des Rois, etc., tomo I, Paris, 1839, pag. 3. Questa lettera fu mandata alla corte di Palermo per un Teobaldo priore di Crépy, procuratore del monistero di Cluny, al quale dovea servire di credenziale presso Guglielmo II.
343. «Panormitani.... multos apud eum accusaverunt apostates de Christianis Saracenos effectos, qui sub eunuchorum protectione diu latuerant.» Così il Falcando, op. cit., pag. 461. Mi par si debba intendere de’ Musulmani già fatti Cristiani, non già di Cristiani nati, dei quali se alcuno mai si fece musulmano, il caso doveva essere rarissimo in quel tempo.
344. Op. cit., pag. 463.
345. Gaytum Sedictum, nelle edizioni del Falcando. I buoni mss. della Biblioteca imperiale di Parigi, Mss. latins, 5150 e 6262, e Saint-Victor, 164, hanno “Se dictum.” Mi sembra migliore la prima lezione che si avvicinerebbe ai nomi di Siddik ovvero Sadâka, non venendomi alla memoria alcuno che si potesse pronunziare Se.
346. La via Marmorea è quasi la stessa ch’or si chiama il Cassaro; ma nel XII secolo la parte più alta di quella tornava al tratto che corre dal Collegio Nuovo all’odierno palagio arcivescovile, poichè la Piazza della reggia era allora in gran parte occupata dall’Halka, della quale si è detto nel lib. V, cap. V, pag. 136, 137, di questo volume.
La Via Coperta, che conducea dall’antica reggia all’antico duomo, rispondeva alla contrada che or giace sotto il piano del Papireto.
347. I fatti si ritraggono confrontando il Falcando, partigiano, non cieco però, di Stefano, e Romualdo Salernitano che fu de’ congiurati. Si vegga anco Guglielmo di Tiro, lib. XX, cap. 3.
348. Op. cit., pag. 486.
349. Romualdo Salernitano, presso Caruso, op. cit., pag. 898-899.
350. Abu-Sciama-el-Mokaddesi, nella Biblioteca arabo-sicula, testo, pag. 336. Si riscontri Reinaud, Extraits.... relatifs aux Croisades, pag. 184, secondo il quale la epistola fu scritta il 1182.
351. Confrontisi: Ibn-el-Athîr, anno 565, testo del Tornberg, tomo XI, pag. 231 e Makrizi, Mowa’iz, testo di Bulâk, tomo I, pagina 214-215. Compendiò entrambi il Reinaud, Extraits.... relatifs aux Croisades, pag. 143-144.
352. Questa impresa del Jemen è narrata da Ibn-el-Athîr, anno 569, testo del Tornberg, XI, 260 segg.
353. Si confrontino: Ibn-el-Athîr, anno 569, testo, nella Biblioteca arabo-sicula, pag. 308 segg. e nell’edizione del Tornberg, tomo XI, 292; Ibn-Khaldûn, op. cit., pag. 506 segg.; Ibn-Khallikân nella vita di questo Omâra, versione inglese del baron De Slane, tomo II, pag. 367. M. Reinaud, negli Extraits.... relatifs aux Croisades, pag. 172, dà la traduzione francese di uno squarcio d’Ibn-el-Athîr.
354. Si vegga, per questa data, la nota che ponghiamo in fine del racconto.
355. Questa particolarità è aggiunta da Ibn-el-Athîr. Secondo Ducange, quel vocabolo, composto del nome etnico e di ποῦλος che in greco de’ bassi tempi significò “figlio”, par abbia designato in origine i figli de’ mercenarii turchi dell’impero bizantino. Poi si addimandarono così i soldati palatini di Alessio Comneno; e i Cristiani di Siria dettero tal nome a’ cavalleggieri. L’appellazione pareva appropriata, per tutti i versi, a’ Musulmani che militavano sotto le bandiere della Sicilia.
356. Lo stato delle forze si ritrae dalla lettera di Saladino. Ibn-el-Athîr quasi la copia; Ibn-Khaldûn accresce i cavalli a 2500; Makrizi dice le galee 260; il qual numero io accetto, per la grande accuratezza di quello scrittore nelle cose dell’Egitto e perchè meglio corrisponde ai 50.000 uomini.
357. Behâ-ed-din, narrando l’assedio di San Giovanni d’Acri per Barbarossa, descrive la debbâba de’ Cristiani: grande struttura di legno, vestita di lamine di ferro, mobile su ruote, montata da molti combattenti, armata di una trave che terminava in un collo con capo di ferro, e chiamavasi “montone”, la quale, mossa da molti uomini, percotea le mura. Dice egli anco d’una macchina simile che consisteva in una tettoia, sotto la quale gli uomini moveano una trave armata d’un ferro in forma d’aratro; e questa chiamavasi “gatto.” Vita Saladini, pag. 141, 143.
Debbâba è traduzione di “testuggine.”
Si vegga anco Reinaud, Extraits, etc., pag. 291-292. Nell’impresa de’ Siciliani sopra Alessandria occorrono simili denominazioni. La somma della lettera di Saladino, distinguendo i varii corpi dell’esercito siciliano, nomina “gli artefici delle torri e delle debbâba.” Poi nella narrazione dell’assedio leggiamo: “e rizzarono tre debbâba coi loro kebasc (che vuol dir “montone”).... le quali debbâba somigliavano a torri, sì grosso era il legname, sì maravigliosa l’altezza e la larghezza, e sì grande il numero degli uomini che le montavano.”
358. Nella somma della lettera di Saladino che ci dà Abu-Sciama-el-Mokaddesi, leggiamo d’un Ibn-el-Bessâr ucciso nel primo assalto da un dardo di gerkh. Op. cit., pag. 333-334. Nella vita di Saladino occorre il plurale giurûkh.
359. Ai tempi di Edrîsi, il faro sorgeva a un miglio dalla città per mare e tre per terra. Versione de’ signori Dozy e De Goeje, pag. 166.
360. La saldezza delle mura di Alessandria è attestata da Edrîsi, l. c.
361. Le lasciaron chiuse, dice il sunto della lettera di Saladino, coi kosciûr. Il singolare kiscr significa “scorza, corteccia” e però ho messo il significalo di “imposte” che non trovo ne’ dizionarii. Par che abbiano alzate quelle che noi diciamo saracinesche, le quali si poneano a varie distanze dentro la lunga volta d’una porta di città o fortezza, ed abbian lasciata socchiusa la porta esteriore.
362. Dalla somma della lettera di Saladino parrebbe ciò avvenuto il secondo giorno di combattimento; ma di certo v’ha errore, poichè nello stesso squarcio si dice che lo spaccio era arrivato a Saladino il martedì che fu il terzo giorno dello sbarco (e secondo di combattimento) e il corriere di Saladino ad Alessandria il quarto dello sbarco (e terzo di combattimento) che fu il mercoledì. Ibn-el-Athîr dice espressamente fatta la sortita il terzo giorno di combattimento.
363. Ibn-el-Athîr, dal quale sappiamo la spedizione di questo corriere, dice che arrivò “lo stesso giorno della partenza.”
Fâkûs giace sull’estremo braccio del Nilo verso levante, ai confini del deserto di Suez, poco lungi dal lago Menzaleh.
364. Si confrontino: Ibn-el-Athîr, anno 570, nella Biblioteca arabo-sicula, testo, pag. 310 segg. e nella edizione del Tornberg, XI, 272 seg.; Abu-Sciama-el-Mokaddesi, nella stessa Biblioteca, pag. 332 segg., il quale dà la somma di una lettera scritta da Saladino ad un suo emir in Siria; Ibn-Khaldûn, op. cit., pag. 508; Makrizi nella stessa Biblioteca, pag. 518 dove la prima data si corregga 569. Nel Mesciâri-el-Ascwâk, ediz. di Bulâk 1242 (1826-7) pag. 196, 197, è un compendio dello stesso racconto di Abu-Sciama e d’Ibn-el-Athîr. Ne fa anche parola un contemporaneo, nell’opera geografica posseduta dalla Bibl. imperiale di Parigi, Suppl. Arabe, 966 bis, foglio 47 verso. Behâ-ed-din, Vita Saladini, edizione di Schultens, cap. XII, pag. 41, dà un cenno di questa impresa de’ Franchi, senza dir ch’e’ fossero que’ di Sicilia. Aggiunge ch’essi ritiraronsi dopo tre giorni con gravi perdite; dà loro 600 legni e trasporta la data al mese di sefer 570 (settembre 1174). Oltre le teride e le galee, l’autore qui nomina le botse, ch’è alterazione della nostra voce “buzzo.”
Per lieve che sia, non è da passare sotto silenzio uno sbaglio di cronologia de’ compilatori musulmani. Abu-Sciama, il quale trascrive il testo perduto di ’Imâd-ed-din, dice in principio sbarcati i Siciliani la domenica, 26 dsu-l-higgia 569 e rotti il 1º di moharrem 570. Lo stesso scrive Ibn-el-Athîr; di modo che gli assedianti, escluso il giorno dello sbarco, sarebbero stati sotto le mura di Alessandria per cinque giorni interi, poichè, sendo il 569 dell’egira quel che noi diremmo anno bisestile, il mese di dsu-l-higgia ebbe allora 30 giorni invece di 29. Da un’altra mano, sendo incominciato quell’anno di domenica e il mese di dsu-l-higgia, di mercoledì, il giorno 26 cadde in sabato e non in domenica.
Ma la somma della lettera di Saladino come l’abbiamo da Abu-Sciama, nota i soli giorni della settimana: cioè, sbarco la domenica, assalti il lunedì e il martedì, sortita e rotta il mercoledì, ritirata dell’armata il giovedì. Il giovedì appunto, 1º agosto 1174, principiò il mese di moharrem e l’anno 570 secondo il conto astronomico dell’egira, che muove dal mezzodì del 15 luglio 622, anzichè dal 16 come lo si conta più comunemente, comprendendovi la notte che precede. Onde si vede che il giorno assegnato dai compilatori alla sconfitta de’ Cristiani, fu quello in cui l’armata si allontanò d’Alessandria, non quello dell’ultima battaglia, e ch’essi per errore posero lo sbarco il 26 invece del 27. Gli imperfetti metodi di cronologia usati in Oriente e la superstizione di contare il primo del mese quando proprio si vede la luna, spiegano cotesti errori. Le giornate di quella infelice impresa van così notate:
| Domenica | 27 | dsu-l-higgia | 569 | 28 | luglio | 1174, | sbarco |
| 28-29 | » | » | 29-30 | » | » | assalti | |
| 30 | » | » | 31 | » | » | sortita; rotta de’ Siciliani | |
| Giovedì | 1º | moharrem | 570 | 1º | agosto | 1174 | ritirata dell’armata. — Strage dei 300 cavalieri. |
M. Reinaud ha dati alcuni squarci de’ citati autori arabi, ne’ suoi Extraits, etc., pag. 173. Debbo avvertire che la nota n. 1, del mio dotto maestro non è esatta. I Veneziani, i Pisani e i Genovesi, non sono già nominati nel testo come ausiliari di Guglielmo II in questa impresa, ma soltanto noverati tra i Cristiani che soleano molestar l’Egitto.
Degli autori cristiani, Marangone, nell’Archivio storico italiano, tomo VII, parte 2ª, pag. 71, sotto l’anno pisano 1175, dice partita l’armata siciliana il 1º luglio; forte di 150 galee e 50 dromoni pei cavalli, con 1000 cavalieri, molti arcieri e balestrieri e molte macchine (ædificia) e che l’armata, appena arrivata in Alessandria, prese una nave pisana proveniente da Venezia: e qui finisce il racconto e la cronica. Veggansi inoltre: Guglielmo di Tiro, lib. XXI, cap. 3; la Chronica pisana, presso Muratori, Rer. Italic., VII, 191, la quale qui copia il Marangone; infine la Cronica anonima nella Historia diplomatica Friderici II, dell’Huillard-Bréholles, tomo I, pag. 890. È da notare che il Caruso, Memorie storiche, parte II, vol. I, pag. 186, 192, suppose due spedizioni d’Alessandria, nel 1174, cioè e nel 1178, togliendo l’una da Guglielmo di Tiro e l’altra dalla cronica Pisana.
365. Palmieri, Somma della Storia di Sicilia, vol. II, pag. 285. Il buon Di Biasi suppone che que’ tesori fossero stati spesi nella fabbrica del Duomo di Morreale. Merita tanta maggior lode, dopo ciò, il mio amico Isidoro La Lumia, il quale, invaghito com’ei sembra di Guglielmo II, ha riconosciuto, pag. 146-147, l’errore del Caruso e degli altri, e dato un cenno di questo fatto di Alessandria, secondo gli scrittori contemporanei cristiani e le poche notizie de’ musulmani che gli fornisce il compendio del Renaudot, Hist. Patr. Alexandriæ, Parigi, 1713 in-4, pag. 540.
366. Makrizi, Mowa’iz, testo di Bulâk, tomo I, pag. 180. A coteste frequenti molestie si allude nello squarcio anzi citato della relazione di Saladino al califo di Bagdad, dove leggiamo (Biblioteca arabo-sicula, testo, pag. 336), “che del navilio del re di Sicilia si era parlato sovente e del suo esercito non si ignoravano i casi.”
367. Baiân-el-Moghrib, testo, nella Biblioteca arabo-sicula, pag. 374. Si veggano i capitoli ij e iv del presente libro, pag. 418 e 490 del volume.
368. A rigore si potrebbero supporre anco due imprese estive nello stesso anno 573, che cominciò in fine di giugno 1177 e terminò il 18 giugno 1178.
369. Ibn-el-Athîr, anni 568 e 576, testo, nella edizione del Tornberg, tomo XI, pag. 256, 309.
L’epistola di Saladino al califo di Bagdad, inserita nell’opera di Abu-Sciama-el-Mokaddesi, della quale ho dati alcuni squarci nella Biblioteca arabo-sicula, dice occupate a nome del Sultano, Barca, Kafsa, Kastilia e Tauzer, ms. arabo della Biblioteca imperiale di Parigi, Ancien Fonds, 707 A, fog. 128 verso.
370. Ibn-el-Athîr, anno 576, loc. cit. Si confronti il Kârtas, edizione del Tornberg, testo, pag. 139 e traduzione pag. 186; e Ibn-Khaldûn, Histoire des Berbères, traduzione, di M. De Slane, II, 34, 203.
371. Anno 1180, presso Pertz, Script., VII, 528. M. De Mas-Latrie, nella Introduzione ai Traités de Paix, ec., pag. 51, accetta ed amplifica il racconto dell’abate Roberto e dà alla restituzione delle due città il significato plausibile, che il principe almohade abbia permesso ai Siciliani di tenervi loro fondachi. E accomoda anco la differenza della data tra Roberto e l’anonimo Cassinese, affermando che le negoziazioni furono cominciate il 1180 e terminate in agosto 1181.
372. Marrekosci, nella edizione del Dozy, pag. 181 e nella Biblioteca arabo-sicula, pag. 320. Si corregga in questo modo la traduzione del Marrekosci, ch’io detti già in nota a Ibn-Giobair, nel Journal Asiatique di marzo 1846, pag. 234 e nello Archivio storico italiano, appendice nº 16, pag. 71.
373. Si confronti Ibn-el-Athîr, loc. cit. con l’anonimo Cassinese, presso Caruso, Biblioteca sicula, pag. 543. L’uno dice che Kafsa fu presa il primo giorno del 576 (28 maggio 1180) e che Abu-Iakûb dopo ciò andò a Mehdia, dove trovò gli ambasciatori e fermata la tregua se ne tornò in fretta a Marocco; l’altro che Guglielmo fece la tregua in Palermo d’agosto 1181. Indi suppongo la stipulazione a Mehdia e la ratificazione a Palermo. Ma quanto all’anno, sto alla data de’ cronisti arabi i quali non sogliono scrivere i numeri in cifre e sono in generale molto più esatti. Non mi par verosimile poi che la ratificazione sia stata differita per più di un anno fino all’agosto 1181.
374. Si vegga qui appresso la nota 1, alla pag. 521.
375. Ibn-el-Athîr, l. c. Si direbbe quasi ch’egli accennasse al motivo, continuando, immediatamente dopo aver fatta menzione della tregua: “L’Ifrikia era straziata allora, ec.”
376. Testo del Dozy, pag. 193 segg. Si confronti Ibn-Khaldûn, Histoire des Berbères, versione del baron De Slane, II, 188, 207, il quale differisce in alcuni fatti secondarii.
377. Presso Muratori, Rerum Italic., VI, 355-356. Vi si legge l’anno della natività 1181, indizione XIII, la quale all’uso di Genova risponde alla XIV del conto più comune, e però l’anno torna appunto al 1181 del calendario romano.
378. Par che Pisa in questo tempo rinnovasse ogni dieci anni la tregua con Majorca; poichè abbiamo notizie delle pratiche del 1161 e del 1173, dal Marangone, nell’Archivio storico italiano, tomo VI, parte 2ª, pag. 25 e 68. Il trattato originale del giugno 1184 è stato pubblicato da me ne’ Diplomi Arabi del Regio Archivio fiorentino, parte I, n. IV, pag. 14, seg. nella quale opera, Introduzione, pag. XXXVI, è da correggere la citazione del Caffaro e la data della spedizione di Guglielmo II, della quale ci ragguaglia la cronica anonima, pubblicata nella Historia Diplomatica Friderici II, etc.
379. Testo arabico del regio Archivio di Torino, pubblicato dal Sacy, nelle Notices et extraits des mss., XI, 7, segg.
380. Si confrontino: Guglielmo di Tiro, lib. XXII, cap. viij, nel Recueil des Historiens des Croisades, Historiens Occidentaux, tomo I, parte I, p. 1076, e la cronaca anonima del XIII secolo, pubblicata da M. Huillard-Bréholles nella Historia Diplomatica Friderici secundi, etc., tomo I, pag. 890. Questa non mette data e dice che Guglielmo II abbia voluto ajutare un principe musulmano scacciato da Majorca; il qual fatto ci condurrebbe al 1183, ed agli anni seguenti. Guglielmo di Tiro, dal Cap. v. al vij dello stesso libro, dice di avvenimenti del 1180 e della state del 1181, e incomincia il cap. viij con la morte di Malek-Sciah figliuolo di Norandino, la quale sappiamo d’altronde che avvenne di novembre 1181. Per questo dobbiam supporre il naufragio seguito nell’inverno 1181-1182 e non già nella prima spedizione, della quale abbiamo la data precisa dal Caffaro.
381. Ibn-Khaldûn, Histoire des Berbères, versione del baron De Slane, II, 208 a 210.
382. Di queste orribili condizioni dell’Affrica propria troviamo il racconto in Ibn-el-Athîr, anni 580 e 581, nella edizione del Tornberg, tomo XI, p. 334, 342 segg.
383. Ibn-Giobair, testo e traduzione francese, nel Journal Asiatique di dicembre 1845, pag. 526 segg. e di gennaio 1846, p. 88 segg. Il testo si legge anco nella edizione del Wright e nella Bibl. arabo-sicula; e la versione italiana, nell’Archivio storico, Appendice n. 16, pag. 35 segg.
384. Fan cenno di questa impresa Niceta Coniate, Guglielmo di Tiro, Sicardi vescovo di Cremona ed altri cronisti del tempo; ma quei che più largamente la narra, anzi con infiniti particolari e troppa rettorica, è un testimonio oculare che soffrì i disagi dell’assedio e tutte le onte della occupazione straniera: l’arcivescovo di Tessalonica stessa, Eustazio, dotto commentator di Omero. Il suo testo su l’eccidio di Tessalonica, fu pubblicato per la prima volta a Francoforte il 1832, e ristampato con versione latina, nella collezione bizantina di Bonn, il 1842. Isidoro La Lumia è tra gli scrittori italiani il primo che abbia fatto uso del testo di Eustazio nella sua Storia di Guglielmo il Buono. L’anonimo dianzi citato (Historia Diplomatica Friderici secundi, tomo I, parte 2, p. 890) dice anch’esso di questa infelicissima impresa; e il contemporaneo Rodolfo De Diceto, decano di San Paolo in Londra, la riferisce con grande esagerazione delle forze siciliane, nientedimeno che 85,000 fanti e 30,000 cavalli! Nell’Historiæ Anglic. Scriptores, Londra, 1652, pag. 628.
385. Conradi a Liechtenaw, Chronicon, Argentorati, 1609, in fol. pag. 228.
386. Epistola di Saladino al califo di Bagdad. Non ostante l’ampollosità dello stile, questo documento è importantissimo. Saladino volea mostrare all’universale de’ Musulmani, più tosto che al povero e negletto pontefice, come la usurpazione sua, anzi lo spogliamento di tanti piccoli usurpatori, non escludendo que’ della casa di Norandino, fosse necessario a ristorare l’impero musulmano e cacciare gli Infedeli dal territorio. Questa epistola fu mandata verso il principio del 1182. Si vegga Reinaud, Extraits.... des Croisades, pag. 184. Io ho dato nella Biblioteca arabo-sicula, pag. 336-7 il testo dello squarcio dove si dice del re di Sicilia e delle repubbliche di Venezia, Pisa e Genova.
387. Si confrontino: l’anonima Historia Hierosolimitana, presso Bongars Gesta Dei, ec., vol. I, pag. 1155 segg.; Marino Sanudo, lib. III, parte ix, cap. 9, op. cit. tomo II, pag. 194; Sicardi vescovo di Cremona, presso Muratori, Rer. Italic., VII, 530; Francesco Pipino, Chronicon, lib. I, cap. xij, op. cit., IX; Bernardi Thesaur. cap. clxix, clxx, op. cit., VII; Chronica Anonima presso Huillard-Breholles, Hist. Diplom. Friderici secundi, ec., tom. I, pag. 890, 894; Continuazione francese di Guglielmo di Tiro, lib. XXIV, cap 5, 7, 11, nel Reçueil des Historiens des Croisades — Historiens Occidentaux, tomo II, pag. 114, 115, 119 e segg.
Le prime imprese di Margarito fecero tanto romore in Levante, che gli ambasciatori di Filippo Augusto a Costantinopoli, ragguagliando il re delle notizie della guerra, diceano presa Giaffa da Margarito, uccisivi 500 Turchi, fatti prigioni otto emiri e presa anco Gebala e trucidati quanti uomini vi si trovarono. Questa lettera è trascritta da Rodolfo De Diceto, op. cit., pag. 641 ed anco dall’autore della Gesta regis Henrici II, attribuita a Benedetto abate di Petersborough, ediz. Stubbs, Londra, 1867, vol. II, pag. 51. Pipino e Bernardo accrescono infino a 200 il numero delle galee siciliane; Sanudo dice 70 galee, 500 uomini d’arme e 300 turcopoli.
388. Gli Arabi musulmani chiamano taghiat indistintamente i principi stranieri. Quella voce significa in origine, violento, ingiusto, prevaricatore, ec.
389. Traduzione litterale del bisticcio arabo kala’t e tala’t.
390. ’Imâd-ed-dîn, nella Biblioteca arabo-sicula, testo, pag. 206, 207. Si confronti Abu-Sciamâ, nella stessa raccolta, pag. 337.
391. Secreta Crucis, presso Bongars, Gesta Dei, ec., II, 194.
392. Niceta Choniate, De Isaaco Angelo, lib. I, § 5, pag. 483, 484; Sicardi presso Muratori, Rer. Italic., VII, 615; Conradi a Liechtenaw, pag. 232, dell’edizione citata; Continuatio Cremifanentis, presso Pertz, Scriptores, IX, 548; S. Rudberti Salisburgensis Chron., vol. cit. pag. 778. Continuazione di Otone di Frisingen, op. cit., XX, 325; Annales Aquenses, op. cit, XVI, 687; Contin. Weingart., op. cit, XXI, 474 e molti altri cronisti tedeschi. Margarito stesso confessava i tristi principii della sua vita, nel 1194 quand’egli, grande Ammiraglio di Sicilia, conte di Malta, ricchissimo e potentissimo, donava all’Archimandrita di Messina un suo casale “per espiazione dei suoi misfatti.” Chi non ne avea su le spalle di grossi e conosciuti, li solea chiamar peccati. Si vegga presso il Pirro, Sicilia Sacra, pag. 980, questo diploma il quale attesta la patria dell’Ammiraglio: “Nos Margaritus de Brundusio, etc.”
393. Si confrontino Niceta Choniate, De Isaaco, lib. I, § 5, e la cronica intitolata Magni Presbyteri, presso Pertz, Scriptores, XVII, 511, la quale inserisce una relazione contemporanea.
394. Gesta regis Henrici II, attribuite a Benedetto abate di Petersborough, edizione di Stubbs, Londra, 1867, tomo II, p. 199. Si vegga la pag. xlvij della Prefazione, nella quale il dotto editore dimostra che questa parte fu scritta verso il 1192. Lo squarcio era stato pubblicato prima, sotto il nome di Brompton, nell’Historiæ Anglic. Script., Londra, 1652, I, 1218.
395. Eustazio di Tessalonica, Opuscula, Francoforte, 1832, pag. 292, 294, e nella edizione di Bonn, 1842, pag. 457, 464, 466.
396. Nel testo d’Imâd-ed-dîn leggiamo “che i Cristiani messero su le gerkh” e “spianarono le zambûrek.” Della prima di coteste armi si è fatta menzione nell’assedio di Alessandria. La seconda è citata da Behâ-ed-dîn, edizione di Schultens, pag. 150 e da Reinaud, Extraits, etc. pag. 416.
397. Paolo Santini da Duccio, nel bel ms. della Biblioteca imperiale di Parigi, pubblicato in parte da MM. Reinaud et Favé (Du feu gregeois, etc., Paris 1849 in -8) dà la figura del mantellectus del XIV secolo, un asse cioè, inclinata a 45° e sostenuta da due fiancate triangolari, in forma di leggìo, dietro la quale riparavasi il soldato. Traduco mantelletti la voce giafati che si legge in Imâd-ed-dîn e con lieve variante in Ibn-el-Athîr. Questi nomina inoltre le târakîa, che M. Reinaud, con l’approvazione di M. De Sacy (Chréstomathie Arabe, tomo I, pag. 273, della 2ª edizione) credette analogo a θώραξ. Ma qui evidentemente non si tratta di corazze, e se pure quel vocabolo greco diè origine all’arabico, variò in questo il significato, vedendosi nel Vocabulista Arabico della Riccardiana resa “scutum” la voce Derak o Tarak. Credo sia appunto la nostra “targa”, ossia scudo grande del medio evo. E questo si adatta molto meglio che corazza, nel luogo di Makrizi, citato da M. De Sacy. Si riscontri Quatremère, Histoire des Mongols de la Perse, tomo I, pag. 289. Imâd-ed-dîn, in luogo di questa voce, ne mette due, cioè tirds “scudi” e satâir, che mi par usato genericamente per significare “ripari”.