Tra queste isole v'è[57] una gran città chiamata Fracan, e à il nome dell'isola. La gente di questa isola non coltivano nè lavorono la terra, però che egliono non mangiono alcuna cosa, e sono di buon colore e di buona fazione, sicondo la lor grandeza; però che sono piccoli; ma non però così piccoli come li pigmei. Costoro vivono d'olore di pomi salvatichi; e quando vanno in alcuna parte dilungi, portono seco de' pomi; però che, se sentissino male odore e non avessino seco di questi pomi, subito morrebono; e non sono molti ragionevoli, ma sono tutti semplici e bestiali. Dopo questa isola è un'altra isola, dove le genti son tutte pilose, salvo che 'l viso e le palme delle mani. Queste genti vanno così per mare come per terra, e mangiono carne e pesci tutti crudi. In questa isola v'è una gran riviera, la quale è larga circa due leghe e mezo, e chiamasi Lebuermar.
Da questa riviera, a XV. giornate dilungi, si va pe' diserti, e sonvi gli alberi del sole e della luna, e quali parlarono ad Alessandro Re e predicerono a lui la morte sua. E dicono che 'l prete Ianni, e gl'altri che guardono questi alberi, e mangiono di lor frutto e del balsamo, el quale ivi crescie, e' vivon bene CCCCº. e CCCCCº. anni, per la virtù del balsamo; perchè dicono, che ivi in que' diserti crescie gran quantità di balsamo, e altrove no, salvo che in Babillonia, ove di sopra scrissi. Noi saremmo andati volentieri verso le parte di quegli arbori, se a noi fussi stato pussibile, ma io non credo che Cº. uomini potessino a salvamento passare questi diserti, per le grande multitudine di bestie salvatiche e di grandi dragoni, e gran serpenti, e quali uccidono e divorono quanti ne giungono in questi paesi. Vi sono elefanti bianchi e bigi sanza numero, et unicorni e altre bestie, le quali ho inanzi scritte; e molte altre bestie assai orribile e spaventose. E molte altre isole sono nella terra del Presto Giovanni, e sonvi molte maravigliose cose, le discrizioni delle quali sarebe cosa lunghissima; però ò lasciato. Molte richeze vi sono e nobile città, e magnificenzie; fra l'altre cose v'è grande abundanzia di pietre preziose. Io credo che voi sappiate bene, o vero abiate udito dire, per qual cagione questo imperadore si chiama Prete Giovanni; ma ancora, per quelli che non sanno, io iscriverò la cagione.
Fu già uno imperador valente e animoso, il quale, avendo in sua compagnia cavalieri cristiani a modo che à costui che è al presente, gli venne voglia di vedere la maniera e modo degli ufici divini, e altri costumi di cristiani. In quel tempo durava la cristianità di là dal mare per tutta Turchia, Armenia, Soria, Gierusalem, Arabia, Allape e per tutta la terra d'Egitto. Questo imperadore venne con poca compagnia, e andò un dì di sabato a una chiesa d'Egitto, e fu propio il sabato presso a la Pentecosta, ne l'ora e punto, che 'l vescovo d'Alessandria faceva l'ordine della messa. Lo imperadore ascoltò e risguardò l'ordine dell'ufficio; poi domandò, chi doveva esere quella gente che era innanzi al vescovo, o vero prelato, i quali avevono a fare così grande misterio. Questi erono preti, diacani e soddiacani e altri, solennemente apparati al modo che s'usa di qua nelle nostre parti occidentale. Un cavaliere rispose, che quegli erono preti. Allora lo imperadore disse, che non voleva essere imperadore, nè re, ma voleva esser prete e avere el nome del primo che uscirebe fuora dell'uscio di quella chiesa. Allora il vescovo con gli altri preti partendosi per uscire fuori, venne per sorte, che il primo che uscì di fuori ebbe nome Giovanni, benchè noi, corrompendo il nome, lo abbreviamo, dicendo, Ianni; e però quello Imperadore de India dipoi è stato chiamato Prete Ianni. Nella terra di questo prete sono buon cristiani, di buona fede e di buona legge, e spezialmente quegli del suo paese propio. Egli ànno comunemente i suo cappellani che canton la messa e fanno i sacramenti di pane, a modo de' greci, ma e' non dicono tante cose quanto fanno di qua; però che egli dicono solamente quelle che gl'insegniò san Tommaso apostolo, a modo che cantorono gli apostoli, dicendo el Pater Nostro e le parole colle quali si consacra il corpo del nostro Signiore: ma noi abiamo molte addizioni, che ànno dappoi fatte li papi, le qua' cose egli non sanno.
Verso le parti orientali, di là dalle parte delle terre dello Prete Giovanni, vi è una grande isola e buon reame, el quale è chiamato Tabrobana. Questa isola è un paese molto buono e notabile e fruttuoso. Il Re di quella è molto ricco: quegli del paese fanno sempre un Re per elezione, ma tutta via questo re ubidisce il Prete Giovanni. In questo paese sono due state e due verni, e ivi si semina due volte l'anno biade ed ogni altre ragione cose; e i giardini son sempre verdi e fioriti. Ivi istanno buone genti e ragionevoli tra loro. Ivi sono molti cristiani, che sono tanto richi, che non sanno quanto abbino. Anticamente, quando nelle nave antiche s'andava da la terra del Prete Giovanni a questa isola, si penava a passare XXXIII. giornate e più, ma nelle loro nave moderne si passa da una parte a un'altra in VII. giornate, e vedesi el fondo dell'aqua in più parti, imperò che non è profondo.
Dallato a questo reame son due altre isole; la prima si chiama Orilla, e l'altra Arguta. Tutta la terra di quelle è di minera d'oro e d'ariento. Queste due isole sono là dove il mare rosso si parte dal mare occeano. In quelle isole non si vede quasi alcuna stella che paia chiaramente, salvo che una, la quale è molto chiara, ed è da loro chiamata canopos. Ivi in ogni lunazione non si vede mai se none el sicondo quartieri della luna. In queste isole son montagne grande d'oro, le quale sono dalle formiche molto ben guardate e custodite curiosamente. Queste formiche separano l'oro puro dallo impuro e naturalmente bene affinandolo; e sono grandi come cani grandi[58]; onde la gente non usa aprosimarsi alle montagne, perchè le formiche gli assalterebono e da quello non si poterebono difendere, sì che e' non possono sanza ingegno aver di questo oro; e però al tempo caldo, quando le formiche sono sotto terra nascose, dall'ora di terza infino a bassa nona, le genti vanno con cammegli e dormedarii e carregiono pian piano, e poi si fugono inanzi che le formiche escin fuori della terra. Ma nell'altro tempo, quando non è tanto caldo, e che le formiche non s'ascondono, e' s'ingegniano per altro modo, e pigliono giumente ch'ànno i puledri piccoli, e sì gli mettono a dosso duo vasegli per uno, a modo che due cesti, neri e aperti di sopra, pendenti infino appresso a terra, e mandono queste giumente a pasturare al contorno di queste montagne, e gli puledrini ritengono legati. Quando le formiche veggono questi vasegli, e' vi montono suso, et entranvi dentro; e ànno per natura, che non si lasciano alcuna cosa d'intorno, nè in caverna, nè sotto terra, nè in altra parte dove stanno, e sempre vanno rimovendo e rimutando or qua, or là; onde loro stesse empiono questi vaselli, d'oro. E quando, le gente che aspettono, pensono che le giumente siano assai cariche, e' menono inverso loro e puledri e fannogli rughiare, e subito le giumente tornono verso loro, e egliono le scaricono, e ànno l'oro per cotal maniera in gran quantità; però che le formiche conoscono gl'uomini dalle bestie, e comportono bene che le bestie vadino tra loro, ma non vogliono patire l'andare degl'uomini.
Oltre alla terra e l'isole del Prete Giovanni, andando verso oriente, non si truova altro che gran montagnie e regione tenebrose, dove non si potrebe vedere nè di giorno nè di notte, sì come testimoniano quegli del paese. Queste montagnie diserte, e questi luoghi tenebrosi durono da una costa (sic) infino al paradiso terreste, dove Adamo nostro padre ed Eva furono in prima posti, e quali non molto vi rimasono. Il paradiso è verso oriente a cominciamento della terra; ma quelo oriente non è già il nostro oriente di qua quando el sole si leva a noi; però che, quando el sole si leva all'oriente verso el paradiso terresto, allora è meza notte tra le parte di qua, per cagione della ritondità della terra, sì come io ò scritto di sopra. E perchè il nostro Signore fece la terra tutta ritonda nel mezo del firmamento, bene che vi sia monti e valli, questo non è naturalmente, ma venne per ragion del diluvio, che fu al tempo di Noè, el quale guastò la terra molle; e la dura terra, e e sassi rimason montagnie.
Io non saperei propiamente parlare del paradiso, che io non vi fui mai, e ciò mi duole; e penso, che io non fu' degno, ma quel che io ò udito dire a' più savi di là, io volentieri lo discriverrò. E' dicon che il paradiso terresto è la più alta terra del mondo, e è in oriente al cominciamento della terra, e così alto, che tocca quasi el cerchio della luna: per lo quale cerchio, o vero spera, la luna fa il suo torno. Il paradiso è tant'alto, che il diluvio di Noè coperse di sotto e di sopra e intorno tutta la terra, salvo che questa del paradiso. Questo paradiso è serrato intorno di mura, e non si sa di che cosa sia murato, e non vi par pietre, nè anche altra materia della quale siano le mura. Questi muri si distendono da mezo dì verso Bissa. Una sola entrata v'è, che sta serrata di fuoco ardente per modo, che niuno uom mortale no può entrare per diritto. Nel mezzo de la più alta terra del paradiso è il fonte, el quale getta li quattro fiumi, e quali corrono per diverse terre. Il primo fiume si chiama Phison, e corre per India, nel qual sono molte pietre preziose, e molto legnio aloes e molti granelli d'oro; l'altro si chiama Gion o vero Nilo, quale passa per Etiopia e per Egitto; l'altro si chiama Tigris, el quale corre per Soria e per la grande Armenia: e 'l quarto si chiama Eufrates, il qual passa per Media e per Persia e per Armenia. E dicono gl'uomini di quel paese, che tutte l'acque dolce del mondo, di sopra e di sotto, pigliono origine da quel fonte, e da quello tutte l'acque dolce escono. El primo fiume si chiama Phison, che vuol dire in nostra lingua, ragunanza, o vero congregazione, perchè molti altri fiumi si ragunono e vanno in questo fiume: altrove si chiama Ganges per uno che fu Re in India, chiamato Ghangores, però che correva per la sua terra. Questo fiume è in alcun luogho torbido, in alcun chiaro, in alcun caldo, e in alcun freddo. El sicondo fiume, che si chiama Gion, o vero Nilo, è detto, però che sta sempre torbido, e Gion, nella lingua di Etiopia, vuol dire torbido. El terzo fiume si chiama Tigris, ciò è a dire, tosto, corrente; imperò che corre più presto degli altri, e a similitudine di questo, v'è una bestia chiamata tigris, la qual corre molto velocemente. El quarto fiume si chiama Eufrates, ciò è a dire, ben portante, perchè molti beni crescono sopra questo fiume, frutti, biade e altre cose. E sapiate, che niuno uomo mortale può andare, nè aprosimarsi al detto paradiso per la moltitudine delle bestie salvatiche che sono in quegli diserti, e per l'alteza di quele montagne e per l'aspreza de' sassi e quali niuno poterebe passare[59]. Molti gran signori ànno voluto molte volte isprementare e andare per questi fiumi verso el paradiso, con gran compagnia, ma mai non poterono trovar la via; anzi molti di loro murirono per la foresta e per lo navicare, e molti altri rimasono orbi, e altri sordi per lo strepito della acqua, e altri son morti e perduti nell'onde. Sì che pertanto niun mortale vi si può approssimare, salvo che per ispezial grazia di Dio. E di questo luogo io non saperei discriver più; e pertanto tacendo, ritornerò a quel che io ò veduto.
Chiunque avessi grazia di sapere tener la via diritta, sì poterebe passare per queste isole sopradette della terra del Prete Giovanni, le qua' sono sotto terra, quanto a noi di qua, e per altre assai isole più inanzi, e circundare la terra e poi ritornare dirittamente alle parte de le quale si fussino mossi; e arebono circundato tutto el corpo della terra. Ma perchè vi converrebe gran tempo, e molti pericoli vi sono nel passare, parte per le isole diverse, parte per li gran mari e parte per dubio di smarrir la via, pochi uomini si mettono a farlo, quantunque si possa fare, tenendo la diritta via in modo, che io ò detto di sopra: e per questa cagione si ritorna da queste isole sopradette, costegiando, nella terra medesima del Prete Giovanni.
Dipoi, ritornando, si viene a un'altra isola, chiamata Charsam, la quale isola tiene di lungo 60. giornate e di largo 50. o più. Questa è la magiore isola e 'l migliore reame del mondo, eccetto Cataim. Questo paese è così bene abitato e così pieno di città e di ville e di gente, che, quando e' s'esce fuora d'una città per andare in qualunche parte si voglia, si vede un'altra città inanzi a sè. In questa isola è una grande abundanzia di vino e di spezie. Il Re di questa isola è molto possente e gran ricco, ma nondimeno riconosce la sua terra dal Gran Cane e ubidisce lui; però che questa isola è una de le XII. province che 'l Gran Cane à sotto di sè, sanza la sua propia terra e de le isole migliore, de' le quali n'à molte. In questo paese son gran boschi di castagneti, e se e mercatanti usasino così in questa isola, come fanno ne l'isola di Catai, ella sarebe asai migliore che Catai. Da questa isola si viene, ritornando, a un altro reame, chiamato Riboeh, che è sotto posto al Gran Cane, ed è un buon paese e abondevole di biade e di vino e d'altri beni. Le gente di questo paese non ànno case, ma stanno nelle tende e padiglioni fatti di feltro nero. La lor città principale o reale è tutta murata di pietre preziose, cioè nere e bianche, e tutte le strade di questa son ben lastricate di queste simile pietre. In questa città non è uomo che ardisca spander sangue d'uomo nè di bestie per riverenza d'uno idolo ch'egli adorono. In questa città istà il Papa della fede loro, il quale e' chiamono Sabasi, e concede tutti e benifici e tutte l'altre cose, che apartengono agl'idoli. E tutti quegli che riconoscono alcuna cosa de le lor chiese religiose, e altri ubidiscono a lui, al modo che fanno qua le genti di santa chiesa al Papa. In questa isola è una usanza, che, volendo el figliuolo grandemente onorare el padre, quando e' muore, manda per tutti gli amici e' parenti suoi, religiosi e preti e pifferi in gran quantità, e portono il corpo del padre sopra a una montagnia, facendo gran festa e solennità. Poi che l'ànno lassù portato, il maggior prelato sì gli taglia el capo e sì lo ripone in uno piattello grande d'ariento dorato: dipoi lo dà al figliuolo. Allora el figliuolo o gli altri il pigliano e portano, cantando e dicendo molte orazioni. Poi gli preti e religiosi tagliano el troncone del busto per pezzi, dicendo orazioni; e gli uccelli del paese, che sono usitati a quella usanza per lungo tempo, vengono, e sì si apresentono di sopra, volando come fa tra noi il nibbio a la carogna; e i preti gittono e pezzi de la carne, e gl'ucegli gli pigliono e vanno alquanto dilungi, e sì la mangiono. E poi gli preti cantano a modo che di qua per gli morti, e dicono l'uficio in loro linguaggio ad alta voce. Dipoi dicono: Riguardate come era valente uomo costui, il quale gli angioli di Dio son venuti a trovare e portare in paradiso. Alora pare al figliuolo che sia molto onorato, quando gli ucegli ànno mangiato il suo padre. E colui, a chi viene maggiore numero d'uccelli, è quello che gli pare abbia avuto maggiore onore più che gli altri. Da poi il figliuolo rimane a casa cogl'amici e co' parenti suoi e fagli gran festa; e gl'amici racontono tra loro qual mente gli uccegli gli vennono a torre; e così ragionando, in questo molto si gloriano. E quando sono raunati a casa, il figliuolo fa cuocere la testa del padre, e alquanto della carne dà in luogo di guazzetto; e danne a ciascuno de li suoi più speziali amici; e dell'ossa del craneo se ne fa fare una tazza, colla quale lui e i parenti beono con gran divozione a memoria del santo uomo, mangiato dagl'uccegli; e il figliuolo serba questa tazza; e tutto 'l tempo della vita sua bee con quela per memoria di suo padre.
Da questa isola, ritornando per X. giornate per mezo la terra del Gran Cane, è una grand'isola e buona e buon reame, nella quale è uno rico e potente Re. Fra gli altri di questo paese v'è uno uomo richissimo, el quale non è principe nè amiraglio nè duca nè conte, ma sono molte gente a lui suggette che tengono terre da lui; e à costui una grandissima entrata ogn'anno, e è troppo ricco, perchè à continuamente più di tre mila cavagli caricati di biada e di riso, anno per anno. Costui fa molto nobil vita: sicondo l'usanza di là, lui ha cinquanta damigelle vergini, le quali tutta via lo servono quando mangia. E quando egli è assettato a tavola, tutte quelle vergini gli portano insieme una maniera di vivande, e sempre la portano cantando una canzona. Poi gli tagliano innanzi quella vivanda, e di quella lo imboccano, però che lui non fa alcuna cosa, se non tenere le mani sopra alla tavola e mangiare le vivande che gli danno quelle damigelle; imperò ch'egli ha l'unghie tanto lunghe, che non potrebbe colle mani nè tenere nè pigliare alcuna cosa; e quando si va a coricare, quelle damigelle lo spogliano, e così quando si leva lo rivestono. La nobilità degli uomini di quello paese è lasciarsi crescere l'unghie quanto possono; e sono molti nel paese, che, tanto se le lascion crescere, che circundano tutta la mano: e questo è tra loro gran gentilezza. E la nobilità delle donne loro si è aver piccoli piedi: e per questo, come son nate, legono e piedi così stretti, che non crescono la metà di quelo che doverebbono. Sì che queste fanciulle cantono canzone mentre che e' mangia; e quando lui à mangiato quela vivanda, ne portone un'altra, cantando a modo che di prima; e così fanno per insino che à mangiato, e ogni dì fanno a questo modo. E in tal modo usa costui la sua vita, come ànno fatto i suoi, e come fanno gl'uomini dati all'ozio e al ventre e alla gola, e quali sempre disutilmente vivono sanza fare alcuno bel fatto o altre opere degne di laude e di virtù. O quanti ne sono oggi a lui simiglianti che disiderano la vita solo per stare a riposo a grattarsi el ventre, come fa el porco nella grassa! Egli ha molto bello palazzo e ricco, dove si sta; del quale le mura circundano due leghe. Dentro vi sono be' giardini: le sue camere e sale sono d'oro e d'argento, e nel mezo d'un bel giardino si è uno monticello, ove è uno piccolo praticello, nel quale è uno munisterio con torri e pinacoli tutti d'oro. Molte volte va costui a questo munisterio, che non è fatto per altra cagione, se non per diletto di costui.
Da questo paese si ritorna indietro per la terra del Gran Cane, della quale io ò detto di sopra, però non bisogna c'un'altra volta vi discriva, nè di quale si tenga conto. E sapiate, che di tutto quel paese e di tutte quell'isole e diverse gente e diverse legge e fede, ch'egl'ànno, le quali io ò scritto, niuna gente non è lì, la quale, pur che abia ragione e intelletto, che non abia alcuno articolo della nostra fede e alcun buon punto di ciò che noi crediamo, e che eglino non credino in Dio, il qual fece il mondo, el quale egli chiamono Hiretarze, ciò è a dire: Dio di natura, sicondo che dice il profeta: Et intuentur omnes fines terrae; e altrove: Omnes gentes servient ei etc. Ma egli non sanno però perfettamente parlare di Dio padre, nè del figliuolo, nè dello Spirito santo; nè sanno parlare della Bibbia, e spezialmente del Genesis e degl'altri libri di Muises, de l'Esodo e degli profeti, però che non ànno chi gl'insegni; sì che non sanno se non di loro intelletto naturale. E' dicon bene, che le criature ch'egliono adorono, non son punto Dio, ma egli le adorono per le gran virtù che sono in quelle, le quali non vi poterebono esser sanza grazia di Dio. Dei simulacri e idoli e' dicono, che non v'è alcuna gente, che non abino idoli; e questo dicono, perchè noi abiamo le immagine e le figure della nostra Donna e di molti altri santi che adoriamo noi; ma e' non sanno, che noi non adoriamo punto le immagine di legnio, nè di pietre, anzi e santi, a memoria de' quali son fatte; perchè, a modo che la lettera dimostra a' litterati che è come si dee credere, così le immagine e le pitture dimostrono alla idiota gente a pensare e adorare e santi, a nome de' quali son fatte; però che 'l pensare umano ispesse volte è invilupato per molte cose, per le quali e' dimenticherebono di pregare Dio e nostra Donna e gl'altri santi, se le figure, fatte a lor nome, non gli rendesson memoria. E dicono, che gli angioli di Dio parlono a loro ne' loro idoli, e che e' fanno di gran miracoli: e di ciò dicono vero, perchè negli idoli loro ve ne sono, ma sono due ragione d'angioli, buoni e cattivi, come dicono e greci; chalo bono e caccho malo, cioè: chalo vuol dire buono, e chacho vuol dire cattivo; sicchè gli buoni angioli non sono negli idoli loro, anco vi sono i malvagi e cattivi, per mantenergli nel loro errore.
Molti altri paesi diversi, e molte altre maraviglie sono di là, le quali non ò già tutte vedute; e di quelle che io non ò vedute, non saperrei propriamente discrivere; e nelli paesi propii, dove io sono stato, molte cose diverse sono e strane, delle quali io non fo menzione, perchè sarebe cosa lunghissima a ricontare il tutto, perchè, se io iscrivessi tutto ciò che è ne le parte di là, chiunque poi si afaticassi e travagliasse la persona per andare per le parte di là cercando i lontani paesi, volendo racontare, o vero iscrivere delle cose strane, si troverebe impacciato per la mia discrizione; però che non poterebe nè dire nè contare cosa novella, della quale gli auditori si potessino dilettare. E ancora dicesi: Omnia nova placent, ciò è a dire, che tutte le cose nuove piacciono; sì che pertanto io farò fine, sanza più ricontare delle cose strane e diverse che si truovono nelle parte di là. E ciò che io ò scritto d'alcun paese, è tanto, che debbe bastare. E sapiate, che quello che io ò scritto, si è la propia verità, come se fussi il santo Evangelio, benchè saranno molti, che non lo crederanno, ma lascio il giudicio ad altrui che voglia andare di là; però che loro molte altre cose troveranno da scrivere, e vederanno se io dico il vero o no[60].
Finito il libro bellissimo di Giovanni Madivilla, ridotto in lingua Toscana. Laus Deo omnipotenti. Amen[61].