163. Sanctuarium, Inventio sanctae crucis.
164. Loc. cit.
165. Secondo la Kaiserchronik, v. 10383-4, ricevettero allora il battesimo più di 400.000 pagani; la versione in prosa dice a dirittura 1.300.000. Nell'anno 315 Silvestro ebbe veramente una disputa con gli Ebrei.
166. Dei troppi santi uccisori, o domatori di draghi, ricorderò San Giorgio, San Vittore, San Secondo d'Asti, Sant'Amando, Santa Vittoria, San Materno, Sant'Ilarione, Sant'Ammone, Santa Marta, San Marcello. Ai tempi di Arcadio e di Onorio il vescovo Donato uccise un drago sputandogli in bocca. Parecchi storici narrano che ai tempi di Leone IV apparve in Roma, dentro certe caverne, un terribile basilisco, che col fiato appestava la città: il pontefice ne lo cacciò. Roma fu più volte afflitta da simili mostri. Della famiglia Anguillara si racconta che prese il nome da due nobili romani, i quali uccisero uno smisurato serpente che era cresciuto in un luogo vicino a Roma, detto Malagrotta, e spopolava con l'alito quel contorno.
167. V. 10596. Heinrich von München dice Wendelberg. Massmann, Kaiserch., t. III, p. 859.
168. Vedi più oltre.
169. V. Massmann, op. cit., t. III, p. 861.
170. Cod. Marciano cl. IX, XI, f. 114 r. Era una grocta sopto terra nella quale era uno gran serpente, lu quale tucta Roma tenea in pagura. Quando illo uscia de quilla fossa cupa el suo feto l'ayro corrompea et quanti ne trovava tucti ad morte li mectea. Allora dixero li savii nevini che se alcuno fosse che intrar volesse in quilla grande grocta ove lu serpente stava quilla pestilentia tutta cessaria. Uno cavaleri fo c'avea nome Metello, lu quale in conspectu de tucta la gente armato sopra un bon destrieri intrao in quilla grocta ove de lui mai non se seppe novella. Allora cessao et mai non apparse più quillo serpente dello quale yo dixi.
171. Per esempio, nella leggenda di Santa Margherita.
172. Vita Constantini, l. III, c. 3.
173. Lipomano-Surio, De vitis Sanctorum, Venezia, 1581, v. VI, p. 337.
174. Pubblicato da Guglielmo Grimm, Gottinga, 1841. Una Storia di San Silvestro, testo del XV secolo, diversa dalla leggenda volgarizzata del Voragine, pubblicò il Melga in Napoli nel 1859.
175. Cf. Lasaulx, Untergang des Hellenismus, Monaco, 1854, p. 32; Thomas, H., Dyer, A History of the city of Rome its structures and monuments, Londra, 1865, p. 284.
176. Esse sono: San Giovanni in Laterano, San Pietro in Vaticano, San Paolo fuori le Mura, Santa Croce in Gerusalemme, Santa Agnese fuori Porta Nomentana, San Lorenzo fuori le Mura, San Pietro e Marcellino. La sola che a Costantino possa essere attribuita con qualche fondamento è quella di San Giovanni in Laterano, che lungamente, in parte per ragione di tali origini, si arrogò il primato sopra tutte le chiese dell'orbe cattolico. In essa si leggevano un tempo i seguenti versi (v. Onofrio Panvinio, Le sette chiese di Roma, Roma, 1570, p. 138).
Agnoscant cuncti sacro baptismate functi
Quod domus haec munda, nulli sit in orbi secunda
Nam cum Papalis locus hic sit, et cathedralis
Primatum mundi meruit sine lite rotundi,
Contendat nemo secum de iure supremo,
Omnis ei cedit locus, et reverenter obedit:
Hunc Constantinus in coelum mente supinus
Lepra mundatus intus forisque novatus
Fundavit primus, factum quod in ordine scimus,
Et series rerum cogit nos scribere verum,
Christi successor primus, fideique professor
Petrus ab hac sede laxavit retia praedae
Clave potestatis recludens regna beatis.
In un frammento storico pubblicato dal Muratori nel t. III delle Antiquitates italicae, c. VII, col. 279, si narra come nel rifare il tetto di San Pietro fu trovata una trave de' tempi di Costantino. «Quanno lo tetto vecchio se posava, fonce trovato uno esmesuratissimo trave de mirabile grossezza. Io lo vidi. Dieci piedi era gruosso: tutto era affasciato de funi per la moita antiquitate. Per la granne grossezza era tanto durato questo trave. Era de Abeto, come li aitri. E fonce trovato scritto de lettere cavata così, quasi dica: Quesso ene de quelli travi, li quali puse in quesso tetto lo bono Constantino. Era antico, quanto che l'Alleluia». La chiesa di Sant'Agnese si diceva costruita da Costantino a richiesta di Costanza sua figliuola, che al sepolcro di quella santa era stata guarita da grave infermità. Costanza vi fondò un monastero che Costantino dotò con arredi sacri e grandi possessioni (Tolomeo Lucense, Historia ecclesiastica, l. V, c. 3, ap. Muratori, Scriptores, t. XI, col. 824). Che la basilica di San Paolo fu edificata da Costantino afferma già Prudenzio nel Peristephanon, carm. XII. Quanto a quella di San Pietro si diceva che per adornarla Costantino avesse spogliato dei marmi il preteso sepolcro di Remo vicino a Sante Maria in Cosmedin. Anastasio Bibliotecario dice nella Vita di San Silvestro che Costantino costruì la basilica di San Pietro ad istanza di questo pontefice, e lo stesso dice della basilica di San Paolo. In generale le testimonianze più antiche a questo riguardo pajono essere le sue. V. oltre alla citata, anche l'altr'opera di Onofrio Panvinio, De basilica Vaticana, ap. Mai, Spicilegium romanum, t. IX; Ciampini, De sacris aedificiis a Constantino Magno constructis, Roma, 1693; Fea, Lezione sopra quattro basiliche romane dette costantiniane, Atti dell'Accademia Romana, v. III, 1829, p. 75-99. Per le costruzioni di Costantino a Gerusalemme v. Unger, Die Bauten Constantin's des Grossen am heiligen Grabe zu Jerusalem, nell'Orient und Occident, v. II, p. 177-232, 385-456. In certi miracoli della Vergine, che manoscritti si conservano nel Museo Britannico, si narra di un miracolo avvenuto nella costruzione di una meravigliosa chiesa che in onore della Vergine appunto Costantino faceva edificare. Paul Meyer, Rapport sur une mission littérarie en Angleterre, Archives des missions scientifiques et littéraires, 2ª serie, v. III, p. 308.
177. Così nei Gesta pontificum romanorum, nel Liber politicus di Benedetto canonico, nei Mirabilia (ed. del Parthey, p. 31-2). Nel libro intitolato Le cose maravigliose di Roma si legge: «Furono ancora in detta chiesa (di San Giovanni in Laterano) le infrascritte cose, che oggidì non vi sono. Costantino Magno vi pose un Salvatore che sedeva di 320. libre, dodici Apostoli di cinque piedi l'uno, i quali pesavano lib. 50. l'uno, vn'altro Salvatore di libre 140. e quattro Angeli li quali pesavano 105. libre, le quali erano d'argento. Vi pose ancora quattro corone d'oro, con li delfini di libre 15. e sette altari di libre 200». E più oltre, dove si parla della chiesa di San Pietro: «Et prima Costantino Magno pose sopra il sepolcro di San Pietro una Croce d'oro di libre 150. quattro candelieri d'argento, sopra i quali erano scolpiti gli Atti degli Apostoli, tre calici d'oro di libre 12. l'uno, e vinti d'argento di libre 50. et una patena d'oro, et una lampa d'oro di libre 35 et all'altare di s. Pietro fece vn Incensiero d'oro ornato di molte pietre preziose».
178. Vedi per tutto quanto importa all'argomento Doellinger, Die Schenkung Constantins, nel già citato libro Die Papstfabeln des Mittelalters, p. 61-106.
179. Ermoldo Nigello dice nel Carmen elegiacum, l. IV, v. 271-2:
Constantinus uti Romam dimittit amore,
Constantinopolim construit ipsa sibi.
Ap. Pertz, Scriptores, t. II, p. 506. Incinaro afferma che Costantino lasciò Roma a Silvestro ad onore e gloria dei Santi Pietro e Paolo (Epist. III, c. 13). Filippo Mouskes dice nella Cronaca rimata che per lasciare più libertà alla Chiesa
L'empire de Romme et l'iestre
Donna Constentins St-Selviestre.
(V. 30901-2). A mezzo del secolo XI Leone IX riportava per intero l'atto di donazione nel suo scritto contro Cerulario e Leone vescovo di Acrida, e diceva che Costantino «cunctos in Romana sede pontifices non solum imperiali potestate et dignitate, verum etiam infulis et ministris adornavit imperialibus, valde indignum fore arbitratus terreno imperio subdi, quos divina maiestas praefecit coelesti». Ma sarebbe superfluo di moltiplicare tali esempii. In pieno secolo XVI, più di cinquant'anni dopo che Lorenzo Valla aveva scritto la sua celebre declamazione De falso credita et ementita Constantini donatione, il Vida, in una poesia Divo Silvestro Pont. Max., celebrava ancora il presunto atto di Costantino:
Coeli secutus prodigia optimus
Caesar, relicta sede Quiritium,
Tellure decessit Latina,
Sedem aliis positurus oris.
Urbem potentem Romulidum tibi,
Lateque regnandum Latium ferox
Concessit ultro posterisque
Perpetua serie insecutis.
180. Bonitone, vescovo di Sutri, morto nel 1089, dice in un luogo del suo trattato Ad amicum (l. II, ap. Jaffé, Monumenta Gregoriana, p. 606): «Igitur Constantino á Silvestro sanctae Romanae ecclesiae episcopo baptizato et ab eodem imperiali diademate sublimato, clausa sunt templa, etc.».
181. Descriptio plenaria totius urbis: «...... arcus Romanus inter Aventinum et Albiston, ubi beatus S. Silvester et Constantinus osculati sunt et diviserunt se».
182. Inf., c. XIX, v. 115-7; Parad., c. XX, v. 55-50.
183. Massmann, op. cit., v. III, p. 860-1.
184. V. 10427-33.
185. Ap. Pertz, Scriptores, t. III, p. 511-2.
186. V. Sozomene, Hist. eccles., l. II, c. 3. Cf. Zonara, Annales, l. XIII, c. 3, e Enea Silvio Piccolomini, De his quae Federico III imperante gesta sunt commentarius, ap. Freher, Scriptores, t. II, p. 43.
187. Descriptio Kambriae, l. II, c. 7 (Opera, Rerum Britannicarum scriptores, v. VI, p. 215): «Legitur enim quia Constantinus imperator, occidentali imperio beato Silvestro et successoribus suis cum urbe relicto, Trojam reaedificare proponens, ibique orientalis imperii caput erigere volens, audivit hanc vocem, — «Vadis reaedificare Sodomam »; — et statim mutato consilio versum Bizantium vela pariter et vexilla convertit; ibique imperii sui caput constituens, urbem eandem felici suo nomine decoravit».
188. Compendium chronicum, v. 2336-47.
189. Cod. Marciano Zanetti, lat. CCCCVII, f. 6 v. a 7 r.
190. De laudibus virginitatis, c. XII (XXV nella ed. del Giles).
191. Gesta regum Anglorum, l. IV, § 354.
192. Codino, De aedificiis Constantinopolitanis, Excerpta de antiquitatibus Constantinopolitanis, ed. di Bonna, p. 75.
193. Cod. Marciano lat. cl. X. XCVI, f. 20 r. e v.
194. Nell'ensenhamen pubblicato dal Bartsch, Denkmäler der provenzalischen Literatur, Stoccarda, 1856, p. 85-8. Ciò che di Costantinopoli si narra in una leggenda serba merita d'essere qui brevemente riportato. Un imperatore, cacciando, trova una testa di morto, e vi passa su col cavallo. La testa gli grida: Perchè mi calpesti? Benchè morta posso nuocerti ancora. L'imperatore la toglie con sè, la brucia, la riduce in polvere, e questa, involta in una carta, chiude in un forziere; poi parte. La figlia di lui, aperto il forziere, e trovata la carta, col dito umido di saliva raccoglie alquanta di quella polvere, e se la reca in bocca: ingravida miracolosamente e mette al mondo un bambino, di cui l'imperatore esperimenta ben presto la singolare sagacia. Temendo le minacce della testa, egli allontana da sè, quando è già divenuto un giovane, il nipote, dicendogli: Va per il mondo, e non fermarti se non quando troverai due mali alle prese fra loro. Il giovane parte, e giunge finalmente nel luogo dove sorse poi Costantinopoli, e quivi trova un biancospino intorno a cui si attorciglia un serpente per modo che l'uno punge l'altro. Parendogli d'aver trovato i due mali di cui sino allora era andato in traccia, si scosta dall'arbusto e dal serpe un certo tratto, poi si ferma, e voltandosi indietro vede che lungo tutto quel tratto era sorto fuor dalla terra un muro, il primo della nuova città. Più tardi il giovane diventò imperatore di Costantinopoli e rovesciò l'avo dal trono. V. Hormayr, Archiv für Geschichte, Statistik, Literatur und Kunst, t. XVI, Vienna, 1825, n. 100. Per altre leggende parallele v. Wesselowsky, Le dit de l'empereur Constant, Romania, v. VI, p. 178-9.
195. Annales, ed. di Bonna, p. 463-4.
196. Excerpta ex libro chronico de originibus Constantinopolitanis, ed. di Bonna, 1843, p. 21.
197. V. 10465-518. Cf. v. III, p. 868-9.
198. Cronaca da Tiberio sino all'anno 1285, cod. Riccardiano 1550, f. 61 r.
199. V. per altri racconti paralleli Massmann, op. cit., v. III, p. 870.
200. V. p. 84.
201. Il Kornmann, nel già citato suo libro De miraculis mortuorum, parte X, c. XXII, ricorda come nel sepolcro di Costantino fosse trovata una tavola d'argento su cui era anticipatamente descritta e rappresentata la vittoria dei Turchi e la caduta dell'impero d'Oriente insieme coi casi susseguenti sino al fine della dominazione ottomana.
202. Pubblicato dal Michel, Parigi, 1831, p. 52-71.
203. Alcunchè di simile, quanto al modo di scegliere la sposa, narrasi di Pipino, padre di Carlo Magno, nel c. X della parte 1ª del Libro intitolado Noches de Invierno di Antonio de Eslava, Bruxelles, 1610.
204. Tobler, Mittheilungen aus altfranzösischen Handschriften, Lipsia, 1870, p. 150.
205. Pubblicato dal Michel, Londra, 1835, v. I, p. 16.
206. Pubblicato dal Jubinal, Jongleurs et Trouvères, Parigi, 1835, p. 82.
207. V. 2134-7.
208. Von der Hagen, Gesammtabenteuer, v. II, p. 380-2.
209. V. intorno a questa leggenda della moglie adultera di Costantino, Tobler, Kaiser Constantinus als betrogener Ehemann, Jahrbuch für romanische und englische Sprache und Literatur, Neue Folge, v. I, 1874, p. 104-8. Circa la possibile origine indiana di essa v. Benfey, Pantschatantra, l. IV, 5.
210. Detto come Costantino trafigesse la moglie, continua:
Alsô wart im ân' mâzen zorn,
er nam dâz ros mit den sporn,
Und rant' auf den vil krumben man,
daz er niemêr kam von dan,
Er wart ze tôd ertreten dâ
als man ez noch vindet sa
Ze Rôme stên an ainem stain,
daz er im sein krumben bain
Zertrat mit dem rosse gar:
wer des nicht glaub', der nem sein war
Ze Rome ez geworcht stât,
alz ez ain Rômaer' würken bat.
211. In origine essa sorgeva davanti all'Arco di Settimio Severo: Sergio III (905-11) la trasportò davanti al Laterano, dove rimase fino a che, su disegni di Michelangelo, fu costruita la piazza di Campidoglio.
212. Notisi tuttavia che una vera statua equestre di Costantino, della quale fa ricordo la Notitia regionum urbis Romae nel V secolo, poi l'Anonimo Einsiedlense nel IX, e che sorgeva nel Foro, andò distrutta, forse in questo stesso secolo, o nel seguente. Può darsi che, attribuita l'altra a Costantino, essa non fu più conosciuta per quella che era veramente, sebbene una iscrizione, che l'Anonimo riporta, avrebbe dovuto impedire che ciò avvenisse. V. Preller, Die Regionen der Stadt Rom, p. 13, 66, 142, e Muellenhof, Zeugnisse und Excurse sur deutschen Heldensage in Zeitschrift für deutsches Alterthum dell'Haupt, v. XII, p. 325-7.
213. V. E. Muentz, Monuments antiques de Rome au XVe siècle, nella Revue archéologique, Nouvelle série, v. XXXII, 1876, p. 162.
214. L'antichità di Roma, Venezia, 1583, l. IV, c. 36, f. 255 v.
215. Ly myreur des histors, v. II, p. 70: «..... en l'honneur de luy fut faite l'ymaige d'homme de la grandeche de luy, de marbre, et fut de Coustantinoble à Romme amynée avec luy en marchiet al palais de Latrain; et fut la mise et mult subtilement assise, et encores l'y voit-ons».
216. Cronica Bolognese ap. Muratori, Scriptores, t. XVIII, col. 246.
217. Giovanni di Bozano, Chronicon Mutinense, ap. Murat., Script., t. XV, col. 608.
218. Ed. dell'Andresen, v. II, p. 152-3, v. 3050-60.
219. Ranulfo narra la storia alquanto diversamente: «Ex genere Messenorum corpore quidam nanus sed arte nigromanticus, cum finitimos sibi reges subjugasset, Romanos aggressus est, quibus virtutem feriendi ademit. Unde et ipsos in urbe conclusos diu obsedit. Nanus nempe ille quotidie ante solis occasum extra castra egrediens artem suam in agro exercuit. Quo comperto Romani strenuo militi Marco urbis dominium et memoriale perpetuum promiserunt, si urbem liberaret. At ille muro urbis ex illa parte perforato, qua nanus solebat praestigiari, de nocte exiens mane expectabat quod et cuculus avis denunciabat voce sua. Arreptum nanum, quem armis non poterat, manu in urbe deportabat; et ne si fandi copiam haberet, arte sua se forsan liberaret, statim sub pedibus equi sui contrivit; unde et tale memoriale promeruit».
220. Pubblicato dal Rajna, Ricerche intorno ai Reali di Francia seguite dal libro delle storie di Fioravante e dal cantare di Bovo d'Antono, Collezione di opere inedite o rare, Bologna, 1872.
221. Qui pare si voglia dire che la statua equestre di Costantino, cioè di Marc'Aurelio, deve durare quanto Roma e quanto il mondo. Una sì fatta credenza vive ancora tra il popolo a Roma, e l'Ampère così la ricorda nel suo Empire romain à Rome, Parigi, 2ª ed., 1872, v. II, p. 228: «La statue équestre de Marc Aurèle a aussi sa légende, et celle-là n'est pas du moyen âge, mais che a été recueillie il y a peu d'années de la bouche d'un jeune Romain. La dorure, en partie détruite, se voit encore en quelques endroits. A en croire le jeune homme, cependant, la dorure, au lieu d'aller s'effaçant toujours davantage, était en voie do progrès. — «Voyez, disait-il, la statue de bronze commence à se dorer, et quand che le sera entièrement, le monde finira». — C'est toujours sous une forme absurde, la vielle idée romaine, que les destinées et l'existence de Rome sont liées aux destinées et à l'existence du monde».
222. Loc. cit. «Est et aliud signum..... quem peregrini Theodoricum vocant, vulgus Constantinum, sed clerici curiae Marcum seu Quintum Curtium appellant».
223. V. H. Grimm, Das Reiterstandbild des Theodorich zu Aachen und das Gedicht des Walafried Strabus darauf, Berlino, 1869, p. 69. Agnello afferma che la immagine equestre di Teodorico che sorgeva prima in Ravenna fu fatta trasportare da Carlo Magno in Aquisgrana. Egli parla anche di un'altra immagine esistente in Pavia. Liber pontificalis Ecclesiae Ravennatis, Scriptores rerum langobardicarum et italicarum saec. V-IX, p. 337-8. È certo ad ogni modo che una statua di Teodorico, o tale creduta, si ebbe in Aquisgrana, come provano i Versus de imagine Tetrici di Valafredo Strabone.
224. Qui verum Quintum Curtium illud (signum) vocant hoc assignant, quod hiatus quidam in inedia urbe patuit sulphurea exalatione multos perimens; in quem responso Phoebi accepto, Quintus Curtius, ut urbem liberaret, armatus se dejecit; et statim cuculus avis de hiatu illo exivit, et terra se conclusit.
225. V. il poema pubblicato dal Von der Hagen e dal Büsching nel primo volume dei Deutsche Gedichte des Mittelalters, Berlino, 1808.
226. V. Van Wyn, Historische en letterkundige avonstonden ter ophelderinge van eenige zeden der Nederlanderen, Amsterdam, 1808, v. I, p. 313; Hoffmann von Fallersleben, Horae Belgicae, parte 1ª, Vratislavia, 1830, p. 69; Mone, Uebersicht der niederländischen Volks-literatur älterer Zeit, Tubinga, 1838, p. 88; Jonckbloet, Geschiedenis der Middennederlandesche Dichtkunst, Amsterdam, 1851-5, v. III, p. 375-88. Anche nel poema francese di Floriant et Florète si ha una Florète, di cui si descrive nel seguente modo la cintura:
Sa çainture, pas ne vous ment,
Valoit plus de XXX mûrs d'argent.
Ele fu prise el grant tresor
A Costentin l'emperéor.
V. 5924-7, Hist. litt. d. l. Fr., t. XXVIII, p. 165.
227. Circa le attinenze e la derivazione di questi racconti v. Darmesteter, De Floovante vetustiore gallico poemate et de merovingio cyclo, Parigi, 1877. V. inoltre le citate Ricerche del Rajna, le tavole genealogiche inserite dal Regis e dal Panizzi nelle loro edizioni dell'Orlando innamorato del Bojardo, e dal Graesse nei suoi Grossen Sagenkreise des Mittelalters, p. 273, e Gaston Paris, Histoire poétique de Charlemagne, p. 219-22.
228. Op. cit., v. II, p. 70.
229. V. v. I, p. 47.
230. Speculum Regum, ap. Pertz, Script., t. XXII, p. 68.
231. V. Neander, Kayser Julian und sein Zeitalter, Heidelberg, 1812; Strauss, Der Romantiker auf dem Throne der Cäsaren oder Julian der Abtrünnige, Mannheim, 1847; Muecke, Flavius Claudius Julianus, Gotha, 1867-9; Rode, Geschichte der Reaction Kaiser Julians gegen die christliche Kirche, Jena, 1877.
232. La ricorda Giovanni Damasceno nel l. I del trattato De imaginibus.
233. V. Noeldeke, Ueber den syrischen Roman von Kaiser Julian in Zeitschrift der deutschen Morgenländischen Gesellschaft, v. XXVIII, p. 263-92, e Ein zweiter syrischer Julianusroman, ibid., p. 661-74. I testi furono pubblicati da I. G. E. Hoffmann, Julianos der Abtruennige, syrische Erzaehlungen, Leida, 1880.
234. Sono la terza e la quarta, o la quarta e la quinta, secondo le raccolte.
235. Ciò si trova ripetuto in una infinità di cronache e di altre scritture, nel Cosmodromio di Gobelino de Persona, nella Cronaca di Martino Polono, in quella di Sicardo, nella Legenda aurea (c. XXX), nell'Alte Passional, nel Leggendario del Barbour, ecc. Giovanni da Verona dice nella inedita Historia imperialis (cod. della Vallicelliana D, 13, f. 97 v.): «Julianus igitur volens declinare furorem et suspicionem amovere ab eo monasterium ingressus est, et factus monachus sanctissimam simulabat vitam, nam publice coram monachis et populo libros christianos legebat et eos devotissime exponebat, unde vir reverendus et sancte conversationis et vite dicebatur». Giovanni d'Outremeuse, Ly myreur des hystors, v. II, p. 77: «..... se avient que quant Constantin fut mors que Constanche, son fis, fist Julien moyne en une abbie; et fut tant moyne qu'ilt fut clameis frere». Nella Rappresentazione di San Giovanni e Paulo di Lorenzo il Magnifico, cercandosi dagli ufficiali di corte chi, morto Costanzo, possa essere fatto imperatore, uno di essi dice:
E' c'è Giulian, di Costantin nipote,
Che, benchè mago e monaco sia stato,
È di gran cuore, ecc.
D'Ancona, Sacre rappresentazioni, v. II, p. 261.
236. Socrate, Hist. eccl., l. III, c. 1; Sozomene, Hist. eccl., l. V, c. 2.
237. V. la Legenda aurea, c. LXXXVII (82).
238. V. 10775. Anche nella seconda parte del Gallicanus di Hrotsvitha, in una scena fra i santi Giovanni e Paolo e Giuliano si accenna al chericato di costui:
Julianus.
..... Ego quondam stultus talia exercui et clericatum in ecclesia obtinui.
Johannes.
Placetne tibi, o Paule, clericus?
Paulus.
Diaboli capellanus.
239. V. Eusebio, Hist. eccl., l. VIII, c. 14; Vita Constantini, l. 1, c. 36.
240. Chronicon universale, ap. Pertz, Script., t. VI, p. 114. Così pure Giovanni da Verona.
241. Giacomo da Voragine cita la Historia tripartita, ma in essa altro non si trova a tale proposito che un passo di Teodoreto, il quale fa seguire il caso in Grecia, quando Giuliano aspirava all'impero. Può darsi che il Voragine avesse tra mani un testo interpolato della Historia: ecco, ad ogni modo, le sue parole: «Qui (Julianus) cum instructus esset a pueritia in arte magica et multum sibi placeret, magistros inde plurimos secum habebat. Die autem quadam, sicut in hystoria tripartita habetur, cum puer adhuc esset et recedente magistro suo solus remansisset et adjurationes daemonum legere incepisset, ante cum maxima multitudo daemonum instar Aethyopum nigrorum advenit. Tunc Julianus hoc videns et metuens signum crucis protinus fecit et omnis illa multitudo daemonum evanuit; qui cum magistro suo revertenti, quid sibi acciderit, retulisset, dixit ei magister suus; hoc signum crucis maxime daemones odiunt et timent».
242. V. oltre a Gregorio Nazianzeno, Sozomene, Hist. eccl., l. V, c. 2; Teodoreto, Hist. eccl., l. III, c. 3 e 26; Niceforo, Hist. eccl., l. X, c. 35, ecc.
243. Cf. lo Speculum regum, ap. Pertz, Script., t. XXII, v. 1122 e seguenti. V. Lotterus, Historia instaurationis templi Hierosolymitani sub Juliano divino miraculo impeditae, Lipsia, 1728.
244. Una se ne ha nelle Mille e una notte, dove l'oro è coperto, non di cenere, ma di olive: è la storia di Alì Cogia. Nel libro ebraico intitolato Le parabole del re Salomone si parla di un deposito di monete d'oro ricoperte di uno strato di miele. Il Massmann (Kaiserch., v. III, p. 883) fa cenno di una storia simile narrata da Vincenzo Bellovacense; ma la indicazione ch'egli dà del libro e del capitolo è falsa, e a me non è riuscito di rinvenirla. Altri racconti si hanno nella Disciplina clericalis, nel Castoiement d'un père à son fils (nov. XIII, in Barbazan, Fabliaux et contes des poètes françois des XI, XII, XIII, XIV et XV siècles, 2ª ed. aumentata dal Méon, v. II, p. 107-13), nel Novellino (nov. 74), nel Decamerone (gior. VIII, nov. 10).
245. Questo poema fu pubblicato sul manoscritto unico del Museo Britannico da Tommaso Wright pel Roxburghe Club, Londra, 1856. A p. 19 si leggono i seguenti versi:
Exemplum sceleris Julianus apostata saepe
Ponitur, exuerat qui monachale decus;
Huic monacho mulier testa commiserat aurum,
Sed texit sparsus splendida frusta cinis.
Asportans aurum monachus sua claustra reliquit,
Et consul Romae munere factus erat.
Imperio functus tandem scelus omne peregit,
Cujus in exitium omnis gehenna coit.
246. Mystère de l'empereur Julien et de Libanius son Seneschal, pubblicato dal Du Méril, Origines latines du théâtre moderne, p. 305-53; ripubblicato da Gaston Paris e Ulysse Robert, Miracles de Nostre Dame, v. II, p. 171-226. Il solo scrittore forse, che in tutto il medio evo abbia giudicato equamente la politica di Giuliano verso i cristiani, è l'autore della prima parte dei Gesta episcoporum neapolitanorum, composta, o sul finire del'VIII, o sul principiare del IX secolo. Quivi si dice: «Juliano apostata imperatore facto, ad idolorum cultum converso, blanda persecutio fuit, inliciens magis quam impellens ad sacrificandum, in qua multi voluntate propria corruerunt». Scriptores rerum langobardicarum et italicarum saec. VI-IX, p. 405.
247. Polychronicon, l. IV, c. 28.
248. Cod. della Nazionale di Firenze, Santa Croce, 724, A, 7.
249. V. 10649-11152.
250. Bocca della Verità fu veramente in origine chiamata la ruota, e non il mascherone, che nello stesso portico fu murato molto più tardi, e che ora con quel nome comunemente si chiama. Su ciò i Mirabilia non lasciano dubbio: «In porticu ejusdem (ecclesiae S. Mariae in Cosmedin) est magna rota lapidea ad molae formam, cui foramina quinque adsunt, quasi oris, narium et oculorum, et vocant Bocca della Verità».
251. De aedificiis Constantinopolitanis, ed. cit., p. 119; De signis Constantinopolitanis, ed. cit., p. 50-1.
252. Secondo Giovanni d'Outremeuse (op. cit., v. II, p. 77) la promessa gli fu fatta da un mago. «Et sy trovat (Julien) un melheur maistre de li qui parmy l'art de dyable ly dest, s'ilh li voloit creanteir qu'il renoicroit la foid cristine, ilh seroit temprement emperere de Romme. Il respondit oïlh, et y renunchat là meisme par foid et par sermient. Et chil ly dest qu'il chevalchast tantoist vers Romme en armes, se trovat que son cusin Constanche estoit mors; se fut tantoist eslus par les donnes qu'ilh donnat et promist aux senateurs».