NOVELLE BRIANZUOLE
L'esame dei luoghi e alcuni storici riscontri convincono che, sedici o diciotto secoli fa, quel tratto della Brianza che chiamasi il Pian d'Erba e le bassure circostanti erano occupate da un lago, chiamato l'Eupili, il quale, alimentato dagli scoli delle montagne, per la Valmadrera doveva comunicare con quello di Lecco e coll'Adda; e versavasi pel Lambro, di cui basta osservare il letto per accertarsi come un tempo corresse più ricco di acque. A foggia d'isole o penisole qui e qua sporgevansi in asciutto alcuni dossi, sui quali erano fabbricati villaggi e casali, i cui abitatori campavano pescando nei luoghi, dove i loro discendenti oggi fendono colla marra le gratissime glebe.
Quando e come questo lago sparisse, mal si potrebbe dire: nè qual violenta crisi abbia sollevato il suolo così, da interrompere la comunicazione con quello di Lecco, e sprofondatolo in alcune parti per modo che, ivi raccogliendosi le acque dapprima diffuse, venissero a formarsi i laghetti di Pusiano, di Annone, di Alserio, lasciando in secco il restante. Chi dalle effimere fatture dell'uomo, somiglianti alla crisalide che il baco sospende al ramo e che domani la pioggia scarmiglierà, si compiace voltare lo sguardo alle meraviglie della natura e leggerne sulla faccia della terra gli stupendi rivolgimenti, troverà ad ogni passo le prove di questo fatto; ma verun cenno non ne fu conservato nè dalla storia nè dalla tradizione. Invasioni di feroci stranieri, muta pressura di superbi dominatori, tenevano allora l'uomo avvilito e minor di sè, tanto occupato dalla nequizia dell'ora presente, che non pensava nè a rivangare il passato, nè a provvedere alla memoria degli avvenire.
Disperso o ristretto l'Eupili, la parte più elevata di quel che già era letto del lago si convertì presto in campagne, la cui cultura diede essere ed occupazione ai grossi villaggi, onde oggi quel piano è distinto: le bassure rimasero paludi, ove, qualvolta la stagione corresse piovosa, l'acqua tornava a riprendere il suo dominio, siccome una cattiva consuetudine che a volta a volta rifiglia colà d'onde fu male sbarbicata. Sempre poi non verdeggiavano che di cannucce e di càrice ingrata, ove la nuda ghiara non ingombrasse così, da dar luogo appena ad ispidi vètrici e ad ingrate scope.
Pochi di quei luoghi durano tuttavia in sì abbietta apparenza: altri, a memoria de' più giovani, furono ridotti a pioppeti, a prati, a colti; più assai nel secolo passato sentirono il risorgere dell'industria, che, al favore della pace e di più avveduti e liberali ordinamenti, smorbava l'aria, guadagnava i campi, preparava nuovo sostentamento alla generazione futura, la quale, cresciuta di numero e d'agiatezza, avrebbe lodato i faticosi parenti; — lodati col fatto, mentre il cuore neppur li ricordava, forse la lingua li oltraggiava.
Però, sul finire del secolo XVI, quando le guerre passate, la prepotenza delle classi privilegiate e lo sconsigliato ed inopportuno affaccendarsi d'una disamata dominazione diradavano la gente col diminuire od impacciare i mezzi di sostentamento, la maggior parte di quel piano giaceva incolta, occupata da boscaglie, rotta da guazzatoi ed acquitrini; sicchè invece della strada che ora lo fende, mettendo dalle falde del Monte di Brianza alle deliziose alture di Erba, allora, un sentiero vicinale serpeggiava scabro e dirotto per mezzo al bosco che occupa il pendìo settentrionale della collina, la quale, alzandosi da Rovagnate verso il Lambro, divide l'alta Brianza dal Pian d'Erba. Pochi assai percorrevano allora quella via: giacchè, oltre le più scarse relazioni da paese a paese, il generale disagio delle strade, singolarmente nei terreni montuosi, svogliava dal viaggiare. Onde è in proverbio che chi dovesse (poniam caso) da Como giungere a Milano, assestava i domestici affari, indi avviatosi, com'era giunto a mezzo il cammino, rimandava un messaggio a casa per assicurare che, la Dio mercè, gli era riuscita prospera l'andata. Esagerazioni che però ritraggono da un fondo di vero, e che formano bizzarro contrasto colla rapidità onde oggi non solo travalichiamo a ruote correnti le alpi più elevate, ma solchiamo, a dispetto di venti e di correntie, rapidissimi fiumi e l'immensità dell'oceano.
Oltre però la disagevolezza delle strade, era il viaggiare reso mal sicuro dai lupi che spesseggiavano, e più da quella belva che ha nome l'uomo, della quale non è la peggiore qualvolta la forza accoppiata alla ragione non sia temperata colla giustizia e colla benevolenza. Masnade di ladri, accampando a baldanza per le foreste e per le lande, non solo davano fiera avventura al solitario passaggiero, ma aggredivano e depredavano casali e borgate. Con costoro se la passavano d'intelligenza gli ostieri: onde il viandante, il quale vedendo imbrunire, aveva sollecitato il passo per ricoverare alla locanda, e raggiuntala, ringraziava il suo angelo che l'avesse ridotto in salvo, nel maggior cheto della notte si trovava assalito e sovente scannato nel letto. Birri e campagnuoli uscivano contro costoro: quadriglie di soldati acquartieravansi di distanza in distanza: ma non è ben chiaro se maggior danno recassero i protettori o i masnadieri, la forza legale o la perseguitata.
Tutto ciò, sebbene poco abbia a fare col racconto di che intendo trattenervi, sia detto per giunta al panegirico di quel buon tempo antico, che tanti rimpiangono continuamente.
E non è ancor tutto. Conviene aggiungere i feudatari, che, tiranneggiando ciascuno nel suo stato, esteso poco più d'un miglio, imponevano ad arbitrio taglie, servizi, pedaggi, e sotto l'ombra di quella forza brutale che aveva acquistato il nome di diritto, esercitavano le angherie e le prepotenze dei ladroni insieme e della soldatesca.
Uno di siffatti dominava, appunto in quei tempi, nel castello di Barzago, terra di felice posizione, seduta in poggio sulla cresta di quel giogo, che come sopra accennai, diviso per un piccolo valico dal Monte di Brianza, estendesi da Rovagnate al Lambro, dominando da un lato l'alta Brianza, dall'altro il Pian d'Erba. Don Alfonso Isacchi aveva nome quel signore, ma tra i paesani erasi co' suoi modi guadagnato il soprannome di Orso di Barzago. Colleroso, vendicativo, indifferente ai patimenti altrui, il rispetto all'umanità neppur di nome conosceva: le leggi paragonava alle reti, dove il tordo s'impiglia, la volpe o il falco le squarciano, e innanzi. La religione non disprezzava già, ma, separandola dal costume, l'aveva ridotta a quella che ne veste le sembianze, benchè ne sia pessima nemica, la superstizione: talchè, se la coscienza avrebbe potuto richiamarlo od arrestarlo sulla carriera delle violenze, esso la addormentava con pratiche devote cui sapeva conciliare collo sfogo de' suoi laidi e prepotenti capricci.
Chi entrasse nei suo castello, al vedere uccellacci confitti sulle imposte, pelli di lepri, teschi di lupi spenzolati alle pareti, falchi starnazzanti sulle grucce e fischi e panie e tagliuole in ogni lato, e cani sciolti o al guinzaglio che abbajavano, squittivano, scodinzolavano, e intorno campari, canattieri, guardaboschi, s'avvisava quanto egli fosse appassionato per la caccia. A ben peggiori segni se ne accorgevano i paesani, che spesso miravano folate d'uccelli, moltiplicati dalla disastrosa impunità, calarsi a beccare i grani dai solchi appena sementati; od una furia di levrieri sbrancare ed uccidere il domestico pollame; ovvero uno stuolo di cacciatori a piedi, a cavallo, spingersi in mezzo al miglio ed al frumento già spigato, e poco dopo ritornare, mostrando in trionfo quaglie o beccacce al povero contadino, che lagrimava perduto o decimato il sostentamento della sua famigliuola per l'insano divertimento dei padroni.
E guai a lui se si fosse arrischiato a sturbare i selvatici! più guai se avesse ardito ucciderne qualcuno! Don Alfonso avrebbe saputo perdonare ad un ladro, ad un micidiale, non a chi ne avesse scemato d'un capo solo la selvaggina. I contadini adunque dovevano soffrire e trangugiare, senza che credessero tampoco tesoreggiare meriti colla pazienza; giacchè erano stati educati a considerare l'oppressione una necessità inevitabile, come la grandine, come il morire; e che Dio, concedendo ai grandi d'intendere le ragioni che hanno per soperchiare il povero, avesse fatto anche troppo concedendo al povero la forza di tollerarli.
Alle cacce di don Alfonso era riservato il bosco, che dalla vetta di Barzago, discende a bacio della collina, e che allora distendevasi anche per buona parte del piano, oggi coltivato. Lo chiamavano e lo chiamano ancora il bosco d'Imbevera; foltissimo di roveri e orni e castani, tra i quali non solo moltiplicavano, come in parco chiuso, gli uccelli e i quadrupedi onde oggi pure si fa caccia, ma bestie ancora, la cui razza è fra noi o scemata o scomparsa. Lo tagliava, come dicemmo, la strada, e là, appunto ove in questa metteva capo una non migliore che scendeva da Barzago, era alzato un devoto tabernacolo della Madonna. Poichè, oltre le croci piantate a ciascun crocicchio, e le molte che, indicando il luogo ove alcuno fu assassinato, crescevano lo spavento al viaggiatore già pauroso, di distanza in distanza si solevano dipingere immagini sacre, affinchè la religione fosse di alcun freno a coloro, che nessun altro ne conoscevano. E però chi, alla frequenza di quelle ponendo mente, esclama, Quanto erano buoni i nostri maggiori, direbbe più retto, Quanto erano cattivi; od almeno, quanto erano infelici.
Spuntava il settimo giorno di settembre del 1590, e rompeva il silenzio di quel bosco un via vai, un latrare di bracchi, un pestìo di cavalli, uno stridire di falchi, un chiacchierare ed affaccendarsi di cacciatori, che in frotta venivano intorno a don Alfonso. Egli seguiva a cavallo, discorrendo, fra un signore e una dama di freschissima apparenza, tutti con falchi e balestre e panie e gli altri arnesi adatti alla caccia, quale facevasi in tempi che il fucile, non ancora perfezionato, s'adoperava poco più che ad ammazzare gli uomini. La signorina, lieta di gioventù e novella sposa, dando libero corso ad un'indole gioviale, stata sin allora repressa fra le austerità della monastica educazione, volgevasi via via a richiedere don Alfonso or delle cacce, or delle terre che nel discendere l'erta, scoprivano a man mano nella pianura sottoposta e sugli alti clivi rilucenti al sole mattutino, e pareva tripudiasse di incontrare tutto il creato in armonia colla felicità ond'ella si sentiva inondata.
Ma sopra pensieri camminava il giovane suo sposo; e se ella con un sorriso pieno di dolcezza insieme e di vivacità lo confortava a rallegrarsi, — Com'è possibile (rispondeva), Emilia mia? Questi luoghi tu sai quanta sventura mi rammentino. Ma lei, don Alfonso, ben deve lei aver a mente la grave disgrazia qui occorsa a mia madre.
— Oh... sì... certo... N'ho inteso parlare, rispondeva il feudatario, aggrottando vieppiù le fosche sopracciglia.
— E dove accadde veramente il fatto? insisteva don Alessandro, che così nomavasi il giovane signore.
— Là... abbasso... Ma non so bene... Deve essere stato presso alla Madonnina d'Imbevera, ripigliava don Alfonso.
— E non si seppe mai il vero di questo caso atroce?
— Mai, replicava don Alfonso facendo spallucce e vibrando in faccia all'altro lo sguardo acuto di una vipera in atto di assalire, quasi avesse voluto spiargli in fondo del cuore. Non gli sembrò vedervi sospetto nè malizia; onde rassicurato continuava: — E come sarebbe potuto scoprirsi? Questi contorni erano pieni di malandrini e di banditi. Non è vero, guardacaccia?
E il guardacaccia facevasi più presso confermando.
— Se ce n'era, illustrissimi! e con tanto di pelo sulla coscienza. Il Caino di Pusiano, il Raspagno di Garbagnate, lo Spazzacampagne di Broncio, altri ed altri cani, che avrebbero assalito anche un frate.
— Capisce? soggiungeva don Alfonso. Ma ci abbiamo trovato riparo; e da poi che occhieggiano intorno questi gatti (accennava con sorriso i suoi uomini), di simili sorci è scemata la razza, ed ella deve starsene senza paura.
— Ma dica... voleva ripigliare il giovane, ben altro che soddisfatto di quelle risposte. L'Orso però, cui tali domande non parevano dar troppo per lo genio, lentò il freno al cavallo, toccandolo d'una gagliarda spronata, e dietro a lui tutti gli altri. Se non che avendo esso liberato contra d'un uccello il suo falcone, questo riuscì a strappare la lunga annodatagli al piede, e datosi a libero volo, dopo ampie ruote fu veduto posarsi sul comignolo d'una bettola, che sorgeva rasente la strada del bosco. Era una povera casipola, colla parete a tramontana rivestita di edera, mentre a quella di mezzodì stava dinanzi un piccolo ma ben disposto orticello, da cui presso al muro sorgeva una vite novella, destinata, crescendo, a contornare co' suoi pampani una finestra, adorna con pensili ciocche di garofani vivaci. Verso quella si drizzò dunque la comitiva per ricuperare il falco, richiamandolo e procurando calmarne lo spavento colle note voci e col mostrargli l'esca.
Come s'intese dirigersi colà la cavalcata, fu un sottosopra nella tranquilla osteria. Un giovinotto, che affaccendavasi per la casa, corse a rintanarsi in una botte sdogata: la madre, che stava rigovernando le stoviglie, tutta spaurita gittò in là il ceneracciolo e l'asperella: l'oste, confuso, impacciato, svolgendosi le maniche rimboccate della camicia e traendosi di capo, si fece sulla soglia, incontro alla comitiva. — Illustrissimo!.... quale onore!... e strisciava i piedi, e faceva profusi inchini a don Alfonso. Ma questi non gli badava come se non fosse: e i servitori ad un suo cenno entrati nella casipola, senza un riguardo al mondo cacciandosi per le camere e su pel tetto, riebbero al fine l'uccello fuggiasco, non prima però che questo, lanciatosi di nuovo a volo per la cucina, mandasse a frantumi gli orci, i bicchieri, i piatti che capitarongli sotto l'ala.
L'oste non proferiva parola di lamento, e appena osava dare una timida occhiata alla moglie. Don Alfonso, dopo che s'ebbe in pugno il falcone, l'accarezzò, lo battè, gli parlò a lungo: poi volgevasi già per andarsene senza far motto al vinajo, quando soccorrendogli un pensier nuovo, disse al guardacaccia: — Poichè opportunamente siamo capitati qua, date a costui la preda che avete a lato. E tu (soggiungeva all'oste) la cocerai, e preparerai vino in abbondanza, chè fra tre o quattro ore saremo qui. Oggi si fa colazione nel bosco.
— E se mancherà un'ala me la pagherai salata, soggiungeva la guardia, coll'arroganza propria dei ministri d'un cattivo padrone, nel mentre consegnava all'oste la selvaggina. Toccarono, e via.
L'oste, per cui quell'arrivo era un sinistro augurio, com'è sempre quello d'un tristo signore, quando li vide voltare esclamò, rimettendosi la sua berretta: — Sia ringraziato Iddio!
— E i poveri morti, aggiunse la donna sua segnandosi: e raccogliendo il fiato, chiamò, — Cipriano, Cipriano! vieni fuori.
E Cipriano, quel giovinotto lor figliuolo che se la era fumata, comparve fuor, nettandosi dei ragnateli, mentre la madre, raccogliendo i cocci delle rotte stoviglie, raccontava l'accaduto colla fredda rassegnazione, ond'altri racconta una febbre effimera avuta jeri; ed il padre, dando mano alla selvaggina lasciatagli, esclamava: — Non ha torto il sindaco quando dice che certa gente sono come le lumache; dove passano, lasciano il segno.
— Eh; soggiungeva il garzone, possiamo segnarci col gomito se non è stato che questo. Io mi era immaginato... Perchè, bisogna che vi confessi che l'altro giorno s'ammazzò una lepre...
— Ammazzar una lepre! gridava il padre, sospendendo di scorticare una delle tre che, tiepide ancora, gli avevano lasciate da cucinare.
— Ammazzar una lepre! ripetea la madre giungendo le mani. Ma ho da sentire anche di queste? Non sai gli ordini? E gli ordini si devono rispettare, chè lo dice continuamente anche il signor vicario.
— Il signor vicario? ripigliava il giovane dimenando il capo. Oh! quanto pagherei a dare un'occhiata anche io sul messale, e vedere se comanda sempre solamente a noi d'obbedire, e mai...
Qui interrompendosi come avesse detto uno sproposito, ripigliava: — Or ora mi fate uscire in un'eresia. Sta bene: il signor vicario è quell'uomo che è, e sa ben lui quel che si dice. Però, a vedere! sin che quella lepre, entrata nell'orto, non fece che scompigliare i quadri e mangiare i cavoli, mi venivano i sudori: pure mandavo giù. Ma vi è lì quel piede di vite, portato due anni fa a mia sorella Brigita dal giardiniere del suo padrone di filanda; gli è d'una qualità così rara, e poi alla Brigita è caro come un occhio, perchè chi sa quali memorie vi ha congiunto! Ebbene, io lo piantai nell'orto; lo governai con tanta premura; gemmò, crebbe: ed ecco quella maledetta lepre a rosicchiarlo. M'avrebbe fatto minor dispetto se m'avesse roso le dita a me.
— Non hai tutti i torti, parlava il padre: ma ti doveva bastare di scacciarla col malanno che Dio le mandasse.
— Dite giusto, rispondeva Cipriano: poteva bastare: e se ho proprio a contarvela, schietto come al confessore, io m'accontentai di spaventarla. Ma quella, scappando, sguisciò fra le gambe di Cecchino del Forno; ed egli, visto il bello, gliene diede sul capo una, che non fu bisogno la seconda. Volle il diavolo che fosse lì poco lontano quella schiuma del guardacaccia. Gridando corpo e sangue, ci corse dietro: ma sì! guarda la gamba. Non ci ha conosciuti, e dovette contentarsi di urlarmi dietro:
— Non dubitare che verrà il tuo sabato.
— Quando la cosa sta come la conti, diceva la donna, fa bisogno di mettersi in paura? Se alcuno te ne parla, si dice: Gnornò; non sono mica stato io, si dice: l'è stato il tal dei tali, e buona notte.
— Che? come? saltava su il giovane inalberandosi. Io accusar il mio camerata per salvar me? Da che mondo è mondo non s'è ancora inteso che un brianzuolo n'abbia fatto di coteste. Ed io voglio portare il mio cappello fuor degli occhi, io; mi capite?
E mentre il padre sentenziava novamente che non poteva dargli torto, egli seguitava brontolando fra i denti, sinchè riprendeva: — È però della maledetta! L'Orso di Barzago, perchè è lui, ogni po' di bizzarria che gli monti, a far battere noi poveri villani od anche peggio, l'ha come bever un uovo; e per noi ha da esser peccato mortale se ammazziamo uno straccio di lepratto che ci fa del male. Che? non siamo cristiani ancora noi? non ci ha fatti anche noi il Signore. E la sua santa legge v'è solamente per i pitocchi? Sì, che Domenedio avrà paura di lui perchè è l'Orso.
— Oh per amor del cielo! l'interrompeva la donna: parla con rispetto di lui. Non vedi quanto male ci potrebbe fare? Eppure ci lascia vivere. Chi poi lo dice così cattivo sono male lingue: e guarda mo' con che devozione sta in chiesa, ed ogni sabato non fa accendere la lampada alla Madonnina d'Imbevera? e...
— Sì, sì, esclamava Cipriano; ogni ladrone ha la sua devozione. Ma come egli sia buono, addomandarlo al mugnajo di Santa Maria Hoe, il quale, perchè aveva la donna bella ma anche savia, fu conciato che Dio vel dica. Addomandarlo a Mariantonia del filatoio, che era una ragazza chetina come l'olio, ed ora sapete anche voi quel che n'è. Addomandarlo a Carlandrea del Gobbo, che, per non avergli voluto cedere il suo camperello, n'ebbe prima tante bastonate quante può portarne un somaro, poi a rinforzo d'angherie è ridotto miserabile come Giobbe. E neppur un mese fa Lionardo di Rosina avendo, nel passare, spaurato un merlo che stava per dare nel calappio, il guardacaccia non lo fece ruzzolar giù pei ronchi come una pallottola, gridandogli dietro, spero che non tornerai più su? Oh quel guardacaccia! Il Signore ne scampi i cani. L'altro dì....
Chi sa fin quando Cipriano toccava innanzi, sciorinando questa litania delle insolenze che, come più recenti, gli correvano prime alla lingua, e che possono essere un'altra dimostrazione del quanto sia grande la pazienza di chi soffre. Ma gli ruppe le parole in bocca, sua madre tutta scandolezzata, dicendo: — Ma sicchè? ma sicchè? Dov'hai tu la coscienza a parlar così senza rispetto dei padroni? Bada che Domenedio ti castigherà. Non è vero che egli ha fatto gli uomini parte per comandare, parte per obbedire? Bene; i potenti si chiamano così perchè hanno avuto da lui la potenza di comandare, e il nostro dovere è di fare la loro volontà senza cercar più che tanto. Che capo sei tu! vorres'tu disfare quel che ha fatto il Signore?
— Tua madre non ha torto, soggiungeva il padre. Non l'hai inteso delle cento volte che il destino di noi straccioni è mangiar pane e guai? e il diritto di quei che comandano è far quello che possono?
Le idee di diritto e di dovere non dovevano essersi ben identificate nel capo di Cipriano: compatitelo, avea poca barba ancora al mento. Laonde crollava il capo a guisa di chi si conosce rimproverato piuttosto dalla prudenza che dalla coscienza, poi dopo alquanto saltava su: — Però, se fosse toccato a me a dar regola al mondo, indovinate mo cosa avrei voluto? Che quelli che lavorano stessero bene e di sopra degli altri; e gli oziosi facessero crocette. Ah! ah!
E sbellica vasi dalle risa all'averne detto una cosa strampalata. Il padre rideva anch'esso, esclamando: — Si può sentire di peggio? Persino la madre serenavasi alquanto, poi, ripresa la sua devota ipocondria, continuava: — Che discorsi senza sugo! Se tu avessi un poco di timor di Dio, avresti anche il timor degli uomini, ti cuciresti la bocca, e certe cose non le diresti manco per baja. Ma già fin da ragazzo eri un capetto, con certe idee per la testa, che sicuro non le avevi imparate da me: e non ti pareva giusto nemmeno quando, a scuola o alla dottrina, ti picchiavano. Ora però sei all'età della discrezione, e dovresti aver acquistato un poco di viver del mondo, e sapere che i padroni, come le streghe, è meglio non nominarli nè in bene nè in male. Se tu facessi così, non avresti avuto paura adesso adesso quando capitò qui il signore: perchè a chi va per la sua strada non importa che i padroni siano buoni o siano cattivi.
— Ed io (soggiungeva Cipriano) sono forse andato io a cercarlo? non sono anzi scappato quando mi vide il guardacaccia? e questo non fu forse per prudenza? Perchè, del resto all'occasione so anch'io cacciarmi le mosche dal naso. E se poco fa mi rimpiattai, fu per rispetto al padrone; che se il guardacaccia vedendomi mi riconosceva per quel dell'altro giorno, e m'indicava a don Alfonso, io poteva aver preparato l'atto di contrizione. Alla fine lo so anch'io che i padroni sono padroni, ma con quella canaglia de' suoi uomini l'è un pezzo che la bolle; e badino a quel che fanno, perchè se mi ci tireranno per i capelli, non sono poi di sasso, e darò un piè nella secchia, e farò vedere...
— Ah, orsù, l'interrompea la madre; finiamola, che è lunga. Lasciali stare, e nessuno verrà a disturbarti. Che se anche te ne fanno fare qualcuna, manda giù e non volere tentar Dio. Hai ventiquattro anni finiti, ed è ormai tempo di lasciare le bizzarrie. Via, discantati; dà mano a tuo padre a spennare e sbuzzare que' selvatici; sbaccella que' fagiuoli; va a raccogliere due pesche, e monta su la pianta, da non presentargliene ammaccate.
Il giovane faceva; ma somigliante all'organista che tasteggia sottovoce nel tono in cui ha sonato dianzi e deve sonare ancora fra poco, tale seguitava egli con tronchi motti, sinchè tornava su: — Mia sorella, la quale a dir che mi vuol bene è poco, ne avrebbe detto delle belle quando avessi lasciato massacrare la sua vite. Bravo Cipriano! avrebbe detto la Brigita. Bel conto fai delle mie raccomandazioni, avrebbe detto.... Ma.... adesso che mi vien in cuore; domani non è il giorno della Madonna di settembre?
— Certo sì, rispondeva la madre; e farai bene a santificarne la vigilia con qualche mortificazione, almeno della lingua.
— E non è oggi che deve tornare la Brigita dalla filanda?
— Sì bene! esclamarono ad una i genitori.
— E se la intoppasse in costoro, che sono pel bosco a caccia?
— È vero, replicò il padre battendo l'anca.
— O signor benedetto! esclamò la madre giungendo le mani: e sospesero le faccende per guardarsi uno in faccia all'altro.
— Bisogna raccomandarla alla Madonna d'Imbevera, che la scampi d'ogni cattivo incontro, aggiungeva dopo un pezzetto la donna.
— Raccomandarla va bene (rispose Cipriano), ma il Signore dice: Ajùtati che ti ajuterò.
— E così? che s'ha da fare? domandò essa.
— Che s'ha da fare? replicò il padre, e tacquero. Non ci pensò molto Cipriano e — Niente! lasciate far a me; le anderò incontro.
— E poi? soggiunsero i parenti.
— E poi, e poi, sarà quel che sarà. Quante paure! Quando vado a fin di bene, mi sento un cuor di leone.
— Ma! fa quel che il Signore t'inspira.
In quanto si dice un amen, egli levò il cappello disotto una seggiola; tolse di dietro l'uscio un saporito randello, non senza cacciare, per ogni buon fine, nel taschino dei calzoni un buon coltellaccio da serrare, poichè del coltello e del rosario non andava mai sprovvisto un galantuomo di quei tempi. E mentre la madre, fattasi sulla porta, e vedendo volentieri infatti quel coraggio che dianzi aveva con parole disapprovato, gli augurava che il Signore gli tenesse la sua santa mano in capo, egli si metteva la via tra le gambe allegramente.
Passò avanti al tabernacolo d'Imbevera, dove, men rozzamente dell'ordinario, stava dipinto a guazzo l'immagine di Colei che, madre di Dio e nostra, ci inspira confidenza di volgerci, colla sua intercessione, ad esporre al Signore i nostri bisogni. Era effigiata in atto di schiacciare il serpente: di sopra si leggevano le parole della Genesi Conteram caput tuum[1]; sugli stipiti erano foggiati due nastri azzurri, che sorreggevano stinchi da morto incrociati; al piede un ceppo riceveva il soldo che vi offeriva in limosina il viandante o devoto o pauroso.
E devoto o pauroso, non era chi le passasse dinanzi senza far di cappello, e ripetere almeno tre volte la salutazione angelica. Singolarmente i contadini del contorno l'avevano in gran venerazione, ricordando una quantità di miracoli, come essi li chiamavano, impetrati per mezzo di essa, e dei quali rendevano testimonianza grucce, bende, cenci che spenzolavano, bizzarro ornamento, attorno all'effigie invocata. Le vecchie poi sapevano che, per virtù di questa, erano impedite le streghe dal congregarsi, come a loro memoria facevano, la notte d'ogni sabato a celebrare su per quei noci la tregenda. Le fanciulle venivano ad esporvi una preghiera, il cui oggetto non ardivano confessare e spiegare a sè stesse; gli uomini vi facevano l'invocazione che a ciascuno dettava il proprio momentaneo interesse: talchè spesso nel medesimo istante vi si trovavano inginocchiati un contadino ad implorare la pioggia ed un viaggiatore il bel tempo, nè l'uno nè l'altro ricordandosi di quel precetto, Chiedete il regno de' cieli, il resto verrà in aggiunta.
Cipriano, in men tempo che noi ne consumammo a descriverla, recitò al tabernacolo la sua preghiera di cuore, offrì un soldo pei poveri morti, e tirò innanzi cantacchiando.
Non erano molti anni che colà era stata dipinta quella immagine, e l'origine di essa si congiunge alla storia dei signori che qui sopra trovammo intesi alla caccia pel bosco: storia di sangue e di atrocità, come sono troppe fra le avventure ricordate di quei tempi.
Le inimicizie tra i signori Isacchi di Barzago e i conti Sirtori di Sirtori, de' quali era il nominato don Alessandro, rimontavano sino ai tempi quando sul suolo d'Italia, destinato a bevere il sangue di tutte le nazioni, versavano il loro Spagnuoli e Francesi per disputarsi il possesso della Lombardia, ceduta dai suoi antichi padroni o piuttosto a loro rapita. I nobili lombardi parteggiavano chi per questi chi per quelli; secondo pareva loro che la lontananza dei primi o le promesse dei secondi, sempre larghe e sempre bugiarde, meglio potessero salvare l'indipendenza del paese, la quale trovavasi in gran punto, e di cui queste fraterne dissensioni non fecero che accelerare la ruina.
Allora le gare mandarono a fascio ogni sociale armonia; tornò il diritto della forza, e ciascun potente mascherandosi col nome d'una fazione, e così dichiarando guerra e sostenendola a visiera alzata, esercitava gli odii e le vendette private. Qualche volta al castello d'un barone presentavasi un araldo, ed affiggeva alla porta un cartello che diceva: — Io tale de' tali, da oggi innanzi sarò tuo nemico a morte, e nocerò il più che mi sarà possibile a te, ai sudditi, agli attenenti tuoi, nella persona e nell'avere. Talvolta chi riceveva tali disfide o chi le mandava era una corporazione, una comunità: e da quel punto credevasi legittimata qualunque scelleratezza, come in guerra rotta.
Gli Isacchi stavano coi Francesi, mentre i Sirtori favorivano gli Imperiali, e più volte si erano recati gravi danni, od almeno ne avevano recato agli innocenti terrieri, che, destino antico, scontavano coi propri guai i delirii dei padroni. Ma quelli di Barzago, fiancheggiati da una più grossa fazione, prevalevano nelle parti di Brianza; e don Giberto avo che fu del feudatario presente, a capo di forte banda teneva in soggezione gli avversari e in danno e sgomento tutti.
Però alla fine gli Spagnuoli prevalsero: il paese fu sgombro dai Francesi, e i loro fautori rimasero sbattuti, quanto rizzarono il capo gli altri. A governo della Lombardia fu destinato il duca d'Alba, severo, inflessibile, che senza guardar più in fronte a nobili che a plebei, faceva pagare col sangue ogni violazione degli ordini suoi. E che tale dovesse riuscire lo mostrò da' bei primi giorni del suo reggimento, quando non avendogli un gentiluomo milanese fatto di berretta mentre cavalcava per la trionfata città, egli senz'altro lo mandò a morte. Il Sirtori, cieco per furor di parte e per sete di vendetta, si giovò dell'opportunità per dipingere don Giberto come ostinato ribelle, e senza molta fatica ottenne dal governatore uno di quei decreti eccessivi, soliti emanarsi nell'ebbrezza dei trionfi, col quale si bandiva la taglia di dugento scudi d'oro sul capo di don Giberto.
Questi, che mai non aveva dimesso le armi, e conservavasi a capo d'un pugno di bravacci risoluti, quando intese la sentenza, sorrise, e battendo la mano sulla fondina delle pistole, esclamò: — Chi mi vorrà morto avrà a fare con queste.
Calcolava egli sulla forza aperta, non sul tradimento. La tentazione della taglia vinse uno tra i suoi affidati, che lo scannò, ed ottenne l'oro ed il disprezzo, — mercede perpetua dei traditori.
Il capo reciso dell'Isacchi, chiuso in gabbia di ferro, venne sospeso ad una pianta lungo la via che fendeva il bosco, dal quale soleva egli sbucare alla devastazione, all'incesto, all'assassinio, acciocchè ivi rimanesse a perpetuo spavento.
L'infamia e la pena de' genitori, secondo la giustizia d'allora, ricadevano anche sui figliuoli e sui parenti: onde non occorre vi dica quanto la famiglia Isacchi restasse di tanto oltraggio irritata. Ogni colpa, nè a torto, veniva attribuita al Sirtori, e il desiderio di vendetta con questo esacerbava le antiche inimicizie, quanto più era represso dallo stato politico d'allora. Poichè il duca governatore aveva bandito che cessasse ogni dissensione tra famiglie e famiglie, nè i privati esercitassero più la cieca ragione di guerra, che si erano usurpata fra i passati scompigli. Costretti dunque a ricorrere alle vie legali, gli Isacchi umiliarono alla corte di Madrid le discolpe di don Giberto.
Qualche valente appoggio e l'essere morto il duca di Alba fecero trovare colà ascolto favorevole ai loro richiami, e dopo cinque anni arrivò uno spaccio, che dichiarando innocente don Giberto, cassava il bando contro lui pronunziato. Gli Isacchi dovettero allora rinnovare le rimostranze alla corte facendole conoscere come l'assolto fosse già stato ucciso. E la corte, dopo non so quanti mesi, rescrisse che il padre era stato male ammazzato, riabilitò il figliuolo di esso ai titoli ed agli onori di prima, e gli rese i beni, che come roba di rubello, erano stati condannati a rimanere incolti; altro dei mezzi onde quel governo faceva prosperare l'agricoltura e crescere il buonmercato.
La testa dell'ucciso fu dunque levata di colà; e nel luogo dov'era stata sospesa, il figliuolo di lui, in memoria ed in espiazione, fece erigere un tabernacolo; il tabernacolo appunto d'Imbevera. Quella depravata religione, che pretesseva alle scelleratezze il nome di Dio, anche nella scelta dell'effigie da rappresentarsi fece all'Isacchi preferire quella che alla sua idea ricordava una vendetta; cioè la più pura delle donne che schiaccia il capo dell'antico avversario, col motto della Genesi sopra accennato che sonasse, non la promessa del riscatto, ma una minaccia di sangue.
Imperocchè, sebbene astretto a rodere il freno, l'Isacchi era ben lontano dall'avere dimentica la ingiuria del nemico. Avvezzo in quegli anni a vedere, secondo la sorte delle battaglie e gl'intrighi dei gabinetti, succedersi governi a governi, sperò lunga pezza che altri padroni caccerebbero questi, e tornerebbe il tempo d'esercitare micidiali rappresaglie a suon di trombe e a vessilli spiegati, il che fra i cristiani chiamavasi vendicarsi nobilmente.
Ma gli Spagnuoli si erano qui seduti per non levarsi che dopo un secolo e mezzo, e conservavano un ordine, qualunque si fosse. All'Isacchi parve allora più prudente consiglio l'amicarsi i nuovi dominatori, come ottenne col militare sotto le bandiere degli Spagnuoli, quando coi torrenti di sangue procuravano spegnere nelle Fiandre le dissensioni religiose, ed al contrario vi fecondavano il germoglio della libertà. Giovandosi poi delle strettezze di quel governo, che padrone delle miniere americane, pativa continua necessità di denaro, comperò in feudo per cinquantamila ducati il comune di Barzago, dove erano le sue possessioni avite, col diritto d'imporre tasse, imprigionare, torturare, appiccare, e tutto quello che chiamasi far giustizia.
E poichè la minacciosa fiacchezza delle leggi di allora lasciava il modo di sostituire alle spade i pugnali, al clamoroso attacco le insidie, alle sfide il veleno, colse egli ogni occasione di nuocere ai signori di Sirtori, e quanto gli bastò la vita, gravi danni ad essi recò; non però tanti che satollassero l'odio e la rabbia mortale che loro portava.
Trasmise adunque l'omicida voglia al figliuol suo Alfonso. Non appena fu questi tornato dalla corte di Madrid, ove l'educazione ricevuta in uno dei più rinomati collegi gesuitici aveva perfezionata vivendo secondo il costume dei nobili, come paggio fra gli ozii orgogliosi e dissoluti delle anticamere, e coll'esempio di quei cupi, inesorabili, devoti monarchi, suo padre lo tratteneva sovente col racconto di quel fatto, gli mostrava il teschio dell'ucciso, che con irosa venerazione serbava nella propria camera; e massimamente ogniqualvolta avvenisse loro di trovarsi nel bosco d'Imbevera, più al vivo dipingendogli quell'atrocità, gl'inculcava il sacro dovere che l'onore impone ai nobili di vendicare i parenti; più volte avevano insieme ruminato il modo di ridurlo ad effetto, e quanto sarebbe decoroso alla casa e a loro di consumare la vendetta colà appunto ove sorgeva il monumento dell'oltraggio.
Venuto poi in caso di morte, il padre chiamò a sè don Alfonso, e togliendosi di collo un medaglione d'oro su cui era improntata la madonna, — Vedi tu (gli disse) questa santa effigie? La portava di continuo in petto la buona memoria di don Giberto mio padre. Pensa se la serbai preziosa! Ed ora, sul punto di abbandonarla colla vita, a te la lascio, Alfonso mio; ma con essa ti lascio un dovere sacrosanto, di vendicare colui al quale dapprima appartenne. Di quante inimicizie esercitò la nostra famiglia, sempre, grazie a Dio, n'è uscita con onore, nè alcuno si potè mai vantare d'averle usato un sopruso che non ne patisse il centuplo di danno. Tu non degenerare dai padri tuoi; ma serba intatta questa gloria, figliuol mio. Poss'io morire consolato di tale fiducia?
Quando il figliuolo tra i singhiozzi glielo ebbe promesso, tutto egli rasserenossi, e poco dopo spirò.
Lui sventurato se migliori sentimenti non concepì avanti di presentarsi al giudizio, ove i debiti nostri saranno rimessi secondo gli avremo rimessi noi ai nostri offensori!
Nel giovinetto Alfonso rimasero pertanto associate le idee di religione e di vendetta, l'effigie della Madre della misericordia, le sacre parole, gli affettuosi ricordi di un agonizzante, colla promessa d'un assassinio. Se tanto ancora non fosse bastato, rinasprì le ire il matrimonio che il signor Sirtori, padre di don Alessandro, strinse con una ricca dama dei conti Perego, sulla quale, o, a dir meglio, sulle ricchezze, sui titoli, sulle parentele della quale aveva messo gli occhi don Alfonso.
Per questa rivalità stavano l'uno in sospetto dell'altro, nè andavano in volta per Milano se non con buona scorta d'amici e un codazzo di bravi.
Accadde (e fu il giorno della Pentecoste) che don Alfonso, con una dozzina de' suoi appoggiati, entrò in Duomo, nel mentre quel Carlo Borromeo che operò ogni poter suo per sostituire in mano dei nostri patrizii il rosario alla spada, faceva un'omelia sopra quel testo, Se alcuno ti percuote la guancia destra, e tu porgigli anche la sinistra. L'Isacchi, avanzatosi in mezzo alla devota ciurmaglia, che gli dava il passo, si fermò accanto ai panconi, su cui stava seduto il Sirtori cogli aderenti suoi. Questi e quelli cominciarono, come si dice, a rizzar il pelo e guardarsi a squarciasacco: uno fra' seguaci dell'Isacchi, fosse caso o prurigine d'aizzare, striscia col gomito e scompone il collare al più vicino fra quegli altri: costui si rivolta con un mal piglio; con un peggiore lo fissa l'altro: comincia un brontolar sordo, fra il quale una voce abbastanza chiara proruppe: — Qui c'è alcuno che vuol farsi mettere in gabbia.
Voleva secondo l'espressione del nostro volgo, indicare in prigione: ma quella parola gabbia ravvivò in don Alfonso l'idea del supplizio dell'avo, gli sonò come un insulto insieme e come una minaccia; la credette senz'altro proferita dal Sirtori.
In quell'impeto, dimentico del dove si trovasse, caccia mano allo stocco; i suoi l'imitano: nè gli avversari dormono, ma balzati in piedi, avvoltolate al braccio le cappe, sguainati i ferri, rizzate le panche a modo di barricata, di qua e di là si comincia a far sangue: — a far sangue in chiesa! mentre si spiegava il Vangelo! E l'affare diveniva serio di più in più, se il governatore duca d'Albuquerque, ivi presente, non fosse accorso cogli alabardieri a por fine alla sacrilega zuffa, ed intimare a don Alfonso che uscisse dalla chiesa.
Al domani i cacciatori di novità lessero affissa sui cantoni di Milano una grida, nella quale si diceva qualmente insoffribile era divenuta l'irreverentia d'alchune persone etiam qualificate, che portando l'abominatione nella casa del Signore, non altrimenti che nelle pubbliche et più licentiose piazze, senza timore delle vendette divine, et quasi anzi avessero a godervi maggiore franchigia, ardivano cicalare, passeggiar in lungo ed in largo, amoreggiare, sollevar clamori et perfino metter mano alle armi. Di questi eccessi disgustata, l'eccellenza del duca governatore, intenta all'onor di Dio, et salue le giurisditioni del foro ecclesiastico, non che le pene prestabilite per la costituzione di N. S. Pio V. contro li profanatori delle chiese, ordina e vuole che nessuno da hoggi inante ardisca con parole licenziose, atti inhonesti, contentioni e risse turbare la devozione in tempo dei divini uffizi. Ed ai contravventori, sotto qualunque pretesto si mantellassero, vuole sia inflitta la pena di cinquanta scudi e cinque tratti di corda, et più allo arbitrio della medema Eccellenza sua.
Chi fa colpa a quel governo perchè, dopo buttate fuori spaventose gride, non curasse più che tanto di mandarle ad effetto, non avrebbe una riprova in cotesta; poichè in una cronaca trovo notato che dalle pene ivi minacciate fu poco di poi colpito un pizzicaruolo, perchè disturbò la devozione della gente affollata a sentir messa in Santo Stefano col correre tra quella a cercare ansiosamente un chirurgo affinchè tosto uscisse a medicare un fruttajuolo, il quale sul Verzajo, aveva tocche due coltellate da un macellaro.
Benchè da queste pene potesse don Alfonso tenersi sicuro pei riguardi dovuti ad un'illustre famiglia, come provocatore avrebbe potuto essere ricercato; laonde per cansare ogni disturbo, abbandonò la città e si ritrasse nel palazzotto di Barzago, ed ivi trovò opportuno fermare sua stanza. Si mise attorno una mano di bravacci, disposti a fare ogni suo cenno e peggio, e così indipendente esercitava le sue volontà. Nei primi giorni che fu uscito di Milano, invelenite le vecchie piaghe colla recente, scese dal castello nel bosco di sanguinose rimembranze, e venuto al tabernacolo d'Imbevera, vi si inginocchiò e fece una scellerata preghiera, ove prometteva alla Madonna, se, col patrocinio di essa arrivasse a sterminare la razza di colui per cui colpa gli fu l'avo trucidato, le innalzerebbe nel luogo medesimo un tempio sontuoso, ove d'ogni parte accorrerebbe gente a tributarle onori ed oblazioni.
Pochi anni dopo, il conte Sirtori morì giovane freschissimo, di una malattia così bisbetica che i medici di campagna la giudicarono causata da acquetta, sebbene quelli di città inclinassero piuttosto a crederla effetto di stregamento. Ancora in gramaglie era la vedova di lui, quando rivenendo, non so d'onde, alle sue terre in Sirtori pel cammino del bosco, coll'unico suo figlioletto, e sorpresa da un turbine, essendosi riparata sotto un gran noce che faceva ombrello al tabernacolo d'Imbevera, fu assalita da alcuni sicari, i quali uccisero i lettighieri suoi ed un servo che la scortava: un altro servo, col favore del bujo, riuscì a trafugare il fanciullo, che era appunto il nostro don Alessandro; la dama non fu trovata più nè viva nè morta. Fatto misterioso anche questo, non meno del precedente.
Era in quel tempo sindaco di Barzago un benedetto omicciuolo, che per le cento lire di suo stipendio credevasi in dovere di tutelare i diritti del comune fin contro del feudatario, e che, ignorante affatto del vivere del mondo, mai non si era avvezzo a quella che, e in quei tempi ed in altri, era la prima e somma delle virtù, cioè chiudere coi padroni un occhio, e se occorra tutt'e due, chinare il capo, e dire di sì. Costui, avendo osato commentare quell'avvenimento e soggiungere che la non gli pareva farina netta, la sera seguente si trovò appoggiato un fiacco di mazzate, non sapeva da chi; solo ricordava che gli avevano detto essere queste un tientamente per lui e per gli altri villani, di non frugare troppo nel sacco de' padroni.
Circostanza minuta, che però non volli lasciarla nella penna, affinchè i lettori miei abbiano occasione di comprendere a loro pro, come con una certa razza di gente, sia un torto l'aver ragione.
A don Alessandro, che poteva contare allora fra gli otto e i dieci anni, non restava che una confusa rimembranza di quel fatto; un temporale, un'aggressione, qualcuno che lo levò sotto il braccio, e turandogli la bocca, lo recò lontano, sotto un diluvio d'acqua, erano idee che gli soccorrevano alla rinfusa. Ricondotto poi a casa sua, si sovveniva gli erano state fatte molte interrogazioni, cui mal sapeva rispondere; e come tra quelle udiva sovente esclamare: Ah! non se ne può dubitare: ma è un cane troppo grosso.
Più oltre non lo ajutava la sua memoria, nè gli altri fatti per noi riferiti erano ad esso conosciuti. Perocchè, non avendo qui alcun prossimo parente, e d'altra parte bramando allontanarlo dal pericolo troppo vicino, lo chiamò presso di sè uno zio, monaco del più rinomato convento di Padova. Su quella Università fu messo a studio, dove gli avevano insegnato il latino, il greco, e far versi, e quelle altre istituzioni così importanti al viver bene. Egli le apprendeva e se ne faceva onore; poi, come fanno tutti, le disimparava via via che a qualche cosa nuova era applicato. Per altro in quell'educazione più sciolta egli acquistò idee meno servili: nessuno rammentandogliene, dimenticò le nimistà ereditarie in sua famiglia: il ricordo d'una grave sventura patita in fanciullezza, i soprusi che più d'una volta avea dovuti tollerare dai camerata, orgogliosi nella protezione de' nobili uomini di colà, avevano giovato a formargli, o, dirò più bene, a conservargli un animo, quale da bambini sortiamo, tutto aperto alla compassione per chi patisce, al dispetto per chi soperchia, a quei dolci sentimenti che non istrappa se non una lunga serie di torti, fattici — dirò dalla fortuna per non offendere gli uomini.
Non istà qui tutta la virtù, lo so; ma ne è gran parte e gran segno.
I tutori suoi, bramosi di ravviare al più presto la casa, lo richiamarono che appena finiva i vent'anni e gli avevano predisposta una moglie, nella cui scelta, sebbene avessero consultato tutt'altre convenienze che quelle che importano acciocchè due conjugi sieno un all'altro sostegno, consolazione, conforto; dovea però, per una vera fortuna, riuscire quel meglio che potesse desiderarsi, accoppiando ricchezze, beltà, squisito intendimento e quella soavità di carattere che tanto contribuisce alla felicità propria ed all'altrui.
Questa era donna Emilia che conosciamo; colla quale erasi egli congiunto da poco più d'un mese: nè tra le beatitudini della luna di miele aveva egli cercato notizie de' casi antichi di sua famiglia. Ove bene gli avess'egli conosciuti, sarebbesi dato a credere che tant'anni trascorsi, ed il cessare, non che le offese, ma quasi l'esistenza d'una delle parti, dovesse avervi posto sopra una pietra. La gioventù è confidente perchè buona, e perciò spesso o facilmente ciurmata. Come saprebbe essa immaginare e la diuturna e sottile atrocità, di cui pur troppo è capace il vendicativo? come nè tampoco supporre la natura di certi spiriti, de' quali è un privilegio l'esecrare le persone senza conoscerle, è un dogma il voler male a quelli che fecero male?
Pertanto, venuto don Alessandro alla campagna colla nuova sposa, eragli sorto in animo il desiderio di visitare i luoghi di quelle prime dolorose ricordanze, versare una lagrima sulla zolla ove sua madre avea versato il sangue.
Una sera a don Alfonso si presenta il guardacaccia. Quest'era un bresciano, pezzo d'uomo alto e membruto, fin dalla prima gioventù manesco, accattabrighe, coltellatore, che sbandito dal suo paese con dieci o dodici omicidii sull'anima, e una grossa taglia sul capo, era entrato già da molti anni a' servigi di don Alfonso, al quale faceva, secondo le occorrenze, da cacciatore, da bravo, da mezzano, da spia, da boja.
Questo arnese si presenta dunque al padrone, e gli riferisce come domattina il signor Sirtori passerà da quelle parti per condursi nel bosco d'Imbevera non sapeva a che fare.
Tripudiò a tale notizia il feudatario, non altrimenti di un bracco allorchè, vedendo il padrone pigliar fucile e carniera, s'accorge che deve uscire alla caccia. Tolto al tedio iracondo dalla fiducia di una imminente vendetta, quella notte non seppe l'Isacchi trovar requie; entrava, usciva senza ragione: stette lungo tempo passeggiando sopra un terrazzo; ma sebbene avesse in prospetto la pacifica amenità del Pian d'Erba illuminato dalla luna, la quale dava un luccicare d'argento alle tranquille acque dei laghetti non vi poneva egli mente; e colle braccia incrociate al petto e lo sguardo a terra, trascorreva pensoso, di tempo in tempo applaudiva a sè stesso, poi dava ordini, poi interrogava, poi tornava a starsi solo: — tanto irrequieto l'avea reso il veder presso al compimento un disegno anni ed anni meditato.
Prima dell'alba fu in piedi, e comandato che tutto fosse lesto per la caccia, si rinchiuse nella propria camera; rimossa la tappezzeria, che mascherava un usciuolo a fior di muro, lo aperse; entrò in un gabinetto, e trattasi di seno una piccola chiave, fece con quella scattare un lucchetto che teneva il catenaccio d'una ribalta ferrata; aprì questa, e con attenzione cansando la soglia, fattosi qualche passo innanzi, gettò dentro un pane, che risonò sopra un pavimento profondo, e gridò giù: — Te' miserabile. Oggi ti darò compagnia.
Ribattè la botola, inanellò il paletto, tese ancora il parato e venuto in camera, gettassi sopra un inginocchiatojo, che stava nel vicoletto del letto, e fra il crocefisso e la piletta dell'acqua santa alzò il raso nero che velava un teschio posato sopra un bacile d'argento, e fissatolo un tratto come uomo meditabondo, cavò dal petto il medaglione d'oro, paterna memoria, che portava sospeso ad una catenella, ove era infilata insieme la chiavetta testè adoperata. Baciò l'effigie scolpita sulla medaglia, e recatasela fra le mani giunte così pregò:
— Beata vergine patrona mia! se mai esaudiste le preghiere di me povero peccatore, oggi ascoltatemi benigna. Datemi grazia di far buona caccia, sicchè io renda giustizia al mio progenitore, e liberi la promessa data al moribondo mio padre. Pur troppo mi posso rimproverare d'aver recato offese a voi ed al vostro divin Figliuolo. Ma se oggi mi propiziate quel Dio che punisce la colpa dei padri fino alla terza generazione, voglio rimettermi a vita esemplare; se fui sempre divoto al vostro nome diverrò più ancora, e comincerò l'emendazione mia collo sciogliere il voto che già vi feci e che ora rinnovo. Sì, madre misericordiosissima, aiutatemi oggi e se dovessi imporre un pedaggio, se dovessi assaltar alla strada per trovarne il denaro, innalzerò un ricco tempio sopra la benedetta vostra immagine d'Imbevera.
Ribaciò l'effigie, se la tornò in seno; preso quindi dal ginocchiatojo un uffiziuolo, ne sciolse le borchie d'argento, e volle tentare un modo d'oracolo, che egli soleva ne' casi importanti, cioè aprirlo alla ventura; e dalle prime parole che gliene cadessero all'occhio argomentare del come gli succederebbe il suo pensiero.
Gli occorsero quelle d'un salmo penitenziale: Dominus de cœlo in terram adspexit, ut audiret gemitus compeditorum, ut solveret filios interemptorum[2]; e, come sogliono i passionati oltraggiosi, ricordando le offese ricevute, non le recate, riconobbe il suo avo in quell'incatenato, sè nel figlio dell'ucciso di cui qui si accenna; parvegli la profezia che più quadrasse colla domanda fatta in pensiero. Onde con effusione baciata una Madonnina sul frontispizio del libretto, sorse pieno di confidenza. Sotto alla casacca di velluto affibbiossi un leggiero corsaletto di maglie d'acciajo flessibili; alla gorgiera, increspata a cannoncini e fortemente insaldata, pose un rinforzo metallico; si legò alla cintola un eletto pugnale; calzò usatti da caccia; sul capo un caschetto senza piume, e scese. Tutto era a ordine. Monta un destro ginnetto spagnuolo, toglie sul guanto imbottito della sinistra il falcone, e tra un suono di corni, uno squittire e scodinzolare di bracchi e di segugi, si avvia.
Stavano in quella discorrendola il signor curato e il sindaco del paese; l'uno in nicchio a tre venti e spolverina, l'altro in maniche di camicia e gambe nude. Di quest'ultimo parmi aver già toccato; l'altro, don Amadio, passava per un dei valenti se ce n'era là intorno, famoso per gran pratica dei quaderni teologici e de' casisti, e per una salva di testi che aveva sempre alla bocca. Nelle congregazioni plebane, ove, secondo i decreti del Concilio di Trento, osservati perchè ancor recenti, accoglievasi spesso il clero per decidere casi di coscienza, don Amadio era sempre lui che dava il tratto alla bilancia; e dopo aver lasciato un poco diguazzarsi i reverendi suoi confratelli pel si e pel no, egli buttava fuori il suo oracolo, che troncando il nodo, li metteva tutti bravamente in sacco. Pel suo credito era stato anche fatto vicario foraneo, dignità di qualche conto allora, quando le curie emanavano da sè decreti ed encicliche, senza bisogno del regio visto; e tenevano tribunali, giudizi, prigioni. Vero è bene che il nostro curato non voleva sciuparsi con troppe brighe che lo distraessero dai prediletti suoi studi; e men voglioso di fare che di lasciar fare, anche nella parrocchia, dopo che le domeniche aveva pascolato le sue pecorelle con prediconi, distesi secondo tutti i precetti della retorica che era il suo forte, lasciava poi ad esse la cura di metterne in pratica gl'insegnamenti; se nol facevano, colpa loro; la sua coscienza era tranquillata. Uomo specchiato del resto, riverente ai signori, e sopratutto amante della pace e di quelle cose che si chiamano il buon ordine e il tranquillo vivere.
Sorseggiato la cioccolata, se la passeggiava egli giù giù, digerendo all'aria aperta, colle mani alle reni una nell'altra e fra le due la tabacchiera, mentre il sindaco sbocconcellando un tozzo di pan mescolo asciutto, colla zappa sulla spalla dirizzavasi ai campi, si veniva con lui rammaricando d'una nuova tassa, imposta dal feudatario, contro le antiche consuetudini, e detta del bollino, perchè faceva pagare a' vinai il bollo che metteva sulle mezzette del vino a minuto.
Il sere ascoltava quel rancore del sindaco, poi dando fuori in uno scroscio di riso che gli faceva traballare la pancia, tra l'offrirgli una presa di tabacco, gli diceva:
— Eccoti alle solite antifone. Ma cotesto non è un cercar le noje col lanternino? Che importa a te s'egli mette una tassa nuova? Quando toccasse a te a pagarla, vorrei dire: ma chi ha da fare ci pensi. Sai tu che se' curioso? Se tu cavassi frutto dalle mie prediche, non ti prenderesti ne tante scese di capo. Bada a me, bada a me, che la so più lunga. Lascia andar l'acqua in giù, e lega l'asino dove vuole il padrone. Il mondo non è sempre andato di questo passo? Che? Vuoi tu ora ristampare il mondo?
— Sarà bene (soggiungeva il sindaco), sarà bene, perchè vossignoria legge tante storie, e deve saperlo: ma però codeste angherie una volta non si soffrivano, e quando godevamo la nostra libertà...
— Zitto là, l'interruppe don Amadio. Che cosa mi vai accattare qua il tempo che Berta filava? Ora è così, e così lascia stare, e dà mente a me, se non vuoi farti avere in tasca. Ecco me; io sono pure qualche cosa, e Domenedio, per sua grazia, non mi ha fatto una zucca. Eppure sto coi frati, e così me la campo d'amore e d'accordo con tutto il mondo. Oh questa è curiosa! Che i padroni operano da padroni sono forse cose che le si facciano da jeri? Che? Le dita della mano sono forse tutte eguali? Ti ricorda piuttosto che egli è l'illustrissimo don Alfonso, e tu sei Isidoro pover'uomo.
— Ma galantuomo, dava su il sindaco: e toccandosi la sua gabbanella di frustagno. — Vede, signor vicario? su questi stracci non c'è una macchia nè di sangue nè di lacrime; mentre sul broccato di qualchedun altro...
Egli s'interruppe all'udire degli abbai ed uno scalpitare fragoroso, e poco stante vide don Alfonso svoltare la cantonata, onde, facendogli tanto di berretta, mogio mogio tirò di lungo. Ma il curato, scoprendo una larga tonsura, con profondi saluti si avvicinò a riverire il feudatario. Cortesissimamente questi ricambiò, e — Ci onorerebbe vostra riverenza di sua compagnia alla caccia?
Al nostro curato sarebbe parso di mancare ai convenevoli se coi superiori avesse parlato nel tono stesso che faceva colla marmaglia, e però, qualvolta gli occorresse di ragionare con essi, vestendo un tutt'altro uomo, lasciava da banda il favellare piano e alla ambrosiana, per isfoderare un gergo concettoso, fiorettato, e, come si dice, in punta di forchetta: nel che quella generazione, come sanno perfino i barbieri, poneva il paragone dell'ingegno e dell'eloquenza. A quell'invito adunque — Oh illustrissimo (rispondeva), mercè i raggi che il sole della sua cortesia diffonde sulla valle de' meriti miei, pajonmi le tenebre mie più chiare che non sono. Ma i canoni che, come vossignoria, m'insegna, debbono essere la nostra stella polare, mi diniegano d'accettare un favore, esibitomi così cortese e graziosamente. A venationibus, aucupiis, tabernis, choreis, ludibusque abstineant[3].
— Bene, bene, replicava l'altro. Domani però si ricordi che, al solito, la posata è disposta per lei.
— Sarà un aggiungere un nuovo al cumulo degli obblighi che tengo scritti nell'archivio della memoria, rispondeva con nuove riverenze don Amadio, e guardandogli dietro mentre procedeva, esclamava: — Che buon signore!
Il qual buon signore s'avviò per la strada che doveva tenere don Alessandro, mostrando esservi portato dal caso. Veniva questi a cavallo colla sposa, messo anch'egli in mezzo a quattro galuppi, senza cui, in virtù della pace dominante, non sarebbe andato attorno un gentiluomo, fosse pure di quei buoni. Come distinse l'altra comitiva, chiese egli da' suoi uomini chi fossero. Questi non glielo celarono, e lasciarongli intendere esservi poco da fidarsi. Il giovane fece loro riflettere come l'Isacchi non conducesse che poca gente da caccia, senz'armi di offesa; e come d'altra parte si trovassero a tal punto, ove il mostrarsi insospettiti non gioverebbe allo scampo, e potrebbe far nascere di fatto il pericolo. Seguitò dunque la via, solo raccomandando ai seguaci di tenersi all'erta, e non perderlo mai d'occhio per qual fosse ragione.
Don Alfonso, come prima scòrse il Sirtori, brillò in modo, che il guardacaccia disse sommessamente ai camerata: — Ha l'occhio d'un astore quando ha veduto la starna. Venuti poi vicini, il feudatario si fece incontro all'altro, tutto amichevole e manieroso e — Qual buon vento conduce da queste bande il mio padrone e la gentilissima sua damina?
— Anzi il suo debole servitore rispose il giovane, e vie più rassicurato dal cortese accoglimento, gli espose la ragione del pellegrinaggio.
— Oh non si dirà mai, replicò l'Isacchi, che una tal coppia abbia onorato di sua presenza la mia giurisdizione senza aggradire l'ospitalità che può nel suo castello, offerire un romito campagnuolo.
E perchè don Alessandro se ne scusava, allegando il bisogno d'essere al più presto di ritorno, — Già, già (soggiungeva quegli con un ostentato sorriso), due sposi novelli si fanno rincrescere di passare una nottata sotto altro baldacchino. Certo però non vorranno farmi rifiuto di quel che posso offrir loro, una partita di caccia. Qui il mio guardiano ha notato la pesta di un porco selvatico e, se c'è, lo vogliamo scovare.
La caccia era passione così universale dei ricchi, l'esibizione vestiva tale aspetto di sincerità, che sarebbe parso un fallo a don Alessandro di non tenere l'invito. Presto dunque furono loro presentati spuntoni, balestre, falchi de' meglio addestrati, e si misero alla caccia, finchè capitarono alla bettola di Cipriano, dove, se vi ricorda, gli abbiamo lasciati. Dalla quale mentre si partivano, don Alfonso misurò d'un occhio scrutatore i bravi di don Alessandro, i quali, col non discostarsi mai dal costui fianco, pareva gli guastassero il disegno: poi chinatosi all'orecchio del guardacaccia, gli susurrò: — Sarà tua cura avvinazzare gli uomini di costui.
Il bravaccio rispose inchinandosi: poi tornati al corso, riuscirono anch'essi vicino alla Madonnina d'Imbevera: — Ecco appunto il posto della mia disgrazia. Nel rimirare questi luoghi, vengo trovando nella mente certe idee smarrite, come quando si raffigura un amico della prima fanciullezza. Quel tabernacolo, oh lo riconosco. Guarda, Emilia. Qui era appoggiata la lettiga, giusto al piè di quella grand'albera. Veniva un'acqua a secchi. Io, per non udire, per non vedere i tuoni, i baleni quasi continui, acquattavo il capo in grembo a mia madre; ed ella, povera mamma! mi accarezzava, mi confortava. Quando a un tratto si odono delle moschettate, un dàgli, dàgli, un allarme: sporgiamo il capo: ecco venire incontro... che guardature! Folti ciuffi, cascando dalla fronte, velavano ad essi tutta la faccia, che rischiarata ad ogni tanto dai lampi, somigliava veramente a quella di demonii. Parmi tuttora avergli sugli occhi, e forse, vedendoli, li ravviserei.
Il guardacaccia (e sapeva ben lui il perchè) voltava a dar degli ordini: donn'Emilia, compatendo allo sposo, non teneva gli occhi asciutti: il feudatario, bramoso di metter fine a quel discorso, — Oh via! (esclamò) la sua tenerezza le fa onore, ma ora siamo a divertirci. Bando alle melanconie. All'erta: lanciate i cani.
Diede fiato al corno, spronò, imboscossi, e dietro a lui si sparpagliarono tutti per la boscaglia.
In qual modo don Alfonso intendesse cogliere la preda, alla quale già vi siete accorti che mirava veramente, lo sapreste già, o lettori, se v'avessi detto come, fra le altre disposizioni date quella mattina, chiamò a sè il guardacaccia, ed ordinogli che mandasse tre bravi, conosciuti alla prova delle imprese rilevanti, cioè delle più scellerate, e — Si collochino (diceva) colà al lembo della collina, sullo stradello che dai mulini conduce alla Madonnina, rimpiattati dietro la macchia, e non si muovano. Tu ti terrai al fianco. Troveremo qualche ingegno di separare colui dalla sua brigata, e trarlo a quella parte. Quando io griderò A noi, essi balzino fuori: se v'è qualche servo, lo freddino: l'importanza è di assicurarsi del padrone: se lo cogliamo vivo, tanto meglio; e portarlo senza più in castello.
A questo comando, dato colla freddezza onde un ricco d'oggidì comanderebbe al cocchiere d'aggiogar i cavalli, con altrettanta freddezza il guardacaccia rispose: — Illustrissimo, ho inteso. E poi ch'ebbero accordato ogni cosa fra loro, e il padrone gli accennò che se n'andasse, quegli stette fermo guatandolo. L'intese don Alfonso, e ripigliò: — Avrete una lauta mancia.
— Grazie, illustrissimo, ripetè inchinandosi l'altro in cui andavano del pari la fierezza e l'ingordigia. Però... per regolarmi cogli uomini... qualche cosa di preciso...
— Questo, e la paga d'un anno, rispose il feudatario, gettandogli una doppia nel cappello.
E l'altro strisciando gran riverenze, — Illustrissimo, mille grazie; perchè ella vede, i vizii sono molti.
— Non dubitare; fa che la cosa riesca a disegno.
— Illustrissimo, sarà servito da par suo.
I tre ben armati presero dunque il posto indicato, ed ivi dietro un veprajo stavano, chiacchierando, celiando, sbadigliando, ad aspettare la vittima. Non sapevano quale, non lo cercavano: basta che colui che li pagava lo aveva ordinato. Indifferenza che ci pare orribile vedendola in uno o due individui, e non ci tocca allorchè la troviamo in quattro o seicentomila combattenti, che aspettano un fiato di tromba, un batter di cassa per correre a scannarsi un l'altro, senza conoscersi, senza cercare il perchè, senza sapere altro se non che furono comandati.
L'Orso di Barzago intanto non avea la mira che a separar il giovane dalla compagnia; ma per la fedeltà dei servi poco sperando riuscirvi per allora, traccheggiava confidando ottenere il suo desiderio quando, coll'occasione della merenda, avesse ridotti questi ubbriachi. La fortuna però parve mandar tempo al proposito suo; poichè, essendosi la signora voluta mettere un tratto a riposare, don Alessandro, lasciando con essa i bravi, si lanciò sulle tracce d'una lepre insieme col feudatario, non seguito anch'esso che dal guardacaccia, il quale destramente li traeva verso il luogo dell'agguato. Già ne erano lontani non più che tre tiri di fucili, don Alessandro seguitando colla sicurezza e coll'ardore della gioventù, l'altro palpitando nel pensiero dell'imminente espiazione; quando repente odono di mezzo alle piante un gagnolare, un insultarsi, un gridìo. Don Alessandro si arrestò insospettito fissando gli sguardi in faccia all'Orso, poi diede volta verso il luogo nel quale aveva lasciato la sposa, temendo non le fosse accaduto alcun sinistro. Intanto il feudatario, ben accorgendosi di dove uscissero que' gridi, sebbene non ne indovinasse il motivo, sbuffando d'ira spronò verso là donde veniva lo schiamazzo.
Cagione di questo era stato, che, mentre i bravi, o come da noi si diceva, i buli rimanevano appostando la vittima, secondo v'ho narrato, un'altra di genere diverso vi rintoppò; la Brigita ostina, che, scortata dall'amorevole Cipriano, tornava a casa.
Era delle belle contadine che possono vedersi con un par d'occhi: sul fiore dei venti anni, una ricca capellatura nerissima raccolta in trecce contornava un viso gioviale e pienotto, dove le rose che costantemente vi dipingeva la sanità erano in quell'ora avvivate dal calore del mezzogiorno e dal camminare; come il contento di ritornare fra' suoi cresceva l'allegrezza d'un cuor pacifico e buono. In vestire lindo e semplice, poco diverso da quello che si usa tuttavia fra le Brianzuole, con corsetto e sottanello di filaticcio e grembiule di vergato, sul braccio ignudo recavasi un paniere dov'erano riposti i pochi arnesi che seco aveva portati alla filanda. La cortesia del fratello non era tanto incivilita da alleviarla di quel peso; non gli cascò tampoco in mente: ma in quella vece, camminandole innanzi per l'angusto sentiero, tutto affetto egli la veniva interrogando dietro via dei casi suoi e quei della famiglia e dei conoscenti, poi con aria d'ingenua intelligenza voltandosi a fare l'occhiolino, domandò: — E col giardiniere, di' su, come va?
Ella, divenendo ancor più incarnata, e con un sorriso di modesta bontà, non gli fece altra risposta, se non di interrogarlo: — E la mia vite?
— Oh la tua vite! se tu sapessi che pericolo ha corso! È salva per miracolo. Così Cipriano, il quale tolse di qui occasione di raccontarle la grande avventura della lepre, dello spavento, e in conseguenza del perchè le fosse venuto incontro. — Ma sta col cuor quieto (egli seguitava) che il rumore della caccia si sente là abbasso, molto lontano di qui.
Così discorrendola, i due buoni fratelli inciampicarono senza accorgersi fra i bravi, appostati alla macchia. Uno dei quali, come gli avvisò, — Ohe! ohe! (cominciò) guarda, camerata; vanno anche delle fiere domestiche per questo bosco.
— Che bella pollastra! gridò il secondo balzando in piedi.
— Ah, ah! questo villano non si può dire che sia di cattiva bocca, soggiungeva il Guercio, sgangherando la bocca ad un riso sguajato.
Cipriano in quel momento avrebbe veduto più volentieri il diavolo. Gittò un'occhiata all'intorno: non v'era anima da sperarne ajuto; talchè, visto che era il caso di bere o d'affogare, si voltò loro con una cera brava, gridando: — Però?... m'avete mai visto?... avete forse ad avere qualche cosa? ed altre parole, che uno dice più fiero, quando ha più paura.
Ma coloro non erano musi da ristarsi per parole, e cogli sfacciati modi dei bravacci, s'accostavano alla ragazza, la quale, diventata di mille colori e trasudando, s'avvinghiava al braccio del fratello gridando: — Ajutami, Cipriano; ajutami.
Questi, poichè vide a nulla giovar le parole, montandogli il sangue al capo, cacciò fuori tanto d'occhi, e soffiando come una gatta quando sente la canizza, cominciò a girare a mulinello il suo bastone, mentre coll'altra mano brancò il coltellaccio gridando: — Indietro, o malandrini, o vi mando tutti al Creatore.
— Oh, oh! costui fa di buono, ripigliò il Guercio: ma come è così, neppur noi non si farà da baja. E se gli volsero incontro. Lo stradello correva stretto e insaccato fra due cigli assiepati di vepri, talchè non riusciva difficile a Cipriano lo schermirsi da tutti e tre, mentre alla sorella diceva: — Fuggi, scappa. Essa però ben comprendeva che il discostarsi non sarebbe che peggio; onde si teneva poco dietro di lui, che arretrando si difendeva.
Sbucarono così sul piazzuolo che girava davanti alla Madonnina. Coll'ansietà onde il fantolino, inseguito da un ringhioso cagnaccio, ricovera al grembo della madre, la Brigita corse al tabernacolo, prostrandosi ginocchioni. Colà pure tentò ripararsi Cipriano; ma non appena fu al largo, un di coloro gli tolse l'avvantaggio, sicchè egli rimase framezzato. Non intendevano già ammazzarlo; non n'erano comandati: e s'erano messi a quella baruffa piuttosto per chiasso che altrimenti. Ma quando ne toccarono alcune saporite dal randello di quel gagliardo, che non sapeva prendere da celia gl'insulti tentati verso la sua buona sorella, non l'ebbero più da riso, e pieni di mal talento giurarono fargliela pagare. Batti dunque ch'io ti batto, uno contro tre. Cipriano si trovava nelle male peste.
Anche l'asilo del luogo sacro, ove la Brigita erasi ridotta, secondo le idee di que' tristi proteggeva contro la violenza bensì, non contro la lascivia. Onde, nel mentre che due tenevano ciascuno per un braccio agguantato il fratello, il Guercio, che era fra essi il più laido d'animo come di figura, saltò verso la fanciulla a molestarla con parole scomposte e scomposti atti. La meschina, accoccolatasi, raggricchiata, stretta stretta alla parete della Madonnina, colle braccia incrociate sul seno e la faccia tra quelle appiattata come poteva, gridava:
— O Signore! ajuto! Cipriano... o Cipriano, soccorrimi!... Caro voi, lasciatemi stare... Vi prego, per vostra madre, per vostra sorella... No, no... per carità... sono una povera ragazza, abbiatemi compassione... state quieto... Oh! cara Madonna!... Oh anime del purgatorio!... vi dirò il rosario tutti i lunedì finchè campo... No, no... ajuto, ajuto!
E Cipriano vedeva. Indarno procurava sviticchiarsi da coloro: pestava i piedi, imperversava, gagnolava, stiacciava come una civetta in collera, stralunava gli occhi al cielo, urlava — Sta cheto, mostaccio da forca. Se ti posso arrivare! Guarda che t'ammazzo... e non poteva farne altro. Anzi i buli, mescendo giuraddii e sghignazzi, gli facevano tratto tratto sentire come pesassero le loro minacce.
A questi strilli, a quel diavolezzo, accorse dapprima la canatteria che l'accrebbe, poi cacciatori da diverse bande, infine don Alfonso istesso. L'apparir suo nulla di bene prometteva a Cipriano: pure v'ha dei momenti, in cui è di consolazione anche un disastro, purchè ci tolga all'affannoso presente. Di fatti, appena il padrone comparve, i buli, tanto umili coi superiori quanto erano prepotenti cogli inferiori, lasciarono i due martiri, e cavate le berrette, si ritrassero insieme, coll'abjezione che nasce dall'abitudine della servilità. Cipriano, riposte anch'egli le sue armi e trattosi il cappello, stette ad occhi bassi, e per un istante si fece un silenzio cupo, siccome all'avvicinare del terremoto; finchè don Alfonso, flottando e con piglio quanto più si poteva severo, gridò a quei tre:
— Così s'adempiono i miei ordini, canaglia? Animo, al posto, e me ne renderete ragione.
Non pareva vero a Cipriano che l'Orso sgridasse i suoi uomini per una cattiva azione, e risorto da morte a vita, andava fra i denti raccapezzando un ringraziamento da recitargli. Ma come in chi abbia sorbite alcune stille di belladonna, alla dormigliosa vista si presentano gioconde figure, che a poco a poco si tramutano in mostruosi sembianti, alla guisa stessa il povero villano ebbe tutto a rimescolarsi, quando, alzati gli occhi, scorse il torvo cipiglio del feudatario, che col tono istesso di minaccia, gli parlò:
— E quanto a te, mascalzone petulante, che ardisci opporre la forza alla mia livrea, l'avrai da fare con me.
Cipriano intontito biascicava una risposta, una scusa, quando per trista giunta vide fissati sopra di sè i torti occhi del guardacaccia. Avrebbe allora voluto sobbissarsi, e voltava la faccia, stringevasi nelle spalle: ma invano; chè quegli, fattosi più dappresso e battendogli una palmata sulla spalla:
— Olà! (gridò) non m'inganno: tu sei uno di quelli che l'altra settimana andava ammazzando lepri pel bosco. Indi con uno sgrigno satanico replicando la battuta: — Ora t'ho còlto (proseguiva) e il tuo salario, come t'ho promesso, ti verrà prima del sabato.