Fin dalle prime ore de l'alba, Smeraldina, la bionda ancella ed unica compagna di Bortolo Sangiovese, era in gran daffare.
Coadiuvata ne l'opera straordinaria e colossale da cinque contadini che Bortolo Sangiovese aveva assunto provvisoriamente agli onori della cucina; fra gli ordigni del mestiere, che avevano preso, per il caso speciale, dimensioni esagerate, ella si affannava, correva, accesa dal fuoco, da l'orgasmo, dalla tema di non mostrarsi degna del gran còmpito affidatole.
Le aveva detto il signor Bortolo il giorno innanzi:
— Ehi Smeraldina! Domani ho trenta invitati a pranzo.
— Trenta! — aveva mormorato la glaucopide ancella.
— Si, non ti maravigliare, è così! Del resto verranno cinque contadini a prestarti mano, li ho avvertiti. Bada... bisogna farsi onore!
— Ma?!...
— Non c'è ma che tenga.
Così Smeraldina bionda, la molteplice e malinconica madre, si era posta a capo del suo piccolo esercito e fra comandi, brontolii, strapazzate, dirigeva l'infrequente opera con disperata energia, pronta a sacrificarsi per il suo amor proprio. Tutta la casa era satura di un forte odore di cucina, fino alle soffitte, fino alla scuderia, dove la cavalla storna aspettava, annitrendo, il suo fieno.
— Baròzz bada all'arrosto! — gridò Smeraldina giungendo con una gran corba di spinaci — A che cosa pensi? Gira!
E Baròzz, seduto sotto la nera cappa del camino medioevale, grondò sudore per l'opera continua e l'alta fiamma di un vivissimo fuoco, e riprese a girar gli spiedi lentamente, continuamente, fischiettando.
I compagni suoi eran così, sorridenti per l'opera nuova ed inusitata, vicino a grandi casseruole di rame lucente e ai fornelli dai quali si sprigionava la bluastra fiamma del carbone.
Cruschîn spennava i galletti di primo canto, Bùrgot li abollessava, Sghìrbazz chino sopra un grande mortaio di rame, adorno di larghi festoni di fiori e frutta, pestava una sua abbondante miscela fra il bianco ed il vermiglio della quale non sapeva la composizione, ma che avrebbe mangiato volentieri.
— Quanti ne hai spennati? — chiese Smeraldina a Cruschîn.
— Trentadue! — rispose l'uomo dalla faccia gioviale. — Tutto un pollaio!
— Bisogna spennarne altri sei!
— Come volete Smeralda! — rispose sorridendo l'uomo.
— Sghìrbazz? — gridò l'ancella — lascia il pestare per un poco e vai nel pollaio a prendere sei galletti di canto.
— Sì — rispose imperturbabile l'anziano dalla faccia rugosa e originale; poi si avviò curvo, quasi pestasse ancora.
— Che mangiare! — fece Bùrgot guardando per aria.
— Da signori! — soggiunse Cruschîn sorridendo.
— Al tempo dell'uròl non si sta meglio![1]
— Così durasse sempre!
— Alla mietitura, quante volte mangiate in un giorno? — chiese Smeraldina.
— Cinque, sei... secondo — rispose Cruschîn.
— Ma dodici per lo meno! — esclamò Burgòt. — Non è vero Sghìrbazz?
Il valentuomo tornava allora dal pollaio con una corona di galletti urlanti disperatamente, a becco aperto. Egli non sapeva di che si trattasse pure, secondo la sua perpetua adesione, rispose:
— Sì.
Sghìrbazz dalla faccia rugosa tra il pensoso, il bonario e l'idiota, era sempre di tutte le opinioni perchè non si era mai permesso di averne una. Fra tutte le parole prediligeva il sì; per tale predilezione aveva preso moglie.
L'opera continuò ardente, affrettata, affannata fra uno sfrigolìo, uno schioppettìo, un agitarsi, un correre sotto il bagliore delle alte fiamme che salivano per l'ampia cappa del camino medioevale e facevan scintillare i pochi rami rimasti appesi al muro qua e là, in ordine sparso.
Volgevan le ore prossime al meriggio; gli invitati dovevan giungere a mezzogiorno. Già Bortolo Sangiovese si era affacciato alla porta della cucina per chiedere in tono amorevole:
— Come va? come va?
— Vada fuori! Non voglio nessuno qui! — gli aveva gridato la mite Smeralda e il signor Bortolo, per non compromettere le cose, non aveva insistito.
Cominciò poi uno scampanellìo assiduo. Rudàr, il vecchio stalliere che altro non aveva maneggiato in vita sua se non il tridente, doveva in quel giorno aprir la porta agli invitati e servirli a tavola.
Bortolo passeggiava nella sala al piano superiore, dov'era apparecchiata la lunga tavola. La sala era un corridoio di passaggio; l'unico ambiente capace di accogliere trenta persone.
A mezzogiorno e un quarto tutti gli invitati erano giunti; si poteva cominciare.
Bortolo suonò un grande campanello, simbolo della sua presidenza padronale sul buon ordine del pasto, e Rudàr comparve.
— Siamo all'ordine?
— Sì signore.
— Allora in tavola. — E scampanellando verso gli invitati che si erano divisi a gruppi e parlavano ad alta voce producendo grande frastuono, gridò:
— A tavola signore e signori! A tavola!
Il vocìo si tacque, si perse in fioco sussurrare. Ognuno si avvicinò guardando i cartellini ch'erano stati posti fra gli innumerevoli bicchieri e le grandi bottiglie e sui quali Smeraldina, la sera innanzi, con la sua calligrafia ferocemente scomposta, aveva tracciato il nome dei singoli invitati.
Con un po' di buona volontà furono occupati i posti rispettivi, poi i commensali si guardarono in viso senza dir parola.
Solo Augusto Regida e Giacomo Berbieri, che si erano posti accanto, sorridevano osservando.
A capo della lunga tavola troneggiavan i tre scienziati tedeschi dalle faccie inespressive ed impassibili e parevano, riavvicinati così, una qualche antica trimurti sacra a l'ignoto. Seguiva il conte Agesilao De' Lavilla sorridente e lucente come una meleagrina madreperlifera; poi la signora Eulalia, vecchietta piena di rughe e di sorrisi, e tutta raumiliata di trovarsi tanto vicina alle oscurissime potenze della trimurti tedesca; le sedeva di fronte il marito Pantaleone, vecchio medico pensionato.
Intermezzate poi agli assessori, erano le figlie di Gian Battifiore. Asia che vestiva sempre di giallo; America che aveva una veste bianca fatta con arte propiziatrice al seno; Africa e Oceania, pallide come abbominevoli orzate, come larve di maggiolini. Seguiva Veneranda, il conte Alfonso de' Bigamia, Regida, Berbieri e moltissimi altri.
Gian Battifiore sedeva a capo tavola, di fronte agli scienziati tedeschi. Bortolo Sangiovese aveva a destra il Popolini, a sinistra la signora Zarbi; vedova per la quale propendeva la simpatia del vecchio scapolo.
Ora i convitati cercavano assumere pose graziosamente simpatiche innanzi al munifico ospite; così un sorrisetto benevolo errava su tutte le labbra, più incerto negli uomini, di condiscendevole dolcezza nelle donne.
Essendo il banchetto, in certo qual modo, d'etichetta, date le comuni abitudini, molti e specialmente le signore, cercavan porre un loro garbo d'eleganza nello spiegare il tovagliolo, nel riassettare le posate innanzi ai piatti, ne l'attendere coi gomiti strettamente uniti alla vita e i polsi appoggiati al limite della tavola, in linea parallela, rigidamente.
Però se un convitato improvvisamente si volgeva verso qualche punto, per darsi un'aria disinvolta, gli altri, quasi di comune accordo, ripetevano l'atto insieme. Così una volta si trovaron tutti a fissare con discreta intensità il soffitto quasi dovesse aprirsi per una mistica pioggia di rose; un'altra volta l'attenzione fu rivolta a Gian Battifiore il quale non seppe come atteggiarsi sotto il fuoco degli sguardi; e ancora su l'apparire di Rudàr; su lo sventolìo leggero di una tenda; su qualche convitato gli occhi furono fissi, aperti, sorridenti di tutto e di nulla. Il turbamento di trovarsi insieme a compire il solenne atto umano del quotidian pasto poneva in timore la gaia brigata.
Poi il simposio ebbe suo inizio.
Furono serviti prima i cappelletti, i tradizionali cappelletti che compaiono in ogni tavola romagnola dalla più modesta alla più sontuosa nelle grandi occasioni.
Dopo la minestra il simposiarca dette ordine che la lunga fila delle portate incominciasse. Si presentarono, ad una sua chiamata, Smeraldina e Sghirbazz recando enormi vassoi di carne bollita passata già per le sapienti mani degli scalchi.
E Rudàr offrì le salse verdi, le salse di alici, di capperi, di timo e di menta. Aveva un suo arnese diviso in tanti compartimenti ciascuno dei quali era occupato da uno special tipo di salsa, e lo passava sotto al naso dei convitati con grazia tutta sua particolare dimenticando la destra, la sinistra a grande edificazione di Smeraldina la quale, da l'altro lato della tavola, gli faceva inutilmente larghi cenni di sdegno.
Cominciò poi il dilettoso fiume dei vini a riversarsi in riscintillii, in gai spumeggiamenti, in bagliori d'ambra e di rubino, nella multiforme schiera dei bicchieri di puro cristallo.
Albano di Bertinoro, limpido come begli occhi di bimbo, dal soave aroma inebbriante; sangiovese di Civitella bruno come il ferro, dai bagliori sanguigni, aspro un poco al palato, dal vago aroma di viola; moscato di montagna, più dolce di vergine bocca; poi canina dei piani; pagadet vigoroso e traditore e molti altri che comparivano a mano a mano su la tavola recando, su l'etichetta delle nere bottiglie, vecchie date.
L'eloquio tanto più si profuse quanto maggiormente i volti diventaron vermigli e gli occhi acquistarono certe loro luminosità speciali, mobili in bagliori improvvisi o stabili in vaghe languescenze e in pensieri di intimo compiacimento.
Le portate si susseguirono con matematica precisione. Al bollito seguiron i fritti dolci, i fritti misti, i fritti romagnoli specializzantisi per la loro particolare indigestività; poi i pesci di mare, i grandi lucci e le anguille di fiume servite con sovrabbondanza di salse e di contorni; poi gli umidi ricchi di colore e di profumi, gli uccelletti in salmì, le enormi frittate alla campagnola, i galletti alla cacciatora, la zuppa di rane palustri, otto grandi tacchini arrostiti e, il cuore dei convitati si allargò di sollievo, un piramidale pasticcio tutto a fiorami, a ghirigori, a frastaglii. Quasi a somma ironia verso il cocchiume del colle mangereccio, Smeraldina aveva composta con la pasta frolla un augurio che risaltava in grandi lettere: Buon appetito!
Vennero rinnovati i calici e si servirono i vini spumanti imbottigliati col propiziare di marzo; indi le portate ricominciarono fra lo stupore dei pochi e il consentimento dei più. Le grandi ampolle, i vassoi enormi come pianure rifecero il loro giro in offerte rinnovantisi con rapidità.
Comparve una grande trota seguita da vere torme di budini di riso, di verdura, di rigaglie, di ricotta; poi quattro lepri in salmì; anatre selvatiche e beccaccini con lenticchie, e quattro gelati conici, bianchi e lucenti.
Ma questa volta gli illusi non caddero nella panìa e si astennero o tentarono astenersi, chè non era poi cosa sì facile rifiutare la grazia di dio che la prodigalità di Bortolo Sangiovese poneva innanzi a' suoi ospiti di un giorno.
Ormai col progredire del pasto, ogni vincolo di timidezza aveva esulato dagli animi dei cittadini della esultante terra repubblicana; ad ogni incertezza di eloquio, ad ogni dubitoso sussurrare si era sostituita, per andar di vini, una franca sincerità, una sovrabbondanza di riso, una esuberante tenerezza amichevole alla quale non si poteva far brutta cera.
Tutti dovevan mangiare di tutto per le insistenti preghiere e le minaccie di permali da parte de l'anfitrione. Era un pranzo modesto, troppo modesto e di ciò si scusava Bortolo; ma pertanto gli facessero onore per quel poco ch'egli aveva potuto offrire; gli dimostrassero che, una volta usciti, non sarebbero andati in trattoria per togliersi la fame.
— Poco ma buono! Fate onore alla mia tavola!
E incominciava il barbaro supplizio.
— Smeraldina guarda; la signora Eulalia ha il piatto vuoto.
— Signor Bortolo, la prego... non ho fame!
— Non faccia complimenti, via!... Ce n'è per tutti.
— Ma le assicuro non posso... proprio non posso!
— Smeraldina?!
— Che vuole!
— Quando vi si chiama fate attenzione. Non vedete? La signora Eulalia non ha più arrosto. Servitegliene.
— Gliene avevo offerto e non ne ha voluto.
— Non si offre, si serve. Lo dovreste sapere. Questi signori sono troppo complimentosi.
— Signor Bortolo... le assicuro... con tutta la mia migliore volontà... ma non posso... non posso...
— Non vede? Ha appena ciò che basterebbe per un grillo. Già bisogna ci pensi io!
E seguìto dalla stupefazione dolorosa della vecchia signora, Bortolo Sangiovese si alzò, prese dalle mani di Smeraldina il vassoio de l'arrosto e, con grazia pantagruelica, servi l'involontaria penitente.
— così va bene! — disse poi soddisfatto.
— È sciupato le assicuro! — mormorò torcendo il collo Eulalia Pantaleone.
— Non vorrà farmi questo sgarbo! — replicò Sangiovese. — Se non lo mangia me l'ò per male!
— Ma come si fa? — disse con tenera voce piagnucolosa la vecchia damina. — Io non ho mica lo stomaco di uno struzzo!
Frattanto la trimurti, la gaia trimurti (poichè il vino ch'ella aveva bevuto senza parsimonia l'aveva accesa di luminosità vermiglie) per non comprendere il rude dialetto che sostituiva ne l'intimità della mensa il po' di lingua italiana comunemente usata, sorrideva a tutti compiacentemente di un riso largo, tenero, amoroso, spinta già, per i dionisiaci fuochi, alle convenevoli dolcezze delle subite simpatie.
Bortolo Sangiovese si avvicinò a Sigmund Hoërgritz, gli posò una mano su la spalla ed ebbe la sua eterna frase conviviale:
— Allegri allegri!
L'Hoërgritz che non intese, rispose a l'augurio brindando alla salute de l'Italia.
E a sua volta il Sangiovese, credendo trattarsi di pura facezia, uscì in una sonora risata.
Il piccolo e rotondeggiante Bortolo dalla lunata faccia, luminosa come una bacinella di rame percossa dal sole; l'idolo delle liete brigate, ridevole, ridanciano e di immutabile buonumore; il signore dalla voce un po' roca la quale pareva gorgogliasse da una gora; dagli occhi piccoli, astuti e lacrimosi per il perenne riso; vittima delle più atroci burle e a sua volta espertissimo nel saper rendere pan per focaccia, dominava ora l'ambiente quale impareggiabile simposiarca, guardato con simpatia anche dalle sue vittime, da coloro cioè che, per le umane convenienze, dovevano far conoscenza con Madonna Indigestione.
Ma come volle la grazia di Smeraldina, il banchetto volse al suo termine; furon serviti i dolci, le frutta, i liquori, il caffè e gli ultimi aneliti del colosso furono preceduti, accolti e seguiti da un vociare confuso, altissimo, dilagante come fiumana che irrompa.
Però i vini continuavano a mescersi negli ampi calici che passavan dal bianco al vermiglio con inusitata lena.
Una scompostezza bacchica era ormai in tutti i volti e un'affettuosità ampia; un senso di umanità dilagante, in tutti i cuori. Gli arbitri dei destini della città rossa non si erano mai sentiti tanto repubblicani come allora.
Ridevano, si univano, facevan progetti di fiere battaglie e di commoventissime paci; picchiavan pugni su la tavola, sbraitavan con ambo le braccia levate in aria quasi ad afferrare e a tener saldo il pencolante ragionamento.
Ardito Popolini, appoggiato un ginocchio al margine della tavola, discuteva con Augusto Regida intorno alla legge di selezione e alla necessità delle rivoluzioni; Tragico Arrubinati con parole comiziali, accendendosi, quasi arringasse il popolo ch'egli vedeva ovunque numeroso e plaudente, s'intratteneva col Campana circa il dottrinarismo democratico e l'idealismo mazziniano, rinnovando i propositi del partito d'azione che trovava in loro i rappresentanti più valorosi.
Gian Battifiore che amava dimenticare di tanto in tanto la politica, per darsi a più ridevole conversare, criticava con Pietro Andruco, un vecchio signore benestante, l'effeminatezza di certo Mario Casimiro.
— È uno sciocco! — esclamò Gian Battifiore.
— Val meno di una donna! — soggiunse l'Andruco ch'era un valoroso misogine.
— Figuratevi che a quella sua villetta vicino alla Rocca, ha posto il nome di Villa Bianca!
— Peuh!
— Ma sì! Villa Bianca! Sarebbe meglio pensasse a far quattrini!
— Certamente. Credo sia ridotto al verde.
— Quasi!
— Allora altro che poesia ci vuole! — soggiunse l'Andruco battendosi le mani su l'epa.
— Ma c'è di peggio!
— Dite dite!
— Vedeste la sua stanza da letto! Io non la sognerei neppure. Tutta un fronzolo. È vergogna per un uomo. Ha una toeletta piena di spazzole, spazzolini, bottiglie di profumo, saponi... come una donna perduta. Figuratevi, la sua effeminatezza giunge a questo punto: Si lava i denti tutte le mattine!
— Davvero?
— In parola di galantuomo.
— Già è la nuova generazione! E vedrete poi! Sono come moscerini: un soffio d'aria, un niente li manda all'altro mondo!
— Al nostro tempo non usavano tante sciocchezze, eppure eccoci qua sani e forti.
— Che volete, ora hanno inventato l'igiene, la disinfezione, i microbi e che so io. Abbiamo vissuto e siamo morti sempre ed i microbi non c'erano. La civiltà si accresce...
— E perfeziona la gente!
— Ah! beato mondo, beato mondo! — E Pietro Andruco si dette a cioncare di bel nuovo, in memoria del bel tempo antico, spoglio delle svenevoli invenzioni che non erano per lui se non un portato di pretenziosa ignoranza.
Ad un tratto i lieti e i violenti conversari si tacquero e l'attenzione converse sul vecchio Pantaleone il quale, pregato con insistenza da Bortolo Sangiovese, aveva preso un suo malinconico violino e regalava agli assistenti uno zibaldone della Norma.
Per qualche tempo il silenzio si ottenne, ma al primo intervallo, il quale non era che una pausa musicale, scoppiò un uragano di applausi che autorizzò i convitati a riprendere il loro conversare senza prestar più attenzione ai suoni del concavo legno. Però il vecchio medico, siccome era abituato ad essere incompreso, non si lasciò turbare dalla strana accoglienza avuta e, ritto vicino ai suoi calici, col capo inclinato e gli occhi socchiusi, condusse l'arco per molte melodie facendo ballonzolare le dita nei tremuli ch'eran come pioggerelle di lacrime.
Una persona sola era protesa su l'onda dei suoni ch'egli traeva sospirosamente rievocando: la signora Eulalia, la sposa della sua vita. La mite signora aveva fatto di sè compiaciente eco ad ogni ambizioncella dello sposo: ella era divenuta la nota sincrona, l'esaltatrice, il rifugio sacro; ogni sua potenza ammirativa era riserbata a l'ingegno del marito, ingegno ch'ella sola riteneva comprendere nella sua incommensurata grandezza.
Nella vita non aveva altro còmpito se non quello di ammirare l'uomo che la grazia del Signore le aveva posto a lato, a sua somma gloria.
Così, fra il vociferio alto e continuo, la signora Eulalia, cercando di tanto in tanto l'attenzione di qualche vicino, unite le mani, esclamava sorridendo d'orgoglio:
— Come suona bene Pantaleone!
Però la frase passava inavvertita e senza assentimento.
Chi poteva por mente al solitario sentimentale se non l'anima sorella? Gli altri erano talmente assorti e presi dalle singole manifestazioni del loro ingegno tribunizio, che avrebbero avuto ogni altra cosa in gran dispetto.
Il popolo, il popolo! Tale la causa che poneva in ebollizione quelle anime balde! E sul popolo e su tutti gli uomini la Repubblica Sovrana!
Data la gran somma dei vini, il grado della comune intelligenza si era elevato dal livello normale onde la verbale battaglia, per accresciuta facilità di eloquio, assunse carattere violento ed assordante.
Nè valsero le preghiere delle signore:
— Non parliamo di politica, per carità!
Nè i miti e sussurrati consigli.
Nulla. Dato un banchetto e dieci romagnoli, la politica è terzo elemento di equilibrio.
Si criticò, si distrusse, si riedificò con tale rapidità che più non n'ebbe il Creatore ne' suoi biblici giorni. Ogni Governo fu sottoposto ad acerbe critiche; ogni uomo che non condividesse l'idea repubblicana s'ebbe una sua ghirlandetta di ingiurie; ogni atto di repressione, rievocato, fece accendere di fiero sdegno quei venti petti di eroi proclamanti per proprio conto, visto che il mondo non si muoveva, la Rivoluzione Universale.
Non era possibile via diversa. L'evoluzione era una panacea per i paurosi, una trovata dei capitalisti. Che cosa sarebbe toccato ai vivi? Niente, meno che niente, le beffe e l'obbrobrio. Le beffe di coloro che godono ingiustamente e tiranneggiando muovono i destini dei popoli; l'obbrobrio per la loro povertà d'intelletto che li teneva schiavi della prima cabaletta annunciata quale mezzo di comune salvazione.
— In verità io vi dico — gridò Ardito Popolini sempre più acceso in volto — che non c'è via di scampo! Mi opponete: La rivoluzione conduce a penosi eccessi; la rivoluzione è un male. Sì è un male, ne convengo, ma un male necessario! Vorrete morire di cancrena anzichè tagliare l'arto ferito? Vorrete, essendo poveri e macilenti, rinnegare un gran bene per tema di traversare a nuoto un fiume vorticoso? Qui s'impone un dilemma, un aut aut; non vi sono vie traverse. Ne convenite?
— Si! — risposero a coro venti voci entusiaste.
— Ebbene, noi siamo su la via buona e condurremo il nostro popolo alla redenzione finale! Ai potenti ridremo in faccia e alla violenza risponderemo con la violenza!
Un coro di voci osannanti si levò turbinando. Ne l'attimo della ripresa, da un angolo, umile ed entusiasta, la vocetta della signora Eulalia esclamò:
— Come suona bene Pantaleone!
Il violino continuava la sua solfa, malinconicamente inascoltato.
— Chi di voi avrebbe paura di salire le barricate domani?
— Nessuno! — gridarono tutti.
— Preparatevi perchè l'ora è vicina. Pertanto, per chiudere degnatamente questo banchetto, v'invito a gridare con me: Evviva Colei che ci condurrà a grandi porti, ad alti destini. Evviva la Rivoluzione!
In altissimo grido tutti risposero:
— Evviva!
La Trimurti si alzò protendendo i calici ricolmi.
Nel frattempo un nuovo personaggio era entrato nella sala. Si notò il bagliore di una cravatta rossa, il lampeggìo di due occhi fieri, la baldanza di due baffi diritti.
— Oh Cavalier Mostardo! Bevi! — fece Bortolo, protendendo al nuovo venuto un calice: ma il Cavaliere passò sdegnoso, ringraziando a pena. Pareva avesse vinto a Waterloo.
Si avvicinò a Popolini e gli disse a mezza voce:
— Debbo parlarti. — Poi si chinò e rapidamente, a l'orecchio, gli sussurrò alcune parole. Il Popolini sorrise, impallidì e disse forte:
— Ne sei ben certo?
— Come del sole! — rispose il Cavaliere con ampio gesto.
Si fece assoluto silenzio. I convitati si protesero verso il Popolini che si era alzato per parlare. Passò un attimo in cui il repubblicano assaporò la gioia di sentirsi centro di tanta attenzione poi, scandendo le parole, ad alta voce annunziò:
— Europa è salva!
— Salva! — gridò Gian Battifiore.
— Salva! — ripeteron le sorelle.
— E chi l'ha trovata? — chiese Gian Battifiore, pallidissimo e tremante.
— Io! — esclamò il Cavalier Mostardo. E rimase rigidamente immobile. In quell'attimo, parve agli astanti più grande di una rupe.
A l'alto silenzio seguì un diluvio di domande, di ringraziamenti, di promesse; fu allora che il violino del vecchio medico riprese la solfa sospirosa.
La signora Eulalia, sorridendo a l'unico ammiratore del suo grande marito, dette l'eterna nota di gaudio:
— Come suona bene Pantaleone!
E Sghìrbazz, appoggiato allo stipite della porta, rispose rudemente, chinando il capo:
— Sì!