DEL MODO DEL SACRIFICARE LORO, E DE' NOMI DEI FIGLIUOLI DEL GRAN CANE.

Costoro credono in uno Dio, il quale criò e fece ogni cosa, e non dimeno egli ànno idoli d'oro e d'ariento e gli offeriscono sempre latte di bestie loro; così delle vivande e del vino prima ch'egli mangino; e ispesse volte oferiscono cavagli e altre bestie, e chiamono, lo Idio di natura, Iroga; e il loro imperadore, abia il nome come si voglia, egli lo chiamono Cane. Quando io fui in quel paese, il loro imperadore aveva nome Tinth Cane, e 'l suo figliuolo aveva nome Cosuc, e quando sarà fatto imperadore si chiamerà Cosuc Cam. Questo imperadore aveva XII. figliuoli, sanza quello, e nomi de' quali son questi: Cahadai, Vinim, Neag, Vocab, Cadi, Sida, Tuie, Soalac, Rabi, Cam, Gare, Gan[41]; e aveva tre moglie; la prima e principale fu figliuola del prete Giovanni, e aveva nome Serocam, e l'altra Heracam. Queste genti cominciono a fare ogni cosa a luna nuova, e molto onorono la luna e il sole, e spesso s'inginochiono verso di quegli. Egli cavalcono comunemente sanza isproni, ma portono sempre una sferza in mano, colla quale isferzono il cavallo.

DELLE COSE CHE E' TENGONO PER PECATO E DELLA PENITENZIA CHE GLI CONVIENE FARE PER QUESTI PECCATI, E DEL MODO CH'EGLI TENGONO A PRESENTARE IL GRAN CANE.

Egli tengono molto contro a cuscienzia e a gran peccato a gittare un suo coltello nel fuoco, e a tagliare col coltello la carne, e apogiarsi colla sferza colla quale si sferza el cavallo, e a percuotere il cavallo col suo freno, e a rompere uno osso con un altro osso, e a recare[42] un piccolo fanciullo sopra porpora. Un grandissimo peccato tengono a pisciare ne la casa dove stanno; e, chi vi pisciasse, certo l'ucciderebbono; e di ciascuno di questi peccati è bisogno che si confessino al lor prete, e pagare una gran somma d'ariento per penitenzia; e conviene, il luogo dove è stato pisciato, sia lavato e benedetto, e altrimenti, niuno vi ardirebe stare, nè entrare. E quando egli ànno pagato la lor penitenzia, egli gli fanno passare pel mezzo del fuoco e pel mezzo di due porte, per nettarlo di quel peccato. E quando alcun viene a presentare o a fare imbasciata a lo 'mperadore, è di bisogno, che lui, e il presente, e lo portatore passi per due fuochi ardenti per fagli purificare, a ciò che non vi sia veneno, o cosa cattiva che nuoca a lo 'mperadore. L'uomo preso in fornicazione è ucciso. Egli uccidono qualunque ruba cosa alcuna; e' sono tutti buoni arcieri, e corrono così bene le femine come gl'uomini. Le femine fanno tutte le cose, come drappi, tele, e altre arte, e menono carri e carrette: universalmente fanno ogni mestiero, salvo che archi, saette e armi[43], le quali fanno gl'uomini. Tutte queste femine portono le brache, come gl'uomini: tutte le genti di questo paese sono ubidienti molto ai lor signori e supriori. Egli non sono contenditori, nè fanno quistione l'un co l'altro, e nel paese non è alcuno rubatore: molto si onorono l'un l'altro, ma non portono onore a gente strana nè a forestieri, quantunque fussino principali. Egli mangiono cani, gatti, lupi, volpi, giumenti, puledri, asini, topi e ogni altra bestia grande, e salvatica privata; e mangiono tutte le bestie dentro e di fuori, e non gli cavono alcuna cosa, se non la feccia. Poco pane mangiono e usono, salvochè nelle corti de' gran signiori; e in molti luoghi del paese non fanno altro per minestra che brodo. Quando eglino ànno mangiato, eglino si nettano le mani a' gironi, perchè eglino non ànno tovaglie, se non alle corti de' gran signori, come è detto di sopra. E li signiori usono spesso pelle di bestie in luogo di tovaglie, e così la comune gente. E quando egli ànno mangiato, e' rimettono le scodelle non lavate nel lavegio[44], o vero nella caldaia del brodo, infino a tanto che vogliono mangiare un'altra volta. E richi uomini beono latte di cavalla e d'altre bestie, ed un'altra bevanda, che fanno d'acqua e di mele cotto insieme, perchè non ànno nel paese nè vino nè cervogia, e vivono molto cattivamente; e, come io ò detto, non mangiono se none una volta el die, e anche poco. Uno uomo di nostro paese più mangerebe in un dì, che loro in tre; e a' messaggi forestieri, che vengono dallo imperadore, gli dànno mangiare una volta el dì e poco. Egli guerreggiono molto saviamente, e sempre si studiono di confondere e nimici: ciascun di loro à due archi o tre, e delle saette in grandissima abundanzia, e una grande accetta in mano. Li gentili uomini ànno spade larghe e tagliente da uno lato, e ànno piastre e elmi di coiame pulito, di pelle di dragoni; e il simile le coperture da cavallo: e se alcun di loro fugge dalla battaglia, egliono l'uccidono. Egliono usono una gran malizia quando sono a uno assedio ad una terra murata, promettendo loro ogni cosa che sanno adimandare, oro e ariento, e ogni altra cosa, se s'arendono. Ma quando si sono arenduti, tutti gl'uccidono e sì gli tagliono gli orechi, e sì gli fanno quocere, e di questo mangiono a modo d'insalata: di questo fanno ancora guazzetto per li gran signiori. E' ànno intenzione di sottomettere tutte le criature, e dicono, che sanno bene per profezia, che saranno vinti per gente arcieri, e sì si convertiranno alla legge di quegli che gli vinceranno; e però sostengono pacientemente, che ogniuno, di qualunque legge si sia, abiti nel paese. Quando vogliono fare e loro idoli, o vero alcuna immagine in memoria d'alcuno amico morto, li fanno sempre nudi, e le immagine tutte ignude sanza segnio di vestimenta, perchè egli dicono, che nel buono amore non è coperta alcuna, e che e' non si debe amare per nobil vestimento, nè per nobile apparamento, ma solo amare pel corpo, il quale naturalmente è dotato di virtù, e non per vestimenti, che non son dote di natura. Item, un gran pericolo è a seguire e tartari quando fugono in battaglia, perchè, fugendo, tragono indietro, uccidendo gl'uomini e' cavagli. E quando s'aparechiono e aconciono per combattere, e' sono sì serrati insieme, che dua milia non paiono uno, e guadagnono molto bene le terre altrui, ma non le sanno guardare; però che sono più usi a stare nella campagna in tende e in padiglioni, che in ville e in castella. Egli non aprezono alcuna cosa nè 'l saper de l'altre nazione. Egliono apreziono e vendono molto olio d'ulive, però che dicono, che è una nobile medicina. Tutti e tartari ànno piccoli ochi e poca barba e chiara, e sono sì falsi e sì malvagi traditori, e tanto fraudolenti, che niun si dè fidare nè nelle parole nè nelle promesse loro: e' sono assai durissima gente e possono sofferire molta pena e sinistro, molto più che altra gente; però che egli ànno molto bene imparato nel propio paese. Nulla spendono quando alcuno debe murire per malattia: e' mettono una lancia apresso del malato, e quando laborat in extremis, ciascuno fugge fuori della casa, tanto che sia morto; poi lo sotterrono nei campi.

DEL MODO CHE SERVONO QUANDO MUORE LO IMPERADORE IN SOTTERRARLO, E DEL MODO CHE TENGONO QUANDO NE FANNO UN ALTRO, E DELLE PAROLE CHE LUI DICE ALLA ELETTA.

Quando lo 'mperadore muore, egli lo mettono in una catedra[45] a sedere nel mezzo della tenda sua molto onorevolmente, e inanzi a lui una tovaglia con carne e con vivande e uno nappo pieno di latte, innanzi a lui, di cavalla; e mettongli apresso il suo puledro e una cavalla sellata col suo freno, e, sopra alla cavalla, oro e ariento; e empiono la tenda di strame; poi fanno una gran fossa e larga: con tutte queste cose il sotterrono, e dicono, che, quando e' sarà nell'altro mondo, e' non sarà sanza stanza, nè sanza cavallo, nè sanza oro, nè sanza ariento, e la cavalla gli darà latte e gli farà altri cavalli, tanto che sarà ben fornito nell'altro mondo. Alcuni de' suoi cavalieri e uficiali si mettono nella fossa con lui per servirlo nell'altro mondo, però che credono, che a l'altro mondo si viva in sollazo con femine, a modo che fanno di qua. Ancora molte volte egli lo fanno sotterrare secretamente di notte nel più salvatico luogo che possono; e sopra la fossa vi rimettono l'erbe e gli roghi, acciò che niuno lo truovi mai più, e che più non venga in memoria a niuno degli amici suoi. Allora dicono, che si troverà vivo nell'altro mondo e che lui è magiore signore di là che non era di qua. Dopo la morte dello imperadore e sette lingnaggi si ragunono e elegono il suo figliuolo maggiore, e sì gli dicono: noi laudiamo (sic), ordiniamo, e vi preghiamo, che voi siate nostro Signiore, e nostro imperadore, e nostro governatore. E lui risponde: se voi volete, ch'io regni sopra di voi, ciascun di voi faccia ciò che io gli comanderò, e tutto quello che io dirò sia compiuto. Egli rispondono tutti a una boce: tutto ciò che voi comanderete, sarà fatto. Poi dice a loro lo imperadore: sappiate che da ora inanzi la mia parola sarà tagliente come ispada. E poi l'assettono sopra nel feltro nero, e poi il mettono nella sua sedia, e sì gli mettono la sua corona. Poi il paese gli manda tutti a presentarlo in modo, che in quel dì à più camegli carichi d'oro e d'ariento, sanza e gioielli de' gentili uomini, d'oro e di pietre preziose, che sono sanza estimazione; e sanza i cavagli, sanza i drappi di porpora e di camosciati di Tartaria, che sono sanza numero.

Questa terra di Catai è nella profonda Asia, e poi di qua è Asia maggiore, e confina col Reame di Tarsia dallato verso occidente; el qual Reame di Tarsia fu d'uno de' Re, che venne a trovare e presentare il nostro Signiore in Bethlem; e quegli che sono del linguaggio di quel Re, son tutti cristiani. In Tarsia non mangion carne, nè beono vino. Di qua dal Reame di Tarsia, da lato, verso occidente, è il reame di Turcquestem, el qual si stende verso occidente infino al reame di Persia, e di verso settentrione, infino al reame di Corasina. In questo paese di Turcquestem sono poche buone città: la migliore città di quello reame si chiama Ottorai. Ivi sono grande pasture e poche biade, e però son eglino tutti pastori, e giaciono nelle tende, e beono cervoge fatte di miglio.

DELLA CITTÀ DI CORASINA, E DI MOLTI PAESI STRANI.

Poi da lato di qui è il Reame di Corasina, el quale è buon paese abondevole, [ma] sanza vino: verso oriente è un diserto, che dura più di Cº. giornate. La magiore città del paese si chiama Corasina, della quale el reame piglia el nome: quegli del paese son molto buoni guerrieri e arditi. E poi di qua è il reame di Comano, del quale anticamente furono discacciati li comani, che furono in Grecia. Questo è uno delli magiori reami del mondo, ma non è tutto abitato, però che da una parte, verso Bissa, è il freddo sì grande, che nissuno lo potrebbe mai patire; e sonvi tante mosche, che non si sa in qual parte volgersi. In questi paesi sono pochi alberi fruttiferi, onde vi sono poche legnie. Gli uomini giaciono nelle tende e ardono sterco secco di bestie. Questo reame viene discendendo verso Prussia e verso Russia; e pel mezo di questo reame corre el fiume di Tigris, el quale è una de le magior riviere del mondo, e si aghiaccia sì forte, che spesse volte sopra il ghiaccio sono ragunati combattenti a cavallo e a piedi, più di XXX. mila persone. E tra questa riviera è il gran mare occeano, che si chiama el mare Mauro. Verso il capo, di sotto questo reame, è il monte Cochis, el quale è uno de' più alti monti del mondo. E tra il mare Mauro e il mare Caspio, ivi è uno molto istretto passo, per andare verso India; e però vi fece fare Alessandro una città, che chiamò Alessandria, per guardare el paese, acciò che niuno vi pasasse contra sua voglia: e al presente si chiama quella città, Porta di ferro. La principal città di Cumana si chiama Barach, ed è una delle tre vie d'andare in India; ma per questo passo non potrebbe andare gran multitudine di gente, salvo che di verno: per questa via si ruba l'altra via, per andare nel reame di Turquesten in Prussia, e per questa via son molte giornate di diserto. La terza via è, per la quale (sic) si viene di Cumana, e vassi per lo gran mare, e per lo reame di Archas, e per la grande Armenia. E sapiate che tutti questi reami, e tutte queste terre, infino a Prussia e a Russia, ubidiscono tutti il Gran Cane di Catai e molti altri paesi e confini, sicchè il suo potere e la sua signioria è molto grande.

DELL'IMPERIO DI PERSIA, E DELLE CITTADI CHE IVI SONO.

Poi che io v'ò discritto le terre e i reami inverso le parte di settentrione, discendendo da la terra di Catai infino alla terra de' cristiani, verso Prussia e verso Russia, io vi scriverò altre terre e reami, iscendendo per questa costa verso la parte destra, infino al mare di Grecia, inverso la terra di cristianità. E dipoi lo 'mperio di Catai, è lo imperio di Persia, e minori reami. Io parlerò prima del reame di Persia. Dua reami vi sono; il primo comincia di verso oriente infino a la riva di Frison, e di setentrione infino al mare Caspio, e verso mezzo dì infino a' diserti d'India. Questo paese è buono e ben popolato, e evvi dua buone città principali; l'una Botrura e Socvergant, la quale alcuni chiamono Sarmagant. L'altro reame di Persia si stende per la riviera di Frison, verso la parte occidentale, infino al reame di Media, e verso settentrione infino alla grande Arminia e 'l mare Caspio, e in verso mezo dì infino a la terra di India. Questo si è buon paese e abondevole: ivi sono III. principali città, Neabor, Saphaon e Carmasana: dapoi è Erminia, ove soleva esere IIII. reami. Gli è un nobile paese, e abondevole di beni, e comunemente comincia a Persia, e sì si stende verso occidente dilungi infino a Turchia: da l'altra parte dura, dalla città chiamata Alessandria (da altri chiamata Porta di ferro) sopra detta, infino al mare di Media; e in questa Armenia son molte buone città; ma Taurissa è la più famosa. Di poi è 'l reame di Media, il quale è molto buono, e non è men largo[46]; e comincia verso oriente, alla terra di Persia e alla minore India, e sì si stende verso occidente, verso il reame di Caldea, e di verso settentrione discendendo verso la piccola Armenia. In questa regione di Media son molte grande montagne, e poca terra piana. Gli saracini tengono questo reame, e un'altra maniera di gente, che sono cordiani. Le due magior città che sieno in questo reame sono Serra e Carima. Apresso a questo è il reame di Giorgia, il qual comincia verso oriente a una montagna grande, chiamata Absor, ove stanno diverse gente e diverse nazioni, e chiamono il lor paese Allano. Questo reame si istende verso Turchia, e verso il gran mare, e verso il mezzo dì, e confina colla grande Armenia.

DEL REAME DI GIORGIA, E DEL REAME DI ABTHAS, E DELLA PROVINCIA DI BONAVISON, NELLA QUALE È UNA COSA MOLTO MARAVIGLIOSA, E DELLE GENTE CHE IVI ABITONO.

In questo paese sono due reami, l'uno è questo Giorgia, e l'altro è il reame di Abthas, e tutta via sono tuta duo e paesi cristiani, ma quello di Giorgia è sotto posto al Gran Cane. Il reame di Abthas è più forte paese, e àssi vigorosamente e fortemente sempre difeso contro a qualunque l'à assalito e non fu mai sottoposto ad alcuno. In questo reame di Abthas è una grande maraviglia, perchè v'è una certa provincia, la quale circunda tre giornate, ed è chiamata Bonavison, ed è tutta coperta di tenebre sanza alcuna chiarezza, sì che niun può sapere che cosa vi sia, e niuno vi ardisce d'entrare; ma quegli del paese dicono, che alcuna volta ànno udite voce di gente [gridare] e cavagli anitrire, e galli cantare; e sassi bene di certo, che vi stanno gente, ma non si sa che gente. E dicesi, che queste tenebre vennono per divin miracolo, perchè fu già uno imperadore di Persia, malvagio uomo, chiamato Sauro. Costui perseguitava tutti e cristiani per istringelli e per fagli sacrificare agli suoi idoli, e cavalcava a oste bandito per confondere tutti gli cristiani. In quello paese dimoravano molti cristiani, i quali, lasciando i loro beni, volevano fuggire in Grecia. Essendo pervenuti in un piano il qual è chiamato Imegon, ivi venne incontro il malvagio imperadore coll'oste suo per una valle, per distruger tutti questi cristiani. Li cristiani, vedendo questo, si missono inginochioni, e feciono prieghi a Dio, e di subito venne una nuvola tanto fonda e spessa, che coperse lo 'mperadore coll'oste suo per sì fatto modo, che non poterono andare inanzi nè a dietro. E così questi stanno fra le tenebre, che mai poi n'uscirono; e i cristiani n'andorono dove a lor piacque, e li inimici loro stettono confusi sanza fare colpo. E possono bene dire: A Domino factum est istud, et est mirabile in oculis nostris. Però che un grande miracolo fu questo, che Dio fece per loro, sì come apare di presente per la cagione predetta; sicchè tutti e cristiani doverebono per questo esser più divoti del nostro Signiore che non sono; però che sanza dubbio, se non fussi la malvagia gente e i peccati de' cristiani, egli sarebono signiori di tutto el mondo; chè la bandiera di Giesù Cristo è sempre spiegata e aparechiata per ogni uno suo buon cristiano e servidore per aiutarlo; sì che per uno valente uomo amico di Dio, ne sconfondorebe mille cattivi, come dice David nel Salterio: Cadent a latere tuo mille et decem millia a dextris tuis: Ad te autem non apropinquabit. Et in altro luogo: Quoniam persequebatur unus, mille et duo fugarunt decem millia (sic). E come può essere, che uno ne cacci mille, David profeta dice: Sequendo quia manus Domini fecit omnia (sic). Il nostro Signior dice per la bocca del profeta: Si inimicis meis ambulaveritis super tribulantes vos mississem manum meam (sic). Sì che noi vegiamo apertamente, che se noi vogliamo esser buoni, niuno poterebe durare contra di noi. Item, fuora di questa terra tenebrosa è una gran riviera, la quale dimostra segniale, che dentro stanno gente, ma niuno vi vuole stare, nè dimorare, nè entrare per vedere. E sapiate, che in questo reame di Giorgia e di Abthas e della piccola Armenia, vi sono uomini cristiani e ben divoti, perchè si confessono e comunicono ogni settimana una volta o due; e molti vi sono, che si comunicono ogni dì, e noi di qua non lo facciamo punto, quantunque San Paolo lo comandi, dicendo: Omnibus diebus dominicis ad comunicandum hoc est tempus: egli el custodiscono, e noi no.

DELLA TURCHIA E DELLE PROVINCE CHE VI SONO, E DI CALDEA, DI MESOPOTAMIA, E DI MOLTE COSE CHE LÌ SI TRUOVONO.

Item, apresso questo paese di qua, è la Turchia, la quale confina colla grande Armenia e colla piccola. La Turchia à molte province; Chomana, Capadocia, Sarra, Bricca, Chessa, Chompitam, Gea, Comana, Nachi; e in ciascuna città di queste province son molti buon cristiani. La Turchia si distende infino alla città de Stachala, la quale siede sopra el mare di Grecia, e confina con la Soria. Soria è gran paese e buono, come di sopra è detto; e ancora dallato di sopra verso il Reame di Caldea, il quale si distende dalle montagne di Caldea inverso oriente, infino alla città di Ninive, che siede sopra alla riviera di Tigris; e di largheza comincia verso Bissa a la città di Marga; e sì si distende fino mezzo dì infino al mare occeano. In Caldea è il paese piano, e poche montagne e fiumane vi sono. Da poi è il reame di Mesopotamia, il qual comincia a li confini di Giorgia, a una città chiamata Mossella, e sì si stende verso occidente infino al fiume di Eufrates, e poi sì si stende verso una città chiamata Roais: di largo tien dal monte d'Armenia infino a' diserti d'India minore. Questo è un buon paese e piano, ma son poche riviere. In questo paese non sono se non due montagne, l'una chiamata Simar, l'altra Lison, e confina questo paese col reame di Caldea e col reame di Arabia. Ancora, verso le parti meridionali, sono molti paesi, molte terre e molte regioni. Prima si è la terra di Etiopia, la quale confina verso oriente con gli gran diserti, e verso occidente con gli reami di Nubia, e verso mezzo dì col Reame de Mortagna, e verso Bisa con lo mare rosso. In questo paese son molte genti con molti reami: dipoi si è Mortagnia. Da Etiopia, infino a l'alta Libia, giace tutto questo paese di lungo el mare occeano verso el mezzo dì; e in questi paesi son molti reami, e confina da l'altra costa con Nubia, la quale confina colle terre sopradette, e co' diserti d'Egitto: li nubiani sono cristiani. Dopo Egitto, del qual di sopra ò parlato, è l'alta Libia e la bassa Libia, la qual discende a basso verso il gran mare di Spagna, ne la quale sono i reami di Seoth, Taramensa, Tunisi, Cartagine, Buglia, Algarba, Bellamarina, Montefiore, e molti altri reami, e molte altre diverse gente.

DEL PAESE DI CADISSA E DELLE COSE CHE IVI NASCONO, E DELLI MONTI CASPI, NEI QUALI SONO RINCHIUSI E GIUDEI, E DI MOLTE ALTRE COSE.

Io v'ò iscritti di molti paesi che son di qua dallo grande reame di Catai, i qua' molti paesi ubidiscono al Gran Cane; ora farò discrizione, seguendo, d'alcuni altri paesi e d'alcune isole che sono di là. E dicono, che passando tutta la terra di Catai, verso l'alta India e verso Bacaria, si passa poi per una regione chiamata Cadissa, la quale è paese molto grande e bello. E ivi crescie una region di frutti a modo che carobe, ma assai più grossi: e, quando sono maturi, si fendono pel mezzo, e truovasi dentro una bestiuola in carne e in ossa e in sangue, a modo d'un piccolo agnello sanza lana, sì che si mangia insieme col frutto: e questo frutto è di gran maraviglia e di grand'opera di natura. Niente di meno io dissi ad alcuno del paese, che io non tenevo questa opera per gran miracolo, però che son così alberi (sic) nel nostro paese, de' quali e frutti sono uccegli; e ancora ne sono in altre parte, che nelle nocciuole è il vermine, che è animal sensitivo, benchè non abia ossa. Ivi son pomi di buono odore e sapore, lunghi, de' quali ne sta insu nun ramo più di Cº., e tanti insu un altro ramo; e ànno foglie grande e lunghe un piede e più, e un altro piede e più larghe. In questi paesi e in altri, quivi intorno, crescono molti alberi, che fanno chiovi di gherofani e noce moscade e grosse noce d'India, e altre spezie. Ivi sono vigne che fanno grapoli de uva sì grandi, che uno uomo arebe affanno a portare una palmetta[47] co' grappoli. In questa medesima regione sono e monti Caspii, chiamati Uber: alcuni di quegli del paese gli chiamono Gothet e Magoth. In questi monti sono ancor serrati i X. tribi d'Israel co' loro Re, nè uscir possono. Ivi furono rinchiusi per lo Re Alessandro con XXII. Re di corona col popol loro, el quale sta ne le montagnie di Scizia; e infra questi monti Caspii dal detto Re furono incalzati. Vedendo il Re Alessandro che non gli poteva rinchiudere per opera degli uomini suoi, come e' credeva, pregò lo Idio di natura, che gli volessi aempiere quello che aveva cominciato; e quantunque non fusse degnio d'esere esaudito, non dimeno Dio, per la sua grazia, chiuse e monti insieme, sì che quivi stanno serrati intorno da altri monti; salvo che da uno lato, dal quale è il mare Caspio. Potrebono domandare alcuni: poi che 'l mare è da uno lato, perchè non escon egli, e vadino dove a lor piace? A questo rispondo, che questo mare Caspio esce fuori di terra di sotto a questa montagna, e corre pe' diserti da una costa di quel paese e si stende infino a' confini di Persia; e quantunque sia chiamato mare, non dimeno non è però mare, nè rocca d'altro mare[48], anzi è un lago magiore del mondo. E quantunque e' si mettessino in questo mare, non saperebbono dove arrivare; però che non sanno altro linguaggio, che il loro propio; e però non si metterebbono a uscire. Ma non crediate però, che siano quegli proprio che incalciò il Re Alessandro, ma sonvi quegli che son discesi di loro, però che quegli non sarebbono vissuti tanto tempo. E sappiate, che gli Giudei non ànno terra propria in tutto el mondo, se non quella fra quegli monti; e anco di quella rendono tributo alla Reina d'Amazonia, la quale fa molto ben guardare quegli monti, acciò che non eschino, perchè la terra sua confina con quegli monti. Alcuna volta aviene, che alcuno giudeo sale su per quegli monti, ma la moltitudine non vi potrebe montare, nè dismontare, perchè e monti sono sì aspri, forti e alti, che a malgrado loro vi possono stare, perchè non ànno uscita da parte alcuna, salvo che per un piccolo sentiero e stretto, el qual fu fatto a mano per forza, e dura forse quatro leghe e è tutta terra diserta, dove per niuno ingegno si può trovare acqua. Per la qual cagione non vi si può abitare; e sonvi tanti dragoni e serpenti e altre velenose bestie, che non vi si può passare, salvo per grande verno; e chiamasi questo passo Olirem: e questo fa guardare la reina d'Amazonia. E se pure alcun ne esce, non sanno altro linguaggio, che 'l suo, e non sanno parlare con altra gente che si truovino; ma dicesi ch'egl'usciranno al tempo d'Anticristo. E per questa cagione tutti e giudei che son dispersi per tutte l'altre terre, imparano il parlare ebreo a speranza, che que' de' monti Caspi escino fuori e egli si possino intendere co loro: e questi conduceranno quegli per cristianità, per distruggere e cristiani; imperò che gli giudei di qua dicono, che egli sanno per profezie, che quegli de' monti Caspii usciranno e spargeransi pel mondo. E così, come e giudei sono stati sotto posti a' cristiani, così e cristiani saranno sotto posti a' giudei. E se voi volete sapere a qual modo e' troveranno uscita, sicondo che io ò inteso, io vel dirò. Nel tempo d'Anticristo sarà una volpe, la quale arà una tana in quel luogo, dove il Re Alessandro fece fare una delle porte; e tanto anderà questa volpe cavando e perforando la terra, che ella passerà oltre questa terra verso questi giudei; e quando e' vederanno queste volpi, forte si maraviglieranno; però che e' non vidono mai sì fatta bestia, e però che d'ogni bestia ànno con loro, salvo che delle volpi. Allora cacceranno questa volpe e seguiteranla tanto, che enterrà nella sua tana; e egliono v'anderanno drieto, perseguitandola infino alla tana tanto, che egliono troveranno le porte, che fece fare il Re Alessandro, di pietre grosse. Queste pietre romperanno, e a questo modo troveranno uscita.

DELLA TERRA DI BACARIA, E DI CERTE ARBORE CHE FANNO LANA; E DELLA GROSSEZA DEL GRIFONE, E D'ALTRE COSE CHE LÌ SONO.

Da questo paese si va verso la terra di Bacharia, dove sono malvage gente e crudeli; e in questa terra sono alberi che fanno lana come fanno le pecore, de le quale si fa drappi per vestire. In questo paese son molti ipotami; altri gli chiamono centauri. Queste son bestie che conversono alcuna volta in acqua, e alcuna volta in terra; e sono d'uomo e di cavallo[49], e mangiono le gente, quando ne possono pigliare. E ivi sono riviere che son tre volte più insalate del mare; e ivi sono più grifoni che in altre parte. Alcuni dicono che i grifoni ànno corpo di lione a dietro, e d'aquila dinanzi; dicono il vero, perchè son fatti di così fatta forma. Ma il grifone à il corpo maggiore e più forte, che non è otto lioni di qua, e à più grandeza e fortezza, che cento aquile; imperò che porta al suo nido volando un gran cavallo co l'uomo di sopra, se lo truova; o vero due buovi legati insieme, almodo che si legono al carro; perchè egli ànno alie e unghie dinanzi così grande e lunghe, come sono corna di bue e di vache; delle quali si fanno vasegli per bere, a modo che di corna di bufoli; e delle coste delle penne dell'alie, se ne fanno di grandi archi per saettare.

DELLA POSSANZA DEL PRETE GIOVANNI, E DELLE GENTE E NAZIONI E REAMI CHE GLI SONO SOTTO POSTI, E DEL CAMINO CHE SI FA PER ANDARE IVI, E DELLE RICHEZE E PIETRE PREZIOSE CHE SONO IN QUELLE PARTE.

Di là si va per molte giornate per le terre del prete Giovanni, el grande imperadore d'india, a un reame, el qual si chiama Avison, o vero la isola di Pontesoro. Questo Presto Giovanni à molte gran terre, e molte buone città, e molte ville e buone isole, diverse, grande e larghe, nel suo reame, perchè questo paese de India è tutto partito per isole, per cagione de' gran fiumi che vengono dal paradiso terresto, e quali partono la terra in molte parte: il simile in mare vi sono molte isole. La migliore città dell'isola di Pontesoro è chiamata Nisa, la quale è città reale molto nobile e molta rica. Il prete Giovanni à sotto di lui molti Re, molte isole, e molte diverse gente; e il suo paese è molto buono e rico, ma non però sì rico, come quel del Gran Cane per li mercatanti che non vanno così là comunemente per comperare mercatanzie, come fanno nella tera del Gran Cane, perchè il paese è troppo lontano, e eziandio perchè egli truovono nell'isola di Catai seta, spezie, drappi d'oro, e tuto quel che fa bisogno. E quantunque egli avessino migliore mercato ne la città del prete Giovanni, non dimeno e' dubitono de la lunga via e degli gran pericoli che sono in quel mare, perchè in quel mare, in molti luoghi, sono molti scogli, e assai sassi di calamita, che tira a sè il ferro co la sua propietà; e per questo non passa nave dove sia chiovi o bandelle di fero. Questi sassi di calamita, per sua propietà, tirono le nave e mai più di lì non si posono partire. Io medesimo vidi in quel mare, di lungi a modo d'una isoletta, ove erano alberi, spine e pruni in quantità; e dicevono e marinai, che ciò erano nave, che quivi erono restate pei sassi de la calamita; e perchè erono marcite, lì erono cresciuti questi alberi, spine, pruni e altre erbe, che vi sono in gran quantità. Questi sassi vi sono in molti luoghi in quele parte, e però non v'usano passare mercatanti, se egliono non sanno molto bene la via, e se e' non ànno buono guidatore. E ancora temono la via molto lunga, sì che adunque e' vanno più presto a l'isola di Catai, e lì pigliono ciò che vogliono: la quale è più presso; e non è però così presso, che non si peni XI. o XII. mesi a andare da Vinegia, o da Genova insino a Catai. E ancora la terra del prete Giovanni è più dilungi di molte giornate; e' mercatanti, che vanno di là, passono per Persia, e vanno per una città chiamata Hermopoli, perchè Hermes filosofo la edificò. Poi passono un braccio di mare, e vanno a una gran contrada, o vero città, che si chiama Cobach; e ivi truovono ogni mercatanzia e papagalli, e, a modo che di qua, l'allodole. E se e mercatanti vogliono passare oltre, e' possono andare sicuramente. In quel paese à poco fromento e orzo, imperò mangiono riso, miglio, latte e formagio, o vero frutte. Questo prete Giovanni piglia tutta via per moglie la figliuola del Gran Cane, e 'l Gran Cane piglia tutta via per moglie la figliuola del prete Giovanni. Ancora, ne la tera del prete Giovanni, sono molte diverse cose, e molte pietre preziose, sì grande e sì grose, che ne fanno vasegli, piattegli, scodelle, taglieri e molte altre maraviglie, che sarebe cosa lunghissima a scrivere. Ma d'altre isole principale del suo stato e delle sue legge iscriverò alcuna cosa.

Questo imperadore, prete Giovanni, è cristiano, e così è gran parte del suo paese; ma tutta via non ànno gli articoli della fede che noi, e credono nel Padre e nel Figliuolo e nello Spirito Santo. Egli sono molti divoti e leali l'uno co l'altro, e non si curono di baratterie, nè di cautele, nè d'alcune fraude. Egli à sotto lui LXXII. provincie, che tutte gli dànno trebuto, e ciascuna provincia à uno Re. In suo paese sono molte maraviglie: ivi è il mare arenoso, el quale è tutto di rena e di granelle sanza gocciola d'acqua, e fa grande onde, fluendo e refluendo, a modo che fa l'altro mare, e mai per niun tempo non posa nè sta quieto. Niuno può passare questo mare nè con nave, nè con altro ingegno; e però non si può sapere che terra sia oltra questo mare. E quantunque non vi sia punto d'acqua, non dimeno si truova di molti pesci alle fiumane d'altra maniera e d'altra fazione, che non sono quegli dell'altro mare; e sono di buono gusto e dilicati a mangiare. E, a tre giornate dilungi a quello mare, vi sono gran montagne, delle quali escie fuori un fiume, il qual viene dal paradiso terresto; ed è tutto di pietre preziose, sanza acqua, e corre a basso pel diserto a grande onde, a modo che fa el mare arenoso, e finisce in questo mare, e ivi si perde. Questo fiume corre a questo modo tre volte la settimana, e mena seco di molte grosse pietre del monte, che fanno gran romore: e subito, come sono entrate nel lor mare arenoso, più non si veggono e perdonsi. Queste tre giornate che corre, niuno ardirebe d'entrarvi, ma negli altri dì vi s'entra. Item, oltre a quel fiume, più inanzi nel diserto, v'è un gran piano arenoso; e, tralle montagne, è questo piano. Ogni dì, quando si leva el sole, cominciono a crescere albucegli piccoli, e crescono infino a mezzo dì, e fanno frutti; ma niuno s'ardisce a pigliare di questi frutti, perchè sono a modo di cosa afatata; e, dopo mezzo dì, discrescono e entrono in terra, sì che al calare del sole più non si veggono: e così fanno ogni dì; e questa è una grande maraviglia. In questi diserti sono molti uomini salvatichi, cornuti e spaventosi; e' non parlono, ma rughiano a modo che' porci. Ivi è gran quantità di papioni, cioè cani salvatichi qui sono molti pappagalli, che gli chiamono, in suo linguaggio, parsistat: ve ne sono alcuni, che parlono di sua natura e salutono le gente che vanno pe' diserti; e parlono così perfettamente, quanto se fussi un uomo: quegli che parlono bene ànno la lingua larga, e ànno sei dita. Un'altra ragione v'è, che non ànno altro che tre dita per piede: questi parlano poco o nulla, e male s'intendono, e non fanno se non gridare.

DEL MODO CHE TIENE IL PRETE GIOVANNI QUANDO CAVALCA CONTRA' NIMICI, O VERO PER LA TERRA; E DEL PALAZO SUO, E DE L'ORNAMENTO DELLA SUA CAMERA.

Quello imperadore, prete Giovanni, quando lui va contro al Gran Cane in battaglia, o vero contra alcuno de' confinanti, egli non porta stendardo nè bandiera innanzi a sè, ma fa portare XIII. croce grande e alte d'oro fine e di pietre preziose. Ciascuna croce è posta in un carro e guardata da più di cento mila uomini a piè[50]. A modo come di qua si guardono gli stendardi. A tempo di guerra questo numero di gente è sanza oste prencipale e sanza le schiere ordinate in battaglia. E quando e' non fa guerra e cavalca con privata compagnia, non fa portare innanzi a lui altro che una croce semplice, di legnio, sanza dipintura, e sanza oro e pietre preziose, per memoria che Giesù Cristo sofferì morte sopra a una croce di legnio. Il simile, fassi portare innanzi un piattello d'oro, pieno di terra, a memoria, che la nobiltà di sua persona e possanza delle sue carne diventeranno e torneranno in terra; e fassi portare altri vasegli d'ariento, ne' quali sono gioegli d'oro e di pietre preziose, in segnio della sua signioria e della sua gentilezza e della sua possanza. E' dimora comunemente nella sua città di Susa, e ivi è il suo principale palazzo, el quale è sì rico e sì nobile, che non si poterebe dire nè istimare. E di sopra della maestra torre del palazzo sono due pomi d'oro; in ciascun di quegli sono due carbonchi grandi e larghi, che lucono molto chiaro di notte. Le porte principali di questo palazzo sono di pietre preziose, che si chiamano sardonio; e le ricamature delle porte d'intorno, e le sbarre e le traverse sono d'avorio: le spere della sala e della camera sono di cristallo. Le tavole dove mangiono, alcune sono di smiraldi, alcune di matiste, e altre di pietre preziose; e sono ornate d'oro. E trespoli di queste tavole sono di quelle medesime pietre; e' gradi, dove si saglie al trono dove lui siede, l'uno è di onice, l'altro è di cristallo, l'altro di diaspro verde, l'altro di amatiste, l'altro di sardonio, l'altro è di cordellino; l'ultimo, sopra lo quale lui tiene i piedi, è di grisolito; e tutti questi gradi sono d'oro fine, ornati e lavorati di pietre preziose e di perle grosse d'oriente. Le parte della sedia sono di smeraldo, e ornata d'oro molto nobilmente e d'altre pietre preziose e perle grosse. Nella sua camera sono colonne d'oro fine con pietre preziose e con molti carbonchi, e quali rendono di notte gran chiarezza; e quantunque gli carbonchi luchino, non dimeno arde tutta via uno vasello di cristallo pieno di balsamo, per dare buono odore, e per cacciare l'aire cattivo. La forma del suo letto è tutta di fine zaffiro bene adornato d'oro, però che el zaffiro fa bene dormire e rifrena la lussuria, perchè non vuole giacere colle sue moglie altro che quattro volte l'anno, sicondo le quattro stagioni; e questo fa solamente per generare. E nella città di Nissa si è un bel palazo e molto nobile, nel quale sta quando gli piace; ma quivi non è aere così temperato, come a Susa. In tutto il suo paese non si mangia altro che una volta el dì, come fanno a la corte del Gran Cane; e nella sua corte mangiono ogni dì più di XXX. mila persone, sanza quegli che vanno e vengono; ma quegli XXX. mila di suo paese e del paese del Gran Cane, none spendono tanto bene, quanto farebono nel paese di qua XII. mila.

DELLI SERVIDORI DEL PRETE GIOVANNI, E DEL MODO CHE LORO TENGONO IN SERVIRLO.

Questo prete Giovanni à sempre, insieme con lui, un Re per servirlo. Gli Re si partono a mesi, e sì si mutano l'uno l'altro; e, insieme con questo Re, sempre sono LXII. duchi e CCCº. XL. conti. Nella sua corte mangiono ogni giorno XII. arcivescovi e XX. vescovi e il patriarca di san Tommaso; e così, come el papa, li arcivescovi, vescovi e abbati in quello paese son Re; e ciascuno de' gran signiori sanno ben di che debon servire. L'uno è maestro dell'ostello, l'altro è camerieri, l'altro serve di scodelle, l'altro di tazze, l'altro è siniscalco, l'altro è maniscalco; e, gradati, ciascuno à l'uficio suo; e a questo modo egli è molto nobilissimamente servito. La sua terra, per larghezza, à quatro mesi di giornate; e dilungi, sanza misura; perchè lui tien gran parte delle isole sotto terra, che noi diciamo, che sono di sotto a noi.

D'UNA ISOLA CHIAMATA MILSCORACH, NELLA QUALE STAVA UNO UOMO MOLTO CAUTO, CHE AVEVA FATTO UNO PARADISO; E DELLE COSE MARAVIGLIOSE CH'ERANO IN QUESTO PARADISO, E COME FU DISTRUTTO COSTUI.

Item, allato a l'isola di Pontesoro, sì v'è una grande isola lunga e larga, che si chiama Milscorach; ed è ubbidiente al prete Giovanni. In questa isola è grande abundanzia di beni; ivi soleva essere uno ricco uomo, non è molto tempo, el quale si chiamava Gatalonabos, uomo molto liticoso e cauteloso[51]. Costui aveva una montagna con un castello sì forte e sì nobile, quanto si potessi dire. Egli aveva fatto murare tutta la montagnia nobilmente, e, dentro a questi muri, erono i più begli giardini che si potessino trovare e avere. Quivi aveva fatto piantare ogni cosa buona e odorifera, e tutti gli alberi e l'erbe che fanno nobili fiori e che si posson trovare e avere; e sonvi ora molte belle fontane allato, alle quali avevavi fatto fare molte belle sale con belle camere, tutte dipinte d'oro e d'azzurro, e aveva fatto fare molte e diverse truffe di istorie: quivi aveva uccegli, che si movevono e cantavono con ingegni, come fussino vivi. In questo giardino aveva posto d'ogni ragione di gente e di bestie, che aveva potuto avere, i quali potessino piacere e dilettare a l'uomo per il tocare e per guardare. Ivi aveva poste le più belle fanciulle di età di XIIII. anni, che aveva potuto trovare, e i più begli giovinetti di simile etade; ed erono tutti vestiti di drappi d'oro; e diceva, che erano angeli. Costui aveva fatte fare tre belle fontane e nobile, tutte intorniate di pietre preziose e di perle, con certi condotti sotto terra; sì che, quando voleva, faceva per l'uno correre latte, e per l'altro vino, e per l'altro mele: questo luogo lui lo chiamava paradiso. E quando alcuni giovani valenti, prodi e arditi venivono a veder costui, gli menava a vedere il suo paradiso, e mostravagli le diverse cose, gli piaceri, e gli diversi canti degli uccegli, e le belle fanciulle, e le belle fontane di latte, e di vino, e di mele, e faceva sonare diversi strumenti musici e cantici in una alta torre, sanza veder quegli che sonavono: e diceva, che quegli erono angeli di Dio, e che quel luogo era il paradiso, che Idio aveva promesso alli amici suoi, dicendo: Dabo vobis terram fluentem, lac et mel. Dopo che gli aveva mostrato tutte queste cose, gli dava una bevanda; di che subito s'imbriacavono; e così ubbriachi, gli parevono quelle cose più grandi. Allora costui gli diceva, se egliono volevono murire per amor suo, che, dopo la morte, e' verrebono in questo paradiso, e si troverebono della età di queste fanciulle; e sempre sollazzerebono con quelle, e sempre si troverebono quelle fanciulle pulzelle, e che poi gli metterebbe in un altro paradiso più bello assai, dove vederebono visibilmente Idio di natura, nella sua maestà e gloria. E allora questi giovani, che più altro non sapevono, si offerivono a lui far tutti i suoi voleri. Da poi lui gli diceva, che eglino andassono al tal signiore, il quale era suo contrario, e confortavagli, che non temessino punto di farsi uccidere, per lo amore di lui; imperò che gli metterebe, dipoi la morte loro, in un altro paradiso, cento volte più bello; e ivi starebbono sempre con le più belle damigelle. E per questo modo e giovani uccidevono gli signiori del paese, e loro propii si lasciavono uccidere a speranza d'andare a quel paradiso. E in tal modo quello vechione, con sue cautele e sagacità, si vendicava degli aversari suoi. Quando gli uomini possenti di que' confini si furono aveduti di ciò, e conobono la malizia, e la cautela, e la cattività di quel vechione, sì lo distrussono, e sì distrussono tutti i begli luoghi, e tutte le nobilità che erono in quel paradiso. E luoghi vi sono ancora delle fontane e delle altre cose, ma le richezze non vi sono rimase, e non è gran tempo che il luogo fu distrutto.

DELLA VALLE PERICOLOSA, DOVE STANNO DIAVOLI, E DELLE COSE PAUROSE CHE SI TRUOVONO IN QUESTA VALLE PERICOLOSA.

Allato a questa isola di Milscorach, dalla sinistra parte, verso la riviera di Frison, si è una maravigliosa cosa, cioè una valle fralle montagne, che dura circa a IIII. leghe. Alcuni la chiamono la valle di montagnia[52], altri la chiamono la valle pericolosa. In questa valle si vede e ode di gran tempeste e di gran voci e spaventevoli. Ogni giorno e ogni notte è gran romore, e gran suoni di tamburini, di nachere e di trombe, come sempre vi fusse nozze. Questa valle è tutta piena di diavoli e stanno tutta via; e dicesi, che è una delle entrate dello inferno. In questa valle è molto oro e molto ariento, per li quali molti infedeli e cristiani entrono spesso, per pigliar tesoro; ma pochi ne ritornono, e spezialmente degli infedeli più che dei cristiani, chè per avarizia vi vanno; però che subito sono da' diavoli strangolati. Nel mezzo di questa valle, sopra un sasso, v'è una testa col viso d'un diavolo, orribile a vedere, e non si vede altro che la testa insino alle spalle. Ma io non credo, che sia uomo al mondo, sia chi si vuole, tanto ardito, nè tanto sicuro, che guardandolo, non abbia tanta paura, che gli par venir meno, tanto è spaventoso a vedere, e sì taglientemente[53] riguarda le persone! e à gli ochi tanto orribili e sfavillanti, che per certo è gran maraviglia! e cambia e trasmuta spesso la sua maniera e la sua continenzia, e per così fatto modo, che niuno la può perfettamente riguardare una volta pure, o appresso o di lungi. E da quella n'esce fuori fuoco e fiamma con tanta puzza, che a pena niuno la può sofferire. Ma tutta via e buoni cristiani, e quali sono in buono stato e fermi nella fede, v'entrono bene sanza pericolo. Niente di meno non sono però sanza gran paura, quando e' vegono visibilmente e diavoli d'intorno a loro; e egli gli fanno di molti assalti e minacci, in aria e in terra, di colpi di tuoni e di tempesta; e tutta via l'uomo teme che 'l nostro Signiore non faccia vendetta di quel che è contro a la volontà sua. E sapiate che, quando io e li miei compagni fumo in questa valle, noi entramo in gran pensieri, se noi dovessimo mettere e corpi nostri in ventura, e entrare nella difesa di Dio. Alcuni de' compagni s'accordavono, e altri erono al contrario, ma dua valenti uomini, frati minori, che erono di Lombardia, dissono, se v'era alcuno di noi che vi volessi entrare, che si mettessino in buono stato, et egli enterrebono con loro. Quando questi frati ebono così parlato, sopra la fidanza di Dio e di loro, noi gli facemo dir messa, e sì ci confessamo e comunicamo e entramo noi e XIIII. compagni. Ma allo uscire, non ci trovamo se non VIIII, nè mai più potemo sapere, se i nostri compagni fussin perduti, o ritornassino indietro. Ma, fussi come si volesse, noi non gli vedemo mai; ed erono due greci e tre spagnuoli. Il resto de' compagni non volono entrare, anzi se n'andorono per una altra costa, per esere inanzi, come furono. E in questo modo noi passamo la detta valle; e ivi vedemo di molti beni, oro e ariento e pietre preziose e molti gioielli in gran quantità di qua e di là, come a noi pareva. Ma non sapiamo noi però, s'egli erono veri, però che 'l diavolo è tanto sottile, che spesse volte fa parere quel che non è, per ingannare la gente; e per questa cagione io non volli tocar cosa che io vedessi, e perchè non mi volevo levare dalla mia divozione; imperò che io ero in quela ora molto divoto per paura, perchè io vedevo molte brutte figure, e per la moltitudine de' corpi morti, che io vedevo giacere per tutta la valle; che se vi fussi stato una battaglia, non vi doveva essere tanti morti quanti erano in quella valle, che certo era una oribil cosa e spaventosa a vedere! Io mi maravigliai molto, come e in che modo v'erono tanti corpi morti, e come e corpi erono così interi; perchè pareva che di nulla fusson putrefatti. Io credo, che e diavoli gli facessino parere così interi, però che, sicondo el mio giudicio, non potrebe essere che tanti nuovamente vi fussino entrati, nè che vi fussino cotanti morti, che non puzasono. Molti ve n'erono in abito di cristiani: io credo che fussino ingannati, per la troppa avarizia, perchè e' disideravono del tesoro che e' vedevono, o vero perchè ebbono il quore debole, e non poterono soferire la puzza, sì che per tanto noi eravamo più divoti. E questa valle à assai bella entrata, ed è bella nel cominciamento, e va la via sempre calando infra e sassi, torcendosi or qua e or là, ed è assai chiara infino a mezza lega, e poi l'aria comincia a esere spessa, a modo che è tra giorno e notte. E quando noi fumo caminati bene una gran lega, l'aria era tanta spessa e scura, che noi non potavamo vedere, se non come di notte, quando non lucon le stelle. Poi noi entramo in tutto ne le tenebre, le quali durono bene una lega; e quivi avemo molto che fare e sofferire, e credavamo certamente essere tutti perduti. In questo punto noi eravamo tutti religiosi; e se alora ognun di noi fussimo fatti signori di tutto el mondo e di tutta la terra, aremo ogni mondana cosa volentieri renduta, pur che noi fussimo stati fuori di quegli pericoli; imperò che veramente noi non credavamo mai portare novele al mondo di queste tenebre. Fumo noi tutti abattuti più di mille volte, e in molte maniere noi non eravamo così tosto ridirizati, che subitamente noi eravamo riabbattuti. Ivi erono grande multitudine di bestie, ma non potavamo vedere che bestie si fussono, ma istimavamo che fussino, al tocare, a modo di porci neri e di molte altre bestie, le quali corevono fralle nostre gambe, e sì ci facevono cadere una volta a ritto, l'altra volta a rovescio, e ora da uno lato, l'altra da l'altro; e talvolta era, che la testa andava giuso bassa, a modo che in una fossa. Alle volte noi fumo abattuti a terra per tuoni, alcuna volta per folgore, e tal volta per venti grandissimi: alcuna volta a noi pareva fussimo feriti nelle reni, e ora per traverso. Noi trovamo molti corpi morti sopra e quali noi passamo co' piedi; e quali, nel passare sopra loro, si lamentavano e piagnevono che li passassimo per adosso; e era una cosa terribile e spaventosa a vedere! Io credo certisimamente, che se noi non avessimo riceuto il Corpus Domini, che noi saremo rimasi quivi tutti e perduti. In questo luogo ebe ciascun di noi un segniale; perchè quivi fu ferito ciascuno di noi duramente per sì fatto modo, che stemo tutti strangosciati, a modo che morti, lungamente. Io non so come si fussi, ma in quela angoscia noi vedavamo spiritualmente molte cose, delle quale io non ardisco parlare, perchè e monaci, che rimasono insieme con noi, proibirono a noi, che non parlassimo di ciò cosa alcuna. salvo che di quelo che noi avavamo veduto corporalmente, per celare i grandi segreti del nostro Signiore Giesù Cristo. Noi fumo feriti in diversi luoghi, e in questi luoghi delle ferite, ognuno di noi aveva una tacca nera, di largheza d'una mano; l'un nel viso, l'altro nel petto, tale da un costato, e altri dallato. Io fui ferito nel collo per così fatto modo, che io mi credetti che 'l collo mi fussi separato dal corpo; e io n'ò portato il segniale, nero come carbone, più di XVIII. anni, e molte persone l'anno veduto. Ma poi che io mi sono ripentito de' miei peccati, e che io mi son posto a servire a Dio, sicondo la mia flagellità, questo segnio mi s'è convertito in niente, e ò in questo luogo la pelle più bianca che altrove; ma tutta via vi pare il colpo, e del continovo vi sarà, infino che l'anima nel corpo durerà. Per la qual cagione io non consiglierei alcuno che mai v'entrasse, però che, al parer mio, al nostro Signiore non piace punto che alcun v'entri. E quando noi fumo nel mezo di queste tenebre, noi vedemo quela spaventosa figura sotto a un sasso profondo: una volta pareva presso, e un'altra da lunga; e così ardenti e sfavillanti erano le fiamme del fuoco che gittava, che gli erano d'intorno, ch'era una cosa spaventosa a vedere. Ma noi non eravamo tanti arditi che 'l potessimo ben guardare; lui tutta via guardava noi: e ivi noi avemo gran paura, tal che noi venavam meno quasi in tutto, e poco vi mancò che totalmente non fossimo istinti. E così passamo oltre con gran fatica, tanto che abiamo passato queste tenebre. Quando noi rivedemo la chiareza, quantunque noi fossimo infino lì tormentati e tribulati da' nimici, e quali in ogni guisa ci avevono tribulati, pur noi ci consolamo assai. Io non saprei punto scrivere tutto quel che noi vedemo, perchè io ero molto atento a pregare per divozione, perchè fui molte volte battuto per venti, tuoni e per tempeste, ma tutta via ci aiutava Dio colla sua grazia e pietà: e in questo modo, per sua misericordia, noi passamo questa valle sanza danno di noi, che n'uscimo.

DI DUE ISOLE, NELLE QUALI ABITANO GIGANTI DI GRANDE STATURE, E FEMMINE TERRIBILE COME EL BASILISCO.

Appresso, oltre a questa valle, è una grande isola, che v'è giganti lunghi XXVIII. o vero XXX. piedi. Questi non portono altri vestimenti che di pelle di bestie sabatiche, le quali e' pongono sopra loro come si levano da dosso alle bestie, e non ànno pane, e mangiono carne cruda, e beono sangue; però che ànno assai bestiame; e non ànno case; e mangiono più volentieri carne umana che altra carne. In questa isola niuno v'entra volentieri, nè vi si apressa, però che se eglino vedessino una nave con gente dentro, e' mangerebono bene quelle genti. In un'altra isola di là da questa, sicondo che ci dicevono le genti di quel paese, v'erano assai giuganti magiori, come di grandeza XLV. o vero L. piedi, e altri vi sono lunghi L. gomiti; ma noi non gli vedemo punto, nè volontà avavamo d'aprossimarsi a quel luogo; imperò che niuno entra in quel paese, nè in altro, che non sia divorato. Fra questa gente son pecore così grande come sono buoi di qua, e ànno la lana grossa rispondente della grandeza. Io ò ben veduto di queste pecore molte volte, e molti sono stati veduti di questi giuganti pigliare la gente in mare, e portarne dua in ciascuna mano e andarli mangiando crudi. Un'altra isola è verso austro, dove sono molte crudele femine e malvage, le quale ànno pietre preziose negli orechi, e sono di tal natura, che se riguardono alcuna persona con ira, egli la uccidono solamente del guardare, a modo che fa il bavalischio.

D'UN'ALTRA ISOLA, E DELLA USANZA CHE TENGONO IN ISPOSARE LE LOR MOGLIE, E PERCHÈ NON DORMONO LA PRIMA NOTTE CON LORO, MA E' VI DORME UN ALTRO.

Un'altra isola v'è molto grande e molto buona e bene popolata, nella quale è usanza, che, la prima notte che lo sposo debe giacere co la moglie, e' fanno giacere un altro uomo con lei per dispulzellarla[54], e di ciò gli donono buon salario: e, per questo mistiero, in ogni villa sono certi valletti o vero servidori, i quali non fanno altro che questo; e chiamono questi in suo linguaggio cadeberia, e suona in nostra lingua, matto, disperato; però che quegli del paese riputono questo così gran cosa, e tanto pericolosa, cioè ispulzellare una femina, ch'a lor pare, che quegli che la dispulzellano si mettino a dubio di murire; e se la seconda notte e mariti non truovono le moglie dispulzellate per alcuna cagione, egli si lamentono del valletto, el quale non à fatto el suo dovere, non altrimenti che 'l servidore l'avessi voluto uccidere. Ma oltra la prima notte, da poi che sono dispulzellate, egli le guardano strettamente, che non ànno tanto ardimento che ardischino a parlare ad alcuno. Noi gli dimandamo per qual cagione e' tenevono sì fatta usanza: e' risposono, che, per dispulzellare femine, anticamente alcuni ne sono morti; però che eglino avevono serpi nel ventre. Per questa cagione e' mantengono questa usanza ancora; tutta via si fanno fare credenza del passo, prima che egli si menino alla ventura.

D'UN'ALTRA ISOLA, E DELLA USANZA CHE ÀNNO QUANDO NASCE UNO E QUANDO MUORE, E DEL RE DI COSTORO, E DELLA BUONA GIUSTIZIA CHE S'OSSERVA IN QUESTO PAESE.

Apresso è una grande isola, dove le femine fanno gran dolore quando nascono e figliuoli; e quando e' muoiono fanno grande allegreza e gran festa; e così morti gli gittono in un gran fuoco ardente. E quelle che amono i lor mariti, se gli lor mariti muoiono, egli si gittono nel fuoco con loro e li figliuoli, e dicono, che 'l fuoco gli purgherà da ogni immondizia e da ogni vizio, e puro e netto se n'anderà nell'altro mondo, e i mariti loro gli meneranno seco. E la cagione perchè lor piangono, quando e figliuoli nascono, e che fanno alegreza quando e' muoiono, si è, che dicono, che quando e figliuoli nascono, e' vengono nel mondo a la fatica, al dolore e a tristizia; e quando e' muoiono e' vanno al paradiso, dove ànno fiume di latte e di mele, e vivono in allegreza e in abundanza di beni, sanza dolore e sanza fatica. In questa isola si fa un Re per elezione, e non si elegge il più nobile, nè il più rico, ma tutta via si elege colui che è stato di buoni costumi e di virtù dotato, e che è di grande etade, e che non abia alcun figliuolo. In questa isola sono gl'uomini molto leali e molto diritti, e fanno diritto giudicio a ciascuno, così del grande come del piccolo, sicondo il delitto commesso. El Re di questa isola non può giudicare l'uomo a morte sanza el consiglio de' suoi baroni, e conviene che tutta la corte se n'accordi. E se 'l Re, lui medesimo fa omicidio, o vero commetta cosa da morte, conviene che muoia così bene, come farebe una spezial persona; non però che a lui sia messa mano, nè toccato, ma è divietato che niun sia tanto ardito che gli faccia compagnia, nè che gli sia parlato, nè che gli sia donato, nè venduto alcuna cosa, nè che uomo gli ardisca a servire, nè che li sia dato mangiare e bere; e in cotal modo gli conviene murire in miseria. Egli non perdonono ad alcuno che abia fallito, nè per amore, nè per favore, nè per richeza, nè per grandeza: a ognuno è fatto giustizia, secondo el loro delitto. Tra quelle isole v'è un'altra isola, dove è grande abundanzia di gente, le quali per cosa alcuna non mangerebono carne di lepre, nè di gallina, nè d'oca; e nondimeno molte ne notricono per vendere e solamente raguardare; e mangiono carne d'ogni altra bestia, e beono latte. In questa isola e' pigliono i lor figliuoli, le sorelle sue, li lor parenti per moglie; e se in una casa sono X. o XII. uomini, tutte le moglie loro sono comune a ognuno, sì che ogni uno dorme con chi gli piace, ma per una notte con una, e l'altra coll'altra; e il figliuolo è dato a colui che prima giace colla madre; e a questo modo non si sa di chi si sia il figliuolo. E per questo modo ànno un proverbio, che dice, che se egli notriscono e figliuoli d'altrui, e altri nutricono i suoi. In quella isola, e per tutta India, è gran moltitudine di coccodrilli, e quali sono una ragione di serpi, come ò detto di sopra, che abitono di notte nell'acqua, e di dì sopra la terra nelle grotte, o vero nelle cave di sassi, e non mangiono per tutto verno, e stanno in questo tempo freddo tra due terre (sic) umide, a modo che fanno l'altre serpi. Queste serpe, mangiando, muovono le mascelle di sopra, e non quelle di sotto, perchè in esse non ànno giunture.

COME NASCE EL COTONE, E DI MOLTE ALTRE COSE MARAVIGLIOSE E STUPENDE CHE SONO IN QUESTI PAESI.

In quello paese, e in più altri di là, eglino mettono a opera la semenza del cotone, e seminono ogni anno; e di quela nascono piccoli albucegli, e quali portono el cotone, del quale ànno grande abundanzia per tutto il paese. Per questo paese tutto, e in molti altri, v'è una ragione di legnio duro e forte, e carboni del quale accesi, sotto la cenere durerebono vivi uno anno e più. E questo albero chiamono ginepre, e somiglialo alquanto: à le foglie e à ogni propietà come el ginepro. Ivi sono ancora molti alberi di ebeno, e quali non posono per alcun modo ardere nè marcire. Ivi sono nocellari che portono noci grosse come el capo di un uomo. Ivi son molti oraflos in alberi: egli gli chiamono giefaris, o vero girifalchi. E ivi è una bestia alta a modo che un corsiero, e à el collo lungo circa XX. cubiti, e la groppa e le corna a modo che cervio. Questa bestia guarderebe sopra il tetto d'una casa, e chiamasi giraffa. In questo paese son molti camalioni, i qua' son piccoli a modo che chierons salvatichi, e vanno tutta via colla gola aperta per pigliare l'aere, imperò che e' vivono solamente de l'aere, e non mangiono nè beono alcuna cosa, e cambiono colore spesse volte, perchè alcuna volta si vegono d'un colore, e un'altra volta d'un altro, e si possono mutare d'ogni colore che vogliono, salvo che in rosso nè in bianco. Quivi sono serpenti grandi, grossi e lunghi 100. e 200. piedi; e sono serpi di molti e diversi colori, rossi, gialli, verdi, neri, tutti maculati; e son lunghi, qual cinque torse, tal IIIIº. E altre serpi ivi sono, che ànno le creste sopra 'l capo e vanno sopra piedi, alquanto diritti; e son ben lunghi quatro torse o più, e sono grossi e abitono tutta via nelle caverne de' sassi, e sempre stanno colla gola aperta, della quale a ogni ora li gocciola veleno. E ivi son porci di molti colori salvatichi, così grandi, come sono di qua e nostri buoi, e sono tacchellati, o vero traversati a modo che un cinghiale. Ivi sono spinosi, o ricci, grandi come di qua, e sono e nostri porci salvatichi. Ivi sono leoni bianchi tutti. Ivi sono altre bestie grandi come destrieri o più, gli quali chiamono toncherons, e quali ànno la testa nera e tre lunghe corna nella fronte, tagliente a modo d'una spada, e 'l corpo fievole; e cacciono e uccidono gli elefanti. Ancora vi sono altre bestie molto cattive e crudele, che non sono magiore che come è un vermine[55], e ànno la testa a modo ch'un cinghiale, e ànno sei piedi, e per ciascuno piede unghie larghe e tagliente, e ànno el corpo come el vermine, e la coda come lioni. Ivi sono oche tre tante magiori che le nostre di qua, e son rosse, e ànno la testa e 'l collo e il petto nero tutto. In questo paese, e altrove intorno, son molte altre ragione di bestie e molti diversi uccegli, i quali, volendo tutti iscrivere, sarebe cosa lunghissima.

DELL'ISOLA DI BRAGMANI, E DE LA LOR BUONA VITA, E D'UNA LEGIADRA LETTERA, LA QUAL MANDORONO AD ALESSANDRO MAGNIO.

Oltr'a questa isola è un'altra isola grande e buona e abondevole, ne la quale è buona gente e divota e di buona vita, sicondo la fede loro. E quantunque e' non sieno perfetti cristiani, e che e' non abino la lege compiuta, come noi, nondimeno egli di legge naturali son pieni e d'ogni virtù, e fugono ogni vizio e ogni malizia e ogni peccato, però che non son punto superbi, nè avari, nè accidiosi, nè invidiosi, nè golosi, nè lussuriosi. Egli non ànno alcun peccato, e fanno ad altrui quelo che e' vogliono che sia fatto a loro, e egliono adempiono tutti e X. comandamenti. Egliono non ànno cura d'avere, nè di richeza: egliono non dicono bugia per alcuna cagione, ma dicono semplicemente sì e no, perchè dicono, che quegli che dicono bugia e giurono, vogliono ingannare il suo prossimo, e però egli favellono e parlono sempre sanza giuramento. Questa isola si chiama terra di fede, e alcuni la chiamano l'isola Bragmani. Per mezo di questa isola corre una grande riviera, la qual si chiama Theba; e generalmente tutta la gente dell'isola, ivi intorno a questi confini, sono più leali e più diritti che non sono in alcuna parte del mondo. In questa isola non è ladroni, nè assassini, nè meritrice, nè mai vi fu morto uomo. Ivi son le gente così caste, e mantengono buona vita, come potrebe fare alcuno religioso: ogni dì digiunono; e perchè e' sono così leali e così pieni di buone condizione, e' non furono mai gravati di tempesta, nè di fame, nè di pestilenzia, nè di niuna altra tribulazione, come siamo noi di qua molte volte per li nostri peccati. Per la qual cagione e' pare che Dio gli ami, e abi a grado la lor fede e le lor buone operazione. E' credono bene in Dio, il qual fece e criò ogni cosa, e lui adorono, e non aprezono niuno onore terreno; e sono così diritti, e vivono così ordinatamente e così sobriamente nel mangiare e nel bere, che e' vivono molto lungamente, e molti di lor muoiono sanza che abino auto malizia alcuna; però che la natura gli viene a meno per vechieza. El Re Alessandro anticamente gli mandò a disfidare, perchè lui voleva guadagnare il lor paese; e e' mandorgli imbasciadori, e quali portorono lettere per parte del paese, che dicevono così: Re Alessandro, che cosa poterebe assai essere a colui, a chi tutto el mondo non basta? tu non troverai in noi quella cosa, per la quale tu ci debbi guerreggiare, perchè noi non abbiamo richezze alcune, nè disideriamo, perchè tutti e beni del paese qui sono comuni tra noi, e il mangiare e 'l bere è per lo sostenimento de' nostri corpi e la nostra richeza; e, in luogo di tesoro e d'oro e d'ariento, noi facciamo tesoro di concordia e pace e amore l'un coll'altro: in luogo di belle vestimenta pei nostri corpi, noi usiamo d'un cattivo panno per inviluppare le nostre carne, solamente quanto basta a difenderci dal freddo e coprire le segrete membra del corpo; e le nostre donne, o sia moglie, non si adornono per piacere, anzi terrebono per grande tristizia ogni aparechiamento che si facessi per abellire e per adornare el corpo, a ciò che paresse più bello, che Idio non l'à fatto di sua natura: elle non sanno e non si curono d'altra belleza, che di quella che Idio dette a la natura loro. La terra n'è aparechiata per due cose; la prima, per sostentazione, mentre che noi viviamo: e per la nostra sepultura dopo la nostra morte. Noi abiamo sempre avuto pace fin qui perpetuamente, della qual voi ne volete discacciare. Noi abiamo un Re, non già per fare giustizia, perchè fra noi non si truova chi commette pecato, ma noi l'abiamo per mantenere nobilità, e per mostrare, che noi siamo ubidienti; però che non à a fare, nè adoperare giustizia fra noi, perchè noi non faciamo cosa altrui, che non vogliamo che sia fatta a noi; sì che adunque a noi non potete voi torre alcuna cosa, salvo che la nostra buona pace, la quale è durata sempre fra noi. Quando el re Alessandro ebe letto questa lettera, si pensò, che tropo gran male sarebbe, se gli turbassi; e allora gli mandò una buona pace, e che e' non si dubitassino punto di lui, e che e' mantenessono la lor buona usanza e modo che usati erono.

DI DUE ALTRE ISOLE, CIOÈ MESIDRATA E GENOSAFFA, NE LE QUALI FU PROFETIZATO LA INCARNAZIONE DEL FIGLIUOL DI DIO; E D'UNA GENTIL RISPOSTA QUAL FECIONO AD ALESSANDRO MAGNO.

Due altre isole vi sono; una si chiama Mesidrata, l'altra Genosaffa, nelle quali sono così buone genti, leali e piene di gran fede, e mantengono el costume de l'isola sopra detta. In queste isole entrò Alessandro; e quando lui vide la lor buona fede e la loro lealtà, disse, che non gli graverebe punto che gli domandassono richeze o altre cose, che gli donerebe volentieri. E' risposono, che egli erono assai richi, poi ch'egli avevono da mangiare e da bere per sostenere il corpo, e che le richeze e' tesori in questo mondo nulla vagliono, nè vogliamo; ma se lui ci potessi donare, che noi non morissimo, e che fussimo inmortali, di ciò gli renderebono grazia e mercè. Re Alessandro rispose, questo non potrebe fare, chè lui era così mortale come erono loro. Egli dissono: per qual cagione dunque, se se' mortale, se' tu così rigoglioso e fiero e di vani pensieri, che vuoi sottomettere tutto el mondo a modo che tu fussi Dio inmortale? In termine alcuno non ài vita, nè ora, nè meza; e tu vuoi ragunare tutto l'aver del mondo, il quale in brieve tempo tu lascerai, almeno quando tu morrai; e in cotal modo quelo ch'è stato d'altrui prima che tuo, sarà d'altrui dapoi ch'è stato tuo, però che teco non porterai alcuna cosa, e come nascesti nudo, così nudo ritornerai in terra, de la qual fusti criato. Tu debi pensare e sapere, che niuno è inmortale, salvo che Idio, che ogni cosa criò: tu non debi disiderare quel che a te non può rimanere. Per questa risposta il Re Alessandro fu sbigottito, e partissi da loro sanza alcun male. E quantunque questa gente non abino gli articoli della fede totalmente, come noi abiamo, non dimeno per la loro buona fede naturale e per la loro intenzione buona, io mi penso e rendomi certo, che Dio gli ama, e ch'egli piglia e lor servigii a grado, a modo che fece di Iob, che fu pagano; e benchè fusse pagano, pure Idio lo tenne pel suo leale servo. E, benchè sieno assai più leggi diverse per lo mondo, io credo che Iddio ami tutti quegli ch'amano e servono lui, cioè in verità, lealtà et umilità, e che dispregiano la vita di questo mondo a modo che fanno quelle genti, e come Iob faceva. E questo diceva el nostro Signiore per la bocca de Osea profeta: Scribam ei multiplices leges meas. E altrove dice la Scrittura: Qui totum subdit suis orbem legibus (sic). Per lo simile dice il nostro Signore nello Evangelio: Alias oves habeo, quae non sunt ex hoc ovili; ciò è a dire che aveva altri servi, che [son] quegli che sono sotto la lege di natura, [non] cristiani. E con questo si concorda la visione che ebe santo Petro al Giaffo, quando l'agniolo discese dal cielo e recogli inanzi molte ragioni di bestie, di serpi e altri rettili della terra in grande quantità, e disse a san Pietro: piglia e mangia. E san Piero rispose: io non mangiai mai di cotal bestie immonde. E l'angiol disse: Non dicam immunda quae Deus mandavit (sic); ciò è a dire, che non si dee avere in odio e a dispetto alcuna gente cristiana per la diversità della lege loro, nè alcuni di loro giudicare; anzi si dee pregare Idio per loro, perchè noi non sappiamo quelli che Dio ama, nè quegli che abia in odio; imperò che Dio non odia creatura che abbia fatto; e però disse san Piero, che seppe la significazione di quella visione: In veritate comperi, quia non est acceptor personarum Deus, nec discernit inter judeos et gentiles, sed omnis[56] qui timet eum, et operatur iustitiam acceptus est illi. E per cotale esemplo, quando io dico De profundis per le anime passate, io lo dico, congiugnendo [tutti] con li cristiani insieme, cioè per le anime di tutti e morti pro quibus sit orandi; però che io dico, che Idio ama questa gente per la lealtà e per la umilità loro, perchè tra loro tutta via sono perfetti molto. Ve ne sono stati di continuo in questa isola, che ànno profetezato la incarnazione del nostro Signiore Giesù Cristo, come e' doveva nascere di vergine, bene tremila anni o più imprima che nascesse. Egli credono la incarnazione perfettamente, e non sanno in qual modo sofferisse morte per noi, nè non sanno li Evangeli suoi, nè la sua operazione così bene, come sappiamo noi.