434.  V. vol. I, p. 212-3.

435.  Il Comparetti non lo concede, v. II, p. 34.

436.  Notisi ancora che leggende a questa somiglianti s'incontrano frequentemente fra le tradizioni di varii popoli. Apollonio Tianeo con una mosca di bronzo bandì le mosche da Costantinopoli, e fece lo stesso per le zanzare, gli scorpioni ed altri insetti. Comparetti, v. II, p. 32.

437.  Spec. hist., l. VII, c. 61.

438.  Così la riferisce Bartolomeo Caracciolo. Nel poema francese di Cleomadès si narra invece di due castelli fondati ciascuno sopra un uovo, e nell'Image du monde si dice che l'intera città di Napoli era posata sopra un uovo, per modo che smovendo questo tutta la città n'era scrollata. Cf. su questa leggenda Liebrecht, Zur Volkskunde, p. 296. Secondo Alars de Cambrai Virgilio non avrebbe fondata la sola città di Napoli:

Virgiles fu apres li sages,

Bien fu emploies ses sages,

Grans science en lui habonda,

Mainte riche cite fonda.

439.  Cleomadès; Roman des sept sages; Giovanni Mansel, Fleurs des histoires, ecc. Colui che fa spegnere il fuoco è un perdigiorno (musars) nel Cleomadès, un chierico nel Roman des sept sages, un imperatore nel racconto di Giovanni Mansel.

440.  Cleomadès. Giovanni d'Outremeuse accresce, secondo il suo solito, la derrata, e dice che Virgilio pose sulle dodici porte di Roma dodici statue di rame, le quali rappresentavano i dodici mesi, e facevano varii atti convenienti al loro carattere simbolico, e si trasmettevano un pomo di acciajo, che ciascuna teneva quindici giorni nella mano destra e quindici giorni nella mano sinistra. Con un altro pomo, che quattro delle statue si lanciavano, si annunziava il mutare delle stagioni. Op. cit., v. I, p. 232-3. Delle statue che indicavano il mutare dei mesi parla anche Giovanni Mansel nelle sue Fleur des histoires.

441.  Roman des sept sages.

442.  V. vol. I, p. 161 e seguenti.

443.  Giovanni d'Outremeuse, op. cit., v. I, p. 67, 70. Lo stesso autore dice (v. II, p. 104) che l'anno 393 un terremoto distrusse in Roma parecchie fra le immagini costruite da Virgilio.

444.  V. Comparetti, v. II, p. 120-3; Massmann, Kaiserch., v. III, p. 448-9; Dunlop-Liebrecht, Geschichte der Prosadichtungen, Berlino, 1851, p. 500.

445.  Sinner, Cat. cod. mss. Bern., t. II, p. 129.

446.  Op. cit., v. I, p. 230.

447.  Vol. II, p. 58.

448.  Pubblicato per intero dal Bartsch sopra l'unico manoscritto di Gotha, Stoccarda, 1871 (Bibl. d. lit. Ver.).

449.  Pubblicata primamente dal Zingerle nella Germania del Pfeiffer, v. V, p. 369 e segg., riprodotta dal Comparetti in appendice al v. II, p. 231-4.

450.  Questa favola ha riscontri assai numerosi. Di Virgilio la racconta anche Felice Hämmerlin nel suo trattato De nobilitate, c. II. V. Comparetti, v. II, p. 94-5.

451.  Una gherminella in tutto simile a questa si narra anche di Alberto Magno o di altri. Francesco da Buti la narra di quel Michele Scoto che fu astrologo di Federico II, e che Dante incontra fra i dannati (Inf. c. XX, v. 115-7). E di Michele Scoto narra Teofilo Folengo certa storia di una nave aerea (Baldus, l. XIX, ed. del 1554, l. XVIII, ed. del 1613; cf. Wesselowsky, Il Paradiso degli Alberti, v. I, parte 2ª, p. 265) che invece Bonamente Aliprando racconta di Virgilio. E carattere proprio di queste finzioni, che non hanno con la storia nesso di sorta, la eccessiva mobilità.

452.  I casi di questi illustri si trovano narrati per disteso, o semplicemente ricordati, in iscritture senza numero; ma diedero anche argomento a composizioni speciali. Hans Sachs ne trattò di proposito in una poesia intitolata Die vier trefliche menner sampt ander vilen, so durch frauenlieb betrogen sind.

453.  Il nome dell'imperatore varia: ora è Giulio Cesare, ora Augusto, ora Nerone, ora Adriano. In alcuni racconti la donna è una gran dama, ma non si dice che sia figlia dell'imperatore.

454.  V. per tutto quanto concerne questa leggenda Du Méril, Mélanges, etc., p. 429-30, 444, 474-5; Comparetti, v. II, p. 103-19.

455.  Giovanni d'Outremeuse è il solo, per quanto io sappia, che avvedutosi della incoerenza, cerca di farla sparire, alterando profondamente il concetto della prima parte della favola. Ecco il suo racconto. Febilia, figliuola di Giulio Cesare, innamoratasi di Virgilio, ha con esso lui commercio carnale, ma non può ottenere che la sposi. Per vendicarsi, prepara la insidia del canestro; ma Virgilio a cui non può rimaner celata la secreta intenzione di lei, pone nel canestro un fantoccio a cui ha dato le proprio sembianze. Giunto il mattino, accorre il popolo di Roma, accorre Giulio Cesare, che vuole morto il seduttore di sua figlia. Il fantoccio, animato da uno spirito maligno, fa parecchie strane burle. Saputasi la verità, Giulio Cesare persevera nel pensiero di far morire Virgilio; ma questi allora si parte dalla città, spegnendo tutti i fuochi. Giulio Cesare cede, Virgilio ritorna, e, mediante certo breve magico, fa che tutte le donne di Roma palesino i loro trascorsi, Febilia fra l'altre. Morto Giulio Cesare gli succede Ottaviano. Evia moglie di quello, e Febilia si lagnano d'essere state spogliate del dominio. Virgilio con varii incantamenti fa loro credere di averlo racquistato, poi le lascia scornate. Da ultimo compie contro Febilia una seconda vendetta, costringendo tutti i Romani a provvedere sopra la persona di lei il fuoco di cui hanno bisogno.

456.  Fausto, che nella leggenda popolare tedesca fa anch'egli sparire le vivande dalla mensa del papa, si spassa con le odalische dell'imperatore dei Turchi.

457.  C. 102, ed. Oesterley.

458.  Buesching, Erzählungen, Dichtungen, Fastnachtspiele und Schwänke des Mittelalters, Breslavia, 1814, p. 130-4.

459.  Vol. I, p. 197.

460.  V. vol. I, p. 101-5.

461.  Myreur des histors, v. I, p. 275-9.

462.  Il medesimo si disse di Gerberto, di Alberto Magno, di Roberto di Lincoln, di Ruggiero Bacone, del marchese Enrico di Villena. Una pretesa testa magica che risponde a ogni domanda figura nel c. LXII della parte 2ª del Don Chisciotte.

463.  Qui rifà capolino la tradizione classica. Servio dice che Virgilio valetudinem ex solis ardore contraxit. Bonamente Aliprando, che non sa nulla della testa di rame, fa anch'egli morir Virgilio d'insolazione. La favola della testa è narrata da Alberico delle Tre Fontane, nella Image du monde e nel Renars contrefait. V. Comparetti, v. II, p. 80.

464.  Il giorno stesso in cui scade il suo patto col diavolo Fausto invita a un banchetto gli amici e fa loro conoscere la sorte che l'aspetta.

465.  Ap. Thoms, Early english Prose Romances, 2ª ed., v. II, p. 55-8.

466.  Cioè, di fare che gli alberi portassero frutto tre volte l'anno, e che ogni albero avesse frutta e fiori nel tempo stesso, che le navi scendessero e risalissero i fiumi con la stessa facilità, che il denaro diventasse così facile a guadagnare come a spendere, che le donne partorissero senza nessun dolore.

467.  Una favola in tutto simile si racconta anche di Alberto Magno, di Ruggiero Bacone, di Agrippa di Nettesheim.

468.  Nulladimeno la credenza nella magia di Virgilio, della quale già facevasi beffe il Petrarca, era ancor vivo nel secolo XVII. G. Naudé la combatte molto aspramente nella già citata sua opera, c. XXI.

469.  Adversus gentes. III, 7.

470.  Confessionum l. III, c. 46: Inter hos ego imbecilla tunc aetate discebam libros eloquentium — et usitato iam discendi ordine perveneram in librum quendam Ciceronis, cuius linguam fere omnes mirantur, pectus non ita. Liber ille ipsius exhortationem continet ad philosophiam et vocatur Hortensius, ille vero liber mutavit affectum meum et ad te ipsum. Domine, convertit preces meas et vota ac desideria mea fecit alia.

471.  V. Leitmeir, Apologie der christlichen Moral. Darstellung des Verhältnisses der heidnischen und christlichen Ethik, zunächst nach einer Vergleichung des ciceronianischen Buches de officiis und dem gleichnamigen des heiligen Ambrosius, Monaco, 1866.

472.  Il caso merita di essere riferito per intero e con le stesse parole del santo. Epistola XVIII ad Eustochium de custodia virginitatis. Quum ante annos plurimos domo, parentibus, sorore, cognatis, et quos his difficilius est, consuetudine lautioris cibi, propter coelorum me regna castrassem, et Jerosolymam militaturus pergerem, Bibliothecam, quam mihi Romae summo studio ac labore confeceram, carere non poteram. Itaque miser ego lecturus Tullium, jejunabam. Post noctium crebras vigilias, post lachrymas, quas mihi praeteritorum recordatio peccatorum ex imis visceribus eruebat, Plautus sumebatur in manus. Si quando in memet reversus, Prophetas legere coepissem, sermo horrebat incultus. Et quia lumen caecis oculis non videbam, non oculorum putabam culpam esse sed solis. Dum ita me antiquus serpens illuderet, in media ferme quadragesima medullis infusa febris, corpus invasit exhaustum: et sine ulla requie (quod dictu quoque incredibile sit) sic infelicia membra depasta est, ut ossibus vix haererem. Interim parantur exequiae, et vitalis animae calor, toto frigescente jam corpore, in solo tantum tepente pectusculo palpitabat: quum subito raptus in spiritu, ad tribunal judicis pertrahor; ubi tantum luminis et tantum erat ex circumstantium claritate fulgoris, ut projectus in terram, sursum aspicere non auderem. Interrogatus de conditione, Chistianum me esse respondi. Et ille qui praesidebat: Mentiris, ait, Ciceronianus es, non Christianus. Ubi enim thesaurus tuus, ibi et cor tuum. Illico obmutui, et inter verbera (nam caedi me jussit) conscientiae magis igne torquebar, illum mecum versiculum reputans: In inferno autem quis confitebitur tibi? Clamare autem coepi et ejulans dicere: Miserere mei, Domine, miserere mei. Haec vox inter flagella resonabat. Tandem ad praesidentis genua provoluti qui astiterant, precabantur ut veniam tribueret adolescentiae et errori locum poenitentiae comodaret; exacturus deinde cruciatum, si Gentilium litterarum libros aliquando legissem. Ego qui in tanto constrictus articulo, vellem etiam majora promittere, dejerare coepi, et nomen ejus obtestans, dicere; Domine, si unquam habuero codices saeculares, si legero, te negavi. In haec sacramenti verba dimissus, revertor ad superos; et miserantibus cunctis, oculos aperio, tanto lachrymarum imbre perfusos, ut etiam incredulis fidem facerem ex dolore.

473.  Epist. 69. B. Servati Lupi, presbyteri et abbatis Ferrariensis opera Stephanus Baluzius collegit, Anversa, 1710.

474.  Expositio in Matthaeum, Prologo; Vita Adalhardi, c. 20.

475.  Cap. 1.

476.  Ap. Pez, Thesaurus anectdoctorum novissimus, t. II, parte 1ª, col. 229.

477.  Questa credenza era ancora sostenuta da Sebastiano Castalio.

478.  La ventesima nella edizione del Baluze.

479.  Ep. famil., XXI, 10.

480.  Sant'Antonino Arcivescovo di Firenze dice che negli scritti di Cicerone molte cose si notano conformi alla fede cristiana, ma alcune anche ad essa contrarie, come ad esempio la negata prescienza divina; e soggiunge: Iste Cicero etsi eloquentissimus infidelis tamen. Historiarum parte 1ª, c. VI, § 5.

481.  De laud. dir. sap., dist. V, v. 391-2:

Notitiaeque suae cessit sacra pagina, Marco

Eloquio compar, pectore major erat.

482.  Cap. III.

483.  Nel Prologo di un Romant des philozophes già citato (cod. L, V. 5 della Nazionale di Torino) l'autore narra un suo sogno: Voulente et pensee me print que ie recomptasse des philozophes aucuns ditz et enseignemens et de celle clergie qui est appellee moralite, laquelle est espandue par pluseurs volumes. Endementiers que ie pensoie a ceste chose on l'eure que l'en appelle premier sompne auint que ie m'endormis et en mon dormir s'apparut deuant moy vng homme de tresgrant beaulte qui en sa compaignie auoit moult de clers qui semblaient moult haultes personnes de corps et d'eage. Tantost me fust aduiz en mon courage que ce bel homme estoit Tulles prince d'eloquence latine. Apres lui venoit Senecques le saige enseigneres de moralite, et apres cellui estoient aultres clers dont les noms seront aucunement nommez en cestui petit liure.

484.  V. cap. XV, p. 178.

485.  Nella Confessio amantis egli dice:

Tullius with Cythero that wryten upon Rethoryke.

E dice ancora (l. VI) che Ulisse, il quale fu gran chierico e mago, imparò la retorica da Tullio, la magia da Zoroastro, l'astronomia da Tolomeo, la filosofia da Platone, la divinazione dal profeta Daniele, la sapienza dei proverbii da Salomone, la botanica da Macro, la medicina da Ippocrate.

486.  Nelle Novelle antiche del Bingi essa è narrata nei seguenti termini: Tulio fue filosofo sapientissimo et fece la rettolica, cioè l'arte dello bello parlare. Uno altro filosofo era a quello tenpo, che avea nome Salustio, lo quale volea grande male a Tulio et mandavagli molto ranpongnie, le quali portavano grandi dispregi, dicendo così: Homo laidissimo, piagientieri, orghoglioso alli amici et alli homini, et malvagio consigliere; homo pieno di cupidissimi vizii, li quali non sono liciti a dire. Et Tulio rispondea così: L'omo che vive come tue, non puote altrimente parlare che tu parli; et chi parla come tue, non puote honestamente vivere.

487.  De fontibus: Haud longe a Puteolis est Ciceronis fons calidas evomens aquas, quae aegris oculis plurimum conferunt, et ideo Ciceronis vocatur quia in villa eius, quam Academiam vocaverat, ea in via quae ab Annio lacu fert Puteolos est. Nec tamen eo vivente fons erat, sed brevi interposito post eius necem tempore, illam Antistio Vetere possidente, eius in parte prima prorupit. Quem etiam Laurens Tullius unus ex libertis olim Tullii carminibus celebrem reddidit, ut appareret clarum hominem, dum viveret, scientia sua mentalibus mortalium oculis praestitisse medelam, et eius post nomen eo defuncto praestare corporis.

488.  La tendenza c'era, come latente, e palesavasi all'occasione. Parecchi scrittori narrano che l'anno 1485, in Roma, sotto il pontificato d'Innocenzo VIII, fu trovato dentro un sarcofago, sulla Via Appia, un corpo di fanciulla romana, così fresco ed intero come se fosse stato sepolto allora. Il fatto destò grandissima ammirazione, e alcuni pensarono che fosse il corpo di Tulliola, figlia di Cicerone. V. Alexander ab Alexandro, Genialium dierum, l. III, c. 2. Il fatto è inoltre narrato da Stefano Infessura (Murat., Script., t. III, parte 2ª, col. 1192-3), dal Nautiporto (ib., col. 1099) e da Bartolomeo Fonti in una lettera a Francesco Sassetti pubblicata dal Janitschek, Die Gesellschaft der Renaissance in Italien, Stoccarda, 1879, p. 120. Un preteso sepolcro di Cicerone si mostra ancora presso ad Itri.

489.  Angilberto, Carmen de Carolo Magno, ap. Pertz, Script., t. II, p. 394. Sarebbe agevole di moltiplicare gli esempii di ciò. Eccone due di poeti italiani. Brunetto Latini dice a Rustico di Filippo nel Prologo del Tesoretto:

Ch'avanzate a ragione

E Seneca a Catone.

Pieraccio Tedaldi deplora in un sonetto la morte del dolce maestro Dante Allighieri,

Che fu più copïoso in iscïenza

Che Catone, Donato, o ver Gualtieri;

il quale Gualtieri altri non è certamente che Gualtiero di Chatillon, l'autore dell'Alexandreis, tenuto da molti nel medio evo poeta pari ai migliori dell'antichità.

490.  Valgano come esempio i seguenti versi di Giovanni Sarisberiense nell'Entheticus in Polycraticum:

Est antiqua nimis, nimis est sententia vera,

Quam docuere patres, Ennius atque Cato:

Tum quod habet, quam quo caret omni defit amico,

Occupet, occumbat res aliena tamen.

491.  In una versione olandese dei Distici si legge:

Het woonde een man

Te Rome wilen eer,

Die der wijshede wiste meer

Dan ieman die levet nu:

Hi hiet Catoen, dat saggic u.

Jonckbloet, Die dietsche Catoen, een middelnederlandsch Leerdicht, Leida, 1845, p. 6.

492.  Alano de Insulis, De planctu Naturae, Adventus Genii: «Illic Cato pudicae sobrietatis nectare debriabatur mirabili». Carmen de laudibus Bergomi (ap. Murat., Script., t. V) c. XVI, De Fabiorum nobilitate:

Non fuit Aenea pietate, rigore Catone,

Non fuit cura vel amore minor Cicerone.

Graziuolo de' Bambagiuoli, in quel suo componimento Sopra le virtù morali, pone Catone quale esempio di giustizia, insieme con Scipione, Trajano e Giustiniano.

493.  Nel c. XVI del l. II della Chronique de Tournay, (cod. L, II, 15 della Nazion. di Torino, f. 77 r., col. 1ª), Cesare, sul punto di muovere contro Roma, dice ai suoi cavalieri: «En toute la cite ie ne scay nul bon cheualier fors Marcius et Caton; les aultres sont plain de vanitez et de paroles». Questo giudizio si legge alquanto diversamente nella Hystore de Julius Cesar di Giovanni di Tuim, ed. del Settegast, p. 21: «et en toute la cite de Roume jou ne sai crendroit boin chevalier, se che n'est Marchiaus u Catons: li uns est plains de paroles et li autres de vanites».

494.  V. Giovanni Sarisberiense, Polycrat., l. VII, c. 9. Nel secolo seguente Hugo di Trimberg diceva nel suo Registrum multorum auctorum:

Virtutum expositor, regulator morum,

Cato prior sedet in ordine minorum,

qui iste Cato fuerit a multis dubitatur

nam Catones plurimos Romae fuisse datur

diversis temporibus, ut Cato Uticensis,

in Africa quem Iulii minax fugat ensis,

Catoque censorius, rigidusque Cato,

nullus horum tribuit haec praecepta nato.

Cato disertissimus Ieronyme testante,

Cato prudentissimus Tullio monstrante

librum hunc de moribus is creditur scripsisse

et sub forma filii pueros instruxisse,

et quamvis in numero sedeat minorum

ponitur in ordine tamen antiquorum.

V. Haupt, nei Berichte dell'Accademia di Berlino, 1854. Il Petrarca più tardi negava recisamente che fossero dell'Uticense, ma li credeva estratti da un poema del Censore.

495.  Nel IV secolo un luogo di essi trovasi già citato sotto al nome di Catone.

496.  A Catone di Utica furono poi attribuiti anche certi monostici che si possono vedere nell'Anthologia del Riese, v. II, p. 123.

497.  Mi basterà di riportare in prova alcuni versi del prologo della versione francese di Giovanni Le Fèvre, quali si hanno in un codice della Nazionale di Torino segnato L, III, 4.

Caton fu preuz cheualier et sage homme;

Maint bon conseil a la cite de Romme

Donna iadis pour la chose publique.

Vn liure fist vaillant et autentique,

Par grant amour li mist son propre nom.

Iule Cesar, vns homs de grant renom,

Sur les Romains lors gouuernoit l'empire;

En cest monde qui va de mal en pire

Mut grant descort vers le noble Pompee,

En Thessale le vainqui a l'espee.

Adonc Caton, qui moult ama franchise,

Pour eschiuer de Cesar l'entreprise

En Libye s'en ala a sa route

Ylec morut. . . . . . . . .

498.  Zarncke, Ueber zwei gereimte Uebertragungen der s. g. Disticha Catonis, Berichte der sächsischen Gesellschaft der Wissenschaften, 1863.

499.  Da Massimo Planude che li attribuiva a Dionisio Catone, e li stampava in Venezia nel 1495.

500.  Etymol., v. Officiperda.

501.  Contra Elipandum, l. II.

502.  Theologia Christiana, l. 1.

503.  V. Peiper, Baiträge zur Lateinischen Cato-Litteratur, nella Zeitschrift für deutsche Philologie dell'Höpfner e del Zacher, v. V, p. 165 e segg.

504.  Guiraut de Cabreira dice al suo giullare Cabra:

Ja non sabras

Ni de Tebas ni de Caton.

Il Birch-Hirschfeld sospetta si debba forse leggere Catmon (op. cit., p. 7); ma Guiraut de Calanson dice a Fadet:

Apren Caton

E del monton

Com per maistre saup guerir.

505.  Giovanni Sarisberiense ricorda ch'essi erano il libro preferito per la educazione dei fanciulli. Polycrat., l. VII, c. 9. In una versione olandese si legge:

Een boec es, dat dis clerke lesen

Als si eerst ter schole gaen,

Die hen wijsheit doet verstaen

Vele meer dan enich doet.

V. anche l'Histoire littéraire de la France, t. XXVI, p. 512.

506.  A voler discorrere particolareggiatamente delle molte versioni volgari dei distici bisognerebbe scrivere un apposito libro. Al mio assunto può qui tornare utile e bastare un rapido cenno. L'antica letteratura italiana ne possiede tre già edite (oltre a quelle che per avventura vi potrebbero essere manoscritte) tutte tre appartenenti, come pare, al XIII secolo, e più e più volte stampate. V. intorno ad esse e alle stampe che se ne fecero il Nannucci, Man. d. lett. d. pr. sec., 3ª ed., v. II, p. 94, e Zambrini, Le Opere volgari a stampa dei secoli XIII e XIV, 4ª ed., col. 238-9. In francese essi furono tradotti da Everardo monaco di Kirkham poi abate di Holmecultram, nel 1145, da Adamo di Guiency, da Adamo di Suel, da Giovanni di Parigi, o del Chastelet, da Elia di Winchester, da Giovanni Le Fèvre. Chi voglia avere notizia dei varii scrittori che parlarono di tali versioni troverà le indicazioni necessarie in Ideler, Geschichte der altfranzösischen National-Literatur, Berlino, 1842, p. 177. Dell'antichissima versione tedesca di Notker ho già fatto menzione, ma molte altre se ne fecero poi, tutte metriche, sino a quella pubblicata da Martino Opitz nel 1656. V. Zarncke, Der deutsche Cato, Lipsia, 1852. Versioni olandesi di Catone già conosceva Jacob van Maerlant. V. Hoffmann von Fallersleben, Horae Belgicae, Vratislavia, 1830-62, parte 1ª, p. 69. Una versione metrica di su un codice della fine del XIII secolo fu pubblicata dalla società dei bibliofili fiamminghi: De bocc van Catone, een dietsch Leerdicht, uit het latyn, Gent, s. a.[1846]. Un'altra versione, similmente metrica, fu pubblicata dal Jonckbloet nell'opera testè citata. Die dietsche Catoen. Per contro l'unica traduzione anglosassone sino a noi pervenuta è in prosa. V. Nehab, Der altenglische Cato. Eine Uebersetzung und Bearbeitung der Disticha Catonis, Berlino, 1879. Intorno alle versioni inglesi v. Warton, History of the english Poetry, ed. dell'Hazlitt, v. III, p. 133-9, IV, 250.

507.  Pubblicato da A. de Montaiglon, Parigi, 1854, cap. 128.

508.  Questo racconto si trova anche nella versione inglese fatta da William Caxton del romanzo francese. V. The book of the Knight of La Tour-Landry pubblicato dal Wright, Londra (Early english text Society), 1868, cap. 137-44.

509.  Ed. cit., p. 17-8.

510.  Ibid., p. 141.

511.  P. 235-41. Da ultimo dice: «Ensi regretoient li home Caton sa mort, et ensi s'ocist, com ie vous di. Mais li Mestre d'Orliens en vont contant autre chose, car il dient k'il s'ocist par venim et par ire, mais li hestore ne s'i assent point; et nonpourquant, comment k'il en parolent, mors fu.»

512.  Nov. 72 del testo Gualteruzzi.

513.  Cod. H, V, 44 della Nazionale di Torino, f. 36 r.

514.  Polychron., l. III, c. 44.

515.  L. II, c. 5.

516.  Tratt. IV. c. 5.

517.  Tratt. IV, c. 28. Già gli editori del Convito stampato in Padova nel 1827 avvertivano tale concetto essere di Seneca, il quale nel proemio delle sue Controversie così lo esprime: «Quem tandem antistitem sanctiorem invenire sibi Divinitas potuit, quam Catonem, per quem humano generi non praeciperet, sed convicium faceret?»

518.  V. 670. Non è dimostrato, a dir vero, ma è sommamente probabile che questo Catone sia l'Uticense. Virgilio ricorda un Catone quale abitatore degli Elisi anche nel l. VI, v. 842.

519.  V. su tutto ciò G. Wolff, Cato der Jüngere bei Dante, Jahrbuch der deutschen Dante-Gesellschaft, v. II, p. 225-32.

520.  Cf. Barelli, Allegoria della Divina Commedia, Firenze, 1864, p. 110 e segg.

521.  Purgat., c. I, v. 71-5.

522.  Minor poems. Early english poetry, Londra (Percy Society), 1840, v. II, p. 25.

523.  L. I, c. 4.

524.  V. Hortis, Studii sulle opere latine del Boccaccio, Trieste, 1879, dove, da p. 448 a p. 453, si parla appunto della fortuna di Seneca nel medio evo.

525.  V. Amador de los Rios, Historia critica de la literatura española, v. VI, p. 21, n. 1.

526.  L. XXV, 5, ed. del Fracassetti.

527.  Esp. 10. Ne pubblicò alcuni frammenti sotto quel titolo il Raynouard nel Lexique roman, v. I, p. 538-548; lo pubblicò per intero col titolo aquest libre a nom lo savi il Bartsch nei Denkmäler der provenzalischen Litteratur, p. 192-215.

528.  V. Lulofs, Handboek ecc., p. 226.

529.  V. la VIII delle novelle inedite pubblicate dal Papanti, Catalogo dei novellieri italiani in prosa, Livorno, 1871, e le Novelle antiche del Biagi, CXLI, p. 142-3.

530.  Pubblicata dall'Heine nella Bibliotheca anecdotorum seu veterum monumentorum ecclesiasticorum collectio novissima, parte 1ª, p. 211.

531.  Ecco le sue proprie parole, quali si hanno nel trattato De scriptoribus ecclesiasticis, c. 12: «Lucius Annaeus Seneca Cordubensis Sotionis stoici discipulus, patruus Lucani poetae, continentissimae vitae fuit. Quem non ponerem in catalogo sanctorum nisi me illae epistolae provocaverint, quae leguntur a plurimis Pauli ad Senecam et Senecae ad Paulum, in quibus cum esset Neronis magister et illius temporis potentissimus, optare se dicit esse loci apud suos cujus sit Paulus apud Christianos. Hic ante biennium quam Petrus et Paulus coronarentur a Nerone interfectus est».

532.  Nella epistola 153, ad Macedonium, 14, edizione delle opere a cura dei benedettini, t. II, p. 524.

533.  L. VI, c. 10.

534.  Passio Petri et Pauli, nella Bibliotheca Patrum, di Colonia, t. I, p. 73.