262. Paolo Diacono, Hist. Langob., l. V, c. II, 13.
263. De bello gothico, I, 22.
264. Ap. Pertz, Script., t. III, p. 776.
265. Muellenhof, Zeugnisse und Excurse sur deutschen heldensage, nella Zeitschrift für deutsches Alterthum dell'Haupt, V. XII, p. 319-20. Nella Chronica regia s. Pantaleonis (Annales Colonienses maximi) ad a. 1001 si dice: «Validissima turris Adriani imperatoris, quae et Theodorici tyranni fuit fabrica, quae sine ulla laesionis iniuria contra omnem impulsionis machinam durare videtur in saeculo». Eccardo Uraugiense ad a. 1083: «Castellum Crescentii quod vulgo domus Theoderici appellatur».
266. A proposito di templi Ranulfo Higden nota, e questa volta, come pare, di sua propria autorità: «Hic advertendum est quod in Roma tria tantum templa fuerunt quae flamines habuerunt, id est pontifices idolorum, sic dicti quasi filamines a filo quod ligabant sibi in capite, quando non poterant prae calvitate diebus festivis pileum deferre. Nam in templo Jovis ministrabat flamen dialis, quia Jupiter vocabatur Diespiter, id eat diei pater. Item in templo Martis fuit flamen Quirinalis, nam Romulus dicebatur Quirinus».
267. Submissales.
268. L. II, c. 125.
269. Op. cit., l. V, c. 7.
270. Essa si trova nel cod. 1661 della Riccardiana in Firenze, contenente varie leggende in dialetto veneto, ed è quella stessa che porge argomento alla nota Rapprasentazione di Rosana. Ne trascrivo il principio che si lega anche con le leggende del Colosseo. Comincia al f. 36 r.
Una molto bella legenda de una Regina de Roma che have nome Rosane e de lo re Hausterio suo marito.
Al tempo de Rabon imperatore de Roma havea in Roma sexanta re e sesanta regine incoronati, et era lo dicto imperatore lo più crudele e lo pezore che zamai fosse veduto contra li Cristiani amici di dio. Et in ogni parte ove podesse savere che nessuno ge n'avesse tuti li faceva prendere e cum diversi tormenti li faceva morire, imperciò che ello era pagano e adorava le ydole sorde e mute, fatte per mane de homo, i quali non podevano valere nè a loro nè altrui. Et in quello medesimo tempo hauea in Roma una Regina la quale haveva nome la Reina Rosana, et era la più bella e la più savia da scritura e de seno naturale che tute le altre Regine, sì che la fanno donna loro e commandatrice de tute le altre Regine. E questa Regina Rosana haveva uno suo marito lo quale haveva nome lo Re Austerio, e bene li seguitava lo nome, perchè ello era molto crudele e reo contra li Cristiani, et era lo più possente e lo più richo de nesuno de li altri Re de Roma, e non haveva alguno figiolo, nè maschio nè femena, e de zo ne stavano in grande pensamento. E la Regina Rosana ne stava in grande pensamento e diceva: Se io potesse havere figiolo io mi terrei la più graciosa Regina de questo mondo. Or avene uno zorno che la Reina Rosana andoe al Coliseo di Roma, nel quale stava uno ydolo, lo quale haveva nome l'idolo Pantaleo, nel quale stava uno demonio che havea nome Astaroth, e rendeva responsione a chi parlava cum lui, et era lo mazore idolo di tuta Roma, si che tutti i Romani haveva in lui grande divocione a quel tempo. E questa Raina Rosana fo dinnanzo da lui inzinochiata, e pregollo molto divotamente che li desse figiolo, e felli grandissimi doni e grande offerte, e tuta notte si li stete innanzo inzinochiata, et in sua compagnia tenne cento donne, e cento donzelle, mogiere e figiole de conti e de baroni, e fo tanta la cera che si arse in quella notte che valse cento besanti d'oro. E quando venne la matina a l'alba del die questo ydolo Pantaleo rispose a la Reina Rosana e disse a lei: Andarai e tornerai, e farai holochausto e sacrifficio a tuti li altri ydoli di Roma, e grandemente offerirai loro, e quando avrai zo fatto io t'imprometto che la prima volta che tu usarai col tuo marito tu te ingravidarai uno figiolo maschio, lo quale serae conducitore e governatore del popolo Romano. E la Raina Rosana andoe incontenente, et hebe fornito tuto quello che l'idolo Pantaleo havea ditto.
Nella Rappresentazione di Rosana il Re e la Regina vanno a raccomandarsi al dio Marte.
271. Photii Bibliotheca ex recensione Immanuelis Bekkeri, v. I, Berlino, 1864, p. 63, col. 1ª.
272. Fra gli altri la riferisce anche Ranulfo Higden: «Item Beaneus Apollo confectionem quandam sulphuris et nigri salis inclusit in vaso aeneo, quam candela consecrata incendit, et balneum ibi fecit cum thermis perpetuo calentibus».
273. Item juxta palatium Augusti est murus coctilis descendens per portam Asinariam a summis montibus, qui immensis fornicibus aquaeductum sustentat; per quem amnis a montanis fontibus per spatium unius dietae urbi illabitur, qui aereis fistulis postmodum divisus universis palatiis Romae quondam influebat. Fluvius namque Tiberis equis est salubris, sed hominibus noxius; quamobrem a quatuor urbis partibus per artificiosos meatus veteres aquas recentes venire fecerunt; quibus, dum res publica floruit, quicquid libuit consummare licuit.
Vedi ciò che dell'acquedotto romano di Treveri si dice nei Gesta Treverorum, ap. Pertz, Script., t. VIII, p. 132.
274. Urlichs, Codex, p. 48.
275. Id., ibid., p. 51.
276. Id., ibid., p. 52.
277. «Hae sunt aguliae que erant in urbe, et ubi, et quomodo et per quam causam, et quorum ornamentis. Duae magnae millae centum duodecim pedum; alia octoginta steterunt in circo Prisci Tarquinii mirifice posita, ubi nunc horti sunt caulium». E la versione italiana: «Due grande di mille cento duo piedi: una altra di octanta stette nel circo di Tarquinio Prisco, mirabilmente posta, dove hora sono gli horti delle erbe».
278. Questo racconto si ritrova con qualche leggiera variante nelle redazioni posteriori dei Mirabilia, alle quali si raccosta Ranulfo Higden, che pure, benchè più in succinto, lo riferisce.
279. L'edizione veneziana del 1501, la milanese del 1826, la veneziana del 1835 (l'altra, pure veneziana, del 1820 non l'ho potuta riscontrare) leggono concordemente:
Vedi i cavai di marmo e vedi i due
Che gl'intagliaro appunto come leggi;
dove non si capisce più nulla, o si capisce solo che gli editori hanno voluto ridare a Prassitele o a Fidia l'antica e genuina lor qualità. La lezione da me recata è del cod. Torinese, e si accorda in tutto con la leggenda.
280. Pertz, Script., t. XXII, p. 388-90. È tratta da un cod. del XIV secolo.
281. Equi eburnei septuaginta quatuor dispersi in locis, ubi causa magnificentiae positi erant, ut quos Constantinus Errachii (l. Constans Heraclii, cioè Costante figliuolo di Eraclio) secum tulit per maiori parte, quando ivit in Siciliam Syracusasque, ubi interfectus a suis familiaribus anno eius quinto, Saraceni postea venientes de Damasco in Siciliam et in Syracusas praedicta omnia ista tulerunt portantes. — L'anonimo Einsiedlense, che nell'VIII secolo descrisse Roma qual era, registra solamente il cavallo di Costantino e i cavalli marmorei.
282. Fazio degli Uberti:
Vedi l'arco di Plisco onde già tolse
Costantin li cavalli allora ch'ello
Lasciando me a Bisanzio si volse.
Il Jordan (Op. cit., v. II, p, 392) pensa debba leggersi vedi 'l circo di Prisco, e dei cavalli del circo di Prisco dice la Graphia: «portati sunt a Constantino imperatore (intendi sempre Costante II) cum omni ornatu facto ex aere in Constantinopolim, Damascum et Alexandriam». Ma a quei versi di Fazio il Capello fa il seguente commento: «L'archo di Plischo è quel grande presso al coliseo ch'altri dice che fu facto a Tito, e da lì tolse i cavalli Constantino, e mandoli a Constantinopoli onde poi funo tolti, e portati per venetiani, e posti in lo tempio di San Marcho supra la intrata in Venetia». Non ripugna punto il credere che nel medio evo fosse stato dato all'arco di Tito più comunemente conosciuto sotto il nome di arcus septem lucernarum, anche il nome di arco di Plisco o Prisco, derivato dal Circo di Tarquinio Prisco, ch'era lì accosto.
283. Erat quoque in domo quadam ferreum simulacrum Bellerofontis pondere quindecim millia librarum, in aere cum equo suo suspensum, nulla catena superius aut stipite inferius sustentatum, sed lapides magnetes in arcubus testudinum, sive fornicibus arcuatis circumquaque ponebantur, et hinc inde proportionali attractione simulacrum in medio servabant, ita ut nullicubi posset dissilire. — Di questo prodigio, che ricorda l'altro simile della tomba di Maometto, si narra anche nel De septem mundi miraculis attribuito a Beda. «Quartum miraculum, simulacrum Bellerophontis ferreum cum equo suo in summa civitate suspensum, ecc.». Qui la città non si nomina altrimenti, ma quella summa civitas potè far credere si trattasse di Roma, e tale fu, credo, la ragione che indusse Ranulfo, o altri che lo precedette, a porre tra le meraviglie di Roma anche il cavallo di Bellerofonte. Se non che summa civitate è, senza dubbio un errore di copista. In un manoscritto della Laurenziana (pl. XX. 48) da me veduto, si legge in Smirna civitate, e questa è la lezione corretta. Plinio racconta (Hist. Nat., XXXIV, 42): «Magnete lapide Dinochares architectus Alexandriae Arsinoes templum concamerare inchoaverat, ut in eo simulacrum ejus e ferro pendere in aere videretur. Intercessit mors et ipsius, et Ptolemaei, qui id sorori suae jusserat fieri». Ciò ripete Isidoro di Siviglia, Originum, VI, 20. Di un simulacro sospeso nel tempio di Serapide parlano S. Agostino, De Civitate Dei, XXI, 6, e Suida, s. v. Μαγνῆτις. Di una statua ferrea di Mercurio sospesa per virtù di calamite nella città di Treveri, parlano i Gesta Treverorum (ap. Pertz, Script.V, t. VIII, p. 132), Giovanni d'Outremeuse (Op. cit., t. I, p. 16) e altri. Ciriaco d'Ancona che viaggiò in Europa, in Africa, in Asia, aveva veduto le sette meraviglie del mondo, fra l'altre anche la statua di Bellerofonte. Almeno così afferma Leonardo Dati:
Vidisti insculptos divos et martia bella
Quae gesserunt, et Bellerophonti equum.
Itinerarium, edito dal Mehus, p. 6.
284. Dell'Albeston così parla la Graphia: «Sancta Balbina in Albiston fuit mutatorium Cesaria. Ibi fuit candelabrum factum de lapide albiston, qui semel accensus, ac sub divo positus nunquam aliqua ratione extinguebatur... Qui locus ideo dicitur Albeston quod ibi flebant albe stole imperatorum». Esso è ricordato anche da Fazio degli Uberti:
E guarda l'Albescon e Settesoglio.
Così correttamente l'edizione del 1820; tutte l'altra hanno:
E guarda l'Obelisco e Settesoglio.
285. Narra Beniamino Tudelense che nella chiesa di Santo Stefano gli furono mostrate due colonne di bronzo, opera del re Salomone, le quali sudavano tutti gli anni nel nono giorno di luglio.
286. L. VIII, c. 3.
287. Questo nome è in più particolar modo applicato agl'imperatori romani, ma serve anche a denotare tutti gli Europei. Circa la significazione precisa e circa l'origine di esso si fecero parecchie congetture. Secondo il geografo persiano Al Biruni (m. 1038) i Cesari erano figli di Asfar, cioè Sufar, figlio di Nefar, figlio di Esaù, figlio di Abramo. Ebn-Khallikan racconta a questo proposito una curiosa storia riferita dal Quatremère, Mémoire sur l'ouvrage intitulé Kitab alagâni, Journal asiatique, 1835, p. 388-91, n. V. sulla ragione di quel nome una congettura di Silvestro de Sacy, Notice d'un manuscrit hébreu, ecc. Notices et Extraits des manuscrits, v. IX, p. 437-8, n., ripetuta nel Journal asiatique, 1836, p. 94-6, ma resa superflua da una nota dell'Ascoli, inserita nella Zeitschrift der deutschen morgenländischen Gesellschaft, v. XV, p, 143-4. V. anche Erdmann, Ueber die sonderbare Benennung der Europäer, ecc., nella Zeitschrift suddetta, v. II, p. 237-41.
288. Traggo la più gran parte delle favole arabiche seguenti da uno scritto del Guidi, intitolato Roma nei Geografi arabi, e inserito nel v. I, p. 173-218, dell'Archivio della Società romana di Storia patria.
289. Il Gorionide (op. cit., l. I, c. 3) dice che i Romani fecero lastricare di rame il Tevere per la lunghezza di diciotto miglia.
290. Di una pietra sola, o piuttosto scavato tutto intero nella pietra di un monte, si disse anche il teatro di Eraclea, che figura in alcuni elenchi tra le sette meraviglie del mondo.
291. Ibn Khaldun (1332-1406) nel libro I dei suoi Prolegomeni storici si fa beffe di questa favola. Not. et Ext. d. manusc., v. XIX, parte Iª, p. 75.
292. Ibid., p. 152.
293. V. per esempio Wuestenfeld, Die älteste aegyptische Geschichte nach den Zauber- und Wundererzählungen der Araber in Orient und Occident, v. I, p. 326-40.
294. Nel trattato Báva Báthra si dice che nella città di Zippore sono cent'ottantamila vie per i soli venditori di certa derrata.
295. Eisenmenger, Entdecktes Judenthum, v. I, p. 411.
296. V. 638-9.
297. L. III, c. 4, cod. della Casanatense d, I, 4, p. 62, col. 1ª e 2ª, cod. della Laurenziana, pl. XLIII, 21, f. 20 r.
298. Questo monte è il Mons testarum, o Monte testaccio, formato veramente di rottami di vasi, ma di cui non si conosce la origine. La favola dei vasi contenenti i tributi trovasi narrata anche altrove. Parlando di Porta Portuense, Giovanni Cavallino nel l. VI, c. 41, del già citato suo libro dice: «Alias huiusmodi dicitur porta erea ab ere, quod est tributum priscis temporibus prestari solitum Romanis a singulis Regibus et provinciis universis per singula quinquennia, et portabatur ad urbem per eos et questorea huiusmodi tributorum per rates et navigia quam plurima vasis terreis plena eris (sic) per mare usque Romam in regione transtiberina ab olim nuncupata Ravenna, eo quod ipsa regio olim erat portus et refugium navium predictarum, et huiusmodi vasa terrea in quibus tributa huiusmodi portabantur frangebantur, ex quibus fragmentis factus fuit quidam acervus sive cumulus elevatus in altum, qui romano ydiomate dicitur hodie mons testacie, idest testarum acervus, positus inter Tyberim et portam Tergeminam, vel Capenam, ubi hodie, singulis annis quibus in pace Romana Civitas gubernatur, ludus maximus celebratur a populo et iuventute Romanorum equestri. Ex alto montis eiusdem emittuntur quadrige, seu currus rotarum, cum tauribus agrestis et aliis silvestribus animalibus precipitantibus dictas quadrigas et rotas currus a ruo dictas». Parlando nello stesso libro VI, c. 27, della porta Metaura (l. Metronia, o Metronis), Giovanni nota: «Porta Metaura dicitur a meta, quod est mensura, quia aurum, idest tributum provinciarum quod dabatur questoribus Romanorum ab hominibus universi orbis, mensurabatur et cumulabatur ibidem. Et postea per custodes erarii, decreto Senatus populique Romanorum sic mensuratum, sub clausura et fida custodia in erario publico servabatur».
299. Nel vol. I, dell'opera intitolata: Die teutschen Päpste nach handschriftlichen und gedruckten Quellen verfasst, Ratisbona, 1839.
300. Le gemme incise e figurate di cui si parla nei Lapidarii del medio evo, e a cui si attribuiscono virtù meravigliose, altro non sono che gemme antiche, greche e romane.
301. V. Wright, On antiquarian excavations and researches in the middle ages. Essays on archaeological subjects, Londra, 1861, v. I, p. 268-93.
302. Stimo assai probabile che dal ritrovamento di qualche cimelio antico traesse l'origine la seguente favola narrata da Guglielmo Neubrigense (1136-1208) nella sua storia De rebus anglicis, l. I, ed. di Parigi, 1610, p. 96-8. «In provincia quoque Deirorum, haud procul a loco nativitatis meae, res mirabilis contigit, quam a puero cognovi. Est vicus aliquot a mari Orientali miliariis distans, iuxta quem famosae illae aquae, quas vulgo Vipse vocant, numerosa scaturigine e terra prosiliunt, non quidem iugiter, sed annis interpositis, et facto torrente non modico per loca umiliora labuntur, quae quidem cum siccantur signum bonum est, nam eorum fluxus futurae famis incommodum non fallaciter portendere dicitur. Ex quo vico rusticus quidam ad salutandum amicum in proximo vico commorantem profectus, multa iam nocte minus sobrius remeabat. Et ecce de proximo tumulo quae saepius vidi, et duobus vel tribus stadiis a vico abest, voces cantantium et quasi festive convivantium audivit. Miratus quinam in illo loco solemnibus gaudiis intempestae noctis silentium rumperet, hoc ipsum curiosius inspicere voluit, vidensque in latere tumuli ianuam patentem, accessit et introspexit, viditque domum amplam et luminosam, plenamque discumbentibus, tam viris quam foeminis, tanquam ad solemnes epulas. Unus autem ministrantium aspiciens stantem ad ostium, obtulit ei poculum. Quo illo accepto consulte noluit bibere, sed effuso contento et continente retento concitus abiit, factoque tumulto in convivio pro sublatione vasculi, et persequentibus eum convivis, pernicitate iumenti quo vehebatur evasit, et in vicum cum insigni se praeda recepit. Denique hoc vasculum materiae incognitae, coloris insoliti, et formae inusitatae, Henrico seniori Anglorum Regi pro munere oblatum est, ac deinde fratri Reginae David scilicet Regi Scotorum contraditum annis plurimis in thesauris Scotiae servatum est, et ante annos aliquot (sicut veraci relatione cognovimus) Henrico secundo illud aspicere cupienti a Regem Scotorum Guillelmo resignatum». Il tumulo parrebbe accennare a qualche antico sepolcro dove il vaso sarebbe stato trovato.
303. Hist. Franc., epitom., c. LXXXVIII.
304. Chronicon, ad a. 585.
305. V. Variamandus, Historische Nachrichten von unterirdischen Schätzen, welche in alten Kirchen, Schlössern, Klöstern und Höhlen verborgen gelegen, und theils glücklich gehoben worden, theils ober noch in dem Schoosse der Erden vergraben sind. Francoforte e Lipsia, 1738.
306. Regio XIV. Transtiberim. Herculem sub terra medium cubantem, sub quem plurimum aurum positum est. Nel De regionibus non si fa menzione di ciò.
307. Unde habent ortum illi de Columpna de Roma sicut invenitur in quadam chronica, Chron. Imag. mundi, in Mon. Hist. pat., Script., t. III, col. 1603-4. Ho racconciata la punteggiatura. Di questa storia non mi venne fatto di trovare vestigio altrove.
308. L'arco di Portogallo, così chiamato perchè ivi presso era l'abitazione del cardinale ambasciatore di Portogallo, aveva avuto prima parecchi altri nomi: arco dei trofoli, o dei retrofoli (trofei?), arcus ad tres falciclas, arcus Octaviani. Sorgeva presso San Lorenzo in Lucina e fu demolito l'anno 1662. Probabilmente era quest'arco intitolato a Marc'Aurelio. V. Nardini, Roma antica, ed. del Nibby, Roma, 1818-20, v. III, p. 115-7; Jordan, Op. cit., v. II, p. 415-6.
309. Flaminio Vacca narra la storia del Goto e dell'Arco di Portogallo due volte nelle sue Memorie di varie antichità, scritte nel 1594, e cioè nei §§ 11 e 103 (ap. Nardini, op. cit., t. IV, p. 9 e 40). Nel secondo dice di questa maniera: «Mi ricordo che al tempo di Pio IV, capitò in Roma un Goto con un libro antichissimo che trattava d'un tesoro con un serpe, ed una figura di bassorilievo, e da un lato aveva un cornucopio e dall'altro accennava verso terra; e tanto cercò il detto Goto che trovò il segno in un fianco dell'arco; ed andato dal Papa gli domandò licenza di cavare il tesoro, il quale disse che apparteneva a' Romani ed esso andato dal popolo ottenne grazia di cavarlo, e cominciato nel detto fianco dell'arco a forza di scarpello entrò sotto, facendovi come una porta: e volendo seguitare, li Romani dubitando non ruinasse l'arco, a' sospetti della malvagità del Goto, nella qual nazione dubitavano regnasse ancora la rabbia di distruggere le romane memorie, si sollevarono contro di esso, il quale ebbe a grazia andarsene via, e fu tralasciata l'opera». Degli uomini ignoti che cavarono nel circo di Caracalla, dice Flaminio nel § 81 (p. 33): «Questi si tiene fossero Goti, che con qualche antica notizia trovassero questo tesoro».
310. Epistola ad Arnoldo di Lubecca, ap. Leibnitz, Script., rer. Brunsv., v. II, p. 698.
311. Sarebbe questo barbarus nome proprio?
312. Cap. 107, ed. dell'Oesterley, pag. 438-9.
313. Si ricordi quanto nella novella di Zobeide delle Mille e una Notte è narrato della città meravigliosa, i cui abitanti sono convertiti in pietra. Di una città consimile, la quale non può essere visitata che dai veri credenti, si narra pure dagli Arabi in Egitto.
314. De Gestis regum Anglorum, l. II, ap. Pertz, Script., t. X, p, 462-3: «Erat iuxta Romam in Campo Martio statua, aerea an ferrea incertum mihi, dextrae manus indicem digitum extentum habens, scriptum quoque in capite: Hic percute. Quod superioris aevi homines ita intelligendum rati quasi ibi thesaurum invenirent, multis securium ictibus innocentem statuam laniaverunt. Sed illorum Gerbertus redarguit errorem, longe aliter ambiguitate absoluta. Namque meridie, sole in centro existente, notans quo protenderetur umbra digiti, ibi palum figit. Mox superveniente nocte, solo cubiculario laternam portante comitatus, eo contendit. Ibi terra solitis artibus dehiscens, latum ingredientibus patefecit introitum. Conspicantur ingentem regiam, aureas parietes, aurea lacunaria, aurea omnia, milites aureos aureis tesseris ludentes quasi animum oblectantes, regem metallicum cum regina discumbentem, apposita obsonia, astantes ministros, pateras multi ponderis et pretii, ubi naturam vincebat opus. In interiori parte domus carbunculus, lapis imprimis nobilis et parvus inventu tenebras noctis fugabat. In contrario angulo stabat puer, arcum tenens extento nervo et harundine intenta. Ita in omnibus, cum oculos spectantium ars pretiosa raptaret, nihil erat quod posset tangi etsi posset videri. Continuo enim ut quia manum ad contingendum aptaret, videbantur omnes illae imagines prosilire et impetum in praesumptorem facere. Quo timore pressus Gerbertus, ambitum suum fregit. Sed non abstinuit cubicularius, quin mirabilis artificii cultellum, quem mensae impositum videret, abriperet, arbitratus scilicet in tanta praeda parvum latrocinium posse latere. Verum mox omnibus imaginibus cum fremitu consurgentibus, puer quoque, emissa harundine in carbunculum, tenebras induxit. Et nisi ille monitu domini cultellum reicere accelerasset, graves ambo poenas dedissent. Sic insatiata cupiditatis voragine, laterna gressus ducente, discessum».
315. Spec. hist., l. XXV, c. 99.
316. Chronica Albrici Monachi Trium Fontium a monacho Novi Monasterii Hoiensis interpolata, ap. Pertz, Script., t. XXIII, p. 777. L'autore dice di non sapere se la statua fosse di bronzo o di oro.
317. Reductorium morale, l. XIV, c. 72: «Romae fuit antiquitus statua cuprea cuius scriptura talis erat: Calendis Martii oriente sole habebo caput aureum. Cum igitur nullus sciret interpretari quid hoc esset, post multa tempora quidam astute notavit quo umbra statuae protendebatur in ortum solis Calendis Martii, et fodiens ibi thesaurum auri permagnum invenit.»
318. CLXXII. Escritores en prosa anteriores al siglo XV, Biblioteca de Autores españoles del Rivadeneyra, tomo LI, Madrid, 1859.
319. Si narra poi come il valentuomo fu degnamente premiato dell'opera sua.
320. L. XXVI, c. 17.
321. Scelta di curiosità letterarie, dispensa CLVIII, Bologna, 1878, p. 154-6.
322. L. III, ed. di Venezia, 1543, f. 60, v. e 61 r.
323. Ap. Pistorius, Scriptores, ed. dello Struvio, t. III, pagine 97.
324. Vita Leonis IX.
325. Rerum Hungaricarum dec. II, l. 2.
326. Ed. dell'Oesterley, n. 265, p. 667.
327. Cod. dalla Bibl. Naz. di Torino I, II, 15, f. 79 v.
328. Rer. Memor., I. III, c. 2, De astutia (Recentiores, Innominatus): Illud quoque satis callidum, si modo verum, quod non multis retro saeculis contigisse quidam memorant. Erat in Sicilia (ut aiunt) ingens statua, quae in loco notissimo, ab extrema hominum memoria intacta permanserat, in qua literis vetustissimis insculptum erat: Calendis Maiis habebo caput aureum. Enimvero id ludicrum commentum quidam credidere, alii nudum verborum sonum secuti, eo vanitatis excesserant, ut in die Cal. statuae caput terebrarent, ubi cum nihil praeter solum marmor invenissent, fabularum ac risus materiam vulgo dederunt. Unus tandem antiquitatem statuae simul atque artificium contemplatus cogitansque in re tam seria aliquid praeter fabulam latere, scripturam ab omnibus conspectam, sed a nemine intellectam, acutiori penetravit ingenio. Siquidem die Cal. redeunte, animo atque oculis intentus, ortum solis operiens, locum ubi caput statuae primis radiis umbram iaceret, diligenter consignavit. Illic postea clam et ex commodo suffodiens magnum auri pondus reperit.
329. O chi altri si sia l'autore della Ystoire de li Normant pubblicata dal Champollion-Figeac, Parigi, 1835. V. Wilmans, Ist Amatus von Montecasino der Verfasser der Chronica Roberti Biscardi? nell'Archiv der Gesellschaft für ältere deutsche Geschichtskunde, t. X, p. 122-30.
330. V. Von der Hagen, Gesammtabenteuer, Stoccarda e Tubinga, 1850, V. II, p. 525-7, dove è riportato il testo.
331. Codino, De signis Constantinopolitanis, Excerpta de antiquitatibus Constantinopolitanis, Bonos, 1843 (Corp. Script. Hist. Byzant.), p. 67.
332. La traggo dal codice già citato dell'Universitaria di Bologna. Questo medesimo racconto, salvo alcune leggiere varianti, pubblicò di su un codice ravennate, contenente parecchie relazioni storiche della città di Ravenna, il Muratori, Script., l. I, parte Iª, p. 575.
333. Traduzione francese di C. Barbier de Meynard e Pavet de Courteille, v. II, p. 297.
334. V. la Kaiserchronik, ed. del Massmann, vol. I, v. 651-64, v. III, p. 550-2.
335. Polychronicon, l. I, c. 41. Essi sono citati come di un Alfredo.
336. Ottaviano Augusto è anche altrove ricordato assai spesso come ricchissimo. Hans von Buehel, Diocletianus Leben, herausgegeben von Adelbert von Keller, Quedlinburgo e Lipsia, 1841, v. 2051-4:
Ze Rome auch ein keiser sasz
Der vast rich und mechtig was
Es hat vil goldes und wite lant
Er was Octavianus genant.
Versione catalana metrica dei Sette Savii edita dal Mussafia, Vienna, 1876, v. 1182-3:
Octovia l'emperador
avia molt gran trezor.
337. Ap. Pertz, Script., t. X, p. 463-4.
338. Spec. hist., l. XXV, c. 100.
339. Reductorium morale, l. XIV, c. 72.
340. Ap. Pistorius, Script., ed. dello Struvio, t. III, p. 97.
341. Siami lecito di recarne qualche altro esempio. In un'opera manoscritta in più volumi che si conserva nella Bibl. Nat. di Parigi, segnata Fr. 377-379, e intitolata Histoire du monde, si legge nel v. III, f. 44 v., 45 r. la storia seguente, che si spaccia tratta da Plinio. «Comme il nous baille exemple de cellui qui avoit mis son tresor a l'entree de ung petit porche soubz le pavement qui estoit d'arain par dessoubz et estoit concave, et le raemplit tout de vif argent, et leans avoit ymaiges de serpens et de grans villains qui tenoient en leurs poins gros bastons et grosses massues. Et si y avoit des archiers tenans arcs entenduz et flesches encochiees. Et se aucun leans entroit au premier pas qu'il faisoit leans tous le pois du vif argent se enclinoit la pesanteur. Et ainsi esmouvoit toutes les dictes ymaiges selon ycelles diverses proporcions. Et sembloit que les serpens qui avoient la gueulle ouverte deussent devourer touz ceulx qui leans vouloient entrer. Et aussi les archiers gectoient et tiroient leurs fleiches contre ceulx qui leans vouloient entrer. Et les villains de leurs gros bastons se esforçoient de fort ferir. Et ainsi les larrons qui les tresors de leans vouloient ravir et embler s'en retournoient et fuyoient touz esbahis et espoventes de la faerie et des enchantemens dessusdiz sans rien des tresors de leans emporter». Racconta l'Happel nelle sue Gröste Denkwürdigkeiten der Welt, oder sogenannte Relationes curiosae, Amburgo, 1663 segg., parte 1ª, p. 229 segg., che un cavaliere tedesco e alcuni frati napoletani penetrarono una volta nella Grotta della Sibilla, presso Pozzuoli. Uno dei frati che faceva da guida, raccomandò ai compagni di serbare il silenzio, e di non prendere nè toccare nessuna delle cose che si offrirebbero loro alla vista. Passano oltre, e giungono, dopo lungo cammino, in certe cavità, le cui pareti erano d'oro e d'argento misto a pietre preziose e il suolo sparso di gemme. Quivi trovano una immagine gigantesca di donna, di terribile aspetto. Uno dei frati si lascia vincere dalla tentazione, e raccoglie di terra una gemma. Incontanente si spengono i lumi tra le mani degli esploratori, che a grande stento, in mezzo alla più profonda oscurità, e per angusti e malagevoli meati, riescono a ritrovare l'uscita.
342. Questa credenza è espressa in molte opere ascetiche e storiche, come pure in parecchi misteri della venuta dell'Anticristo e del Giudizio Universale. Nella testè citata Histoire du monde, v. III, f. 45 r. e v., si trova a tale proposito il seguente passo: «Item dit Plinius que moult de telz tresors sont muciez soubz les montaignes, qui sont la reservez jusques au temps de l'Antecrist. Et nous met exemple de cellui a qui le deable dist: ««Quant tu tel tresor treuves tu ne le puez avoir ne possider, car nostre maistre Lucifer le reserve et garde diligemment pour son grant amy Antecrist, qui brief viendra, qui a ses bons amis lors les departira»». Item dit Plinius que en Appule pres de Naples, comme dit la commune et ancienne opinion, a dessoubz les montaignes grans et nobles palais, ou moult a de grans tresors, qui la sont par enchantement cachiez et muciez par science diabolique, lesquels sont aus hommes impossibles a trouver». In questo curioso libro molte altre strane favole si trovano, riferite sotto il nome di Plinio, o di Solino.
343. Nel Dolophatos di Giovanni di Alta Selva, che è il testo primitivo latino, il nome di Ottaviano ancora non comparisce. «Fuit antiquo tempore rex quidam magnus et potens, qui congregandi thesauros maximam curam habens, magne altitudinis turrim auro, argento preciosisque quibusque rebus usque ad summum repleverat». Ed. dell'Oesterley, Strasburgo e Londra, 1873, p. 45. Esso si trova invece nel racconto della Diocletianus Leben di Hans von Buehel, nella versione catalana dei Sette Savii, nel Romans des Sept Sages pubblicato dal Keller, e in parecchie altre versioni francesi, nelle versioni italiane, ecc. Anche qui abbiamo uno dei soliti casi di attrazione. Questa storia ricomparisce, ma molto alterata, nel Pecorone, Giorn. IX, nov. 1ª. Nei Compassionevoli avvenimenti di Erasto, c. XV, il fatto si pone in Egitto, ed è noto che in origine esso è quello stesso della storia del re Rampsinit, narrata da Erodoto, o della storia di Trofonio, narrata da Pausania. V. Altdeutsche Blätter dell'Haupt, 1835, p. 143.