Gli anarchici, i poveri piccoli anarchici, avevano veduto, forse per la cinquantesima volta, il loro capo varcare la soglia della bolgia oscura onde, presi dal timore di condividerne la sorte, pensarono un mezzo di scampo.
Era necessario in primo luogo ingraziarsi le autorità e il caso li aiutò.
Marcôn e Apulinèr amavano il vino e il vino è un fratello che bene consiglia.
Un giorno si trovavano a far siesta in una osteria suburbana, allorchè udirono alle loro spalle parlare sommessamente; si volsero e videro il Cavalier Mostardo conversare con due figuri di ignota provenienza.
Il primo consiglio fu di non por mente alle parole che giungevan loro, ma poi Marcôn sobbalzò, si battè una mano su la fronte e disse al compagno:
— Siamo salvi!
— Perchè? — chiese Apulinèr.
— Lascia fare. Vedrai.
Apulinèr, secondo le buone leggi della compagnia, chinò il capo nè più domandò.
Marcôn disse forte:
— Cavalier Mostarde io potrei darvi buoni consigli.
— Tu! — rispose rivolgendosi il gigante e piegò il labbro a smorfia canzonatoria.
— Io!
— Bada ranocchio! — fece il Cavaliere avvicinandosi al tavolo di Marcôn. — Io son capace di mandare a gambe levate, te e tutta l'anarchia se intendi burlarmi!
— Voglio esservi utile. Posso darvi un grande consiglio!
Marcôn amava l'enfasi; ma il Cavalier Mostardo lo afferrò a mezzo il petto e gli gridò:
— Parla e spicciati!
Al comando risoluto, l'anarchico, raumiliandosi, chiese:
— Voi cercate Europa?
— Si.
— Europa è al Castello dei Lecci.
— Quando l'hai veduta?
— La settimana scorsa. Mi trovavo da Êrla per curarle una figlia ammalata di ânma cadù. Vidi Europa passare nel bosco.
— Con chi era?
— Con un giovanotto.
— L'hai riconosciuto?
— No. Però Êrla mi disse che al Castello c'era anche un prete.
— L'hai veduto?
— No.
Passò una sosta in cui il Cavalier Mostardo si strinse la fronte fra le palme.
— Forse ci siamo! — disse poi. E, a breve ripresa, rivolto a Marcôn:
— Tu verrai con me, scarafaggio. E bada, questo sia detto perchè la cosa non ti giunga nuova, se hai mentito ti appendo a una vite come una botta!
— Farete ciò che vi piacerà. Ciò che vi ho rivelato è verità.
— È lontano il Castello dei Lecci?
— Sessanta miglia vecchie. Quattro giorni di cammino. Con un buon cavallo possiamo arrivarci in un giorno e mezzo.
— Allora andiamo. Mi aspetterai alla stalla di Frigòr.
— Come volete.
Partirono. Il Cavalier Mostardo comunicò la buona novella ai banchettanti, poi raggiunse Marcôn e si misero in via verso l'antico castello sorgente fra le montagne selvose.
Alle scosse ritmiche e continue del barroccino, Marcôn si addormentò mentre il Cavalier Mostardo, gli occhi fissi a l'orizzonte, tracciava ne l'aria grandi segni quasi sviluppasse mentalmente un suo piano strategico. Poi scese la notte ed essi continuarono sotto la luna l'interminabile via.
Il Castello dei Lecci era, su l'alto Apennino, in luogo diruto ed aspro. A prima vista pareva inaccessibile, perduto lassù fra le sue rupi che scendevano a picco da grande altezza sul letto di un torrente sassoso e sconvolto; però, nascosta fra le anfrattuosità, era una viottola la quale, svolgendosi tortuosamente, guadagnava la cima di Monfùg. Il Castello dei Lecci apparteneva ai marchesi Barbigi ed era da lungo tempo disabitato. Ne era affidata la custodia alla vecchia Êrla che aveva incarico di aprirlo ai rarissimi visitatori; incarico ch'ella non poteva disimpegnare perchè le gambe non le permettevano di affrontar le numerose scale a chiocciola e gli sdrucciolevoli pavimenti dei sotterranei e che, con giovanil grazia, disimpegnava una figlia sua, la bella Giasmîn che Marcôn aveva curato già dal lento languore che la consumava, in quelle azzurre solitudini dove non si udiva se non il muggir delle mandre e le grida che mandano i venti, passando nel loro viaggio vertiginoso.
Erla e Giasmîn vivevano in una casetta grigia ed era con loro un anziano: Vuriòl, zio della giovanetta.
Un giorno, su l'aprirsi di aprile, era giunto lassù il marchesino Fedele Barbigi e aveva dato ordine si apprestassero nel castello alcune stanze perchè una coppia di giovani sposi avrebbe passato la primavera fra quelle montagne.
L'opera fu compita con gioia sì da Êrla come da Giasmîn, perchè se l'una sperò nel guadagno, l'altra fu presa da viva curiosità giovanile e le riempì l'animo il pensiero di poter osservare da vicino, in sorridente stupore, ciò che aveva pensato talvolta a traverso qualche leggenda antica.
Poi una chiara mattina, tanto chiara che il lontano mare tutto si rivelava a l'orizzonte, pieno di scintillìi come una immensa corazza di metallo brunito che ripercotesse il sole, il cane da guardia abbaiò con tale insistenza che Êrla e Giasmîn uscirono e si trovarono di fronte Europa e Didino.
— Sono loro gli sposi? — chiese sorridendo Erla.
I fuggitivi si guardarono negli occhi e Didino rispose:
— Sì.
— Allora si accomodino. Li aspettavamo. Ho preparato quattro stanze vicine alla torre di destra; vede? quella là. Sono le migliori e ci si troveranno bene.
Vedendo poi che gli sposi novelli non rispondevano, pensò che l'oscura mole del castello incutesse loro timore sicchè soggiunse:
— Oh! non ci sono gli spiriti, è vero Giasmîn? Non ci sono gli spiriti glielo assicuro. Io ho dormito sola, al tempo de la povera marchesa, (ero ancora ragazza e ne sono trascorsi degli anni!) ho dormito sola nella stanza dei quadri. Dicono, è vero, che nella notte si sente urlare e si vedono fantasmi su tutte le torri, ma non diano ascolto. Noi non abbiamo veduto niente, ed è un pezzo che si vive quassù.
Del resto — soggiunse — se hanno paura Vuriòl dormirà nel castello.
— Oh! non importa! — fece Didino punto sul vivo.
— Non importa! — sussurrò Europa.
— Allora, Giasmîn, va a prendere le chiavi ed accompagna i signori nelle loro camere.
Giasmîn ch'era rimasta tutta compresa di ammirazione e di gioia e s'era ferma a guardare senza batter ciglio, alla chiamata della madre si riscosse e andò e tornò in un battibaleno recando un gran mazzo di chiavi rugginose e dismisurate. Si fermò innanzi a Didino o, con un bel sorriso della bocca rossa e dei piccoli denti perlacei, chiese, piegando leggermente il capo ad invito:
— Vogliono venire?
— Eccoci — rispose Manso Liturgico, e si avviarono.
Dalla casupola di Êrla alla porta del castello, chiusa ora da enormi battenti che avevano sostituito le antiche saracinesche, correva una viottola mal selciata, fra due basse siepi di canne e lunga forse duecento metri, in salita. Innanzi a l'entrata del castello era una spianata alla quale faceva corona una duplice fila di cipressi e di abeti.
Giasmîn corse innanzi. Scalza com'era, pareva uno scoiattolo per quelle balze; si affrettò ad aprire la gran porta grigia, tempestata di borchie rugginose come l'armatura di un gigante.
Introdusse la chiave, fece forza piegando la persona, girò gli ordigni ch'ebbero stridori acuti, sostò guardando se gli sposini giungevano, poi appoggiando le braccia e il torso, spinse la porta che cigolò e si dischiuse.
Ritta ora nel gran vano luminoso, con la sua bella corona di capelli rossi, attese gli adolescenti che salivano l'erta.
Entrarono in un vasto cortile chiuso da un lato da una torre; negli altri tre lati correva un portico oscuro. Le mura si levavan diritte e grigie; rosse in alcuni punti, dove l'opera muraria era in mattoni. Percorsero un androne, chiuso da saracinesche; sbucarono in un cortiletto meno grande del primo; volsero a destra; salirono una scala a chiocciola e furono in una terrazzina.
— Dalla parte del mastio non si passa — disse Giasmîn rivolgendosi — perchè la scala è pericolosa.
Traversarono una grande stanza piena di feritoie e di spiombatoi, ridiscesero, videro un terzo cortile.
— Ma questo è un laberinto! — esclamò Didino.
— Siamo giunti! — rispose Giasmîn. — Poi, indicando con la mano: — Ecco la scala — riprese.
Sotto un arco a sesto acuto, adorno di quattro colonnette appaiate, si intravide la bella scala in marmo, ricca di eleganti balaustrate, della quale saliron due rami e furono innanzi ad una porta dorata che Giasmîn dischiuse facilmente.
— Aspettino; apro le finestre — disse Giasmîn entrando. Udiron nel buio lo stropiccìo dei piccoli piedi nudi, sul pavimento; giunse loro un senso di umidiccio e un tanfo di aria viziata poi un impeto di luce invase la sala, rivestita di damasco verde e decorata da begli affreschi nel soffitto.
— Questa è la sala verde — disse Giasmîn. — Le loro stanze son per di qua.
E volse a destra.
Didino ed Europa guardavano maravigliati e intimoriti la maestà severa del luogo e pareva loro li seguissero sguardi scrutatori e minacciosi.
Poi, come eran rimasti immobili, quasi vinti da particolar fascino suggestivo, Giasmîn li chiamò con allegra voce:
— Si accomodino. Questa è la stanza da pranzo. — Guardarono. Era un enorme vano con zoccoli di legno alle pareti e decorazioni murali figuranti scene di caccia. In mezzo era posta una interminabile tavola di noce alla quale avrebber potuto banchettare, senza trovarsi a disagio, i diecimila di Senofonte; tutt'intorno numerose poltrone dagli ampi bracciali, ricoperte di cuoio nerastro, pareva attendessero gli eroi della gigantomachia. Su la parete di fondo era un trofeo d'armi.
Due ampie finestre a sesto acuto, fiancheggiate da graziose colonnette, davano luce alla sala che aveva in sè una cupa severità e non predisponeva certo al buon umore.
— Mio Dio! — esclamò Europa stringendosi al braccio del compagno: — Questa è una caserma! Io non avrò mai appetito qua dentro.
— Veramente — rispose Didino — è un po' troppo grande per due; ma ci adatteremo.
— La nonna racconta — soggiunse Giasmîn — e dice cose di verità, ch'ella ha risaputo da' suoi vecchi antichi, che in questa sala mangiava il conte Leone co' suoi signori ed erano più di cento; e dice che i cuochi servivano vitelli interi e pecore e agnelli arrostiti e che si consumava in un giorno il vino bastante a tutto il paese di San Benedetto per un mese.
Entrarono poi nella camera nuziale parata di stoffe color rosa, sbiadite dai tempo, biancheggianti qua e là in contorni indefiniti. Aveva il soffitto a volta. Le voci vi risuonavano sonore, come fra gli intercolunnii di una cattedrale.
— E qui dormiranno loro — disse Giasmîn.
Europa chinò il mento al seno e impallidì, come amor che langue; Didino volse gli occhi in giro.
Un immenso letto di noce si distendeva sotto il trionfo del baldacchino, sorretto da quattro colonnine nere, a fregi d'oro; un angiolo, a sommo degli archi, reggeva le cortine che condiscendevano in lievi ondeggiamenti a velare i guanciali e le grandi coperte di damasco, ramezzate d'oro.
Vi fu un breve silenzio, poi Giasmîn si avvicinò al letto, alzò le cortine e disse: — Guardino, come è bello!
E siccome i coniugi non fiatavano, continuò:
— Ci si deve star bene come su le prime erbe: come sul fieno fiorito. — Affondò una mano fra le coltri. — È soffice che più non potrebbe esserlo. Su la lana ci si imparadisa, come dicono su, a San Benedetto, ed ogni sposa da noi — fece volgendosi — vede? ogni sposa da noi porta il suo sacco di lana perchè i primi sonni siano belli.
La paglia è dura; stride. La notte par d'avere sotto al capo un mondo di grilli. A volte ci si sveglia di soprassalto che, sa Dio come, pare qualcuno salga sul letto e lo scuota. L'altra notte ebbi paura veramente. — E scoppiò in una risatella breve che le passò nella gola tremando, le illuminò gli occhi e il viso, riempì l'aria di un brivido.
Le finestre della stanza nuziale si aprivano su la breve spianata alla quale facevan doppia corona gli abeti e i cipressi; oltre i primi colli e le lunghe vallate, si stendeva nella lontananza l'azzurro cupo della pianura e la bianca chiarezza del mare.
— Se odono rumori, la notte — riprese Giasmîn — non vi pongano mente. Su la torre maestra, in una vecchia stanza abbandonata, hanno il nido i barbagianni e le civette. I barbagianni russano come uomini e soffiano. Dicono i vecchi che soffian per ispegner la luna che li infastidisce. Li odo anch'io dal mio letto, ma ormai ci sono abituata.
Europa aveva ascoltato poco rassicurandosi nel cuore. Manso Liturgico osservava con soverchia attenzione il disegno degli arazzi sfioriti dal tempo.
Visitarono un'altra stanza più modesta e la cucina; un'ampia cucina annerita dal fumo, con una cappa di camino che poteva ricordare l'entrata di qualche remoto inferno.
Passaron quel giorno parlucchiando, guardandosi di rado, turbati sì dal luogo pauroso come dalla tensione nervosa causata loro dagli avvenimenti improvvisi.
Manso Liturgico di fronte a l'amor suo era impacciato e goffo quasi dovesse risolvere un oscuro problema impostogli dal Divin Creatore allo scopo di martirizzarlo.
Come scese la sera assaggiarono appena la cenetta che Giasmîn aveva allestito. Europa, perduta quasi in una poltrona da l'ampia spalliera, di fronte alle finestre dalle quali luceva il pallido cielo, verdognolo a l'occaso, come un'acqua chiara e profonda, guardava pensosamente lo svettar lento, ritmico degli abeti nel loro breve semicerchio. Didino, con gli occhi bassi, come immerso in una grave meditazione su l'eternità, tamburinò con le dita, su la tavola, un tempo di marcia.
Si accendevano i primi sorrisi di stelle. Vespero già era alto a l'orizzonte, bianco e lucente nella dorata diafanità de l'ultimo crepuscolo.
Le lontananze si perdevano sotto l'imminente dominio della notte. Ancora qualche punto bianco, qualche gemmea cosa ne l'infinito; un bagliore di sogno lontano.
Disse Europa non volgendo il capo, quasi parlasse agli abeti:
— Io non ho sonno!
Mormorò Manso Liturgico di rimando:
— Neanch'io.
Poi si tacquero di nuovo. Così si sarebbero taciuti chi sa per quant'altro tempo ancora se una porticina nel fondo non avesse cigolato d'improvviso e Giasmîn non fosse apparsa.
Gli adolescenti si volsero di scatto.
— Ah! sei tu! — esclamò Europa traendo un sospiro.
— Son io — rispose Giasmîn. — Ma chi poteva essere? Nel castello siamo soli.
— Non so.
Giasmîn si avanzò lentamente. Giunta vicino a Europa le chiese:
— Ha paura?
La giovinetta si alzò un poco su la poltrona e rispose:
— No.
Passò un'altra pausa.
— Io ho sbrigato le faccende della cucina — riprese Giasmîn.
— Bene — rispose Europa.
— Posso andare?
— Fa come credi.
— Come desidera lei, signorina. Vuole dorma nel castello?
— Ma... tua madre rimane sola.
— Oh! è abituata e non ha paura.
L'ultima parola scosse Manso Liturgico che fino allora era rimasto assorto. Ecco, mostrarsi pauroso di fronte ad una giovanetta non gli conveniva, sicchè disse:
— No no, possiamo rimaner soli. Vai, vai nel tuo letto e dormi bene.
— Allora... — fece Giasmîn sorridendo.
— Buona sera — mormorarono i fuggitivi.
— Buona sera — rispose la giovanetta da' bei capelli ardenti. E si allontanò guardando gli ospiti ch'eran rimasti muti nelle loro pose d'abbandono.
Quando fu su l'uscio Europa gridò:
— Giasmîn, Giasmîn?
— Eccomi.
Breve pausa in cui il pensiero parve indugiare.
— Chiudi bene la porta.
— Non dubiti. Poi chi vuole venga quassù?
— Le precauzioni non sono mai troppe.
— Ha ragione. Chiuderò a doppia mandata.
— Ma come? Ci chiudi nel castello? — chiese Manso Liturgico scattando.
— Eh! — rispose la giovanetta alzando leggermente le spalle.
— E se vogliamo uscire?
Giasmîn pensò un poco, poi disse.
— Senta, la chiave la passerò sotto la soglia e potranno riprenderla.
— Va bene non te ne dimenticare.
— No signore.
— Allora... buonasera.
— Buonasera.
E Giasmîn si avviò per la seconda volta; ma non ebbe fatto quattro passi che Europa la richiamò.
— Senti Giasmîn, non ci dai un lume?
— Oh perdoni la sbadataggine! — E soggiunse sorridendo: — Glie lo porto subito... chè il lume è mezza compagnia.
Poco dopo ricomparve recando una vecchia lucerna della quale aveva acceso i tre becchi. La giovanetta avea sprazzi di luce sul mento, su gli zigomi, alla sommità delle ciglia e la dolcezza forte del suo viso, per i contrasti, risaltò nettamente quasi che un'interna luminosità l'animasse.
Dietro Giasmîn si ridestaron giganteggiando, ombre enormi che si abbinavano, si sovrapponevano, disparivano animate da una vita inafferabile.
Manso Liturgico guardò con le sopracciglia inarcate, alzando a pena gli occhi.
— Non avevi un lume a petrolio? — chiese a Giasmîn poichè gli fu vicina.
— No signore. Il castello è disabitato da molti anni. Tutto ciò che v'è rimasto è vecchio.
— Va bene.
Giasmîn posò la lucerna su la gran tavola di noce, indugiò un poco per alzare i lucignoli poi disse rivolgendosi ad Europa:
— Le occorre altro?
— No, grazie.
— Buona sera.
— Buona sera.
Udirono chiudersi la porta della sala; il lieve scalpiccio della giovanetta si perse. Udirono ancora il cigolar delle vecchie ferramenta che chiudevano la porta d'ingresso del castello.
Altro silenzio più grave, più lungo del primo; poi, giù per la costa, la voce squillante di Giasmîn cantò l'endecassilabo dei pastori, la semplice invocazione:
«Amante! Amante! Amore amore amore!».
Si perse. Gli alberi neri attesero immobilmente la sorella che sorge dai mari, per il suo viaggio remoto.
Europa e Didino si guardarono negli occhi un attimo. Madre Solitudine li aveva avvertiti ch'essi erano liberi come il vento; che, nel grande castello dei Lecci, erano arbitri e padroni poichè due soli cuori, ne l'ampio giro delle mura turrite, battevano. Madre Solitudine li incitò, senonchè il fuggevole sguardo non ebbe risultato positivo.
Europa si volse un poco su l'ampia poltrona; Didino sentì un fremito trascorrergli le reni sottilmente.
Il sonno pertanto esulava dai loro sensi turbati.
Dalla finestra aperta giunse il trillare dei grilli mariani, dei grilli che vanno fra stelo e stelo, sotto i fiori della menta, col loro timpano d'argento a far la serenata alle stelle; giunse l'aroma dei fieni maggenghi e delle resine dense. Sciami di falene entrarono attratte dalla luce e fecero ghirlanda alle tre fiammelle, come un nimbo primaverile.
Europa fissò l'ardente luminosità di Sirio ch'era apparso sopra gli abeti.
E Didino pensò: — Che cosa aspettiamo? Perchè non dice ella una parola? Il suo silenzio è causato forse dal pentimento. Certo, ella è pentita d'aver abbandonata la famiglia, d'esser venuta con me ed ora se ne duole e non mi guarda e non mi parla. Ma io non l'ho ingannata; quando vorrà ci sposeremo. Io anche ho avuto per lei il rispetto che si ha per una santa e, da quando siamo soli, non le ho chiesto pure l'ombra di un bacio. Dovrebbe amarmi di più; dovrebbe apprezzare il mio sacrificio e la mia onestà!
Così si doleva in cuor suo il giovinetto amatore, mentre Europa fissava con gli occhi larghi ed oscuri l'ardente luminosità di Sirio.
E pensava a sua volta: — Che cosa aspettiamo? Perchè non mi parla? Non vorrà, spero, ch'io sia la prima a rivolgergli la parola, e non potremo passare tutta la notte così! Almeno sapesse dirmi le cose che mi ha scritto! Mi piacerebbe sentirmele ripetere all'orecchio, sussurate dalla sua voce. Ma perchè tace e rimane tanto lontano da me? Mi farebbe compagnia... ma così!...
E il silenzio continuò ancora finchè Europa lo ruppe con una domanda sussurata a pena:
— Che ore sono?
Manso Liturgico alzò gli occhi, sorrise, estrasse l'orologio e lo mostrò senza dir parola alla compagna:
— Le dieci? — chiese Europa debolmente.
— Si, sono le dieci — rispose Didino.
— Com'è tardi! — riprese Europa.
— Infatti... è tardi!
— Quand'ero a casa, dormivo già a quest'ora.
— Anch'io!
— Non hai sonno? Io sono un poco stanca! — disse Europa chinando il capo con gli occhi molli di dolcezza.
— Lo credo, povera piccola! — rispose Didino. — Il viaggio è stato lungo e faticoso, non si arrivava mai! Anche la notte scorsa non hai riposato! Vai a dormire, io rimarrò qui, su la poltrona e ti aspetterò.
Europa lo guardò con un senso di maraviglia nuova:
— Su la poltrona?
— Si. Ci si sta bene. — E aggiunse dopo una sosta. — Non preoccuparti per me; io dormo ovunque.
La giovanetta ebbe timore che il compagno suo fosse per davvero più santo di padre Origene. Chinò il capo sul palmo della mano e si tacque.
Il sentimento della sua femminilità offesa, forse inconsciamente, da l'inverosimile amante, si ribellava ora dandole un senso lieve di amarezza e di scoramento. Ma come non intendere certe cose? Era egli forse più semplice e più ingenuo di un poppante? E pure pareva fosse chiara l'anima sua e aperta come un sillabario! E pure, per certi sottintesi giocondamente piacevoli, pareva... Ecco, non le era dato tacere perchè le si imponeva un dilemma: o Didino voleva prendersi giuoco di lei, e in tal caso sarebbe stato imperdonabilmente cattivo: o... — Non compì il pensiero chè il pudore e lo sdegno le fecer le guance vermiglie.
Manso Liturgico frattanto, pensava che Europa gli avrebbe serbato senz'altro gratitudine immensa per quella sua onesta condotta da buon figliuolo.
Ma la giovanetta si levò ad un tratto, quasi scattando, e allungò la mano verso il lume, poi si trattenne e, rivolta a Didino, chiese dolcemente:
— Rimani al buio?
Didino parve non avesse inteso:
— Perchè?
— Io vado a riposare. Giasmîn non ci ha lasciato che un lume.
— È vero!
E Didino non pensò alla convinzione di Giasmîn, che una lucerna fosse sufficiente cioè a illuminare un amore, si che esclamò indispettito:
— Che asina!
— Ma la piccola non supponeva... — ribattè calorosamente Europa: poi si arrestò. Voleva dire: Non supponeva che tu fossi timido e pauroso!
Manso Liturgico si tacque per qualche secondo, combattuto fra varii pensieri, poi prese una risoluzione eroica e disse alla compagna che aspettava:
— Prendi il lume con te.
Europa indugiò un poco come incerta sul da farsi, poi su ogni sentimento la vinse il dispetto e si avviò verso la porta a sagome dorate che immetteva nella stanza nuziale. Lasciò l'uscio socchiuso e disparve.
Manso Liturgico rimase ne l'oscurità; vide però, da uno spiraglio, un lieve chiarore giallastro, verso il quale gli occhi suoi stettero immobilmente fissi. Gli accadde allora di pensare alle squisite particolarità de l'abbigliamento notturno, alle dolcezze intravviste, alle cose imminenti che dànno un senso di penosa aspettazione. Avrebbe voluto avvicinarsi alla porta, furtivamente, senza ch'ella nulla intuisse del suo spiare, ma non si attentò. Non era impresa facile e piana quella di avventurarsi al buio nella grande sala. Chiuse gli occhi, volle dormire e il sonno gli fu nemico.
Passò così forse mezz'ora e di tanto in tanto sentì un brivido aggricciargli i capelli, alla sommità della nuca, per qualche fruscìo lungo, indeterminato che passava ne l'oscurità, che si perdeva nella notte, lontano.
Ciò che gli avevan raccontato Êrla e Giasmîn, le storie degli spiriti e dei fantasmi, ritornavano ora al suo pensiero con impensate particolarità e siccome egli, pur essendo religiosissimo, aveva sempre creduto che qualcosa di vero ci fosse, nei racconti delle visioni di spavento, non si trovava perfettamente sicuro, temendo in cuor suo di vedersi apparire innanzi l'ombra di qualche antenato del marchese Barbigi.
Avrebbe dovuto per davvero passare tutta la notte così senza poter sperare in un attimo di sosta?
Qualche tempo trascorse in cui parve stabilirsi una relativa calma; ma poi, d'improviso, i battiti del suo cuore si accrebbero intensamente poichè udì ne l'ombra, non seppe bene da qual punto giungesse, un soffio, un vero soffio umano, uguale e ritmico come nella gravità del sonno.
Si rizzò un poco sul torso, cercò acuire l'udito e si persuase che non si era ingannato; la sua non era illusione, il soffio ignoto e pauroso continuava chiarissimo e pareva si avvicinasse.
Avrebbe voluto fuggire, ma dove? E se Europa udiva? Come avrebbe risposto alle sue domande di curiosità? Però la sofferenza morale si acuì d'attimo in attimo sì che il barlume di ragione che ancora lo reggeva dileguò ad un tratto allorchè il soffio si convertì in mugolio roco. Più non ci vide, si rizzò sotto il poderoso scatto di un impulso violento, avea gli occhi sbarrati, i capelli irti e gridò per tre volte consecutive, gridò con voce forte e innaturale:
— Chi è? Chi è? Chi è?
Il mugolio si tacque come d'incanto, ma dalla contigua stanza nuziale giunse la voce di Europa, voce alta e turbata:
— Didino? Didino?
Egli si ricompose subitamente:
— Che vuoi? — rispose.
— Perchè urli?
— Sognavo!
Vi fu una pausa; poi Europa riprese:
— Non sognar più così, perchè mi fai paura.
Il silenzio ritornò; ritornò la calma apparente.
— Potessi addormentarmi almeno! — pensò Manso Liturgico; ma in tale benefico rimedio non v'era da porre speranza.
Vide svettare le cime degli abeti, nere sul cupo cielo e giunse ad avvolgerlo la brezza dei mari che precorre l'alba e l'annuncia.
Poi l'inenarrabile martirio ricominciò. Riudì il soffio ritmico passar nella notte con reiterata ed inesausta lena; poi al primo se ne aggiunse un secondo, un terzo, un quarto quasichè fosse su la spianata del castello un esercito dormiente.
Più non sapeva ormai a qual santo votarsi: tentò la preghiera, e gli morì su le labbra; si appellò alle sue energie, ma non posero argine sufficiente al terrore.
Ad un tratto gli parve scorgere fra le rame protese di un abete, qualcosa di orribilmente rosso, come uno spaventoso fantasma sbucato da l'ombra e irradiante d'improvviso tutte le cose. I mugolii crebbero d'intensità, si moltiplicarono, quasi a festeggiar l'ignota apparizione.
Egli più non vide, più non resse. Spinse indietro la pesante poltrona che ruzzolò al suolo con subito fracassìo; girò un lato della tavola; corse verso la stanza nuziale e, allorchè fu per entrare, la porta si aprì. Europa apparve, dolcissima nel suo costume notturno.
Poi la coppia paurosamente felice dileguò. Frattanto Madonna Luna, salutata dai soffi dei barbagianni, saliva sorridendo nei cieli. Così ciò che la solitudine non aveva allacciato, la paura costrinse. E l'amore piacevolmente fu accolto fra le vecchie mura, come si conviene a persona dabbene.
Qualche giorno dopo, il canonico Bartoletti, inviato speciale di Monsignor Rutilante, giunse a fatti compiuti.
In breve tempo Monsignor Rutilante, messo su le peste dal marchese Barbigi, aveva scoperto la dimora dei fuggitivi, ma non in guisa sì fulminea da impedire che l'impresa fosse consumata.
Ciò non pertanto, l'animo suo fiero e settario non si arrese. Se non era possibile, secondo la norma di onestà comunemente osservata, far ritornare i giovani ciascuno al loro nido e non parlarne più; se non era possibile, data l'accanita campagna dei repubblicani, stendere un velo su l'atto inconsulto che un figlio della Chiesa aveva compiuto per impulso di leggerezza, ben altre vie si presentavano per trionfare su la tracotante arroganza de' suoi fieri nemici e per far sì che in nulla l'integrità di un clericale potesse essere violata.
Scrisse al canonico Bartoletti, uomo di lettere ecclesiastiche, e lo pregò di recarsi al Castello dei Lecci ed ivi intrapprendere con la sua profonda dottrina, la non difficile conversione di Europa Battifiore.
Era divisamento de l'astuto vescovo da l'ampio viso folto di peli, di far sì che Europa, pentita della sua non bella condotta, si ritirasse in convento. In tal guisa sarebbero rimaste a lui le vie piane; per Manso Liturgico, poco v'era da preoccuparsi.
Il canonico Bartoletti compì la missione con zelo veramente cattolico. Primavera e amore gli mossero aspra guerra; ma egli seppe trionfare anche su gli eterni nemici degli uomini neri.
Con la paura, con macabre visioni, con terribili minaccie pose tale turbamento ne l'animo di Europa da farla piegare a' suoi consigli.
Scrisse allora a Monsignor Rutilante chiedendogli in quale convento avesse dovuto far ritirare la convertita e domandando ragguagli circa la condotta da tenersi con Manso Liturgico che soffriva di orribili malinconie.
Ora aspettava la risposta del solenne prete e frattanto riposava onestamente sugli allori.