253. Hist. eccl., l. III, c. 21.
254. Hist. eccl., l. III, c. 25.
255. Breviarium, l. X, c. 10.
256. Historiarum, l. VII, c. 30.
257. V. Sozomene, Hist. eccl., l. VI, c. 1. Ammiano Marcellino dice (Rer. gest., l. XXV, c. 6) che nell'esercito si credette l'imperatore essere stato ucciso da un cavaliere romano. La Chiesa si vendicò di quell'accusa facendo Libanio stesso cristiano e santo per giunta. Si narra che avendo Libanio, durante la spedizione di Persia, domandato un giorno per ischerzo ad un cristiano che cosa facesse il falegname padre di Cristo, questi rispose: Prepara la bara per il tuo imperatore (v. Teodoreto, Hist. eccl., l. III, c. 25). Poi si narrò ancora che Libanio conobbe in visione il miracolo di San Mercurio e la morte di Giuliano, il che fu causa della sua conversione. Di questa conversione si fecero appositi racconti, ed uno se ne ha in una raccolta di vite di Santi che manoscritta si conserva sotto il n. 498 nella Biblioteca di Corte a Vienna, ed è intitolata: De mistica satis revelatione et morte apostatae Juliani. Nel già citato mistero francese Libanio si fa eremita, e tutto acceso del desiderio di vedere la Vergine Maria, acconsente a lasciarsi strappare dall'arcangelo Gabriele entrambi gli occhi, purchè il suo voto sia appagato. La Vergine, compiaciuta dell'amor suo, gli rende la vista, e fra il canto degli angeli ne lo conduce seco in paradiso. V. anche una vita latina di San Basilio pubblicata nel Florilegium Casinense, in appendice alla Bibliotheca Casinensis, t. III, p. 209-10.
258. V. Sozomene, Hist. eccl., l. VI, c. 2.
259. V. Teodoreto, Hist. eccl., l. III, c. 24. Della morte di Giuliano ebbero ancora notizia miracolosamente Teodoro Tabennense e l'abate Pannone, secondo che narra il vescovo Ammone (V. Acta sanctorum, t. III di Maggio, p. 356).
260.
Vastata Ecclesia Persas in bella vocarat,
Ac multis septus millibus ibat atrox:
Cum subito arentes deserti ruris in agros
Devenit, et cuneos perdit ubique suos.
Qua neque victus erat, nec fons, nec fluminis unda,
Caumate sed nimio tota jacebat humus.
Dumque fremens montes, valles camposque peragrat;
Sicubi vel modico stilla liquore fluat;
Incidit adversae condigno errore phalanges
Perfossusque atra cuspide pectus obit.
Ap. Migne, Patrologia latina, v. C. XIX, col. 257.
261. V. gli Acta sanctorum, l. II di Giugno, p. 944-5.
262. Hist. eccl., l. VI, c. 2.
263. Spec. hist., l. XV, c. 23.
264. Cosmodr., aet. VI, c. 17.
265. Ed. del 1495, dist. VIII, 81.
266. Quella particolarità si ritrova, oltrechè nel già citato mistero francese, anche in una leggenda italiana Di Santo Basilio vescovo e della crudele morte di Giuliano Apostata, che sta fra certi miracoli della Vergine nel cod. Riccardiano 1284. Quivi si legge, f. 43 v., col. 2ª a 44 r., col. 2ª: «El settimo dì uno c'avea nome Libanio, ch'era stato prochuratore del maladetto Giuliano, tornando del canpo et del paese de Persia, entroe in Ciesaria, cioè nella città. Il quale prima infedele essendo et pagano, corse al vescovo et con grande divotione si fecie battezzare. E raccontoe al vescovo la morte di Giuliano, la quale egli avea veduta co' suoi occhi, et disse in questo modo: — «Essendo noi tutti accanpati e 'l canpo era fortissimo, et bene cerchiato intorno di cavalieri armati, intanto che neuno non potrebbe essere entrato nel detto canpo, nondimeno eccoti venire nel canpo uno valoroso cavaliere armato di tutte armi in presentia di tutto lo essercito, et mise tanta paura nel canpo che nullo fu ardito a contastarlo. E arditamente corse a Giuliano, et ficcogli una lancia nel corpo, et ucciselo, poi di subito sparve. El misero Giuliano, così percosso per divino giudicio, cadde in terra supino, ecc.» —
267. Miracula Beatae Virginis, cod. della Laurenziana, pl. XII, 23, f. 95 v., col. 1ª a 96 r., col. 1ª.
268. Ed. cit., v. I, p. 550-2.
269. Anche Giovanni Malala, Sozomene, Niceforo, Filostorgio, ricordano la tradizione secondo cui Giuliano avrebbe dato colpa della propria morte al Sole, protettore dei Persiani. Gotofredo da Viterbo fa ancor egli che l'ordine a San Mercurio sia dato, non dalla Vergine, ma da Cristo.
270. Orat. l. V. anche il supplemento del Visdelon e del Galand alla Bibliothèque Orientale del D'Herbelot, p. 458 a.
271. Cronaca, cod. dell'Universitaria di Bologna 432, f. 60 r.
272. Historia major, ad. a. 1098.
273. Così Balduino Ninoviense, Chronicon, Collection de chroniques belges inédites, p. 617, Sicardo, altri. Sicardo non parla di San Basilio, ma solamente di un abate di certo convento; Ciriaco sarebbe stato quidam miles martirizzalo da Giuliano.
274. Annales, ed. cit., p. 471.
275. Iuxta palatium fuit templum Iuliani apostatae Imperatoris, in quo fulgure mortuus fuit propter nequitias et tristitias quas faciebat.
276. Pantheon, partic. XXII:
Regis Romani cesum corpus Iuliani
Persarum rex Sapor ibi iubet excoriari,
Cumque sibi corpus protraheretur, ait
Hoc corio faldistorium nobis ad honorem
Fiat ut eterno sit Roma subacta pudore,
Legeque mancipii serviat ipsa dolens.
Sit species corii, rubeo vicina colori,
Indeque sit cathedra conformis et apta decori,
Unde dolens poterit Roma dolore mori.
277. Et de isto Juliano alia hystoria legitur quod eodem tempore surrexit dictus Julianus cum exercitu suo, bellum commisit contra Perses, et ambulavit dictus imperator in partibus Persie, qui cum ambulasset, et pugna conflicta victus tenetur Julianus imperator et afflictus vivus decoriatur ab extremo vertice usque ad ungulas pedum, et tinctus vermiculo idem omni tempore reges Persarum septem diebus dum pacem habuerint super corium Juliani congratulabantur. Giovanni d'Outremeuse confonde ed esagera al solito: Adont fut par forche pris l'emperere Julien l'apostate: se lo fist le roy (Sapor) tantoist loyer sor une tauble, et ly fist trois fois le jour it cascouno fois talhyer I corroie de cure de son dos, et puis le faisoit saleir de vive chals; ensi viscat-ilh sons boire et sens mangier III jours, en criant à hault vois, enssi qui dist sains Jerome: «Tu m'as vanqut, Jhesus de Galilée, tu as vanquut»; et puis il mourut et adont ly roy Sapor le fiat jetteir en la mer. Enssi morut Julien ly apostate, le VIIIe jour de mois de septembre. Op. cit., V. II, p. 79.
278. Nella già citata cronaca De VI aetate mundi (cod. della Nazionale di Torino I, II, 22, f. 6 v., col. 2ª) si legge: «Finito ergo prelio rex Persarum, qui fuit victor, fecit capere corpus Iuliani et excoriare et de corio fieri pedale omnibus regibus de Persia usque hodie in vituperium Romanorum». Qui non si nomina Sapore, e nemmeno nella Legenda aurea, dove è detto: «ab omnibus autem suis insepultus relinquitur (Julianus) et a Persis excoriatur et de corio suo regi Persarum substratorium efficitur». Nell'Alte Passional si parla similmente di un re di Persia che non si nomina.
279. Fact. et Dict. memor., l. VI.
280. Dittamondo, l. II, c. 13.
281. Gregorio Nazianzeno; Teodoreto, Hist. eccl., l. III, c. 20; Niceforo, Hist. eccl., l. X, c. 35. V. Heumann, Dissertatio in qua fabula de Juliani imperatoris voce extrema «vicisti Galileae», certis argumentis confutatur, ejusque origo in apricum profertur, Gottinga, 1740.
282. V. Sozomene, Hist. eccl., l. VI, c. 2; Filostorgio, Hist. eccl., l. VII, c. 15; Niceforo, Hist. eccl., l. X, c. 35; Efremio nei Cesari, ap. Mai, Scriptores veteres, v. III, p. 13.
283. Così nello Speculum Regum; nel Pantheon, in luogo dell'ultimo verso, c'è:
Sic miser interiit, tartara regna colens.
284. Nella già citata leggenda italiana Di santo Basilio vescovo et della crudele morte di Giuliano Apostata, Libanio racconta ancora come Giuliano fu seppellito. «Allora i baroni et cavalieri suoi, perch'egli era stato inperadore, il portarono in Costantinopoli, et feciero fare una orrevole sepultura di marmo nella quale il seppellirono. E sì come de' sepolcri di cierti santi escie alchuno licuore et olio pretioso, così per contrario dalla sepultura di questo pessimo huomo escie pece greca bogliente et puzzolente, la quale arde et consuma quel corpo et quell'ossa misere continuamente».
285. V. I, p. 80.
286. Non so se da altri sia stato osservato mai che Dante, il quale pone parecchi imperatori romani in cielo, non ne pone nessuno all'inferno, dove pur trova luogo più di un pontefice. Solo Giulio Cesare è posto, non nell'inferno, ma nel limbo, con l'altra onorata compagnia. E sì che un Nerone, un Domiziano, e, secondo le opinioni del tempo, un Giuliano Apostata, all'inferno ci sarebbero stati come a casa loro. Questa non fu certo dimenticanza, ma volontaria omissione, della quale io non saprei quale altra ragione si potrebbe assegnare, se non il religioso rispetto di Dante per l'impero e per tutto quanto avesse attinenza con esso. E bisognerebbe inferirne che Dante rispettava più l'impero che non la curia in cuor suo.
287. V. intorno a questo importante argomento, su cui non mi è lecito di fermarmi, Lalanne, Influence des pères de l'Église sur l'éducation publique, Parigi, 1850; Comparetti, Virgilio nel medio evo, v. I, p. 105-26.
288. V. Fabriani, Sull'immortale beneficio dagli ecclesiastici recato alla letteratura conservandola nel medio evo, nelle Memorie di religione, di morale e di letteratura, t. XVI, p. 283-363, t. XVIII, p. 497-520. Cf. Pouchet, Histoire des sciences naturelles au moyen-âge, Parigi, 1853, p. 103 e seg.
289. Sermo 41, Opera, ed. Caetani, Lione, 1623, p. 296.
290. Sancti Eligii vita, ap. D'Achery, Spicilegium, t. II, p. 77, ed. De la Barre.
291. Et quia vicarii Petri et eius discipuli nolunt habere magistrum Platonem, neque Virgilium, neque Terentium, neque ceteros pecudes philosophorum, qui volando superbe, ut avis aerem, et emergentes in profundum, ut pisces mare, et ut pecora gradientes terram descripserunt: dicitis eos nec hostiarios debere esse, quia tali carmine imbuti non sunt. Ap. Pertz, Script., t. III, p. 687.
292. Rerum Gallicarum Scriptores, t. X, p. 23. Questo racconto, sebbene già più volte riferito, merita d'essere qui testualmente trascritto, perchè contiene alcune indicazioni curiose che più direttamente riguardano l'Italia. «Quidam igitur Vilgardus dictus, studio artis Grammaticae magis assiduus quam frequens, sicut Italis semper mos fuit artes negligere ceteras, illam sectari. Is enim cum ex scientia suae artis coepisset inflatus superbia stultior apparere, quadam nocte assumpsere daemones Poëtarum species Virgilii et Horatii atque Juvenalis; apparentesque illi fallaces retulerunt grates, quoniam suorum dicta voluminum carius amplectens exerceret, seque illorum posteritatis felicem esse praeconem: promiserunt ei insuper suae gloriae postmodum fore participem. Hisque daemonum fallaciis depravatus, coepit multo turgide docere fidei sacrae contraria, dictaque Poëtarum per omnia credenda esse asserebat. Ad ultimum vero haereticus est repertus, atque a Pontifice ipsius urbis Petro damnato. Plures etiam per Italiam hujus pestiferi dogmatis sunt reperti, qui et ipsi aut gladiis aut incendiis perierunt».
293. Johannes, Sancti Odonis vita, ap. Mabillon, Acta Sanctorum ordini Sancti Benedicti, sec. V, p. 154.
294. Chronic., c. XLVI, ap. Tissier, Bibliotheca patrum Cistercensium, t. VII.
295. Dist. VII, c. 30.
296. E altrove dice (l. VI, cantico 10):
El mi sa sì gran sapire,
Che un per Dio voglia impazire,
Che 'n Parigi mai vedere
Potria ugual Phylosophia.
Son noti i due versi:
Hoc est nescire, sine Christo plurima scire,
Si Christum bene scis, satis est si caetera nescis.
297. Isidoro di Siviglia dice nella sua Regula monastica, c. 8: «Gentilium libros vel haereticorum volumina monachus legere caveat: melius est enim, eorum perniciosa dogmata ignorare, quam per inexperientiam in aliquem laqueum erroris incurrere». Ottone (XI secolo) tuttochè benedettino ammoniva: «Gentiles libri non sunt ab eis religendi qui servire Deo statuerunt pectore toto» (Proverb., c. VII, ap. Pez, Thesaurus anecdotorum, t. III, parte 2ª, p. 498. V. anche il suo Liber metricus de doctrina spirituali, ivi stesso, p. 441).
298. V. Comparetti, op. cit., v. I, p. 113-4.
299. Non più così nei secoli che seguirono. V. il parallelo che fa tra i monaci più antichi e quelli del XIV secolo Riccardo di Bury nel Philobiblion.
300. V. intorno alle biblioteche dei chiostri Petit-Radel, Recherches sur les bibliothèques anciennes et modernes, Parigi, 1819: Heeren, Geschichte der classischen Litteratur im Mittelalter, Gottinga, 1822, v. I, p. 161-7, 193-7; Graesse, Lehrbuch einer allgemeinen Literärgeschichte, v. II, parte 1ª, p. 824 e seg.; Boutaric nella Revue des questions historiques, v. XVII, p. 16-9. Nel suo poema De pontificibus et Sanctis Ecclesiae Eboracensis Alcuino dà l'elenco degli autori le cui opere si conservavano nella chiesa cattedrale di York. Benchè assai noto, esso merita d'essere qui riportato.
Illic invenies veterum vestigia patrum
Quidquid habet pro se Latio Romanus in orbe
Graecia vel quidquid transmisit clara Latinis:
Hebraicus vel quod populus bibit imbre superno,
Africa lucifluo vel quidquid lumine sparsit.
Quod pater Hieronymus, quod sensit Hilarius, atque
Ambrosius praesul, simulque Augustinus, et ipse
Sanctus Athanasius, quod Orosius edit avitus:
Quidquid Gregorius summus docet, et Leo Papa:
Basilius quidquid, Fulgentius atque coruscant,
Cassiodorus item, Chrysostomus atque Johannes;
Quidquid et Athelmus docuit et Beda Magister;
Quae Victorinus scripsere, Boëtius; atque
Historici veteres, Pompejus, Plinius, ipse
Acer Aristoteles, Rhetor atque Tullius ingens;
Quid quoque Sedullus, vel quid canit ipso Juvencus,
Alcimus, et Clemens, Prosper, Paulinus, Arator,
Quid Fortunatus, vel quid Lactantius edunt;
Quae Maro Virgilius, Statius, Lucanus et auctor
Artis grammaticae, vel quid scripsere Magistri,
Quid Probus, atque Phocas, Donatus, Priscianusve,
Servius, Eulicius, Pompejus, Commenianus.
Invenies alios perplures, Lector, ibidem
Egregios studiis, arte et sermone Magistros,
Plurima qui claro scripsere volumina sensu:
Nomina sed quorum praesenti in carmine scribi
Longius est visum, quam plectri postulet usus.
301. Il Roman de Thèbes comincia con questi notabili versi, ai quali si potrebbero trovare parecchi riscontri:
Qi sages est nel doit celer,
Ains doit pour çou son sens mostrer,
Que quant il ert du siecle ales
Tos iours en soit plus ramembres.
Se dans Omers et dans Platons
Et Vergiles et Cicerons
Fuissent lor sens ale celant,
Ja n'en fust mais parle avant.
Chrestien de Troies dice nel Cliget:
Par les livres que nos avons
Les fais des anciens savons
Et del siecle, qui fu iadis.
302. V. Prantl, in Sitzungsberichte der bayr. Akad. der Wissenschaften, philos.-philol. Cl., 1861, p. 14.
303. Nell'inedito poema di Carlo Martello e di Ugo conte d'Alvernia, francese di origine (v. intorno ad esso un mio scritto nel Giornale di filologia romanza, n. 2, p. 92-110), Ugo, viaggiando per l'inferno in compagnia di Enea e di san Guglielmo d'Oringa (Guglielmo d'Orange, l'eroe di uno dei sottocicli epici francesi) giunge al Limbo, dove non è nè fiamma, nè altro tormento infernale. Ciò nullameno, le anime che vi stanno rinchiuse piangono amaramente, e fanno alti lamenti. Enea, il quale esercita qui l'ufficio affidato nella Divina Commedia a Virgilio, dice al cavaliere (cod. della Nazionale di Torino, N, III, 19):
Questo asembiamento che tu vedy ya presente
yn questo limbo sono de quela zente
che fono vivy anze lo batesmo
e de tali ge n'è che pechà non feno,
a un di presso come Virgilio dice a Dante. Quivi stassi anche Enea, di quivi Cristo trasse i patriarchi; se coloro che vi sono rimasti avranno mai grazia di uscirne e d'andare a miglior soggiorno è occulto pensiero di Dio. Notisi che tutta questa parte del romanzo, dove si narra il viaggio infernale di Ugo, è imitazione manifesta della Divina Commedia, ma imitazione sgarbata, e di uno che non solo non ebbe una favilla dell'ingegno poetico di Dante, ma non ebbe nemmeno di costui il largo sentimento, e l'illuminata umanità. Però la condizione degli antichi illustri nel suo limbo è assai meno onorata, e assai più infelice di quello sia nel limbo dantesco. Anche Ugo trova un castello con sette porte, simbolo delle sette arti, nel quale è Tolomeo con molti discepoli, e assai altri cultori delle scienze, tra cui, pare, Aristotele. Ma tutti costoro si mostrano ben diversi da quei venerabili savii di Dante, che
Parlavan rado, con voci soavi;
essi, per contro, non essendo dallo studio, a cui attendono, appagato il lor desiderio, continuamente diverbiano e s'azzuffano. Se non che il racconto di tutto ciò è molto confuso nel poema; nel romanzo in prosa di Andrea da Barberino invece (Storia di Ugone d'Avernia, pur ora pubblicata dal Zambrini e dal Bacchi della Lega. Sc. d. cur. lett., disp. CLXXXVII, CLXXXX, l. IV, c. 1) esso è chiaro ed esplicito. Nel castello i demonii non possono entrare, ma l'ardore dell'incendio infernale vi si fa pur sentire. Quivi Ugone vide «molti che leggevano in sedia, che gridavano con grandi boci», e d'intorno molti che li stavano a udire; «e spesso la moltitudine che stavano a udire s'azzuffavano; e bestemmiando tutte le creature, e istracciavano i libri e la scrittura». Quivi sono, tra gli altri, Tolomeo, Tullio, Ipocrasso, Valerio; ed Enea dice a Ugone: «tutti coloro che istudiano nella scienza, sanza avere la diritta fede in Dio, ci vengono tutti». Ci si trova anche Aristotile; ma di Platone Enea dice: «perchè egli confessò la maggior parte, o una maggior parte delle trenta, non entra fra costoro; non ti so dire dov'è riserbato». In una versione libera in terzine, che certo Giovanni Vincenzo Isterliano fece di tutta quella parte del racconto dove si narra il viaggio di Ugone per l'inferno, e che si trova intercalata nel racconto medesimo, la lista degli antichi designati per nome è molto più lunga. Ecco i versi che la contengono:
Udii di Tolomeo la sapïenza,
Di Tullio, di Ipocrasso, e di Valerio,
E d'Averrois con sua falsa sentenzia.
E Polistrato e Lucano, ed Umerio,
E Anasarco, Ipicurio, e Diogiene,
E Vergilio che fe' Enea sì alterio.
Di Socrate, Appollonio e Nassimene
E Archimede, Diodoro e Orazio,
Sallustio, Tito Livio e Filomene;
Dimocrito, Ovidio, e vidi Ostazio;
Antiganor poi mi fe' vedere,
Aristotil più alto.
Andando più oltre Ugone, così nel poema, come nel romanzo in prosa, trova gli eroi e i capitani famosi dell'antichità, che Dante aveva messi in compagnia coi filosofi e coi poeti, e, cosa degna di nota, la condizion loro è meno infelice che non quella dei savii, abitatori del castello simbolico.
304. Ap. Pez, Thesaurus anecdotorum novissimus, t. II, parte 1ª, col. 227-34.
305. In Cantica, sermo XXXVI.
306. De gestis Frederici I, l. II, c. 13.
307. V. intorno al perdurare della tradizione classica in Italia Bartoli, I primi due secoli della letteratura italiana, c. VII, o Gebhart, Les origines de la renaissance en Italie, Parigi, 1879, c. IV.
308. Circa la persistenza dei metri classici v. Wright, On the origin of rhymes in mediaeval poetry nel v. II degli Essays on archaeological subjects.
309. V. Fitting, Juristische Schriften des früheren Mittelalters, Halle, 1870, e Zur Geschichte der Rechtswissenschaft am Anfange des Mittelalters, ibid., 1875.
310. Tetralogus, ap. Pertz, Script., t. XI, p. 251.
311. Ep. IV, Op., ed. del 1517.
312. Duemmler, Gedichte aus dem elften Jahrhundert, in Neues Archiv der Gesellschaft für ältere deutsche Geschichtskunde, v. I, p. 181.
313. Raterio da Verona dice, citando un verso d'Orazio nel suo trattato De contemptu canonum: «perlepide Flaccus cantitat noster».
314. In un carme Ad Gregorium magistrum militum son questi versi:
Sergius, ecce, polos magnus qui vertice pulsat,
Dignus apostolicus divino munere lectus,
Mistice qui factus conformis imagine divum
Aurea priscorum nunc reparat secla virorum,
Scipiades claros, Fabios gentemque togatam
Fasces, curules, anulos ac paludamenta,
Palmatas tunicas, trabeam falerasque nitentes
Imperium renovat heroum nomenque priorum.
Duemmler, Auxilius und Vulgarius, p. 152.
315. Hock, Histoire du pape Sylvestre II et de son siècle, traduzione dal tedesco arricchita di note e di documenti inediti dell'abate Axinger, p. 115-6.
316. Alcuino dice in una delle sue epistole a Carlo Magno: «Ego vero Flaccus vester secundum exhortationem et bonam voluntatem vestram aliis per tecta sancti Martini sanctarum mella scripturarum ministrare satago; alios vetere antiquarum disciplinarum mero inaebriare studeo». Ep. 78, in Jaffè, Monumenta Alcuiniana, Berlino, 1873, p. 345.
317. V. Ozanam, Des écoles en Italie aux temps barbares, in Documents inédits pour servir à l'histoire littéraire de l'Italie, p. 14.
318. V. Jessen, Lucrez im Mittelalter, nel Philologus, v. XXX. p. 236-8.
319. Nel Rheinisches Museum, t. III, p. 7-8.
320. Fu fatto conoscere dall'Ozanam (Documents inédits, p. 19-20), il quale, per una pudicizia assai fuor di proposito, ne diede solamente le prime strofe, tralasciando il resto. Esso fu poi pubblicato per intero dal Wattenbach, Zeitschrift für deutsches Alterthum, v. XVIII, p. 127. Altre composizioni consimili si potrebbero ricordare: un poemetto ritmico avente a soggetto la storia di Giove e di Danae, pubblicato ancor esso dal Wattenbach (ibid., p. 457): un'Altercatio Phillidis et Florae, pubblicata già più volte (Aretin, Beyträge zur Geschichte und Literatur, t. VII, p. 302; Wright, Latin poems attributed to Walter Mapes, p. 258; Carmina Burana, p. 155); un poemetto De gestis Herculis (Carm. Bur., p. 125), ecc.
321. Ap. Murat, Script., t. VI.
322. Archivio storico italiano, v. XVI, I.
323. Sull'argomento delle possibili relazioni della leggenda di San Gregorio con la storia di Edipo v. Comparetti, Edipo e la mitologia comparata, Pisa, 1868; Lippold, Ueber die Quelle des Gregorius Hartmanns von Aue, Altenburg, 1869, p. 50-4; Constans, La légende d'Oedipe étudiée dans l'antiquité, au moyen-âge et dans les temps modernes, en particulier dans le roman de Thèbe, texte français du XII siècle, Parigi, 1881. L'Ozanam pubblicò (Documents inédits, p. 25-8) un Planctus Edipi di su un codice del XII secolo dell'abazia di San Gallo. Nel Dolopathos di Giovanni d'Alta Selva, e nelle versioni che se ne fecero, si trova narrata una storia che, salvo differenze di poco rilievo, è quella stessa di Ulisse e di Polifemo narrata nell'Odissea. Non perciò se ne deve inferire che il racconto omerico ne sia la fonte remota. Quella storia appartiene al grande patrimonio dei miti indoeuropei, e si ritrova nei racconti di moltissimi popoli. Gli è essai probabile che lo stesso autore dell'Odissea non abbia fatto se non appropriare ad Ulisse una fiaba corrente dei tempi suoi, e non sarebbe questo il solo esempio di fiabe popolari inserite in quel poema (V. Gerland, Altgriechische Märchen der Odyssee, Magdeburgo, 1869). Vero è che Giovanni di Alta Selva dà al gigante del suo racconto il nome di Polifemo, ma è questa in lui, senza dubbio, una reminiscenza classica, che non si accorda punto col resto, giacchè Ulisse e i suoi compagni non si nominano, e il luogo loro è tenuto da un capitan di ladri con cento ladroni. V. per quanto concerne questo antichissimo mito W. Grimm, Die Sage von Polyphem, Abhandl. d. k. Akad. d. Wissensch. z. Berlin, 1857. Lo stesso, credo, potrebbe dirsi del mito di Circe e degli uomini trasformati in bruti, che così spesso riappare, mutati i nomi e le persone, nei racconti romanzeschi del medio evo. Ma non a torto forse collega il Goerres la storia di Helias e di Lohengrin con quanto, riportando un antico mito germanico, e alterando il nome dell'eroe, narra Tacito (De mor. Germ., c. 3) di Ulisse, che, peregrinando sarebbe giunto sin sulle coste della Germania, e rimontato il corso del Reno, avrebbe fondato Asciburgio. Vedi Lohengrin, ein altteutsches Gedicht, pubblicato da I. Goerres, Eidelberga, 1813, p. LXXVII-LXXVIII.
324. V. Cholevius, Geschichte der deutschen Poesie nach ihren antiken Elementen, Lipsia, 1854-6, v. 1, p. 3-9; Comparetti, Virgilio nel medio evo, v. II, p. 7.
325. V. Roquefort, Poésies de Marie de France, Parigi, 1820, v. II, Notice sur les fables e Notice sur Romulus; Robert, Fables inédites du XIIe, XIIIe et XIVe siècles, Parigi, 1825; Du Méril, Poésies inédites du moyen âge, Parigi, 1854; Oesterley, Romulus, die Paraphrasen des Phaedrus und die aesopische Fabel im Mittelalter, Berlino, 1870.
326. Roquefort, De l'état de la poèsie françoise dans les XIIe et XIIIe siècles, Parigi, 1821, p. 252.
327. V. Schaarschmidt, Johannes Saresberiensis, Lipsia, 1862, p. 84.
328. Id., ibid.
329. V. Boutaric in Revue des questions historiques, v. XVII, p. 56 e seg.
330. V. Sinner, Catalogus codicum manuscriptorum Bibliothecae Bernensis, v. III, p. 348.
332. Polychronicon, l. III, c. 40.
333. Tale accusa è fatta ad Omero da Guido Colonna, da Benedetto di Saint-More, il quale riconosce nondimeno che l'autore dell'Iliade
fu clers merveilles,
Des plus sachaux, çe trovon nos,
(Roman de Troie, v. 45-6), da Alberto Stadense. In un frammento di versione castigliana della Historia Trojana, riportato da Amador de Los Rios, Historia critica de la literatura española, v. IV, p. 346, si dice che l'Iliade fu bruciata in Atene.
334. Bocados de oro, c. XI.
335. Fiore di filosofi e di molti savi.
336. Ciò si narra, con qualche piccola diversità, di Seneca nella VIII delle novelle inedite pubblicate dal Papanti, Catalogo dei novellieri italiani in prosa, Livorno, 1871. V. anche Biagi, Le novelle antiche, CXLI, p. 142-3.
337. Cap. 64.
338. Bocados de oro. VIII, XII, XIII, XX.
339. Biagi, Le novelle antiche, LXXXIV, p. 86-87. V. anche il Fiore di filosofi, testo del Cappelli, p. 8-9.
340. V. Giovanni Sarisberiense, Polycrat., l. II, c. 26. Questa storiella era già stata raccontata anticamente di Omero, e di Omero si continua a raccontare nelle Vite dei filosofi in italiano, stampate nel secolo XV (v. Bartoli, St. d. lett. it., v. III, p. 221), e nella prefazione di un libro francese intitolato Les fantastiques batailles des grands roys Bodilardus et Croacus: translaté de latin en françoys, Lione, 1534 (v. Le Roux de Lincy, Le livre des légendes, Parigi, 1836, p. 45-7).