Don Alfonso, già esacerbato dal colpo fallito, ora punto in parte così delicata, s'inviperì; e prorompendo in una salva d'improperii, che anche i nobili, negl'impeti loro, non isdegnano usurpare dalle bocche della plebaglia, da cui son tutto studio a discostarsi nel rimanente:

— Come! (gridava) anche questo? violare la caccia bandita, ed ora resistere alla mia gente? Ah, questa passa il segno, e t'avvezzerò io. Intanto legatelo a codesto ramo, e dategli un pajo di strappate di corda, finchè nomini i compagni di sue ribalderie.

Cipriano stava chiotto col capo basso, nella figura che sì spesso tocca, in questo bel mondo, all'offeso innocente davanti al potente oltraggiatore. Ma quando intese la parola di corda, si senti sdrucciolare un gelo per le reni, e — Signore... Illustrissimo... La badi a me.... Quanto alla sua livrea, da povero figliuolo, sono stati loro che mi assalirono, che maltrattarono mia sorella. Della lepre, le dirò la verità... Si... ma... è vero... c'è una vite... Questa qui è mia sorella...

Tali e somiglianti parole ciarfogliava, affoltava il povero Cipriano, ma invanamente; chè l'impassibile crudeltà del barone sollecitava con uno sguardo i cacciatori, i quali, fatti manigoldi, si difilavano contro l'ostino. Come questi vide inutile la sommessione e il pregare, còlto il momento, spiccò un lancio, e ricoverossi in un batti baleno alla Madonnina, ove stava la Brigita pallida, tramortita, colle mani giunte e gli occhi supini, moltiplicando ave marie. Qui sentendosi sicure le spalle e protetto dal luogo sacrato. Cipriano, rifatto un cuor risoluto, calcossi in testa il cappello, ripigliò le armi sue plebee, ed in suon di rabbia, gridò:

— Avanti chi gli basta il cuore.

Trarlo di là non avrebbero osato gli uomini: ma i cani, poco impacciandosi degli asili, aizzati scagliavansegli addosso, e non erano pochi. Egli rotava senza riguardo un randello, e a chi toccavano, uomo o bestia, erano sue; onde un guaire, un ringhiare di cani, un fremere di bravi, lì tra gli ordini del padrone e la venerazione del sagrato; un bestemmiare ancor più sonoro di don Alfonso, che al vedere trattati a quel modo, non solo gli uomini, ma fin le sue bestie, dimenticando ogni rispetto, spronava il cavallo addosso al miserabile, giurando gliela farebbe scontare, se avesse dovuto strapparlo d'in su gli altari.

In quella apparivano sullo spianato istesso don Alessandro e la sposa sua, accorsi al rumore. Gettarono uno sguardo su questa scena; ma ciò che più diede nell'occhio al Sirtori furono i tre scherani che, ritiratisi al cenno del padrone, postati dietro una fratta allo sbocco dello stradello sporgevano le luride facce, curiosi di vedere come finiva. La Brigita, rimasta coll'angoscia dell'agnella quando vede e sente il lupo vagolare ululando attorno al debole steccato che la protegge, appena avvisò la dama, balzò, ed a precipizio corse ad essa, gridandole colla concisione dello spavento:

— Signora, la mi salvi; cara lei, mi salvi, per amor di Dio.

Non sapeva ella chi costei fosse: ma il cuore delle donne è sempre così dischiuso alla compassione, che l'apparir di una viene riguardato dagli infelici come una consolazione, una sicurezza. Donn'Emilia in fatto, dipinta di pietà, scese di cavallo, e colla simpatia che tutti inchina alla gioventù ed alla bellezza, ma che le donne non ricusano mai a persone del loro sesso, presa fra le braccia la bella sbigottita, con parole e più cogli sguardi commosse il marito ad assumerne le difese.

Veramente, allorchè si vedono in lotta il debole e il forte, non la carità cristiana, ma certo la prudenza umana insegna a pigliare la parte del secondo e giudicar reo e ribaldo il fiacco, se non altro perchè ardisce resistere. Ma la generosità della gioventù e la franchezza d'un'anima ben educata facevano don Alessandro inchinato alla parte del paziente; al che aggiungendosi il pregare della sposa e il sinistro concetto in che era tenuto il feudatario, non esitò a chiarirsi campione di que' meschini. Colla maggior creanza di modi, venuto adunque allato a don Alfonso:

— È lecito sapere qual sia la colpa di quegli sciagurati?

La collera aveva già invaso l'animo dell'Orso al trovarsi impedito nella giustizia, com'egli ed altri chiamavano la vendetta; onde, a guisa di sparviero che vede la colomba abbandonare il sicuro nido, egli vibrò l'occhio sulla fanciulla quando si scostò dall'asilo, nè punto badando al Sirtori, con un sogghigno ove mescevasi il pensiero atroce col pensiero lascivo:

— Ah! ah! (disse) ci sei venuta da te stessa, eh? Animo, cacciatori; essa pure è complice; pigliatela, e portatela dritto in castello.

Parve atto scortese e crudele al giovine cavaliero, prima il non rispondergli, ed ora il voler levare quella fanciulla dalle braccia d'una dama; onde, col morbido della voce mitigando un cotal poco la precisione delle parole, — Signore (esclamò) vorrei sperare che la cortesia e l'onestà di un cavaliero le fossero abbastanza conosciute.

Misurollo quell'altro con bieca guardatura, e: — Conosco i miei doveri, nè occorre che altri venga a dar il tono in casa mia. Poi tornatosi ai cacciatori che esitavano. — Su via (intimò): a chi dico: obbedite.

La Brigita ascondeva la faccia in seno alla dama, gridando: — No, no, per carità... per amor della Madonna... mi ajuti: pregherò il Signore per lei tutti i giorni... Poverina me! La mi ajuti, o piuttosto mi ammazzi. Cipriano, assediato nei suo asilo, non poteva che gridare, — la salvi, la salvi. — Salvala, diceva pure donn'Emilia, volgendosi al marito, bagnata di lagrime e resa più bella dalla pietà. Il Sirtori girò la briglia e, spinto il cavallo fra la donna e i rapitori, vibrando contro questi lo spuntone da caccia, intimò: — Indietro.

Chi ha visto come il fuoco divampi al gettarvi dello spirito, pensi che altrettanto avvenisse di don Alfonso a quell'atto. L'odio represso fin là sotto la maschera della cortesia, ruppe nella collera più furibonda, e: — Che? gridava con parole ammezzate dal singhiozzo dell'ira. Chi è tanto audace da frammischiarsi nella mia giurisdizione? Sono miei vassalli: hanno violato le mie leggi; chi si oppone è sleale al re. Indietro.

E difilatosi contro don Alessandro, gli pose la mano alla briglia del cavallo. Per quanto gravissimo fosse questo affronto secondo le idee d'allora, per quanto un cavaliero fosse dilicato nel punto d'onore ed anelasse l'occasione di mostrar valore ed ostentare maestria nel maneggio dell'armi, studio quasi unico dei nobili, pure la differenza di età, la situazione, l'ospitalità che ne riceveva contennero don Alessandro, che quanto più seppe pacato gli diceva di rimando: — Qualunque altro, ed in qualunque altro luogo si pentirebbe tardi d'avere intaccato la lealtà d'un par mio. Qui però, se ben vedo, non si tratta di giustizia; nè conosco legge o costumanza al mondo, che permetta di rapire una ragazza e di violare un luogo consacrato. No, finchè io sappia tenere un'arma in mano non permetterò mai che, dove io sono, si commettano soperchierie.

— Soperchierie? sciamò l'altro nel colmo della furia. Anzi soperchieria fai tu, arrogante fanciullo, a pretendere ch'io ti renda ragione del mio operare. Tu hai smentite le mie parole come fossero quelle d'un villano: ti ricambio la mentita e ti chiamo codardo e sleale, e te lo sostegno con l'armi. Mettiti in parata; chè mi sento cuore di farti provare come ferisca questa punta, che da un pezzo ha sete del tuo sangue.

Che il disegno dell'Isacchi fosse tutt'altro che di suscitare un alterco, abbastanza appare dalle precedenti disposizioni. Ma queste gli rimanevano scompigliate, sì dal trovarsi lontano dal posto dell'agguato, sì dall'avere intorno troppa gente per celare il fatto quanto fosse d'uopo alla impunità.

L'ammazzare, insegna la legge di natura e di Dio, è sempre delitto: l'ammazzare in duello, insegna il mondo, è non solo lecito, ma lodato da quel punto d'onore, virtù di parata, che può associarsi a tutti i vizii e fin colla codardia.

Don Alfonso dunque, vistosi presentare il destro di riuscire al suo intento con un duello, spinse la provocazione sino al punto di farlo nascere, sì perchè sitibondo più che mai di sangue in quell'impeto; sì perchè disprezzava un giovane, non ancor avvezzo ad affrontare la morte, i cui riguardi stessi interpretava per vigliaccheria. Anche a don Alessandro parve gli tornerebbe ormai a biasimo il ricusarsi: finì di determinarlo l'ultima frase, ove sonava una di quelle verità, che suo malgrado sfuggono all'uomo nella foga della passione. Onde balzar di cavallo, impugnare uno stilo abbindolato all'arcione, e mettersi in attitudine, fu un lampo. Altrettanto avea fatto il nemico: ma quel furore non gl'impedì che, nel brandire il pugnale, ne accostasse alla bocca il pome, imprimendovi colle labbra convulse un bacio sul nome di Maria, che v'era niellato: indi si venne ai fatti.

Al primo vederli così inaspettatamente alle contese, le donne si misero fra loro, procurando attutirli: ma vista vana ogni opera, si raccolsero al tabernacolo, e quivi gettatesi ginocchioni, avvicendavano preghiere. L'occhio però, che alzavano supplichevole a quella che andavano chiamando cara Madonna, volgevasi ogni tratto per fermarsi sui due pugnali, terribile arma, che di sopra al capo dei due combattenti sfavillavano d'un lampo ferale. In entrambe le donne un solo era il voto, ma mentre la villana restava quasi fuor di sè ad uno spettacolo tanto insolito, sul volto di donna Emilia poteva, insieme all'angustia, notarsi una certa compiacenza al vedere il suo Alessandro mostrar coraggio e generosità, doti che sempre riescono gradite ad una dama, tanto più se le scorge in colui che è suo.

Il seguito del feudatario erasi rannodato da una parte; rimpetto si erano collocati i bravi del Sirtori, che cogli sguardi cagneschi ricambiando i cagneschi sguardi degli altri, parevano dire, — Eccoci qua, per qualunque caso, a darvi buon conto di noi. Cipriano che, durante il diverbio, a guisa d'una macchina avea voltato la faccia e la bocca a qual dei due parlava, ora, colle spalle sempre volte al tabernacoletto, e rispondendo sopra pensiero alle orazioni delle preganti, non dispiccava mai l'occhio dai combattenti, e colle braccia e con tutta la persona ne secondava i colpi. Poco lontano il Guercio e due altri bravi ustolavano e adocchiavano con ansietà; e si dicevano tra loro: — Sta a vedere che il padrone risparmia a noi la fatica di fargli festa.

— Mi pare piuttosto (soggiungeva il Guercio) che il giovane voglia risparmiare a noi la romanzina o peggio, che il padrone ci ha promesso.

— Mi rincrescerebbe (aggiungeva il terzo) a restare senza salario.

Infatti apparve ben tosto come il giovane sull'altro prevalesse. L'Isacchi era il toro inferocito, che assale ad occhi chiusi; l'altro, più freddo e cauto, colla sinistra dietro il fianco, la destra sporta, l'occhio fisso all'arma dell'inimico, mentre con quieta destrezza ne schivava o schermiva i colpi, pareva andar ritenuto per non trargli mortalmente, nudrendo ancora quella speranza che conserva un onest'uomo, strascinato contro voglia ad un tal passo, quella d'uscirne con nessuno o poco sangue. Don Alfonso, non aspirando che ad uccidere l'inimico, gli cacciò una puntata di sotto in su, ma l'altro fu lesto a dargli un mezzo riverso sopra il braccio destro, al tempo stesso che gli voltò una punta al petto, piegando ad arte lo stilo in modo di scalfirlo appena. Con meraviglia però incontrava un ostacolo, e s'avvide del giaco onde il feudatario aveva difeso il petto. Poco mancò che questo accidente non gli costasse la vita: perocchè il nemico, intento al proprio vantaggio, colse quell'istante per drizzargli alla testa una stoccata, che fece gelare di spavento le donne spettatrici. Se non che il Sirtori, stomacato di simile slealtà, e vistosi la morte a un pelo, fu pronto a togliersi la botta sul filo dritto del pugnale, e nel parare istesso, spinto innanzi il piè manco, gli pigliò il braccio per di fuori in guisa che d'un rovescio gli trafisse il collo.

Barcollò, cadde l'Isacchi: ma nello stramazzare gridò A noi, che era la parola concertata per l'assalto. All'intenderla, il guardacaccia a sbalzi lanciossi contro don Alessandro, esclamando — Assassinio, Assassinio: i tre in agguato sbucarono, sebbene con impeto minore: anche gli altri cacciatori parvero mettersi sulle offese. Cipriano, cedendo a quel primo moto che nei caratteri aperti previene la riflessione, era balzato dal suo asilo, sventolando il cappello e gridando a tutta gola: — Evviva! è morto; morto l'Orso.

Che l'ammazzare un altro, quant'è glorioso, altrettanto sia piacevole, nol credo: ben so che, al vedersi davanti un essere che dianzi pensava, parlava, operava, e che ora, per opera sua, trovavasi vicino a diventare un pezzo di materia, pastura di vermi, il nostro don Alessandro rimase qualche tempo in un'attonitaggine, che sarebbe potuta riescirgli funesta, giacchè lo lasciava esposto alla prima furia del guardacaccia. E questi gli si scagliava addosso; se non che Cipriano, pentitosi all'istante d'aver insultato un ucciso, e bramoso di riparare quella scappata, si precipitò attraverso ai passi dell'assalitore, mentre i buli del Sirtori tenevano testa agli altri, sinché il loro signore rinvenuto dallo stupore, gridò a coloro in tono di comando: — Abbasso le armi.

Furono parole magiche. Il guardacaccia si arrestò, ed, o fosse l'abitudine di obbedire ai cenni signorili, o la simpatia naturale e sovente disastrosa che pruova l'uomo per un esito fortunato, o l'irresolutezza che ben egli avvertì nei camerati, i quali, vili come tutti gli arroganti, al mirar caduto colui che di sua ombra copriva le loro ribalderie, si mostravano più disposti a pensare ai casi propri che a vendicare gli altrui, alzò la bocca dello schioppo, guardò di traverso il ferito, scosse le spalle e gridatogli — Ben ti sta; n'hai fatte abbastanza, soggiunse ai compagni: — Seguitemi.

L'occhio di don Alfonso, che sopra di lui stava fissato, come lo vide dar volta, prese il luccicar cristallino e disperato di chi sente lo schianto del ramo cui s'era ghermito dirupando da una balza. De' cacciatori, alcuni guardandosi in faccia e dicendo, — Qui la più sicura è andarsene fuori di ballo, col pretesto di correre chi pel chirurgo, chi pel prete, se la batterono per la campagna. Gli altri si drizzarono verso il castello col guardacaccia, che tra via discorrendola de' fatti loro, diceva: — Sapete che? Il morto in sepoltura e il vivo all'osteria. Qui bisogna cercare salvezza e pagnotta per noi. In palazzo c'è degli zecchini a pala. Nemmeno il diavolo non ci tiene dall'andarci, e far bottino del bello e del buono. Quell'ammazzasette non verrà certo ad insultarci là dentro: ad ogni caso, per fare il bizzarro con noi vogliono essere altre barbe che la sua. I servitori che sono lassù n'avranno di grazia a tenerci il sacco; se no, sapete come si fa. Quanto a cotesti villanzoni, anime di sambuco, da me ne fo stare un centinajo. Poi colle bolgie ben in assetto e i nostri tromboni sul braccio, ce n'infischiamo di mezzo mondo.

Gli altri ad applaudire alle costui trasonerie; e fra tali smargiassate seguitavano la strada, concertando futuri delitti.

Nel bosco frattanto, attorno a don Alfonso erasi fatto il solenne silenzio che succede presso a chi sta sull'orlo del sepolcro. Donn'Emilia aveva ammanniti dei pannolini per fasciare la ferita: il vincitore, proteso in sulle mani giunte e a capo chino, lo contemplava in atto e con parole di sentita compassione: Cipriano gli sorreggeva la vita perchè stesse meno a disagio: — quel Cipriano che testè aveva tremato al superbo cipiglio di lui, ora ne sorreggeva la cascante persona, alitandogli sulla fronte ed esclamando: — Poveretto; nel mentre che la Brigita col grembiule gli tergeva il gelato sudore, e venivagli dicendo: — Si ricordi del Signore: si raccomandi alla sua misericordia che è infinita: faccia l'atto di contrizione: risponda col cuore alla Salve Regina, che io reciterò.

Oh soperchiatori!

Ma don Alfonso, sentendosi venir meno la vita, accennò che lo portassero appiè del tabernacolo. Ivi, levando le mani e gli occhi ondeggianti nella vicina morte verso l'effigie divota, — Ho profanato (diceva con debole e stanca voce), ho profanato il vostro terreno colla violenza e col sangue... Perdonatemi!

Era un richiamo delle antiche superstizioni, per cui più sentivasi rimorso dell'aver violato il sacro asilo, che non dell'assassinio tentato. E proseguiva: — Pure esaudite la mia ultima preghiera.

Si diede a cercarsi il petto, il che fu dagli astanti creduto in sulle prime quell'atto macchinale per cui i moribondi sembrano volersi aggavignare alle fuggenti cose del mondo. Si vide poi che ne traeva una medaglia ed una chiave, appese ad una catenella: baciò la medaglia, e additandola, coll'anelante voce disse: — Questa offeritela alla Madonnina. Voltosi poi al Sirtori, e porgendogli la chiave, — Qui sotto... nel gabinetto dietro la tappezzeria della mia camera... vostra madre... Andate voi... voi stesso a liberarla. E dopo alquanto, stringendogli la mano, — Voi stesso, ripetè. Protese le membra, boccheggiò; travolse le pupille, nè più si mosse.

Le donne diedero in un pianto: inginocchiati poi tutti recitarono il De profundis: indi i servi, recisi e rimondi dei rami, ne formarono una bara, sulla quale composto il defunto, si avviarono verso il castello. La Brigita e Cipriano, non sapendo finire di ringraziare la Madonna d'Imbevera e que' buoni signori, tornarono a casa con quel misto di gioja e di sgomento che succede ad un grave pericolo sfuggito, raccontando l'occorso, ma con tale ansietà e confusione che poco altro si comprendeva se non che l'Orso di Barzago era morto, morto come un santo.

La notizia non tardò a spargersi pel comune. Stava il sindaco scegliendo le più mature pannocchie di grano turco dal suo camperello, quando arriva uno tutto trafelato e: — V'ho a dire una nuova che rimarrete.

— Che cosa? è nato forse il vitello? domandò Isidoro.

— Altro che! È morto il padrone, l'Orso.

— Che? saltò su il sindaco, lasciando cascare gli spigoni e spalancando gli occhi. Morto il padrone? Oh voi mi canzonate. Se l'ho visto io sta mattina, sano come un pesce.

— Tant'è: l'hanno ammazzato, rispondeva l'altro; e sono addietro che lo portano in su morto stecchito.

Intanto sopraggiungevano altri a confermare la notizia; onde Isidoro, fatto tanto di cuore, pianta lì sacco e gonnella, ed: — Animo, figliuoli: qui bisogna correre, se mai fosse bisogno di noi. E toltosi in spalla il forcone, si avvia più che di passo giù verso il bosco, e dietro altri ed altri, di mano in mano che ne incontrava, col badile, con mazzapicchi, con vomeri, con quel che prima capitava sotto le mani. Ma non andarono troppo, che il sindaco fermossi in sui due piedi, ed: — Alto là, ragazzi. Don Alfonso non ha figliuoli, eh?

— Sicuro di no, risposero ad una voce.

— Dunque (replicò egli), noi ricuperiamo la libertà.

— La libertà? — La libertà? ripeteano i villani, guardando un in viso dell'altro come chi ode una parola che non intende: e si stringevano intorno ad Isidoro.

— Senza dubbio (seguitava egli), la libertà. Perchè, non avendo egli nè figliuoli nè cagnuoli, questo feudo ricasca al re, e noi torniamo ad essere liberi come eravamo prima dell'ottanta, cioè a non obbedire se non al re, che Dio conservi. Queste cose io le so ben io, perchè è un pezzo che maneggio gli affari della comunità, sebbene sotto colui pesassi per un quattrino. Ma è finita questa vita da cani: ed ora, che vantaggio, ragazzi! che allegria! Se vi avranno a dar la corda, se avranno ad ammazzarvi, saranno i ministri del re, non costui, e...

— E non s'ha più a pagare? saltò su un padre di sei figliuoli, a cui l'esattore aveva portato via il pajuolo, perchè non si trovava un filippo da dare pel testatico.

— Ma che idee! ripigliava Isidoro. Pagheremo sì; però i nostri bezzi non se li metterà in tasca costui, ma anderanno in Spagna, dove ci sono i dobloni d'oro tanto fatti. Vivano i nostri privilegi! viva la libertà!

E scaraventava in aria il cappello; e gli altri facevano il somigliante, gridando: — Viva la libertà, senza conoscere tampoco che cosa la si fosse, come è il solito della moltitudine, e sovente di quelli che guidano la moltitudine, benchè si diano a intendere di saperla tanto più lunga del povero Isidoro, e quel che è più, senza avere la probità, il disinteresse e le rette intenzioni di quel galantuomo di Brianzuolo.

A mezza l'erta incontrarono il convoglio. Il popolo si affollò intorno alla bara, quasi per accertarsi che veramente fosse morto, e vistolo proprio spacciato, se prima ne dissimulavano i veri delitti, ora ne mettevano fuori anche di falsi: que' timorati, che a dirne male mentr'era forte avrebber creduto offendere Dio, tiravano giù a refe doppio ora che Dio l'aveva raggiunto: quei che più lo avevano piaggiato potente, più sfoggiavano la bravura del vile insultandolo caduto; scene non nuove a chi si ricorda di vent'anni fa. I più dabbene gli recitavano dei suffragi; ed il signor vicario, ch'era pur dovuto accorrere se mai fosse bisogno del suo ministero, esclamava: — Intendete, figliuoli? imparate, Vidi impium super exaltatum et elevatum super cedros Libani: transivi, et ecce non erat[4].

Il popolo non capi niente; pure dissero con suffragio universale: — Ha ragione; questo si chiama un parlare! Già è un pezzo che la bolliva! L'ho sempre detto anche io che finirebbe così.

Ma la calca fattasi intorno ritardava don Alessandro, cui le ultime parole del moribondo avevano messo pensate di che cuore. L'ansietà d'un contadino, quando in agosto invocò un pezzo e un pezzo la pioggia sull'inaridita campagna, e che vede finalmente sorgere delle nubi, ma insieme farsi un tempaccio cupo, un cielo nero, con certi lampi lunghi, continui, certo brontolar sordo del tuono, onde tremante aspetta se sarà acqua che ristori o grandine che finisca di desolare, è uno scarso confronto con quella di don Alessandro. Si trattava di sapere se vivesse ancora una madre, cui tant'anni egli aveva pianta per morta; se quello dev'essere il giorno più bello di sua vita, o se andasse a discoprire chi sa qual tremendo arcano, che inconsolabilmente lo desolasse. Non cessava dunque di gridare: — Avanti, avanti, figliuoli.

E questi poggiavano verso Barzago, ingrossando più sempre come un torrente in suo cammino, perchè non le donne, non i vecchi, non i fanciulli rimasero in casa; e come, allorchè fu ucciso il lupo di cui tutti tremavano, tutti accorrono a vederlo, a toccarlo, così facevano là intorno una pressa, un sospingersi, un narrare, un minacciare. Giunti alla forca, la quale sorgeva non inoperosa, sulla spianata del castello, a furia la distrussero, perchè era costume (allora) de' sollevati d'abbattere ciò che loro dispiaceva del reggimento precedente, per dare al successivo la fatica di rifabbricarlo.

Nel castello era già prima entrato il guardacaccia cogli altri: ove raccoltisi intorno i famigli, annunziata la fine del padrone, e parte colle buone, parte colle brusche trattili dal suo parere, si accingeva a frugare la casa per trovare il denaro. Ben presto intende da prima un sordo mormorio lontano, poi alte grida farsi più e più vicine; infine i villani tutti che ormai giungevano alla cima urlando: — Evviva! al castello! abbasso le torri! viva noi, morte ai padroni.

Un popolo, non fosse che il popolo di Barzago, non fosse armato che di ciottoli e di bastoni, mette paura a musi troppo più bravi che i bravi di don Alfonso. I quali, trovandosi circondati, nè vedendo a che la cosa riuscirebbe, ma persuasi che l'audacia raddoppia gli uomini, levarono il ponte, calarono le saracinesche, poi, affacciati tra i merli, spianando i fucili, intimarono: — Indietro, marmaglia.

E la marmaglia, che non se l'era aspettato, dava indietro. Ma il Sirtori, che a cavallo soprastava alla turba, fattosi innanzi ed alzata contro i bravi la mano ignuda in segno di pace: — Quieti (diceva), quieti. Non fate male ad alcuno, e, parola di gentiluomo, neppure a voi non vi sarà fatto male. Potrete andare dove vi piace; vi pagherò i salari scaduti: ma deh! lasciatemi entrare costà. Il fu vostro padrone, guardate, morendo mi diede questa chiave, e m'ingiunse che io stesso aprissi il gabinetto dietro la sua camera, e che colà sta rinchiusa mia madre, la contessa Perego. Forse voi altri ne sapete. Deh! vogliate al più presto lasciarmi vederla, salvarla. Non chiedo altro: non vi chiamerete certo scontenti di me.

Queste e simili parole diceva egli in aspetto di tanta compassione, che a molti circostanti s'imbambolavano gli occhi. Il guardacaccia, partecipe dei delitti del padrone, si ricordava benissimo come, anni fa, nel bosco avesse rapita quella signora: sapeva d'averla portata in castello: ma quivi era scomparsa, nè quel che ne fosse avvenuto lo sapeva egli, nè l'aveva cercato, non essendo questo affar suo: la credeva da un pezzo morta e sepolta. — Ma se (pensava egli), se la è viva tuttora, ed il padrone la conservò tanto tempo per finezza di vendetta, possibile ch'egli sia stato debole a segno da sventare in un sol punto l'opera di tanti anni? — Dal quale ragionamento venne a indurre che, o questa fosse un'astuzia del signor Sirtori, o veramente il moribondo avesse affidata a questo la chiave, perchè sotto a quella stesse chiuso il tesoro che la popolare credenza supponeva essere riposto in ogni castello.

Approfittò dunque della smania di don Alessandro per conchiudere una specie di capitolazione. — Ella vede come due e due quattro, che con questi uomini io posso tenere il castello per un mese: e intanto quell'altra se non è crepata, creperà. Pure, se tanto le preme d'entrare, io lascerò venire vossignoria co' suoi uomini nel cortile: quando sarà dentro, tratteremo più preciso; ma prima, sulla fede sua mi prometta di lasciare andare me ed i miei camerati con tutto quello che avremo indosso senza molestarci.

Per quanto al signore paresse degradarsi scendendo a condizioni con siffatta genìa, pure, struggendosi di venirne a capo, non esitò a rispondere: — Sì, sì: prometto in faccia a Dio e a tutta questa brava gente.

Allora fu abbassato il ponte. — I quattro bravi di don Alessandro precedettero: egli e la sposa, che mai non se gli parti dal fianco, tennero dietro a cavallo: ma fu impossibile impedire che alcuni dei galuppi più arditi, sguisciando fra le gambe dei cavalli, non entrassero nel cortile, e dietro a loro tutto il popolo. I bravi, tolti in mezzo, per quanto urtassero e minacciassero, poco profittavano tra la folla e agevolmente avrebbero potuto restare uccisi. Ma il sindaco, al quale troppo sarebbe dispiaciuto il non potere in tutte le forme pigliar possesso del castello a nome del comune, e che si ricordava in che modo taluno de' suoi predecessori si fosse comportato in caso di sollevazione, andava gridando: — In nome della legge, all'ordine. Se sarà da ammazzare, aspettate che vi sia comandato. — Il vicario, che, tanto contro sua natura, trovavasi strascinato in quel serra serra, a somiglianza d'un tordo presiccio che starnazza e ficca il capo fra le gretole della gabbia se mai possa distrigarsene, così lui, dimenticati i testi e le metafore, prendendo or questo or quello per la giubba, diceva: — State buono: state savio; altrimenti posso andare di mezzo anch'io che non ne ho nè colpa, nè peccato.

Da tutto questo ajutati, i bravi si rannodarono, e, rotto il folto della calca, guadagnarono la portella del palazzo, liberarono i mastini di guardia, raccolsero altro servidorame, abbarrarono l'ingresso, e ripigliato il sopravvento, tornarono a scaraventare maledizioni e bestemmie, ad inarcar gli archibusi, a minacciare di mandar tutto a fuoco e sangue. Valse l'opera di don Alessandro, sicchè la gente tanto o quanto si ritrasse; il sindaco situò intorno alla porta una dozzina di suoi fidati, e allora il guardacaccia, tanto più coraggio mostrando (usanza di molti) quanto peggio la vedeva parata, e dell'ansietà del Sirtori valendosi per trovare e scampo e denaro, cominciò, quasi fosse lui il buono e il bello, a lamentarsi della promessa fallitagli, e alzar le pretensioni. — Ora che la va di picca, (gridava, battendo per terra il calcio del fucile) qui dentro non ci entrerà nè lei nè altro muso, finchè io sappia sparare una palla contro un temerario. Alle corte, per fare una parola sola, dia a me cotesta chiave. Io ho pratica della casa; andrò a vedere, a ricercare. Se no, la si tenga la sua curiosità, finchè glielo dico io.

Il guardacaccia poneva tutta l'importanza del fatto nell'aversi in mano quella chiave: perchè (discorreva col pensiero) o sotto di essa vi è il marsupio, e avrò fatto una buona giornata: o v'è la donna, e son a cavallo; essa mi servirà di statico per ottenere quel che voglio.

La raccomandazione però fatta da don Alfonso al Sirtori d'aprire egli stesso, tratteneva questo dal cederla, quantunque non potesse indovinarne il motivo. Si fece innanzi il sindaco, esibendosi, quale rappresentante del comune, di entrare egli stesso alla ricerca; ma l'altro aveva messo i piedi al muro: onde, non volendo far sangue, dal che, oltre il male del prossimo, poteva venirgli anche una persecuzione dalla giustizia, don Alessandro s'indusse a ceder la chiave al guardacaccia, che, sognando mucchi d'oro, s'avviò con essa.

Non v'è entrato mai il capriccio, o lettori (poichè un uomo di mondo dee veder tutto, anche i delirii, anche le sciocchezze) di trovarvi là dove si cavano i numeri del lotto? Un ampio cortile pieno fitto di gente (plebe, s'intende, perchè questa è il predestinato zimbello degl'inganni) rimbomba dello schiamazzo di mille voci, che suonano ognuna diversamente, ma tutte sul motivo stesso, cioè i numeri giocati. Uno li ebbe dal tale, ammesso ai segreti della fortuna, l'altro li tirò da un sogno, chiaro come il sole; un terzo li almanaccò addosso al poverino che fu impiccato sta settimana; quella comare ha messo la polizzina nelle occhiaje d'un teschio, e la notte sognò fuoco: narrano, ascoltano, consultano: in volto a tutti leggi l'ansietà. Nè a torto. Si tratta che alcuni non hanno fatto colazione per serbar i cinquanta centesimi da mettervi su; si tratta che quest'altro picchiò sua moglie perchè, invece di dargli i quattrini, voleva con essi comprare una libbra di pan cruschetto da sfamare i puttini; si tratta che quella donnina è venuta ad una parziale transazione colla severità di sua virtù. E forse di lì ad un momento sentiranno gridare due, tre numeri, di quelli appunto scritti nel loro polizzino; e per trenta o quaranta scudi che di giovedì in giovedì buttarono a minuto nel bugiardo botteghino, andranno contenti come pasque, a riscuoterne tre, quattro, fors'anche venticinque, uno sopra l'altro, gridandosi fortunati e pagando da bere a tutti gli amici: già impromettono, già fanno i più begli assegnamenti su quei denari. Ma allorchè compajono sul palco quei signori, a far con tanta serietà un giuoco, con tanta onestà uno scrocco; quando l'innocenza mette la destra nel bossolo dell'illusione; più non s'intende uno zitto: cheti come pesci, tengono il respiro: le bocche, gli occhi stanno incantati verso il palco, verso l'urna, verso l'orfanello.

Questa similitudine, che senza sconcio si sarebbe potuta ommettere o almeno scorciare, vaglia a farvi intendere quel che succedeva nel cortile del castello di Barzago. Al frastuono di prima era succeduto il curioso silenzio dell'aspettazione: fissi gli occhi, proteso il mento, levati sulle punte dei piedi, stavano i villici attenti alla porta per cui era entrato il guardacaccia, figurandosi ad ora ad ora vederlo ricomparire... con lui una donna; e qui la fantasia di ciascun sbizzarriva, immaginandola o pallida, estenuata come Lazzaro quatriduano, ovvero ancor bella, fresca, raggiante, per uno dei tanti miracoli, sparsi intorno dall'ignoranza, dai cantastorie e dai frati.

Quando improvviso rompe quel silenzio un fragore, come di fulmine: tremò il castello: cento teste fecer civetta fra le spalle, cento bocche si spalancarono ad un ah di meraviglia, di sgomento: poi al grave odore di solfo, ai densi volumi di fumo che sbucavano da una finestra, le donne e i più timidi cominciarono ad esclamare: — Il diavolo, il diavolo! è venuto a portar via il padrone ed i suoi bravi.

Tanto abituali e radicate erano queste ubbie, che non solo cacciarono il più de' circostanti in dirotta fuga, ma fecero impallidire gli stessi più sicuri: e quei bravi che le tante volte aveano sfidata a viso a viso la morte, ora dinanzi ad un potere invisibile presi da panico terrore, gettarono le armi gridando: — Perdono! misericordia! Nè meno sbalorditi rimasero il vicario, il sindaco, e, a malgrado del sangue generoso, anche don Alessandro. Questi però fu il primo a ripigliarsi, e tolta omai ogni resistenza, si mosse diviato per riconoscere l'accaduto. Il vulgo non dubitate che più varcasse la soglia, da che la idea del diavolo la custodiva. Il vicario, per poca volontà che se ne sentisse, non potè rifiutarsi all'invito fattogli di entrare scongiurando: e fioco siccome avesse veduto il lupo, trinciando benedizioni che l'una non aspettava l'altra, ripeteva esorcismi e oremus cui donna Emilia rispondeva. Seguitavano i servitori, girando gli occhi pieni di sospetto, e colle armi inarcate quasi avessero intenzione d'ammazzare lo spirito maligno: dietro a tutti veniva il sindaco, con tremula voce dicendo come un giornalista: — Coraggio, innanzi.

Così s'avviano alla camera di don Alfonso. Ogni cosa era ingombra di fumo: ma l'usciuolo dietro alla tappezzeria era aperto: passano nel gabinetto... che spettacolo! Il guardacaccia sfracellato giaceva in un lago di sangue, attraverso alla portella, il cui soliare era stato spezzato e scagliatogli incontro da una specie di macchina infernale sott'esso coperta, e a cui l'ingordo avea dato inavvedutamente lo scatto. Il giovane signore lanciossi dentro la portellina, e al lume delle fiaccole portategli dietro da due uomini, si calò per uno scaletto angusto, erto, disuguale, scalpellato nel macigno; mentre il sindaco distando in cima, veniva dicendo: — Non la abbia paura ad ogni modo siamo qui noi. È giù?

Il Sirtori, disceso molti scaglioni, trovato alfine il pavimento, ecco vi scorge disteso qualche cosa di nero: — Dio, Dio! che palpiti al cuore d'un figlio! — Accosta il lume: è una donna. Non la conosce: ma le parole del moribondo, ma una voce interna non gli lasciano dubitare chi ella sia. Ma ohimè! non si muove, non sente, non risponde alle parole di lui, che va gridandole: — Madre, madre. Se la leva in dosso, e su.

Pallido, sudato, coi capelli irti sulla fronte, rischiarato dietro dalle fiaccole, adombrato avanti dalla fumea non ben dissipata, quando ricomparve nel gabinetto recandosi sulle spalle quella infelice, che spenzolava come cosa morta, il sindaco diede indietro: il curato raddoppiò gli scongiuri: la sposa se gli gettò incontro, e sollevando il capo cascante della meschina, lo bagnava di lagrime dirotte. La posero a letto, la scaldarono, la soccorsero; non era morta. In quel corpo già estenuato da lunghi patimenti, il colpo rimbombato più fortemente nel sotterraneo, aveva sospesa non troncata la vita. L'impressione dell'aria e della luce, il calore, le assidue cure del figliuolo e della nuora, richiamarono i sensi smarriti: il cuore tornò a battere, il sangue a rifluire per le vene: tutta alfine si risentì, guardò intorno... Più non era la fetente oscurità, la desolata solitudine della sua tomba: rivedeva il sole, rivedeva visi umani, ed un giovane, che premendo il volto contro il volto di lei, andava ripetendo: — O madre, madre! sono Alessandro; sono il vostro figliuolo.

Lettor mio, non fosti tu mai in prigione? Dunque non hai gustato qual gioja sia il tornare da quelle angustie alla libertà, all'aria aperta, all'uso del proprio volere; dagli ozii penosi all'opere; dall'incompassione, dalle beffe, dal sospetto, all'abbraccio de' suoi fidati, al colloquio sincero e spensierato, alla pietà, all'onore, al credere, all'esser creduto, al riconoscere ancora l'uomo e la sua dignità. Pure a questa consolazione generalmente non si arriva che dopo gustati, giorno per giorno, minuto per minuto, gli ineffabili spasimi della speranza.

Ma per la signora Perego il balzare dall'eccesso delle angosce all'eccesso della gioja, era istantaneo. Addormentatasi in un terribile sogno, si svegliava al colmo della letizia. Da sì lungo tempo non vedeva altra luce che la fioca di un altissimo pertugio: da sì lungo tempo non udiva che qualche insulto scagliatole dall'Orso, insieme col pane: da sì lungo tempo non diceva altre parole, se non la preghiera che innalzava con fede a quel Dio, che sa tramutare in esultanza il dolore quando sembra più disperato.

Ripreso quindi il vigore, essa potè narrare come dal bosco d'Imbevera fosse stata rapita a quel castello: i primi giorni fu tenuta in cortesia; ma perchè costantemente resistette a minacce e lusinghe dell'osceno che le aveva trucidato lo sposo, egli, convertito l'amore in odio mortale, ingiuriatala di mille scorni, l'aveva sepolta in quel sotterraneo, dove non sapea dir quanto tempo, giacchè nulla numerava la monotonia de' suoi giorni, ma certo anni ed anni era vissuta, desiderando, invocando la morte, nè da alcuna consolazione confortata, se non dall'avere, tra gli impeti della collera del feudatario, compreso come di mano gli fosse scampato almeno il diletto suo Alessandro. All'intenderla, il vicario impietosito, diceva: — Affè, vossignoria può cantare col redivivo Giona: De ventre inferi clamavi, et exaudisti, Domine, vocem meam[5]. Il figliuolo piangeva dirotto, ad ora ad ora esclamando, — O madre mia, mia cara madre, quanto patire!

— Sì, rispondeva ella: sì, ho patito e quanto! Ma l'innocente che geme sotto la prepotenza ha un conforto inesauribile ove si volga al Signore. Io lo pregava di cuore; io pregava la beata Vergine dei dolori, che fu madre anch'essa, che essa pure ha perduto un figlio per l'iniquità degli uomini; pregavo non perchè finissero i miei tormenti, che nè tampoco lo speravo, ma per ottenere pazienza, ed allora sentivo mitigarmisi gli affanni.

Più minuto osservando, si conobbe come il sotterraneo rispondesse appunto sotto al letto del feudatario, che conservando viva la sua vittima, avea voluto sorsi a sorsi assaporare la voluttà della vendetta. Tenere in catena il suo nemico; sapere quel che ad ogni istante egli patisce: contarne, sto per dire, i gemiti ad uno ad uno, e questo nemico non avere altra cagione d'abborrirlo se non le ingiurie recategli, è squisitezza di piacere che voi non conoscete, non conoscerete mai, anime umane, e che solo alle sue privilegiate riserba il demonio[6].

Sull'usciuolo di quel sepolcro era delineato il teschio racchiuso nella gabbia, affinchè l'aspetto di quello condisse la vendetta, che là entro se ne stillava. Il Sirtori, esaminando la soglia, fece notare gl'ingegni, disposti in modo che dovesse dare il volo alla polvere sott'essa adunata chi vi entrava senza le precauzioni, note forse soltanto a colui che l'avea preparata. Il sindaco, che, per fare il dover suo, osservava ogni cosa finamente, non sapeva intendervi, e diceva: — Questa, non si può dubitare, è una mina. Ma come qui? e perchè?

— Era un colpo di riserva, rispose don Alessandro.

— E per chi preparato?... addimandò la sposa, e impallidì. — Il Sirtori impallidì anch'esso, e guardandola tacque.

Era quella, disposta pel caso d'una disgrazia, affine di trucidare chi tentasse di liberare la rinchiusa? o col disegno di condurre là il figliuolo, e quando la madre corresse nelle braccia di lui, spalancare una voragine di fuoco di mezzo ai loro amplessi?

Chi può asserirlo? Molte, sottili, avviluppate sono le strade della perversità, più che l'uomo onesto non sappia indovinarle. Troppo però manifesto appariva il perchè tanto stesse a cuore a don Alfonso che il giovane aprisse egli medesimo, confidando così, almeno dopo morte, coronare la vendetta che aveva meditato per tutta la vita. L'ingordigia dell'oro aveva strascinato invece quel miserabile ad attirare sopra sè stesso il colpo che dall'innocenza sviava Colui, la cui mano, anche in questa vita, fa talvolta piegare a favore della giustizia la bilancia degli eventi, preponderante per l'ordinario a favore degli scellerati.

Il curato pensò a seppellire i due morti, coi riti che non rifiuta la Chiesa, la quale, confidata nella misericordia di un Dio che per un sospiro condona una vita intera di scelleraggine, rimuove l'insulto dall'uomo che sta dinanzi al giudice vero. Il fatto andò tra il popolo, rimpastato in cento guise diverse, tutte qual più qual meno lontane dal vero: ma dove gran parte aveva il diavolo, che, dicevano, non avendo potuto ghermire il padrone perchè morto in luogo sacro, erasi portato in carne ed ossa il ribaldo servitore. Che se ne domandavano il vero al sindaco, egli raccontava di buona voglia, ma quando si veniva a quello scoppio, sul quale le sue congetture non si potevano chiarire abbastanza, rispondeva come un professore: — Cosa volete mai sapere voi altri ignoranti?

Poichè non è a dire quanto il buon uomo andasse in gloria, sì per quella poca autorità che trovavasi avere ricuperato, sì perchè l'amor suo proprio era lusingato dal vedere come non fossero stati vani i suoi sospetti al tempo che avvenne l'aggressione della contessa madre, sospetti che lo avrebbero condotto alla scoperta del vero se non fosse stata quella bastonatura, di cui, ricordandosi, crollava ancora le spalle. — Già (diceva) a questo mondo chi pensa male pensa bene, e al figlio di mio padre non è così facile il mostrar bianco per nero. Basta! ha finito colui di rubarci, di farci battere ed ammazzare come fosse lui il re. Ora staremo da papi, e baronate di questa stampa non ne succederanno più, più. Così diceva colla sicurezza con cui la gente, al cadere d'un cattivo padrone, allo scapolare da un grosso fastidio, si promette mari e monti, e non s'accorge come l'unico bene che ne trarrà, sarà la breve gioja del tempo che corre fra il sorgere della speranza e il vederla delusa. Così il fantolino tripudia e si ringalluzza nel mentre che la balia sta allestendo le fasce da imprigionarlo di nuovo e più bene.

Ma perchè turbare con sinistri presagi una di quelle consolazioni che arrivavano sì di rado? Lasciamoli dunque fare, e come avessero toccato il cielo col dito, scialarsi, dar nelle campane, coi falò annunziare il fausto evento a tutto il vicinato. Al domani i signori vollero tornare a vedere il luogo di antichi pericoli e di recenti.

Cadeva il giorno sacro alla natività di Maria: un lietissimo sole, irradiando l'azzurra volta senza nubi e penetrando quasi furtivo tra le dense chiome dei castani, temperava nel bosco il più amabile rezzo, al mite soffio de' venticelli onde respira la stagione facendo passaggio dal polveroso agosto al mese della vendemmia, — bello da per tutto, più bello sul poggio della mia Brianza. Una folla di paesani trasse dietro alla lettiga ed ai cavalli da cui erano portati don Alessandro e le signore. V'accorsero molti che prima stavano riposti per isgomenti di quegli spauracchi; ragazze che non poteano salvarsi dai colui bracconi se non tenendosi rimpiattate, giovinotti bizzarri, che non sapendo chinarsi e mandar giù, erano dovuti rifuggirsi ne' paesi vicini: corsero quelli che jeri avevano mostrato coraggio: quei che s'eran schivati del pericolo corsero del pari ed anche meglio al trionfo. Non occorre dirvi che il sindaco, tutto raffusolato, si trovò là per conservare il buon ordine.

Come la comitiva passò dalla bettola, Cipriano, la Brigita, padre e madre furono incontro ai signori con un mondo d'inchini e un tripudio di ringraziamenti. — Buon dì, signorie! (esclamava Cipriano) entrino e s'accomodino. Non gli aspettavo che loro. La merenda che jeri aveva ordinata quell'altro è bell'e pronta, ed io la servirò oggi di miglior cuore a loro, e insieme un balsamo d'un vinettino che salta agli occhi, e che il simile non bevono nemmeno a casa loro... Cioè... volevo dire...

— Capisco, capisco, l'interruppe sorridendo don Alessandro. Ma la merenda e quanto può somministrarci la tua dispensa, portalo colà davanti alla cappelletta d'Imbevera, e dopo che avremo ringraziato la Madonna, la distribuirai a questa buona gente.

Alla Madonna di fatto si condussero: il signor curato ribenedisse il terreno, disacrato dal sangue, e tutto il popolo vi si prostrò, rispondendo alle preghiere che con edificante pietà recitava donn'Emilia al cui fianco stavano inginocchiate la Brigita e la madre rediviva. Sorti poi, si sparsero a gruppi pel pianerottolo e nel bosco, a contare, a domandare a designare i luoghi. Di Cipriano non vi dico altro. Era divenuto due dita più alto; e mentre cocessero le vivande, sbracciavasi come un telegrafo, narrando il primo atto in cui era stato tanto personaggio: poi nell'udire il successo della storia, trasecolava; batteva l'anca, esclamando: — Oh!... se ci fossi stato io!... ma chi poteva indovinarlo? Come poi intese la fine del guardacaccia: — Che? (disse) anche lui? fanne e fanne, s'è dato la zappa sui piedi. Credeva lui che fosse arrivato il sabato mio: ma il sabato non arriva soltanto per noi poveretti.

Il sindaco andava cercando sottilmente la verità del caso, per estendere esatta informazione a chi di dovere. Il signor vicario diceva: — Ecco: io come io, ho perduto un desinarello tutte le feste e de' bei straordinari, ma tanto tanto ne sono contento, perchè vedo contenti voi altri, che siete le mie pecorelle. E diciamola, che tanto è morto: avete cento sacchi di ragione. Peccato però che io non sia giunto in tempo, che, oltre il resto, gli avrei, pulcriter, cum bonis modis, rammentato quel che tante volte m'aveva promesso, di voler qui fabbricare una chiesa e mettervi un cappellano. Oh! un cappellano ad nutum del parroco pro tempore di Barzago, sarebbe un ajuto di costa.

— Ma la chiesa (soggiungeva il sindaco) non si potrebbe farla ugualmente?

Cum quibus? domandava il curato, fregando tra loro i polpastrelli dell'indice e del pollice.

E Isidoro, accarezzandosi colle dita stesse il labbro inferiore, guardando la terra e dimenando un pocolino il capo siccome un poeta che cerca la rima, replicava:

— Vedo quel che vuol dire. Ma ecco, in paese siamo novecentocinquantatrè anime: se dessimo, puta caso, una lira per testa...

— Ah, miserie, interrompeva il parroco. Non bastano manco per la sacrestia.

— Oh, se consiste solamente in questo, io ne do quattro e patiscano gli eredi. Così, facendo saltare sulla palma della mano quattro berlinghe, parlava Cipriano, il quale calcolava sul maggior concorso che la devozione trarrebbe alla sua osteria.

— Ed io (ripigliava il reverendo) raccomanderò le cosa caldamente dal pulpito.

— No, no, interruppe la contessa madre, la quale era sopraggiunta in mezzo a tali discorsi. La grazia l'ho ricevuta specialmente io, ed io è ben giusto ne ringrazii la Madonna. La chiesa si farà, e voi, sindaco, poichè vi dimostrate così ben disposto, v'impegno per soprantendere al lavoro.

Il sindaco che, al sentirsi diretta la parola da una dama, erasi allungato d'un palmo, faceva scappellate e inchini da settanta gradi, esclamando: — Troppo onore; tutta bontà dell'eccellenza sua.

Qui il curato soggiungeva: — Anche il cappellano, illustrissima? Ma l'illustrissima non udì, credo, in grazia del baccano che faceva l'ostino, annunziando alla gente una tale risoluzione. Poi, secondo gli ordini, cominciò questi a servire vino e mangiari, e, tutto brio e ilarità, contava e ricontava fitto fitto la ventura, la quale (come pur troppo facilmente i lettori nostri ne converranno) nulla avea d'interessante se non l'esser vera. Anche suo padre davasi attorno tutto traffico, snocciolando sentenze, e dando ragione all'ultimo che avea parlato. La madre pure, la quale, vistone gli effetti, non sapeva disapprovare il coraggio di suo figliuolo, se dapprima credeva che la legge di Dio vietasse fino di conoscere i torti recati dai padroni, ora, adattando la sua morale all'esito delle cose, colla solita cera quaresimale veniva ripetendo: — Domenedio non distingue il raso dal frustagno: tardi o tosto egli arriva i cattivi, comunque abbiano nome.

Tutto insomma era lieto di così schietta allegria, che fino i signori, ma sovratutto la vivace sposina, pareva si struggessero di mescolarsi alla turba festiva: se non ne fossero stati rattenuti dalle imprescindibili leggi del decoro. Sopra un rialto protetto da un noce annoso, che il vicario assomigliava al fico di Mambre, tenevansi dunque in disparte i due sposi e la madre, che, come succede nei rapidi passaggi dal male al bene, sentivasi impedito il cuore e la lingua, e don Amadio, al quale vi so dir io che tal compagnia serviva (per usare un modo suo) di manovella a montargli la macchina dell'ingegno e fargliene pronunziare delle squisite ed allambiccate. Stava con essi la Brigita, e tratto tratto anche Cipriano, poichè la gratitudine onde questi erano avvinti non lasciava temere che, abusando dell'affabilità, scemassero quella distinzione dei ceti che anche dai buoni credevasi la più importante molla del vivere sociale. Quivi godeano insieme riandando il passato, a quel modo che la mattina si rincorre un sogno pauroso della notte colla consolazione di sapere che non fu che un sogno.

Così speso quel mezzodì e fattosi sera, tornarono i terrieri al paese, i signori al loro palazzo. Subito il contorno fu pieno di quell'impresa; alla città formò parecchi giorni il trattenimento de' crocchi e delle veglie.

Erano allora moltissimi in Milano i gentiluomini, che, avendo per le politiche vicende perduta l'occasione d'uccidere i nemici della nazione, esercitavano i rimasugli del valore italiano con quelle vendette che la religione proibisce e l'onore comanda, mettendosi al caso d'accoppare o di farsi accoppare secondo le ragioni di un'arte, la quale (o m'inganno) non è la migliore che gl'Italiani insegnassero agli stranieri. Costoro dunque, contentissimi di trovare un caso sul quale sfoggiare le teoriche loro, si divertirono di rimbobolare il fatto del bosco d'Imbevera colle circostanze che meglio tornavano al proposito per farlo credere un vero e formale duello, contando per filo e per segno tutti i mandritti, i riversi, le parate, e via via come fossero stati presenti, sebben ognuno li narrasse diversamente; accordandosi poi tutti (e l'esito lo faceva chiarissimo) a renderne onore a don Alessandro. Il quale per tal guisa andò, così giovane, colmo di gloria, giacchè è gloria, come s'è avvisato di sopra, ammazzare uno secondo le forme. E Cesare Trombone, quel famigerato maestro d'armi che ognun sa, e che ancora aspetta una statua dai moderni spadaccini milanesi, predissegli che diverrebbe uno dei più famosi matadori. Ma come altre profezie di benevoli e di malevoli, così questa non tolse che il Sirtori conservasse cuor sincero e benevolo, rettitudine di anima, ingenuità di carattere.

Quando si vide che e' non riusciva nulla meglio che un galantuomo, a malgrado di quella prima impresa rientrò nell'oscurità, e più non andò per le bocche degli uomini giacchè i virtuosi (salvo quei da teatro) pochi si curano di conoscerli, e quei pochi si astengono dal parlarne e più dal lodarli; credo per quel dogma di prudenza che insegna a non propalare i tesori che si possedono.

L'autorità, se non fosse altro, per la relazione del sindaco Isidoro, venne in cognizione del caso, ma avrebbe avuto un bel da fare se ella avesse preteso impacciarsi di tutti gli ammazzamenti che succedevano. Era anche troppo che adoperasse la sua politica a conservare quella bellezza di pace al popolo contento, la sua giustizia a sterminare le streghe e gli eretici, che il Sant'Uffizio, raccomandando clemenza e misericordia, rimetteva al braccio laico da bruciare. Ond'è che di questo fatto, non essendovi chi ne sollecitasse l'esame, non si ricercò se fosse un caso d'onore od un assassinio; e morì sul tavolino d'un assessore, e fu sepolto in un archivio dove i sorci prevennero le ricerche degli eruditi.

Ma il luogo ove s'è patita una sventura, corso un pericolo, è pur giocondo a rimirarsi a chi ne campò! Ho veduto più d'un navigante starsi delle mezz'ore fisso al mare, contemplando con certa quale compiacenza le onde, che per due o tre giorni di seguente, gli erano ruggite d'intorno. So di chi, uscito da un tristo luogo, dove gli toccò fare lunga e non ispontanea dimora, molte volte ritorna a guardare e considerare con un fremito involontario quelle mura, ove passò tanti giorni ansiosi, tante notti palpitanti, e tirare il flato, ed esclamare: — L'ho scampata bella.

Anche la famiglia de' Sirtori trovandosi alla villeggiatura l'anno seguente, volle nel giorno stesso ritornare al bosco. I paesani, che n'avevano avuto sentore, trassero colà in folla, ricordevoli di quell'avvenimento e di quel rinfresco. Come discesero laggiù, la Brigita comparve innanzi ai signori tutta rimpulizzita: un fitto giro d'agoni d'argento attorno alla nuca, due grandi orecchini d'oro, una pettorina rossa impuntita di turchino, il vistoso bustino di broccato a fiori, tutto trinato a gale di nastri, due candide lattughe ove al gomito finivano le maniche, un grembiule di mussola bianca nuovo di bottega sopra una gonnella color di cielo, terminata in balza a gonfietti. Nel vederla così in fiocchi: — Oh, oh! che novità c'è, Brigita (chiese donn'Emilia). Tu sembri uscita da uno scatolino.

La fanciulla fece ancor più vivo l'incarnato delle guance, e con garbo contadinesco presentandole una manciata di confetti: — Illustrissima, son di nozze.

— Oggi (entrava a dire il curato) oggi l'ho detta in chiesa la seconda volta, e questo qua è il suo fidanzato.

E additava un pezzo di giovinotto, vestito anche egli tutto nuovo d'impianto, con una cintura rossa in vita, e che, traendosi di capo la reticella, da cui spenzolava una gran nappa bianca e rossa, fece una strisciata di piedi, e non sapeva rispondere se non — Grazie, ai mi rallegro di quei signori.

Gli era quel tal giardiniere del padrone della filanda, che, se vi ricorda, aveva anni fa, regalato alla Brigita, quel magliuolo di vite, pel cui guasto era avvenuto il lepricidio. — E anch'io (soggiungeva Cipriano) ci ho anch'io un poco di merito alle fortune di mia sorella, per avere tenuto in guardia quella vite; non è vero, Brigita? Basta: la vite ha portato frutto, e il bel primo grappolo mi prendo la libertà di presentarlo a loro illustrissimi.

Qui, levandone i pampani sovrapposti, discoperse un paniere di pesche fragranti, sormontate da dorata moscadella.

— Abbiam tutto per ricevuto, risposero i signori: poi donn'Emilia si trasse di capo uno spillone d'oro, che le dame portavano infisso nel volume delle trecce come d'argento l'usano tuttora le contadine; la contessa madre si sciolse uno smaniglio d'oro a filagrana; don Alessandro spiccò dalla giubba una dozzina di massicci bottoni d'argento (allora giudicavasi più decoroso il regalare così che non con denaro), e diedero ogni cosa alla Brigita, che fu un bel presente. Don Alessandro poi, voltosi a Cipriano e battendogli sulle spalle con quel fare d'amichevole protezione che i signori, senza derogare alla dignità, possono concedere ad esseri tanto a loro inferiori: — E tu (gli disse) possa tu non aver mai occasioni che giuste di metter fuori il tuo coltellaccio.

— O per questo (replicava Cipriano, che non toccava coi piedi in terra al vedersi, là in faccia a tutto un mondo, trattato con tanta bontà da un nobile), oh per questo, illustrissimo, la stia sicuro. Perchè, non c'è risposta, noi Brianzuoli siamo fatti così: somigliamo ai cani da pastore; fedeli, sempre quieti, da bene finchè si lasciano stare; ma vien l'occasione? arruffano il pelo, cacciano fuori tanto d'occhi, e non temono affrontarsi, fosse bene coll'orso.

I primi passi, com'era naturale, furono alla nuova chiesa.

Se don Alfonso avesse potuto sciogliere lo scellerato suo voto, avrebbe forse eretto ed ornato uno splendido tempio, perchè laute sono le rimunerazioni onde il delitto mercanteggia la complicità che al Cielo domanda. La gratitudine, più modesta, non aveva edificato se non una angusta e disadorna chiesuola, che il sindaco mostrò parte a parte con una compiacenza da artista. Il signor vicario poi montò in una botte sfondata della cànova di Cipriano, che per quell'occasione erasi rinfronzita in modo da scusar di pulpito, e sopra il versetto Sicut fluit cera a facie ignis, dispereant peccatores a facie Dei, et justi epulentur et delectentur in lætitia[7] sfoderò un bravo panegirico; un panegirico sulle molle. Gli è ben vero che, quando i signori gliene presentavano le loro congratulazioni, egli asseriva che unicamente la cortesia di essi era la cifra che dava valore allo zero de' meriti di quello, e volse lasciare intendere d'averlo fatto a braccio; ma non è facile il persuadersene chi badi all'erudizione e all'ingegno che v'erano a pale. Accennò di fatto tutti i templi antichi, da quel di Serapido fino alla rotonda di Agrippa; recitò una sequenza di architetti i più famosi; con una delicatezza da stordire, encomiò i Sirtori e la signora Perego sotto al velo di Salomone e di Zorobabelle; conchiuse esortando i contadini ad elevare un mistico tempio, dove gli affetti fossero i muratori, che, colla calce della carità fraterna e la cazzuola della limosina, sopra il fondamento della fede ergessero le mura della speranza, tra cui le colonne della memoria coi capitelli della gratitudine sostenessero la cupola della devozione, sotto alla quale dalle campane della tradizione venissero congregati i popoli ad una festa, in cui fossero arazzi le preghiere, altari i cuori, lampade l'allegrezza comune, organi le gole cantanti, incensi... non mi ricordo più che cosa, giacchè il panegirico non fece mai gemere i torchi; ed è un peccato, perchè potea far testo.

I paesani, più trasecolati da quel tòcco d'eloquenza quanto meno ne avevano compreso, sbucarono di chiesa non appena fu finito, e don Alessandro ordinò a Cipriano che mescesse ancora a tutti; il che non domandatemi se accrebbe l'allegria ed il frutto del sermone.

Mi s'era dimenticato di dire come la medaglia d'oro che era stata pegno di vendetta, venne di fatto appesa in voto alla Madonna, e là rimase fin quando, trentasett'anni fa, i Francesi ci fecero, cogli ori della chiesa, pagare quella bellezza di libertà che ci venivano a regalare. Allora uno di questi contorni, spirito forte che s'era fin lasciato intendere a dire che i frati non erano se non tanti oziosi, d'ordine del Governo la levò via per cambiarla in tanti zecchini, e ve ne sostituì un'altra di similoro. E la medaglia e la libertà, come succede delle cose false, presero il verderame: quella passò tra le ciarpe di un ferravecchi, l'altra tornò in paradiso ad aspettare il Dies iræ.

Tanto andò a genio quella sagra campestre, che i signori istituirono di tornarvi ogni anno. Cominciarono a menare alcun amico, e amici n'han sempre di molti i signori, massime d'autunno: qualche ricco che là intorno villeggiava, per curiosità, per passatempo volle vederla. I contadini rimangono in quel tempo disposti all'allegria dalle miti sere e dai ventilati mattini succedenti alle eterne giornate, sudate sotto la sferza della canicola, dal vedere indorato il granoturco e colorita la vendemmia. Se vi aggiungete le memorie della libertà ricuperata e, cosa non meno importante, della merenda goduta, facilmente intenderete perchè vi traevano volentieri, quando anche non vi dicessi che don Alessandro continuò a pagare a Cipriano due zecchini, perchè distribuisse quattro brente del buono. Con così poco i ricchi possono farsi voler bene! Morto poi quel signore, per non ismettere la buona usanza, gli accorrenti portarono con sè da merendare e da bere una volta, ovvero dei bravi quattrini, coi quali, mentre pagavano il fiasco a Cipriano, questi, già grave d'anni e padre di figli che avevano figli, coll'aria d'importanza propria dei suoi confratelli, diceva loro: — Ecco; finchè visse quel buon signore, si bagnava il becco con meglio che dell'acqua, e gratis et amore Dei, e questi erano tanti risparmiati. Ma dei signori buoni non se ne trova uno ad ogni uscio. Eh tu, Matteo, non puoi aver idea di quel diavolo a quattro; tu eri ancora a balia. Ma voi, Cosmo, che, poco su poco giù, siete del mio tempo, dovete serbarne memoria, eh? E trovava tutto il suo pascolo, quando, messo in mezzo da una ventina di villani, non meno vogliosi d'udire che esso di narrare, poteva ripetere punto per punto l'istoria, mostrar la vite, che ormai rinfronziva tutta la fronte della casetta, e di bei festoni attorniava le finestruole, e descrivere gli atti e le parole dell'Orso di Barzago che Dio gli abbia perdonato, e don Alessandro Sirtori che spendeva come un Cesare, e che aveva il cuore compassionevole quanto se fosse stato un pover'uomo. — E la cagione di questo sconquasso (aggiungeva con una stropicciatina di mani) chi è stato? Io, io persona prima. L'ho vista brutta, ma la paura non sapevo dove stesse di casa io. Eh! adesso sono da mettere fra gli scarti: ma allora ero un acciarino bresciano: poi un buon Brianzuolo, quando fa bisogno, non c'è a dire, muora Sansone e tutti i Filistei.

Mancò poi anche Cipriano; mancarono quel Cosmo che se ne ricordava, e quel Matteo che non se ne ricordava: col valicar dei tempi, nuove disgrazie fecero perdere la memoria di quelle: e però, non fo per dire, ma bisogna chiamarsi obbligati a chi riempie queste importanti lacune della storia col tornare in luce fatti così istruttivi ed esemplari come veri.

La concorrenza però non è mai venuta meno: anzi in un secolo che non crede nulla e si fa beffa di tutto, fin delle intenzioni, quando il Gioja si congratulava di vedere scemata l'affluenza al santuario di Caravaggio e ad altre sagre, chi lo crederebbe? alla Madonna d'Imbevera aumentò straordinariamente. Se domandaste il perchè, vi risponderemmo: — È la moda; ragione la sola che molti possano rendere delle loro azioni, e fin della loro guisa di pensare. Nè crediate vi si faccia una musica, una fiera, qualche cosa di fracasso; no: unico spettacolo è quello degli spettatori. La romita solitudine, onde sono per tutto l'anno circondati la povera chiesuola d'Imbevera e un casamento eretto là d'accosto, ogni otto di settembre si popola così rapidamente, così variamente, come si legge che un giorno solevano le selve al cenno delle fate.

Chi drizza a quella volta, già da assai lontano ode una romba, simile al romoreggiare della marina. Ed ecco le strade, che d'ogni parte vi capitano, brulicare di gente, contadini, artigiani, mestieranti, soli, a coppie, a gruppi, a frotte. Giovinetti con cappelli di paglia artificiosamente trecciati a trafori, adorni con piume, specchietti, galanterie quali contenti del frustagno e del taglio all'antica, mentre gli altri vestono giubbe più moderne, colla cocca del fazzoletto affacciata alla tasca e con larghi pantaloni, invano e dal curato e dal fattore rinfacciati loro siccome indizio evidente d'insubordinatezza e d'irreligione; pigliansi al collo gli uni degli altri, a spintoni rompono la calca, od in ischiere arditamente festanti colla zampogna fanno risonare concerti, che sentono il sole e il vento della montagna. Le caute madri, tutte occhi a vigilare le ingenue fanciulle, quel giorno permettono che, per devozione, esse vadano a Imbevera. Tu scerni la Brianzuola alla snella corporatura, ai baldanzosi fianchi che davano per la fantasia al mio Parini, ad un'aureola d'argento al capo: distingui la briosa Bergamasca al bustino cortissimo di vita, ai vezzini d'oro, ai cincinni della fronte, ad un agone a trafori infisso nelle trecce cascanti bizzarramente da una banda, a certi sguardi bricconi. E tutti ne' vari loro dialetti chiedono, cianciano, gridano, fanno fiera. Il garzone, che per la prima volta vi trae, interroga curioso un vecchio, che ci veniva prima del 96, quando vi comparivano indemoniati strillando, e buli che deponevano alla soglia della chiesa la omicida loro carabina; che si ricorda quando i Giacobini in nome della libertà proibirono quella sagra, e quando Russi e Cosacchi, tornandoci cattolici, l'ebbero ristabilita; c'è venuto coi Francesi repubblicani, coi Francesi imperiali, ed ora seguita da vent'anni a venirci con cotesti, sperando venire coi loro successori.

Nel bosco e sul piazzuolo s'innalzano assiti e baracche, si spiegano tende, curvansi e intrecciansi i rami a pergole, a capricciosi frascati, si dispongono tavole, trespoli, sediuoli; è un mondo di gente, è un tremoto di faccende. Qui fierajuoli a sfoggiar mercanzia: là bettolieri a rosolare braciuole e friggere galletti: il buzzurro allessa e brucia le castagne primaticce: un gruppo di villani già mezzo brilli urlano a chi più i punti della mora, altri straziano costolette così guascotte, e le irrorano di acquavite, di vino, di mosto appena spremuto dall'uva non ben matura. La fanciulla compra un santino per la nonna devota: la nonna gingilli per ispassar il bambino quando il portano a mimmi; il becerume, bocca ed occhi spalancati, attende alle forze, o al bagattelliero che ha rimedii per tutti i mali e per altri ancora, o al cantambanco che sul cartellone dimostra vita e morte del famoso Pacino, l'incendio di Mosca e l'inondazione del Danubio; o a qualche Orfeo che, strimpellando la ribeca o raschiando un violino, attira le pietre. La chiesa, che fu già occasione della festa, è la meno che si visiti: in quella vece fitti, serrati, vanno come un'onda di su, di giù, per la spianata e pel bosco vicino.

Così la pedonaglia. Ma quelli di maggior bussola non compajono se non nel basso del giorno, tanto più tardi quanto ciascuno è, o si crede da più. Monza, Milano, Como, Bergamo (e si v'è due passi) risentono ai corsi loro la mancanza della crema o della schiuma dei cittadini e dove sono? al bosco d'Imbevera. Zerbinotti che sbraveggiano su sbuffanti puledri, o trionfano in tilbury eleganti: gran signori rimpettiti in comodi cocchi, con ambiziose mute, condotte a centinaja di zecchini dai pascoli dell'Holstein e dell'Olanda: fittajuoli che staccarono dalla benna e dall'aratro i robusti ronzinanti svizzeri, e rivestirono di nuova livrea il carrettiere: nobili scadenti, o sorgenti plebei, i quali noleggiarono ad alto prezzo un calesse, due rôzze e un vetturale, il quale cornando e schioccando fa rumore per quattro: particolaretti che coll'industria sperano quando che sia mutar in carrozza la timonella di cui ora mal s'accontentano: il granajuolo nella sedia o nel baroccio che lo porta il sabato ai mercati di Lecco o alle calende a Bergamo; tutti insomma qui piovono a darsi aria, a vedere, a farsi vedere. Gli alberghi più capaci della città appena basterebbero a tanto concorso, non che le meschine bettole del contorno, poco migliori di quella ove, ducencinquanta anni fa, vendeva vino il nostro Cipriano. Quindi vedi i cavalli affidati a ragazzi su pei prati; e da tutte le bande disposti in fila cocchi a centinaja, che dico? a migliaja: e tra quelli sparsi i pitocchi, che sporgono la mano o il bossolo, ostentando al passeggero piaghe, moncherini, una nidiata di puttelli, e strillando Pietà, limosina. — Concordanze sociali!

Chi credesse che una sagra campestre dovesse far luogo a quella semplicità, che aggiunge tanto più allegria, quanto più la scioglie dagl'impacci, sarebbe troppo in inganno. Il lusso più ricercato, le più sontuose gale di vesti, di fronzoli, di gioje, sono di balzo trasportate dal corso delle città al bosco d'Imbevera. La signorina, venuta, già è un mese, a villeggiare qui poco lungi, fra il grosso bagaglio non si dimenticò di qualche bel capo o di un vestitino a posta per questo bel giorno: la fidanzata vi fa la prima comparsa coi vezzi donatile dallo sposo: quella sciarpa, quella cappottina furono rinnovate per farne spocchia alla Madonna di Imbevera. Belle dall'arguto pallore e dal fuoco raccolto degli occhi pensosi, meraviglia dei teatri e dei ridotti cittadini; forosette dalle gote rubiconde e piene come melerose, che nelle solenni processioni del villaggio sentonsi dire Ve' com'è bella, qui compajono insieme: le prime appoggiate ad uno sposo fedele, beando di lusinghiero ritenuto sorriso il fedele milordino, che con membra e con andar femmineo sbircisce colla lente e susurra meditate cortesie; l'altre colle compagne, dando ascolto e risposta ai vivaci scherzi ed alle espressioni più clamorose quanto più cordiali, del bifolco e del bottegajo; finchè vanno queste a tracannare l'acquavite e la spumosa birra, l'altre a gustar la gramolata, il sorbetto e le paste sfoglie sotto ai padiglioni dell'effimero acquacedrajo.

Chi di là gira lo sguardo, vede brulicare una folla di teste; cappelli da villano, da signore, da prete, da cittadino; brillanti colori e delicati; il sedan ed il velo crespo alternati colla stamina e col bambagello; fogge testè arrivate da Parigi presso a quelle da un anno abbandonate alle provinciali, all'altre che già discesero al contado, alle arcaiche, custodite dalle matrone in commemorazione de' tempi migliori. Qui le piume d'uccello di paradiso ondeggiano a canto al pennacchio del gendarme, la cui vista fa sguisciar via il tagliaborse, frena l'allegria d'un ubbriaco e le ominazioni di due baffuti, che battendo i tacchi, ragionavano della buona causa. Qui gli uomini creati dalla natura a consumare e godere, misti con quelli da essa destinati a sbracciarsi e stentare per la soddisfazione dei primi: contadini imbruniti e ingagliarditi dal sole e dalle fatiche sono riurtati sdegnosamente dal prediletto dalla fortuna, gonfio per dieci generazioni di antenati, al par di lui oziosi, il colore e le membra dilicate del quale fanno prova del sangue più gentile, cioè degli squisiti bocconi e del non far nulla. Qui un veterano della legion d'onore e dai mustacchi bruciacchiati dalla polvere d'Ulma e d'Austerlitz, e che sarebbe colonnello se le cose, dic'egli, fossero ite come dovevano, trovasi a fianco del coscritto che una sola notte passò in caserma fra gli stravizzi, il fumo e le facili beltà. Qui la schifiltosa mantenuta pavoneggiandosi raccomanda al suo ganzo che le sontuose trine da lui donatele non lasci mantrugiare dal contatto del ruvido guarnellino che la setajuola guadagnò di sacrosante fatiche.

Quando poi, veduto ed ascoltato intorno il linguaggio de' ventagli, de' fazzoletti, delle lenti, lo sguardo ansioso di chi cerca, il dolente di chi troppo ha trovato, il confidente susurrio delle recenti spose, e l'inesorabile cicaleccio delle terribili madri che hanno tre fanciulle da maritare, tu volgi dall'altra parte ove sale il bosco, ecco per tutta la pendice una mobile decorazione di gruppi che disposti nel più pittoresco modo tra le fratte e i castani e sul molle tappeto del muschio, godono la merenda e lo spettacolo che l'onda della folla scendendo e poggiando cangia ad ogni batter d'occhi al loro piè.

Deliziata a tale scena, la vispa zitella esclama, — Deh! com'è bello! nel mentre stesso che un'altra, coll'ingrata maestà del quarantesimo anno, ripete contraendo il labbro, — Al confronto d'anni fa: non c'è la metà gente, la metà lusso, la metà allegria.

Così il giovane, cui l'età del primo amore dipinge tutto a color di rosa, trova qualcosa di gajo tale mescolanza del boschereccio collo scialoso, della naturalezza coll'eleganza, della franca giovialità campestre colla contegnosa della città; intanto che un altro, cui l'esperienza rese itterico lo sguardo, raggrinza il naso esclamando: — Pazzie! venirsi a pompeggiare in un bosco!

V'è intanto chi si perde per la selva a cercare una pianta remota, dove, anni sono, in questo giorno istesso incise un nome, — il nome d'una fanciulla, con cui si erano giurati eterno inseparabile amore. La pianta crebbe, crebbe il nome con essa, ma l'amore svanì; ed egli appena ricordò l'amica perchè la rintoppò laggiù, contenta madre dei figliuoli d'un altro.

Ancora v'ha chi, non logoro dai diletti cittadini a segno da non sentire l'incanto delle semplici bellezze naturali, guadagna le vette, e di là vagheggia il cielo che s'inazzurra sui poggi e sulle valli della Brianza: quel cielo che gli stranieri credono un'esagerazione quando lo vedono dipinto nelle tele dei gran maestri: e che in quell'ora, imporporandosi ai tremuli raggi del sole che declina, fa spiccare all'occhio ammirato la sommità dei colli e dei monti che formano cornice ad uno de' più graziosi paesaggi; mentre gli augelletti...