691.  Nelle già citate Storie de Troia et de Roma (cod. Laurenz. Gadd. CXLVIII, f. 33 v. a 34 r.) di Nerone si dice: Et tanto fo lusurioso ke se lavava et vestia si como femine. Et poi se iacque cola matre. Et poi la fece occidere, dove era stato criato. Et poi se admolioe tre soe sorore consobrine. Et fece occidere li mariti. Et foro queste Octavia, Savina et Panopea.

692.  V. 4132-74.

693.  C. LXXXIX(89), De sancto Petro Apostolo.

694.  L. IV, c. 9.

695.  Barbour's des schottischen Nationaldichter Legendensammlung, pubblicata dall'Horstmann, v. I. Heilbronn, 1881, p. 24-5.

696.  V. il testo riportato per intero dal Massmann, Kaiserch., v. III, p. 684-9.

697.  Cod. Marciano cit., f. 110 v. a 111 r.

698.  Op. cit., v. I, p. 471.

699.  V. 4170-3.

700.  Cf. Gregorovius, Gesch. d. St. Rom., v. IV, p. 616, n. 3.

701.  «Palatium Neronis Lateranense. Et dictum est Lateranense a latere septentrionalis plagae, in qua situm est, vel a rana quam Nero latenter peperit». Onorio Augustodunense pare ignorasse la favola, giacchè, come abbiam veduto, dice nel Liber de imagine mundi: «.... urbs a Romulo constructa, latera (lateritia?) vero aedificia utrobique disposita, unde et lateranis dicitur».

702.  Annalium XV.

703.  Satirarum IV, 10. Del palazzo Lateranense fanno ricordo Giulio Capitolino nella vita di Marc'Aurelio, Sesto Vittore nella Vita di Severo, Publio Vittore e Sesto Rufo nei libri delle regioni. San Gerolamo nell'epitafio di Fabiola dice che la basilica Lateranense fu edificata sul luogo ov'era stata la casa di Plauzio Laterano. Beda sa ancora che il nome del Laterano viene dalla famiglia Laterana, e lo nota nel De sex mundi aetatibus. Ma a poco a poco se ne perde la memoria. Il Laterano divenuto sede de' Pontefici, acquista nel medio evo una grande importanza, e si considera, non solo come distinto, ma quasi come indipendente da Roma. Dante, parlando dei pellegrini che dalle plaghe settentrionali d'Europa accorsero alla Città eterna durante il giubileo del 1300, dice (Parad., c. XXXI, v. 34-6):

Veggendo Roma e l'ardua sua opra

Stupefacensi, quando Laterano

Alle cose mortali andò di sopra.

Enenkel lo chiama a dirittura una grande città. Nel Biterolf und Dietlieb si legge:

Rom und Latran

gäb ich darumb.

(Ed. di F. H. von der Hagen e A. Primisser, v. 11109-10). Nell'Appendice all'Heldenbuch si dice che al re Otnit obbedivano, fra molti altri paesi, anche Roma e Laterano. (V. Grimm, Die deutsche Heldensage, Gottinga, 1829, p. 90). Nei Mirabilia Lateranus diventa anche il nome del cavallo di Costantino, ed ivi stesso è detto. «In palatio Laterani sunt quaedam miranda sed non scribenda».

704.  Bonum universale de apibus, l. II, c. 50, 2. Qui può essere ricordato anche un opuscolo intitolato: Histoire merveilleuse et épouvantable d'un monstre engendré dans le corps d'un homme nommé Ferdinand de la Felme, ou marquizat de Cenete en Espagne, Parigi, 1622.

705.  Dialogus miraculorum, dist. X, 71. Una storia presso a poco simile racconta anche nel c. 72.

706.  Lexicon s. v. Νέρων.

707.  Chronographia, l. X.

708.  Cod. F. 65, f. 81 r. e v. Sott'altro titolo è la Cura sanitatis Tiberii, pubblicata dal Foggini e dal Mansi.

709.  V. Fabricius, Codex apochryphus, v. II, p. 778-80, v. III, p. 632-53.

710.  V. Massmann, Kaiserch., v. III, p. 695-714. Cf. Rydberg, Römische Sagen über die Apostel Petrus und Paulus, traduzione dallo svedese, Lipsia, 1876.

711.  Di questa statua fanno ricordo Giustino Martire nella Apologia seconda (che propriamente sarebbe la prima), Tertulliano nell'Apologeticus, c. XIII, Eusebio nella Historia ecclesiastica, l. II, c. 14, e più altri.

712.  Questo mistero contava 494 personaggi e 61908 versi, e per rappresentarlo ci voleva una quarantina di giorni. Se ne fecero parecchie edizioni. V. Douhet, Dictionnaire des mystères, Parigi, 1854, col. 79-107, e L. Petit de Julleville, Les mystères, Parigi, 1880, v. II, p. 461-5.

713.  Pubblicato dal Jubinal nei Mystères inédits du XV siècle, Parigi, 1837, v. 1, p. 61-100.

714.  Che si uccidesse con un palo così aguzzato racconta già Orosio, e raccontano dopo di lui Martino Polono, il Voragine e molti altri.

715.  Hist. jud. l. I, c. 75.

716.  Niceforo Costantinopolitano nella Chronographia compendiaria (Georgius Syncellus et Nicephorus, ed. di Bonna, v. I, p. 746): φυγὼν Ζῶντα ἑαυτὸν ἔχωσε.

717.  V. I, p. 459.

718.  V. 4311-19.

bî den vuezen zôch man in in den burcgroben.

die tiefele kômen dar

mit einir michila scar

in swarzer vogele bilide.

in einem michiln genibele

nâmen sie die sêle.

die helle bûwit sie nimmir mêre.

der lichname was unreine,

die wolve vrâzen sin gebeine.

719.  Douhet, Dictionnaire des Mystères, col. 832-4.

720.  Svetonio, Nero, 50: Reliquias Ecloge et Alexandria nutrices cum Acte concubina gentili Domitiorum monumento condiderunt quod prospicitur e Campo Martio impositum colli hortorum.

721.  Cod. it. 131 della Bibl. Nat. di Parigi, f. 50 v.

722.  Cod. della Vaticana Cristina 627, f. 3 r.

723.  Ap. Pertz, Script., t. XXII, p. 906-8. Questa medesima storia è narrata più distesamente da Giacomo de Albericis, Historiarum sanctissimae et gloriosis. Virginis Deiparae de Populo almae Vrbis Compendium, Roma, 1599, p. 3-10, e da Ottavio Panciroli, Tesori nascosti dell'alma città di Roma con nuovo ordine ristampati e in molti luoghi arricchiti, Roma, 1625, p. 448-50. Essa si trova già prima nei Mirabilia Romae pubblicati da Martino Silber nel 1513.

724.  C. 34.

725.  De rebus anglicis, l. IV, ed. di Parigi, 1610, p. 646-50.

726.  De nugis Curialium, dist. II, c. 27.

727.  Piante icnografiche e prospettiche, ecc., tav. XII.

728.  Nelle Chroniques de Tournay si narra che Nerone fece riedificare la città di Tournay per comandamento di uno spirito infernale chiamato Hebron.

729.  Cod. L, II, 14.

730.  Virgilio nel medio evo, v. II, p. 196 segg. Cf. Stengel, Mittheilungen, p. 13-19.

731.  In un testo pubblicato dal Du Méril, Mélanges archéologiques et littéraires, Parigi, 1850, p. 429-30, II, 4, Nerone è il padre della fanciulla che fa a Virgilio la burla del canestro.

732.  V. Svetonio, Nero, 46, 57. Tacito, Histor., II, 8, 9. Zonara, Annales, Imperium Titi.

733.  Oratio XXI, 10.

734.  De mortibus persecutorum, II.

735.  In Danielem, II.

736.  De Civitate Dei, XX, 19.

737.  Dialogus, II, 14. Cf. Chronica II, 28, 29. V. intorno all'argomento Döllinger, Christenthum und Kirche in der Zeit ihrer Grundlegung, p. 428-32, e Renan, L'Antéchrist, Parigi, 1873, p. 253-4, 317-9, 458-61.

738.  Chronicon, l. III, c. 17.

739.  L. V.

740.  V. Reumont, Geschichte der Stadt Rom, v. I, p. 390.

741.  Ottonis Frisingensis Episcopi et Ragewini gesta Friderici imperatoris, l. IV, ap. Pertz, Script., t. XX, p. 481. Ma altri ancora ne fanno menzione.

742.  Il Cardano compose un Encomium Neronis che nell'edizione del 1585 tiene non meno di 97 pagine in-4. Fu ristampato nel 1640.

743.  Cod. della Nazion. di Torino E, V, 8, e. II, v., col. 1ª.

744.  Alla fine del XVI secolo la memoria della crudeltà di Nerone era ancor viva. Narra Flaminio Vacca nelle già citate Memorie di varie antichità, § 112, che cavandosi nelle Terme di Costantino furono trovate certe volte piene di ossa umane. «Alcuni dicevano che fosse qualche gran crudeltà di Nerone, per essere ivi appresso alcuni edifizj di esso Nerone, e che fossero martiri: altri dissero qualche gran peste».

745.  San Girolamo, De viris illustribus, II, 13, accenna a un passo di Giuseppe Flavio, in cui si diceva essere stata opinione di molti che Gerusalemme fosse distrutta in punizione della morte dell'apostolo Giacobbe. Tale passo non si trova più nei libri di quello storico, e dovette essere certamente una interpolazione. Lo riportano Eusebio, Hist. eccl., II, 23, e Origene, Contra Celsum, l. I e II. Qui abbiamo una credenza affine all'altra, ma assai meno motivata.

746.  Quest'applicazione fu fatta dagli stessi Ebrei. V. Giuseppe Flavio, Antiquit. judaic., X, 5, 1.

747.  Daniele, 9.

748.  Adversus Judaeos, VIII.

749.  Purgat., c. XXI, v. 82-4.

750.  Purgat., c. XXXIII, v. 29-30.

751.  Parad., c. VI, v. 92-3.

752.  Le livre dou Tresor, l. II, c. 5.

753.  Avventuroso Ciciliano, Osservazioni al secondo libro, 22. Cf. l'Osservazione 52.

754.  L. II, c. 6. Guglielmo Capello commenta criticando: «E nota qui che Tito, rimaso in l'assedio di Hierusalem, fe' grande occisione de Iudei, che più de sex cento millia ne morino di ferro e di fame, e Iosepho dice undeci volte centomilia; ma ciò non fe' in vendetta de Christo, però che Tito non fu christiano, ma la summa giustitia li mandò adosso quel flagello in pena de la lor gran colpa che avevano de la morte de Iesù Christo».

755.  De laud. div. sap., dist. V, v. 215-6.

756.  V. i Mirabilia pubblicati dal Parthey, p. 61. Lo stesso si dice in alcune stampe antiche, come per esempio in quella del 1513, dove è riportato anche il seguente epitafio:

Conditur hoc tumulo Titus cum Vespasiano

Patre felice, sed eminent prospera Titi

Hierusalem premens dominique emulos fremens

Aper de silva ferus singularis in hostes

Expurgat vineam Sabaoth sternendo laborem

Reddit et congruam vindictam populo nequam.

757.  L. II, c. 4-7.

758.  L. II, c. 10.

759.  Ap. Leibnitz, Script., t. II, p. 1019.

760.  Cap. 12, Sc. di cur. letter., disp. CLXXXII, Bologna, 1881.

761.  Questi devoti pellegrinaggi sono ricordati da Dante nel c. XXXI del Paradiso, v. 103-5:

Quale è colui che forse di Croazia

Viene a veder la Veronica nostra,

Che per l'antica fama non si sazia.

In cospetto della venerata reliquia i pellegrini cantavano o recitavano questi versi:

Salve, sancta facies nostri redemptoris,

In qua nitet species divini splendoris,

Impressa panniculo vivei candoris,

Dataque Veronicae signum ob amoris.

762.  L. II, c. 5.

763.  L. II, c. 10.

764.  L. III, c. 5-7.

765.  Hist. eccles., l. II, c. 4.

766.  Ib., l. II, c. 7.

767.  Hist., l. VII, c. 5.

768.  Hist. Franc., l. I, c. 23.

769.  De ratione temporum, in principio della sesta età; Opera, ed. del Giles, v. VI, p. 301.

770.  C. V. XXI.

771.  Apologia prima.

772.  V. Le recensioni A e B negli Evangelia apocrypha del Tischendorf, Lipsia, 1853, p. 203-311.

773.  V. Vülcken, Das Evangelium Nicodemi in der abendländischen Literatur, Paderborn, 1872.

774.  Ev. apocr., p. LXV.

775.  Die Pilatus-Acten kritisch untersucht, Kiel, 1871. Eusebio ricorda gli Atti pagani nel l. IX della Historia ecclesiastica.

776.  Hist. eccl., l. II, c. 2; Chronicon Canonum, ad a. Tiberii 22, ed. del Mai e dello Zohrab, Milano, 1818.

777.  Omelia 26. San Giovanni Crisostomo dice che la proposta di Pilato fu dal senato respinta per volere di Dio.

778.  Histor., l. VII, c. 2.

779.  V. Fabricius, Codex apocryphus Novi Testamenti, parte III, p. 505. Sulla leggenda di Pilato v. Du Méril, Légendes de Pilate et de Judas Ischariote, in Poes. pop. lat. du moy. â., p. 315-68; Creizenach, Legenden und Sagen von Pilatus, Beitr. z. Gesch. der deutsch. Spr. u. Lit., v. I, p. 89-107.

780.  Apologeticum, c. V. Nel medio evo si aggiungerà che egli fece morire parecchi accusatori.

781.  Così Orosio, l. cit.

782.  Pubblicata ultimamente dal Tischendorf, Ev. apocr., p. 413 segg.

783.  Id., Acta apostolorum apocrypha, p. 16 segg.

784.  Id., Ev. apocr., p. 411 segg.

785.  La epistola di Lentulo ebbe ancor essa molta voga. In un codice di Monte Cassino essa si trova unita coi quattro Evangeli. Una versione italiana della epistola di Pilato a Tiberio e di quella di Erode al Senato fu stampata sin dal quattrocento.

786.  V. Birch, Auctarium, p. 1720, e Fleck, Wissenschaftliche Reise, Lipsia, 1835-7, p. 143-7.

787.  Ap. Tischendorf, Ev. apocr., p. 426-31.

788.  Glica, Annales, p. 436-7 (ed. di Bonna); Costantino Manasse, Compendium Chronicon, v. 1986-90 (ed. di Bonna).

789.  Nell'opera sua De itinere Sancti Petri.

790.  Nel v. IV della Miscellanea del Baluze, Lucca, 1764, p. 55-7. Il testo del Foggini è quivi riportato per intero.

791.  Mariano Scoto riferisce quasi queste parole medesime in un racconto da lui inserito nella Cronica, ad a. 39. Egli cita Metodio. Se questi dovesse essere, come opina l'Henschenius, il vescovo di Tiro, bisognerebbe far risalire la leggenda, quale si trova nella Cura sanitatis, almeno sino al terzo secolo. Il racconto di Mariano Scoto deriva certamente da quello della Cura sanitatis: che fede si meritino le attribuzioni che di scritti e di favole si trovano fatte a Metodio è, per altre prove, già noto abbastanza.

792.  Nelle narrazioni posteriori è serbata sempre, quanto al tempo, una differenza (variabile) tra il viaggio d'andata e il viaggio di ritorno. Dalla presenza della immagine miracolosa si vuole senza dubbio abbreviato il secondo.

793.  Questo castigo essenzialmente proprio della legge romana va qui notato. Si fece anche morire Pilato della morte dei parricidi. Cedreno ricorda essere stata opinione di alcuni che Pilato, cucito in una pelle di bue, insieme con un gallo, una vipera ed una scimmia, fu fatto morire al sole.

794.  Altrove Hemeria; nel testo del Foggini Timernia, Cimerina, Arimena. Il luogo di relegazione di Pilato di solito è Vienna in Gallia, ma qualche volta anche Lione, della qual città, per non dire di altre, fu anche tenuto nativo.

795.  Nel testo del Foggini si dice che Tiberio, guarito che fu, volle imporre la fede a cui s'era novamente convertito, al senato, e che ripugnando questo al suo desiderio, egli fece, in varii modi, morire moltissimi senatori. Qui può essere riportato un luogo del Libro de los Enxemplos (CCLXXXVII), dove si espongono le ragioni che indussero il Senato a rifiutare a Cristo i divini onori. «Es scripto en las storias de Roma que los romanos habian costumbre de haber pur dioses á los hombres que fecieron grandes é maravillosos fechos, e disputando en el consejo si Jhu Xpo debia ser recebido en el numero de los dioses, que tantos é tan grandes miraglos é maravillas habia fecho, á la fin fue determinado que non debia ser recebido porque non tenia quien lo honrase porque predicaba pobreza, la cual todo homme naturalmente aborrece».

796.  V. su questo argomento la dissertazione dell'Henschenius negli Acta Sanctorum, Febbrajo, v. I, p. 449-57, e inoltre Jablonski, Dissertatio de origine imaginum Christi nel terzo volume degli Opuscula editi dal Te Vater, Leida, 1809; W. Grimm, Die Sage vom Ursprung der Christusbilder, Abhandlungen der königlichen Akademie der Wissenschaften zu Berlin, 1842; Gretser, De imaginibus non manufactis, Ingolstadt, 1622; Reiske, De imaginibus Jesu Christi, Jena, 1685; Majolus, Historia totius orbis pro defensione sacrarum imaginum, Roma, 1585; Molanus, De historia S.S. imaginum, Lovanio, 1594.

797.  Io non ho bisogno di avvertire, che noi non possediamo di Cristo nessuna immagine autentica. Sant'Agostino dice nel De Trinitate, VIII, 4, 5: «Qua fuerit illa facie nos penitus ignoramus..... Nam et ipsius Dominicae facies carnis innumerabilium cogitationum diversitate variatur et fingitur, quae tamen una erat, quaecumque erat».

798.  Vedi Piper, Mythologie der christlichen Kunst, v. I, p. 102-3, e Raoul Rochette, Types de l'Art chrétien, p. 9-26. Sino ai tempi di Costantino le immagini di Cristo furono assai rare. Nella Chiesa di Oriente si formò una opinione, sostenuta da Giustino Martire, da Tertulliano e da altri, secondo la quale Cristo sarebbe stato bruttissimo. Cirillo d'Alessandria afferma a dirittura ch'egli fu il più brutto degli uomini. La epistola di Lentulo, nella quale Cristo si dipinge di bello e nobile aspetto, fu composta forse per combattere quella tradizione. V. ancora Didron, Iconographie chrétienne, p. 251-76.

799.  V. Eusebio, Hist. eccles., l. VII, c. 18; cf. Piper, op. cit., v. II, p. 582-3.

800.  Gervasio di Tilbury dice a questo proposito (Otia imperialia, decis. III, c. 25): «Porro sunt alii vultus Domini, sicut est Veronica, quam quidam Romae delatam a Veronica dicunt, quam ignotam tradunt mulierem esse. Verum ex antiquissimis scripturis comprobavimus hanc esse Martham sororem Lazari, Christi ospitam, quae fluxum sanguinis duodecim annis passa tactu fimbriae dominicae sanata fuit, propter diuturnam passionem fluxus carnalis curva incedens unde a varice poplitis vena incurvata Veronica, quare incurvata Veronica dicta est».

801.  Benedetto Canonico dice in un luogo del Liber politicus: «..... postea vadit ad sudarium Christi quod vocatur Veronica»; e Veronica è chiamata la immagine da Dante. La pianta Veronica è al tempo stesso testimonio del nome e della leggenda della santa immagine, giacchè, secondo si narra, essa fu così chiamata per aver guarito dalla lebbra un re di Francia. V. Perger, Deutsche Pflanzensagen, Stoccarda ed Oehringen, 1864, p. 153.

802.  Questa etimologia fu messa innanzi da parecchi, fra gli altri dal Mabillon. S'inganna il Maury quando afferma (Essai sur les légendes pieuses du moyen âge, Parigi, 1843, p. 210) che Gervasio di Tilbury, di cui ho riportato le parole testè, e Matteo Paris, danno la vera etimologia del nome.

803.  A Milano, a Parigi, a Lione, a Jaen in Andalusia, ecc.

804.  L. I, c. 13.

805.  De imaginibus, l. I; De fide orthodoxa, l. IV, c. 17.

806.  Historia ecclesiastica, l. IV, c. 27.

807.  La leggenda, quale Costantino Porfirogenito la riferisce, o poco diversa, si trova anche in testi latini. Il cod. Laurenz. pl. XV, Dext. 12, uno ne contiene, dove di Agbaro, che meditava di vendicare Cristo, si dice: «Scripserat enim idem rex Tiberio imperatori super vindicta mortis deo facienda sicut armenica scriptura testatur». Il Grimm nella citata dissertazione afferma essere la leggenda di Agbaro più antica che non quella della Veronica; ma non fa parola, nè della Cura sanitatis, nè della Vindicta Salvatoris. Per la storia della immagine di Edessa v. Calcagnino, Dell'immagine Edessena, Genova, 1639.

808.  La prima parte si trova ancora separata nella Mors Pilati, testo latino pubblicato dal Tischendorf di su un manoscritto del XIV secolo, conservato nell'Ambrosiana (Ev. apocr., p. 432-5). Non credo di dovermi qui diffondere sulle relazioni di questo racconto con quello della Cura sanitatis, dal quale deriva.

809.  Pubblicata dal Tischendorf, Ev. apocr., p. 448-63, sopra due codici, l'uno Marciano, l'altro Ambrosiano. Sotto il titolo Istoria Titi et Vespasiani, il codice della Nazion. di Torino K, V, 37, contiene il testo della Vindicta, mutilo il fine e con alcune varianti.

810.  Prolegomena, p. LXXXIII: «Neque dubium est quin Cura sanitatis Tiberii, quae inscribitur, quamvis ex codd. octavi et noni saeculi innotuerit, aetate inferior sit quam Vindicta Salvatoris».

811.  V. la notizia posta in fine al libro nella edizione di Marburgo, 1858. Nella edizione che se ne fece in Milano nel 1513 (unitamente con l'opere di Giuseppe Flavio) il Prologo reca il seguente titolo: Egesippi Inter Scriptores Nobilissimi: In Historiam | De Eversione Iudaeorum: Quae in Vltionem | Dominici Sanguinis a Tito et Ve | spasiano facta est: Prologus.

812.  XVIII, 3, 3.

813.  V. su questo argomento gli scolii di Ernesto Tentzel e di Ernesto Salomone Cipriano al c. XIII del De Viris illustribus, di San Gerolamo nella Bibliotheca ecclesiastica del Fabricio; e inoltre, Cave, Scriptorum ecclesiasticorum historia literaria, ed. di Basilea, 1741, p. 32-4; Trithemius, De scriptoribus ecclesiasticis, VII; Ceillier, Histoire générale des auteurs sacrés, t I, p. 565-72.

814.  Expositio in psalmum septuagesimum tertium: Hoc enim nimis acerrimum bellum Josephi historia septem libris celebrata describit.