L'anno del Signore 1266, Re Carlo passò il ponte di Ceprano[1] col suo esercito per andare contro Manfredi Principe, di Puglia e Sicilia, figlio dell'Imperatore deposto Federico II; poi Re Carlo coll'esercito passò il ponte di S. Germano[2], ed entrò di forza in S. Germano; agli 11 di Febbraio prese Capua, poscia sconfisse Manfredi e l'esercito di lui presso Benevento. Il qual Manfredi cadde morto con tremila de' suoi, tra cui il Conte Galvano, Annibale nipote del Cardinale Riccardo, Enrico Marchese di Scipione, nipote di Uberto Pallavicini, e molti altri Baroni; e Manfredi fu sepolto appiè del ponte di Benevento[3], un venerdì 26 Febbraio. Fu anche presa la moglie di Manfredi con due suoi figliuoli e con tutto il tesoro in Manfredonia. (Questa città la fabbricò Manfredi, e le impose il proprio nome; e fu fondata in vece di un'altra città, che si chiamava Siponto, a due miglia di distanza; e, se il Principe viveva pochi anni ancora, sarebbe diventata una delle più cospicue città del mondo. È tutta murata in giro, come dicono, ed ha un porto sicurissimo; è alle radici del monte Gargano; la strada principale è già abitata; sono già poste le fondamenta delle case nelle altre strade, che sono larghissime, e aggiungono molto alla bellezza della città. Ma Re Carlo l'ha tanto in uggia, che non la vuol nemmeno sentir nominare, anzi vuole che si chiami Siponto nuova). Nella stessa battaglia restò prigioniero anche il Conte Giordano e Pietro Asino di Fiorenza, e molti altri rimasero morti sul campo. Il Principe Manfredi però ebbe alcune buone qualità, di cui ho parlato a sufficienza nel lavoro che feci intorno a Gregorio X. E ciò ridico perchè lo storiografo deve essere imparziale, sicchè d'una persona non dica soltanto il male, e ne tacia il bene. I Cortigiani principali di Manfredi furono: Il Conte Galvano Lancia, che era il primo della Corte, e più d'ogni altro influente; era Piemontese ed aveva attinenza di parentela col Marchese Lancia; il Conte Giordano e il Conte Bartolomeo ambedue Piemontesi; il Conte di Caserta di Puglia, che tradì Manfredi, di cui, credo, aveva in moglie una sorella; il Conte di Acerra della Puglia di Terra di Lavoro; Giovanni da Procida, potente e grande nella Corte di Manfredi, ed è in voce d'aver egli propinato il veleno a Re Corrado, ad istanza del fratello Manfredi; Manfredo Maletta, che vive tuttora, Conte Ciamberlano, potentissimo alla Corte di Manfredi, ricchissimo, e da Manfredi stesso prediletto. Questo Maletta avendo potuto sfuggire alla strage che si fece dell'esercito del suo Signore, si ricoverò a Venezia, e vi abitò finchè Pietro d'Aragona invase il Regno dalla parte di Messina contro Re Carlo, fratello del Re di Francia S. Lodovico di buona memoria. Ed ora il prenominato Ciamberlano è uno dei grandi e prediletti nella Corte di Pietro d'Aragona. Egli sa dove stanno nascosti molti tesori. È valentissimo e perfetto compositore di canti e canzonette, e per suonare strumenti musicali è stimato non aver pari al mondo. È regnicolo, cioè oriondo del Regno. E qui è da notare che Re Carlo fece uccidere molti, or l'uno or l'altro, che si spacciavano per Manfredi. Imperocchè non manca mai chi, a cagione di lucro, s'infinge per Manfredi; sia pur anche che si esponga al pericolo della morte. L'anno stesso poi 1266, Brescia, che era sotto la Signoria del Marchese Uberto Pallavicini, si ribellò al Marchese, ed i Bresciani che erano dentro la città, e quelli che ne erano fuorusciti, fecero tra loro pace e concordia, e si rappacificarono anche coi Milanesi e coi Bergamaschi, in Febbraio. L'anno stesso, i Modenesi fuorusciti occuparono il castello di Monte Valerio[4], per tradigione di Ugolino da Guiglia, un nobile del contado di Modena, che fattosi d'improvviso traditore e nemico, di amico e fedele che era dei Modenesi della città, cioè degli Aigoni, che parteggiavano per la Chiesa, e ribellatosi a quelli che in molte maniere l'onoravano, lo consegnò ai fuorusciti, cioè ai Gorzano e a quelli di parte loro; i quali occupando il detto castello molestavano in diversi modi la diocesi di Modena. Perciò, i predetti Modenesi della città, colla milizia dei Reggiani, e forte numero di popolani ed alcuni Parmigiani si posero a campo virilmente e potentemente attorno al castello; ed ivi durando tutto il mese, fu tanta la fame e la sete a cui furono ridotti quei del castello per la moltitudine degli uomini e degli animali, che non vi si poteva più vivere; e inoltre vi si era fatto un insoffribile fetore, sicchè dopo aver perduto per forza, ai 3 di luglio, lo steccato, già ridotti agli estremi, avuto affidamento del rispetto alle persone, abbandonarono, ai 4 di Luglio stesso, il castello. Allora il prenominato traditore Ugolino di Guilia, mentre malato morto si trasportava via dal castello, fatto segno alle grida e all'ira del popolo, fu crudelmente ucciso in mezzo al campo; ed il castello fu completamente distrutto. L'anno stesso, ai 3 di Settembre, si rappacificarono tra loro la fazione di quei di Sesso che era fuori, e la fazione dei Roberti, che eran dentro. E a Reggio fu Podestà Bonacorso de' Bellincioni da Firenze, che fu tanto benefico ai poveri, quanto severo coi nobili. E i nobili ne lo cacciarono, perchè sosteneva i diritti del Comune, e faceva buona giustizia...... Lo stesso anno, i Guelfi Fiorentini ritornarono in Firenze, e ne espulsero i Ghibellini. Lo stesso anno, Re Carlo assediò Poggibonsi[5], e vi era stato dintorno a campo lungo tempo, quando l'ebbe per accordi; ed ivi morì sua moglie l'anno seguente. L'anno 1266, una grande moltitudine di Saraceni passando lo stretto venne in Ispagna, e si unirono a quelli che già vi erano, e, volendo riconquistare quella parte di Spagna che avevano perduta, fecero immensa strage di cristiani. Ma in fine, serratisi insieme i cristiani del paese, e aggiuntivisi molti crociati da diverse parti, riportarono, quantunque con gravi perdite, vittoria sui Saraceni.
L'anno del Signore 1267, indizione 10ª, Re Carlo in Toscana strinse di lungo assedio il castello di Poggibonsi, ove erasi chiuso un forte nucleo di nobili avversi alla Chiesa; finalmente venne con loro ad accordi e se ne andarono. Fu pure conchiusa pace e concordia tra i Cremonesi di dentro la città e i fuorusciti, per mediazione del Legato del Papa. E Uberto Pallavicino perdette la Signoria di Cremona e di altre città, nelle quali aveva signoreggiato, e se ne tornò a' suoi castelli di Ghisaleggio e Landasio nella diocesi di Piacenza. E il Pallavicino stesso restava meravigliato che un prete solo, e colle sole blandizie delle sue parole, l'avesse potuto espellere da' suoi dominii; e perciò era solito dire:
Cum verbis blandis et factis saepe nefandis
Amentem prudens fallere saepe solet.
Con opra rea, ma con parole molli,
L'accorto spesso sa gabbare i folli.
E se lo meritò bene il Pallavicino di perdere la Signoria di Cremona, perchè temendo di perderla se i devoti che si flagellavano fossero andati a Cremona, fece piantare le forche lungo il Po....... Così lo stesso anno uscì di Cremona, con quei di parte sua, Bosio di Dovara e fu assediato nella Rocchetta[6]. Questi due iniqui Signori spadroneggiarono molti anni in Cremona. Questo stesso anno, verso la festa del beato Francesco, Corradino figlio di Corrado, che era figlio di Federico Imperatore deposto, venne dall'Alemagna per andare in Puglia a ricuperare contro Re Carlo la Terra degli avi suoi; e molti Toscani e Lombardi si associarono a lui, e per via non incontrò alcun ostacolo sino al giorno della battaglia. Perciò l'esercito dei Cremonesi di dentro la città, per timore di Corradino e dei Veronesi, sciolse l'assedio della Rocchetta. Questo Corradino era giovine di lettere, e parlava benissimo latino: e lo stesso anno, in ottobre, andò a Verona con numerosissima milizia tedesca. Così l'anno stesso, in Luglio, di notte, furtivamente, Giacomino da Palù ascese ed entrò sul sasso di Bismantova, ove fu ucciso Turco da Bismantova. Dai Reggiani e Parmigiani fu pure quell'anno, in Agosto, cinta d'assedio Crovara, ed i Reggiani vi avevano tre trabucchi, i Parmigiani uno. E Crovara[7] si arrese a patti, e Bismantova pure fece la sua dedizione, e diede ostaggi al Comune di Reggio, per sigurtà che non gli avrebbero per lo innanzi recata offesa. Così pure in Dicembre, ai nove, fu riconquistato il castello di Reggiolo, occupato dai Cremonesi, che l'avevano avuto da quei di Sesso, che lo possedevano per ragion di conquista; e fu dalle mani dei Cremonesi riscattato a prezzo di tremila lire reggiane, oltre le spese per ambasciate, militi e fanti, che andarono a servizio dei Cremonesi.
L'anno 1268, indizione 11ª, i Parmigiani cinsero di assedio Borgo S. Donnino coll'aiuto de' Modenesi, Cremonesi, Piacentini e Reggiani; e se ne ritirarono dopo esservi stati lungo tempo attorno, e aver distrutto nel contado alberi, biade, vigne e case. E allora i Parmigiani si rappaciarono con que' loro concittadini che soggiornavano in Borgo S. Donnino. Quell'anno infermò Papa Clemente IV, il giorno di S. Cecilia, e otto giorni dopo, cioè la vigilia di S. Andrea, morì. L'anno stesso, Corradino passò presso la Rocchetta e vicino a Brescia; poi tornò alla Rocchetta di Bosio, passò l'Adda e pel Ticino si recò a Pavia, ove si fermò molti giorni; poscia si portò a Pisa, traversando le Terre del Marchese del Carretto, e per mare. Il suo esercito arrivò più tardo a Pisa passando per il territorio dei Fieschi. E lo stesso anno si accostò a Roma marciando attraverso la Toscana, a malgrado dei Guelfi del paese, e raccolse uomini su quel di Lucca. Così nello stesso millesimo, la vigilia del beato Bartolomeo, s'azzuffò l'esercito di Corradino coll'esercito di Re Carlo, il quale ne trionfò; e dalla parte di Corradino molti cadendo furon morti. Vi fu grande strage, e molti si diedero a fuga, e molti altri Baroni e cavalieri rimasero prigioni. Lo stesso Corradino col Duca d'Austria e moltissimi altri fu fatto prigioniero e condotto nelle carceri di Palestrina. Ed Enrico fratello del Re di Castiglia, che era allora Senatore di Roma, fu parimente preso in questa battaglia con Galvagno Lanza. Il quale, insieme a molti altri Pugliesi traditori, fu ucciso con due suoi figli presso Roma. E l'anno stesso Modenesi e Reggiani presero Brandola[8].... E, il dì di S. Luca Evangelista, la moglie di Re Carlo venne a Reggio con numerosissimo seguito di fanti, di cavalieri e balestrieri. E, non un mese dopo, arrivò a Reggio il Conte di Fiandra in compagnia di sua moglie, che era figlia di Re Carlo, con una moltitudine di gente, che tutti andavano in Puglia dopo la sconfitta di Corradino e de' suoi, nella quale battaglia rimase prigioniero Corrado di Antiochia, nipote dell'Imperatore, che era evaso dalla prigione del Re per opera di Giacomo di Napoleone e compagni, che erano nell'accampamento dei Saraceni. E quella sconfitta avvenne nei campi Palentini, presso il fiume[9] della Marca, vicino ad Albi[10]. E lo stesso anno, dopo tre mesi, fece a Corradino medesimo, al duca d'Austria nel regno di Puglia, e al Conte Gerardo da Pisa..... fece loro presso Napoli mozzar la testa. Morì anche quell'anno, ai 28 Novembre, Papa Clemente IV, nativo della Provenza. Questo Papa Clemente, che ebbe moglie e figli, prima fu avvocato di grande rinomanza e consigliere del Re di Francia: dipoi, morta la moglie, per merito di vita buona e di rara scienza, fu fatto Vescovo di Puy[11], poscia Arcivescovo di Narbonne; in seguito, Vescovo e Cardinale della Sabina; finalmente, mandato da Papa Urbano IV in Inghilterra, come Legato per la riformazione della pace, fu, in sua assenza, dai Cardinali eletto Papa, a Perugia, e si diede tanto alle veglie, ai digiuni, alle preghiere e ad altre buone opere, che si crede che Iddio pe' meriti di lui abbia liberato la Chiesa dai gravi disordini, che a quei tempi l'affliggevano. Egli, quando Corradino nipote dell'Imperatore Federico, s'accingeva a battere Re Carlo, a cui il Papa aveva dato il Regno di Sicilia, mentre molti disperavano delle sorti di Carlo, sia perchè l'esercito di Corradino era grosso, sia perchè la Sicilia s'era ribellata a Carlo stesso, predisse in un pubblico sermone...... che Corradino come fumo si dissiperebbe, e Carlo entrerebbe in Puglia siccome inconscia vittima. E l'evento gli fece ragione; poichè Corradino, dopo presa la fuga, fu fatto prigioniero, e n'ebbe tronco il capo; e il suo nome, in pochi giorni, svanì come fumo. Questo Papa canonizzò anche a Viterbo, nella chiesa dei frati Predicatori, una Edwige duchessa di Polonia, vedova di ammirabile santità, la quale, tra gli altri suoi miracoli, essendosi differita di molti anni la sua canonizzazione......... La qual cosa saputasi da un ebreo, si fece subito battezzare con tutta la sua famiglia. Lo stesso anno, ai 5 di Dicembre, Manfredo dei Roberti, eletto Vescovo di Verona chiuse i suoi giorni; e, nello stesso mese, morì Pietro da Vico, Prefetto di Roma. E lo stesso anno 1268, il Soldano di Babilonia, devastata l'Armenia, occupò Antiochia, una delle più cospicue città del mondo, e, presi ed uccisi uomini e donne, la ridusse una solitudine, e....... per la maggior parte li uccise; e questo avvenne ai 16 di Maggio, vigilia dell'Ascensione. Così pure nel millesimo sussegnato, cioè 1268, Corradino, nipote del fu Imperatore Federico, sprezzando la scomunica del Papa, levando le armi contro Carlo, fatto dalla Chiesa Re di Sicilia, aggiunti ai Tedeschi, che aveva, molti Lombardi e Toscani, arrivò a Roma, dove, accolto solennemente, alla imperiale, si associò il Senatore di Roma Enrico, fratello del Re di Castiglia e molti Romani, e s'avviò contro Carlo in Puglia; ma dopo un'aspra battaglia campale, Corradino, co' suoi che voltavan le spalle, fu fatto prigioniero, e da Carlo con due nobili decapitato.
L'anno 1269, indizione 12ª, a mezzo Aprile, cadde una abbondantissima neve, che durò, in pianura, due giorni e due notti: e cominciò a nevicare a mezzanotte tra Sabato e Domenica, nè cessò che sino a verso sera. La notte successiva si ebbe forte brina, l'altra ancora, brina fortissima, che distrusse tutte le vigne. E in quell'anno fu dai Reggiani distrutto il castello di Pizegolo[12], come anche Toano[13] fu distrutto e raso al suolo. Questo fu un anno di venti furiosissimi; e, nel mese di Luglio i Cremonesi andarono a campeggiare attorno alla Rocchetta di Bosio da Dovaria, che venne a soggezione del Comune di Cremona; e, a norma de' patti sanciti tra le parti belligeranti, la Rocchetta fu smantellata. Così pure Lucera de' Saraceni in Puglia si arrese a Re Carlo. E nello stesso anno, in Settembre, duecento fanti montanari con cavalleria e fanteria della diocesi di Modena, si recarono, per l'interesse del Comune, nel Frignano contro Guidino Montecucoli, fratello di Bonacorso, per riedificare un castello in servizio dei Serafinelli della stessa Terra del Frignano[14]; e ne restaron morti e prigionieri di fanti e di cavalieri. E allora accorse il Conte Maginardo con numeroso corpo di militi di Bologna e della diocesi in aiuto del suddetto Guidino; e si combattè una accanita battaglia, e furono presi, impiccati e morti quasi tutti quelli della diocesi di Reggio, e vi morì con un suo segretario, Guido di Mandra, che era, pel Comune, Capitano di quelli della diocesi di Reggio. Lo stesso anno, la rocca di Bardi[15], nel mese di Novembre, si arrese al Comune di Piacenza; e i Parmigiani distrussero sino alle fondamenta la muraglia di cinta di Borgo S. Donnino, spianarono le fossa del castello, e mandarono comandando ai Borghigiani di abbandonare il castello, e fabbricando case, si facessero un borgo lungo la strada verso Parma. Quell'anno stesso il Marchese Uberto Pallavicini, guercio, vecchio e invecchiato nel mal fare, morì in montagna nell'amarezza dell'anima e nel dolore, senza confessione e senza penitenza, e senza dare alcuna soddisfazione alla Chiesa. E i frati Minori furono là, volendo tentare di convertirlo a Dio, almeno in punto di morte...... A cui disse frate Gerardino di S. Giovanni in Persiceto, lettore di teologia nel convento dei frati Minori di Parma: Il Savio ne' Proverbii 6º dice: Corri, affrettati, risveglia il tuo amico: Ed io adempiei a questo precetto della Scrittura, o Signore, recandomi da voi per la salute dell'anima vostra, ch'io voglio conquistare al cielo........ E il Pallavicino, rispose: Non ho rimorso in coscienza di tener nulla che sia d'altri. A cui frate Gerardino replicò; Chi nasconde le sue colpe non sarà indirizzato; chi se ne confesserà e le abbandonerà, riceverà misericordia. Ma frate Gerardino riconoscendo che s'affannava invano, disse: Ho fatto quel che toccava a me ecc. e l'abbandonò alla pertinacia di lui....... Penso che frate Gerardino fosse mandato al Pallavicino o dai Parmigiani, o da qualche Legato per richiamarlo alla legge della Chiesa. Perocchè quando Papa Clemente passò da Piacenza, come privato, per andar a ricevere l'investitura del papato, disse ad alcune persone: A nome mio, dopo ch'io sia partito di quì, dite a quel Signore che tiene la Signoria di Cremona, che se vuol essere amico di Dio e della Chiesa e lasciar vivere la gente in pace, io porrò opera acciocchè il Papa gli faccia buona e festosa accoglienza, e gli usi misericordia........ I Parmigiani però del Pallavicino se ne sono vendicati ancor vivo, smantellandogli le castella, e devastando le Terre che aveva occupato....... Signoreggiò vent'anni in Cremona; che se altrettanti avesse servito a Dio, n'avrebbe avuto in mercede il regno eterno. Iddio gli perdoni i molti danni, che ha fatto ai Parmigiani, ai Cremonesi, ai Piacentini e a molte altre città Lombarde; ma neppur esso se la passò impunemente........... Nello stesso anno, si tenne un Capitolo generale in Assisi, essendo tutt'ora Ministro Generale frate Bonaventura; nè vi era Papa, perchè i Cardinali non avevano ancora potuto accordarsi. In questo tempo i Bolognesi si recarono a Primaro, e vi eressero un castello contro i Veneziani. (Primaro è una località su quel di Ravenna, dove il Po che rade Argenta, entra in mare). E corsero i Veneziani contro i Bolognesi con grosso esercito, con navi, baliste, màngani e trabucchi e con ogni maniera d'argomenti da guerra; e fecero alto alla sponda opposta del Po, e tentarono un vigoroso attacco al castello de' Bolognesi, e vi fu grosso combattimento. I Veneziani battevano la torre de' Bolognesi con màngani e trabucchi; ma i Bolognesi difesero virilmente il loro castello, sicchè i Veneti abbandonarono l'impresa. Ed i Bolognesi stettero quivi a oste, credo, due o tre anni, e ne morirono trecento, o cinquecento, per la malaria del mare, e per la moltitudine delle zanzare, delle pulci, delle mosche e dei tafani. E frate Pellegrino del Polesine Bolognese, dell'Ordine de' frati Minori, andò e compose in accordo Veneti e Bolognesi. I Bolognesi distrussero il castello che avevano fatto, e quindi partirono, donando molto legname del castello sfatto ai frati Minori di Ravenna. E siccome io abitava allora a Ravenna, mi pare che la distruzione di quel castello da parte dei Bolognesi, e la loro partenza da Primaro accadessero quando Corradino fu sbaragliato da Carlo, cioè nel 1268. (Ed innumerevoli stormi di quegli uccelli, che nelle vigne devastano le uve, e che dal volgo si chiamano tordi, passarono nell'autunno di quell'anno, sicchè ogni sera dopo cena sino al crepuscolo della notte, e per molti giorni, appena si poteva liberamente vedere il cielo. Ed erano talora due, tre strati l'uno sopra l'altro, e coprivano l'estensione di tre o quattro miglia. E, poco dopo, altri stormi d'uccelli dello stesso genere sopravvenivano volando, stormeggiando, e gracidando in suono che parea di lamento. E questo ripetevasi per molti giorni, verso sera, discendendo dai monti alle valli, e tutto il cielo ingombravano. Ed io con altri frati ogni sera usciva a vedere, a osservare, a empirmi di meraviglia, e volendo stare all'aperto, all'aperto non si era, perchè quegli uccelli velavano tutto il cielo. E dico cosa vera, da me veduta; nè l'avrei creduta a chi me l'avesse contata). La cagione poi, per cui i Bolognesi andarono a Primaro e fabbricarono ivi un castello è questa. I Veneziani sono uomini avari, tenaci e superstiziosi, e vorrebbero assoggettare a sè tutto il mondo, se fosse possibile; e trattano ruvidamente i mercanti che vanno ai loro mercati, e vendono caro, e fan pagare molti pedaggi in più luoghi del loro territorio, per una stessa persona e per un sol viaggio. E se qualche mercante porta colà le sue merci a vendere, non può riportarnele, anzi è costretto a vendere, voglia non voglia; e se una nave carica, che non sia delle loro, per qualche avaria si ricoveri nei loro porti, non può uscirne, se prima non ha venduto le merci a loro; e dicono che fu per volere di Dio che quella nave riparò in un loro porto; al che nulla si può contraddire. Nel tempo in cui Roglerio di Bagnacavallo dominava a Ravenna, sopravvennero i Veneziani, e costruirono un castello allo sbocco delle valli, e sulla riva del Po pel naviglio che va da Ravenna al Po dalla parte di S. Alberto, e promisero ai Ravennati, che i Veneti avrebbero tenuto il castello per cinquant'anni e che annualmente, per tale concessione, avrebbero pagato alla cittadinanza di Ravenna, cioè al Comune, cinquecento lire della moneta Ravennate; e pagavano puntualmente, come io ho veduto. Ma i Veneziani in questo affare vi ebbero cinque furberie, o malizie. La prima fu che mentre questa concessione doveva durare, come s'è detto, cinquanta anni e non più, ora si maneggiano a perpetuarla; nè solamente lo dicono, ma lo mostrano a fatti; perchè mentre prima avevano edificato il castello di legname, ora lo fanno di muraglia. La seconda è che da questa stazione intercettano la via alle navi Lombarde, che non possono trar nulla nè dalle Romagne, nè dalla Marca d'Ancona; da' quali paesi potrebbero esportare frumento, vino, olio, pesce, carne, sale, fichi, uova, formaggi, frutta, ed ogni sorta di vettovaglie, se i Veneziani non l'impedissero. Terza, perchè girano per ogni verso facendo incetta in queste due provincie d'ogni sorta di vettovaglie, e, perchè prima di loro non ne facciano raccolta, prevengono i Bolognesi, ai quali per la molta popolazione e per la fame degli abitanti delle città e delle campagne, urge necessità di avere abbondanza di tali provvigioni. Per la qual cosa, nessuna meraviglia se i Bolognesi si sono levati ad alzare un castello contro i Veneziani, a cagione dei quali dovrebbero accendersi di sdegno ed insorgere anche tutti i Lombardi, e condurre un esercito e far guerra ai Veneziani per i danni che loro apportano. Quarta, perchè nel porto di Santa Maria di Ravenna hanno sempre all'àncora una galea armata, affinchè di lì nessuno possa uscire con vittovaglie, chiudendo ogni sbocco ai Ravennati, ai Bolognesi, ai Lombardi. Il che non era punto nei patti della concessione. Quinto, perchè tengono sempre in Ravenna, a spese del Comune, un console, che chiamano Vicedomino, coll'ufficio di sorvegliare con sollecitudine, con somma diligenza e oculatezza, che i Ravennati non tramino alcun che in danno dei Veneziani, nè ordiscano nulla contro l'attuale stato di cose; il che pure non era fra' patti. E i Veneziani denominarono quel castello Marcamò, volendo dire il mare chiamò, stante che dal castello si ode il suono delle onde quando il mare è agitato, e si sollevano i cavalloni. Domandai al Conte Roglerio di Bagnacavallo se l'avesse fatto fare egli quel castello; e mi rispose: Fratello, io non l'ho fatto fare, se non nel senso che l'ho lasciato costruire, essendochè quando si fece, io aveva tanta autorità in Ravenna da poter impedire che si facesse. Ma per tre motivi lasciai fare: 1º perchè io aveva per moglie una veneziana; 2º perchè in quel tempo i miei nemici erano fuori di Ravenna; 3º perchè me ne veniva vantaggio, pagando i Veneziani ai Ravennati cinquecento lire annue. D'altronde noi non ne risentiamo danno di sorta, perchè Ravenna ha tanta abbondanza di vettovaglie, che sarebbe stoltezza volerne di più. Di fatto una larga scodella piena colma di sale a Ravenna costa un piccolo denaro; all'osteria si pagano altrettanto dodici ova cotte e condite; quando è la stagione delle anitre selvatiche, se voglio, posso comprarne una grassissima per quattro piccoli denari; e talvolta ho visto che, se taluno s'incaricava di pelarne dieci, gliene davano cinque di mercede. La stessa soperchiarìa usano i Mantovani a Governolo[16]. (Una volta era della Contessa Matilde, come era anche la città di Mantova): perchè quivi non si accetta pedaggio dalle navi, che passano pel Po, ma le costringono a navigare per dieci miglia sino a Mantova. E dopo che ivi hanno fatto vedere le merci, scaricandole e ricaricandole e pagando il pedaggio, li fanno (sic) ritornare al Po per lo stesso canale naviglio, sendochè altra via non avrebbero aperta, se non ritornando a Governolo. Per la qual cosa sdegnati i Cremonesi fecero quella Tagliata, di cui più sopra a suo luogo abbiamo parlato, discorrendo cioè dell'anno in cui fu fatta, la quale molto giovò ai Mantovani, e danneggiò i Reggiani, avendo loro distrutto campi, vigne e ville. Questa Tagliata sino a Primaro[17] impaludò larga zona di terreni, distrusse e sommerse molte ville, e dove prima si aveva abbondanza di frumento e di vino, ora si ha copia di pesci di diverse specie.
L'anno 1270, indizione 13.ª, nel mese d'Aprile, Domenica delle olive, arrivò a Reggio l'Imperatore di Costantinopoli che era in viaggio per oltremare; e, il giorno stesso, nel convento dei frati Minori, creò cavaliere Giacomino di Roteglia[18], che poi pel 1.º di Maggio bandì una gran corte, per trovarsi alla quale tutti i cavalieri e quasi tutti i giovani gentiluomini di Reggio vestirono a nuovo, e poi fecero doni dei loro vestiarii. Lo stesso anno, ai 27 di Giugno, Giovedì, mancò ai vivi Bonifazio da Foiano, Arciprete della Chiesa maggiore di Reggio, uomo di lettere e fratello germano di Guglielmo Vescovo di Reggio, ed era stato anche Arciprete di Campigliola. Morì a S. Salvatore ove dimorava, e fu sepolto nella Chiesa maggiore. L'anno stesso, in Agosto, furono smantellati i fortilizi, le castella e le case degli aderenti al partito di quei di Sesso della diocesi di Reggio, e, nel mese di Settembre, furono mandati a confino essi e ventiquattro loro amici, appartenenti anch'eglino alla diocesi di Reggio, con ingiunzione di stare al di là di Bologna, di Tortona e di Verona. Così, in Settembre fu anche morto Arverio, fratello di Bonacorso da Palù, con due figli ed altre persone, da Giacomino da Palù; il quale Giacomino da Palù, a più riprese, fece strage di molti del suo casato; cioè uccise il padre di suo genero, Alberto Caro, ed il genero, che aveva nome Zanone, e il figlio della propria figlia, bambino ancor lattante, battendolo contro terra, e Arverio, che era suo fratello consanguineo, e un altro ancora del suo casato. Così, nel millesimo sussegnato 1270, non vi era nè Papa, nè Imperatore; e il Re di Francia Lodovico il cristianissimo, non rattenuto dal pensiero delle fatiche e delle spese, che altra volta aveva fatto oltre mare, di nuovo imprese il viaggio con due figli, il Re di Navarra, e moltissimi Baroni e Prelati della Chiesa per liberare Terra Santa. Ma per redimere più agevolmente Terra Santa deliberarono di assoggettare prima alla potestà dei cristiani il Regno di Tunisi, che, trovandosi a mezza via, impediva di non poco il viaggio a quelli che passavano per andar oltre mare. Ma dopo che con un pronto e forte colpo di mano ebbero occupato il porto e Cartagine, che è presso Tunisi, nell'esercito de' Cristiani cominciò a infuriare la malattia, che quell'anno infieriva lungo le coste di quel mare; e mietè, prima, la vita d'un figlio del Re, poi quella del Legato del Papa, Cardinale Albanese, in seguito quella del Re stesso cristianissimo, Lodovico, e di molti Conti e Baroni e semplici soldati. Come poi abbia chiusi i suoi giorni il Re prenominato.... Nella sua malattia non cessando mai di lodare Iddio, talvolta alle lodi intercalava questa preghiera: Fammi, o Signore, tener in non cale la prospera sorte del mondo, e non paventare l'avversa. Pregava anche per il popolo che aveva tratto seco, dicendo: Santifica e custodisci, o Signore; il tuo popolo. E in sul punto di esalare l'ultimo respiro, alzò gli occhi al cielo e disse: Entrerò in casa tua, adorerò nel santo tempio tuo, e confesserò il tuo nome, o Signore. Pronunziate queste parole, s'addormentò nel Signore. E in mezzo al turbamento d'animo dell'esercito dei cristiani, e alla festa che ne facevano i Saraceni, ecco che con numerose squadre di milizia arrivò Carlo Re di Sicilia, a sollecitare il quale, vivo ancora il Re di Francia, era venuto suo fratello; il cui arrivo molta esultanza suscitò negli animi dei cristiani, e molta trepidazione nei Saraceni. E quantunque, a quanto appariva, fossero di numero superiori ai cristiani, pure mancava loro l'ardimento di provocarli a generale battaglia; ma con loro arti recavano ai cristiani molte molestie; delle quali questa fu una. Quella regione è molto sabbiosa, e, in tempo di siccità, sommamente polverosa; laonde i Saraceni appostarono molte migliaia d'uomini sopra un monte vicino ai cristiani, e quando soffiava il vento nella direzione dei cristiani, smovevano la sabbia, e se ne sollevavano nubi e nembi d'un polverìo, che era molestissimo ai cristiani. Ma finalmente, per pioggia caduta, cessò la polvere, e i cristiani, appostate le macchine e tutti gli argomenti guerreschi, s'apparecchiavano ad oppugnare Tunisi da mare e da terra; il che incutendo timore ai Saraceni, vennero a patti coi cristiani. Tra i quali patti è fama che i principali fossero i seguenti: che tutti i cristiani prigionieri in quel Regno si lasciassero in libertà; che nei monasteri fabbricati nelle città di quel Regno ad onore del nome di Cristo, si potesse liberamente predicare il Vangelo dai frati Minori e Predicatori, od altri che fossero; che liberamente si potesse battezzare chi il desiderasse; che, pagate le spese della crociata al Re, la Tunisia fosse tributaria al Re di Sicilia. E molti altri patti furono convenuti, che quì sarebbe troppo lungo annoverare. E mentre per l'arrivo di Odoardo Re d'Inghilterra, in compagnia di una moltitudine di Frisoni ed altri pellegrini, era cresciuto di tanto il numero dei combattenti cristiani, che si giudicava arrivassero a 200000, e si sperava che bastassero non solo a redimere Terra Santa, ma anche a soggiogare tutti i Saraceni, sì numeroso esercito, per le peccata de' cristiani, si disperse senza aver apportato alcun notevole vantaggio. Perocchè il Legato, che avrebbe dovuto dirigerli, fu rapito da morte; Terra Santa, a cui doveano avviarsi, mancava del governatore dei pellegrini; il Patriarca, che fu delegato per Terra Santa, era morto; la Sede Apostolica che a tutti doveva sopravvedere e provvedere, era vacante; e il Re di Navarra, che era partito malato dall'Africa, giunto in Sicilia, soccombette alla sua malattia.
L'anno del Signore 1271, indizione 14.ª, l'ultimo di Marzo, arrivò di passaggio a Reggio, Filippo Re di Francia con suo fratello e col suo esercito, ed ebbe ospitalità nel palazzo di Guglielmo da Fogliano, che allora era Vescovo di Reggio. Il qual Re andava in Francia colla salma di suo padre Lodovico Re di Francia, che trasportava dall'Africa, dove era morto a Cartagine presso Tunisi. E lo trasportava in un'urna chiusovi con aromi; ed in un'altra urna portava la salma di Tristano suo fratello e figlio del Re predetto, che era morto parimente a Cartagine con molti altri Baroni, che s'eran mossi per redimere oltre mare la Terra Santa. E dopo otto giorni passò pure da Reggio il Conte di Fiandra colla sua gente e la sua milizia. In quell'anno fu enorme carestia di biade; tanto che in Maggio e Giugno lo staio di fava si vendeva sei soldi imperiali; lo staio di melica, tre, quattro soldi imperiali; lo staio di spelta costava due soldi e mezzo imperiali sul pubblico mercato, e in contratti privati dieci soldi reggiani; lo staio del frumento si pagava venti soldi imperiali in pubblico; ed in privato, otto soldi imperiali. E lo stesso anno i Cremonesi andarono a oste contro il castello di Malgrate[19], e vi stettero fino a tanto che lo ebbero a patti, e lo diroccarono e rasero al suolo. Lo stesso anno fu anche devastato il territorio di Crema sino alle fossa della città, in Giugno, dai Milanesi. Ed era allora Podestà di Milano Roberto da Tripoli, cittadino Reggiano, dei Roberti. In quell'anno fu costituita in Bologna una compagnia, che si chiamava della giustizia; ed era numerosa assai e composta dei migliori popolani di quella città; e mandò ottocento dei suoi armati ai confini del territorio Bolognese per la sicurezza della città. Nello stesso anno, Deto dei Cancellieri di Pistoia fu sei mesi Podestà di Reggio, da San Pietro al 1º. di Gennaio; e il detto Podestà andò ad assediare il castello di Corvara, ai 22 di Luglio, con fanteria e cavalleria del quartiere di Castello e di S. Nazzaro. Vi concorse anche un quartiere della città di Parma. E il Comune di Reggio mandò tre trabucchi, e tre quei di Parma. Il Comune di Mantova, in aiuto del Comune di Reggio, pel detto assedio, inviò venticinque balestrieri; quel di Castiglione di Toscana anch'esso mandò a servigio del Comune di Reggio un manipolo di balestrieri. E vi stettero a oste i detti quartieri di Castello e di S. Nazzaro diciasette giorni; poi vi andarono i fanti ed i cavalli del quartiere di S. Pietro e di S. Lorenzo per ventitrè giorni. Poscia vi ritornarono quelli del quartiere di Castello e di S. Nazzaro per undici giorni; ed ebbero, per capitolazione, tanto il castello che la Terra di Corvara; e il castello lo atterrarono, la Terra la devastarono a volontà del Comune di Reggio; e quelli che erano dentro il castello ebbero affidamento per le persone e le robe loro; e stettero ai bandi e alle condanne del Comune di Reggio, che s'impossessò del castello ai 19 Settembre, giorno di Sabato. E Giacomino da Palù, per la restituzione di quella Terra, toccò quattrocento lire imperiali. Nell'Agosto di quell'anno i Bolognesi corsero a oste sulla diocesi di Modena, e cinsero di assedio Savignano[20] e Montombraro[21]; stantechè fra i Comuni di Bologna e di Modena vi era una convenzione, per la quale i Modenesi non potevano avere alcun castello alla destra del Panaro, e perciò i Bolognesi distrussero que' due castelli.... E, per questi sei mesi, si pagò lo staio del frumento otto soldi imperiali e più; lo staio di spelta, otto grossi; una libbra grossa di carne di maiale, 14, 15, 16, 17, 18 imperiali; una libbra grossa d'olio d'ulivo, due soldi imperiali; quattordici fichi secchi, un reggiano; dodici o tredici mandorle, un reggiano; uno staio di farro, 12 o 13 grossi. Ed ogni altra sorta di vettovaglie fu quell'anno scarsissima. Ed in quest'anno, allorchè si trasportava in Francia la salma di S. Lodovico Re di Francia, per intercessione di lui, che è come dire per amore di lui, operò Iddio molti miracoli.... Nella città di Reggio, quando eravi di passaggio il corpo di S. Lodovico, Giacomo degli Alucii alzò preghiere a Dio, acciocchè per amore del Santo lo esaudisse; e il Signore rese miracoloso il suo Santo, il quale sanò per miracolo una gamba a Giacomo degli Alucii. A Parma, che è la mia città, quella cioè di cui sono nativo, guarì una fanciulla di un cancro, che aveva in un braccio. E, nel 1274, maestro Rolando Taverna Parmigiano, Vescovo di Spoleto, cui Papa Martino IV mandò in Francia a raccogliere e scrivere i miracoli di S. Lodovico Re di Francia, perchè lo voleva canonizzare e inscrivere nell'Albo dei Santi, reduce dalla Francia, dove era andato per la preaccennata commissione, disse a me in Reggio, dove io allora abitava, che aveva raccolti e notati settantaquattro miracoli, diligentemente provati con testimonianze attendibili ed autorevoli.
L'anno 1272, indizione 15ª, fu creato Papa Gregorio X, che prima si chiamava Tedaldo Visconti di Piacenza. E per discordia de' Cardinali la cristianità era stata senza Papa tre anni, nove mesi e ventun giorni. E lo stesso anno, ai 14 di Marzo, lunedì, morì Enzo figlio del fu Federico Imperatore, che era nelle carceri di Bologna; ed ebbe sepoltura nel convento de' frati Predicatori; e il Comune di Bologna lo fece imbalsamare, e tutta la città gli rese solenni onori funebri alla sepoltura. Considera ora le opere di Dio. Questo Re Enzo fu figlio illeggittimo dell'Imperatore Federico; eppure ebbe tanti onori in morte sulla sua tomba. Chè per lui fu un onore morire ed esser sepolto in Bologna; essere dai Bolognesi stato fatto imbalsamare; essere ricevuto nel convento loro dai frati Predicatori, ed ivi essere messo a dormire l'eterno sonno con S. Domenico. Mentre Corrado, figlio legittimo dello stesso Imperatore, mancò di questi onori non solo, ma quando si trasportava a Palermo, ove sono le tombe dei Redi Sicilia, dai Messinesi ne furono gettate le ossa nel mar di Messina, e buttato pasto ai pesci....... perchè aveva fatto danno e sfregio ai Messinesi, come aveva fatto il padre di lui.... Nel medesimo anno, nel suddetto mese di Marzo, morì il Cardinale Ottaviano; e i frati Minori di Reggio comprarono alcune case presso al loro convento, e il Comune incaricò periti stimatori, che calcolassero il valore di prezzo di quelle case da comprarsi in buona fede, e il Consiglio tutto concordò. E così ampliarono il loro convento e aprirono una strada nuova che s'allineava direttamente colla casa di Arduino de' Tacoli, che va alla chiesa di S. Giacomo, dove abitano i frati dell'Ordine di Pietro peccatore di S. Maria in Porto di Ravenna; del qual Ordine è Santa Fenicola di Parma. E nello stesso anno, in Aprile, i Bolognesi co' loro amici s'accordarono e tennero un Consiglio generale, ed un Consiglio de' popolani, ed arringarono e statuirono di voler andare a oste col loro carroccio sulla diocesi di Modena, per torre al Comune e alla città di Modena tutta quella parte di diocesi che avevano alla destra del Panaro. Ed i Bolognesi fecero incidere a lettere su d'una pietra, che il Comune di Bologna era deliberato di andare a quella impresa. E la pietra fu murata nel palazzo del Comune di Bologna, sicchè il Podestà e il Capitano del popolo di Bologna, quando erano in palazzo, la avevano sott'occhi ogni giorno. E i Bolognesi quotidianamente premevano il detto Podestà e Capitano ad armare a tal fine l'esercito, avendo il Comune deliberato in proposito, e avendo il Podestà e il Capitano giurato di eseguire la deliberazione. Inoltre i Bolognesi inviarono ai Parmigiani alcuni loro ambasciatori, i quali nel palazzo del Comune di Parma perorarono domandando e pregando da parte dei loro concittadini, che ai Parmigiani piacesse di non immischiarsi nelle vertenze del territorio Modenese posto tra la Secchia e Bologna; come essi non s'intrometterebbero in quanto accadesse tra la Secchia e Parma; che era quanto dire: Prendetevi la signoria della città e diocesi di Reggio sino alla Secchia, che noi faremo altrettanto della città e diocesi di Modena sino alla Secchia stessa. E fu risposto che non era uso de' Parmigiani far danno ai loro vicini quando non avevano colpa. E li rimandarono inesauditi, nè vollero prestare il loro assenso alle proposte de' Bolognesi, e mantennero sino ad oggi pace e amicizia co' loro vicini Reggiani e Modenesi. Nè la città e Comune di Modena volle cedere ai Bolognesi quella parte di diocesi e territorio, che era sulla destra del Panaro, anzi cercarono di aiuto i loro amici per difendersi contro i Bolognesi. E in aiuto dei Modenesi accorsero da Cremona cento cavalieri con tre cavalli ciascuno, da Parma due mila uomini di fanteria e mille di cavalleria. Accorse pure il Marchese d'Este da Ferrara, e dalla città di Reggio molta cavalleria, oltre i maggiorenti e più potenti e più nobili della città, non a spese del Comune, ma per conto ed onore proprio. E i Bolognesi trassero fuori e condussero nella piazza del Comune di Bologna il loro carroccio; ma quando giunse il momento pe' Bolognesi di formare il loro esercito, la fazione di quelli dei Geremei di Bologna non volle prendere l'armi contro i Modenesi, e stavano anzi pronti ed in armi alle loro case; e se gli altri Bolognesi si fossero mossi contro i Modenesi, la fazione di quei de' Geremei aveva progetti e accordi di far entrare in Bologna il Marchese d'Este con tutta sua gente, e i Parmigiani, i Cremonesi, i Reggiani e i Modenesi, che erano in Modena, e molti Toscani e Romagnoli, ed espellere da Bologna tutti quelli del partito de' Lambertazzi. Quindi i Bolognesi si ristettero dall'andare sopra Modena. Lo stesso anno, all'ultimo di Maggio, uscì di vita Gerardo da Tripoli, e fu sepolto il 1º di Giugno, mercoledì, vigilia dell'Ascensione, nel monastero di S. Prospero di Reggio. E durante la Podesteria del predetto Podestà, cioè Triverio dei Rustici, cittadino di Gubbio[22], si ebbe gran carestia d'ogni sorta di vettovaglie, tale che uno staio di frumento costava 8, 9, 10 soldi imperiali; uno staio di spelta si vendeva quattro soldi imperiali, e 13 e 14 grossi; uno staio di melica 12, 13, 15, 16 grossi; uno staio di fava 15, 18, 20 grossi; uno di ceci 8, 9 soldi imperiali; una libbra grossa di carne di maiale 18, 20, 22 imperiali; una libbra d'olio d'ulivo, 22 soldi imperiali; e un peso di cacio 8, 9 soldi imperiali; uno staio di fagiuoli, 20 grossi, e 7 soldi imperiali. E d'ogni altra specie di vettovaglie, per tutto il detto tempo, vi fu massima penuria; e durò due anni. Nello stesso millesimo, in Luglio, Guglielmo Luigini fu nominato Abbate del monastero di S. Prospero di Reggio, confermato dal Legato, che era a Piacenza, ed insediato nell'ufficio ai 13 di Luglio, mercoledì. E per quel giorno il detto Abbate fece imbandire un sontuoso banchetto, a cui furono invitati i Chierici, i Religiosi e i migliori cittadini di Reggio. E nel 30 Luglio, sabato, morì Bonifazio di Canossa, e fu sepolto in S. Leonardo della città di Reggio. Ai venti di Maggio dello stesso anno, arrivò a Reggio Odoardo Re d'Inghilterra, che era di ritorno colla moglie da' paesi d'oltremare, e fu ospitato nel palazzo del Vescovo; e, il giorno appresso, si rimise in viaggio alla volta del suo paese. Lo stesso anno cominciò la fabbrica del palazzo nuovo del Comune di Reggio, sul trivio di quei di Sesso e di altre casamenta, che erano di Ugo Speciale, e d'altre casamenta ancora prospettanti sullo stesso trivio; e morì nell'anno stesso Guido Gaio de' Roberti, che fu sepolto nella chiesa dei frati Minori.
L'anno 1273, indizione 1ª, il dì 27 Settembre, cioè nella festa dei SSi Cosma e Damiano, giunse a Reggio Papa Gregorio X co' suoi Cardinali, e ricevette ospitalità nel monastero di S. Prospero; e, il giorno seguente, mosse per Parma, affrettato dal bisogno di andare a Lione per tenervi Concilio. Questo Gregorio, di santissima religione, era compassionevole dei poveri, largo e benigno sopra ogni altro uomo, molto misericordioso e mansueto. Egli, quando era Arcidiacono di Liegi, e, per divozione, era in viaggio per oltremare, trovandosi di alloggio nel palazzo di Viterbo, fu dai Cardinali proclamato Papa. Egli fece una nomina di Cardinali lodatissima, per avere eletto personaggi insigni e valenti. Al terz'anno del suo pontificato, per aiuto di Terra Santa, cui voleva visitare in persona, celebrò uno straordinario Concilio a Lione, che si aperse il 1º di Maggio; al quale intervennero anche ambasciatori straordinari dei Greci e dei Tartari. Dei Greci, che promettevano di ritornare all'unità della Chiesa, e a provarlo confessarono che lo Spirito Santo procede dal Padre e dal Figliuolo, e cantarono solennemente il Simbolo in seno al Concilio. Dei Tartari, che battezzati nel corso del Concilio, ritornarono al loro paese. Il numero de' Prelati presenti al Concilio fu di 500 Vescovi, 60 Abbati, e circa 1000 altri Prelati. Questo Papa nel Concilio diede molte ed utili disposizioni relative ai soccorsi per Terra Santa, alla elezione de' Sommi Pontefici, e allo stato della Chiesa universale. Durante il Concilio, gli elettori degli Imperatori elessero il Conte Rodolfo di Lamagna Imperatore dei Romani. Allora Rodolfo Re dei Romani e Re dei Franchi insieme a molti Baroni presero la croce per andare in soccorso di Terra Santa. Questo Papa aveva una rara esperienza delle cose secolari; nè studiava a guadagni, ma a soccorrere i poveri. Morì e fu sepolto ad Arezzo. Cominciò l'anno 1272, e, dal giorno della sua elezione, tenne la Sede Apostolica quattro anni e dieci giorni; ed il papato restò vacante dieci giorni.
L'anno 1274, indizione 2.ª, fu celebrato a Lione da Gregorio X un Concilio generale nel quale soppresse l'Ordine dei Saccati, e la congregazione, o piuttosto la dispersione di quei villani e ribaldi, che si dicono e non sono apostoli, ma sono anzi una sinagoga di Satana, e l'avanguardia dell'Anticristo, del quale Ordine fu fondatore Gherardino Segalello in Parma, che in mille modi folleggiò, come ricordo d'aver già detto e veduto, e fece folleggiare tanti altri; ma si avverò in lui ciò che Davide già da tempo lontano aveva predetto nel salmo 57º: Al nulla si ridurranno, come acqua che scorre: tende il suo arco sino a che siano annientati. Quest'arco teso fu Papa Gregorio X, che nel Concilio generale di Lione soppresse quelle Religioni di mendicanti, che di recente erano state istituite, cioè quella dei Saccati, e di quei ribaldi che chiamavano sè stessi apostoli, volendo egli dare esecuzione alla Decretale di Innocenzo III, fatta in Concilio generale, che dice: Acciochè la troppa diversità delle Religioni non induca grave confusione nella Chiesa di Dio, abbiamo assolutamente proibito che nessuno istituisca una Religione nuova; e chiunque voglia darsi ad una Religione, si volga ad una di quelle, che sono già approvate. Nel millesimo preindicato, la città di Bologna fu in preda ad un grave conflitto intestino, e in parte fu messa a fuoco. E il partito imperiale di detta città, quello cioè dei Lambertazzi, fu spogliato e scacciato nella festa di S. Giovanni Battista. Nel qual anno, un sabato, 2 Giugno, sul mattino, i Bolognesi partigiani dell'Impero, per timore che arrivassero rinforzi a quelli del partito della Chiesa contro gli imperiali stessi, senza violenza e senza colpo ferire se la svignarono da Bologna, e si ricoverarono a Faenza. La quale, nell'anno stesso, dai Bolognesi, che erano ancora in Bologna, cioè da quelli di parte della Chiesa, fu stretta d'assedio, e ad aiutarli concorse anche una certa quantità di pedoni, cavalieri e balestrieri di Modena, Reggio, Parma e Cremona, e fu tutt'all'intorno devastata e distrutta. Le quali cose, io, che allora abitava a Faenza, ho vedute e riconosciute.
L'anno 1275, indizione 3ª, ai 24 del mese d'Aprile, la cavalleria di Bologna con Nicoluzzo da Balugano di Jesi, Podestà di Bologna, e con Malatesta di Vircolo, cittadino di Rimini, Capitano del popolo di Bologna, fecero una cavalcata contro i Faentini e contro i Bolognesi fuorusciti, che erano a Faenza. E giunti alla porta della città di Faenza, i Faentini e i Bolognesi fuorusciti fecero una cavalcata vicino ad alcuni castelli occupati dai Bolognesi; e ritornando a Faenza si trovarono di fronte alla cavalleria di Bologna, e, sovrastando in pericolo, coraggiosamente li assalirono, e, quando piacque a Dio, la milizia di Bologna fu messa in piena rotta e fuga, e parte ne furon morti, parte prigioni, parte mortalmente feriti. Questo scontro avvenne vicino al ponte di S. Procolo, che dista da Faenza due o tre brevi miglia. L'anno stesso, ai tredici Giugno, giovedì, i Bolognesi, invocato l'aiuto de' Lombardi, formarono un esercito contro i Faentini e i Forlivesi per annientarli. E, in aiuto dei Bolognesi di parte della Chiesa, accorse una certa quantità di cavalleria e di balestrieri di Ferrara, e Modenesi, e Reggiani, e Parmigiani, e si accamparono al ponte di S. Procolo ne' pressi di Faenza, a distanza di due, come è detto più sopra, o al più tre brevi miglia. Nel quale esercito vi era un'infinita quantità di fanti e di cavalli. E avendo essi un giorno, per devastare l'agro Faentino, passato il ponte, Guido Conte di Montefeltro, Capitano di guerra de' Faentini e Forlivesi e Bolognesi fuorusciti, mandò dicendo al Malatesta, capitano de' Bolognesi, che voleva battaglia. Nè questi la rifiutò. Quindi immediatamente il Conte Guido uscì di Faenza con tutta la sua gente, e designò le schiere, che dovevano battersi; e il Malatesta designò le sue. Fatta dall'uno e dall'altro Capitano la designazione delle proprie squadre, il Conte Guido urtò poderosamente contro i Bolognesi, e debellandoli, inseguendoli, uccidendo e facendo prigionieri, li ridusse al nulla. Poscia, disperse, malconciate, passate a fil di spada le milizie, il Conte Guido si volse contro la caterva de' popolani, che erano oltre quattromila, e stavano ancora compatti nell'accampamento a guardia del vessillo e del carroccio, e senza colpo ferire si arresero prigionieri del Conte, il quale, a trionfo della vittoria, li trasse entro Faenza e chiuse in carcere. E così i Faentini corsero sul luogo, nel quale l'esercito era stato a campo, e vi trovarono e presero intatte tutte le vettovaglie, i padiglioni, le tende, i carri ed ogni sorta di salmerie occorrenti ad un esercito. E in quel combattimento perirono molti cavalieri nobili e potenti, cioè Nicolò de' Bazalerii, Arriguccio de' Galluzzi di Bologna, e tra fanti e cavalieri Bolognesi ben 3325. Così pure di Reggio fu morto Giovanni Rossello de' Roberti, allora Capitano della cavalleria Reggiana, e Princivallo di Minozzo, e Guido Briga figlio del fu Bernardo di Corrado; i quali furono trasportati a Reggio ciascuno in una sua arca; e i primi due, cioè Giovanni Rossello e Princivallo, furono sepolti in due tombe separate nel convento dei frati Predicatori, dopo essere stati esposti su due distinti feretri nella chiesa di S. Barnaba fuori Porta S. Pietro. E tutta la città uscì fuori ad incontrarli, e fu un sabato, 15 Giugno. Guido Briga, poi arrivò in un'arca più giorni dopo, e fu sepolto alla chiesa de' frati Minori. Fu morto anche Nicolò del fu Filippo Vescovo, che era giudice col Podestà di Bologna in quell'esercito; ma sul campo non fu possibile rinvenirne il cadavere. Questa vittoria dei Faentini, e strage dei Bolognesi, accadde nel giorno di S. Antonio dell'Ordine de' Minori; e perciò i Bolognesi non vogliono nemmeno udirlo più nominare in Bologna. Anche l'anno avanti, i Bolognesi stanchi dell'assedio di Faenza, la vigilia di S. Francesco l'abbandonarono; e così per S. Francesco evitarono mali, per S. Antonio hanno acquistato beni (sic). L'anno stesso 1275 cominciò per la fiera di S. Maurizio a piovere dirottamente, e prima di Natale si rovesciò dal cielo per più giorni tale diluvio d'acque, che portò vaste innondazioni, a i fiumi traboccarono ed uscirono dai loro alvei spandendosi per la diocesi di Reggio; e tutto l'inverno fu piovoso. E, in quell'anno e nel successivo, s'ebbero in pianura piogge e diluvii, e, ai monti, nevi oltre misura copiose; e in alcuni punti di montagna furono alte sin cinque braccia, e in altri sino a sei braccia; e tanta neve durò più mesi nell'anno predetto e nel seguente. Vi fu anche ai monti grande morìa di maiali e d'altro bestiame, per mancanza di nutrizione. Non avevano nulla da somministrar loro a pasto, e cuocevano fieno e lo trituravano per pascere i maiali. In quell'anno, ai 5 di Dicembre, festa di S. Nicolò, giunse a Reggio, reduce da Lione, Gregorio X con sua Corte e suoi Cardinali, e fu ospitato nel palazzo del Vescovo di Reggio. Il giorno dopo partì per Roma; ma poi ad Arezzo infermò, e vi stette molti giorni infermo.
L'anno 1276, indizione 4ª, ai 10 di Gennaio, festa di S. Paolo, primo eremita, Papa Gregorio X morì ad Arezzo, città della Toscana. Questo Papa fu molto zelante delle cose divine, e molto aveva in animo di fare; ma la morte prematura gli tolse di mandare a compimento i suoi progetti. Egli depose un Vescovo, che aveva domandato licenza di non intervenire al Concilio, perchè sospettò che volesse rimanere a casa per avarizia, cioè per risparmiare le spese...... Così pure biasimò e vituperò frate Pietro dei Fulconi di Reggio, e lo allontanò da sè, mentre prima dimorava seco a Corte, perchè accumulava tesori. Tolse il cappello rosso al Cardinale Riccardo, perchè parve che avesse conferita una prebenda con simonia. E, fin prima che fosse Papa, furono composti alcuni versi, ch'egli poi credeva che alludessero a sè, e che per sè fossero stati profeticamente scritti, ne' quali è detto: