Poi che io v'ò detto e scritto di sopra el magnifico[1] della Terra Santa, e del paese d'intorno, e di molte vie per andare a quele tere e al monte Sinai, e della minore Babillonia, e degli altri luoghi sopradetti, oramai è tempo di parlare, se vi piace, del paese confinante e de le altre province e isole di diverse gente e bestie che sono oltre a quegli confini, perchè nel paese di là sono di molte strane contrade e molte diverse regione per cagione di quatro fiumi che vengono dal paradiso terrestre, perchè Mesopotamia, il Reame di Caldea e Arabia sono tralle due riviere di Tigris ed Eufrates: e i Reami di Artusia, di Assiria, di Media e di Persia sono tralle riviere del Nilo e di Tigris: e Soria, della quale v'ò parlato di sopra, e Palestina e Finice sono tra il fiume di Eufrates e il mare mediterraneo; el qual mare mediterraneo dura di lungo da Maroch sopra il mare di Spagnia infino al mare grande, sì che e' dura oltra Gostantinopoli oltre a CCCº. XL. leghe lombarde, verso el mare Occeano. In India è il mare di Sithia, il quale è sempre serrato di montagnie: e poi di sotto Sithia, dal mare Caspio infino al fiume di Tanai, è Amazonia, cioè terra di femine, ove non sono se non femine: e poi il Reame di Albania, el quale è molto grande; e chiamasi Albania, perchè le gente del paese sono più bianche che l'altre d'intorno. In questi paesi son cani sì grandi e sì forti, che uccidono e lioni. E poi appresso v'è Ircania, Ibernia e molte altre regione. E tra el mare rosso e el mare Occiano, verso mezo dì, è la regione di Etiopia e la superiore Libia; la quale Libia comincia al mare di Spagnia, dove sono le colonne d'Ercole, e dura infino inverso Etiopia e Egitto. E in questo paese di Libia è assai el mare più alto che la tera, e pare che la tera si deba coprire d'acqua; niente di meno l'acqua non passa il suo termine. E vedesi da quel paese il monte Atalante che passa le nuvole, dove non si può andare; ma chi va inverso oriente, in questo paese, l'ombra del suo corpo gli va a man dritta, sì come abiamo di qua a man sinistra. In questo mare di Libia non vi si truova pesci, però che pel caldo del sole l'acqua è tanto calda, che non vi posono vivere. In questa Libia son molti Reami e diversi paesi, e quali sarebe cosa lunghissima a parlarne e a narrargli. E similmente nelle parti basse, inverso il mare di Spagna, vi sono molte regioni; come il reame di Zeb, e il reame di Terruza, e il reame di Raugia, e il reame di Algarbo, e il reame di Turnita di bella marina, e di Maroch, e di Monte Fiore, di Cartagine e di Affrica, e molti altri sono inverso cristianità; de' quali tutti non vi potre' racontare, ma assai appresso vi parlerò più pienamente delle parte orientale. Adunque chi volessi andare verso Tartaria e verso Persia, verso Caldea, verso India, enterebe nel mare a Genova, a Vinegia, o vero ad alcuni altri porti sopraddetti; e vassi per mare a una buona città chiamata Trabisonda, che soleva essere chiamata Porto di Porti. E ivi è il porto de' persi, e de' medii e altre contrade di là. In questa città giace santo Attanagio, che fu vescovo d'Alesandria. Questo vescovo fu gran dottore in teologia e fece il simbolo: Quicumque vult salvus esse. Il quale, perchè profondamente parlava della Divinità e della Trinità, fu acusato per eretico e imprigionato per lo papa; e fece il detto simbolo in prigione, e mandollo al papa, domandandogli se lui era eretico, ciò era perchè gli articoli di quelo simbolo non erono buoni[2]. E poi che 'l papa l'ebe veduto, disse, che quella era la nostra fede, e comandò che si cantassi ogni dì a prima, e riputollo vescovo valente e vero cristiano, e fu liberato; ma mai non volle ritornare al suo vescovado, però che per invidia era stato acusato di eresia. Trabisonda soleva esere dello imperadore di Gostantinopoli, ma un ricco uomo, mandato per lo imperadore per guardia del paese contro a' turchi, ha usurpato la terra e subgiogato il paese, e chiamasi imperadore. Di Trabisonda si va per la piccola Armenia, chi vuole.
E in questo paese sono dua castegli antichi, le mura de' quali sono alquanto coperte di edera, e sono di sopra a un monte. E uno di quegli castegli è chiamato[3] Castello delli Sparvieri, e è posto oltra la città di Laiais, e è assai apresso della villa di Persipea, la quale è del signore di Zench, il quale è ricco e valente e buono cristiano. In questo castello si truova uno sparviere sopra una pertica, molto bello e pulito, e una bella donna di doni di ventura, la quale guarda questo sparviero; e chiunche vegliasse sopra questo sparviero sette giorni naturali, et alcuni dicono tre soli, sanza dormire nè tanto nè quanto, questa donna verrebbe a lui, fatta la veghia, e domanderebbeli el primo augurio che egli si sapesse augurare delle cose terrene. Questa medesima veghia già gran tempo fece uno valente principe, Re di Armenia; e da poi che ebbe veghiato, la donna venne a lui e dissegli, che egli havea ben fatto il dovere. Il Re rispose, che era assai gran signore e bene in pace, e havea assai gran riccheze, e che non si augurarebbe altro al suo volere, che havere il corpo di questa donna. La donna rispose, che ella non sapeva, perchè egli domandava così fatta cosa, e ch'e' non la potrebbe havere, e che non doveva chiedere altro che cosa terrena, e che ella non era terrena, anzi spirituale. Il Re disse, che non voleva altre cose. E la donna disse: Poi ch'io non vi posso ritrare del vostro volere e stolto core, io vi fo un dono sanza aguriare, che tutti quegli che discenderanno di voi, per insino al nono grado, sempre abbiate guerra senza ferma pace, e sarete in subiezione di vostri inimici, e harete bisogno di riccheze. E dapoi in qua, nessuno Re d'Armenia è stato in pace, e non è stato abondevole, e sempre è stato sotto tributo de' saracini. Item, il figliuolo d'uno povero il simile fece una volta la veghia, e sì si augurò, che elli si potessi ben guardare dalla fortuna e d'essere bene avventurato in mercatanzia. E la donna gli concesse, e diventò il più rico e 'l più famoso mercatante che potesse essere nè in mare nè in terra. E tanto fu ricco, ch'el non sapeva la millesima parte di ciò che egli haveva; e costui fu più savio in augurarsi, che non fu il Re. Uno cavaliero del tempio per lo simile veghiò, e augurossi una borsa sempre piena d'oro, e la donna gliel concesse, ma li disse che haveva dimandato la destruzione di casa sua e del suo ordine, sì per la fidanza di questa borsa, sì per la grande superbia che harebbe; e così avenne. Ma guardisi bene tutta via colui che farà la detta vigilia, che egli non potrebbe sì poco dormire, che egli sarebbe perduto in tutto, e mai più non si rivedrebbe. Questa non è però punto la dritta via per andare alle prenominate parte, ma chi volesse vedere sì fatta maraviglia, lo potrebbe fare. E chi vuole andare per la dritta via a Trebisonda verso la grande Armenia, va a una cittade, chiamata Articon. Questa soleva essere molto buona e abondante, ma li turchi l'hanno molto guasta. Ivi d'intorno nasce poco vino e pochi altri frutti. In questo paese è la terra molto alta, e èvi gran fredi, e sonvi assai buone acque di fonte, che vengono da uno fiume del paradiso terrestre, e viene di sotto terra et è chiamato Eufrates, e è dilungi el fiume dalla città quasi una giornata; e viene questa riviera sotto terra d'India, e risurge alla terra di Altasar, e passa apresso a Armenia, e entra nel mare di Persia. Da questa città di Articon si viene a una montagna, chiamata Sabisacola.
Et ivi allato è un'altra montagna, chiamata Ararath, e li giudei la chiamano Camon[4], dove si fermò l'arca di Noè dopo il diluvio; e ancora oggidì v'è sopra questa montagnia l'arca, e vedesi quando el tempo è ben chiaro. È questa montagnia alta ben VII. leghe; e dicono alcuni, che vi sono stati, che ànno veduto e toccato l'arca e posto el dito nel buco per lo quale uscì el nimico, quando Noè disse: Benedicite : ma tutti questi che ciò dicono partono a lor piacere, però che niuno vi poterebe salire suso. Per la grande abundanzia delle neve, che sempre vi stanno il verno e la state, uomo niuno non vi poterebe montare, nè mai montò dopo il diluvio di Noè, salvo che un monaco, el quale per la divina grazia se ne portò un pezo dell'arca, la quale è al presente appiè della montagna in una chiesa. Questo monaco aveva grande disiderio di montare insu questa montagnia, e sforzossi un dì per salire; ed essendo montato infino alla terza parte del monte, trovossi molto lasso e stanco: più oltre non potea andare, e riposossi a dormire; e isvegliato che fu, si ritrovò a piè de la montagnia. E allora dolcemente pregò el nostro Signiore, che gli volessi concedere e aconsentire, che vi salisse. Onde uno angelo vi venne, e dissegli, che montasse un'altra volta, e così fece, e reconne quel pezo; e dapoi niuno mai non vi salì; ma così fatte parole non sono però da credere. A piè di questa montagnia era la città di Laigdenghe, la quale edificò Noè; e dall'altra parte, assai d'appresso, la città di Ani, nella quale soleva esere mille chiese. Da questa città si va alla città di Thaurissa, che soleva esere chiamata Farsi, la quale è una bella città, e grande, e una delle magiori che sia al mondo per mercatanzia. Qui vanno mercatanti per comperare roba di pregio: questa è la terra dello imperadore di Persia, e dicesi che lo imperadore à più rendita di questa città, per cagione della mercatanzia, che non à il più ricco Re de' cristiani di tutte le sue terre, però che quivi sono mercatanzie d'ogni sorte sanza numero. In questa città è una montagnia di sale, della quale ogni uomo ne toglie quanto n'à bisogno. Ivi dimorano molti cristiani sanza trebuto de' saracini; e da questa città si passa per molte ville e per molte castella, andando verso India; e vassi a una città chiamata Sodoma, ch'è dilungi da Taurissi X. giornate, ed è molta nobile città e grande, e ivi la state sta lo imperadore di Persia; imperò che 'l paese è assai fresco; e qui sono di molte riviere, che portono navilii. E dipoi si va al camino di verso India per molte giornate e per molte città, e passasi a una città chiamata Cassach, la quale è molto nobile città e abundante di biade e di vino e d'altre cose. Questa fu la città onde si trovorono e si ragunorono insieme, per la divina e inmensa grazia, e tre Re per andare a Bethlem per vedere e adorare e presentare il nostro Signiore Iesù Cristo. E da questa città infino a Bethlem sono LIII. giornate. Da questa città si va a una altra città, chiamata Tech, la quale è a una giornata dal mare arenoso. Questa è la magiore città che abia el Re di Persia, e in tutta la sua terra dicono al vino vape, e alla carne dagabo: e i pagani dicono, che in questa città non possono lungamente vivere e cristiani, e però poco vi stanno; e di ciò non so la cagione. Poi si va per molte città e per molte ville, delle quale sarebe lunghissimo contare, infino alla città di Cornea, la quale soleva esere tanta grande, che le mura d'intorno tenevono XXV. leghe di circuito: le mura parevono dipinte; ma non è la città così grande, come solea. E da Cornea si va per molte città et eziandio per molte terre e molte ville infino alla terra di Iob; e ivi finisce la terra de lo 'mperadore di Persia: e se volete sapere le lettere de' persi, e come son chiamate, legete qua[5].
Poi, partendosi da questa città di Cornea, si entra nella città di Iob. Questo è bel paese, e ivi è grande abundanzia d'ogni bene, e chiamasi la terra Sichessa: e in questo paese è la città di Tenian. Iob fu pagano, figliuolo fu del Re Aredengorza: e' tenea questa tera a modo di principe del paese, ed era sì ricco, che non sapea la centesima parte di ciò che aveva; e quantunque fussi pagano, non di meno serviva al nostro Signore Idio, sicondo la sua legge; e il nostro Signore Idio aveva a grado il suo servigio; e quando lui cadde in povertà era d'età d'anni LXXVIII. E poi che 'l Signor vide la sua grandissima pacienzia, lo rimisse nella sua grandeza e richeza, e nella sua alteza; e poi fu Re di Idumea, dopo el re Esaù. E quando e' fu Re, e' fu chiamato Iobab: e in quel reame Iob visse CºLXX anni; e quando lui murì aveva CCXLVIII. In quela terra di Iob non è mancamento di cosa alcuna a l'uomo bisognoso. Ivi sono montagnie, dove si truova magiore e migliore abundanzia di manna più che in niun'altra parte. Manna è chiamata pane degli angioli, ed è una cosa bianca e molto dolce e dilettevole, e asai più dolce che mele o zuchero, e viene dalla rugiada del cielo, e cade sopra all'erbe di quel paese, e poi aggelasi e viene bianca e dolcie: e di quella si mette in medicine per gli ricchi uomini; però che netta il ventre e purga il cattivo sangue e leva la malinconia dal cuore. Questa tera di Iob confina col reame di Caldea.
Il Reame di Caldea è molto grande, e questo linguaggio[6] è el magiore che sia di là dal mare. Di qui si passa per andare alla terra di Babillonia, cioè la grande Babillonia, della quale v'ò altre volte parlato, là dove e linguagi furono in prima trovati; ed è quatro giornate di qua da Caldea. E nel Reame di Caldea sono gli uomini begli, e sono nobilmente apparati di corege dorate, e i drappi loro sono ornati con fregi d'oro, di perle e di pietre preziose nobilisimamente: e le donne loro sono bruttissime e mal vestite, e vanno a piedi ignudi, e portano una brutta foggia di vestimenti, larga e corta infino a' ginochi, e sono le maniche larghe a modo d'uno scapolare da monaco; e queste maniche pendono infino a' piedi: e queste femine ànno e capegli neri e scompigliati, e spenzolano giù per le spalle: e sono le dette femmine molto nere, brutte e non punto graziose; e sono spaventose a risguardare, e in loro si truova tanta bruttura, che io non saprei scriverlo. In questo reame di Caldea è una città chiamata Hus, e ivi stette Thar, padre d'Abraam patriarca, e fu nel tempo di Nino, che fu Re di Babillonia, di Arabia e di Egitto. Questo Nino fece la città di Ninive, la quale avea Noè cominciata a fare; e poi che Nino l'ebe compiuta, sì la chiamò del suo nome, Ninive. Ivi giace Tubbia profeta, del quale parla la santa Scrittura. Da questa città d'Hus, per lo comandamento di Dio, si partì Abraam dopo la morte di suo padre e menò seco Sara, sua moglie, e Loth, figliuolo del suo fratello, però che lui non aveva figliuolo. E poi dimorò Abraam nella terra di Canaan in un luogo chiamato Sichem; e questo luogo fu salvato quando Soddoma e Gomorra e altre città furono arse e somerse in abisso, là dove ora è il mare morto, sì come v'ò detto altre volte. In quela tera di Caldea egli ànno lor proprio linguagio e lor propie lettere fatte come qui di sotto.[7]
Da poi, oltre a Caldea, è il paese di Amazonia, cioè la terra di femine. Questo è un reame dove non abita se non femine, non punto come alcuni dicono, che gl'uomini non vi poterebono vivere, ma le femine non vogliono che gli uomini abino signoria sopra di loro; però che anticamente fu uno Re, el quale era Re di quello paese, e maritavansi gli uomini colle donne, come altrove si fa[8]; e quello re era chiamato Colapino. Guerregiando col Re d'Africa, fu morto in battaglia insieme col nobile sangue del suo Reame; e vedendo la Reina, insieme con altre nobile donne, che elleno erono rimase tutte vedove, e che la gentilezza di quel paese era perduta; a modo che disperate, tutte s'armorono, a ciò che tutte l'altre femine del regnio della loro veduità le facesono compagnia, e uccisono tutto el resto degli uomini del paese; e d'allora in qua non ànno voluto che niuno uomo abiti fra loro più di sette dì, e non vogliono compagnia d'uomini: elle si riducono inverso le terre de' lor confini, e ivi truovono e loro amici che le vicitono e con esse dimorono X. giorni, e poi ritornono indietro. E se elle ànno figliuoli maschi, o sì ch'elle gli uccidono, o vero che dipoi che eglino sono d'anni due, che eglino ànno apparato a mangiare da loro e andare, gli mandono ai lor padri; e le femine che nascono di gentil sangue gli tagliono, o vero cautarizano la mammella sinistra, a ciò che sien più atte a portar lo scudo: e s'elle son femine populare, gli tagliono la destra poppa, acciò che non le 'mpacci a saettar coll'arco turchesco, però ch'elle tragono molto bene. In questa terra si è una Reina, la quale governa tutto el paese, e tutte le femine ubidiscono a lei. Questa Reina si fa sempre per elezione, ed è eletta quella che è più valente in arme. Queste femine sono molte buone guerriere, prode e savie e valente, e spesse volte vanno al soldo per guadagnare, e aiutono degli altri signiori e mantengonsi vigorosamente. Questa terra de Amazonia è una isola tutta circundata d'acqua, salvo che in dua luoghi, per li quali sono due entrate, e allato di queste entrate stanno e loro amici, colli quali elle vanno a sollazare a lor volontà. Allato Amazonia è la terra di Tramegitta, la quale è un paese molto buono e dilettevole. Per la grande bontà del paese, il Re Alesandro fece fare prima ivi la sua Alesandria, la quale è ora chiamata Cielsite: dall'altra parte di Caldea è Etiopia, un gran paese, el quale si stende infino a' confini d'Egitto.
Etiopia è partita in due parte principale, cioè nella parte occidentale e nell'altra parte meridionale: la parte meridionale si chiama Montagnia, e ivi sono le persone più nere che altrove. Ivi è una fonte che di dì è tanta fredda, che niuno none può bere; e di notte è tanto calda, che niuno vi poterebe tenere le mani dentro. E più oltre a questa parte meridionale, tutta via inverso al mezo dì, al passare del gran mare Occeano, quivi è una gran terra e un gran paese, ma niuno non vi poterebe abitare per lo gran caldo del sole, che sopra a questo paese dirittamente sparge li suoi ragi. In Etiopia tutti' fiumi sono turbi, e l'acque sono insalate per cagione del gran mare Occeano. Le genti del paese spesso si imbrodono, cioè imbriacono[9], e non ànno mai grande apetito di mangiare, e ànno comunemente flusso di corpo, e vivono poco tempo. In Etiopia sono gente di diverse maniere, tra le quali è una gente che non à se none uno piede tanto largo, che, distendendosi in terra, coprono tutto il resto del corpo, e corono sì forte, ch'è una maravigliosa cosa a vedere; e sono chiamati Cussia. Ivi i fanciugli ànno i capegli canuti; quando diventon grandi, si fanno neri. Item, in Etiopia è la città di Sabba, de la quale fu signiore uno de' tre Re, e quali vicitorno il nostro Signiore in Bethlem. Di Etiopia si va in India per molti e diversi paesi, la quale si chiama India alta e magiore, la quale è paese caldissimo: in India mezana è il paese temperato.
India minore, che è la terza parte et è verso settentrione, è paese freddissimo, nella quale, per la continua freddura dell'acqua, si fa cristallo sopra e sassi. Di questo cristallo nascono buoni diamanti, e quali ànno similitudine di colore di cristallo torbido e giallo, che trae al colore d'olio: e questi diamanti sono tutti duri che non si possono pulire. Altri diamanti sono che si truovono in Arabia, che non sono così buoni, e sono più bruni, e sono più teneri, e truovasene ancora nelle terre di Macedonia, ma e migliori e più preziosi sono in India. E molte volte si truovono diamanti nella massa della minera d'oro, quando, affinando, si rompe, e sono molti duri, ma e' si conviene rompere la massa per minuti pezi; e truovasene alle volte de' grandi come uno quattrino fiorentino, e tal volta minore; e sono così duri, come quegli d'India e tagliono l'acciaio e 'l vetro legiermente. E quantunque in India sopra e sassi di cristallo si truovino buoni diamanti, niente meno si ne truova sopra e sassi di may[10] e sopra le montagnie dove è miniera d'oro. E diamanti si truovono e crescono molti insieme, l'un piccolo e l'altro grande, et àvvene alcuno della grandeza d'una fava[11]; e lo più grosso, che possa esere naturalmente, è della groseza d'una nocciuola; e tutti son quadrati e acuti, per natura senza opera d'uomo, e sono chiamati in India Ameseth, e si truovono, come di sopra t'ò detto, nella via dove passa la miniera d'oro, e crescono insieme maschi e femine, e sì si nutricono della rugiada del cielo, e sì concepono e generono de' piccoli a lato a loro, e comunemente multiplicono e crescono ogni anno. Io ò molte volte esperimentato, che, mettendo el diamante a la rugiada colla punta in suso e spesso molificarlo della rugiada di maggio, elli crescono, e li piccoli si fanno buoni, grandi e grossi, sicondo la loro natura. E veri diamanti fanno come fanno le perle, che si concriono alla rugiada del cielo[12]; e come le perle naturalmente pigliono ritondità, così e diamanti per divina virtù pigliono quadratura. Ogni diamante, portato dallato sinistro, è di magiore virtù che portarlo dallato destro, perchè la forza dell'origine loro viene da settentrione, che è la sinistra parte del mondo, ed è alla sinistra parte de l'uomo quando volge la faccia verso oriente. Se voi volete sapere la virtù del diamante, quantunque voi abiate li vostri lapidari, non dimeno, perchè ogni uomo non lo sa, io la metterò qua, secondo che dicono e afermano quegli d'oltrammare, da' quali è proceduto ogni scienzia e profezia. Il diamante, a colui che 'l porta, dona ardire e forza a custodire e membri corporali interi: dona vittoria di inimici in piato e in guerra[13], se la cagione è giusta; e tiene il portatore in buono stato e sentimento, e difendelo da lite, e contese, e cattivi spiriti; e qualunque volesse afatturare, o incantare colui che 'l porta, per la virtù della pietra, le fatture, o vero incantazioni, tornerebono sopra de' maestri: niuna bestia salvatica arebe ardire d'assalire colui che 'l porta. Il diamante debbe essere donato sanza miseria d'avarizia e sanza comperarlo, e allora à magior virtù, e fa l'uomo più forte e più fermo contro a' suoi inimici, e libera e lunatici e li indemoniati; e se veleno o altra mala puntura o animale venenoso son posti in presenzia del diamante, subito diventa umido e comincia a sudare. In India sono alcuni diamanti che sono violati, o vero più bruni che violati, i quali sono ben duri e preziosi; ma alcuni non gli amono punto tanto quanto gli altri, ma io, quanto per me, gli amerei bene altrettanto, imperò che io gli ò veduti isperimentare. E d'altra maniera ne sono, bianchi quanto cristalo, ma pur alquanto più torbidi, e son buoni e di gran virtù, e tutti sono acuti; e tali quadrati; altri ànno sei coste, e altri tre: sono così di natura formati: però li grandi signori, scudieri, cavalieri, e altri gran maestri, che cercono onore in fatti d'arme, o vero nelle guerre e nelle battaglie, gli portono in dito. Quantunque io alquanto mi dilunghi dalla materia mia, nondimeno, a ciò che egliono non sieno ingannati da' barattieri del paese che gli vanno vendendo, io parlerò alquanto più de' diamanti. Chi vuol comperare diamanti, gli conviene che gli sapia conoscere, però che gli contraffanno di cristallo giallo e di zafiro; di luopa e di citrino; d'una pietra chiamata Iris, e d'alcune piccole pietre che si truovono ne' nidii delli sorci, cioè ratti, che sono molte dure; ma tuttavia e contrafatti non sono così duri come e naturali, e la punta leggiermente si rompe; e sì si puliscono meglio; ma alcuni rubaldi non gli puliscono maliziosamente a ciò che si creda che non si possino pulire per sua fineza. La esperienza del diamante si fa in questo modo: prima si pruova a tagliare in zafiro o in altre pietre preziose, e in cristallo, e in acciaio; poi si toglie una pietra di calamita buona, cioè la pietra de' marinari, che tira a sè il ferro; e se la calamita non fussi troppo grossa, sopra di questa pietra si mette el diamante, e poi si mette apresso un ago; e se 'l diamante non è contrafatto, anzi sia diamante vero, mentre che 'l diamante sarà presente, mai la calamita non trarrà l'ago, s'ella non fusse troppo grossa, la calamita[14]. Questa è la pruova che fanno quegli d'oltrammare. Ma interviene, che un perfetto diamante perde la virtù per lo inconveniente di colui che 'l porta, e alora è di bisognio fargli ritornare la propia virtù, o vero che sarà di minore virtù e valuta.
In India sono molti diversi paesi e molte diverse contrade, ed è chiamata India per uno fiume, el qual corre per lo paese, apellato Indo. In questo fiume si truovono anguille lunghe XXX piedi; e le gente che abitono intorno a questo fiume sono tutte verde e gialle. In India, e qui intorno a India, son più di V. Mª isole, buone e grande, sanza quelle che sono inabitabili e piccole. In ciascheduna isola è grande numero di città e di ville e di gente sanza numero, però che gl'Indiani sono di così fatta maniera, che egli non escono del suo paese; perchè eglino non sono mobili, perchè e' sono sotto el primo clima, cioè Saturno, ch'è tardo e poco mobile, però che sta XXX. anni a voltarsi pe' XII. segni del zodiaco, e la luna passa quegli XII. segni in un mese: e perchè Saturno è di così tardo movimento, per questo le gente che son sotto poste a lui non curono di muoversi del luogo loro. Nel nostro paese è tutto el contrario; noi siamo sotto el settimo clima, cioè della luna, la quale è di legieri movimento, ed è di pronta via da caminare per diverse vie, di cercare cose strane[15], e la diversità del mondo; però che ella circunda la terra più presto che altro pianeto, come di sopra ò detto. Item, pel mezo d'India si va per molte e diverse contrade infino al mare Occeano, e poi si truova una isola che si chiama Ormes, dove vanno spesso mercatanti viniziani e genovesi e d'altri confini per comperare mercatanzie. In questa isola è così gran caldo che, per la stretta del caldo, gli testicoli degli uomini gli escono di corpo, e ivi pendono infino alle gambe per la grande disoluzione; ma le gente che sanno la natura del paese, si fanno legare bene fermamente e ugnere d'uno unguento ristorativo e rinfrescativo per tenere e testicoli nel corpo, che altrimenti non poterebono vivere in questo paese. E in Etiopia e in altro paese le gente stanno nude nelle riviere dell'acqua, uomini e femine tutti insieme, da l'ora di terza in fino a bassa nona, e giaciono nell'acqua infino alla faccia pel caldo, ch'è tanto ismisurato, che apena si può fugire; e non ànno le femine punto vergogna de gl'uomini, ma giaciono privatamente a lato a lato infino che 'l caldo è abattuto. Ivi si possono vedere di molte brutte figure ragunate, spezialmente apresso a di buone ville. Ad Ormes sono le nave di legnio sanza chiovi di ferro per li sassi della calamita, della quale nel mare è tanta quantità, che è una maraviglia. E se per questi confini passassi una nave che avessi ferro, di subito perirebe; però che la calamita tira a sè per natura el ferro. Per la quale cagione tirerebe a sè la nave, nè più di là si poterebe partire. Di qui si va per mare a un'altra isola, chiamata Cana, nella quale è grande abbondanza di biade e di vino. Quella isola soleva essere grande e solevavi essere buono porto, ma al presente il mare l'à fortemente guasta e sminuita. Il Re di questa soleva esere tanto potente, che guerreggiava col Re Alessandro. Le genti di queste terre ànno diverse legge, però che alcuni adorono il sole, alcuni il fuoco, alcuni gli alberi, alcuni e serpenti, alcuni altri la prima cosa che iscontrono la mattina, alcuni simulacri e altri idoli; ma tra' simulacri e idoli si fa diferenzia. Simulacri sono figure fatte a similitudine d'uomo o di femine o del sole o di bestie, o vero d'altre cose naturali: idolo si è una certa immagine fatta stoltamente, la quale non si potrebe assimigliare ad alcuna cosa naturale, come sarebe una immagine di quattro teste e uno uomo colla testa d'un cavallo o d'un bue, o d'altra bestia, che non vide niuno giammai, sicondo la disposizione naturale. E sapiate, che ognuno che adora simulacri, il fa per riverenzia d'alcuno valente uomo, già stato, come fu Ercole, e molti altri, e quali nel tempo loro feciono molte maraviglie. E però queste gente dicono, che egli sanno bene, che questi tali valenti passati non sono dii, anzi è un solo Dio di natura, il quale criò tutte le cose, ed è suso nel cielo; e che e' sanno bene, che loro non poterebono fare le maraviglie che fanno, se none per la speziale grazia di Dio; e perchè costoro furono amati da Dio, loro li adorono. E il simile dicono del sole, però che egli muta il tempo e dà caldo e nutrimento a ogni cosa sopra la terra: e però che il sole è di tanta e sì perfetta virtude, e' sanno bene, che questo aviene, perchè Dio l'ama più che l'altre cose, onde egli gl'à donato le magiore virtù che a cosa che sia del mondo. Adunque è ragionevole, come e' dicono, che sia onorato e fattoli reverenzia. E il simile dicono nelle loro ragioni degl'altri pianeti e del fuoco, però che gli è utile. E degl'idoli dicono, che il bue è la più santa bestia che sia in terra e dell'altre la più utile, imperò che fa di molti beni e niun male; e sanno che ciò non poterebe essere sanza spezial grazia di Dio; e però loro tengono il loro Dio mezo bue e mezo uomo, imperò che l'uomo si è la più nobil criatura, che sia in terra, e à signoria sopra a tutte le bestie. E il simile fanno de' serpenti e de l'altre cose che iscontrono la mattina, spezialmente tutte le cose che ànno buono incontro; e questo ànno lungamente sperimentato; e però dicon loro, che buono iscontro non può venire se none per la grazia di Dio, e però fanno fare gli dei simiglianti al buono iscontro, per riguardargli e adorargli prima la mattina che egli scontrino cosa contraria. Alcuni cristiani dicono, che alcune bestie ànno buono iscontro, e alcune cattivo, come si dice ch'è stato provato molte volte, che la lepre è cattivo iscontro, un porcello, e più altre cose. Per lo simile, uno sparviere e altri uccegli da rapina, volando innanzi a gente d'arme, se 'l piglia, è buon segnio; e se nol piglia, è cattivo. E altri dicono, che 'l corbo è cattivo iscontro. In simili cose molte volte le genti credono (ma non se gli debba dare fede, ch'è gran peccato, da poi che li cristiani, che sanno la santa dottrina, sono a lor vietate queste oppenioni) e a tal credenza egli dànno credito. Adunque ora non è da maravigliare, se' pagani, e quali non ànno altra dottrina che la naturale, e' per la loro semplicità più largamente le credono. E veramente io ò veduto pagani e saracini, che chiamono auguri, che, combattendo noi in arme, o vero in alcuna parte contro ai nostri nimici, per voli d'uccegli egliono ci promettono per tutto quel dì vittoria; e tutto quello che poi noi troviamo e facciamo, egli molte volte mettono per pegnio la lor testa, che così sarà; e quantunque tutto ciò, ch'egli dicono, avenisse, niente di meno non si debe dar fede a così fatte cose, anzi si dee avere ferma credenza nel nostro Signiore, il quale può fare e disfare tutto ciò che gli piace. Questa isola di Canna ànno guadagnata e saracini, e sì la tengono. In questa isola e in molte altre non si sotterrono e corpi morti, però che 'l caldo è sì grande, che in brieve tempo la carne si consuma infino all'ossa. Da questa isola si va per mare verso India magiore, e a una gran città chiamata Zarba, la quale è bellissima e buona. Quivi stanno di molti cristiani di buona fede, e quivi sono molte religione, e spezialmente di mediani. Da questa città si va per mare insino a Lomba. In questa terra cresce il pepe in una foresta, chiamata Combar, la quale dura XVIII. giornate.
In questa foresta sono due buone città, l'una chiamata Flandrina e l'altra Ginglante, e sono molte isole, e in ciascuna di quelle stanno gran numero di cristiani e di giudei, però che 'l paese è buono, ma è molto caldo. Voi dovete sapere, che 'l pepe cresce a modo d'una vignia salvatica posta appiè d'uno albero, al qual si possono e palmiti[16] di quella sostenere; il frutto pende a modo di grappoli d'uve, e caricansi tanto gli alberi, che pare che tutti si debono rompere. E quando è maturo, è tutta via verde a modo che sono badie di edera, e in quela ora si vendemiono a modo che si fa le vignie, e poi il seccono al sole tanto, che diventa nero e crespo. In uno albero viene tre maniere di pepe; il primo pepe è lungo, el sicondo è nero, e l'ultimo pepe è bianco. Il pepe lungo è chiamato Sorbotin, el nero Sulfur, e 'l bianco Bavos. Il primo, che viene quando la foglia incomincia a venire, s'asomiglia alquanto a la fazione[17] del fiore de le nocciuole, che viene prima che le foglie, e pende a basso: e poi viene il nero, che à la foglia a modo di grappoli d'uva, molto verde e ricolto: dopo il nero viene il bianco, el quale è asai migliore del nero, e di questo non se ne porta in questo paese, perchè egli lo tengono per loro, però che è migliore e più temperato che 'l nero, e non ànno sì grande abundanzia del bianco, come del nero. In questo paese son molte maniere di serpe e d'altri vermini per lo gran caldo del paese e del pepe. Alcuna gente dicono, che quando si ricoglie il pevaro, che si fa fuoco a pie' degli albori per cacciare le serpi e colubri, ma salvo la grazia di quanti ciò dicono, egli non metterebono fuoco per cosa alcuna del mondo, però che secherebono e arderebono così quegli alberi, come gli altri; ma quando egli vogliono ricorre el pepe, e' s'ungono le mani e' piedi di sugo di limoni, o vero che e' portono erbe con loro che ànno grande odore; per lo quale odore le serpi fuggono, sicchè, quando sono unti, vanno sicuramente a vendemmiare, e non ànno paura che serpe nè altri vermini sì si approssimino per nulla. Item, verso il capo di questa foresta è la città di Palomba, sopra la quale è una montagnia chiamata Palomba, per la qual piglia el nome la città.
Su questa montagna è una fonte, la quale à odore e sapore d'ogni maniera di spezie, e ciascuna ora ella muta odore e sapore, e chiunche ne bee tre volte a digiuno, di questa è curato da qualunque infermità che abia, e li abitatori ivi d'intorno, che spesso ne beono, mai non ànno malattia, e sempre, mentre che vivono, paiono giovani. Io ne bee' tre o quatro volte, e ancora mi pare ch'i' mi senta meglio; e' dicono, che questa fonte vene dal paradiso, e però è di tanta virtù. Alcuni la chiamono la fonte de' giovani, perchè quegli che l'usano a bere, tutta via paiono giovani: per tutto questo paese cresce ottimo gengiovo. La gente del paese, per la loro semplicità, adorono el bue, e dicono che 'l bue è la più santa bestia che sia in terra, perchè a loro pare che sia sempice ed è buono da arare, piacevole e utile e santificato; però che a lor pare che ogni virtù abia. Egli sì 'l fanno lavorare VI. o VII. anni, e poi se lo mangiono con gran solennità; e il Re del paese à sempre con lui un tal bue, e colui che lo à a guarda riceve ogni dì la sua fiamata e la sua orina in due vasi d'oro, e poi la dà al loro prelato, che egli chiamono Archiproth, o Papaton. E questo prelato la porta innanzi al Re, e 'l Re, per grande divozione, mette la mano in quela orina, la quale egli chiamono Gau, e così si bagna la fronte e 'l petto con gran divozione e riverenzia: e dànno a intendere che sia ripieno delle sopradette virtù che à el bue, e che sia santificato de la virtù di questa cosa, che nulla vale. Dopo il Re, lo fanno e gran signori, e, dopo i signori, gli altri gran maestri, quando ne possono avere, ma alcuna volta no ne rimane. In questo paese e' fanno idoli, che sono la metà uomo e la metà bue: in questi simulacri e diavoli parlono a loro, e dànno a loro risposta di tutto ciò che egliono dimandono.
Innanzi a questi simulacri egliono uccidono spesse volte i suo' figliuoli, e aspergono e simulacri del sangue di morti; e in questo modo fanno i loro sacrifici. Quando alcun muore nel paese, egli ardono il corpo per nome di penitenzia, a fine che non patisca pena in terra; però che dicono, che' vermini gli mangerebono; e se la moglie del morto non à figliuolo, egli l'ardono con lui, e dicono, che è ragione, che ella gli faccia compagnia nell'altro mondo, così come à fatto in questo. E se le moglie ànno figliuoli, egli le lascion vivere per nutricare e figliuoli; ma se la moglie vuole innanzi vivere co' suoi figliuoli, che esere arsa col suo marito, ela è sempre imputata maligna e falsa, nè alcuno si fiderebe in lei, nè mai è più appregiata. E morendo la moglie prima che 'l marito, el marito si fa ardere con ella piangendola; e se lui non vuole, non è costretto, anzi si può maritare un'altra volta sanza biasimo. Item, in questo paese crescono forti vini, e le femine beono vino, e gli uomini none beono punto. Da questo paese si va, passando per molti confini, verso un paese, dilungi a due giornate, il qual si chiama Maburon. Questo è molto gran reame, e sonvi di belle città e di belle ville. In questo Reame giace el corpo di santo Tommaso appostolo, in carne e in ossa, in una bella sepultura, nella città di Calamia, perchè ivi fu martorizato e sepulto; e li assirii feciono già portare il suo corpo in Mesopotania, nella città di Edisse, e dipoi fu riportato indietro il braccio colla mano che mettee nel lato del nostro Signiore Giesù Cristo, quando gli apparve dappoi la resurresione, dicendo: Noli esse incredulus, sed fidelis. E al presente, el detto braccio con la mano, è fuora del vaso, dove è il corpo. E con quella mano quegli del paese fanno le lor sentenzie e giudicii, e sanno chi à ragione e chi il torto, perchè quando è quistione tra due parte, e ogni uomo si tiene d'avere ragione, egli mettono nella mano di santo Tomaso le ragione delle parte predette in iscritto, e di subito la mano gitta via il torto o vero la falsità, e ritiene il dritto, o vero la verità. E così vengono di lungi paesi molte cause dubbiose per questo giudicio.
Item, san Tomaso giace in una bella e grande chiesa, la quale è piena di grandi simulacri, cioè di immagini di idoli loro, chiamati dii; delle quali la minore è per grandeza come due comuni uomini; e infra l'altre è una immagine assai maggiore dell'altre, tutta coperta d'oro e di pietre preziose e è a derisione de' falsi cristiani[18] rinnegati, et è sopra una cattedra molto nobile; e à intorno al corpo suo di larghe cintole lavorate d'oro e di perle e pietre preziose. La chiesa è tutta dorata: di dentro a questa chiesa si va comunemente in pellegrinaggio con gran divozione, a modo che vanno e cristiani a santo Antonio e a santo Iacopo di Galizia. E molte gente, che dilunge terre si muovono per andare inverso questo idolo, con grande divozione per tutto el viagio sempre sì tengono gli ochi bassi, nè ardiscono d'alzare le lor teste per risguardare d'intorno, per timore di non veder cosa che gli rimuova da la loro divozione. Alcuni vi vanno in pellegrinagio, che portono coltegli nelle lor mani, e sì si vanno fedendo et impiagando nelle braccia, ne le gambe e ne le coscie, e spargono el sangue loro per amor di questo idolo; e dicono che beati [sono] coloro che muoiono per questo idolo, Idio loro. Altri sono che menono i lor figliuoli per uccidergli e sacrificargli a questo idolo, e poi aspergono l'idolo del sangue de' suo figliuoli. Altri vi sono che, da l'ora che si partono di casa loro, a ogni terzo passo s'inginochiano tanto, che aggiungono a questo idolo; e quando e' vi sono arivati, lo incensono d'incenso e d'altre cose odorifere, a modo che fussi il corpo del nostro Signiore, e vengono ad adorare questo idolo dilungi più di Cº. leghe. E innanzi al munistero di questo idolo (sic) è a modo d'una peschiera, o vero laghetto pieno d'acqua, nella quale e pelegrini gettono oro e ariento e perle e pietre preziose sanza numero per offerta. Quando e ministri dell'idolo ànno bisogno d'alcuna cosa per la chiesa, subito vanno a la peschiera e pigliono tutto quelo che è bisogno per la rifezione della chiesa, sì che nulla vi manca, che subito non sia aparechiato. Item, quando si fanno le gran feste di questo idolo, come la dedicazione della chiesa, tutto el paese si viene d'intorno a questo idolo con gran riverenzia; il quale idolo sta sopra a uno carro molto bene adornato di drappi d'oro di Tartaria; e così lo menono intorno alla città. Inanzi al carro vanno primamente a processione ordinatamente, a due a due, tutte le pulzelle del paese; appresso le pulzelle vanno e pellegrini, che sono venuti dilungi confini, de' quali pellegrini alcuni si fanno o lasciono cadere in terra di sotto al carro, sì che il carro colle ruote gli passa a dosso; alcuni uccidono di subito, altri rompono braccia o gambe; alcuni le cosce; e tutto ciò fanno per grande divozione e per amor del loro Dio; e credono che, quanto magior pena e tribulazion patiscono per amor di questo idolo, tanto più presso saranno a Dio e in magiore allegreza. E brievemente in diversi modi fanno sì aspre penitenzie, e colli loro corpi portono e sofferiscono tanti martiri, per amor del loro Dio, che quasi niuno cristiano arebe ardire portare la centesima parte, per amore di Giesù Cristo. E poi io vi dico, che innanzi al carro, più presso, vanno e sonatori del paese con diversi istrumenti, che sono sanza numero, e fanno fra loro di grande melodie. E quando egl'ànno circundato tutta la città, e' tornono a la chiesa e rimettono il loro idolo nel suo luogo; e alora per amor de l'idolo e per riverenza della festa egliono uccidono CCº. o CCCº. persone, che di lor volontà si fanno uccidere, de' quali e corpi son posti dinanzi all'idolo; e dicono che costor son santi, imperò che, per sua buona volontà, son morti per amor del loro Dio. E così, come di qua un casato o provincia sarebe onorata per uno santo che fussi stato di quello o vero di quelli fatti, de' quali si metterebbono in iscritto per farlo canonezare, così tengono di là onorati quegli che s'uccidono per amore del loro Dio; egli gli mettono in iscritto colle loro letanie; e così si vantano l'un co l'altro, e dicono: io ò più santi del mio parentado, che voi non avete del vostro! E ànno questa usanza, che, quando egl'anno intenzione d'uccidersi pel loro Dio, fanno mandare per tutti e loro amici, e con grande abundanzia di pifferi vanno innanzi all'idolo, menando gran festa; e colui che si debe uccidere tiene nelle mani un coltello bene aguzato, e tagliasi un pezo di carne, e gittalo nella faccia dell'idolo, dicendo le sue orazioni, e racomandandosi al suo Dio; e poi si ferisce e impiagasi in qua e in là tanto, che cade morto. E allora gli amici presentono il corpo a l'idolo, e dicono, cantando: Guardate, Dio, che à fatto el vostro leale amico e servidore! lui à abandonato la moglie, figliuoli, richeze e tutti e beni temporali di questo mondo e' à rinunziato, per amor di voi, e à fatto sacrificio del suo sangue e carne; sì che adunque vogliatelo riposare allato a voi, fralli più diletti da voi, nella gloria del paradiso; perchè egli à bene meritato. E dopo questo e' fanno un gran fuoco e ardono el corpo, e ciascheduno piglia della cenere, e sì la conserva in luogo di reliquie: e dicono che questa è una buona cosa, che di nulla temono, mentre che gl'ànno di questa cenere sopra di loro.
Da questo paese si va per lo mare Occeano per molte diverse isole e per molti diversi paesi, [che] il racontare e iscrivere sarebe lungo e tedioso: però toccherò alcuna principale riviera e città. Da quella isola, della quale io ò parlato, infino a un'altra terra, che è molto grande, chiamata Lamori, sono LII. giornate. In questa terra è gran caldo: la gente del paese à questa usanza, che gl'uomini e le femine vanno tutti ignudi, e sì si befono, quando vegono alcuno forestiero vestito, e dicono, che Dio, il qual fece Adam, il fece ignudo, e che Adam e Eva furono fatti ignudi, e che l'uomo non si dee vergognare di mostrarsi tale quale Dio lo fece, però che niuna cosa è brutta che sia naturale. E dicono, che quegli che si ornano, son gente che non credono in Dio; e egli, dicono, che ben credono in Dio, el quale creò el mondo e fece Adam e Eva e tutte l'altre cose. E egli non isposono mai femine, anzi sono tutte le femine del paese comune, e elle non rifiutono niuno, e dicono che pecherebono, s'elle rifiutassino gl'uomini, e che Dio comandò così a Adam e a quegli che discendono di lui, quando disse: Crescite et multiplicamini, et replete terram. In questo paese nissun può dire: questa è mia moglie; nè alcuna dire: questo è mio marito. E, quando elle partoriscono, dànno e figliuoli a qualunque gli piace, di quegli che ànno avuto in sua compagnia. Il simile, tutta la terra è comune; uno la tiene uno anno, e un altro l'altro; e ciascuno piglia di quela parte che vuole. Il simile, tutti e beni del paese son comuni, biade e altre cose, però che niuna cosa sta serrata infra loro nè ascosa: ciascuno à d'ogni cosa ciò che gli piace sanza contradizione alcuna; e in tal modo è così rico l'uno, come l'altro. Ma egl'ànno una cattiva usanza, però che loro mangiono più volentieri carne d'uno uomo, che di niuna altra cosa che sia; e però el paese è molto abundante di biade e di pesci, d'oro e d'ariento e d'altri beni. Quivi vanno e mercatanti e menono a vendere e fanciugli, e quegli del paese gli comprono; e se son grassi, subito gli mangiono; e se son magri, gli fanno ingrassare, e dicono che questa è la migliore e la più dolce carne del mondo.
In questo paese, e in molte altre terre di là, non si vede il polo artico, cioè la stella tramontana, la quale è immobile verso settentrione, ma vedesi un'altra, la quale è al contrario di quella verso mezo dì, chiamata polo antartico. E come e marinai si governono di qua per la stella ch'è inverso setentrione, così fanno e marinai di là per la stella che è verso mezzo dì; sicchè quella di mezzo dì non appare a noi, nè a loro appare quela di settentrione. Per la qual cagione si può comprendere, che 'l mondo si è di ritonda forma, perchè una parte del firmamento apare in un paese, che non appare in un altro: e questo si può provare per esperienza e per sottile indagazione; che se si trovassi passaggio di navi e di genti che volessino andare cercando el mondo, sì vi si poterebe andare con navilii intorno al mondo e di sotto e di sopra; la qual cosa io l'ò provato, perchè sono stato inverso la gente di Brabin, et ò riguardato con lo astrolabio, che la tramontana si è ivi alta LXIII. gradi, e in Alamagna, verso Boemia, LXVIII. gradi; e più avanti, inverso le parte di Settentrione, ella è alta sessanta due gradi e alcuni minuti; però che io stesso l'ò misurato con lo astrolabio. Ora voi dovete sapere, che sono due stelle tramontane, come è detto di sopra; l'una si chiama Artica e l'altra Antartica: queste due stelle sono inmobili, e per loro si volge tutto il firmamento del mondo, sì come una ruota si volta per lo suo mezo, sì che queste due stelle dividono tutto il firmamento in due parti eguale, ed è tanto di sopra quanto di sotto. Io sono andato poi nelle parte meridionale, e ò trovato verso l'alta Libia, che si vede prima il polo antartico; e quanto più andavo inanzi a quelle parti, tanto più ritrovavo questo polo antartico più alto, sì che più inanzi, ne l'alta Libia verso Etiopia, questo polo antartico era alto XVIII. gradi e alcuni minuti: li LX minuti fanno un grado. E poi andando verso questo paese, del quale io v'ò parlato, e verso altre isole e altri paesi, a l'incontro io trovai l'antartico alto XIII. gradi e VI. minuti; e se io avesi trovato navile e compagnia per andare più oltre, io mi son certo, che noi aremo veduto d'intorno la ritondità del firmamento; imperò, sì come io v'ò detto di sopra, la metà del firmamento è fra queste due stelle; e questa metà io l'ò tutta veduta, verso settentrione, sotto la tramontana LXII. gradi e X. minuti; verso le parte meridionale, io l'ò veduto di sotto l'antartico XXXIII. gradi e XVI. minuti. Ora la metà del firmamento tiene cento ottanta gradi; e di questi cento ottanta gradi, io n'ò veduti LXII. in una parte, e XXXIII. in un'altra parte; che sono novantacinque gradi e quasi la metà d'un grado. E così mi mancono, aver veduto tutto il firmamento, LXXXIIII. gradi e quasi la metà d'un grado; e questi non sono la quarta parte del firmamento, perchè la quarta parte del firmamento è ottanta gradi; sì che ne manca cinque gradi e mezo della quarta parte: e così io ò veduto le tre parte della ritondità del firmamento, e V. gradi più, e quasi mezo. Per la qual cosa io dico certamente che l'uomo può bene ritondare o vero circundare tutta la terra del mondo, così di sotto, come di sopra, e ritornare nel suo paese, avendo compagnia di navile, e sempre ritroverebe buone terre e isole, come in questo paese. E sapiate, che quegli che sono al diritto di l'antartico, egli sono dirittamente piedi contrappiedi a quegli che sono al diritto dell'artico; e così quegli che stanno d'intorno a' poli, per diritta opposizione, stanno piedi contrappiedi; imperò che tutte le parti del mare e della terra ànno ne' loro oppositi abitabili o vero trapassabili, e di qua e di là. E sappiate, che, sicondo che io posso col mio ingegnio vedere e comprendere, la terra del Prete Giovanni Imperadore d'India, è di sotto a noi, perchè andando di Scozia, o vero d'Inghilterra, verso Gierusalem, tutta via si saglie; però che le parte nostre sono ne la bassa parte de la tera, verso occidente, e la terra del Prete Giovanni è ne la bassa parte verso oriente: e li indiani ànno il giorno quando noi abiamo la notte; e così, per contrario, egli ànno la notte, quando noi inghilesi abiamo el dì; imperò che la terra e il mare sono di ritonda forma; e quando si saglie da uno lato della terra, alora si discende dall'altro lato. Ora voi avete veduto di sopra, che Gierusalem è nel mezo del mondo: questo si pruova per una lancia diritta in terra nell'ora del mezo dì a tempo di equinozio; la quale, essendo diritta, non fa ombra dallato alcuno. E che Gierusalem sia nel mezo della terra, il profeta David disse: Et operatus est salutem in medio terræ. Adunque quegli che si partono di queste parte per andare verso Ierusalem, tante giornate, quante egli fanno per andare a Ierusalem, altrettante giornate si può fare, partendosi da Ierusalem, per infino agli altri confini della estremità della terra di là: e quando si va alcune giornate verso India, tuttavia si va circundando la ritondità della terra e del mare per di sotto il nostro paese di qua.
E imperò mi sono maravigliato molto d'una cosa, che io udi' già recitare, essendo piccolo; come uno valente uomo del nostro paese, già fu gran tempo, si partì per andare cercando el mondo: il quale, avendo lui passata tutta l'India e le isole alte di India, dove son più di semila leghe, per molte stagione, e' tanto andò circundando il mondo, che trovò una isola, nella quale udì parlare in suo linguaggio, e vide caricare e buoi e dire quelle parole medesime, che si dicono in suo linguaggio, o veramente nel suo paese. Di che si maravigliò grandemente, imperò che non si sapeva dare a intendere a qual modo potessi essere. Ma io dico, ch'egli era tanto andato per terra e per mare, che lui aveva circundato infino nel suo paese, dove egli era conosciuto. Ma lui ritornò indietro per la via onde lui era venuto; e dipoi stette un gran tempo, e quivi perdè molte delle sue sostenute fatiche nel suo ritornare indietro, sì come lui medesimo disse; perchè una volta verso Noverga il sopprese una tempesta fortissima in mare, per la quale lui fu portato in una grande isola, la quale riconobe esere quella isola, nella quale egli aveva udito parlare il suo linguaggio e menare e buoi al carro. E questo fu bene pussibile, quantunque a la grossa gente pare, che non si possa andare sotto terra, e che si cascherebe verso el cielo di sotto: ma questo non può esere altrimenti, che se noi cascassimo da la terra, dove noi siamo, verso il cielo; però che sì come a noi pare, che noi siamo di sopra a loro, così a loro pare, che noi siamo di sotto a loro: e se vero fussi, che l'uomo potessi cadere dalla terra infino al cielo, molto maggiormente la terra e 'l mare, che sono così grandi e così pesanti e gravissimi, doverebono più presto cadere infino al firmamento. Ma questo è impussibile, però che questo non sarebe cadere, anzi sarebe salire e ascendere. E però dice il nostro Signiore: Ne timeas me qui suspendi terram in nichilo.
E quantunque sia pussibile circundare tutto el mondo, non dimeno de mille l'uno non si dirizerebe così bene per ritornare inverso il suo paese, come fece colui, per la grandeza della terra e del mare. Si poterebe andare per mille altre vie, delle quali niuna sarebe perfettamente diritta per ritornare verso le parti donde si mosse[19]; che quantunque sia pussibile circundare la terra, come ò detto, non dimeno non poterebe andare nè dirizarsi per la diritta via, se ciò non fussi fortuna, o per grazia di Dio; perchè la terra è molto grande e alta, cioè larga; e dura la ritondità d'intorno, di sotto e di sopra, sanza el mare, ventotto milia CCCCº. XXV. miglia. Di queste, sicondo l'oppinione degl'antichi e savii, la quale io non ripruovo, ma sicondo la parvità del mio intelletto a me par di dire, salvo la lor grazia, che sie più migliaia. E perchè intendiate meglio quelo ch'io ò detto, io sì ò immaginato una figura, nella quale sia un gran compasso orbiculare e sperico, in mezo del quale sia un punto, el quale chiamo centro. E in questo compasso grande ò fatto un piccolo compasso; poi ò partito tutto il gran compasso in XL. passi, partiti per le vie diritte, che tutte cominciono dalla superfice del grande compasso, e sieno terminate al centro del piccolo compasso; doverebe esere così partito in XL. parte, come il grande, quantunque le parte sieno minore che e suoi spazii. Or facciamo che 'l gran compasso, il quale è d'intorno al centro, ripresenti la terra; e conciò sie cosa che tutti gli astronomi sappino, che 'l firmamento è partito in XII. parte, cioè di XII. segni, e ciascheduno di questi segni è partito in XXX. gradi, che verrebe il fermamento eser partito in CCC.º LX. gradi. E il simile la terra è partita in altrettante parte, e corrisponde ciascuna parte della terra a un grado del firmamento, che sarebe ottanta volte trentuno migliaio e cinque cento migliaia, e ciascuno di otto stadii; sì che tanto à la terra di ritondità e di circuito d'intorno, sicondo quel che io posso comprendere per lo detto delli Astrolomi, come io ò detto di sopra. E per meglio intendere il fu giustificato per termini mensurali, io metterò questa distinzione: Quinque pedes passuum faciunt, passus quoque centum viginti quinque stadium dant, sed miliaria octo faciunt stadia, duplicata dant tibi legam: una torsa fa X. piedi. E, seguendo la mia materia, io dico, che non debe dispiacere a quegli che legono di ciò, che io dico, che una parte di India è sotto a' nostri piedi, e che per lo simile una parte del nostro paese è di sotto a una parte d'India dirittamente. A lo opposito, sì come al diritto oriente è opposto el diritto occidente, e sì come a la parte meridionale è la parte settentrionale, de le quale io v'ò di sopra parlato, quantunque a la grossa gente pare che non si possi andare sotto la tera, e che si deba cadere verso 'l cielo di sotto, così a noi doverebe parere, che siamo sotto a loro. E se vero fussi, che l'uomo potessi da la terra al cielo cadere, molto magiormente la tera e il mare, che sono tanta materia e sì possente e grave, doverebono cadere infino al firmamento; e questo sarebe impossibile e contro a natura, perchè non sarebe cadere, ma sarebe salire; e però dice el nostro Signiore: Ne timeas me, quia suspendi terram in nihilo. Ora tornando: è vero ch'io ò misurato collo astrolabio, che quegli che stanno nelle parte settentrionale, stanno piè contra piè a quegli che stanno dalla parte verso 'l mezo dì, e così siamo noi contro a una parte delle isole di India. E se verso oriente e verso occidente fusson segni immobili o vero stabili, pe' quali si potessi misurare le parte, a modo che si fanno le parte che sono verso settentrione o verso mezo dì, per le due stelle immobile, cioè artico e antartico, certamente si troverebe l'isole, che a la terra del prete Giovanni serien declinate. E circundando più la terra di sotto, che non sono le parte di settentrione e di mezo dì, de' quali io ò fatto menzione di sopra, io so bene, che io ò fatte più giornate andando verso settentrione e diritto verso mezo dì, che da occidente verso oriente. E poi che la terra è ritonda, adunque è altrettanto da settentrione verso mezo dì, come dal diritto oriente al diritto occidente. Per la qual cagione io dico come si passa oltre a questa misura: e di sotto a noi circulando la tera, non è però di sotto più, quantunque si dica per intelligenzia.
Item, a lato di questa isola[20] di Lamori sopra detta, verso mezo dì, è un'altra isola, chiamata Simbor. Questa è una grande isola, e il Re è molto possente; e le gente di questo paese si fanno segniare nella fronte con un ferro caldo, uomini e femine, per grande nobilità e per esere conosciuti dall'altra gente, perchè e' si tengono più nobili che l'altre gente là d'intorno, perchè stanno sempre in guerra con quela gente nuda, de' quali ò parlato di sopra. Assai apresso questa isola è un'altra, la qual si chiama Botegon, la quale è molto buona e abbondevole, con molte altre isole che sono ivi d'intorno, nelle quali abitano molte diversità di genti: e perchè volendo io parlare di tutte sarebbe lunghissimo sermone, io non parlerò di tutte, ma piglierò le più notabile.
Assai apresso questa isola di Botegon sopra detta, passando un poco di mare, è un'altra isola, che è un gran paese; la quale si chiama Ianna, e circunda quasi dumila leghe. Il Re di questo paese è un gran rico e possente, e à sotto lui sette altri Re di sette altre isole, che sono ivi d'intorno. Questa isola di Gianna è molto bene abitata e popolata di gente. Ivi vi cresce d'ogni maniera di spezie più abundantemente che altrove, come è gengiovo, chiodi di gherofani, cannella, noce moscade, zedoc e maci. E sappiate che e maci sono propii a modo che la noce, e à di fuori una cappannella, dove sta avilupata infino a tanto che è matura, poi cade fuori; e così è della noce moscada e del mastice. Molte altre spezie e molte altre cose crescono quivi in questa isola, perchè d'ogni bene abonda, e d'oro e d'ariento in gran quantità, salvo che di vino. Il Re à un palazo nobilissimo e maraviglioso molto e il più rico che sia al mondo: gli scaglioni, per li quali si saglie ne le sale e nelle camere, son fatti come quadretti d'oro e d'ariento, e tutte le mura loro, a modo che si dipignie di qua, son coperte di piastre d'oro e d'ariento; nelle quale piastre sono battaglie e istorie di cavalieri rilevati; tutti hanno grillande in testa di pietre preziose e di grosse perle; e tutte le sale e le camere di dentro sono soffitate e lastricate d'oro e d'ariento sì e talmente, che, chi non avessi veduto, non poterebe credere le nobilità nè le richeze che sono in questo palazo. E sapiate, che questo Re di Ianna è un semplice Re e il più possente Re del mondo; e già spesse volte à voluto el Gran Cane di Cattai disfarlo, el quale è il più possente imperadore che sia sotto il firmamento di qua nè anche di là dal mare; e però ànno spesso guerregiato insieme, però che 'l Gran Cane lo voleva fare suo tributario e riconoscere la terra da lui, ma costui si è sempre bene difeso contro di lui.
Appresso questa isola, andando per mare, si truova un'altra isola buona e grande, la qual si chiama Talamasi, e alcuni la chiamono Patem. Questo si è un gran reame, e il Re del paese à molte bellissime città e molte belle ville. In questa terra e in questo paese crescono alberi che fanno farina, de la qual si fa buon pane e bianco e di buon sapore, e pare che sia di grano, ma non è però di sapore di grano. E ivi sono altri alberi, che fanno mele buono e dolce; e altri alberi vi sono, che fanno vino: altri sono che fanno veleno, contra 'l quale non è altro che una sola medicina, la qual è a bere el proprio sterco stemperato con acqua; e veramente chi non l'avessi, presto morrebbe, sì che nè triaca nè altre medicine lo poterebono aiutare. Di questo veleno avevon mandato e giudei a torre a uno di questi alberi per velenare tutta la cristianità, siccome io udi' dire alla confessione nella lor morte; e, per la divina grazia, quantunque fallisse il loro male proponimento, nondimeno egliono ne feciono grande mortalità. E se a voi piace sapere in qual modo si fa la farina degl'alberi, io vel dirò. E' perquotono gli alberi con una accietta atorno a' piedi, sì che la scorza intorno in molte parte si lieva, e d'indi n'esce un licore spesso, el quale egli fanno seccare al sole, e poi diventa farina bella e bianca. El mele, el vino e 'l veleno son tratti dagli altri alberi per questo medesimo modo, e poi si conservono ne vasegli. In questa isola è uno mare morto, cioè un lago, al qual non si truova fondo, nè mai fu trovato; e tutto ciò che cade in questo lago non si truova mai. In questo lago crescono canne, ch'egli le chiamono Tabi, e sono lunghe XXX. torse e più. Quivi sono altre canne non così lunghe, le quali crescono appresso della riva e ànno le radice lunghe IIIIº. aripanti, o vero tormature[21] di terra e più; e ne' nodi delle radice di queste canne si truovono pietre preziose di gran virtù. Chi porta una di queste pietre sopra di lui, non può essere magagnato nè impiagato, nè di lui tratto sangue con ferro nè con acciaio. E perchè egl'ànno queste pietre, sì combattono arditamente per mare e per terra, però che arme niuna non gli può nuocere; ma quegli che ànno a combattere con loro, che sanno le loro maniere, gli tragono con lor saette e quadregli sanza ferro: e così gli percuotono e uccidono. E di queste canne ne fanno casse, navi e altre cose, a modo come noi facciamo di qua d'altri legnami. Ma non crediate, che io parli per ciancia, nè per menzogna, avisandovi che io vidi cogli occhi miei canne sì grandi sopra queste rive, che XX. de' nostri compagni non poterono levare una sola da terra.
Dopo questa isola si va per mare a un'altra isola che si chiama Talanoch, nella quale è molta abundanzia di bene. Il Re di quel paese à tante femine quante ne vuole, però che 'l fa cercare le più belle per tutto il suo paese e pel paese d'intorno, e falle menare innanzi a lui, e piglia una notte l'una, e l'altra notte l'altra; e così fa lui tanto, che n'à mille e più, e non giacerebbe con una più d'una notte, cioè non arebe seco a fare più d'una volta, salvo se una non gli piacessi più delle altre. Questo Re à gran numero di figliuoli: tale n'à cento, tale dugento; e alcuni più e altri meno. Questo Re à circa XIIIIº. mila elefanti privati, e quali si fa nutricare a' suoi villani per lo paese, perchè a caso di bisogno, avendo a far guerra con alcuno altro Re d'intorno, egli fa montare gente insu castegli di legname posti sopra e leonfanti per combatter contro a' suoi nimici: e così il simile fanno gli altri Re di quegli confini, perchè il modo di guerregiare di là non è simigliante al nostro ordine di qua. Ivi chiamono gli elefanti Varqui.