740.  Asselin, console francese al Cairo ne’ principii del nostro secolo, riportò una bella collezione di Mss. comperata poi dalla Biblioteca parigina. Vien da cotesta collezione il prezioso codice denotato con la lettera B nella versione di Mr Jaubert, in questa mia storia e nella Biblioteca arabo-sicula.

Mr Jomard, che creò poi la magnifica collezione di carte posseduta dalla Biblioteca Parigina, fece copiare queste di Edrîsi, come si scorge dal Reinaud, op. cit., pag. CXIX. L’industre Lelewei ne incise egli stesso nell’op. cit., una riduzione alla decima parte (da 0,32 × 0,18 a 0,03 × 0,02).

741.  Nella Carte comparée citata dianzi, io ho messa a riscontro la Sicilia del ms. Asselin con quella cavata da un bel ms. greco di Tolomeo, posseduto dalla stessa Biblioteca Parigina.

742.  Si vegga il nostro libro IV, cap. xiv, pag. 446 del 2º vol.

743.  Mi fa pensar questo la posizione rispettiva di Messina e di Palermo. Nella periferia dell’isola, veggiamo troppo alterata la parte che guarda l’Affrica. Ma si rammenti che la copia è fatta ad occhio.

744.  Si vegga Lelewel, op. cit., vol. III pag. 71 e 220, dove l’autore esamina la descrizione con critica da maestro, ma sbaglia talvolta per poca pratica della lingua e scrittura arabica.

745.  Il baron de Slane, nell’articolo sopra Edrîsi, pag. 388 del citato volume del Journal. asiat., riferisce il giudizio di M. Hase ed accenna al confronto de’ nomi geografici di quelle regioni, sul quale l’illustre ellenista faceva un lavoro, di cui v’ha qualche saggio nella traduzione del Jaubert, II, 286 segg.

746.  Reinaud, Géographie d’Aboulfeda, II, 263 segg.

747.  Tomo II, 250 segg. della traduzione francese. Edrîsi le tolse in parte da Ibn-Khordadbeh, il quale alla sua volta le avea raccolte da autori più antichi. Si vegga la citata traduzione d’Ibn-Khordadbeh, nel Journal asiatique di giugno 1865, pag. 482 segg. con le note di M. Barbier de Meynard, il quale attribuisce a mercatanti musulmani ed ebrei questa descrizione di Roma, degna delle Mille ed una notte, come ben dice l’erudito traduttore. Edrîsi lasciò indietro alcune favole più grosse. Ma ripetè quella del Tevere foderato di rame; l’origine della quale è un equivoco sul flavus Tiber, come lo nota M. Reinaud, Géogr. d’Aboulfeda, pag. 310, 311 nota, poichè sofrah in arabico significa ad un tempo “giallo” ed “ottone.”

748.  A foglio 10, recto, lin. 5 del testo mediceo. Non posso citare altrimenti, poichè le pagine non sono numerate. I traduttori, nella prefazione, dissero cristiano l’autore perchè nomina G. C. “il signor Messia.” Ma una lettura alquanto più estesa delle opere di Arabi musulmani avrebbe fatto cader subito così fatto argomento; e in ogni modo quella espressione, usata nella corte di Ruggiero, non dovea far maraviglia, nè potea provar punto nè poco la professione di fede dello scrittore.

L’errore da me citato è di copia, non di stampa, leggendosi anco nel ms. di Parigi, Suppl. arabe 894, ch’è lo stesso sul quale fu fatta la edizione di Roma, e pervenne, non si sa come, nelle mani dell’Abate Renaudot e indi nella Biblioteca di Saint Germain des Près. V’ha l’imprimatur della censura di Roma e la nota di qualche passo tolto da’ censori: per esempio, il racconto che nell’isola di Ceylan rimanea l’orma del pie’ di Adamo. Sempre gli stessi!

Secondo il catalogo di Assemani, n. CXI, pag. 162, la Laurenziana possederebbe un codice del Nozhat, o per lo meno del compendio. Ma il manoscritto CXI, oggi rilegato con un altro e segnato di n. 49, non è altro che la seconda metà dell’Agidib-el-Mekhlûkat di Kazwini. Di due cose, dunque, l’una: o il catalogo di Assemani è sbagliato in questo, come in tanti altri luoghi, o il codice fu barattato dopo la compilazione del catalogo; cioè che lo Edrîsi scomparve e che per surrogarlo si spezzò in due il Kazwini. Non si può metter da parte tal sospetto, quando abbiamo certissimi i due fatti: 1º che il Suppl. 894 di Parigi è quel desso che servì a stampar l’opera nella tipografia medicea; e 2º che il codice passò per la biblioteca del Renaudot, sì gradito a corte dei Gran Duchi di Toscana al suo tempo. Ognuno intende ch’io non accuso con ciò quello illustre trapassato. Si può dare che la corte di Toscana gli avesse regalato il codice; che gli fosse stato prestato dal bibliotecario, ec.

749.  Il signor Reay lavorava a così fatta edizione, come si scorge dal rapporto di M. Mohl, nel Journ. asiatique di luglio 1840, pag. 124. Ma non se n’è più parlato.

750.  Description de l’Afrique etc, par R. Dozy et M. J. de Goeje. Leyde, 1866, in 8º.

751.  Si veggano gli Atti della Società geografica di Parigi in quel tempo, e il citato articolo del baron De Slane, nel Journal Asiatique.

752.  Reinaud, op. cit. Introduction, pag. CXX.

753.  Sprenger, Die Post- und Reiserouten, già citato, pag. xvij.

754.  Il libro di Ruggiero, per quanto io sappia, non è stato studiato addentro se non che dal Lelewel; il quale l’ha confrontato con le opere anteriori ed ha rifatto, com’ei potea meglio, il mappamondo e alcune carte parziali. Non è cosa facile il citare dei passi dell’opera di Lelewel. Si veggan pure i capitoli 54 a 68, e 246 a 254, le carte X, XI e XII, dell’Atlante, quelle date ne’ Prolegomeni, l’Epilogue, cap. 73 segg. e tutta l’Analyse.... d’Edrîsi nel III volume. Ritornando su l’argomento nell’Epilogue, cap. 72, pag. 126, il signor Lelewel indovinò felicemente gli altri elementi del mappamondo siciliano; ma costretto, lo voglio replicare, dalla versione di M. Jaubert, a credere che si fossero trasportate nell’abbozzo «le latitudini e longitudini» e non già «le linee itinerarie orientate», ei non potè scoprire il merito principale dell’opera.

755.  Reinaud, Géog. d’Aboulfeda, Introduzione, pag. CXX.

756.  Questo giudizio ch’io dètti una volta, è stato ratificato dal Dozy, nella prefazione all’opera citata su l’Affrica e la Spagna.

757.  Il testo latino di questa iscrizione fu pubblicato dal Fazzello, Deca I, libro viij, cap. 1, indi dal Pirro; e, co’ testi greco ed arabico, dal Gregorio, Rerum Arab., pag. 176; dal Morso, Palermo antico, pag. 27 segg., e in parte poi dal Buscemi e dal Lanci. Io ho data una lezione, com’io credo più esatta, de’ testi, accompagnata di alcuni schiarimenti, nella Rivista Sicula, Palermo, vol. I, pag. 339 segg. (maggio 1869.)

758.  Kazwini, Athâr el Belâd, nella edizione del Wüstenfeld, Zaccaria.... Cosmographie, II, 373; e nella mia Bibl. arabo-sicula, testo, pag. 143.

759.  Estratto della Kharida di Imad-ed-dîn, nella Bibl. arabo-sicula, pag. 581. Ibn-Ramadhan è indicato quivi col nome di Abd-er-Rahmân e da Kazwini col cognome di Abu-l-Kasem, il che non prova nulla contro la identità della persona.

760.  Eghinardi, Annales, anno 806.

761.  Testo del Wright, pag. 281 segg. Di questo squarcio ho data la traduzione italiana, nel mio articolo su la iscrizione trilingue della Cappella Palatina, pag. 346, 347 della citata Rivista Sicula.

762.  Nella Bibl. arabo-sicula, testo, pag. 617. Il Casiri, Bibl. arabo-hispanica, I, 384, dando il medesimo squarcio, tradusse erroneamente: “De instrumentis hydraulicis, ubi de cochleis ad aquas exhauriendas.”

763.  Kartâs, ossia Annales Regum Mauritaniae, ediz. del Tornberg, testo, I, 151, e versione latina, pag. 200. Ho ragionata la roba’, o arrova, come in oggi scrivono gli Spagnuoli, a 400 libbre da 400 grammi. I dinâr di cui si tratta qui, dovrebbero esser quelli dei primi califi almohadi, dei quali que’ che possiede il gabinetto numismatico di Parigi pesano, su per giù, grammi 4,75, e son d’oro purissimo. Onde tornano a un di presso a 17 lire ciascuno. Se li supponessimo dinâr ordinarii, la somma scemerebbe a lire 1,450,000.

Il partito di portar su una di quelle sfere per l’interno della torre, si comprende bene riflettendo che la Giralda, come il campanile di San Marco in Venezia, suo coetaneo e compagno, ha la scala non a gradini ma a piani inclinati. Si vegga su questo particolare Girault de Prangey, Essai sur l’architecture des Arabes. Paris 1841, pag. 105 seg.

764.  Cronica del sancto rey D. Fernando, cap. 73.

Si confronti il signor De Schack, Poesie und Kunst der Araber in Spanien etc., Berlino, 1865, II, 241, segg. dal quale traggo questa citazione, non avendo potuto trovare il testo nelle biblioteche di Firenze.

765.  Cap. ij del presente libro, pag. 397 del volume.

766.  Abate di Telese, presso Caruso, Bibl. Sicula, p. 279.

767.  Cap. V del presente libro, pag. 508.

768.  Ivi, pag. 538.

769.  Diplomi del 23 aprile 1284, citati nella mia Guerra del Vespro Siciliano, ediz. di Firenze, 1866, I, 283, nota.

Si faccia attenzione altresì a un diploma del 6 maggio quivi citato, nel quale è detto di una quantità di sassi lavorati (finarrati) pei mangani.

770.  Libro II, cap. ix, vol. I, pag. 399.

771.  Cap. V del presente libro, pag. 539.

772.  Cap. ij di questo libro, pag. 397.

773.  Si vegga la nota 5 della pag. 611 di questo stesso volume, cap. viij.

774.  Si vegga il cap. v di questo libro, pag. 461.

775.  Turikh-el-Hokamâ, nella Biblioteca arabo-sicula, testo, pag. 619. La famiglia era siciliana, come lo dice espressamente il Zuzeni e come si vede dal nome del padre, Isa-ibn-Abd-el-Mon’im, giureconsulto e poeta, del quale ci occorrerà di far parola nel capitolo seguente, tra i poeti e i giureconsulti. Secondo la notizia biografica che abbiamo nella Biblioteca citata, pag. 586-587, questo Isa visse nella prima metà del secolo.

776.  Falcando, presso Caruso, Bibl. sicula, pag. 481, narra che il cancelliere Stefano, aspettando la congiunzione di corpi celesti che gli astrologhi cercavan favorevole a lui, differì la mossa da Palermo alla volta di qualche altra fortezza.

777.  Il ms. latino 7316 della Biblioteca di Parigi, che comincia con l’Introductorium Albumazar, ha un opuscolo di cento brevissime proposizioni con questo titolo: “Domino manfrido inclito regi Sicilie, Stephanus de Messana hos flores de secretis astrologie divi ermetis transtulit.” Comincia a fog. 152 verso e finisce a fog. 154, recto di questo buon codice latino di mano francese del XV secolo, posseduto un tempo da Francesco II.

Il gran credito di Hermes trismegisto si può argomentare da’ libri che gli attribuiscono gli Arabi, presso Hagi-Khalfa, edizione di Fluegel, Ni 6177, 6257, 6259, 7733, 7873, 9197, 9815, 9831, 10523, 10620, ec. ec.

778.  Il Mongitore, Bibliotheca Sicula, pag. 314, citò un Codice di quest’opera posseduto dalla Biblioteca di sant’Antonio in Venezia, quello appunto di cui il Tomasini (Bibliothecæ venetæ, Mss., pag. 5) dà il titolo: “Tabulae Toletanae Joannis de Sicilia super Canonibus Arzachelis.”

Io ne ho visti due altri nella Biblioteca parigina e sono segnati Mss. Latins, Ancien Fonds, 7281 e 7406. Il primo de’ quali torna al XV secolo, ed è intitolato: “Exposicio Jo. De Sicilia supra canones Arzachelis, facta Parisius (sic) anno Christi 1290,” com’io lessi con l’aiuto dell’illustre M. Gerard. L’altro del XIII o XIV secolo ha per titolo, “Canones in tabulas toletanas quos exposuit Joannes de Silicia (sic) 1290.” E sul bel principio occorrono i metodi della riduzione degli anni dell’egira a quei dell’èra volgare, della bizantina, etc.

779.  Del primo di cotesti astrolabii ho trattato nella Introduzione alla presente Storia, tomo I, pag. XXV, XXVI. Sul secondo si vegga Sédillot, Matériaux pour servir à l’histoire des sciences mathematiques etc. Paris 1815 (1819?) in 8º pag. 347. Questo astrolabio del XII secolo, trovato nella cittadella di Aleppo, fu descritto dall’illustre orientalista R. Dorn dell’Accademia di Pietroburgo, il quale lo credette siciliano, per cagion de’ caratteri magbrebini. Ma il Sédillot non giudica sufficiente tal prova, e mi par abbia ragione.

780.  Capitolo IX di questo libro, pag. 641.

781.  Huillard-Bréholles, op. cit., Introduction, pag. DXXVI, seg.

782.  Opuscoli di Leonardo Pisano, pubblicati dal principe Baldassarre Boncompagni, 2ª edizione. Firenze, 1836, in 8º, pag. 55.

L’erudito signor Huillard-Bréholles, nella Introduzione, op. cit., pagina DXXXV, ha sostenuto con buone ragioni che la data del 1225 sia quivi sbagliata e che le si debba forse sostituire 1230.

783.  Opuscoli citati, pag. 2, 17.

784.  Opus. cit., pag. 114.

785.  Opus. cit., pag. 44.

786.  Opus. cit., pag. 20.

787.  Il monaco Filagato, contemporaneo di Ruggiero ed autore di alcune delle omelie che si attribuirono a Teofane Cerameo, ha in alcuni mss. il titolo di filosofo, come notammo nel libro Iº di questa istoria, vol. I, pagina 488. In un diploma greco del 1172 ed in uno latino del 1173, nel Tabulario della Cappella palatina di Palermo, pag. 30 e 33, è citato Giovanni, filosofo e prefetto della Cappella. Su questa dignità ecclesiastica si vegga il glossario latino del Ducange.

788.  Diplomi del 1221 e del 1210, presso Huillard-Bréholles, Historia Diplomatica, vol. II, 185, e V, 720.

Il nome preciso di maestro Giovanni di Sicilia è preposto ad un trattato latino di stile epistolare, il quale, con altri opuscoli somiglianti, si ritrova nel codice di Parigi, Fonds saint Germain, 1450, scrittura, come parmi del XIV secolo. Questo trattato prende 12 fogli, dal 3 recto, dove si legge “Incipit rectorica magistri Joannis de Sicilia in arte dictandi” infino al 14 verso, dove incomincia un’altra “Summa dictaminis.... composita per magistrum Laurentium de Aquilegia lombardum, juxta stilum romane curie et consuetudinem modernorum.” Segue la “Summa Britonis”, opuscolo dello stesso genere. Meglio che le due ultime terze parti del volume sono occupate da un dizionario latino etimologico, nel quale è soscritto Petrus Thibodi, monaco in Parigi, con la data del 1298. Forse questo segretario latino maestro Giovanni di Sicilia, visse anch’egli allo scorcio del secolo ed è pertanto diverso dal filosofo di Federigo II.

789.  Diploma dato di Sarzana il 15 dicembre 1239, presso Bréholles, op. cit. V, 556.

790.  Diplomi del 6 e 10 febbraio 1240, op. cit., V, 727, 745.

791.  Diploma del 12 febbraio 1240, op. cit., V, 750-751.

792.  Si riscontrino gli aneddoti di cotesti astrologhi di Federigo, nella cronaca vicentina del Godi, presso Muratori, Rer. Ital., VIII, 83 e in quella di Rolandino, vol. cit., 228, dove è nominato maestro Teodoro; e notisi infine ciò che ne dice in generale frate Francesco Pipino, Muratori, op. cit., IX, 660.

793.  Si veggano i versi latini citati dal Bréholles, Introduction, p. DXXXI seguente.

794.  Il prologo d’una traduzione francese del notissimo Libro di Sidrac dice che “un homme d’Antioche qui ot non Codre le philosophe” intimo di Federigo, procacciò e mandò ad Obert, patriarca d’Antiochia, la traduzione latina di quel libro, fatta da un frate palermitano per nome Ruggiero, che l’imperatore avea mandato apposta a Tunis, sapendo che quel re possedesse il testo arabico. Mr Huillard-Bréholles, dalla cui Introduzione tolgo questa notizia (pag. DXXIX), non la crede apocrifa, com’altri ha pensato e riconosce nell’Obert, Alberto patriarca d’Antiochia, e nel Codre il nostro Teodoro. Le quali correzioni mi sembrano ottime. Chiunque ha pratica di paleografia latina, sa quanto spesso si confonda la t con la c. E lo scorciamento di Theodoros in Todros è comunissimo in Oriente, come ognun sa.

Il nome dell’Imperatore comparisce anco in una traduzione latina del “liber novem judicum, quem misit Soldanus Babiloniae Friderico imperatori” di che nel Catalogue Mss. Angliae, II, 346, n. 8509, citato dello Steinschneider nel Giornale della Società orientale di Germania, tomo XXIV, parte III (1870), p. 387. Probabilmente i “Sette Savii” divennero “Nove Giudici” pel doppio significato della voce arabica hakim e il facilissimo scambio de’ vocaboli sette e nove nella scrittura neskhi.

795.  Salimbeni, Chronica, Parma, 1857, p. 168, 169.

796.  Si vegga Perles, Rabbi Salomo, etc. Breslau, 1863, citato dallo Steinschneider, Hebräische Bibliogr., n. 39, pag. 64.

797.  Si vegga il capitolo precedente, pag. 641 di questo volume. Il Bréholles, op. cit. Introduction, pag. CXCIII, segg. dà i particolari: gli animali messi in mostra a Ravenna il 1234, in Alsazia il 1235; l’elefante donato alla città di Cremona etc.

798.  Op. cit. Introduzione, pag. DXXIV, e tomo IV, 384 seg., dove si citano i Mss. di Bruges e di Pommersfeld. Si aggiunga quello della Laurenziana, Plut. XIII, sin., cod. 9, proveniente dalla Bibl. di Santa Croce (catalogo del Baudini, IV, pag. 109). Questo bel codice di pergamena, in foglio, è intitolato: “Aristotelis de Animalibus, interprete Michaele Scoto” e si compone di tre opere diverse:

1. “De animalibus” tradotto dall’arabico in latino per maestro Michele (Scoto) in Tellecto, del quale fu finita la copia il 24 sett. 1266 (fol. 56, recto).

2. Lo stesso, col nome intero di Michele Scoto, principia: “Frederice domine mundi” etc. come nel catalogo del Bandini e in fine vi si legge “expletus est per magistr. Henrigum colloniensem etc. apud Messinam civitatem Apulee, ubi dominus Imperator eidem magistro hunc librum premissum commendavit anno 1232,” finita la copia il 14 novembre 1266 (fol. 38, recto).

3. “De partibus animalium” tradotta anche da Michele Scoto. Secondo il catalogo, la traduzione sarebbe stata fatta sul testo greco; ma ciò non si legge nel codice, il quale è scritto della stessa mano, con maggior fretta che nelle due prime parti. È da accettare per cagione della data, la correzione del Bréholles, che sostituisce Melfi a Messina.

Michele Scoto fu celebre in Italia per tutto il secolo XIII, come si scorge dal Salimbeni, Chronica, pag. 169.

799.  Si vegga Steinschneider, Hebräische Bibliographie, n. 39, (maggio 1864) pag. 65, nota 7.

800.  Bréholles, op. cit., pag. DXXV.

801.  Op. cit., pag. DXXXVI.

802.  Op. cit., pag. DXXXVII.

803.  Wolf, tom. IV, p. 861, citato dallo Steinschneider, nell’opuscolo di cui si è detto poc’anzi.

804.  Codice della Biblioteca di Modena, citato dal Tiraboschi, tomo IV, parte II, pag. 342. La versione italiana manoscritta (XV secolo) che possiede la Biblioteca nazionale di Firenze, non ha nome d’autore, nè di traduttore.

805.  Su la parte ch’ebbero i Giudei in questo celebre insegnamento, si vegga il Carmoly, Histoire des Médecins juifs, Bruxelles, 1844, in 8º, tomo I, § XXIII, e il De Renzi, Collectio Salernitana, Napoli, 1852, tomo I, pag. 106, 119, et passim ed anco ne’ tomi II, III, IV.

806.  De Renzi, op. cit., III, 328.

807.  Ibn-Giobair, da noi citato nel cap. v, di questo libro, pag. 534 del volume.

808.  Mi riferisco pei particolari e per le citazioni, al Bréholles, op. cit., Introduction, pag. DXXXVIII, DXXXIX.

809.  Articolo di Mr Cherbonneau, nel Journal asiatique di maggio 1856, pag. 489, nel quale si dà ragguaglio d’una raccolta di biografie musulmane del XIII secolo, per Ahmed-Gabrini. L’Autore dice che Taki-ed-dîn fu benaccolto da El-ibratur, re cristiano dell’isola; la qual voce va corretta di certo imbiratûr, e forse designa Manfredi, come pensa l’erudito Mr De Freméry, l. c.

810.  Mss. Latins, 6912. Ho cavate le notizie su l’origine di questa versione, dall’opera stessa, vol. I, fog. 1, 2, e vol. V, fog. 189 verso, e n’ho dato ragguaglio nella mia Guerra del Vespro Siciliano, edizione del 1866, I, 81, 82, in nota. Il codice fu copiato in Napoli (vol. V, ult. pag.) da Angelo de Marchla.

811.  La tavola delle malattie e de’ membri del corpo umano, tomo V, fog. 86, segg. è scritta a due colonne, col titolo di Sinonimum nell’una, e di Expositum nell’altra; nella prima delle quali colonne si legge il vocabolo tecnico arabico o greco, nella seconda il latino.

La Tabula medicinarum corre dal fog. 90 verso al 134 del medesimo volume, anco a due colonne: per esempio “Alebros = Agnus castus;” Alhon = Rosa fetens etc,” ma alcuni quaderni mal rilegati guastan qui l’ordine alfabetico. Poi v’ha, dal fog. 190 recto, una descrizione de’ semplici, condotta anco nell’ordine dell’alfabeto arabico, della quale parmi bene dare il seguente articolo, che piacerà forse ai botanici.

Rubea tinctoris. Arabice appellatur fuatelsabg (Fuwwat-es-sabgh, a nostro modo di trascrivere) et est quedam herba, cujus radix est rubea, qua utuntur tinctores ad tingendum rubeum; et ideo dicitur rubea tinctoris: et ista herba expanditur et suspenditur cum arboribus; et virgulta ejus sunt quadrata, alba et subtilia, nodulosa et in quolibet nodulo sunt octofolia aut sex, aut quatuor, aspera, parva, similia foliis ysopi montani. Capud (sic) ipsorum est acutum et in ipsis nodulis est flos parvus, citrinus, declinans ad albedinem et in loco floris egreditur granus similis coriandro; et radice ejus est utendum (vol. V, fog. 207).

Hadoshaon, hadoydodayon, Rubea tinctoris (fog. 100, recto).

812.  Cap. iij di questo libro, pag. 441, nota 1.

813.  Cap. citato, pag. 453.

814.  Arrighetto, ovvero Trattato contro all’avversità della Fortuna, Firenze, 1730. Quivi (lib. IV, pag. 38) è posto in bocca della filosofia questo distico:

Et mihi sicaneos, ubi nostra palatia, muros,

Sic stat propositum mentis, adire libet.

Ma gli antichi traduttori italiani pensaron bene di scrivere Parigi in luogo di Sicilia; come si vede nella edizione citata, pag. 76 e nella variante di un codice della Riccardiana, che ha data il Milanesi nella edizione del 1864 (Il Boezio e l’Arrighetto), pag. 341.

Il Mebus, nella vita di Ambrogio Traversali, Epistolæ etc., Firenze, 1759, in foglio, sostiene con ottime ragioni che il carme di Arrigo da Settimello fu scritto nel 1193.

815.  Ibn-el-Giuzi, da noi citato nel capitolo precedente, pag. 615.

816.  Si vegga la cronica del Salimbeni, il quale lo chiama (pag. 3) “pestifer et maledictus, schismaticus, haereticus et epicureus, corrumpens universam terram”; e altrove (p. 168) gli attribuisce come bestemmia lo scherzo: che Dio non avrebbe lodata tanto la Terra Promessa, s’egli avesse vista Terra Di Lavoro, Calabria, Sicilia e Puglia. Il tedesco frate Alberico (Chronicon, Hannover 1868), gli appone il detto che “Tres Baratores seu guittatores fuerunt in mundo”, cioè Moisè, Cristo e Maometto. Racconta poi che Federico, vedendo un Sacerdote portare l’eucaristia, sclamò “Heu me, quamdiu durabit truffa ista!” La sentenza dei tre “trufatores” è citata anco nella vita di Gregorio IX, presso Muratori, Rerum Italic., tomo III, parte I, 585. E questa frase ha dato origine al supposto che Federigo abbia scritto il famoso e incertissimo libro “De tribus impostoribus.”

817.  Ms. della Bodlejana, Hunt, 534, n. cccclxvj del Catalogo arabico, dove è sbagliato il nome del principe, autore de’ quesiti. Io ho dato un esteso ragguaglio di questo opuscolo, nel Journal asiatique del 1853, février-mars, pag. 240, segg. ed ho ristampati alcuni brani del testo nella Bibl. arabo-sicula, pag. 573, segg. Mi riferisco al lavoro del Journ. asiat. per le prove e pe’ riscontri delle date e de’ nomi.

Secondo gli autori citati, Ibn-Sab’în nacque a Murcia il 614 (1217-18) e morì alla Mecca il 660 (1271). Il califo almohade Rascîd, regnò dal 1232 al 1242.

818.  La biografia di questo filosofo musulmano si ricava da Ibn-Khaldûn, Makkari, ed Abu-l-Mehâsin, da me citati nel Journ. Asiat. Ibn-el-Khatib, citato dal Makkari, fa menzione di cotesti Quesiti Siciliani, che i dotti Rûm aveano mandati per confondere i Musulmani e che furono sì felicemente risoluti dal giovane Ibn-Sab’în. Dopo la pubblicazione dell’articolo, l’erudito M. Charbonneau, professore ad Algeri, mandommi un’altra biografia d’Ibn-Sab’în, estratta dal libro di Gabrini (si vegga qui innanzi a pag. 698, nota 2) suo contemporaneo, la quale non contiene nulla di nuovo per noi, essendo stata copiata negli scritti degli autori più moderni che mi eran prima venuti alle mani.

819.  Makkari, edizione di Leyda, I, 594; e nella Bibl. arabo-sicula, testo, pag. 574 in nota. Si veggano gli Schiarimenti che io dètti a questo proposito nel citato articolo del Journal asiatique.

820.  Il nostro professore Fausto Lasinio, notò questo passo in un codice ebraico alla Laurenziana e ne mandò copia al dottore Steinschneider; il quale l’ha pubblicato, con eruditi comenti, nella Hebräische Bibliographie, n. 39 (maggio 1864), pag. 62, segg.; ed ha aggiunto nel n. 42 (novembre 1864), pag. 136, un passo di altro ms. ebraico, nel quale si fa parola di un abboccamento ch’ebbe Federigo con Samuele-ibn-Tibbon, traduttore ebraico della “Guida.”

821.  Steinschneider, op. cit., n. 39, pag. 65.

822.  Anonymi, etc. (Niccolò de Jamsilla) presso Caruso, Bibl. Sicula, pag. 678.

823.  Mi basti citare per l’unico testo delle due epistole, l’Historia Diplomatica etc. del Bréholles, IV, 383, segg. dove si leggono le varianti delle edizioni fattene un tempo nelle Epistole di Pietro della Vigna e nella collezione del Martène. La data della epistola di Federigo torna a un dipresso al 1230. L’argomento degli opuscoli è spiegato nel testo, con le parole in sermonialibus et mathematicis disciplinis, delle quali ho resa la seconda cosmografia, poichè trattasi, secondo l’opinione del Jourdain, de’ libri della Fisica e delle Meteore d’Aristotile e fors’anco dell’Almagesto di Tolomeo. Si confronti il Bréholles, op. cit., IV, 384, nota e Introduzione, pagina DXXVI.

824.  Bréholles, l. c.

825.  Il codice del convento di Santa Croce di Firenze, passato alla Laurenziana e segnato Plut., XXVII, dext. n. 9, contiene, tra gli altri opuscoli, uno intitolato (fog. 476 o piuttosto 353) “Incipit liber magnorum ethicorum aristotelis, translatus de greco in latinum a magistro bartholomeo de Messini, in curia illustrissimi maynfridi, serenissimi regis sicilie, scientie amatoris, de mandato suo.” Si vegga anco il catalogo del Bandini, IV, 689, nel quale è notato che la stessa versione, mutila però e senza nome, si trova nell’altro codice di Santa Croce Plut. XIII, sin., cod. VI, n. 6, notato in catalogo a pag. 106, del medesimo volume. Il qual codice è composto tutto di opuscoli d’Aristotile; ma non me n’è occorso alcuno che si riferisca al tempo e al paese di cui trattiamo.

Il Tiraboschi, Storia della Letteratura Italiana, tomo IV, parte II, lib. III, cap. 1, § 1, p. 341, oltre il primo de’ suddetti mss. di Santa Croce, ne cita uno della Biblioteca di san Salvatore a Bologna.

826.  Renan, Averroès, partie II, chap. II, § 3.

827.  Carmoly, Histoire des médecins Juifs etc., Bruxelles 1841, § lx; Steinschneider, Hebräische Bibliographie, n. 39, (1864) pag. 63, 64; Renan, Averroès, partie II, chap. 4, § iv. Si confronti Bréholles, op. cit., Introduction, pag. DXXVI.

828.  Wolf, De Rossi, e Krafft, citati dal Bréholles, nella stessa Introduzione, pag. DXXVII.

829.  Si confronti il Bréholles, op. cit. Introduz., pag. DXXXIX.

Sul testo greco delle Costituzioni di Federigo, si vegga la medesima opera, IV, 1, 2.

830.  Bréholles, op. cit. Introd., p. DXLI, DXLII.

831.  Il Salimbeni, Chronicon, pag. 166, dice in generale ch’ei parlò molte e varie lingue; Ricordano Malespini, cap. 170 scrive: “E seppe la nostra lingua latina e il nostro volgare e tedesco, francesco, e greco e saracinesco; e di tutte vertudi copioso, largo e cortese, ec.”

832.  Bréholles, op. cit. Introd., pag. DXL, DXLI.

833.  Salimbeni, op. cit., pag. 166.

834.  Salimbeni, loc. cit., fa vedere chiaramente quanta ammirazione ei sentì conversando con quest’empio. Si confronti ciò ch’ei dice a pag. 170.

835.  Su i monumenti, si vegga il Bréholles, op. cit. Introd., pag. CXLVI, segg.

836.  Non occorre citazione pe’ fatti di Giovanni il Moro. Le concessioni papali a suo favore, si veggano nel Registro d’Innocenzo IV, lib. XII, n. 284, 327, citato da M. De Cherrier, Histoire de la lutte des papes, etc., vol. III, 19, della seconda edizione.

837.  Squarcio d’una epistola del 1229, dato da Matteo Paris, presso Bréholles, op. cit., III, 140, in nota.