tant par fu bien sieriés que riens ne l' pot desfaire[1020].

Quanta fede si desse, più particolarmente in Asia, alla esistenza di Gog e Magog e del muro che li rinchiudeva, mostra la seguente storia narrata da parecchi scrittori arabici, e fra gli altri da Ibn Khordadbeh e da Edrisi[1021]. Il califfo Wâttek billah vide una notte in sogno aperta la muraglia costruita da Alessandro. Spaventato da tale visione, chiamò Salam l'interprete, e gl'ingiunse di porsi in viaggio, di ritrovar la muraglia, e di recargliene preciso ragguaglio. A tal uopo gli diede cinquanta compagni con cento muli, gran quantità di denaro, e provvigioni per un anno. Salam e i compagni si pongono in viaggio, traversano varii paesi, e da ultimo una regione sparsa di rovine di antiche città, conquistate e distrutte dai popoli di Gog e Magog. Giungono finalmente a certi castelli prossimi alla muraglia, custoditi da uomini che parlano arabico e persiano, e ad una città popolata di musulmani. Due parasanghe più oltre trovano la muraglia, e su per una montagna, che domina un precipizio, una formidabile costruzione di ferro e di rame, con una porta di due imposte, alta cinquanta cubiti, larga cento. A venticinque cubiti dal suolo la tiene sprangata un catorcio dello spessore di un cubito, della lunghezza di sette. Ogni venerdì il comandante di quella fortezza, e dieci altri cavalieri, tutti armati di grevi magli, vanno a picchiare per tre volte sul catorcio, affine di lasciar intendere a quei di dentro che la porta è ben custodita, e allora si ode, di solito, un rumore confuso, prodotto dalla folla raccolta dietro a quella. Lì accosto, in un campo trincerato di trecento miglia di superficie, si vedono ancora gl'istrumenti e parte dei materiali che servirono alla costruzione del muro. Interrogati da Salam se mai avessero veduto alcuno di quei rinchiusi, gli abitanti risposero d'averne veduti a più riprese sui merli del muro, e che una volta un vento impetuoso ne fece cadere tre dalla lor parte. Essi erano alti ventidue pollici allo incirca. Salam potè riportare al suo signore la consolante notizia che il muro di Alessandro Magno era ancora in buono stato e che nulla faceva presagire la prossima uscita dei popoli rinchiusi.

Vero è che i rinchiusi non si stavano con le mani in mano, ma si adoperavano come meglio potevano per uscire di prigionia. Il cronista Tabari, narrata la leggenda in termini che molto si accostano a quelli del Corano e di Firdusi, soggiunge un'assai strana notizia. Quei di Gog e Magog si affaticano senza posa per distruggere il muro metallico, ma non possono venirne a capo. Sprovveduti di più acconci utensili, essi vi lavorano intorno con le lingue, che hanno ruvide a modo di raspe, e leccando il muro un intero giorno lo riducono dello spessore di un guscio d'uovo. Allora, ristando dall'opera, gridano trionfando: Certamente domani noi lo avremo in tutto disfatto. Ma nella notte il muro racquista miracolosamente lo spessore di prima. E ciò si ripete tutti i giorni, e si ripeterà, finchè, essendo prossima la fine del mondo, uno dei rinchiusi, mosso da divina inspirazione, suggerirà ai compagni di non più dire al sopravvenir della notte: Certamente domani noi lo avremo in tutto disfatto; ma bensì: Domani noi lo disfaremo, se piace a Dio. E allora essi compieranno l'opera da sì gran tempo tentata invano[1022].

L'opinione che i popoli di Gog e Magog fossero Sciti continua ad essere professata da molti anche in questo nuovo grado della leggenda, il grado, cioè della leggenda che ho addimandata epica[1023]. Ma altre identificazioni non mancano coi Goti[1024], con gli Unni[1025], con gli Ungheri[1026], coi Turchi[1027], alle quali mi basta accennare. Fra gli Ebrei ci fu persino chi identificò Gog e Magog coi Romani[1028]. Ma la opinione più curiosa, e più meritevole d'intrattenerci alquanto, è quella che confuse Gog e Magog con le dieci tribù che Salmanassar, o il suo successore Sargon, espugnata nel 721 innanzi Cristo Samaria, fece trasportare a settentrione della Mesopotamia, al di là dell'Eufrate[1029]. Una identificazione così fatta potrebbe apparire a prima giunta non da altro suggerita che dall'odio dei cristiani contro gli Ebrei; ma se questa ragione non mancò, ce ne furono anche dell'altre. Assai per tempo si diffuse tra gli Ebrei la credenza che le dieci tribù vivessero in una regione remota ed incognita, d'onde farebbero ritorno al tempo del loro Messia. Questa leggenda si trova già interamente costituita nell'apocrifo quarto libro di Esdra. Quivi si narra che, trasportate al di là dell'Eufrate, le dieci tribù fermarono il proposito di segregarsi da tutte le altre genti, e di spingersi oltre in alcuna regione incognita della terra, dove gli uomini non avessero mai abitato, per ivi serbare incorrotti la religione e i costumi degli avi. Postesi in viaggio, giunsero dopo un anno e mezzo di cammino nelle nuove lor sedi, d'onde faranno ritorno alla fine dei tempi, per raccogliersi intorno al Messia, quando contro costui si congregheranno dalle quattro plaghe del mondo le genti. La leggenda ricomparisce nel XLII capitolo del Carmen apologeticum di Commodiano, dove il Messia è Cristo, e dove si dice che alla fine del mondo le dieci tribù torneranno dalla loro ignota dimora, vinceranno l'Anticristo Nerone, e libereranno Gerusalemme. Se la credenza avesse potuto prevalere nella forma datale da Commodiano, qualsiasi confusione tra Gog e Magog e le dieci tribù sarebbe stata impossibile, ed anzi si sarebbero avute tra i cristiani, come si ebbero tra gli Ebrei, due diverse leggende, l'una, del popolo malvagio e rinchiuso, destinato ad ajutar l'Anticristo, l'altra, del popolo virtuoso (rinchiuso, o non rinchiuso) destinato ad ajutare Cristo. Ma era assai difficile che la credenza prevalesse in quella forma. I cristiani, in generale, dovevano vedere mal volentieri che si desse a Cristo, nella fine dei tempi una milizia ebraica, ed essere, per contro, dispostissimi ad ammettere sul conto delle dieci tribù la stessa opinion degli Ebrei. Il Messia degli Ebrei pei cristiani non poteva essere se non l'Anticristo, e le dieci tribù che l'avrebbero seguitato prendevano necessariamente il posto di Gog e Magog, o si univano ad essi[1030].

Nel medio evo questa leggenda assunse varie forme, giacchè, secondo certi racconti, Alessandro fu quegli che precisamente chiuse le dieci tribù; secondo altri, Alessandro le trovò già rinchiuse, ma saputo dell'esser loro, fece la clausura più rigorosa e più aspra. Lorenzo de Segura, dice nel Poema de Alejandro che il Macedone trovò gli Ebrei

Tras mas altas sierras, Caspias son llamadas.

Que fueras un portiello non havia y mas entradas.

Sono essi uomini sparuti e vili, non atti alle armi. Alla preghiera di Alessandro si congiunsero i monti; ma i rinchiusi usciranno prima della fine del mondo e devasteranno tutta la terra[1031]. Il Mandeville dice che alla preghiera di Alessandro Dio fece serrare i monti tutto intorno alla regione dove erano gli Ebrei, salvo che da una parte, dov'è il Mar Caspio; ma per la via del mare, i rinchiusi, i quali fuori del proprio non conoscono altro linguaggio, non si attentano di fuggire. Gli Ebrei non posseggono altra terra in tutto il mondo, ed anche per quella pagano tributo alla regina delle Amazzoni, la quale fa molto bene custodire l'unico passo[1032]. Questo consiste in un sentiero angusto, che dura quattro leghe, e non vi si trova acqua, ma dragoni e serpenti ed altri animali velenosi in gran copia, tanto che non vi si può passare se non durante l'inverno[1033]. Se mai alcuno dei rinchiusi vien fuori non sa parlare con altre genti; ma tutti usciranno al tempo dell'Anticristo, per la qual cosa gli Ebrei di tutto il mondo imparano l'ebraico, sperando di potersi allora intendere con essi e guidarli contro ai cristiani. Qualichino da Spoleto dice che, secondo la opinione di alcuni, fra le genti rinchiuse da Alessandro Magno c'erano anche le dieci tribù. Nel Jüngere Titurel si parla degli Ebrei chiusi tra monti che superano in altezza l'arcobaleno; ma non si dice che Alessandro Magno fosse quegli che ve li rinchiuse[1034]. Ranulfo Higden dice, per contro, che venuto ai Monti Caspii Alessandro trovò i discendenti delle dieci tribù, i quali gli chiesero licenza di potersene uscire di là; ma egli, saputo come quivi fossero stati chiusi in punizione dei loro peccati, inclusit eos artius, molibus bituminatis aditum obstruens[1035]. Secondo un'altra opinione Alessandro Magno avrebbe rinchiuse, oltre alle genti di Gog e Magog, anche le dieci tribù[1036]. Teolosforo di Cosenza nega recisamente tutta la favola[1037]. Nel 1540 un supposto re di quegli Ebrei venne in Europa, andò a trovare Francesco I e Carlo V, cercò di guadagnar proseliti alla sua religione, e fu per ciò arso vivo in Mantova.

Non dev'essere confusa con la precedente un'altra leggenda secondo la quale l'imperatore Claudio, durante una gran carestia, fece espellere da Roma tutti gli Ebrei con molta parte della popolazione meno valida, e li fece chiudere in luogo recondito, dai quali rinchiusi poi discesero gli Unni[1038].

§ III. La leggenda storica.

Sparsesi, verso il mezzo del XII secolo, in Europa, le prime nuove del Prete Gianni e della sua grande potenza, la leggenda di Gog e Magog non tardò ad avere nuove connessioni e nuovi ampliamenti. Questo principe era cristiano; il suo regno, di cui non bene si conosceva la situazione, si stendeva sopra molta parte dell'Asia, e volentieri vi si comprendevano le terre incognite e remote di cui parlavano gl'itinerarii; di lui, e della condizione de' suoi paesi non poche meraviglie narravansi; era pertanto assai naturale che tra lui e le genti rinchiuse di Gog e Magog si stabilisse per tempo una qualche relazione[1039]. Così avviene che di Gog e Magog noi troviam fatta menzione in alcune delle epistole che si pretesero scritte dal Prete Gianni a sovrani di Europa.

Di tali epistole, che ebbero una straordinaria diffusione e furono tradotte in tutte le lingue, già parla nella sua Cronaca, all'anno 1145, Ottone di Frisinga. Ma nelle redazioni più antiche la leggenda di Gog e Magog non si trova per anche ricordata; essa penetra solamente nelle redazioni più recenti[1040]. In queste il Prete Gianni narra del rinserramento di quelle genti per opera di Alessandro Magno in modo conforme al racconto dello Pseudo-Callistene; ma aggiunge che esse sono soggette al suo dominio; e che egli se ne giova nelle sue guerre, facendo loro divorare i nemici, dopo di che le rimanda nelle lor sedi. Usciranno al tempo dell'Anticristo e soggiogheranno Roma e tutta la terra[1041].

Ma la dominazione del Prete Gianni sopra le genti rinchiuse non doveva essere di lunga durata, e queste non dovevano aspettare la fine del mondo per fare la minacciata irruzione. Le prime mosse dei Tartari in sul cominciare del secolo XIII, e le rapide conquiste di Gengiscan, impressionarono profondamente la cristianità tutta quanta; le notizie confuse ed esagerate che ne giungevano, le descrizioni strane che si facevano di quelle genti e dei loro costumi, accesero le fantasie, e la paura ajutando, si credette che Gog e Magog fossero usciti dalle lor sedi, e avessero dato principio all'opera di devastazione. Il nome originale di Tatari fu modificato e se ne fece Tartari, suggerita l'alterazione dal Tartaro, d'onde pareva che i nuovi barbari dovessero esser venuti[1042].

Le relazioni dei viaggiatori confermarono quella credenza. Giovanni del Pian dei Carpini, mandato nel 1245 da Innocenzo IV in Asia, con la missione di distogliere i Tartari appunto dalle loro scorrerie in Europa, e, dove fosse possibile, di convertirli alla fede cristiana, raccontò de' costumi loro, al suo ritorno, non poche cose le quali si accordavano con quanto si sapeva di Gog e Magog, tra l'altro che quando alcuno di essi veniva a morire i parenti si congregavano per cibarsi delle sue carni. Secondo quanto egli riferiva, il Can dei Tartari si sarebbe chiamato Cuynè o Gog, e suo fratello Magog. Guglielmo Rubruquis o Ruysbroeck, mandato da Luigi IX di Francia a prendere accordi col Gran Cane per una futura crociata, confermò quanto dell'antropofagia aveva narrato il suo predecessore. Il Joinville dice, narrando di questa ambasceria, che i Tartari stessi raccontarono ai messi del re di Francia come il paese d'onde essi erano venuti fosse un gran deserto di sabbia, nell'ultimo Oriente, prossimo ai monti tra cui stavano rinchiusi Gog e Magog[1043]; e l'armeno Hayton conferma questa opinione dicendo nel suo Liber de Tartaris[1044] «Regio illa in qua Tartari primitus habitabant, est sita ultra magnum montem de Belgian, de quo monte fit mentio in historiis Alexandri». Marco Polo afferma che la porta costrutta da Alessandro Magno non fu fatta per trattenere i Tartari, i quali a quel tempo non esistevano ancora, ma bensì i Comani, e dice che i popoli di Gog e Magog, i quali egli pone nel regno del Prete Gianni, dalle genti vicine erano chiamati coi nomi di Ung e Mongul[1045]. Ma la leggenda aveva già identificato i Tartari con Gog e Magog, o con le dieci tribù di Ebrei che alla lor volta erano state identificate con questi. Federico II dice in una epistola a Enrico III d'Inghilterra che i Tartari sono discesi dalle dieci tribù rinchiuse da Alessandro Magno. Ricoldo da Montecroce riferita, nel suo Liber peregrinationis[1046], questa medesima opinione, adduce alcuni argomenti in favore e contro di essa, e avverte che i Tartari stessi diconsi discesi da Gog e Magog: «Vnde ipsi dicuntur Mogoli, quasi corrupto vocabulo Magogoli»[1047]. Il Villani l'accolse[1048], ed essa penetrò anche in qualche versione dello Pseudo-Callistene e della Historia de proelis, come per esempio nei Nobili fatti di Alessandro Magno. Il Malvenda in principio del secolo XVII la sosteneva ancora[1049].

E qui ci si fa innanzi un'altra immaginazione, di cui non saprei indicare la origine, ma che sembra essere nata in questo terzo stadio della leggenda, ossia della leggenda che io ho addimandata storica, giacchè si lega con la irruzione dei Tartari. Il muro e la porta, di cui abbiamo veduto in alcuni racconti crescere a dismisura la grandezza e la forza, non pajono più sufficienti a trattenere i popoli rinchiusi, e ad essi aggiungonsi certe trombe fatte costruire dallo stesso Alessandro Magno con tale artificio che investite dal vento suonano, e fanno credere a quei di dentro che un'oste numerosa stia sempre a custodia dei ripari. In nessuno degli scrittori orientali di cui ho potuto aver conoscenza si trova cenno di questo nuovo ingegno: solo il rabbino Giuseppe Kimchi, il quale fiorì nel XII secolo, ricorda nell'inedito suo commentario sopra gli ultimi profeti una immaginazione affine, dicendo di aver letto in certo libro che sulle mura di ferro della sua fortezza Alessandro pose certi simulacri di ferro anch'essi, con grande artificio operati, i quali percotendo senza intermissione con magli e scuri tenevano in soggezione i rinchiusi[1050]. Il primo, per quanto io so, che faccia parola di quelle trombe è il già citato Ricoldo da Montecroce, il quale, narrando dei Tartari rinchiusi, dice che come alcuno di essi si appressava alla fortezza di Alessandro Magno, udiva tale un tumulto d'uomini e di cavalli, e tanto clangore di trombe, che esterrefatto fuggiva, e soggiunge: «Hoc autem erat artificio venti». I Tartari conobbero finalmente l'inganno e uscirono a questo modo. Uno di essi, cacciando, inseguiva una lepre. Incalzata dai cani, questa si rifugiò dentro la fortezza, e il Tartaro, trascinato dall'ardor della caccia, stava in dubbio se dovesse penetrarvi a sua volta, quando un gufo si mise a cantare sopra la porta. Allora il Tartaro disse tra sè: Non può essere abitazione umana là dove la lepre ripara e il gufo canta. E cercato il luogo, e scoperto l'inganno, tornò verso i suoi e disse loro che se essi acconsentivano a riconoscerlo per re, egli li avrebbe liberati. I Tartari uscirono liberamente, e da allora in poi ebbero in molto onore le lepri e i gufi, e delle penne del gufo usarono adornarsi il capo. Senza dubbio Ricoldo raccolse questa favola durante il suo viaggio in Asia, giacchè la prima parte di essa, quella dove si parla delle trombe, è viva ancora, o almeno era non molti anni fa, nella Russia meridionale[1051].

Giovanni Villani racconta la storia altrimenti, e non dice nulla del cacciatore e della lepre. Le trombe che tenevano in soggezione i Tartari, turate dai gufi che presero a farvi dentro i lor nidi, cessarono a poco a poco di sonare[1052]. Giovanni Fiorentino trasporta di pianta nel Pecorone la narrazione di Giovanni Villani[1053], e Fazio degli Uberti accenna in modo assai stronco, secondo il suo solito, alla leggenda, tanto che se di questa non s'avesse altrimenti notizia, non si potrebbe intendere il significato delle sue parole[1054]. A farmi credere che il primo a divulgare in Europa questa favola delle trombe sia stato Ricoldo da Montecroce, sta il fatto che gli scrittori in cui noi la ritroviamo da prima sono italiani, e che solamente più tardi pare che anche fuori d'Italia se ne sia avuta cognizione. Nella famosa carta catalana del 1375, pubblicata primamente dal Buchon e dal Tastu[1055], in uno spazio circoscritto dai Monti Caspii si vedono le figure di Alessandro Magno e di due Mori che suonano la tromba, accompagnate dalla scritta: Aquests son de metall, e aquests feu fer Alexandri, rey gran e poderos. Ai tempi del Mercator pare che più non si ricordasse l'idea primitiva della finzione, giacchè questo geografo nota nella sua mappa: Hic in monte collocati sunt duo tubicines aerei quos verisimile est Tartari in perpetuam vindicatae libertatis memoriam eo loci posuisse, qua per summos montes in tutiora loca commigrarunt.

Ciò che Ricoldo narra della lepre fuggente trova riscontro in parecchi altri racconti, i quali tuttavia discordano in vario modo dal suo. Il Mandeville e Giovanni d'Outremeuse dicono che al tempo dell'Anticristo i rinchiusi usciranno perseguitando una volpe. Notisi a tale proposito che secondo il racconto di Giorande, gli Unni, nati dal commercio di certe maghe scitiche o gotiche con ispiriti abitatori dei deserti, vissero lungamente nella solitudine, sulla costa orientale della Palude Meotide, finchè un giorno alcuni cacciatori, inseguendo una cerva, traversarono le paludi e conobbero altre terre e altre genti.

Fatto il Prete Gianni signore di Gog e Magog, e identificati poi Gog e Magog con i Tartari, bisognava che alla uscita di costoro la leggenda si acconciasse a far morire il Prete Gianni, o a fare almeno che gli antichi suoi soggetti trionfassero di lui. Qui abbiamo, a dir vero, l'incontro di tre leggende, la leggenda cioè di Gog e Magog, la leggenda del Prete Gianni e la leggenda particolare di Gengiscan, e dal loro congiungimento vien fuori una specie di appendice, sulla quale mi soffermerò appena. In molte cronache del medio evo si narra del fabbro Gengiscan, e del modo da lui tenuto per farsi signore dei Tartari, e poi delle varie sue imprese, il tutto non senza molte favole, come si può di leggieri immaginare. Secondo una di tali favole la prima sua impresa, quella che doveva spianar la strada alle altre, fu di assalire il Prete Gianni. Se non che circa i casi di questa guerra gli storici, o per dir meglio i favoleggiatori, van poco d'accordo. Ricoldo da Montecroce dice che i Tartari si divisero in tre torme, e che l'una di queste, capitanata da Gengiscan (Camiustan) invase il Catai, dove fu morto il Prete Gianni[1056]. Guglielmo Rubruquis, il Joinville, Marco Polo raccontano tutti della vittoria riportata da Gengiscan sopra il Prete Gianni; ma rientrando per altra via nella storia, Marco Polo identifica il Prete Gianni con Une Can, mentre il Rubruquis fa di Une Can un fratello del Prete Gianni. Secondo Giovanni del Pian dei Carpini, questi non soggiacque, ma respinse anzi l'esercito dei Tartari, guidato da un figliuolo di Gengiscan, valendosi a tale uopo di certe statue cave di rame, piene di sostanze infiammabili, espediente già adoperato da Alessandro Magno contro gli elefanti di Porro. E bisogna dire che questa fosse la versione più giusta, giacchè due o tre secoli dopo noi troviamo quel medesimo Prete Gianni (il quale, tra l'altre meraviglie, aveva anche nelle sue terre d'Asia la fontana di gioventù) a capo di un vasto e florido reame in Etiopia.

Se la identificazione dei popoli di Gog e Magog e dei Tartari fosse stata universalmente accettata, la leggenda nostra avrebbe dovuto perdere gli antichi suoi nessi con le credenze correnti circa la venuta dell'Anticristo e la fine del mondo. Ma quella identificazione non fu da tutti accettata, e molti continuarono a credere che dietro ai ripari costrutti da Alessandro Magno il popolo formidabile descritto da Ezechiele, il popolo dell'Apocalissi, stesse aspettando l'ora segnata alla sua incursione. E forse qualche strascico della vecchia tradizione dura ancora tra i volghi d'Europa.

Veduto come avesse origine e per quali gradi si movesse la leggenda nostra; come, uscita dalla storia, si rannestasse alla storia, e come cercasse in varii modi di assestarsi sotto il rispetto etnografico, resta che noi diamo un rapido sguardo a quello che più particolarmente si può addimandare il mito geografico, il quale da me nelle pagine che precedono fu toccato appena. Sarò compendioso, non richiedendosi al proposito mio una trattazione troppo distesa e minuta.

§ IV. Il mito geografico[1057].

Abbiam veduto che il Magog di Ezechiele doveva corrispondere alla parte settentrionale ed orientale dell'Armenia, divenuta stanza degli Sciti dopo la invasione. Nell'Apocalissi, per contro, non è nè designata, nè sottintesa nessuna regione particolare; le genti di Gog e Magog saranno congregate dai quattro angoli della terra; e questa senza dubbio sarebbe poi stata sempre la immaginazione corrente se la leggenda di Gog e Magog non si fosse scontrata con la leggenda di Alessandro Magno.

Nella nuova leggenda nata da questo congiungimento i popoli di Gog e Magog occupano una regione reale e assai ben determinata dell'Asia. Essi sono chiusi nelle gole del Caucaso, o al di là di questa giogaja di monti, e le Porte Caspie sono l'unico passo per cui si possa accedere a quella regione, od uscirne, passo murato e munito da Alessandro Magno. Se l'attribuzion dei ripari ad Alessandro era in tutto immaginaria, i ripari a cui alludeva la favola esistevano veramente, ed esistono in parte tuttavia. Il muro di Alessandro altro non era che il muro di Derbent, chiamato dagli Orientali Sadd-i-Iskander, costruito, secondo alcuni scrittori, da Cosroe Anuscirvan, secondo altri costruito gran tempo innanzi, e poi restaurato da Yezdegerde II e da Anuscirvan[1058]. Parecchi viaggiatori occidentali parlano della città di Derbent come di città edificata da Alessandro Magno[1059], e sul luogo stesso questa tradizione è ancor viva. Certo si è che il muro servì in origine a quello scopo medesimo per cui più tardi se ne attribuì la costruzione ad Alessandro Magno, la difesa cioè dell'Asia centrale contro i barbari del Settentrione[1060].

Assai per tempo nella tradizione i Monti Caspii presero il luogo del Caucaso, sia che allo scambio desse occasione la stessa loro prossimità, sia che il nome della Porta Caspia traesse più facilmente con sè quello dei primi che non quel del secondo. Ma alla lunga non era possibile serbare ai confini stessi della Persia, in regione troppo frequentata e cognita, la terra inaccessibile di Gog e Magog. In sul finire del VII secolo gli Arabi invasero l'Armenia e la Georgia, e traversarono il Caucaso senza nulla trovare di quanto le leggende narravano, e senza che il famoso muro di Alessandro Magno valesse a trattenerli. Allora fu pure giuocoforza trasportare questo muro e le genti che si supponevano da esso rinchiuse, in parte più remota del mondo; e da prima si trasportarono nell'Ural e nell'Altai, dove pare che nell'anno 844 andasse a rintracciarli Salam[1061], e poi, allargandosi a mano a mano la zona delle terre cognite, sempre più verso Oriente e Settentrione, sino a toccar le spiagge del grande oceano che si credeva cingere tutta la terra. I geografi arabi ammisero per la più parte questa trasposizione, confermata poi dalla universale credenza del medio evo. Il modo proverbiale italiano in Oga Magoga accenna per lo appunto a regioni lontanissime, sconosciute e fuori d'ogni consorzio umano; ed equivale al dusqu'au Sec Arbre dei Francesi. Nel IX secolo Alfargani faceva cominciare, a oriente, il settimo clima dalla regione di Gog, ponendo questa agli ultimi confini della terra, dove poscia la ponevano anche Edrisi, Ibn-al-Vardi, Abu-Rihan e gli altri[1062]. Essa era bagnata dall'oceano che tutto cerchiava la terra, e si stendeva sotto quella misteriosa zona delle tenebre di cui tanto avevano favoleggiato gli antichi e di cui tanto ancora si favoleggiò nel medio evo[1063].

Nulladimeno la più antica opinione, la quale poneva oltre il Caucaso, oppure oltre i Monti Caspii i popoli rinchiusi, non fu smessa interamente, tanto che in pieno secolo XV Fra Mauro doveva nei seguenti termini confutarla: «Alguni scrive che ale radice del monte Caspio, over pocho lontan, sono queli populi i qual, come se leze, sono seradi per Alexandro Magno. Ma certo questa opinion manifestamente è erronea, e da non esser sostenuta per algun modo, perchè certo l'è sì noto la diversità de le nation che habitano circa quel monte, ch'el non è possibile che tanta numerosità de populi ne fosse ignoti, cum sit che tute quele parte sono assai domestege per esser frequentade sì dai nostri come da altre nation, che sono Zorzani, Grezi, Armini, Cercassi e Tartari, e molte altre generation de populi, i qual fano continuamente quel camin. Unde se questi populi fosse de li rechiusi credo che se queli ne avesse notitia ancora seriano a nui noti. Ma essendo questi tal populi ne la extremità de la terra, come ne son certissimamente informato, adevien che anchor tutte queste nation de sopra nominate non ne ha mazor notitia de nui. Perhò concludo che questi populi siano molto lontani dal monte Caspio, e siano, come ho dito, ne la extremità de la terra tra griego e tramontana, e sono circumdati da monti asperimi e dal mar ocean quasi da tre bande»[1064]. Se non che c'era modo di conservare l'antica opinione senza urtare negli argomenti di Fra Mauro; bastava a tal uopo prendere i Monti Caspii, e il mar Caspio per giunta, e trasportarli di pianta nell'India, o in quella delle regioni dell'Asia dove paresse più opportuno di porre le genti di Gog e Magog, nè questa era impresa da spaventare i geografi del medio evo. Gervasio di Tilbury dice senza ambagi: «In India est mons Caspius, a quo mare Caspium vocatur, inter quem et mare Gog et Magog, ferocissimae gentes, a Magno Alexandro inclusae feruntur»; e questa opinione è poi seguitata da molti[1065]. Giova tuttavia fare osservare a tale proposito che all'India, nel medio evo, non si davano i confini che essa ha nella geografia moderna, e che la smania di far di Gerusalemme il centro del mondo portava come conseguenza la trasposizione, e più particolarmente il discostamento di molte regioni dell'Asia allora conosciuta. Ma secondo un'altra opinione, più universalmente accetta, i monti Caspii e il mar Caspio si trasponevano all'estremo limite settentrionale ed orientale dell'Asia. Allora il mar Caspio non facevasi chiuso, ma aperto e in comunicazione con l'oceano, conformemente alla credenza dei più degli antichi. Qui può essere inoltre ricordata la opinione che identificava il muro di Alessandro Magno con la gran muraglia della Cina, opinione seguita da parecchi fra gli Orientali[1066], e fra gli Occidentali da Marco Polo e da qualcun altro.

Sarebbe cosa agevole raccogliere ed esporre qui le varie particolarità concernenti il paese di Gog e Magog, le quali si trovano nelle carte del medio evo; ma io credo che al proposito mio alcune poche e sommarie indicazioni possano bastare. Di solito il paese di Gog e Magog è rappresentato in forma di penisola, bagnata da tre parti dall'oceano, chiusa verso terra da una giogaja di monti. Ora esso si trova a oriente e ora ad occidente del mar Caspio; ma spesso ancora in tutto separato da questo. Qualche volta la penisola si vede cinta di monti anche dalla parte del mare[1067]. In alcune carte la penisola è divisa in due distinte province, l'una abitata da Gog, l'altra da Magog; in altre la forma di penisola sparisce pur rimanendo molte altre particolarità. Più raro è il caso che il paese di Gog e Magog sia un'isola[1068]. In alcune carte, come, per esempio, in quella di Andrea Bianco (1436) Gog e Magog sono in una penisola non da altro separata dal Paradiso terrestre che da un golfo di mare. Non so se un tale raccostamento possa essere stato, almeno in parte, suggerito dall'idea che da quella plaga della terra dove Satana aveva pervertito Adamo dovessero uscire gli ultimi campioni di Satana e le milizie dell'Anticristo.